Ritrovarsi, radunarsi


“Mezzora. Bastava alzarsi MEZZORA prima!”. Marielou, nonostante 40 anni di Italia e una lunga frequentazione con le persone in questione, resta un po’ olandese dentro. Ci prova, ad imprimere una parvenza di razionalità ai programmi. Quello di ieri prevedeva il disciplinato arrivo di tutti i numerosi commensali – che somigliavano nell’insieme al famoso villaggio africano necessario a crescere un bambino, ultimamente evocato a più riprese nei blog mammeschi – a mezzogiorno in punto alla stazione di Oriolo Romano. Peccato che all’ora prevista ci fossimo solo io, Meryem e Rosaria. Tutto il piano di trasbordi in station wagon di 7 nuclei familiari sudanesi è andato a farsi benedire. Marielou in questi casi, almeno a parole, si lancia in azzardate analisi sociologiche: “Ci credo che l’Africa va a rotoli!”. Ma la verità – lo sa anche lei, ma ce lo ha ricordato Rosaria – è che le persone non le cambi. Meno male, dico io nei momenti di ottimismo. Altrimenti finiremmo col convincersi che c’è un modo solo di fare le cose, in questa infinita e travolgente varietà che è la vita. Dal più apparentemente prossimo consanguineo fratello o sorella, fino al rappresentante di un’alterità più evidente… se li ami, li accetti. E così, come avviene in questi casi, la giornata ha ripreso a scorrere più o meno sui binari immaginati. Però tre ore dopo.
La cosa davvero notevole della giornata di ieri erano i percorsi che ci avevano riportato lì, ancora una volta ospiti in una casa che ha visto snodi significativi delle vite di molti di noi. Almeno il quadro generale merita di essere raccontato. Marielou, detta un tempo l’Olandese Volante (faceva la hostess, da ragazza), da oltre 10 anni insegna italiano ai rifugiati alla scuola del Centro Astalli. Ha cominciato quando, per caso e per destino, ha incrociato me, all’epoca novellina di quel mondo. Ai primi studenti, sudanesi, si è legata in modo particolare. Perché erano i primi, perché lei stessa studiava arabo. Ma soprattutto perché quello era il tempo dell’occupazione dei magazzini della Stazione Tiburtina (“Hotel Africa” lo chiamò, in modo un po’ insultante, qualche giornalista) e del successivo, doloroso, sgombero. Un periodo di passioni, sbandamenti, dubbi, ma anche di intensa crescita – per me – professionale e personale.
Passarono gli anni e alcuni di quei giovani uomini si sistemarono, trovarono lavoro, si sposarono. All’arrivo delle mogli dal Sudan, le affidarono alla “maestra” Marielou. Perché imparassero la lingua, in primo luogo. Ma lei, come le è naturale, andò ben oltre. Accolse le ragazze, le accompagnò a conoscere il quartiere, la città, le moschee. Fu loro vicina, da mamma, sorella e amica, nei mesi in cui i matrimoni combinati a distanza diventavano convivenze reali in piccoli e modesti monolocali e poi nelle gravidanze e nascite dei figli. Ascoltò le loro confidenze, seguì lutti e gioie, piccoli e ahimè anche grandi drammi.
Ciò che più mi fa pensare è come Marielou ha saputo essere fedele a queste persone, anche quando (spesso, molto spesso) le loro scelte risultavano a lei del tutto estranee e persino dolorose. Ad esempio quando la prima donna che aveva conosciuto, a lei molto cara, ha deciso di tornare a vivere in Sudan con i bambini che Marielou, senza retorica o affettazione, definisce “i miei nipoti”. Perché in effetti lo sono. Li ha visti nascere, li ha iscritti all’asilo e accompagnati al parco e alle feste, tentando in tutti i modi di supportare una donna che faticava e soffriva, specialmente a causa di una cultura e uno stile di vita che in fondo non era preparata né disposta ad accettare. Eppure, ogni volta che la famigliola torna a trovare il papà in Italia, Marielou organizza un momento di festa, come quello di ieri.
L’adunata di Oriolo aveva ben poco di intimo, almeno in senso letterale. Eppure, nella sua bizzarria, mi ha dato il senso profondo della comunanza, nel rispetto vero, non esibito, delle reciproche diversità. Così è l’amicizia che mi lega a Marielou. Trattenuta, pudica, mai urlata nelle manifestazioni: ma quando sono con lei sento che qualcosa lega, delicatamente, le nostre anime. Difficile da spiegare.

Un immenso errore di prospettiva


Negli ultimi tempi ho accuratamente evitato libri e film che parlassero troppo spudoratamente di immigrazione e asilo. Ero un po’ in overdose, in fondo per me è anche lavoro. Stasera mi sono vista Crossing Over e non posso fare a meno di pensare che in fondo faccio bene ad astenermi. Non perché il film in questione sia brutto, anzi. Certo, non è neanche un capolavoro. Pone delle questione e le liquida, abusando un po’ delle categorie di “povera vittima” e “buon cittadino compassionevole”. Ma sicuramente sul tema si vede di molto, molto peggio. Resta tuttavia il fatto che se mi metto a pensare sul tema dell’immigrazione (pensare fuori dal mio ufficio sotto terra, specialmente) non vengono fuori bei pensieri. Ho come un senso di catastrofe imminente. Il tasso di violenza a cui i nostri sistemi sottopongono persone, famiglie intere (illustrato ad esempio dal film) in una sorta di escalation non dovrebbe farci dormire sonni tranquilli. Ma non per moralismo e senso di giustizia astratto. Proprio perché non potrà durare per sempre. E continuare a considerarci “buoni” se, per illuminazioni episodiche, ce ne rendiamo conto non ci aiuterà a raddrizzare questo quadro storto. Ci vorrebbe ben altro. Accompagnata a questa consapevolezza da Cassandra ce l’è anche un’altra: nonostante la mia situazione parzialmente ibrida, nonostante lo stato semi-extracomunitario della mia famiglia, anche io mi troverò dalla parte sbagliata. Mi farà rabbia, ma sarà inevitabilmente così. Fine del post apocalittico.

Non riesco a svegliarmi


Ubi maior… Scherzi a parte, le paturnie personali non sono del tutto passate (così come il maledetto malanno di Meryem), ma non posso trattenermi dallo sfogo pure sul fronte, diciamo così, professionale. Non ho mai creduto che lavorare su temi legati all’immigrazione e in particolare al diritto d’asilo potesse essere socialmente appagante. Il nostro Paese brilla da sempre per pressappochismo, inefficacia, inadeguatezza e voluta ignoranza in quasi ogni aspetto connesso alle politiche migratorie. E’ un po’ il nostro marchio di fabbrica, al di là di buonismi e cattivismi che lasciano il tempo che trovano. Ma ora si è passato davvero il segno. Quello che questo Governo sta facendo e dicendo da gennaio a questa parte (una successione di iniziative e dichiarazioni contrastanti tra loro e con ogni norma nazionale e internazionale, insensate di per sé e in continua smentita di loro stesse) mi avvilisce profondamente come cittadina e come lavoratrice, anche al di là di ogni possibile considerazione umanitaria e culturale (due aggettivi che per pudore bisognerebbe astenersi dall’utilizzare come collettività, almeno finché saremo rappresentati sul piano nazionale e internazionale da questi governanti). Come vi spiego? Non si può fare in poche righe. Proviamo con una metafora. Immaginiamo che io sia un avvocato, abituato a interagire con il sistema giudiziario italiano, di cui conosco limiti, caratteristiche, possibili abusi, etc. E immaginiamo che un giorno io arrivi in tribunale e mi venga detto che no, in fondo nessuno ci obbliga a organizzare un processo, che vista l’eccezionalità della situazione organizziamo piuttosto una staffetta nei parchi di Casalotti, anzi no, magari un torneo di briscola al circolo delle bocce del Torrino. Con che diritto? Così. Chi ne è responsabile? Nessuno in particolare. Che ci azzecca? Niente. Ecco, io penso che se io fossi quell’avvocato, dopo un attimo di sbigottimento, mi stropiccerei gli occhi e aspetterei di svegliarmi, sorridendo tra me dell’assurdità del mio incubo. E invece no, non riesco a svegliarmi.

Improvvisazioni e ignoranza


Questa settimana lavorativa è stata accompagnata da un’aura di surreale. Ho scritto e contribuito a scrivere lettere, appelli, note, documenti. Sempre con la consapevolezza che questo senso di urgenza, di vitale importanza, è avvertito quasi solo da noi. Ho letto sui giornali articoli pazzeschi sulla questione dei rifugiati e degli arrivi dal nord Africa: informazioni distorte o più semplicemente scorrette, interpretazioni ancor più fantasiose, uso strumentale delle dichiarazioni altrui. E non credo che sia frutto di un disegno malevolo: mi pare soprattutto che i giornalisti, scartata l’idea di capire nel dettaglio questioni complesse e che farebbero perdere troppo tempo, annusino l’aria e imbastiscano un po’ come gli pare meglio. Più in generale mi verrebbe da osservare che per scrivere di immigrazione senza produrre ameni nonsense bisogna avere una certa competenza. Questa opinione non sembra condivisa dalla maggior parte delle redazioni, che affibbiano l’argomento ai più giovani e sprovveduti, salvo poi trasferirli ad altro appena cominciano a orientarsi. Chissà, forse l’immigrazione è un tema considerato a metà tra la cronaca nera e il costume. Invece tocca conoscere le regole, un po’ come scrivere di calcio (o di rugby, visto che le regole del calcio sembrano geneticamente iscritte nel DNA dell’italiano medio). Mi corre l’obbligo segnalare almeno due eccezioni alla generale incompetenza e improvvisazione: Vladimiro Polchi di Repubblica (che era in tempi remotissimi mio compagno di classe) e Stefano Galieni, che solitamente scrive su Liberazione. Il che non significa che non ce ne siano anche altri che al momento non mi vengono in mente: ma vi assicuro che fare esempi positivi è molto più arduo che segnalare bestialità.

Perché sto dalla parte dei perdenti


Un bel post di Anna sulla quotidianità della guerra mi ha fatto venire in mente un’altra riflessione, analoga. Si sono già allestiti, al confine tra Tunisia e Libia, i campi profughi. E qui parte l’immaginario collettivo delle anonime masse di povere vittime nelle tende, parallelo e in un certo senso complementare all’altro immaginario collettivo, quello delle masse (sfigate o minacciose, a seconda da chi le immagina) sui barconi che si riversano sulle nostre coste. Masse, immagini sfuocate, astrazioni. Tipo l’immagine standard del campo di concentramento, quel brulichio di vittime che sono solo tali, che mai e poi mai potrebbero avere le sembianze del nostro macellaio, vicino di casa, familiare, marito, figlio.

Tante volte mi trovo a spiegare le circostanze, in gran parte casuali, per cui ho iniziato a occuparmi di diritto d’asilo. Ma c’è stato un momento, che ricordo distintamente, in cui ho realizzato che il destino di quelli che chiamiamo profughi, rifugiati, potrebbe ben essere il nostro, di destino. Uno dei primi rifugiati che ho conosciuto era un professore universitario di storia antica. Distinto, dotto, benestante, sereno nel suo equilibrio familiare. Abituato a una routine da professionista, a uno standard di vita assolutamente paragonabile al nostro (nessuna capanna sull’albero, tanto per capirci, nessun bambino con la pancia gonfia di denutrizione). Poi ha scritto un libro che gli è costato il lavoro e anche la sicurezza, l’incolumità. Al punto che si è trovato costretto ad arrivare qui, in Italia, ad avere come unica chance di mantenersi un’improbabile candidatura come manovale in un cantiere della periferia romana. Quel professore, per certi versi, era il ritratto di mio padre. Come lui disabituato alle faccende pratiche, come lui incapace di barcamenarsi nella burocrazia, nella violenza quotidiana, nell’arroganza di chi ti dice “ciao bello” solo perché sei straniero, anche se hai sessant’anni e sei plurilaureato.

C’è un altro aspetto che mi colpisce della questione dei rifugiati. Che sono qui, che vivono con noi. Il ragazzo della sicurezza al supermercato potrebbe ben essere un giornalista camerunese, finito in un carcere segreto solo per le sue idee, per la sua resistenza alla corruzione, per un imperativo morale a denunciare qualcosa o qualcuno, a firmare o non firmare un documento. E noi lo trattiamo con condiscendenza, certi della nostra superiorità culturale, certi di essere guardati con invidia, come modelli irragiungibili. Certe volte, dopo dei colloqui con questi giovani rifugiati, mi sono sentita sinceramente a disagio. Penso che sentimenti ben diversi dall’ammirazione mi animerebbero, se fossi al loro posto. Nizam, che questa trafila l’ha passata tutta, ci scherza su amaramente: i rifugiati sono gli extracomunitari degli extracomunitari, sono quelli che non si possono neanche far forza della comunità, dell’import export, della propria ambasciata e della pubblicità dell’ufficio del turismo. Cani sciolti, che spesso – pur avendo resistito alla tortura, a viaggi a piedi durati anche decenni, a prove surreali durante il viaggio – arrivati qui si perdono, travolti dall’indifferenza di una Paese provinciale, retorico, arrogante e anche molto, molto violento verso i “perdenti”.

Ieri nel mio ufficio c’era un padre con una bambina di circa un anno, che muoveva i primi passi  con quella spavalderia favolosa dei cuccioli (anche di quelli di uomo). Non so i particolari, ma quell’uomo è qui in Italia solo, con quella bambina. Si sta districando tra pratiche burocratiche, perizie, commissioni. Gli viene chiesto di raccontare la propria storia migliaia di volte, di imparare l’italiano, di fare file interminabili in Questura e altrove, di affannarsi nei meandri incerti e poco lineari di una procedura continuamente messa a rischio anche dai disinvolti provvedimenti come quello di cui ho parlato nel post precedente. E intanto deve crescere una bambina, da solo, sradicato da qualunque contesto e portandosi dietro un lutto che non posso neanche immaginare. Con tutto il rispetto per i nostri compagni, probabilmente questo padre non si chiude in bagno a giocare con l’i-phone, anche se magari lo desidererebbe.

Un’ultima pennellata, sempre scusandomi per la scarsa leggerezza che mi caratterizza in questi giorni. Pensate a una ragazza, giovane, tranquilla. Una ragazza a cui era stato dato un pezzo di carta chiamato “protezione internazionale”, già nel lontano 2008, in riconoscimento di violenze a cui nonostante tutto era sopravvissuta. Una ragazza che aveva fatto del suo meglio per imparare la lingua, per cercare una strada qui in Italia. Pochi giorni fa si è tolta la vita, in perfetta solitudine, in un luogo indegno di essere abitato, ma che era per lei l’unica possibilità di avere un tetto sopra la testa. A Roma, non in un remoto campo profughi africano. Nessuno dei suoi connazionali, che pure si stanno facendo in quattro per dimostrare solidarietà, sa spiegare perché. Nessuno, in fondo, sa nulla di lei. Se non che era tranquilla, a modo, garbata. E sola.

Deportando qua e là


In questi giorni provo uno sbigottimento che non riesco a condividere, se non con i pochi colleghi con cui peraltro non c’è bisogno di condividere alcunché, essendo loro sbigottiti quanto me. Il Ministero dell’Interno sta mettendo in atto un provvedimento che supera tutti i precedenti per assurdità e antieconomicità, nonché per danno concreto a migliaia di persone. Ciò avviene alla luce del sole, senza alcun timore di contestazioni o proteste. Le persone che riescono a decifrarne le conseguenze si contano sulle dita di una mano ed è noto che le violazioni dei diritti dei rifugiati, nel nostro Paese, non scandalizzano nessuno e anzi non sono neanche avvertite come tali.
Mi sento in dovere di cercare di spiegare in parole semplici questo provvedimento, fosse solo per aggiungere due o tre persone al gramo elenco degli indignati sostanzialmente impotenti. Si tratta di un progetto dal nome poetico: il villaggio della solidarietà.
Trattasi di ciò: come qualcuno di voi ricorderà dai telegiornali, il Ministero ha allestito/sta allestendo un grande complesso presso la ex base militare americana di Sigonella. Con quale finalità? Ecco, su questo inizio subito a mordermi la lingua. Diciamo che la finalità esatta non era perfettamente definita, così come la natura giuridica di questa struttura, che poi si aggiusterà a seconda di chi ci sarà “ospitato”. Al momento si parla di circa 1800 posti, che verosimilmente aumenteranno. A gennaio, più o meno in concomitanza, riprendono gli sbarchi in Sicilia, interrotti da tempo a causa dell’accordo di collaborazione con la Libia. Quale fortunata concomitanza, penserete voi. Arrivi straordinari e, per una volta, tanti nuovi posti d’accoglienza disponibili. Ebbene no. Così era troppo logico. Cosa si decide invece di fare? In Italia ci sono nove centri dove i richiedenti asilo aspettano l’esito della loro domanda di protezione internazionale. Sono centri aperti e le persone, durante il giorno, possono uscire e iniziare a capire dove sono piovuti: frequentare un corso di lingua (del volontariato, si intende: lo stato non organizza nulla di simile), farsi assistere da un legale per le pratiche burocratiche, curarsi (quasi un terzo dei richiedenti asilo che arrivano in Italia sono vittime di tortura, stupri e violenze estreme). Gettare le basi insomma per un futuro percorso di integrazione. Ecco l’idea geniale. Prendiamo tutte le persone accolte al momento in questi centri, da Gorizia a Trapani. Spostiamole tutte a Sigonella, alias Mineo (CT), in un immenso comprensorio di villette in mezzo al nulla. Ah, queste persone devono fare un colloquio con le commissioni territoriali per il riconoscimento dello status? Poco male. Vorrà dire che ne allestiremo una in loco. Prima o poi. Il centro di Mineo è nuovo di zecca: metti 1800 richiedenti asilo tutti insieme in una struttura allestita dal giorno alla notte e vedrete che “la qualità della loro integrazione” risulterà certamente migliorata. Come? Ad esempio (cito testualmente dalla nota del Ministero) grazie alla “realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza per garantire il massimo della sicurezza”. Se fosse il primo aprile si potrebbe pensare a uno scherzo di cattivo gusto.
Ma soprattutto, perché organizzare questa macchinosa e costosa deportazione di massa, facendo saltare completamente il sia pur fragile sistema d’asilo di cui l’Italia si era dotata? Perché i nove centri così svuotati potranno accogliere i tunisini sbarcati a Lampedusa, semplice. Ora vi chiedo: ma vi pare logico? Vi pare consequenziale? Si vocifera (ma questo nella nota del Ministero non c’è) che le villette di Mineo sarebbero “troppo belle” per i tunisini. Che hanno paura che le rovinino. E quindi ora si procede così, un po’ a casaccio. Certo, qualche migliaio di persone si troverà in una situazione assurda, senza che nessuno le assista, probabilmente private di qualunque diritto e tutela. Ma a chi importa di qualche migliaio di richiedenti asilo?

Documento del Tavolo Asilo  

Il cinismo nuove gravemente alla salute


La sensazione più intensa di questi giorni è che davvero qualcosa stia cambiando, che si stia scrivendo una pagina di storia che probabilmente noi non saremo neanche in grado di leggere. Come tutte le pagine di storia, non è esattamente una pagina rosa. Anzi, oserei dire che gronda di sangue. Qui al lavoro cerchiamo faticosamente di seguire le possibili strategie che saranno messe in atto per accogliere gli arrivi dal Nord Africa. Fatica quasi inutile, dato che quel che arriva (per lo più a mezzo stampa) è fantasioso, surreale e assolutamente contraddittorio. Ma al di là del quasi inevitabile pasticcio che combineremo noi, lo scenario si allarga e si approfondisce a vista d’occhio. Leggevo qui: “Il vento della democrazia può cambiare la percezione che abbiamo dei musulmani”. Io pensavo qualcosa di vagamente analogo, ma in chiave persino più ambiziosa. Sembrerebbe che il sistema scricchioli, che a tratti ceda. Ora, essendo cinici, si potrebbe dire che rapidamente la struttura di ingiustizia reagirà e troverà il modo di riassorbire le piccole perdite per ricalibrarsi in un sistema magari diverso, ma analogo. Ma vogliamo sognare? Sarà pure l’ora di cominciare. Vogliamo immaginare che il Nord Africa si porti dietro molti altri Paesi africani e riesca a scardinare la dinamica dello stato/i occidentale/i che supporta/no regime antidemocratico accampando scuse più o meno nobili (la laicità, lo sviluppo, il progresso, gli aiuti umanitari)? A quel punto non ci sarebbero più musulmani e cristiani. Sarebbero (oltre che sognatori, siamo pure ingenui) oppressi contro oppressori. Sarebbe rimettere in discussione sistemi geopolitici, ma soprattutto economici. Sarebbe ripensare alla radice tutti i rapporti di potere. Già vi vedo scuotere la testa. Le rivoluzioni non sono mai una cosa romantica, lo so anche io. Alla fine, gira gira, a vincere sono sempre i soliti, magari sotto mentite spoglie. O forse si finirà col perdere tutti quanti, chi può dirlo. Però sapete che c’è? Il cinismo, oltre una certa soglia, dovrebbe essere proibito per legge. Nuoce gravemente alla salute e, in particolar modo, alla voglia di fare. Noi brillanti e profondi analisti non riteniamo valga la pena nemmeno formularli, certi pensieri. Sospiriamo, argomentiamo. E infatti siamo al punto in cui siamo, come Paese. Ovvero molto in basso.

Famiglie di serie B


Mi avete incoraggiato, allora non mi censuro più. Stasera ho in mente due famiglie, che non ho mai incontrato personalmente, ma di cui conosco la storia. Sono due famiglie divise e non a causa di crisi e di screzi, ma a causa di frontiere, di visti, di regolamenti.
La prima famiglia è composta da quattro persone: marito (con gravi disturbi psichici), moglie, bimba di due mesi, sorella diciottenne del padre. Avevano chiesto asilo in un Paese del nord Europa, dove è nata la piccola. Si decide (le procedure, i regolamenti) che si deve mandarli in Italia. Non perché vi abbiano mai messo prima piede, no. Ma perché hanno un visto italiano. Si vede che, quando si sono trovati a fuggire, il nostro era il visto più economico, più facile da falsificare. In vista di questo trasferimento, la ragazza diciottenne viene chiusa in un centro di detenzione. I due giovani genitori no, perché hanno la piccola e perché lui sta molto male. Li sistemano in una specie di centro alternativo alla detenzione. Sono terrorizzati. Nessuno spiega loro cosa li attende in Italia. Io e la mia collega che lavora in quel Paese ci informiamo, veniamo a sapere che per fortuna qui a Roma li aspettano, la segnalazione è arrivata e, anzi, la ragazza l’hanno già mandata a Roma. Perché separarli? Non facciamo più in tempo a fare arrivare le informazioni. Loro hanno preso la bambina e sono scappati. Nessuno sa dove siano. Certo è che non hanno nulla, che non parlano la lingua del luogo dove si trovano, che non conoscono nessuno e che fa un gran freddo, lassù. Dove sono stasera? Chissà.
Solo in padre della seconda famiglia è in Italia. E’ somalo, rifugiato dal 2008. Da allora tenta di fare arrivare qui la moglie e i sei figli. Ne avrebbe diritto. Ma queste cose vanno per le lunghe e servono soldi, tanti. Questo signore, che non abbiamo mai visto, scrive un’educata mail alla nostra associazione. Spiega che tutti i suoi familiari sono riusciti a fuggire dalla Somalia e sono in Kenya, in attesa del visto. Allega un preventivo delle spese, che vanno dal sostentamento dei familiari in Kenya ai test del DNA richiesti. Sono oltre 11.000 euro, compresi i biglietti aerei. Lui ne ha messi insieme circa 7500, manca poco. Ha pagato tutte le pratiche, mancano quei maledetti biglietti e poco altro. Oggi manda un’altra mail. Finalmente li hanno chiamati dall’ambasciata, i visti sono pronti, ma senza biglietti non glieli consegnano. Così rischia di andare a monte tutto. Servono i soldi mancanti. Dietro la pacatezza dei toni, si legge chiara la disperazione: “Salvate la mia famiglia”. Esistono voli a prezzi stracciati, realizzati da un’organizzazione umanitaria italiana. Con un loro interessamento si potrebbe risolvere la cosa. Ma ho ancora davanti agli occhi il funzionario che mesi fa dissertava sul fatto che bisogna finirla di aiutare tutti questi rifugiati a portare qui le famiglie. E’ vero, ne hanno diritto, ma alla fine non è un bene per nessuno imbarcare altri disperati. Non sono progettuali. Io vorrei obbiettare a quel funzionario che salvare la vita ai tuoi bambini è già un bel progetto. Per questo la normativa internazionale te ne dà il diritto, reso inapplicabile dall’avidità degli uomini.
Più sento le storie dei ricongiungimenti familiari negati, di persone che perdono la vita perché la nostra ambasciata non risponde al telefono per anni, più mi stupisco della capacità di sopportazione che pretendiamo da immigrati e rifugiati. E lo pretendiamo con noncuranza, con disinvoltura, senza neanche mettere a fuoco cosa significa. Proprio noi, che per i nostri figli faremmo qualunque cosa e giustificheremmo tutto.

Rifugiati, istantanee


Paola in un commento al post precedente e altri, in commenti o a voce, mi chiedono di parlare di più di rifugiati. Il mio primo blog, nel 2004, ne parlava in modo esclusivo. Alcune cose oggi non le scriverei in quel modo. Ma altre sì. Allora ho deciso di regalare ai miei pochi, ma affezionati lettori, una riedizione di alcuni di quei vecchi post. Senza riscriverli, così com’erano allora. Tipo “contenuti speciali”.

30/07/2004 – Women first
Autobus 95, sei di sera. E’ estate, ma è affollato lo stesso. In piedi, vicino alla porta, non posso fare a meno di guardare due ragazzi che parlano arabo. Sono malvestiti, come se dormissero per strada. Uno dei due, in particolare, sembra malato o drogato. Se me li trovassi accanto mentre cammino per strada da sola, cambierei marciapiede. Uno dei due all’improvviso scatta in piedi e si rivolge verso di me. Per un attimo penso che mi conosca. Invece no. “Prego, siedi”, mi dice in italiano stentato. Poi lascia la conversazione all’amico, rimasto seduto e più padrone della lingua. Mi siedo e ringrazio. “Scusa se non ho pensato io. E’ che sono malato. E poi lui ha pensato prima”. Ringrazio ancora. “Così riposi un po’”, aggiunge ancora. “Non ci sono abituata”, scherzo io, “nessuno mi cede il posto, di solito”. O meglio, solo gli stranieri. Ma questo non faccio in tempo a dirlo. “La donna viene prima, in tutti i paesi del mondo”, mi spiazza lui. A quel punto chiedo da dove vengono. Il mio interlocutore è algerino, quello che mi ha ceduto il posto è tunisino. Dopo poche fermate anche il secondo si alza. Devono scendere. Ringrazio ancora. Mi sorridono, un po’ timidamente. “Buona fortuna”, aggiunge uno dei due. “Forse ci vediamo ancora”.

26/08/2004 – Rivincite
Moussa era l’alunno più affezionato e difficile di Dafne. Timido, sorridente, ma apparentemente refrattario ad imparare la nostra lingua. Dafne ce la metteva davvero tutta: gesticolava, cantava, gli saltellava intorno, inventava scenette e disegnini. Soprattutto andava fuori dai gangheri quando gli altri studenti lo prendevano in giro perché era più lento di loro e non reagiva mai. Un giorno Dafne mi si presenta con un sorriso largo fino alle orecchie. Moussa aveva reagito. Stava scrivendo qualcosa alla lavagna, gli altri ridacchiavano come al solito. Lui si è voltato verso la classe e ha detto, forte e chiaro: “Silenzio!”. Sono passati due anni da allora. Ieri ho rivisto Moussa. Sapevo che aveva trovato un lavoro, a dispetto di chi non avrebbe scommesso una lira sulle sue capacità di integrazione. Con il suo sorriso largo e timido mi ha presentato la sua famiglia: una moglie stupenda, due ragazzi già grandi e forti, dalle braccia lunghe. E’ riuscito a farli arrivare in Italia e presto si trasferiranno nella loro casa. Ieri sera ho telefonato a Dafne. Mi sembrava giusto che lo sapesse…

24/09/2004 – Bonne chance
Oggi ho saputo che Bertrand andrà a Vicenza a cercare lavoro. Sono contenta. E’ una delle molte persone che sono stata particolarmente felice di incontrare. Veniva alla scuola di italiano del Centro Astalli e mi ricordo che lo prendevo in giro per il suo modo molto francese di dire “presente”: il suo insegnante Massimo non riusciva a correggerlo e in fondo non ci si applicava molto, perché il suo irrefrenabile senso estetico si compiaceva di quell’accento tanto “chic”. Bertrand una volta mi ha raccontato del lavoro che faceva in Camerun: per molti anni è stato guardia forestale, girava per i parchi naturali del suo paese e faceva azione di sensibilizzazione nei villaggi per scoraggiare i bracconieri. Una vita da film, di cui parlava con gli occhi accesi di entusiasmo e nostalgia. Appena lo hanno riconosciuto rifugiato è andato di corsa a respirare un po’ di Africa, come un pesce fuor d’acqua: non in Camerun, naturalmente, dove non potrà tornare più, ma in Togo, dove ha anche una parte della sua famiglia. E’ tornato con buste di bellissimi vestiti dipinti a mano, una pennellata d’Africa per i suoi amici romani. Il giorno dopo avermi regalato il mio è tornato in ufficio preoccupatissimo: “Non lo mettere in lavatrice!”. Ora se ne va al nord, in cerca di un lavoro e di una vita tranquilla. Parte con il suo sorriso buono e le sue camicie colorate. Speriamo che non abbia troppo freddo.

28/09/2004 – Irregolari
“Tu fai tutto non regolare!”. Così mi diceva Yassin, guardandomi mentre mi districavo impacciata tra i vassoi della mensa. Da che pulpito viene la predica, ho pensato io. Ma, come mi è stato fatto notare in seguito, l’osservazione è profondamente motivata: Yassin è forse irregolare per documenti, per status giuridico, insomma per una situazione imposta dall’esterno. Io sono irregolare dentro, per condizione esistenziale. Mi è rimasto un bel ricordo di quel primi pomeriggi caldissimi passati tra la cucina e il corridoio del Centro Astalli, a chiacchierare con Yassin e con i suoi amici di passaggio mentre si serviva da mangiare. Mi è rimasto anche un regalo di Yassin: una mappa del Kurdistan, cioè la mappa di uno stato che non c’è. Più irregolare di così… E’ stata appesa per un bel pezzo sulla parete della cella di un carcere. Poi è stata regalata, da amico a amico, fino ad arrivare nelle mie mani. Prime mani di donna e prime mani di italiana. Ne sono molto fiera.

30/11/2004 – Schiavo, semplicemente
Ch. sembra più giovane della sua età ed ha un sorriso timidissimo. Ci conosciamo ormai da due anni e non c’è stato verso di convincerlo a darmi del tu. Anche quando faceva una fatica improba ad esprimersi in italiano, si ostinava a darmi dei lei e chiamarmi rigorosamente “signora”. Di lui non sapevo granché. Veniva a scuola di italiano, diligentissimo. Quando è arrivato, alla domanda “Quanti anni di scuola hai fatto al tuo paese”, ha risposto con un semplice “Jamais”. Mai andato a scuola. A giugno scorso è venuto a trovarmi in ufficio, un po’ emozionato. Non voleva farmi perdere tempo, ma ci teneva a farmi vedere il diploma di terza media, il primo titolo di studio della sua vita. Ora sta studiando per prendere la patente europea del computer e frequenta, da uditore, un istituto professionale per diventare meccanico. In quell’occasione, l’ho aiutato a compilare una domanda di ammissione a un corso professionale. Serviva un curriculum, allora gli ho fatto qualche domanda sulla sua vita lavorativa. Mi ha detto che faceva il domestico. “Per quanti anni hai lavorato?”, gli ho chiesto io. “Più di 10 anni”, mi ha risposto con la solita disarmante semplicità. Ho guardato la sua data di nascita. Non sono brava in matematica, ma lui adesso, dopo due anni trascorsi in Italia, ha circa 20 anni. Ciò significa che ne aveva 8 quando ha iniziato a “lavorare” da domestico. Qualche tempo dopo ci ha raccontato meglio di quando, bambino, era stato rapito dal suo villaggio da una milizia ed era diventato uno schiavo in una casa da cui solo molti anni dopo è riuscito a scappare avventurosamente. Questa stessa storia, incredibile anche per noi che pure per lavoro siamo consapevoli che queste cose succedono, Ch. ha accettato di raccontarla, giovedì, agli alunni di un liceo di Roma. A me, che l’ho conosciuto timido, sempre zitto, con gli occhi fissi a terra, questo sembra un piccolo miracolo. Ma ancora più importanti sono i miracoli che in questi mesi Ch. è riuscito a realizzare con il suo impegno costante e silenzioso, nonostante tutte le difficoltà. 

20/12/2004 – Aspettative
Nei mesi scorsi abbiamo organizzato degli incontri di orientamento al mondo del lavoro per richiedenti asilo e rifugiati. All’inizio abbiamo fatto compilare dei questionari molto semplici, per aiutarli a mettere a fuoco quello che si aspettavano da una settimana di attività insieme. Alcuni li ho tenuti. Sono scritti un po’ in italiano, un po’ in inglese. Una parte prevedeva delle frasi da completare. Ne riporto qualcuna

non sono sicuro… se l’autobus viene o no

non sono sicuro… che succedere per futuro

non so come… sarà mia vita in Italia

non so come… to parlare italiano

vorrei… sto bene

vorrei… koko [cioè co.co.co., contratto di collaborazione coordinata e continuativa]

cosa vuol dire…. l’espressione “ragazzi di colore”? perché non si può chiamare un africano “africano” invece di chiamarlo “ragazzo di colore”?

ho paura…. non ho paura di nulla. a parte la violenza

ho paura di… la vita.

25/5/2005 – Non sono mica stupido
Ieri parlavo con un uomo camerunese, ospite del centro di accoglienza dove lavoro. E’ stato uno dei colloqui più dolorosi che abbia mai sostenuto. Lui, che al suo paese ha studiato diritto internazionale, è assolutamente sconvolto del non-sistema che ha trovato qui. Non riesce a crederci, semplicemente. “Non sono uno stupido, io ho studiato, conosco i miei diritti”, continuava a ripetere. “Chi chiede protezione deve essere tutelato dal governo dello stato dove arriva, non può essere sbattuto qua e là, contando sulla buona volontà e la carità di pochi”. E’ talmente fuori di sé che ha deciso di ripartire. Per dove, non lo sa. Ho cercato di spiegargli che nessun altro paese d’Europa lo accoglierà e che alla fine sarà rispedito qui, in Italia, magari dopo aver perso altri anni preziosi. Lui mi ha guardato disperato e mi ha detto, articolando bene ogni sillaba: “In Italia non c’è niente per me. Andare via, anche morire, per me è meglio di questo niente”. Sono tornata a casa, ieri sera, vergognandomi profondamente di essere italiana.

28/7/2005 – Ripartire, in salita
Ha un sorriso splendido, contagioso. Una personalità travolgente, una vivacità irrefrenabile. Le è costato molto riaccendere quel sorriso: C. nel suo paese è stata torturata. Quando è arrivata in Italia, dove è stata riconosciuta rifugiata, era distrutta nell’anima oltre che nel corpo. E poi, una volta qui, suo marito l’ha lasciata. Se ne è andato a Bologna con una testimone di Geova. Quando frequentava il corso di formazione professionale dove l’ho conosciuta, sempre seduta al primo banco, sempre pronta a intervenire nelle discussioni, C. era rinata. “Ho qualcosa che dà un senso alle mie giornate”, raccontava. Anche i malesseri fisici che la tormentavano sembravano spariti. Ma adesso il corso è finito. E lei si sente di nuovo al capolinea. Non riesce a trovare un lavoro e per giunta non può fare lavori troppo pesanti, come conseguenza dei traumi subiti in patria. Di nuovo non riesce a immaginare un futuro. Ha solo 30 anni. E al suo paese, lontano, ha lasciato quattro figli.

25/9/2005 – Nuclei familiari
Ma allora è proprio un revival di via Zurla! Dopo aver incontrato Maimuna qualche giorno fa, ieri chi vado a incrociare scendendo dall’otto? Il signor Piri! Mai avrei pensato di rimpiangere quei mesi di lavoro ingrato, chiusa in un seminterrato a tu per tu con cumuli di lenzuola sporche e bacarozzi. Loro, gli ospiti, soggiornavano saldamente sopra la tua testa. Quando si dice che un centro di accoglienza è per “nuclei familiari” non si rende davvero l’idea. Nel bene e nel male. Oggi mi va di pensare al bene. Alle risate dei bambini che ti piombano in ufficio perché vogliono disegnare con il computer. Alle corse su e giù per e scale. Ai meravigliosi angoli di intimità che quelle porte, teoricamente sempre aperte, in realtà nascondevano. Alla fine non c’era una stanza uguale all’altra. Il signor Piri che tornava con le buste della spesa da Piazza Vittorio. La signora Piri che mi regalava lo yogurth fatto, incredibilmente, con il latte a lunga conservazione (mai credevo che fosse possibile). Le sfilate di moda in garage quando arrivavano in regalo dei vestiti. Le liste della spesa “straordinarie” quando c’erano compleanni e feste comandate delle più varie religioni. La domenica mattina, quando il giovane papà kossovaro si affacciava sulle scale con la sua bimba in braccio, tanto biondi e innocenti che alla fine tendevi a dimenticare che la bimba suddetta era solita lanciare giocattoli dalla finestra sulle macchine parcheggiate. Con il triciclo aveva quasi fatto secco un passante. Il piatto di ziginì con l’uovo che la signora Mohamed ti lasciava sul tavolo i pomeriggi di ramadan. E, ancora, il sorriso di Spresa, che non avrebbe mai lasciato, in fondo, quel violento di suo marito. E tutti lo sapevamo. Ma ciò non toglieva che avremmo tanto voluto un’altra vita per lei. Come per tutti gli altri. 

12/1/2006 – Unhappy ending
S. era sempre stato piuttosto magro, ma quando ha smesso di mangiare per giorni sembrava sul punto di crollare. Tutti i ragazzi del centro di accoglienza erano preoccupati. Lui era duro, inconvincibile e implacabile: voleva morire di fame. Alla fine non l’ha fatto. Io però sono sempre rimasta scossa dal lampo di dolore e di determinazione cocciuta che più di una volta ho letto nei suoi occhi scuri. Certo è una delle persone più sofferenti che mi sia capitato di incontrare. “Mica è stupido”, ha detto un giorno Ahmad. Certo che no. Il dramma spesso è più grave in chi è sensibile, intelligente. Quel fardello misterioso, che non ci è dato di decifrare. Più di tutto ricordo i suoi sorrisi dolorosi. Come era ovvio, non abbiamo potuto fare niente per aiutarlo. Forse è meglio che sia partito, mi dice – probabilmente a ragione – Riccardo. In fondo è tornato a casa. In Iraq.

Reflex


Mi sono decisa. Ho ordinato il mio autoregalo di compleanno e, se tutto va bene (e Manlio si presta) , domani passerò a ritiralo. Trattasi di lei, con lui. La scelta è stata sofferta e travagliata, ma alla fine mi sono lanciata. La verità è che una macchina così, in mano a me, è sprecata. Io non sono brava a fotografare. Però posso dire con orgoglio che sono vent’anni che vorrei esserlo. Una volta ho fatto anche una specie di laboratorio di fotografia “creativa”. In fondo la cosa si riduceva al fatto che questo fotografo matto ci dava i compiti e noi producevamo centinaia di diapositive, alcune delle quali poi proiettavamo e commentavamo. Un’attività completamente inutile. Però mi divertivo da pazzi a girare per Roma scattando come un’ossessa.
Sabato scorso i miei nipotini hanno scovato la scatola con le diapositive in questione. Ho dovuto spiegare a quei figli dell’era digitale cos’è una diapositiva e poi ci siamo messi a guardarle contro il vetro della finestra. Ci siamo divertiti. Io ho fatto un tuffo nel passato, pensando a quelle mattine invernali in cui uscivo prestissimo e andavo a piedi all’università passando per il centro, Campo de’ fiori, piazza Venezia e poi su verso piazza Esedra. Forse è stato proprio allora che il colore di cielo delle giornate fredde e terse che sbatte sul marmo delle statue mi è rimasto tanto impresso. Non erano foto artistiche, ovviamente. Ma erano le mie foto, il mio occhio sulla città che amo.
Poi è venuta l’esperienza con i rifugiati. I primi anni, alla scuola di italiano, facevo un sacco di fotografie. Alcuni di quegli scatti li amo moltissimo ancora oggi. Parlano di persone speciali, di momenti difficili da descrivere. Alcuni sono dolorosi, altri pieni di gioia. Al Centro Astalli girano alcuni fotografi veri, e qualcuno ha apprezzato quelle foto. Certo non per la tecnica, ma per quello che c’è dietro. Per farvela breve, continuo ad avere una gran voglia di fotografare. E la mia macchina fotografica è defunta. Era una bella macchina, le ero affezionata, ma in un certo senso forse è giusto così. Era un relitto di un’epoca finita, è l’ora di iniziare una fase nuova. Con la mia Canon nuova.