Disegni per la Siria


In una grande tragedia spesso, travolti dai numeri, si perdono di vista le persone. Oggi,come vi raccontavo nel post precedente, tra i vari pensieri mi venivano in mente i bambini siriani che non vedono l’ora di tornare a scuola, nonostante tutte le mille difficoltà. Ho visto qualcuno dei loro volti sulla pagina Facebook del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Ho letto articoli come questo sul sito del JRS, che lasciano intuire quanto questi bambini (ma anche i loro genitori) debbano sentirsi soli e isolati in questo momento.

Di solito mi limito, saggiamente, a consigliarvi di sostenere questa situazione con il pensiero, con le parole e, chi può, con un contributo economico. Ma oggi ho pensato che sarebbe bello che a questi bambini, che ce la stanno mettendo tutta per ritrovare la normalità, arrivasse anche un segno di amicizia da parte dei loro coetanei. Mia figlia e molti bambini amano disegnare e scrivere bigliettini. Quindi ho pensato che potremmo chiedere ai piccoli di casa di disegnare per un potenziale amichetto in Siria, per mostrare la nostra solidarietà e il nostro incoraggiamento.

Onestamente, non ho idea di come fare arrivare i disegni agli interessati. Devo chiedere ai miei colleghi dell’ufficio internazionale. Alla peggio li scannerizzeremo e invieremo per mail. Ma sono certa che un modo si troverà.

Quindi, chi vuole partecipare, mi mandi il suo disegno/biglietto. As simple as that. Poi capirò cosa farne e ve ne informerò, ovviamente.

Chiara Peri, Fondazione Centro Astalli, via del Collegio Romano 1, 00186 Roma.

 

Solo un dettaglio (e una proposta)


Una mattina ordinaria, in ufficio. Traduco, un po’ meccanicamente, gli aggiornamenti sulla crisi in Siria che arrivano dall’ufficio internazionale del JRS. Intanto penso alla presentazione che dovrò fare domani, ripercorro mentalmente le crisi internazionali: Siria, appunto, Mali, Repubblica Centrafricana. Fin qui il lavoro. Poi leggo: “il team del JRS Byblos”. E mi si apre una voragine mentale.

Byblos, Biblo. Mai vista, ma nominata – nella mia vita precedente – innumerevoli volte. Le punte di freccia iscritte, preme attestazioni di scrittura monoconsonantica; la misteriosa scrittura pseudogeroglifica, che il mio maestro crede di aver decifrato, ma chissà; il bellissimo sarcofago di Ahiram (o piuttosto Ahirom), con i suoi leoni accucciati e l’indimenticabile raffigurazione del re morto il trono con il fiore rivolto all’ingiù. Il tempio degli obelischi, la Signora di Biblo, Adone. Filone di Biblo e i suoi racconti misteriosi e frammentari. E, ancora, pescando indietro nei millenni: le lettere insistenti di Rib-Adda al faraone Akhenaton, conservate nell’argilla di El Amarna. Quanto abbiamo scherzato con gli amici su quei testi: “Ho scritto tanto, ma il mio Signore ancora non ha mandato le sue truppe in mio aiuto: forse la mia lettera è andata smarrita?”. Sembrava Snoopy che scrive all’editore. 60 ne ha scritte, di quelle lettere (almeno) e il grande re di Egitto se ne è, a quanto ci risulta, del tutto fregato.

Biblo, un mondo intera di orientalistica antica, moderna e contemporanea. Il mondo di immagini e scoperte che ho, forse indebitamente, sentito mio per anni e anni. Oggi quella Biblo è tornata Byblos. Gli operatori del JRS preparano pacchi di viveri per le famiglie rifugiate.

“La vita è dura per i rifugiati in Libano, dove devono pagare affitti alti per alloggi male arredati, sono spesso sfruttati per i lavori più umili e hanno difficoltà a mantenere le loro famiglie. I cesti di cibo del JRS sono essenziali per queste famiglie, ma i bambini non hanno solo fame di pane, ma hanno fame di istruzione. Per rispondere alla loro fame, il JRS presto inizierà il Programma di Apprendimento Accelerato (ALP) per bambini siriani che hanno bisogno di imparare rapidamente francese, inglese e elementi di matematica per accedere e integrarsi nel sistema scolastico libanese”. Così scrive il Direttore Internazionale del JRS.

Il “nostro” Medio Oriente da giovani orientalisti entusiasti era finto? Non credo. Sincera era la passione, la voglia di capire e, in qualche modo, la ricerca di verità che ci animava allora. Penso a quante parole e persino litigi sul tema della “decolonizzazione” dei nostri studi. Oggi, quello che mi resta, è un pensiero confuso: noi, più di altri, sappiamo quanto si debba andare fieri, come uomini, del contributo di queste terre alla civiltà di tutti. Che questo ci aiuti a non dimenticare, non solo ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo in queste ore.

Che possiamo fare? Chi ci crede, preghi. Cerchiamo di tenere alta l’attenzione, di informarci. Eventualmente, di sostenere chi è lì. Ma non si tratta solo di soldi. Lo sto pensando mentre lo scrivo. Non sarebbe bello fare arrivare il nostro sostegno ai bambini siriani che si preparano a tornare a scuola, in Libano, nei prossimi mesi? Vogliamo raccogliere un po’ di disegni dei nostri figli, letterine e simili, per far loro sentire che li pensiamo? Poi mi informo dai colleghi su come si fa a farglieli avere (al limite scannerizzandoli). Che ne pensate?

Ingiustizie


Vedo Meryem che si rabbuia, con quel suo tipico aggrottare le sopracciglia che sembra concentrare nel suo sguardo tutte le nuvole temporalesche del mondo. Il libretto di Peppa Pig sull’alfabeto che ieri le ho regalato contiene una specie di puzzle a coppie di pezzi, dove va abbinata la lettera con la parola che inizia con quella lettera. Nell’edizione italiana sono andati al risparmio e, sebbene la cartolina riassuntiva dell’alfabeto (che ha solo disegni e quindi non è stata tradotta) comprende anche j, k, x, y e w (e lo stesso dicasi per il libro allegato), i pezzi del puzzle sono adattati a un alfabeto puramente italico, che ha consentito quindi di risparmiare ben dieci pezzetti di cartone stampato. “Non è giusto!”, sbotta furiosa.   Le fa rabbia che i pezzi da lei ricomposti non corrispondano alla sequenza della cartolina, ma le fa doppiamente rabbia il fatto che la y non è superflua: serve a scrivere il tuo nome (e qui bisogna sottolinearle che il suo nome non è italiano… ma se uno volesse scrivere xilofono?).

Oggi sono sensibile alle ingiustizie. Poche ore fa, infatti, mi pare di averne subita una, clamorosa. Ancora mi brucia, anche se non è poi una cosa di grande importanza, a ben guardare. Tra l’altro, ironia della sorte, ultimamente sto facendo un sacco di letture che girano intorno al concetto di giustizia.

Ma cos’è la giustizia e, per riflesso, cos’è l’ingiustizia? Il saggio che avevo in mano ieri sera argomentava lungamente che una definizione univoca di giustizia non esiste. Filosoficamente è vero. Ma abbandonando le dispute sofistiche, io temo che non sia la definizione il principale problema. Il problema è che, ahimè, un’ingiustizia, piccola o grande che sia, se subìta brucia. Questo lo ha chiarissimo già Meryem. Uno dei ricordi più vividi che ho risale alla mia prima visita in Israele. Avevo dormito a Betlemme, dove ero arrivata a piedi (ed ero stata sbranata da una specie di ferocissimi moschini urticanti per tutta la notte). Ero in compagnia di un tedesco, luterano. La mattina, prestissimo, passiamo davanti alla chiesa della Madonna del Latte (mi pare). Mi viene voglia di dire un’Ave Maria, lascio fuori un attimo il mio amico e scappo dentro. Avevo uno zainetto in spalla e forse questo ha suscitato le ire di uno scorbutico prete, che mi ha cacciato fuori urlando: “No turists!!!”. Sono rimasta molto ferita da quel fatto insignificante. Non è che mi capiti ogni dieci minuti, ma io avevo voglia di pregare e lui me l’ha impedito.

Ho pensato molto al racconto del mio collega siriano, che sottolineava molto il desiderio di giustizia della gente, che cresce davanti ai diffusi soprusi. L’Islam, al momento, è la struttura più attrezzata in loco dal punto di vista giuridico e quindi il consenso ai radicali cresce. La giustizia però non è solo un fatto di tribunali o, peggio, di sanzioni più o meno accettabili. Mi stupisce sempre che alla giustizia evangelica, che pure è un messaggio centrale del cristianesimo, si dia solitamente, nella migliore delle ipotesi, un senso meramente figurato. La promozione della giustizia è certamente uno dei valori dell’organizzazione per cui lavoro che mi sta più a cuore.

Cos’è la giustizia? Torno a chiedermelo. Una direzione, una opzione, ma soprattutto una ricerca. Non una ricerca intellettuale, evidentemente, ma il discrimine principale di tutte le scelte. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose [cioè il mangiare, il vestire, la casa, il lavoro….] vi saranno date in aggiunta”. Se avessi fede anche solo per una delle cose che mi piacerebbe credere, vorrei fosse questa.

E voi? Che ingiustizie avete subìto? Che giustizia cercate, se la cercate?

Così vicino


Un meeting come ne ho visti molti: brainstorming, fogli appesi alle pareti, proposte di formulazione e dibattiti, parole chiave, obiettivi generali e specifici. Però io non riuscivo a staccare lo sguardo dalle mani del mio collega siriano. Dita lunghe, controllate, ordinatamente intrecciate sulla superficie del tavolo. E non smettevo di pensare: io starei gesticolando ininterrottamente da ore. Ma come cavolo fa.

Anche la voce è tranquilla. Spiega paziente, cartina alla mano, la complessa geografia siriana. Parla della tragedia quotidiana di tutti loro, lui compreso. Anche chi non è (ancora) stato costretto a lasciare la propria casa è comunque privo degli standard minimi: mancano pane, acqua, elettricità. Il gasolio e la benzina scarseggiano, si trovano solo al mercato nero al 1000% del loro prezzo. La moneta si è svalutata del 100% rispetto al dollaro. Le medicine sono introvabili: l’80% dei medicinali era prodotta nazionalmente, da fabbriche da tempo distrutte o comunque chiuse. In tutta la Siria settentrionale i medicinali per il cancro sono finiti. Non si trovano più neanche le medicine per la leishmaniosi cutanea: tipica di Aleppo, se non è trattata subito mangia la pelle, soprattutto del viso. E’ grave oggi che fa freddo, non si può immaginare che sarà con l’arrivo dell’estate e il parassita al massimo della diffusione.

E poi c’è tutto il resto. I combattimenti, l’odio che cresce, la sete di giustizia che diventa sete di vendetta, il collasso assoluto di qualunque forma di vita civile organizzata. “Abbiamo smesso di contare i morti”. Si scalda appena, Elias, quando ripete, più e più volte, che quello a cui i siriani non si rassegnano è l’indifferenza e il silenzio della comunità internazionale. Quando l’Università è stata bombardata il primo giorno di esami, uccidendo centinaia di studenti, i media del mondo non hanno ritenuto che fosse una notizia significativa.

Ma poi si ricompone. I rapporti delle Nazioni Unite parlano di crimini di guerra da una parte e dall’altra, puntualizza il corrispondente da Ginevra. “Certo. Tutti sono figli di questo regime. Tutti hanno torturato, tutti hanno ucciso. Ma la situazione è molto più complicata di come la dipingono questi rapporti”. “E’ bene”, sostiene Elias, “che l’opposizione sia diversificata: non vogliamo passare da una dittatura all’altra. Una Siria plurale e democratica, questo è il nostro sogno”. Il sogno di tante, tantissime persone, che rischiano la vita ogni giorno per resistere alla violenza.

“Non sottovalutateci”. I civili devono essere sostenuti, ma fanno già moltissimo. E ci parla ancora una volta dei loro team di volontari che arrivano dove le grandi organizzazioni non riescono a arrivare. E lo possono fare perché sono squadre miste, composte da siriani di ogni etnia e religione, divisi persino dalle idee politiche: sostenitori di Bashar al-Assad, attivisti convinti dell’opposizione. Parla dell’impegno di molti direttori della Mezzaluna Rossa locali, che non si tirano indietro, anche se il rischio è continuo. Ogni giorno tutti loro mediano, attraversano le linee, si conquistano con i fatti il rispetto delle due parti combattenti e la possibilità concreta di dare assistenza a tutti. “Anche la semplice distribuzione di un pacco di viveri può essere fatta in modo da contribuire a ricostruire un tessuto sociale di pace e riconciliazione”.

Ma la notte sembra ancora lunga, infinita. La rivoluzione è iniziata il 15 marzo 2011 e per sei mesi è stata assolutamente pacifica. I media, oggi, quando parlano di Siria, lasciano spazio solo agli estremisti. “Il mio popolo è così… semplice. Prima i conflitti si risolvevano con baci e abbracci. Davvero. Non si usava neanche tanto il tribunale. I capi famiglia si incontravano, si abbracciavano, si baciavano e finiva tutto lì”. Cosa servirebbe? Serve tutto, per carità. Aiuti, meglio se non strumentalizzati e partigiani. Prudenza e responsabilità nel descrivere quello che sta accadendo. Ma più di tutto servirebbe che finisca la guerra. Mentre ascoltiamo arriva la notizia di una bomba caduta nei pressi dell’ufficio del JRS a Damasco. “Stanno tutti bene”, commenta telegrafico il direttore internazionale.

Io continuo a guardare le dita di Elias e mi chiedo come si debba sentire a spiegare la sua vita come se fosse una semplice relazione di lavoro. Scegliere le parole in inglese, rispondere a obiezioni che forse suonano persino offensive. A volte, presa dal lavoro qui in Italia, tendo a dimenticare che essere con i rifugiati significa, di solito, vivere in mezzo alla guerra. E, più ancora, dimentico che non solo nei film si è chiamati a scelte di coraggio, decisive. Elias ha avuto con molta difficoltà il visto per venire qui in Europa. Neanche per un momento sembra aver pensato alla possibilità di restarsene qui al sicuro. Da un lato è ovvio. Ma poi ci ripenso e mi dico che non è ovvio. Affatto.

Priorità


I blog seri hanno un piano editoriale. Io, manco a dirlo, no. Quindi capita che io immagini di parlarvi di qualcosa e poi si faccia avanti sgomitando qualcos’altro. Oggi vi voglio raccontare una storia.

Immaginate una donna in carriera, interprete e docente universitaria di inglese, abituata a lavorare 12 ore al giorno. Ve la immaginate? Direi di sì. Ora aggiungiamo un particolare. Questa professionista vive a Aleppo, Siria. Chiamiamola Rana, ma non è il suo vero nome. Continua a lavorare, anche oggi, ma molto meno di prima. Le classi di più di cento studenti ne ospitano a malapena trenta. In compenso i campus universitari, così come le scuole di tutto il paese, sono piene di sfollati. Famiglie fuggite dai bombardamenti, dai cecchini, dai conflitti a fuoco. Dietro una parvenza di quotidianità, tutto è cambiato. E qui arriva la parte che mi affascina.

“Le cose sono cambiate. Non potete immaginare quanto. Così sono cambiate anche le mie priorità”. Questa professionista inizia, con un gruppo di amici, a cercare di dare una mano a chi è più in difficoltà. Di conoscenza casuale in conoscenza casuale si crea un gruppo. Ci si inizia a organizzare meglio. Così è nata la Famiglia dei Volontari di Aleppo. Un gruppo di siriani che più diversi non si può. Professionisti, insegnanti, artisti, gente comune, laici e religiosi, cristiani e musulmani. Persone che non hanno neanche la stessa idea politica, ma uniti dall’urgenza e dalla voglia di dare una mano. A volte a rischio della vita, in zone dove le grandi organizzazioni internazionali non riescono a intervenire. Pacco viveri dopo pacco viveri, molti siriani devono a loro la sopravvivenza.

Questa storia, che potete leggere sul sito del JRS (per ora in inglese, presto anche in italiano), mi ha fatto pensare. Rana non era certo una professionista della cooperazione. Nessuno degli altri volontari lo era. E’ che in queste circostanze estreme ad alcuni, per fortuna, scatta qualcosa. “Non mi sono mai sentito più vivo di così”, dichiara uno dei volontari. Perché la vita, la normalità, sotto le bombe bisogna difenderla.

Non riesco a dipanare il groviglio di pensieri che mi si è annodato in testa da quando ho letto questo racconto. Non posso fare a meno di chiedermi: noi italiani in circostanze analoghe faremmo lo stesso? Poi oso rispondere: sì. Perché le energie positive, di genuina solidarietà e di entusiasmo, io ogni tanto le vedo trasparire dal grigiume del generale scetticismo. Forse però la domanda è oziosa. Una cosa è certa: da qui non posso che fare il tifo per tutti loro, che – come affermano loro stessi – vanno d’accordo a causa della loro diversità. Ci vuole coraggio per dire una cosa del genere in mezzo a una guerra civile.

Le cose che non fanno notizia


Non fa notizia una pizza nel mio forno che non ha lievitato come si deve.

Non fa notizia Meryem che sabato prossimo imparerà una canzone nuovo al coro.

Non fa notizia un ufficio pubblico che funziona bene, e spesso neanche un ufficio pubblico che funziona male.

Non fa notizia una guerra civile che dura da marzo 2011 in una Paese che per molti motivi è vicino al nostro.

Non fanno notizia centinaia di famiglie che si chiedono come sopravviveranno all’inverno.

Sembra uno scenario da favola ottocentesca, vero? I bambini non hanno scarpe, non hanno vestiti pesanti, non hanno nulla da mangiare. Eppure questo è lo scenario che i miei colleghi del JRS si trovano davanti nel loro lavoro quotidiano, in Siria e nei Paesi dove molti siriani si sono rifugiati (Giordania, Libano, Turchia).

Oggi ricordiamo la maggioranza silenziosa di cittadini siriani che aspira alla pace e la cui sorte pare non stare a cuore a nessuno.

Questo post aderisce a “Siria, I Care” blogging day.

Così lontano


Su tutti i giornali si leggono aggiornamenti sulla Siria, che è diventata (e magari resterà per un po’) LA notizia dagli esteri. L’altra sera, benedicendo le webcam e chi le ha inventate, ho potuto seguire un lungo e toccante incontro pubblico organizzato presso l’Auditorium di San Fedele. Come sempre, le parole di chi vive direttamente l’esperienza della guerra, di questa folle e crudele guerra che fa a pezzi anche i bambini, hanno poco a che fare con i titoli giornalistici confezionati in redazioni lontane mille miglia, fisicamente e spiritualmente, dai fatti. Mi ha fatto particolarmente impressione pensare che noi ora assistiamo a qualcosa (una reazione contro un regime di oppressione) che passerà alla storia come qualcos’altro (una guerra civile a sfondo etnico e religioso) perché in effetti si sta trasformando, o forse è stata già trasformata, in qualcos’altro. Possiamo quasi toccare con mano come questo stia avvenendo, nonostante la resistenza eroica e commovente di alcuni.

Solo ieri, vergognandomi un po’, ho mandato una mail insulsa a un collega siriano conosciuto a Bangkok. Non so se mi vergogno di più per non averlo fatto prima o per averlo fatto ora, mettendo insieme quattro parole imbarazzate che in fondo volevano solo significare “Non capisco nulla, non posso sapere cosa stai passando, ma ti penso”.

Ho ripensato a una delle nostre conversazioni davanti al caffè thailandese, accompagnato da dolci di forma e colore improbabili. Gli dicevo che, stupidamente, durante gli anni dell’università, pur avendone la possibilità, non ero mai andata in Siria. Che un’altra volta ero stata quasi convinta di andarci, al punto da rifare il passaporto, per andare a vedere con i miei occhi l’esperienza di Deir Mar Musa, fondata da quel Paolo Dall’Oglio che oggi non può essere più lì. Ma che alla fine non mi ero mai decisa e ora mi dispiaceva. Lui mi ha guardato con il suo sorriso ampio e riflessivo e mi ha detto: “Vieni a trovarci. Abbiamo un piccolo appartamento dove puoi stare quanto vuoi”. Ma poi, con un guizzo di dolore negli occhi, ha aggiunto: “Magari non adesso”. Era ancora marzo.

Ripenso alle parole di un siriano che l’altra sera, parlava del centro storico di Homs, che lui era fiero di far visitare agli amici stranieri che venivano a trovarlo. Una testimonianza unica di convivenza tra popoli, lingue e religioni diverse, fin da prima dell’avvento dell’Islam. Ora, diceva, non potrò mostrare più nulla. Sono rimaste solo macerie. E cadaveri di bambini. Ho ripensato ai racconti di Nizam, che un mese fa mi chiamava da Mardin, in Turchia, non lontano dal confine. “Penso che ti piacerebbe”, mi diceva. E si riferiva anche lui a quell’intreccio antico di convivenza tra cristiani e musulmani, a quell’atmosfera unica, ricca e straordinaria di raffinatezza, di ricchezza, di cultura. Mentre parlavamo al telefono si vedevano i carri armati sul confine.

Continuo a seguire il filo dei pensieri e ripenso a una conferenza di Dan Madigan, un gesuita che stimo moltissimo, che ho trovato illuminante rispetto al concetto di fondamentalismo. Tendenzialmente bisogna tener presente che il fondamentalismo è il contrario del tradizionalismo. La tradizione culturale e religiosa può sicuramente essere opprimente e soffocante per l’individuo (specialmente per alcuni individui, ad esempio le donne), ma la tradizione cerca (e spesso trova) l’equilibrio e, almeno nei luoghi in cui sono presenti altre comunità, la stabilità di una convivenza sostanzialmente pacifica. I fondamentalismi di oggi, per “restaurare” qualcosa (la fede originaria, l’osservanza corretta, la purezza dei tempi antichi, l’interpretazione ortodossa), di fatto innovano violentemente, rompono programmaticamente gli equilibri costruiti dalla tradizione (spesso non senza secondi fini e strumentalizzazioni). Questa faccia delle religioni deve fare paura, oggi.

Penso a quante volte, da giovani studiosi – filologi, archeologi, biblisti, storici delle religioni – ci siamo compiaciuti ingenuamente e abbiamo tratto soddisfazione intellettuale dalla millenaria storia della Siria, da Ebla a Edessa, dai poemi ugaritici a Luciano di Samosata. Ora questa nostra egoistica consapevolezza di bellezza ci serve ben poco per capire cosa accade. Come spesso avviene, infatti, alla fine sarà accaduto quello che qualche potente deciderà che sarà opportuno che sia accaduto. Pochi, troppo pochi, sono gli strumenti che oggi abbiamo in mano per rendere giustizia alla verità e ai troppi che, in queste ore, stanno perdendo tutto: la patria, la casa, le persone care, la vita, spesso anche la dignità di quello in cui credono.