Sarebbe stato bello


Tutte le volte che mi sottopongo a un concorso universitario, a prescindere dal risultato (che questa volta non so neanche, pur immaginandomelo), resto sinceramente stupita dall’intensità dell’esperienza umana che si porta dietro. Probabilmente è l’età, che mi fa vedere di più le sfumature che da giovane, andando come un treno, non perdevo tempo a cogliere. Forse questo senso di comune disincanto, che accomuna chi si trova a vivere esperienze anacronistiche per obiettivi fuori tempo massimo, in questo paese in cui all’università alla fine si entra per sfinimento, più che altro. Ma sono contenta, oggi, della serenità che ci siamo costruiti tra noi candidati, nonostante nessuno (specialmente nei giorni precedenti) si fosse particolarmente divertito. Credo che ci piacerebbe fare parte tutti di un gruppo di lavoro serio, ciascuno con le sue competenze, inclinazioni e esperienze e poterne parlare, trarne reciproco vantaggio e produrre progetti costruttivi, non ultimo portando avanti una didattica degna di questo nome. Nota bene: non eravamo 800, eravamo solo 7. In un paese normale non sarebbe così impensabile che ciò avvenisse. Mi ha commosso anche, nei giorni scorsi, l’affetto dimostratomi da persone conosciute molto tempo fa, con cui non intrattengo rapporti o corrispondenze regolari. E’ bello pensare che, nonostante il mio proverbiale caratteraccio, ho lasciato un ricordo positivo in chi mi ha incrociato. Oggi, sbaciucchiandomi la Guerrigliera, ho pensato che sono fortunata.

Torno subito


Una settimana di ferie già volge (quasi) al termine. Il mio programma iniziale si è rivelato un’utopia al limite della fantasticheria più sfrenata. Il ragionamento era: sono in ferie, ma chiedo a Silvana di aiutarmi comunque, in modo di ritagliare delle comode, lunghe ore per studiare roba astrusa. Soprassediamo sul masochismo di questo proposito, che non mi azzarderei a definire sano. Fatto sta che, all’alba del giorno 1, il mio occhio destro non si è aperto. Congiuntivite. Mi sono barcamenata un po’ con un occhio solo, ho portato Meryem dalla pediatra, ho persino fatto una specie di shopping. Il giorno dopo mi sono arresa, anche in seguito al commento buttato lì dalla pediatra (“Io mi farei vedere quell’occhio, sembra che ci sia un’emorragia in corso”), ho investito una mattina per sentirmi dire da dottoressa più qualificata che trattasi di congiuntivite virale, acuta, contagiosissima e che mi sarebbe certamente cominciata anche all’altro occhio nel giro di poche ore. Il mercoledì mi aggiravo con un manipolo di mamme blogger nei pressi della Basilica di S. Paolo e pensavo a voce alta che, alla faccia della poco affabile oculista, l’altro occhio sembrava immune. Perciò oggi mi sono alzata con l’occhio sinistro in fiamme e, di fatto, praticamente cieca. “A volte il nostro corpo ci manda dei messaggi”, mi diceva un po’ zen la mia fida Stefania lunedì, mentre mi facevo regalare da mia sorella un impermeabile Urbahia. Il mio, di corpo, urla, gesticola, mi lancia oggetti, nel tentativo di attirare la mia attenzione. Sì, ok, ma che vuole da me, mi verrebbe da dire? So benissimo anche io che bisognerebbe cambiare ritmo, depurarsi, disintossicarsi, rilassarsi. Che un altro stress come un esame faticosissimo unita alla praticamente certa umiliazione di perdere “in casa” forse non mi ci voleva. Che anche tutto il resto aspetta urgentemente di essere rivisto, ridiscusso, risistemato. Però io e Nizam siamo entrambi momentaneamente indisponibili. Proverò a ingoiare un cartellino con scritto “Torno subito”, magari il mio corpo capisce che in questo momento, con tutta la buona volontà, i messaggi non riesco a leggerli.

Lo strappetto


Avete presente quando si va in montagna e tu non sei tanto allenata (eufemismo, va’)… Il sentiero a un certo punto, scorre. Temperatura ottimale, vento in faccia, ti sembra di aver spezzato il fiato, di aver trovato quel giusto equilibrio tra il ritmo dei passi e il respiro. Inizi a pensare che non hai fatto male a imbarcarti nell’impresa, ti guardi intorno e ti godi i colori amplificati da quel tanto di fatica che hai accumulato. E poi arriva “lo strappetto”. Il terrore di tutti i camminatori fuori forma. Quel tanto di salita improvvisa che ti rigetta nel pieno dello sconforto iniziale. Non è neanche lo strappo finale, quello che già vedi la meta sopra di te e senti le voci di chi si sta ingozzando di cioccolata calda al rifugio. Anche quello può essere fatale, ma sei sostenuto dalla prova visiva che il più è fatto. Nossignore, il bastardo strappetto è lì, in mezzo al nulla, giusto per rovinarti l’entusiasmo eccessivo. In questi giorni, ecco, mi sento un po’ così. Il vantaggio è che della visione d’insieme, fondamentalmente, non dubito. Mi piace questo sentiero e sono abbastanza certa che non stramazzerò. Ma, fuor di metafora, certe volte un po’ di aiuto in più non guasterebbe. La piccola curdina fa il suo mestiere, ovvero captare con uno speciale radar il genitore vicino al punto di rottura. E a quel punto affonda, con la costanza e la tenacia che la caratterizza. E’ perché ha bisogno di vedere fin dove può arrivare. Ha bisogno che tu le metta dei limiti certi. Ha bisogno di essere rassicurata, in questo periodo che il padre è assente più che mai. Tutto vero, tutto giusto. So anche, perfettamente, che  “Guarda che se non collabori me ne vado (sott. anche io)”  non è la frase più giusta da dire in questa circostanza. Come si è detto, non bisogna esagerare. L’adulto sono io e non me lo dimentico. In fondo, come le ho detto ieri, insieme possiamo andare in un mucchio di posti bellissimi. Strappetti o non strappetti. Io ci credo davvero. Sempre che non decida di darmi alla fuga sul serio :-).

Letterina mancata


Natale sobrio e malinconico. Se avesi scritto la letterina a Babbo Natale, forse – se fossi stata sincera, si intende – avrei scritto cose insospettabili. Cose che non credevo di desiderare, e invece. Certe volte, come oggi, mi capita di avere dubbi radicali. Di restare come paralizzata dai dubbi, dai rimpianti.

Fragile


Ieri è stata una giornata particolarmente dura per me come madre. Forse perché in questo periodo sono tesa, forse per congiunture astrali, fatto sta che a un certo punto mi sono trovata seduta sul divano in lacrime a chiedermi se si può soffrire di depressione post partum a tre anni e mezzo dal parto stesso. Scherzi a parte, certe volte con Meryem ho delle difficoltà dovute in gran parte alla mia fragilità di questo momento. Mi dispiace che la bambina veda i miei cedimenti, ma d’altronde (l’ho già scritto in un’altra occasione) non ho mai finto con lei. Non voglio e non posso. E se è giusto trattenersi per non terrorizzarla, è giusto anche non ostinarmi a manifestare una graniticità che non mi appartiene affatto.
Detto questo, voglio fissare due momenti splendidi, a mo’ di incoraggiamento. Sabato, tornavamo in macchina da Collepardo. Sul raccordo, all’altezza di Tor Vergata, sullo sfondo del tramonto gli storni iniziano i loro disegni geometrici stupefacenti. Uno spettacolo che mi richiama molto i primi anni di Università, via Palestro e tante altre fantasticherie, ma che è oggettivamente straordinario. Meryem, senza esitazione, lo definisce così: “Una tempesta di uccellini!”. Meraviglioso. Il secondo piccolo prodigio sono le filastrocche che inizia a recitare. La soddisfazione di memorizzare a mia volta un testo imparandolo solo da lei. Lo trovo straordinario, anche se è normale.

Rivoluzione cercasi


Mi sto trattenendo dal commentare la patetica farsa della politica italiana. Sembra ormai tutto talmente fasullo che mi chiedo: è una sceneggiata per distrarci da qualcosa? O è squallidamente vero? Una cosa è certa: la sensazione di non poter fare nulla, come cittadina, come donna, come lavoratrice è pressoché totale. Si va avanti in perfetta inerzia, magari coltivandosi spazietti virtuali e cliccando qua e là su Facebook. Mi pare che ci abbiamo ben bene impacchettato, togliendoci ogni spazio e ogni incisività. Sì, ma chi è il soggetto? Ci si può davvero accontentare di questa teoria del complotto vaga e generica?
Il problema è che ormai ci si appella solo al senso del pudore di qualcuno che evidentemente ne è privo. Mi ricorda quando, con mia sorella Marina, si commentava qualche comportamento particolarmente squallido: “Ma tu non ti vergogneresti?”. E la risposta è, ovviamente: “No, altrimenti non l’avrei fatto”.
Ancora una volta devo confessare che è difficile conciliare le velleità rivoluzionarie e la comodità di mettere in fila gli impegni e portare a casa la giornata. Avrei voglia di una bella rivoluzione, ma i pochi aspiranti rivoluzionari che vedo in giro alla fine mi lasciano fredda, distaccata, cinica. E, come è noto, il cinismo non è costruttivo. Si finisce con il sentirsi superiori, più preparati, più intelligenti, meno ingenui. E quindi, ancora una volta, soli e immobili. O almeno così capita a me, sempre più spesso.
Non ne sono fiera. Almeno come madre non mi dovrei accontentare. Fosse solo perché sono madre di figlia femmina, destinata a crescere in questo puttanificio senza costrutto. Ma continua a mancarmi la concretezza. Chissà se da qualche parte, inaspettata, mi arriverà l’idea per la rivoluzione sincera e sobria che mi si adatterebbe. Confidiamo nel web?