Quando qualcosa si inceppa


Niente risparmio di risorse idriche stasera. Ho fatto una lunghissima doccia calda, tentando di lavar via la frustrazione, il nervosismo, l'ansia e anche, acquattata in un angolino del fegato, la paura. So di aver sbagliato anche io, certamente. Uno pensa di aver costruito una routine solida, che funziona. Stai lì che tieni insieme tutto, sorridi, cerchi anche di fare la spiritosa. Ma se qualcosa si inceppa, ti vedi per come sei: senza rete. Riuscire a lavorare, sia pur per simbolo, questa settimana è un'impresa che pare superiore alle mie forze. Meryem ha la febbre alta da 5 giorni, nessun accenno di miglioramento. Nizam fondamentalmente non c'è. Torna un paio d'ore il pomeriggio, un po' per dormicchiare mezzora, un po' per giocare con Meryem. Ma da domenica non torna neanche a dormire, al negozio fa apertura e chiusura. Lunedì dovrei partire per lavoro. Lo so bene che non è nulla di grave, che da stasera farà effetto l'antibiotico e in qualche modo rimetteremo insieme i pezzi. Razionalmente lo so. O almeno, razionalmente, lo spero. E invece irrazionalmente mi viene da dire che ho bisogno di urlare, di piangere (questo lo faccio pure troppo, ultimamente), di sentirmi dire che non è un bluff questa solida routine, non è un sipario per nascondere le solite magagne. Che probabilmente sono sempre lì, dove sono sempre state. Che resteranno lì e si vive lo stesso. Anche se sotto sotto lo so che sono, come sempre, un po' diversa, un po' anomala. Che le cose che per molti sono normali, scontate, a me non sono concesse. Forse, chissà, non le avrò volute abbastanza intensamente a suo tempo. Ma il tempo passa  alla fine si può andare solo avanti.

Scuotersi la polvere dai calzari


Venerdì scorso mi sono presa una giornata di vacanza da tutto: dal lavoro e, in buona parte, anche dalla maternità. Parrucchiere, pranzo da Nizam, ceretta, cena con le amiche. Avevo appena concluso un impegno di lavoro abbastanza stressante e un giorno di pausa ci stava tutto. Buffo, però, che per prenderlo abbia sentito il bisogno di fabbricarmi un alibi. No, non un alibi per i miei datori di lavoro. Un alibi per me stessa. Durante il tempo, relativamente ridotto, che ho dedicato all'alibi in questione, ho potuto effettuare una rapida osservazione antropologica. Quel che ho visto non mi ha molto sorpreso. Però non mi è piaciuto lo stesso. Ho ripensato a una circostanza simile a quella che avevo sotto gli occhi, situata cronologicamente in un passato piuttosto remoto. Sala del CNR, commemorazione di illustre studioso organizzata dallo studioso stesso. Anche allora, ovviamente, c'erano rivalità, non detti, allusioni, schermaglie. Ma, per intenderci, guardando quei protagonisti di allora si pensava non dico ai duelli medievali, ma quantomeno a Romanzo Criminale. La scena di venerdì mi è parsa più facilmente collocabile nel corridoio di una scuola media. Senza nemmeno l'attenuante della giovane età. Sono stata un po' criptica, in questo post. Me ne scuso. Alla fine venerdì ho guardato quello che meritava di essere visto, le sfolgoranti fotografie dell'isola di Mozia. Ho sentito quello che volevo sentire. Poi ho scosso bene la polvere dai miei calzari e me ne sono andata a prendere la metropolitana.

Se non ora…


Il titolo della giornata di oggi mi ha fatto ricordare una lettrice di ebraico moderno le cui lezioni frequentavo con una certa timidezza, a causa della mia imbranataggine con le lingue vive (preferisco di gran lunga quelle morte). “Im lo ani li, mi li?…. ” Vi risparmio la citazione completa, passo direttamente alla traduzione, un po’ approssimativa: “Se a me non penso io, che ci penserà? E quando sono sola davanti a me stessa, cosa sono io? E se non ora, quando?”.  Alla fine, esitante, sono andata alla manifestazione. Ho trovato esattamente quello che pensavo di trovare. Gratificazione di massa, bella gente, bei cartelli spiritosi. Ma sempre questa strisciante sensazione di coreografia. Mi ero aggregata al coro composito e autoconvocato che si proponeva di cantare il Dies Irae, con tanto di direttore e strumenti. Una bella idea. Che purtroppo non è stata valorizzata abbastanza, a mio parere. Quella musica a palla dal palco, un “People have the power” che a me è parso un po’ stonato dopo il minuto e mezzo di silenzio. Prima, addirittura, un improbabile Que sera sera. Dal format televisivo non si esce, nonostante la marea umana vera, sincera, profondamente dignitosa. In questa dimensione collettiva la mia solitudine mi sta proprio stretta. “Im lo ani li” e quel che segue.

Procedura comparativa


Il concorso pubblico per il reclutamento di un ricercatore si chiama “procedura comparativa”. Io sono una filologa, quindi i testi scritti esercitano su di me un richiamo irresistibile. Non parlo di manoscritti inaccessibili o di documenti segreti. In questo caso, sto parlando dei verbali della procedura comparativa di cui sopra. Mi seguite in una piccola analisi testuale?

La procedura comparativa si base sui seguenti elementi: valutazione del curriculum, dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche dei candidati (chiamiamolo punto A); prove scritte (punto B), prova orale (punto C).

E ora compariamo.

Candidato 1
punto A: curriculum “La candidata è laureata in Lettere (Università di Roma “La Sapienza”) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Ebraistica (Università di Torino); ha maturato occasionale esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 (Semitistica) come professore a contratto presso l’ Università di Roma “La Sapienza”) (a.a. 2003-04); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi italiani sui temi della religione dell’antico Israele e dei Fenici; ha svolto e tuttora svolge copiosa attività editoriale nell’ambito delle scienze bibliche.” Pubblicazioni: La candidata presenta 1 monografia, 1 raccolta di poesia ugaritica in traduzione annotata, 17 articoli su riviste scientifiche o atti di congressi e 4 recensioni“.

punto B: “Il risultato delle prove scritte è stato complessivamente buono

punto C: “L’esposizione della candidata è particolarmente brillante ed esemplica in modo appropriato il contributo che la filologia semitica nord-occidentale può recare agli studi storico-religiosi.”…. “veramente eccellente il colloquio conclusivo “.”””
 “”2”

Candidato 2
punto A: curriculum Il candidato è laureato in Lettere (Università di Firenze) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Linguistica (Università di Firenze); ha esperienza archeologica sul campo in Italia e in Yemen; ha maturato esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 come professore a contratto presso l’Università di Firenze (2004-06); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi internazionali, soprattutto sui temi dell’epigrafia sudarabica e della storia culturale e religiosa dello Yemen antico, risultando ben inserito nell’ambito internazionale della sabeologia”. P“2      “”””””””””””””””””””””22ubblicazioni: “Il candidato presenta un breve ma denso articolo su rivista di rilevanza internazionale … e la propria tesi di dottorato”. O, nelle parole di un altro commissario, “Il candidato presenta un convincente articolo di lessicografia sudarabica, che lascia presagire le sue buone capacità scientifiche”.

punto B: “Molto buoni i suoi due elaborati scritti

punto C: “Il candidato ha esposto con competenza le proprie ricerche e illustrato la propria attività scientifica e didattica in ambito nazionale e internazionale”

Per giustizia vi aggiungo degli elementi. Per il Candidato 2 ha pesato molto anche la considerazione in merito ai risultato raggiunti “in considerazione della giovane età”: 35 anni, rispetto ai 38 del candidato 1. Mi rendo anche conto che la presentazione è leggermente fuorviante: le prove B e C del Candidato 2 nella valutazione complessiva sono diventate “eccellenti”. Una delle due prove scritte del candidato 1 non è stata brillante: il candidato medesimo l’avrebbe valutrata appena sufficiente.

Chi ha vinto? Evidentemente in Candidato 2. Il candidato 1 non ne è sorpreso. Ciò nonostante, si pone qualche domanda.

Sono (ancora) analogica


Social Media Week Rome. Ebbene, c’ero anch’io. Cioè, più precisamente: ci sono passata, ho origliato, mi sono regalata un’oretta da spettatrice. Non ho resistito alla curiosità, diciamocelo. Mi ha aiutato molto la location dell’evento di oggi, a due passi dall’ufficio e nelle immediate adiacenze del bar detto “degli energumeni”, dove da anni consumo la mia pausa pranzo. Il tutto per dire che non me ne sono pentita affatto. E appunto qui un po’ di considerazioni in ordine sparso, tra il serio e il faceto. L’evento a cui mi riferisco, per la cronaca, è questo.
Prima considerazione, meramente formale. Oddio, che lingua è? Una selva di prestiti, più o meno motivati (a volte meno) dall’inglese o, più semplicemente,da gerghi vari. “Sharare non si può sentire”, ho avuto la soddisfazione di sussurrare all’unisono con un mio vicino di sedia, vistosamente più a mio agio di me, preso com’era nell’armeggiare disinvolto tra cinque o sei finestre di browser del suo I-pad (forse stava praticando il viral lift?). Nuovi orizzonti dell’ortografia si spalancano davanti ai nostri occhi: matchare o mecciare? sharare o scerare? e via così.
Affascinante, decisamente. Ma c’è di più di questo. Per me anche i concetti espressi sono materia nuova, sconosciuta, in cui mi orizzonto a naso e a intuizione. Confermo. Mi interessa il social. Non solo nel senso delle politiche sociali. Mi autodichiaro ufficialmente principiante autodidatta.
Poco dopo il mio arrivo, la mia attenzione è attirata da una frase del relatore di turno (si parlava dell’attività di un’agenzia immobiliare): “Noi ormai non prendiamo in considerazione candidature di persone che non abbiano almeno 150 amici su Facebook”. Prima deduzione logica: potrei fare l’agente immobiliare (ma chi ci pensava a mettere Facebook sul CV?). Seconda osservazione: ah, ecco perché tanti sconosciuti ti chiedono l’amicizia su Facebook. Magari aspirano a fare gli agenti immobiliari. Terza considerazione, più seria: fuor dalla celia e dal campo immobiliare, ora mi spiego meglio una riflessione come questa. Lavorare in qualità di blogger, oppure lavorare in quanto blogger? Non è affatto la stessa cosa e il confine tra lavorativo e privato è molto, molto labile. In fondo un discorso analogo vale per il “personal branding” e per la “digital reputation” di cui si è parlato in altri appuntamenti del programma (linko, per mia e vostra conoscenza, gli ottimi resoconti di Wonder su Vanity Fair). Interessante. Certo dà da pensare. Io talora mi sono googlata, confesso. I risultati ancora mi divertono più che impensierirmi.
Annoto qui, tanto per non dimenticarmelo, anche un interessante scambio di battute che ho avuto con una signora del pubblico in merito alla “radio del futuro”, evocata dal relatore di Radio Dimensione Suono. Concordo con la mia interlocurice. La radio non è solo musica. Il futuro della radio passa anche per una diversa valorizzazione dei contenuti e, magari, per la partecipazione dei fruitori alla produzione degli stessi. Non solo ai concerti dal vivo, ma anche in una sorta di recupero di quella dimensione rivoluzionaria, trasgressiva, del “fare la radio” negli anni ’70.
Ed è stata proprio la relazione sulla radio a illuminarmi sulla mia natura più profonda. Si parlava dei vari modi di fruizione e il relatore accennava alla coesistenza, in questa fase, di due categorie di fruitori: quelli digitali, che utilizzano le nuove tecnologie a colpi di i-phone, i-pad e compagnia bella; e quelli “analogici/nostalgici”, che ancora ascoltano la radio in macchina o addirittura con il tuner classico. E mentre mi vedevo fischiettare “Amore impossibile” nella nostra Ford Focus SW di seconda mano, improvvisamente ho realizzato: oddio, ma sto prendendo appunti a penna su un blocchetto! Intorno, i-pad, i-phon e i laptop di qualche dinosauro. Sono analogica, eccome. Nostalgica forse no, non sempre (anche se passando davanti a quel che resta dei telefoni a scheda dell’Università da cui telefonovo a casa i risultati degli esami, dopo 35 minuti abbondanti di fila, ho sospirato). Ma analogica decisamente sì.

Feste, ci provo


Era un po’ di tempo che non andavo a una festa di una delle compagne di scuole di Meryem e, francamente, non ne sentivo la mancanza. Ci vado davvero solo per dovere e perché credo sia importante provarci. Io ci provo. Oggi è andata meglio dell’ultima volta (quella era stata un vero incubo). Festa in maschera. Un tripudio di Winx. I maschietti erano vestiti da Spiderman o da Batman. Uno aveva entrambi i costumi e li alternava. Un altro era vestito da Ben 10 e non saprei dirve se era fedele all’originale, perché grazie a Dio quello non l’ho mai visto. Mi chiedo solo se ‘sti supereroi è necessario imbottirli di muscoli: a me fanno un po’ impressione. Meryem, vestita da gatto con costume artigianale, per fortuna non sfigurava. Cioè, più precisamente, non si è sentita a disagio. Era bellissima, ma non era detto che lei ne fosse consapevole. L’animazione non l’ha entusiasmata, ma ha persino partecipato parzialmente (è la prima volta). Si è divertita. Tornando a casa ha ripetuto più volte “è stata una festa fantastica” e ha voluto telefonare al padre per raccontargliela. Ma perché io invece sono perplessa? Perché continuo a sentirmi un pesce fuor d’acqua con queste madri. Non ho praticamente scambiato una parola con nessuno, tranne che con la madre della festeggiata e con una delle maestre che era venuta con le sue bambine. Al momento del fatidico “scarta la carta” mi sono sentita ancor più a disagio. I regali erano tutti più importanti e più brandizzati del nostro. Io avevo optato per questo. A me pareva carino e il budget adeguato. Ma davanti a Barbie megagalattiche abbigliate alla Ruby, capi di vestiario da Lolita e persino un vestito da principessa comprensivo di scettro e corona, mi sono sentita un po’ a disagio. La festeggiata ha ovviamente ignorato il regalo. Meryem non credo che lo abbia notato, perché era presa dalla torta. Però…

Parliamone


Quando faccio dei commenti su alcuni argomenti che mi stanno a cuore e poi leggo le reazioni e le risposte, mi trovo a desiderare un bel salotto accogliente, magari con un fuoco scoppiettante e una bevanda calda e speziata, dove trascorrere delle belle serate a fare discussioni lunghe e lente, sviscerando i vari aspetti di quel che si vuole dire e lasciandosi portare dal filo del discorso. Praticamente il contrario di un dibattito televisivo. Mi riprometto dunque di dedicare qualche post a spiegare come la penso, consapevole che questa forma scritta di botta e risposta non può in alcun modo sostituire l’atmosfera richiamata sopra, né lo spirito di confronto affettuoso a cui ambirei. Non voglio fare lezioni a nessuno, non potrei neanche volendo. Però credo che sia importante condividere con voi che mi leggete alcune considerazioni che nascono dai miei studi, ma anche dalla mia esperienza diretta e dalle mie amicizie.
Siccome da qualche parte si deve cominciare, iniziamo con l’islam. E, per la precisione, da un’espressione precisa: “musulmano moderato”. Credo che questo termine la dica lunga. Se c’è bisogno di specificare, si intende che un musulmano generico moderato non lo sia. Se poi consideriamo che quelli solitamente indicati come moderati sono semplicemente musulmani non praticanti, ovvero l’equivalente (a grandi linee) di un battezzato che non va in chiesa e non prega (se non addirittura un non credente), credo che l’idea media che si ha di questa religione si sia definita da sola: una roba barbara, retrograda, repressiva, da cui non ci si può che emancipare. Comunque la si pensi in fatto di credenze personali, consentitemi di dire che questa immagine culturalmente parlando è solo una gran sciocchezza, nata dall’ignoranza, dal pregiudizio e dalla cattiva (e a volte anche interessata) informazione. Con questo non intendo che non esistano persone che si definiscono musulmane e che si comportano secondo lo stereotipo suddetto. Ma vi ricordo che esistono gli antiabortisti che ammazzano i medici e nessuno attribuirebbe al cristianesimo su scala mondiale le definizioni meritate da un gruppo specifico di fanatici.
So che già qui si potrebbe discutere per mesi. Quello che intendo è che non si può attribuire a una religione, peraltro molto meno istituzionalizzata del cattolicesimo, la responsabilità di fenomeni sociali e politici complessi e differenziati, e addirittura su scala mondiale. Ribadisco che i dibattiti su quale sia la religione migliore e su quale sia il testo sacro migliore non mi interessano in generale, e certamente in questo discorso.
Perché parlo di questo quando quello che ho in mente sono invece situazioni specifiche come le rivolte in Tunisia, Egitto e Albania? Perché mi sembra che il modo in cui leggiamo la storia e l’attualità di paesi di cultura millenaria e anche abbastanza diversi l’uno dall’altro (anche se hanno dei tratti comuni) sia clamorosamente viziato dal pregiudizio sull’islam. Sarà per il provincialismo dei nostri media, che guarda al di là dei confini nostrani solo per presentare fatti clamorosi senza alcun tentativo serio di lettura o di approfondimento, scopiazzando e mal traducendo dai media stranieri (anch’essi tutt’altro che cronisti neutrali e disinteressati dei fatti)? Sta di fatto che io mi trovo a leggere (semplifico, per carità) che pur di non avere “gli islamisti” (qualunque cosa ciò voglia dire!) al potere, è certamente meglio una dittatura laica, magari militare. Come questo si concili con la nostra idolatria delle nostre forme democratiche, lo sa Dio (o Allah). Alla democrazia dedicherò un post a parte, mi pare necessario. Intanto, provate voi a vivere in un regime militare e poi ne riparliamo. Ma almeno è laico. Ah, ok. Peccato che esistano paesi dove in nome della laicità (che no, non ha lo stesso significato in tutto il mondo) si sono compiuti colpi di stato (più o meno cruenti) e si sia limitata fortemente la libertà dell’individuo, a cui noi sembra che teniamo come a un bene supremo.
Un esempio che conosco bene, la Turchia. Certo che il fondamentalismo, da sempre estraneo all’islam turco, ha guadagnato terreno. Ma molto si deve alle follie della cosiddetta laicità. In un Paese in cui il 99% della popolazione si professa di religione musulmana, fino a poco fa era vietato a una donna di indossare il velo in qualunque luogo pubblico, ad esempio l’università. Però potevano mettere la minigonna. Benissimo. Ma vietare una pratica religiosa personale è grave quanto imporla, per come la vedo io. Ora il velo è consentito all’università, così come la minigonna. A me sembra una cosa civile. Ma a noi anche questa è stata presentata come una svolta di fondamentalismo. Ahimè, il fondamentalismo è davvero in agguato. Ma non tanto in un governo che è islamico quanto l’UDC è cristiana, in un paese in cui le donne votano da prima che in Italia e la moglie del presidente, osservantissima e velata, è laureata ad Harvard o simili. Il fondamentalismo è in agguato nelle campagne povere, dove lo stato continua ad essere assente e dove è facile, con pochi soldi, comprarsi la vita e la fedeltà di persone semplici. E’ un’altra storia, che sfugge del tutto ai media – o almeno a quelli italiani.
Bisogna comunque fare delle distinzioni. La politica turca può piacere o non piacere (a me non piace granché), ma la Turchia è un sistema democratico ben affermato e sostanzialmente solido (se non fosse per i colpi di stato laici che in passato hanno sciolto partiti che avevano vinto le elezioni perché “troppo islamici”!). La percentuale dei votanti alle elezioni è spaventosamente alta, si vota con il computer e i risultati arrivano quasi in tempo reale. Esistono partiti rappresentativi delle minoranze, anche di quelle etniche che in Turchia hanno avuto e hanno vita durissima (curdi, armeni). I ministri del governo sono giovani e preparati. Ci sono delle inquietanti somiglianze con la nostra classe politica: ad esempio è emerso che il capo dell’opposizione aveva fatto sesso con una prostituta, che lo ricattava con un video. Si è dimesso ed è scomparso dalla vita politica, dopo decenni di attività, senza aspettare che nessuno lo chiedesse.
La Tunisia? E’ ancora un’altra storia. Non mi venite a dire che c’entra il fondamentalismo islamico. Ma so che mi leggono persone più preparate di me su questa situazione. Io, superficialmente, sono ammirata del coraggio e della dignità di giovani ancora disposti a mettere in gioco la vita in nome della libertà. E’ lo stesso sentimento che provo davanti ai racconti dei giornalisti camerunensi, che a 25 anni si sono fatti arrestare e torturare per non aver smesso di denunciare brogli elettorali e abusi dei loro governi. Certo, noi queste cose non le concepiamo. Qui da noi si può dire e scrivere tutto. E, aggiungo io, questo è l’unico vero motivo per cui ancora le cose si dicono e si scrivono. Perché non hanno conseguenze e, soprattutto, perché nessuno rischia niente. Il sistema è talmente solido che può concedere ai sudditi persino la libertà di dissentire. Tanto, stringi stringi, nessuno lo fa veramente.
L’Egitto è ancora più complicato e non mi sento, senza documentarmi e aggiornarmi, di prendere una posizione. Vi posso solo raccomandare di non farla troppo facile. Quando ci sono di mezzo le identità religiose si finisce per essere davvero superficiali nel mettere etichette. Io vi suggerisco un bel sito, http://www.minareti.it, dove potete trovare notizie e informazioni aggiuntive. Ma ne riparliamo certamente.
Un’ultima notazione. Tutti e tre questi paesi sono stati da sempre meta di vacanze di noi italiani e europei in genere. Ma cerchiamo di andare oltre l’immagine del paese che può avere un turista in spiaggia, magari nel villaggio Valtour o nel comprensorio di Sharm. Non è che se voi o i vostri amici in quella vacanza vi siete divertiti tanto ciò significhi che allora andava tutto bene e ora qualche malvagio è arrivato a turbare l’idillio. Magari era un idillio solo vostro e di relativamente pochi privilegiati. Scusate, qui ho un tono un po’ amaro, magari aggressivo. Ma certe volte siamo più profondamente colonialisti di quanto possiamo immaginare.