Più libri, più liberi: una recensione “a scrocco”


Ieri era proprio una giornata del cavolo. A volte mi capita di peccare di eccesso di pregustamento. Pregustavo da un paio di settimane la fiera della piccola e media editoria, croce e delizia degli appassionati di libri squattrinati e cordialmente detestata dalla Guerrigliera fin dalla più tenera età, con una coerenza degna di miglior causa. Stavolta, come due anni fa, si prevedeva incontro con celebrità del calibro di Mammamsterdam in occasione della presentazione di un’opera imprescindibile nella libreria di ogni desperate parent che si rispetti: La risposta del cavolo. Già, proprio come la giornata.

Era questo che vi stavo raccontando. Dormo male, mi sveglio febbricitante e di pessimo umore. Litigo con il mondo, a partire da me stessa. Ringhio, sbuffo, protesto, strascico i piedi. Eppure tutto concorre a esaudire ogni mio desiderio: improvviso cambio di programma di tata Silvana, che in collaborazione con la nonna si spupazza Meryem da ieri alle tre a stamattina compresa, togliendomi ogni pensiero di orario. Passaggio in macchina all’andata e al ritorno. Quasi nessuna fila in biglietteria. Regali di compleanno che continuano a piovere inattesi a oltre una settimana dal giorno deputato. Ma è stato solo versando il mio tradizionale obolo allo stand di Exòrma che sono tornata in me, o meglio nella parte di me meno antipatica, e ho fatto quello che in fondo mi viene piuttosto bene: ho condiviso.

Io in una grossa Fiera affollata ho lo stesso blocco che mi afferra nei supermercati troppo grandi: mi paralizzo. Rispetto ai libri per bambini, poi, il problema aumenta: guardo di qua e di là, sbavo a destra e a sinistra, ma alla fine non metto a fuoco come si deve e finisco per non comprare assolutamente nulla. Però, ieri come in altre occasioni, mi sono giocata la carta segreta: mia sorella Marina.  Lei sì che conosce il territorio. Parte alla caccia come un cane da tartufo. Quest’anno purtroppo ci siamo solo incrociate fugacemente, ma mi sono rivenduta con successo, in seguito, gli ultimi due stand che le ho visto visitare. Ed ecco qui le mie recensioni a scrocco di due piccole case editrici da sostenere, con forza, perché se lo meritano (oltre a Exòrma, naturalmente).

Iniziamo dalla prima chicca. Ho faticato a ritrovarla, perché il nome me lo ricordavo solo attraverso confuse associazioni, decisamente poco indicative: L’asino verde? La rana ubriaca? Alla fine era Orecchio acerbo. “Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”, li definiscono loro stessi. Noi abbiamo ancora la bocca spalancata. Dei gioielli di grafica, di idee, di fantasia. Facciamo un esempio? Guardatevi questo booktrailer… oppure questo, che testimonia la nascita di Hansel e Gretel illustrato nell’unico modo possibile per favola davvero spaventosa (“Non ho mai pensato che fosse per bambini, era piuttosto per me, per me quando ero un bambino”, confessa significativamente l’illustratore).

Seconda menzione per Edizioni Lapis. Segnalo in particolare la collana Arte tra le mani e, ancor più, la collana Staccattaccal’arte, albi davvero geniali in cui i bambini possono con degli stickers ricomporre o rimescolare opere di artisti come Klee, Mondrian o Kandinsky. A Meryem alla fine ho comprato questo, mentre zia Marina ha scelto, da Orecchio Acerbo, questo. Scaricatevi l’anteprima, ne vale la pena. E qualcosa mi dice che questo autore vada tenuto d’occhio…. anche il sito è bellissimo!

Cose da femmina


Questo post di Claudia e la notizia del catalogo svedese di giocattoli gender neutral, letta ieri, arrivano assolutamente opportuni in un momento in cui si sta combattendo l’ennesima piccola battaglia (soft e in realtà neanche espressamente dichiarata) tra me e la mitica tata Silvana. Oggetto del contendere: un meraviglioso giubbotto color melanzana, ereditato da una mia cara amica e diventato giusto in questi giorni di grande attualità, con l’arrivo (ancora un po’ incerto) dei primi freddi.

Qual è il problema? E’ da maschio, afferma la tata. “L’altro giorno non l’ho preso perché credevo che l’avesse dimenticato un amichetto”, ha buttato là una sera. E ancora: “Ma quelle toppe sono state messe a coprire dei buchi? Perché altrimenti potrei toglierle e la situazione migliorerebbe…”. Ora. Premetto che io non sono una fanatica del contrasto delle caratterizzazioni di genere. Sono ferrata sul tema, grazie anche alla capillare azione informativa e formativa di Genitori Crescono. Non mi convincono affatto alcune manifestazioni molto spinte, tipo quello di cui si parla qui, ma anche qui. Insomma, sarei portata a tenere sul tema un certo equilibrio, aiutata probabilmente dal fatto che con una bambina è più facile: se la vesti un po’ da maschiaccio di tanto in tanto non è oggetto di discussione quanto vestire un bambino da principessa o da ballerina. O almeno così credevo.

La giacca in questione è effettivamente appartenuta a un maschio. Eppure la ex proprietaria e io abbiamo concordato che a Meryem sarebbe stata benissimo. E infatti a lei piace. Le toppe incriminate come eccessivamente maschie hanno scritti sopra numeri e la parola “Rugby”. A parte che escludo che qualcuno vada a leggere esattamente le scritte, chi dice che una donna non possa giocare a rugby, o tifare per una squadra di rugby (per non parlare del fatto che a cinque anni spesso non sanno neanche che gioco è)? Però anche fuori casa la questione inizia a porsi. A casa di un amichetto che frequentiamo ho notato, ad esempio, che le definizioni “da maschio” e “da femmina” sono nette e usatissime.

Mi sembrerebbe un controsenso negare a Meryem la gioia di pavoneggiarsi con accessori e vestitini: oggi ha indossato i suoi primi stivali ed era eccitatissima. Domenica ha strappato al padre il suo primo “rossetto fucsia” (in realtà un lucidalabbra un po’ brilluccicoso). A Meryem peraltro tutte le mille sfumature di rosa/fucsia/viola donano molto (e per fortuna: per quanto uno si ingegni, finiscono per avere una parte preponderante nel guardaroba di una figlia). Ma ovviamente a scuola si va in tuta e scarpe da ginnastica (a parte oggi, che abbiamo dovuto mettere gli stivali nuovi!) e la giacca con le toppe continuerò a proporgliela.

In conclusione, cerco di tenermi neutrale sulla questione. Di assecondare, per quanto possibile, la libertà e il gusto di mia figlia, senza imbrigliarla troppo in canali prefissati, in un senso o nell’altro. Sono convinta che proprio su questi aspetti apparentemente più banali, ma delicati, noi genitori dobbiamo fare maggiormente attenzione a non sovrapporci troppo. L’altro giorno Meryem giocava con un amichetto e lo ha truccato. Prima di rimandare l’amichetto in questione a casa, è stato debitamente ripulito (non so come la pensi la sua mamma sul tema). Ma nessuno di noi ha fatto battute stupide, risatine o commenti inappropriati. E’ proprio dalla risatina sciocca dell’adulto che iniziano tante questioni, ne sono convintissima. Se crediamo che non ci sia da ridere, se vogliamo (davvero) che i nostri figli non facciano proprie etichette discutibili e tutti i conseguenti pregiudizi, non ridacchiamo. Punto. Una risatina inappropriata fa molto più danni alle questioni di genere (e non solo) di un tutù di tulle rosa indossato di tanto in tanto.

E voi, che ne pensate? Siete gender neutral o credete nei percorsi/colori/giochi differenziati?

Aggiornamento: Quando la tata si apprestava a togliere le toppe dello scandalo, è stata fermata da una Guerrigliera indignata: “Perché le togli? Le femmine non possono giocare a palla a volo? Io sono una ragazza SPORTIVA!”. E la cosa è finita così.

Il diritto di essere bambini


Avevo scritto prima un post che grondava così tanto moralismo che l’ho cancellato. Anche se non sembra, talora mi rileggo prima di pubblicare. Provo a riformulare.

Quando parliamo di diritti, oggi ad esempio di quelli dei bambini, tendiamo a pensare subito a quelle situazioni in cui essi sono palesemente violati. E, altrettanto palesemente, non da noi. Bambini soldato, bambini sotto i razzi, bambini sotto le bombe. E via così, di orrore in orrore.

C’è uno dei diritti del bambini che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Perché sono io, o almeno anche io, che dovrei renderlo effettivo.

“I genitori (o i tutori legali) devono curare l’educazione e lo sviluppo del bambino. Lo Stato li deve aiutare rendendo più facile il loro compito”. E, ancora: “L’educazione del bambino deve: sviluppare tutte le sue capacità; rispettare i diritti umani e le libertà; rispettare i genitori, la lingua e la cultura del Paese in cui egli vive; preparare il bambino ad andare d’accordo con tutti; rispettare l’ambiente naturale”.

Scusate se è poco. Non basta mica mandarli a scuola (quello è un altro articolo – e anche un’altra storia). Se dovessi riassumere in una frase quello che è e sarà sempre la mia principale responsabilità, forse direi che io cerco di curare l’educazione e lo sviluppo di mia figlia soprattutto prendendola sul serio. E voi, cosa direste?

Che fine hanno fatto i morti?


Piove. La pista di pattinaggio è bagnata. Così decade l’ultimo baluardo che avevo eretto per declinare inviti a merende in stile “dolcetto o scherzetto” (“Sai, preferisco che non salti lo sport, ora che si va verso l’inverno…”). Non ho simpatia per Halloween. Tuttavia ci siamo dentro, la scuola di Meryem pullula di zucche di cartapesta e improbabili pipisterelli cosparsi di porporina. Stamattina, con l’arte dell’improvvisazione che caratterizza le madri sgarrupate, ho estratto dall’armadio una specie di mantello nero spiegazzato, ricavato l’anno scorso da una mia gonna a ruota. Il cappello non c’era, ma ho convinto Meryem che sarebbe stata una favolosa strega anche così. Ho rincarato la dose con un pipistrello disegnato sulla guancia e una passata di colore blu sulle labbra.

Per carità, non è che le rivisitazioni della festa in chiave cristiana fondamentalista (“travestitevi da santi”) mi stiano più simpatiche di streghe, vampiri e zombie. Se possibile mi fanno ancora più orrore. Sapete cosa mi manca, in questa festa? I morti. Quelli veri. Le memorie, il legame misterioso e anche un po’ pagano. Oggi, quando ho letto questo bel post di Veronica sono riuscita a mettere meglio a fuoco il fastidio che provo.

Secondo me non sarebbe affatto male rispolverare le molte tradizioni italiane della festa dei morti. Ricordo un bellissimo libretto comprato a Napoli, che illustrava le usanze locali, centrate sul concetto di nutrire i defunti. Ma anche e soprattutto questo bel volume, da cui si può scoprire e imparare moltissimo. Credo che sarebbe molto istruttivo, per i nostri bambini, ritornare al contenuto originario, ormai talmente trasfigurato da risultare irriconoscibile. Questa festa di passaggio in cui i morti tornano a visitare i vivi, o almeno i vivi vanno a visitare i morti, racconta di un senso di continuità tra passato e futuro. Accostare i più piccoli al mistero della morte, anche attraverso colori e sapori, era un’usanza piena di saggezza. La paura, inevitabile, si imparava a gestirla, a esorcizzarla di persona e collettivamente. Magari anche il dolore e la malinconia. Tutti questi valori educativi vengono meno, se ricorriamo direttamente al vampiro di gomma e al sangue finto. E poi ci troviamo in grandissima difficoltà davanti al primo funerale. Mi pare che per molti genitori la morte provochi più imbarazzo del sesso. Non è un argomento facile, evidentemente. Ma una festa istituzionalizzata dava una bella cornice, poetica, consolatoria e persino gioiosa, in cui affrontare, implicitamente o esplicitamente l’argomento.

Ho paura che cercare di riportare i morti veri nella festa sia una battaglia persa, purtroppo. Di questi tempi temo non siano molte le persone convinte del valore di una tradizione “paganeggiante” (più facile infatti è vedere parrocchie e oratori tentare di contrastare la tendenza con anatemi vari o con gli artifici di dubbio gusto a cui si faceva riferimento prima). Peccato. Però non posso che condividere la speranza di Veronica: “Ma sì, arriverà poi il giorno in cui ce ne andremo tutti insieme nella nebbia della Bassa, a mangiarci un piatto di cappelletti fumanti”. O il torrone dei morti a Napoli. O qualunque altra squisita ricetta si adatti ai luoghi stupendi di cui è ancora pieno questo nostro Paese bistrattato.

P.S. Se a qualcuno va di raccontare tradizioni a riguardo che ha vissuto o che conosce, mi fa molto piacere.

Perdersi nel caos e tornare a casa


Che oggi sia una giornata difficile, da affrontare e da spiegare, credo che siamo pronti a dirlo tutti. Proprio per questo, mi sono decisa a condividere gli appunti decisamente disorganici che vi propongo qui di seguito. Mi paiono appropriati, anche se apparentemente riguardano solo insegnanti e educatori (e mi hai detto niente?). Educatori, ci piaccia o no (a me non tanto, a essere sincera, o quanto meno non sempre) siamo tutti. Lo siamo in particolare in questo momento, in cui solo uno spettacolare quanto imprevedibile ritorno al senso civico può farci ritrovare un senso, al di là dello smarrimento che sembra montare da ogni lato.

Ecco qui la mia esperienza di giovedì scorso, quasi unplugged. Magari a qualcuno è utile. Per me, ancora confusamente, lo è di certo.

“Una buona pratica della scuola sono gli insegnanti che si fanno venire i dubbi (su cosa fanno, su perché lo fanno, soprattutto su come lo fanno). Io direi che è una buona pratica di per sé, ma certamente diventa più produttiva quando questi insegnanti e educatori cercano e trovano degli spazi per dare spazio ai dubbi individuali e elaborarli in pensiero collettivo. Cesare Moreno, maestro di strada, fondatore insieme con sua moglie Carla Melazzini, anche lei insegnante e scomparsa nel 2009, del “Progetto Chance” a Napoli, si adopera per dare a molti di questi gruppi informali e compositi la possibilità di fare tesoro dell’esperienza accumulata dal suo gruppo in molti anni di esperienza e di riflessione condivisa.

Giorni fa, a Roma, ho avuto l’opportunità di partecipare a un seminario tenuto da lui, che voleva essere una sorta di preliminare (“un trailer, puro marketing”, ha scherzato lui) a un percorso di 4/5 incontri di formazione (libera e gratuita) e alla costituzione di un gruppo di lavoro territoriale. Anticipo subito che un altro appuntamento di rilievo (e un’altra occasione per potenziali dubbiosi) si terrà a Napoli il prossimo 3 e 4 luglio: si tratta delle Giornate di Studio “La mappa e il territorio. Perdersi e ritrovarsi tra strada e scuola”, in cui saranno toccati temi caldissimi come Riflessività e costruzione di senso nella relazione educativa, La funziona educativa adulta all’epoca dell’evaporazione del padre, e altro.

La solita formazione fumosa, piena di terminologia tecnica e schemi in power point più simili alle istruzioni dell’IKEA che a linguaggio umano? Se così fosse, non saremmo qui a parlarne. L’incontro con Cesare è un’esperienza di per sé. Io mi ci preparavo, indirettamente da anni. Si può dire persino che lo avessi già incontrato in diverse forme, attraverso i racconti (e più ancora le pratiche didattiche) di una cara amica, ma più ancora attraverso il libro di sua moglie Carla, da lui curato, di cui ho già parlato in questo post. Quello che segue è un estratto dai miei appunti di ieri, organizzato secondo gli elementi che mi sono parsi più significativi. Circoleranno dei materiali elaborati sull’incontro di ieri, che potranno essere eventualmente condivisi in un secondo momento. Mi assumo, ovviamente, la responsabilità per ogni eventuale fraintendimento.

Pluralità e altri dilemmi di fondo
La professione dell’insegnamento è solitamente esercitata in modalità individuale. Spesso anzi si stabilisce una relazione biunivoca tra la persona dell’insegnante e una serie di variabili di natura logistica-organizzativa: “la classe è mia”, “la materia è mia”, “l’orario è mio”. Ciascuno persegue individualmente un percorso lineare, in cui la pluralità (eventualmente) è un attributo, un valore aggiunto. Invece la pluralità è un carattere fondante della professione: il soggetto è plurimo (docenti, non docenti, genitori, personale di segreteria…), il compito è plurimo. 

Studenti o persone? Noi non ci occupiamo di studenti, ma di persone. La scuola è nata per gli studenti, la persona a rigore non può entrare nella scuola. Salvo poi pretendere di interessarsi di tutto: dalla sfera sessuale al diritto di cittadinanza, dal bullismo al rapporto con le altre culture. Solo che tutto è trasformato in discipline. L’interdisciplinarietà risolve? Affatto. L’interdisciplinarietà non ricompone l’intero. L’essere umano è irriducibile alle discipline. Il concetto base è l’integrazione o, se si vuole, il rispetto della sacralità della persona, che non può essere scomposta. Se la disciplina deve essere strumento di crescita della persona, dobbiamo sapere come è fatta la persona. E non la persona in generale, ma quella persona specifica. 

La relazione educativa è reciproca? L’incontro tra educatore e ragazzo è di per sé asimmetrico, perché io da educatore sono chiamato ad assumermi la mia responsabilità (vedi sotto, autorità versus autorevolezza…). Però io educatore nell’incontro mi modifico. Tradizionalmente non si intende che la relazione educativa sia reciproca. Nel DNA della scuola non c’è l’incontro, anche se magari c’è nel DNA delle persone. E un altro concetto che manca nel modello tradizionale è il gruppo. L’impressione a volte è che si pensi persino che è meglio quando il gruppo non c’è, come se fosse un elemento di intralcio o di disturbo. E invece quando non c’è il gruppo è un disastro, provare per credere. 

Dichiarazione di servizio
Cosa ci proponiamo di fare con questo percorso? Illustrare una metodologia per trovare la strada di casa dopo che vi sarete persi nel caos irriducibile delle vostre esperienze di didattica. Perché il caos che vi troverete, che vi trovate di fronte è irriducibile: un caos stratificato, un caos multilivello. E nel caos non si può fare altro che perdersi. Allo stesso tempo, questo percorso si pone come un inizio di progettazione partecipata.

Il metodo
Non ci sono formule da insegnare per risolvere le situazioni. Del resto, se ce ne fossero, voi sareste bloccati completamente davanti a una situazione che presenta caratteristiche diverse da quelle previste dalla formula: se la formula non si applicasse, sareste persi, più persi di prima. Invece, applicando un metodo, con cui magari ripetutamente siamo riusciti a capire come si possono sciogliere delle situazioni specifiche, ci può permettere di affrontare con fiducia l’ignoto di ogni giorno. Il metodo ci permette di trovare una soluzione in tempi ragionevoli. Oppure di non trovarla e di sapere che in quel momento non potevamo trovarla. Quando la soluzione non si trova, gli atteggiamenti possibili sono due: o riconosciamo in coscienza che per adesso la soluzione non c’è (e magari potrebbe un giorno potrebbe esserci), oppure pensiamo che ci sia, ma che non siamo in grado di trovarla. Questo secondo atteggiamento, apparentemente più umile, implica però che noi la soluzione smetteremo di cercarla. Anzi, il senso di colpa in certi casi sarà talmente forte che non vorremo più sentirne parlare. In caso contrario, pur riconoscendo il nostro fallimento, resteremo con i sensi allertati per riconsiderare la cosa, se qualche spiraglio si dovesse aprire: manterremo alta l’attenzione. 

Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. Ce lo dice l’esperienza: vediamo ripetersi sempre gli stesso copioni, con insegnanti particolarmente tetragoni nel non cambiare i propri schemi, studenti ancor più tetragoni nel non modificare una virgola degli atteggiamenti. Non è però un caso che sia difficile apprendere dall’esperienza. Ogni volta che apprendo qualcosa, sono costretto a ristrutturare anche le mie conoscenze precedenti, ad abbandonare le mie certezze. E questo mi fa sentire male. Non è solo un problema cognitivo. Immaginate una moglie che torna a casa e scopre il marito in atteggiamento inequivocabile con una bionda: non si tratta solo di acquisire l’informazione “lui ha un’altra”, di sanare una dissonanza cognitiva. Quello che si verifica è  una catastrofe emotiva, relazionale… Aggiungiamoci che apprendere dall’esperienza mentre si sta seduti serenamente a un tavolo è un conto, farlo mentre si è immersi in una situazione caotica che sfugge (parzialmente o del tutto) al nostro controllo è tutta un’altra storia.

La prima cosa da fare è la descrizione dell’esperienza. Si tratta di una descrizione soggettiva, deformata, volutamente non scientifica. In che senso? La scienza si basa su un’ottica disciplinare e le discipline, per funzionare, devono avere dei limiti, sono parziali. La descrizione che ci serve, invece, è a 360°. Si deve soffermare soprattutto sugli aspetti in ombra, sugli aspetti nascosti. La mente addestrata infatti rileva automaticamente ciò che è noto, trascurando i particolari meno noti o disturbanti. Queste osservazioni è meglio farle per iscritto: non solo perché oralmente ci si distrae, ci si perde, ma anche perché il passaggio tra la lingua orale e la lingua scritta non è una semplice fotografia di ciò che ho in mente, ma la trasformazione di ciò che ho in mente. Ciascuno dunque scriverà o esporrà la sua descrizione, la quale sarà, ovviamente, parziale, lacunosa, addirittura faziosa. Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile. Attenzione, qui non si parla di “vero” o “falso”, che presuppongono che qualcuno dall’esterno valuti. Ci accontentiamo di un quadro che riscuota un ampio consenso.

Un’altra precisazione: noi non parliamo di casi. Parliamo di situazioni. Ad accendere la situazione ci saranno evidentemente uno o più personaggi.

Qui si è fatto un esempio pratico. Alcuni partecipanti hanno descritto una situazione tipica della classe in cui insegnano. Altri hanno aggiunto informazioni alla prima descrizione, altri hanno fatto domande. Sono emersi via via, un po’ spontaneamente, un po’ dietro sollecitazioni, elementi utili a capire meglio le dinamiche. Tutto ciò è stato occasione di approfondire alcuni elementi di interesse generale (vado a mo’ di indice): la modalità cooperativa e il gruppo classe; affrontare dinamiche distruttive/dissipative; il tema della gerarchia e dei diversi modelli di leadership possibili, auto affermati o imposti; vantaggi e limiti di un’organizzazione funzionale del gruppo classe; l’autorità dell’insegnante come assunzione di responsabilità (che non significa autoritarismo); l’esercizio del potere riflessivo; la questione della lingua/delle lingue.

C’è una teoria dietro?
La teoria non sta “dietro”, ma può e deve avere un ruolo. La finalità del gruppo di insegnanti/educatori è costruire un pensiero condiviso, non uniforme (ci sono scambi), ma anche di tentare una condivisione ulteriore. Il ruolo della teoria, di una teoria non libresca, ma che si confronta con la pratica, è quella di far sì che la fatica fatta non vada dispersa, che non si debba ogni volta ripartire da zero. Una buona teoria può contribuire anche a dare sicurezza. Non va disprezzata.

Nella seconda parte abbiamo fatto un esperimento pratico, che consentiva di sperimentare la costruzione di un pensiero condiviso a partire dall’osservazione individuale di ciascuno. Il succo dell’esperimento, arricchito dai racconti degli esiti che la stessa prova aveva avuto in altri gruppi (di educatori, di studenti di età diverse, di genitori…), ha permesso di illustrare il passaggio da pensiero semplice (individuale) a pensiero complesso (condiviso) e, soprattutto, il passaggio da un ottica di giudizio a un’ottica di apprendimento.

Io devo ancora capire che cosa ci faccio, esattamente, in questo gruppo di professori/educatori. Ma nessuno mi ha cacciato, quindi sono ottimista sulle mie chances di essere ulteriormente tollerata come clandestina a bordo. Se effettivamente sarà così, potrei tornare a farvi partecipi.

P.S. Ho messo in grassetto alcune espressioni, che mi paiono di portata più ampia del contesto a cui si applicavano in quel momento. Il compito educativo, anche come genitori, non può essere un’impresa solitaria. Non solo perché supera di gran lunga la capacità del singolo. Ma soprattutto perché educare è scienza sociale. Me lo ripeto a bella posta, proprio in un momento in cui la tentazione di contare solo su noi stessi, come singoli, è in agguato a ogni più sospinto. Quando ci si guarda intorno e ci si vede isolati. Quando non si scorge, nei luoghi che frequentiamo, alcuna consonanza reale. Eppure, per ardua che sia, la via è quella. La costruzione, la ricostruzione, di un pensiero collettivo, di uno spazio di relazioni che esca dalle quattro mura apparentemente rassicuranti che ciascuno di noi si è scelto.