Mio padre e i tre porcellini

Un paio di settimane fa, cercando materiali utili a una giovane dottoranda tra le carte di mio padre, ho trovato un suo scritto che rende benissimo quello speciale tipo di scherzi letterari che a casa mia erano pane quotidiano e in cui lui in particolare eccelleva. Da piccola, pur non comprendendo pienamente tutti i riferimenti, questi standard mi parevano del tutto normali. Il che spiega molte cose, temo…

Il foglio, dattiloscritto, è titolato a penna blu in calligrafia falsamente infantile. (Sospetto che il titolo potesse essere un tema reale assegnato a qualcuna delle mie sorelle: è datato 16 giugno 1986).

Tema: Illustrate un’opera classica che vi ha colpito e spiegate perché

Componimento

Santola Màrica, quando avevo sei o sette anni, mi regalò un album illustrato che, allora, era pubblicazione da famiglie borghesi, intellettuali, cittadine e benestanti ed oggi ha un notevole valore di affezione in quanto deve essere una delle prime edizioni italiane a colori dei disegni di Walt Disney. Era la storia dei tre Porcellini. Se ancora ricordo contenuto e figure, fra le migliaia e migliaia di libri letti e visti, se i suoi personaggi e la loro Weltanschauung la vincono ancora nei miei ricordi come massime di comportamenti attuali e saggie, vuol dire che fui molto lusingato, fiero, colpito da quel dono. Oppure che nella storia, genialmente proposta alla società americana degli anni trenta da un socialista umanitario, come De Amicis o Charlie Chaplin, quale fu il geniale inventore dei cartoni animati animalesco-umani, v’era un significato ricco di secolare esperienza umana. Fatto sta che me lo ricordo ancora e che mi piace identificarmi, per le scelte difficili e paganti della mia vita, nel porcellino saggio: il più maturo e lungimirante dei tre.

L’identificazione psicologica nasce, mi sono detto tante volte, da un contrasto. Istintivamente mi era congeniale l’allegra ed immediata spontaneità scioperata del primo porcellino. Anteporre alla propensione al canto e alla socievolezza senza remore il dovere molesto di pensare a dove rincasare mi è sempre sembrato reazione di vecchi notai, come il Pepli Grusovin, avaro collezionista senza figli di francobolli, di professione notaio pieno di soldi, che centellinava persino i saluti per strada ed aveva una moglie di età indefinibile che sembrava imbalsamata con una carica meccanica che la facesse muovere in sorrisi stereotipi. Neppure il secondo porcellino mi stava antipatico, almeno fino a non avere letto la fine lieta e drammatica del racconto. La sua inclinazione a sbrigarsi nel fare, per convenzione più che per convinzione, le cose che si fanno, la sua moralità superficiale per non farsi passare per stravagante e insieme non impegnare troppo del proprio desiderio di allegria e socievolezza apprezzata, mi piaceva. Un po’ di impegno, per la casa di rami, solleticava una vena o geniaccio manuale ed ingegneristico, senza costringere ad una regola di lavoro senza respiro per gli accostamenti e le soluzioni della fantasia, con qualche precario risultato estetico e con la previsione di avere comunque un riparo medio, come tutti gli altri maiali del mondo. Entrambi i due primi porcelli col codino arricciato ed il berrettino alla marinara, come il mio e quello uguale di mio fratello Mundi, mi piacevano ed attiravano infine in una elementare solidarietà per la loro genuina allegria e la loro spavalda sicurezza. Chi ha paura del lupo cattivo? Lo vogliamo pigliare vivo! Non gli avrebbero naturalmente fatto alcun male. Ridevano ballando e cantando di lui e del suo spauracchio che aveva atterrito generazioni di porcelli, loro imbelli e grassi progenitori.

Il meno simpatico dei tre mi pareva proprio il terzo maialino: previdente, apparentemente asociale e calcolatore per il suo tornaconto, un po’ fifone come la stirpe dei maiali, destinati, dopo tutto il loro preoccuparsi del cibo e della quiete, a diventare prosciutti con fine sanguinolenta e ingloriosa. Barba Toni, che uomo mite e buono lasciò in eredità al figlio Ado, semplice, sentimentale, il mestiere truce di “purzitèr”, mi aveva quasi obbligato a constatare con angoscia questo destino dei suini. Ragione di più per solidarizzare con la malinconica e intensa allegria umanistica dei primi due.

Eppure come mio modello sociale scelsi il terzo. Solo lui, compresi a fatica, era un realista e non sacrificava a fallaci illusioni la gioia di vivere e di cantare, con adesione di razza e di sangue, insieme ai suoi fratellini spensierati. Solo lui non sottovalutava la tradizione del popolo maialesco, che nell’inconscio e nella memoria generazionale aveva giusta paura del più forte lupo. Solo lui, di fronte alla fatica e ai dileggi di incomprensione dei fratelli, metteva su, mattone su mattone, la sua casa. Rifugiati intorno al caminetto, in una gioia più raccolta ed intensa di quella esteriore, i due fratelli dovettero riconoscerlo quando furono messi in salvo dalla sua previdenza suina e dalla sua tenacia, apparentemente egoistica e solitaria. Aveva un bel soffiare il lupo, con la rabbia che il mattone e la muratura resistevano meglio delle frasche e ei rami dei “camping”! Ma quello che più mi divertiva era lo strategico paiolo messo freddamente a bollire, prevedendo le mosse del lupo, così da farlo uscire urlante dal nero camino in cui a ritroso s’era improvvidamente calato con smania incontenibile di cotolette. La figura del sedere rosso e spelacchiato del lupo nero dai peli ritti, ululante per la foresta in una lunga fuga delusa, mi confortava nella mia razionale ammirazione per il terzo porcello, che mi sembrava anche affettivamente il più ricco. Ho un solo rimpianto, ad oltre mezzo secolo d’età. Temo di non avere saputo costruire una casa di mattoni ed il soffitto rigato della stanza da pranzo mi angoscia in questo timore.

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