Momento topico


Quanto ero in ansia per la prima recita della scuola materna. Ero agitatissima. Non so spiegare perché, ma ho la sensazione che Meryem stia attraversando un momento di crescita importante in questi mesi. E’ un po’ agitata, di notte litiga nel sonno, si agita, grida “no, no e poi no!”. Parla dei suoi amici di scuola, ma anche dei piccoli soprusi quotidiani (“Oggi Marta non mi ha fatto prendere le costruzioni”. “Andrea si è seduto senza salutarmi”). Elabora costantemente in quella sua testolina. E oggi io avevo paura che si sarebbe emozionata, che si sarebbe sottratta in qualche modo. E invece no, stava lì con il suo cappellino da Babbo Natale e ripeteva diligente le poesie, batteva le mani, faceva il girotondo. Era contenta. C’era anche Nizam, un altro che sta facendo degli sforzi enormi in questo periodo. Ho apprezzato davvero che anche per lui fosse importante questo piccolo appuntamento. E c’era, ovviamente, anche la tata Silvana. Io ho pianto con discrezione. Caspita, com’è faticoso essere genitori. E, a dirla tutta, fa anche un po’ paura.

Fragile


Ieri è stata una giornata particolarmente dura per me come madre. Forse perché in questo periodo sono tesa, forse per congiunture astrali, fatto sta che a un certo punto mi sono trovata seduta sul divano in lacrime a chiedermi se si può soffrire di depressione post partum a tre anni e mezzo dal parto stesso. Scherzi a parte, certe volte con Meryem ho delle difficoltà dovute in gran parte alla mia fragilità di questo momento. Mi dispiace che la bambina veda i miei cedimenti, ma d’altronde (l’ho già scritto in un’altra occasione) non ho mai finto con lei. Non voglio e non posso. E se è giusto trattenersi per non terrorizzarla, è giusto anche non ostinarmi a manifestare una graniticità che non mi appartiene affatto.
Detto questo, voglio fissare due momenti splendidi, a mo’ di incoraggiamento. Sabato, tornavamo in macchina da Collepardo. Sul raccordo, all’altezza di Tor Vergata, sullo sfondo del tramonto gli storni iniziano i loro disegni geometrici stupefacenti. Uno spettacolo che mi richiama molto i primi anni di Università, via Palestro e tante altre fantasticherie, ma che è oggettivamente straordinario. Meryem, senza esitazione, lo definisce così: “Una tempesta di uccellini!”. Meraviglioso. Il secondo piccolo prodigio sono le filastrocche che inizia a recitare. La soddisfazione di memorizzare a mia volta un testo imparandolo solo da lei. Lo trovo straordinario, anche se è normale.

Mother’s little helper


Difficilmente vado dal mio medico. Riceve in orari poco compatibili, c’è sempre un sacco di fila e, non ultimo, ha in cura tutta la mia famiglia, tata compresa. Insomma, devo essere proprio moribonda. Ieri, dopo tre giorni di febbrone serale e alla fine anche diurno, lo ero. Quando mi ha ricevuto, il mio messaggio è stato chiaro ed essenziale: “Sì, ho la tosse, ho la febbre, ma soprattutto mi deve rimettere in piedi. Ora. Devo passare il weekend con una bambina di 4 anni piena di energie”. Il dottor C. è un tipo pacato, di poche parole. Appurato al primo sguardo che ho una laringotracheite, mi ha rapidamente prescritto le seguenti cose: pasticconi di antibiotico formato famiglia, lo sciroppo per la tosse più cattivo del mondo e il “tiramisù”. Ecco, già vi vedo: state pensando male. Ma il dottor C. è un professionista integerrimo. Quindi l’aiutino consiste in fialette a base di una roba chiamata Q10. Costosetta, a dire il vero. La farmacista mi ha rassicurato sul fatto che tutte le mie cellule respireranno meglio. A me l’immagine, francamente, non diceva granché. Le ho spiegato la richiesta alla base della prescrizione. “Ah, allora va benissimo. Continuerai a star male, ma non te ne accorgerai”. Ecco, l’obiettivo è precisamente quello. Speriamo che funzioni. Grazie in anticipo, dottor C.

Applauso


Oggi Meryem andava a teatro a vedere Don Chisciotte. Non sono convintissima che lo spettacolo fosse adatto, visto che domani andrà a vederlo mio nipote, decisamente più grande. Lei, interrogata, non era prodiga di particolari. Ricordava un tal Sancio Panza e poi che c’era un cavallo, “ma non ricordo come si chiamava”. E poi? “Basta”. Poi ci pensa e si sente in dovere di aggiungere: “Però abbiamo applauso tanto. Così”. E fa del suo meglio per simulare l’effetto di una scolaresca entusiasta. Mi sa tanto che abbiamo vissuto un’esperienza simile… (vedi post precedente).

Esperienze interculturali


Snelle procedure burocratiche analoghe a quelle descritte nel post precedente mi hanno regalato, per la notte scorsa, quattro ospiti curdi. Una famiglia con due bimbe: tutti deliziosi, ma in numero sufficiente a rivelare gravi carenze strutturali di casa mia in materia di ospitalità. Non avevo lenzuola non appallottolate. Non avevo cuscini, rimediati alla svelta da mia madre. Non avevo coperte. Non avevo tazze per la colazione, né cucchiaini. L’unica cosa che possiedo in congrua quantità sono gli asciugamani, tutti diversi per colore, forma, dimensioni e stato di conservazione. Non ho neppure portaceneri. Un disastro. Nizam poi aveva completamente sbagliato nella stima delle età delle bimbe, per cui alla fine se ne è andato a dormire da suo fratello insieme al padre delle piccole, abbandonando me con le femmine del gruppo. Un livello di comunicazione prossimo allo zero. Considerato che questo arrivava alla fine di una giornata in cui tutti i programmi erano saltati e dunque Meryem era discretamente delusa dalle mie incaute e fallaci promesse, c’erano tutte le premesse perché la situazione esplodesse tragicamente.
E invece, tornando trafelata da una mezza serata di lavoro che si è andata ad incastonare in questi progressivi aggiustamenti organizzativi, ho aperto la porta e ho visto, nell’ordine: il mio salone invaso di curdi di ogni forma e dimensione (mi ci è voluto un po’ a capire chi fossero gli ospiti e chi gli accompagnatori) e Meryem che giocava in camera sua con le due bambine. Parlavano ciascuna la sua lingua e si intendevano alla grande. Per una volta ho sentito dei bambini pronunciare il nome di mia figlia senza sforzo e senza sguardi allibiti. E’ una strana sensazione. Insomma, una scena carina, anche se mandarla a letto e, soprattutto, portarla a scuola stamattina ha richiesto sforzi imponenti e qualche urlaccio, a dirla tutta.
Sabato mattina, altra esperienza interculturale. In un nuovo parco giochi dalle condizioni atmosferiche proibitive (non un raggio di sole fino a mezzogiorno e umidità al 200%), Meryem esplorava i trabiccoli lì presenti, quando si è sentita apostrofare così: “Chemmaiuti ascavà nnabuca?”. La dolce fanciullina romanescofona si chiamava Federica (e non Debbora, come ho immaginato io malignamente in un primo momento) ed è riuscita, con la tenacia propria dell’indigeno, a superare le diffidenze di Meryem, limitandosi ad ignorarle. Di lì a poco, giocavano allegramente con lo Skifidol (si chiama così quell’orrore appiccicaticcio?) e sminuzzavano la vegetazione generosamente divelta dal nonno di Federica (io di mio mi sarei opposta, ma davanti all’adulto ho esitato. Però ho frenato le due minori, mentre il nonno era distratto, dall’impresa di abbattere un giovane albero per coglierne le foglie). Insomma, una mattinata inaspettatamente gradevole. Poi è persino passato Nizam a prenderci e la Guerrigliera era al settimo cielo. “Lo vedi, Federica? Lui è il mio PAPA’!!!!”. Lei ha ribattuto, rivolta a lui: “Ah, be’. Che, ce dà ‘na mano?”.

Dall’oltretomba


“Più stai a letto, più stai male”. Con questa sua massima curda, Nizam è uscito con Meryem ieri mattina, lasciando quel che restava di me in stato semivegetativo e alquanto spiaccicato. Un tremendo virus gastrointestinale si è abbattuto su di me come su molti genitori e familiari dei piccoli untori. I mostrini se la sono cavata con un paio di vomitate notturne. Noi, no. Non vi sto a descrivere: chiunque ci sia passato lo sa. Io, volenterosa, ho anche seguito il consiglio di Nizam e mi sono piazzata sotto la doccia pur avendo 38.2 di febbre. Non so quanto sia stata una buona idea. Mi sono dovuta rassegnare a un’evidenza che non finisce di sorprendermi: quando sto troppo male per andare al lavoro, sto troppo male per fare qualunque cosa. Solo oggi, dopo quasi 30 ore di totale digiuno, riesco a mandar giù un po’ di riso bollito e un tè al limone e il mondo, nonostante l’acqua a catinelle, ha assunto già un altro colore. Forse domani sono di nuovo viva.

Ammamma


Frammento di esilarante conversazione telefonica origliata mentre aspettavo l’arrivo del dottore. Starring: la segretaria dell’ospedale.

“Ciao, ciao Patata! Allora? Sei arrivata a casa? Tutto bene, Patata? Come è andata a scuola?”

Breve pausa

“Ma come, chi sono? Sono MAMMA!!!”

Qui la sala d’aspetto al completo si è sganasciata dalle risate. La domanda inevitabile che tutti all’unisono, ci siamo posti, è stata: ma quante altre persone la chiamano “Patata” a questa ragazzina (che frequenta, abbiamo poi tutti appurato, la prima media)?

La conversazione è proseguita più o meno così (l’intercalare ammamma era finalizzato, immagino, a fugare ogni ulteriore possibile equivoco sull’identità della chiamante):

“Allora ammamma, come è andata a scuola? Tutto bene ammamma? Matematica? Sì, ieri avevi fatto i compiti con zia, non è vero ammamma? Come? Li avevi lasciati a casa ammamma? TUTTI? Guarda che se dici sul serio ti chiudo il telefono. SIIIII?” CLICK.

Ora io mi chiedo: ridursi così è inevitabile? E che profondo senso pedagogico ha chiudere in telefonoin faccia a una figlia che era tanto ansiosa di parlare con te che non ti ha nemmeno riconosciuto?