Riscaldamento


Hanno acceso di nuovo i termosifoni. E’ la stagione dei panni messi ad asciugare in emergenza la sera prima, che qualche ora dopo sembrano un cartoncino bristol, ma si possono anche indossare. E’ anche la stagione della tosse, degli aerosol, degli interrogativi sui termometri digitali. Con Meryem non abbiamo ancora iniziato, ma ci ha pensato il kebabbaro a farci fare un po’ di allenamento in questi giorni. Si comincia a vedere in lontananza il Natale, con i suoi festeggiamenti un po’ rapidi e quasi imbarazzati a cui la mia famiglia è abituata da tempo. Anche di quello abbiamo fatto una specie di prova generale, sabato scorso. Sabato mattina, per salutare i miei zii calabresi, nel salone di casa di mia madre si era spontaneamente radunata una buona parte degli invitati del 24 dicembre (sorelle, mariti, l’altra zia). E il discorso è caduto sui Natali di tanto tempo fa, che erano segnati dall’arrivo dei cugini di Reggio e dalle visite culturali a cui mio zio ci costringeva, ma anche dal mercante in fiera a cui non potevo partecipare perché troppo piccola (e morivo di rabbia). Ricordi, i soliti ricordi abituali, che non mi sorprendono più di tanto.

Domani Nizam parte per la Turchia, allora. Alla fine, onestamente, il mio ritmo non cambierà più che tanto, nelle ore diurne. Ho già detto che mi pesa e non ci torno su, almeno per ora. Oggi mi sono ripromessa di abituarmi all’idea. Un altro paio di cose mi sono ripromessa, ma il momento dei buoni propositi lo riserviamo per il compleanno. Tra poco inizierà il mio ultimo anno prima dei quaranta, quello che devo utilizzare al meglio per arrivare preparata e ben disposta a questa quarta cifra tonda della mia vita. Consigli? Dài, su, datemi dei consigli per il mio anno del -1. Che ci siate già arrivati o no, è un buon momento per un brainstorming di saggezza.

Vedendo facendo


Caminante, no hay camino 
se hace camino al andar (Antonio Machado)

Non riesco a disgiungere questa citazione dalla persona da cui l’ho sentita la prima volta, uno psichiatra molto impegnato nella riabilitazione delle vittime di tortura, una persona solare, brillante, spiritosa e appassionata. Sono molto affezionata a Giancarlo e gli sono grata per questo verso, che ha il potere, ogni volta che lo sento, di farmi riflettere come la prima volta.

Io sarei un tipo piuttosto ansioso, amante della pianificazione. Da quando è nata Meryem ho fatto, a periodi, della routine la mia religione. Però, allo stesso tempo, sono anche un tipo che sbuffa delle costrizioni che si autoimpone. Che sognerebbe la botta di matto, l’improvvisazione. Una delle esperienze che ricordo più piacevolmente è un viaggio in macchina (con il mio ex) che, più tardi, avremmo titolato “viaggio del già che ci siamo”. Eravamo in Trentino, pioveva. Siamo andati a bere una birra a Monaco. E, già che ci siamo, siamo finiti in Svizzera. E poi in Lussemburgo. E poi sulla Costa Azzurra. Un’ammazzata, a dire il vero, di cui ricordo immagini confuse, benzinai immersi in panorami di prati verdi e le lussuose vetrine di San Gallo in una silenziosa domenica d’agosto. Ma ricordo anche la piacevolezza di aver deposto il mio fardello preferito, il programma.

“Non c’è cammino, il cammino si fa camminando”. Provo sensazioni ambivalenti, leggendo queste parole. Da un lato mi viene l’ansia e, forse, un po’ di fastidio. Mi passano davanti le immagini dell’improvvisazione approssimativa che troppo spesso caratterizza il lavoro sociale e molti altri lavori. Il reinventarsi sempre da zero, più per mancanza di metodo che per vero estro. Ma penso anche all’inadeguatezza dei metodi, delle procedure, davanti alla varietà infinita della vita. Penso a quanto è difficile immaginare un questionario a risposte chiuse che non tradisca la realtà che si ha di fronte. Con tutta la pianificazione e la fantasia dei pianificatori, al primo test ci saranno almeno due o tre elementi che non si incasellano. Penso al fatto che, come mi diceva oggi Giulia, quando si cerca una cosa la si cerca già secondo un proprio schema mentale. E che sul web ci pensa il motore di ricerca, qualche volta, a rimescolare le carte. Quando studiavo, ci pensava il caso. Fatte le mie ricerche bibliografiche, lasciavo sempre un tempo per girare per gli scaffali, sfogliando a caso libri e riviste. Gli spunti di ricerca più interessanti mi sono arrivati così.

Anche nella vita sociale il caso mi regala molto più della programmazione. Non finisco mai di sorprendermi di quanto l’imprevisto sia più godibile dell’organizzato. Fosse solo perché non me lo rovino con le mie impietose aspettative. Se il cammino si fa camminando, non resta che andare. Da qualche parte si arriva sicuramente. Da tempo ho rinunciato ad arrivare dove credevo di volere arrivare. Ora cerco di godermi il sentiero, con gli occhi aperti. Vedendo facendo, dice mia madre calabrese. E magari anche facendo vedendo.

Strategie di sopravvivenza


Stamattina si registrano due novità fondamentali: Nizam è schiantato a letto con la febbre a 39 (dal suo letto di dolore ogni cinque minuti si sente bofonchiare “Ma al negozio non c’è nessuno…”) e abbiamo inaugurato il nuovo orario per lo spettacolo del Teatro Verde, alle 11 di domenica mattina. L’ultimo spettacolo a cui avevamo assistito, un po’ per i posti infelici, un po’ per il ritmo non proprio accattivante, ci aveva un po’ deluso – o piuttosto aveva deluso me, Meryem ha russato dall’inizio alla fine. Ma oggi è stata tutta un’altra storia.

Abbiamo assistito a Il pifferaio di Hamelin, una collaudata produzione del Teatro Verde stesso fin dal 1988. Lo spettacolo è degno dei migliori che avevamo visto lo scorso anno (i due migliori sono senz’altro Il sogno di tartaruga e I cavalieri della tavola gioconda): il giusto mix di recitazione, musica (la rock band dei topi è irresistibile), coinvolgimento dei bambini in sala, battute e allusioni per tenere alto il morale dei genitori in sala. La durata è giusta (circa un’ora) e Meryem ha gradito moltissimo.

E così la mattina è andata. Nel pomeriggio ci aspetta un’amichetta per giocare. Siamo arrivati verso la fine di questo weekend un po’ complicato!

 

Con effetto immediato


Prima o poi doveva toccarci. Nizam non è mai stato molto assiduo nelle visite in patria (si registrano 2 viaggi in 10 anni), ma ci sono dei limiti che neanche lui si sente di superare. Non è che andare a trovare i suoi non gli faccia piacere. Ma, superati gli ostacoli burocratici, è sempre stato incapace di staccare dal lavoro. Figuriamoci ora che il lavoro è il suo negozio. C’è un tratto che ho imparato a riconoscere come caratteristico del suo carattere. Se decisione deve essere, che sia repentina. Ricorderò sempre un pomeriggio (vivevamo insieme da poco) in cui mi si presentò a casa un po’ prima del solito dicendo: “Me ne vado in Germania per sempre. No, scherzo. Vado solo a Bolzano”. E, ciò detto, ha preso la porta ed è uscito. Per i successivi tre giorni mi sono chiesta se il “per sempre” facesse parte dello scherzo o no. Programmare non è da lui. E, aggiungiamolo, non è che lo si possa accusare di ipercomunicazione.

Ieri sera quindi non mi sono stupita più di tanto quando mi ha chiesto di comprargli, seduta stante, un biglietto di sola andata per la Turchia. Cioè, come sempre mi sono passati per la testa tutti i pensieri possibili, a partire da “Mio Dio, mio Dio, ci sta abbandonando per sempre”. Ma in sette anni con lui ho imparato almeno a non rendermi eccessivamente ridicola e a tenermi per me una buona parte delle mie pippe mentali. Parte la prossima settimana e torna… Boh. Torna, torna. Sostiene che non vuole fissare una data perché spera di anticiparla. Mah. Mi pare chiaro che non ci sarà per il mio compleanno. E vabbè, prossimamente su questi schermi ricomincia il reality. “Ma noi come facciamo senza papà?”, mi chiede la Guerrigliera. Non ha un tono lagnoso o recriminatorio. Mi pare che esprima pura e semplice curiosità. Non saprei, tesoro. Ma ce la caveremo anche stavolta.

Da un momento all’altro


Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce (Salmo 102:15-16)

Ieri sera Nizam mi raccontava che un signore egiziano, titolare di un negozio di kebab, l’altra sera è morto in un incidente. 48 anni. Tornava a casa in motorino con  la moglie. E la sua vita è finita così, senza appello. E’ il secondo tragico incidente di cui ho notizia, questa settimana. Cercavamo su internet la notizia e abbiamo realizzato, in quelle righe e righe del motore di ricerca, quante persone perdono la vita così, in un momento, ogni giorno. Quante persone si lasciano dietro. Quanti progetti, piani, programmi restano appesi lì, senza più senso.

In questi giorni sto leggendo un giallo, uno di una serie che mi affascina oltre misura. Si tratta dei libri di Maurizio De Giovanni, ambientati nella Napoli fascista. Il protagonista, il commissario Ricciardi, ha una strana peculiarità. Vede i morti e, più precisamente, i morti di morte violenta. Ma non ci può conversare, come Bruce Willis ne Il sesto senso. Sarebbe troppo facile, visto il suo mestiere. Li vede fermi nel momento in cui sono morti e riesce a sentire l’ultimo pensiero che hanno formulato. Solo quello. Tipo lo scaricatore di porto travolto dalla cassa che pensa “Ancora una e poi vado a casa”. Trovo incredibilmente azzeccata questa trovata letteraria. Coglie pienamente quello che io e Nizam ci siamo detti ieri: è incredibile a volte pensare quanto siamo e restiamo fragili, precari, facili da falciare via. Indipendentemente dalle sicurezze che pensiamo (o meno) di esserci costruiti.

 

Colpi di fortuna


Un mio collega, un gesuita sloveno, ogni volta che mi vede (circa due volte l’anno) mi dice immancabilmente: “Ma che bello, tu sei sempre così sorridente, così positiva!”. In effetti ogni volta che lo dice mi scappa da ridere, e così finisco con il confermare involontariamente la sua impressione. Positiva, io? Sono stata una delle adolescenti più ombrose della storia. Anche da adulta, tendo decisamente al ringhioso, con spettacolari scoppi d’ira. Ci sono colleghi poi che giurerebbero che mi porto sfiga da sola, vista l’innata tendenza a considerare “the dark side” di qualunque vicenda (avrei una carriera come avvocato del diavolo).

Ciò premesso, quel che è giusto è giusto: nella sola giornata di ieri mi sono toccati ben due colpi di fortuna. Del primo ho approfittato biecamente. Mentre mi rassegnavo ad andare alla presentazione di un libro con una Meryem decisamente poco incline a collaborare, mi si è presentata inaspettatamente un’occasione d’oro. Si materializza davanti a me Nizam che, ignaro, pensava di stare qualche ora a casa per riposarsi. Prima che se ne rendesse pienamente conto, mi sono data alla fuga (nella fretta ho dimenticato persino la borsa…), dandogli una splendida occasione di godersi la compagnia di sua figlia. Ehm. Lo so, non è stato correttissimo. Ma l’occasione fa la mamma stronza. Credo che mai più il kebabbaro si azzarderà a modificare la sua routine quotidiana. Piuttosto dormirà in macchina nascosto dietro un cassonetto.

La seconda fortuna è stato il libro in cui mi sono imbattuta. Non credo che mi sarei messa a leggere un libro sulla storia di un bimbo nato a 27 settimane se non avessi avuto un’opportunità così palese. Conoscere l’autrice, partecipare a una presentazione brillante, interessante, con un mix di registri davvero avvincente. E il libro, Soldo di cacio di Silvia Mobili, piacevole al tatto e di formato amichevole (comodo da portare in borsa e adatto a una lettura in autobus e a letto), me lo sono divorato in poche ore. Mi sarei persa davvero qualcosa se non l’avessi letto. E’ una storia che fa pensare, da molti punti di vista. Sono sicura che ognuno ci potrà trovare uno spunto particolare. Non è solo un libro di informazione, ma apre comunque mondi inesplorati. Riesce ad essere un’opera “di servizio”, pur essendo prima di tutto una narrazione di respiro universale. Perché universale è l’esperienza che mette l’uomo davanti alla vita e alla morte. Non serve essere mamme per sentirsi interpellati.

E’ molto raro, credo, che chi ha vissuto da protagonista una vicenda così riesca a scriverne con questa lucida sobrietà, che non toglie niente alla sincerità del racconto. Niente toni enfatici, niente punti esclamativi. Quello che più mi ha colpito è probabilmente la capacità di non assolutizzare la propria esperienza, pur così singolare. Tutto il libro parla di rapporti, di natura diversa: con il bambino, con il compagno, ma anche con gli altri genitori, con i medici, con gli infermieri. La mancanza di disperazione in queste pagine non è data soltanto dal lieto fine della vicenda: deriva specialmente dall’apertura che Silvia sembra aver conservato sempre, in quella condivisione nonostante tutto. Anche il libro, uno spazio tanto intimo, ha riservato delle pagine per gli altri, una sezione finale in cui parlano i medici e parlano soprattutto gli altri genitori, che raccontano altre esperienze di bambini prematuri. Persino i ringraziamenti finali sono significativi: mi hanno colpito soprattutto quelli alla pediatra Asl “che fin dall’inizio non ha voluto sentir parlare di ‘prematuro’ ma solo di bimbo”. C’è consapevolezza, c’è speranza, c’è voglia di fare in queste pagine. Si parla anche di una proposta di legge per tutelare queste maternità del tutto speciali. Si danno alcuni sobri, assennati consigli.

“Non dimenticherò mai quanto sono stata fortunata”, scrive Silvia alla fine della sua narrazione. Ecco, io credo che tutti noi dimentichiamo troppo spesso le nostre fortune. Grazie alla mamma di Riccardo/Soldo di Cacio per questo bellissimo promemoria.

Al dunque


E’ una sera in ogni caso importante. Forse non fatale, sicuramente non risolutiva. Io, come ho già scritto a suo tempo, non mi sento di fare trenini. Non mi sento neanche di brindare. Sto a guardare, in attesa. Mi frullano in testa domande a cui non sono in grado di dare risposta. Penso che attraversiamo un momento delicato, complesso.

Però non sono sola. Non lo ero neanche mentre seguivo con la coda dell’occhio le immagini dal Quirinale. Meryem sbircia, chiede. E io rispondo. Ora che lei si addormentata io ripenso a come le ho risposto e mi ritengo soddisfatta di quel che ho detto, che poi è esattamente quel che penso. Parafraso le mie risposte alle sue domande, in una simulazione di narrazione.

Questa persona, che comandava in Italia, oggi va via. Mamma è contenta che vada via, perché non è stato bravo a comandare. Crede che abbia fatto tanti sbagli gravi. Anche le persone lì sono contente che vada via. Sì, alcuni credono che debba andare in prigione. Quindi è giusto che vada via, ma non mi piace il modo. Sai quando si vuole fortemente una cosa bella, magari per un buon motivo? Poi però magari la si ottiene nel modo sbagliato. Il modo giusto di cambiare chi comanda è votare. Sai quando si scrive, si sceglie il nome di chi comanderà? Sì, tanti hanno scritto il suo. Tante persone. Ecco, io avrei preferito che quando era il momento di scegliere, avessero scelto qualcun altro. Perché si sapeva già che non era bravo. E allora perché ora succede così? Ecco, amore, io questo bene bene non lo so. Diciamo che gli altri Paesi hanno detto che o lo mandavamo via o avremmo avuto grossi problemi. Ma anche questo non è che mi piaccia molto. Continua a leggere “Al dunque”