I get you

Alcuni anni fa un progetto europeo a cui tenevo molto utilizzò come slogan per una campagna di comunicazione sull’inclusione dei rifugiati nella comunità l’espressione “I get you”. Ci volle un po’ per coglierne il senso e sinceramente per il pubblico italiano non funzionò mai bene: sotto sotto tutti la traducevano con “ti prendo”, o qualcosa di simile, e trattandosi di “extracomunitari” veniva subito da pensare al poliziotto che controlla i documenti.

Niente di più lontano dal senso reale dell’espressione, che si potrebbe tradurre con “ti capisco, so come ti senti”. Oggi mi è tornata in mente di colpo in almeno due circostanze. Una prima volta, parlando con una collega di cose di lavoro, ho realizzato di aver risposto bruscamente e che lei, a sua volta, alla mia risposta brusca stava reagendo con rabbia. Ci siamo fermate in tempo, riconoscendo l’una nell’altra uno stato d’animo simile: quello di chi cammina su una lastra di ghiaccio molto sottile ed è pronto a scattare per un nonnulla. Effetto Covid.

La seconda volta, su Facebook, mi è apparso di nuovo chiaro un conflitto che pare inevitabile: genitori versus professori. Se prima pareva un dialogo tra sordi, adesso si smette del tutto di argomentare, a parte pochi coraggiosi. Io stesso mi sono rassegnata a evitare l’argomento scuola con un buon numero di amici insegnanti, già da tempo. In pandemia, poi, confrontarsi in maniera costruttiva pare impossibile. Siamo tutti feriti, arrabbiati, frustrati e spaventati. E, per questo, ancora più pronti a mordere.

Ci dobbiamo rassegnare a interpretare il ruolo degli antagonisti sempre e comunque, forti dei reciproci pregiudizi? Possibile che non si riesca a emergere da questo copione? Non so, ma se si potesse si dovrebbe ripartire proprio da quelle parole che non mi andavano giù anni fa: I get you.

Sono tempi duri per esercitare l’empatia. A giudicare da quel che si vede in giro, chi subisce un danno deve prima di tutto identificare un colpevole e sbraitargli contro. E certamente stiamo tutti subendo dei danni, e per alcuni si tratta di danni spaventosi, gravissimi, forse irreparabili. Infatti si sbraita spesso e volentieri, un po’ ovunque.

Però oggi, cogliendo nello sguardo esasperato della collega la mia stessa dolorosa esasperazione, mi dico che in fondo siamo tutti nella stessa barca. A volte è difficile crederlo, in un periodo in cui le diseguaglianze si allargano velocemente. Ma credo davvero che tutti stiamo soffrendo, anche quelli che non ci sembra abbiano il diritto di farlo perché hanno lo stipendio garantito, la casa di proprietà, la solidità o la libertà che a noi pare di perdere.

I get you.

1 commento su “I get you”

  1. Queste tue osservazioni sono particolarmente esatte, secondo me, davvero corrispondenti a questo periodo tanto denso e difficile e prima di tutto inaspettato. E anche, devo dire, struggente, carico come è di squarci interessanti e rivelatori. Ti ringrazio per la condivisione e ti auguro un giorno buono, con il desiderio forte di incontrarci presto, senza sprecare occasioni. Proviamoci. Rosaria 

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