Articolo 3


"E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Ogni tanto, negli anni scorsi, mi è capitato di partecipare a presìdi davanti a Montecitorio. Delle robe che avrebbero mandato in sollucchero Sfelix Mac Depress. Partecipanti: 6/7. Striscioni: 1. Occasioni in cui, se mai avessi avuto il dubbio che delle tue cause il mondo se ne sbatte, ecco, ne avevi la certezza. Imbarazzo profondo. Sorrisi nervosi tra i partecipanti, per lo più colleghi. Regolarmente me ne andavo con la precisa sensazione di essere idiota. Magari non proprio l'unica idiota al mondo, ma in una compagnia sparuta, sicuramente. 

Oggi, con la mobilitazione "I diritti alzano la voce", è stata tutta un'altra storia. Sono arrivata in una piazza stracolma, colorata, rumorosissima. Per trovarci abbiamo dovuto chiamarci al cellulare. Più volte. Già questo era un'esperienza nuova. "I diritti sociali non sono privilegi". "Sviluppo e coesione non si fanno con l'elemosina". "In Italia sono più importanti i diritti tv che i diritti sociali". "Chi nega i diritti cancella le persone". Così recitavano i cartelli, e chi li portava ne era furiosamente convinto. Un popolo certamente non abituato a scendere in piazza, ma quando ci vuole ci vuole. "La politica che non ci tutela non ci rappresenta", c'era scritto su un foglio al collo di una signora. Ogni tanto partiva qualche coro, rivolto per l'appunto ai sedicenti rappresentanti del popolo che tagliano senza pudore sulla spesa sociale, con l'idea di rendere la marginalità, il disagio, l'handicap un fatto privato. Chi può si arrangi in casa. Chi no, pazienza. "Buffoni, buffoni! Vergogna! Vergogna!". La zelante signorina che traduceva gli interventi nel linguaggio dei segni scandiva a grandi gesti anche gli insulti, affinché tutti fossero ugualmente partecipi anche dell'indignazione.

"Un governo non può permettersi di trattare i propri cittadini con tanta sufficienza". Questa frase mi ha colpito più di ogni altra, perché forse è proprio questo il punto. Personalmente sono stanca di politici che alzano le spalle, che ti spiegano le cose in modo facile senza fare numeri perché altrimenti non capisci, che la sanno lunga e tu, profano, non puoi pretendere di immischiarti troppo di queste cose. Più ancora dell'ignoranza, dell'incompetenza di questa classe politica, quella che offende è la sufficienza. La mancanza di rispetto per le nostre professionalità e intelligenze, per le nostre comunità, per le nostre città, per la nostra Repubblica, che ha – non dobbiamo stancarci di ripeterlo – una splendida Costituzione. Dove non c'è scritto che i cittadini sono uguali, ma che è preciso compito della Repubblica renderli tali, rimuovendo gli ostacoli. In pratica, nei fatti. 

Non è normale


Oggi stavo per scrivere un altro bel post positivo, entusiasta, fiducioso. Sono andata alla presentazione di una campagna di sensibilizzazione che si chiama “L’Italia sono anch’io“. Si respirava una bella aria, diversa da quella di analoghe occasioni precedenti: concretezza di proposte, dati statistici ben presentati, argomentazioni convincenti dal punto di vista giuridico, sociale, economico e – perché no – anche emotivo. Ho captato palpabile, forse per la prima volta, una cauta positività. Mi è piaciuto l’intervento del sindaco di Reggio Emilia e anche quello di Lorenzo Trucco, con una bella citazione di Bobbio (che non ritrovo) in cui si afferma che è l’inclusione la vera caratteristica delle democrazie. Stavolta quasi ci crediamo davvero: 50mila firme in sei mesi, ma magari anche di più, per urlare alla nostra politica tutta che noi cittadini vogliamo riappropriarci dell’identità democratica del loro Paese e magari anche di quel pizzico di buon senso che farebbe un gran bene a tutti.

Mentre stavo per scriverlo questo post che alla fine ho scritto, è successa una piccola cosa, di per sé senza particolare importanza, che però ha funzionato un po’ come la vocetta odiosa del Grillo Parlante. Per tutto il pomeriggio mi sono detta che non devo dimenticarmi che Paese è questo. Che a volare alto poi si casca e ci si fa male. Che sono talmente piccole e risibili le mie velleitarie testimonianze che potrei risparmiarmi la fatica, non solo di scrivere post del genere in questo blog, ma magari anche di prendermela tanto per un lavoro sottopagato, che certo non cambia i destini del mondo, ma in fondo neanche le piccole scelte quotidiane della manciata di persone con cui sono a più diretto contatto. Mi è tornato in mente il mio capo e il lento e poco appagante masticamento decennale di elefanti.

Vabbè, il vento cambia. Milano, Napoli, i referendum. Chissà, forse. Non è normale non crederci. Allora stasera volevo solo dirvi, in questa forma forse un po’ criptica, che certamente non posso smettere di crederci. Anche se suona davvero un po’ da sfigati, il più delle volte. Un’irragionevole speranza. Però non sono mica un’attivista corazzata. Certe volte mi faccio proprio male. Parlare scherzosamente di maternità è meno rischioso, decisamente.

Crederci, con cautela


Ieri mattina, alle 8 meno 5, io e Meryem eravamo al seggio, insieme a un gruppetto di altri votanti. Certificato elettorale in mano, inevitabile scambiarsi qualche commento, esplicitare una sorta di complicità. "Se siamo qua ci crediamo", commentava una signora, "però…". Però no, mica ci credevamo fino in fondo. "Sarà difficile", scuoteva la testa anche l'elettore più motivato. Ora, quando pure è abbastanza evidente che il quorum c'è eccome, non ci abbandona questa sorta di scaramantica prudenza per cui "è meglio non cantare vittoria". Perché siamo così profondamente sfiduciati? Forse perché sappiamo che questo Governo, contro ogni ragionevolezza, non cadrà neanche così? Eppure, ed è già tanto, a votare ci siamo andati. A votare c'è andata ovviamente anche mia madre di 86 anni di ritorno da un lungo viaggio; le suore di svariati conventi del quartiere; familiari convinti di per sé o fattisi convincere da altri. Non si è votato ugualmente in tutta Italia, questo è anche vero. Io, da romana, sbavo di invidia davanti ai tassi di affluenza bulgari di alcune sezioni bolognesi. Ma anche questo segnale, dopo Milano e Napoli, vorrà pur dire qualcosa. Ora bisogna davvero trovare una strada per non far spegnere sul nascere questo nascente anche se timido spirito di riscossa.

Fermate tutto


Da qualche giorno mi perseguita un pensiero: "Voglio scendere". Oggi, dopo una giornata più che piena pienissima, ho un motivo di più per fermare il tempo. Non credo che sarò mai pronta ad avere una figlia adolescente. Mia nipote ha compiuto oggi 11 anni e per me lei, come la gran parte dei suoi compagni, è un mistero insondabile e che, a dirla tutta, non ho la minima voglia di sondare. Ma che hanno in testa questi ragazzi? Che vogliono? Riflettevamo con alcuni genitori presenti che davvero ci sfugge qualcosa nella logica secondo la quale sembrano voler trasgredire, ma con il consenso e magari l'aiuto logistico dei genitori. Sembrano voler agire per conto loro e di nascosto, ma dopo un minuto sono sotto il tuo naso ad esibire le loro prodezze. Confesso che l'unico di questa massa che mi ha colpito è un ragazzino che, fracicatosi da capo a piedi con i gavettoni semi-autorizzati (una forma di intrattenimento che mi lascia sempre un po' perplessa) almeno ha avuto il buon senso, senza che nessuno glielo dicesse, di togliersi pantaloni, calzini e mutande bagnate (sostituendo il tutto con calzoncini di ricambio messi in borsa preventivamente) e metterli ad asciugare al sole, avendo cura di rigirarli di tanto in tanto. Insomma, almeno ha dimostrato un minimo di attenzione e di buon senso, a differenza di tutti i suoi coetanei.

Mia sorella, che tanto si beava nel personaggio della madre ideale con i bimbi piccoli, ora annaspa vistosamente. Ma, a parte un istintivo sogghigno che talora mi scappa irrefrenabile, devo riconoscere che c'è ben poco da ridere: è solo questione di tempo, toccherà pari pari anche a me. Perché – prima legge fondamentale della genitorialità –  da genitore come fai, sbagli. E soprattutto – seconda legge fondamentale della genitorialità – non c'è alcun collegamento tra un tuo eventuale comportamento azzeccato in una fase della vita di tuo figlio e le fasi successive. Corollario della seconda legge fondamentale: è inutile illudere se stessi pensando che a te, genitore x, non succederanno le cose orrende che vedi fare ai figli di genitore y solo perché tu, genitore x, sei diametralmente diverso dal genitore y. Se ci credi, prega. Se non ci credi, confida nella botta di culo. E' davvero l'unica cosa che potrebbe salvarti (forse).

Ritrovarsi, radunarsi


“Mezzora. Bastava alzarsi MEZZORA prima!”. Marielou, nonostante 40 anni di Italia e una lunga frequentazione con le persone in questione, resta un po’ olandese dentro. Ci prova, ad imprimere una parvenza di razionalità ai programmi. Quello di ieri prevedeva il disciplinato arrivo di tutti i numerosi commensali – che somigliavano nell’insieme al famoso villaggio africano necessario a crescere un bambino, ultimamente evocato a più riprese nei blog mammeschi – a mezzogiorno in punto alla stazione di Oriolo Romano. Peccato che all’ora prevista ci fossimo solo io, Meryem e Rosaria. Tutto il piano di trasbordi in station wagon di 7 nuclei familiari sudanesi è andato a farsi benedire. Marielou in questi casi, almeno a parole, si lancia in azzardate analisi sociologiche: “Ci credo che l’Africa va a rotoli!”. Ma la verità – lo sa anche lei, ma ce lo ha ricordato Rosaria – è che le persone non le cambi. Meno male, dico io nei momenti di ottimismo. Altrimenti finiremmo col convincersi che c’è un modo solo di fare le cose, in questa infinita e travolgente varietà che è la vita. Dal più apparentemente prossimo consanguineo fratello o sorella, fino al rappresentante di un’alterità più evidente… se li ami, li accetti. E così, come avviene in questi casi, la giornata ha ripreso a scorrere più o meno sui binari immaginati. Però tre ore dopo.
La cosa davvero notevole della giornata di ieri erano i percorsi che ci avevano riportato lì, ancora una volta ospiti in una casa che ha visto snodi significativi delle vite di molti di noi. Almeno il quadro generale merita di essere raccontato. Marielou, detta un tempo l’Olandese Volante (faceva la hostess, da ragazza), da oltre 10 anni insegna italiano ai rifugiati alla scuola del Centro Astalli. Ha cominciato quando, per caso e per destino, ha incrociato me, all’epoca novellina di quel mondo. Ai primi studenti, sudanesi, si è legata in modo particolare. Perché erano i primi, perché lei stessa studiava arabo. Ma soprattutto perché quello era il tempo dell’occupazione dei magazzini della Stazione Tiburtina (“Hotel Africa” lo chiamò, in modo un po’ insultante, qualche giornalista) e del successivo, doloroso, sgombero. Un periodo di passioni, sbandamenti, dubbi, ma anche di intensa crescita – per me – professionale e personale.
Passarono gli anni e alcuni di quei giovani uomini si sistemarono, trovarono lavoro, si sposarono. All’arrivo delle mogli dal Sudan, le affidarono alla “maestra” Marielou. Perché imparassero la lingua, in primo luogo. Ma lei, come le è naturale, andò ben oltre. Accolse le ragazze, le accompagnò a conoscere il quartiere, la città, le moschee. Fu loro vicina, da mamma, sorella e amica, nei mesi in cui i matrimoni combinati a distanza diventavano convivenze reali in piccoli e modesti monolocali e poi nelle gravidanze e nascite dei figli. Ascoltò le loro confidenze, seguì lutti e gioie, piccoli e ahimè anche grandi drammi.
Ciò che più mi fa pensare è come Marielou ha saputo essere fedele a queste persone, anche quando (spesso, molto spesso) le loro scelte risultavano a lei del tutto estranee e persino dolorose. Ad esempio quando la prima donna che aveva conosciuto, a lei molto cara, ha deciso di tornare a vivere in Sudan con i bambini che Marielou, senza retorica o affettazione, definisce “i miei nipoti”. Perché in effetti lo sono. Li ha visti nascere, li ha iscritti all’asilo e accompagnati al parco e alle feste, tentando in tutti i modi di supportare una donna che faticava e soffriva, specialmente a causa di una cultura e uno stile di vita che in fondo non era preparata né disposta ad accettare. Eppure, ogni volta che la famigliola torna a trovare il papà in Italia, Marielou organizza un momento di festa, come quello di ieri.
L’adunata di Oriolo aveva ben poco di intimo, almeno in senso letterale. Eppure, nella sua bizzarria, mi ha dato il senso profondo della comunanza, nel rispetto vero, non esibito, delle reciproche diversità. Così è l’amicizia che mi lega a Marielou. Trattenuta, pudica, mai urlata nelle manifestazioni: ma quando sono con lei sento che qualcosa lega, delicatamente, le nostre anime. Difficile da spiegare.

Inevitabile, normale, eppure..


Domani Meryem avrà una delusione. La prima lezione di nuoto, che aspettava con ansia da due settimane, è stata cancellata. E' andata a letto convinta che, quando si sveglierà, si preparerà per andare in piscina. E invece le dirò che non sarà così. Non è una tragedia, chiaramente. Eppure questa è forse la prima volta che sono qui ad aspettare il momento in cui mia figlia avrà un dispiacere e io non posso fare niente per evitarlo. La cosa buffa è che ho passato una irragionevole quantità di tempo a cercare di conciliare questa maledetta lezione con un altro piacevole impegno, a cui (magari sbagliando) sarei anche stata disposta a rinuncare per evitare ciò che adesso è inevitabile, per cause di forza maggiore. Mi sento in difficoltà, eppure mi dico che è normale avere piccole delusioni come questa. Che non devo averne così paura, perché sono una occasione di crescita. Più facile a dirsi che a farsi, però. E magari è solo una costruzione mentale mia, magari lei se ne farà una ragione senza difficoltà e io mi sentirò ancora più scema di quanto mi stia sentendo in questo momento. Si accettano scommesse.

Come un cane da caccia impazzito


Non ricordo esattamente quando mio padre mi raccontò del suo soggiorno di studio parigino usando la metafora del cane da caccia che poi utilizzò in una sua bella lettera a padre Chenu, pubblicata nell'epistolario curato da mia madre per Studium. Però ricordo gli occhi che gli brillavano. Mio padre era goloso di cose da studiare quanto non lo era di cibo. E infatti non era così raro che si scordasse di tornare a casa a pranzo: quando succedeva di sabato restava chiuso dentro la Biblioteca Vaticana e toccava chiamare la gendarmeria per farlo liberare (non era ancora epoca di cellulari). "O almeno così mi immagino che debba sentirsi un cane da caccia di fronte a un muchio di selvaggina: impazzito, perché vorrebbe buttarsi contemporaneamente in tutte le direzioni", diceva ridendo anche a me. Ha fatto bene Paolo Vian a scegliere questa frase insolita per titolare il pezzo dedicato sull'Osservatore Romano di oggi al lavoro della mia mamma. Dice molto anche dell'irrazionalità un po' poetica di quello che poteva sembrare un severo studioso (ma proprio solo a chi non lo conosceva di persona). 
A me la metafora del cane da caccia tornava in mente quando mi buttavo tra gli scaffali mobili della biblioteca di Studi Orientali. O, ancor di più, la prima volta che sono entrata nella biblioteca del Pontificio Istituto Biblico, con tutti quei piani e ballatoi di scaffali a accesso libero. Ho passato molti giorni "da cane da caccia" nella mia vita e di questo devo ringraziare in primo luogo mio padre, che con i suoi modi fuori dal comune mi ha trasmesso la passione per la ricerca. E, in seconda battuta, il mio maestro Giovanni Garbini. Non mi è servito a trovare un lavoro e anzi, in qualche modo, mi ha ostacolato. Posso dire che mi abbia ostacolato un bel po' anche nell'emotività, nella socializzazione, eccetera. Ma mi ha regalato un sacco di gioia purissima e il gusto della condivisione con gli altri cani impazziti che ancora mi capita di incontrare. Un linguaggio misterioso, come può essere solo quello tra bestie simili.