Latte e tè

La mia famiglia di origine dimostra, per il latte, un’avversione più o meno violenta. Mio padre ogni mattina buttava giù in un unico sorso, come una medicina, una tazza di caffellatte scurissimo, con tre o quattro cucchiaini abbondanti di zucchero. Quando è toccato a me prepararglielo, nella tazza di porcellana bruna con i maiali a rilievo che avevo comprato per lui in Inghilterra, ho imparato che il tocco di latte era poco più che simbolico, insufficiente a cambiare in modo significativo il contenuto della moka da quattro che costituiva il grosso della bevanda. A parte quella formalità mattutina, gli unici latticini per lui ammissibili erano i formaggi molto stagionati. Niente ricotta, niente mozzarella. Men che meno yogurt o frullati. Una mattina durante le vacanze di Pasqua a Reggio Calabria, noi figlie aspettavamo con ansia una gita che ci era stata promessa, ma lui faceva resistenza passiva, rifiutandosi di alzarsi dal letto. Mia sorella, per vendicarsi, corse in cucina da mio zio dicendo che nostro padre si era svegliato con una voglia improvvisa di frullato di banane. Il nostro premuroso ospite si presentò in camera con un bicchierone pieno fino all’orlo di un composto biancastro e spumoso, la materializzazione precisa di tutti i sapori e le consistenze che mio padre più detestava. Ammirai in quella circostanza lo stoicismo con cui tracannò la detestabile colazione, un po’ per non deludere mio zio e un po’ perché gli scherzi, per mio padre, erano una cosa serissima: se veniva gabbato, ci stava, salvo poi pensare a come renderci pan per focaccia.

Le mie sorelle schifavano il latte, tutte. Smettere di fare colazione con il latte era stato per tutte e quattro il primo atto di reale indipendenza. Mia sorella Marina, in particolare, marcava la sua presenza in casa lasciando sul fornello il pentolino di metallo con il suo tè. Accesa o spenta che fosse la fiamma sottostante, il pentolino ci ricordava che lei e il suo Earl Grey c’erano e contavano. Non bisognava toccarlo, quel pentolino. Guai a lavarlo. Doveva conservare la patina e l’aroma, soprattutto doveva conservare il fascino esclusivo e speciale che mia sorella costruiva tutto intorno a sé. La sua tazza era alta e sottile, con un motivo di campagna inglese dipinto a tinte tenui. La teneva in bilico sul bordo del tavolo su cui lavorava, oppure la dimenticava qua e là, accanto al telefono, sugli scaffali della libreria, persino in bagno. In tempi in cui il take away usava poco o nulla, mia sorella che girava per la casa con in mano il tè suonava ai miei occhi un vezzo straordinario e sopra le righe. Qualche volte la raggiungevo al tavolo dove faceva le traduzioni e dividevamo ciambellone o biscottini da tè. Questi ultimi, una volta immersi nel liquido caldo, spandevano cioccolato fuso, che tentavo di raccogliere sul bordo della tazza con il cucchiaino. A lei non capitava, anche perché il suo tè era tiepido per definizione. Io già allora le bevande calde le amavo bollenti, non so se per la carezza incandescente e vagamente dolorosa che lasciano sulla lingua o perché mi è sempre mancata la pazienza di aspettare.

Il tè piaceva anche a me, ma era una bevanda da pomeriggio. Con la mia amica Giovanna ce lo preparavamo secondo una formula che io dicevo di aver imparato in montagna, in Val di Fassa. Non so se fosse vero o millantassi, non lo ricordo più. Consisteva nel mescolare lo zucchero con il succo di limone in una pappetta allo stesso tempo pungente e dolce, perfettamente omogenea, e poi versarci sopra il liquido caldo, che spesso formava una schiumetta bianca. Poi ci siedevamo in sala da pranzo, scostavamo la tovaglia di lana pesante che copriva il tavolo, tiravamo fuori la scatola di latta con i biscotti e ci dedicavamo con aria solenne alla nostra merenda. I cucchiaini tintinnavano nel silenzio della casa quasi vuota, mio padre chiuso tra le sue carte, mia madre a letto a riposare. In quel periodo riposava spesso, mia madre. Era malata, non bisognava disturbarla. Conservo fugaci immagini di lei che mi saluta con la mano dalla sua camera da letto, riflessa nello specchio rotondo e sempre leggermente appannato. D’estate il mare non andava più bene, per quello andavamo in montagna, sulle Dolomiti. E poteva ben essere che, per distrarmi dalla noia, una cuoca della pensione mi avesse insegnato il trucco del limone nel tè. Era bastato quel piccolo espediente a riempire di cerimonie tanti pomeriggi solitari.

Ma fin da piccola la mia bevanda era il latte e al latte sono rimasta fedele in tutte le stagioni della vita. Tranne una breve parentesi dell’infanzia, quando dopo il disastro di Chernobyl pareva che bere latte fresco facesse male. Le mie colazioni per un po’ quindi consistettero in acqua calda con il cacao. Non so perché quella scelta ai miei paresse sensata. Forse per non cambiare di troppo le mie abitudini, la mia routine quotidiana che partiva dalla scatolina rossa e bianca del cacao Van Houten, quello buono, di qualità superiore, comprato al Vaticano e non dal signor Pietro sotto casa. Il cacao quindi rimase, ma sciolto in acqua non era particolarmente buono. Formava grumi amari e si depositava come un alone di sporcizia sul biscotto che ci intingevo. Non ricordo di aver mai protestato per quella colazione emergenziale, forse intimidita dagli scenari apocalittici che ci venivano prospettati a scuola e a cui noi bambini aggiungevamo del nostro: radiazioni, nubi tossiche, mucche deformi, frutti velenosi. Quella stagione di paura, a torto o a ragione, finì e il latte tornò nella mia tazza.

La bollitura mattutina è uno dei miei ricordi più remoti. Gli odori, tutti diversi, del latte sul fuoco mi richiamano ancora oggi un senso di orgoglio e responsabilità. Messa a sorvegliare il pentolino sulla fiamma, mi concentro ad occhi chiusi. Prima si sente un aroma fresco, freddo, misto a una punta di acido. Ma presto, con il calore, si stempera in un crescendo di note dolci, mentre la superficie si tende in piegoline via via più fitte. A un certo punto il naso si riempie di un vapore denso e consistente, che ha già un sapore palpabile di appagamento. A quel punto è necessario riaprire gli occhi, perché il liquido inizia a sollevarsi e una specie di goccia guizzante e rapidissima inizia a descrivere il bordo del recipriente. Quando il giro finisce, il liquido salterà su come in tempesta e traboccherà sul fornello, bruciandosi. E allora io devo essere veloce e spegnere il gas in quel momento preciso che precede di alcuni secondi il troppo tardi e segue il troppo presto. Il mio naso difficilmente sbaglia, per questo mia mamma mi lascia sola davanti al fuoco. Il premio è il cioccolato caldo, il liquido candido filtrato attraverso il colino che scioglie uniformemente il vulcano di polvere di cacao. Tutt’altra storia rispetto all’acquosa bevanda sostitutiva.

Anche oggi il latte mi accompagna ogni mattina, con un cucchiaino di Nescafé. Mi siedo, intingo qualche biscotto. La colazione in piedi al bar con il cornetto non fa per me. Mi lascia un senso di insoddisfazione, di incompiuto. E’ una mezza punizione per aver dimenticato di comprare il latte la sera prima. “Che popolo è quello che fa colazione in piedi?”, si lamenta spesso Nizam, che da quando vive in Italia sorseggia cappuccini al bancone. Le colazioni turche sono un’altra cosa, ma non sono per tutti i giorni. Io, nel mio piccolo, mescolo il mio latte e il mio caffè sempre alla stessa ora. Uso anche la stessa tazza, un mug ormai scolorito che ha dipinto per me un’amica e che sentenzia: “Non tutti quelli che vagano sono persi”. Ormai il latte lo scaldo al microonde, si fa prima. Peccato per la catena di profumi. Del resto crescendo ho scoperto che bollire il latte pastorizzato non è affatto necessario. Anzi, è sconsigliabile.

Accanto alla mia tazza, scaldo quella di mia figlia. Anche lei, dopo un periodo di ribellione a base di succo di frutta, è tornata a fare colazione con il latte. Chissà se al liceo si emanciperà dai latticini come le mie sorelle o se avranno la meglio i geni di suo padre, mungitore di mucche. Per nove mesi l’ho allattata al seno con una facilità che mi ha sinceramente sorpreso. Mia madre non aveva latte, non l’ha mai avuto per nessuna di noi cinque sorelle. La prospettiva delle mie sorelle maggiori, in particolare le due gemelle, a rischio di morire di fame era un elemento ricorrente dei racconti eroici della gioventù dei miei genitori, disposti a qualunque sacrificio per il nostro bene. In quell’occasione, in particolare, si era trattato di pagare a un’avida e sprezzante balia l’equivalente della somma dei loro stipendi. Se quell’esperienza era costata davvero ai miei la metà delle umiliazioni che raccontavano, non c’era da meravigliarsi che il latte fosse andato di traverso a loro e a tutto il resto della famiglia. Io, nata negli anni Settanta, ero sopravvissuta con assai meno difficoltà e drammi grazie a più accessibili biberon di latte artificiale. Mia sorella Vittoria, diventata madre prima di me, aveva involontariamente contribuito alla mia convinzione che l’allattamento fosse un’impresa ardua ed eroica: il più piccolo dei suoi figli, in particolare, addentava a sangue il capezzolo e quelle immagini vagamente vampiresche finivano per turbare l’atmosfera di ovattata serenità che lei si impegnava a creare ad ogni pasto del bebè. Quando è toccato a me sono rimasta sorpresa da quanto mia figlia rendesse le cose facili. Niente biberon da scegliere, niente temperatura da verificare, niente attrezzatura da portare in giro. Mangiava e basta, senza drammi né particolari rituali: una volta l’ho allattata persino in un commissariato di polizia. A un certo punto, sempre senza patimenti e cerimonie, ha smesso di prendere il latte. Mi ha guardato, ha girato la testa dall’altra parte e non ha più chiesto il seno. Quando si dice una separazione consensuale.

Latte, yogurt, budini mi sono sempre stati propizi, ancora oggi mi richiamano bei ricordi. Lo yogurt ho iniziato a mangiarlo all’università. Me lo davano a mensa e mi scocciava di lasciarlo perché era compreso nel prezzo. Giorno dopo giorno, nel casermone di via De Lollis, ho iniziato a farmelo piacere, cucchiaino dopo cucchiaino. Appena due anni dopo, nella primavera del mio primo fidanzamento, io e il mio amore biondo passavamo la pausa pranzo seduti sulla fontana di marmo gelido di piazzale Aldo Moro, lontani dalle file e dalle chiacchiere dei compagni di corso. Lui apriva la sua borsa a tracolla di tela grigia ed estraeva due yogurt e due cucchiaini. Ci pareva il giusto contrappunto ai nostri baci, noi che campavamo di amore e di poesia. Per qualche mese ci compiacemmo di quella immagine di sobrietà e leggerezza. Poi tornammo a mangiare davvero.

Yogurt e budini però continuarono ad accompagnare la mia vita amorosa e il percorso della mia indipendenza. Persino i primi viaggi sull’altra sponda del Mediterraneo. La pennellata densa di yogurt a stemperare il sugo rosso dell’Iskender Kebab, il piatto di carne arrostita che i turchi dedicano a Alessandro Magno. Il budino pallido del venditore ambulante per le strade di Ramallah, mangiato con un unico cucchiaino condiviso con gli altri clienti e sciacquato malamente in un bicchiere di vetro, quando l’indignazione e la solidarietà erano più forti nel nostro cuore appassionato delle più elementari norme igieniche. Il sutlac, il budino di riso delle pasticcerie di Istanbul, con sopra una crosticina bruciata che si deve spezzare con un gesto deciso per poter affondare nella crema profumata di vaniglia sottostante. Oggi, che non ho bisogno di dimostrare attivismo e originalità in ogni momento e ho ritrovato il gusto di passare una serata pigra sul divano davanti a una serie tv, mi piace accompagnarla con le cucchiaiate di uno yogurt cremoso che non avrei mai trovato nel frigorifero dei miei genitori.

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