Lettere da Gerusalemme 1 – Un quadro di insieme


Rimandando a altro momento un post serio su un libro di cui nel mio ambiente si inizia a discutere abbastanza, inizio il promesso special vintage da Gerusalemme con una lettera, datata 20.8.1995, che più di altre si presta a dare un quadro di insieme della condizione della sottoscritta, all’epoca borsista squattrinata della Hebrew University. La lettera è indirizzata a mia sorella Marina ed era evidentemente destinata, fin dalla scrittura, a una lettura collettiva. Mi accorgo solo ora, a posteriori, che è stata scritta il giorno immediatamente precedente all’attentato. Forse per questo, di tutte le lettere, è la più scanzonata.

Disclaimer: La lettura, pur non riservata a un pubblico strettamente femminile, presenta alcuni passaggi potenzialmente imbarazzanti che, per ragioni narrative, non possono essere espunti. Me ne scuso con i miei lettori maschi.

Caro Cucciolo (e cari tutti gli altri!),

ti scrivo dal dormitorio di Givat Ram, ribattezzato dagli americani Givat-Nam (per ovvia assonanza con Vietnam) a causa della piacevolezza dell’ambiente e dell’abbondanza di confort che lo contraddistinguono. Immagino che sia studiato per liberarci dai nostri turpi pregiudizi occidentali, quali ad esempio che sia necessario lavarsi la mattina (l’acqua manca sistematicamente) o addirittura tenere un tavolo più pulito di un pavimento (un numero indefinibile di gatti randagi usa indistintamente l’uno e l’altro per ogni sorta di attività). Nelle stanze la temperatura raggiunge facilmente i 40°, fuori cala rapidamente già nel pomeriggio e sugli autobus arriva intorno allo 0 a causa di una meravigliosa aria condizionata a cui gli israeliani non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Sono arrivata alla conclusione, da vari indizi, che gli israeliani sono un popolo che assomma in sé tutte le nevrosi americane (è impossibile trovare del latte che abbia più del 1,5% di grassi e molto difficile trovare uno yogurt che salga sopra lo 0%) e tutte le inefficienze tipicamente mediterranee. Il risultato è che si corre freneticamente qua e là per le più svariate ragioni per ottenere, quasi sempre, nessun risultato. Ci hanno fatto memorizzare il nostro indirizzo fin dal primo giorno che siamo qui, dicendoci che era importante – anzi, VITALE – che le nostre famiglie sapessero subito dove scriverci e poi nessuno fino ad oggi è stato in grado di dirci DOVE arriva la posta (un telegramma spedito mercoledì mattina alla mia compagna di camera è stato misteriosamente trovato oggi, domenica, sotto la porta della nostra camera).

Cerchiamo comunque di sopravvivere. Da questa mattina sono felicemente proprietaria di un bancomat della Bank Discount di Gerusalemme (il nome è tutto un programma) e mi sento di toccare il cielo con un dito (se non è troppo blasfemo, qui non si sa mai). Ho preso parte ad alcune escursioni di un vantaggiosissimo package deal, per cui mi hanno scucito ben 260 dollaroni. Consistono in una specie di trekking (mai estenuante, finora) con l’unica differenza che il gruppo è aperto e chiuso da sorridenti ragazzoni armati di mitra (una semplice misura precauzionale, dicono). Del resto capita spesso di trovarsi sull’autobus un pistolone puntato sulla schiena perché un soldato viene spinto contro di te da una curva: è tutta una questione di nervi saldi e loro evidentemente li hanno, visto che giocherellano continuamente con i grilletti.

A parte questo, la gita lunga che ho fatto questo weekend è stata molto carina, pur con qualche pecca dal punto di vista culturale. Il titolo della gita era: “On the tracks of Nabateans” e l’unica volta che i poveri nabatei sono stati nominati è stata nella frase che riporto testualmente: “Questa cisterna è stata scavata da un popolo chiamato nabatei, ma il nome non importa, è un po’ difficile da ricordare”. Probabilmente i giovani americani pensano che sia il nome di un kibbuz. L’unico a gemere con me è stato un tedesco molto tedesco di nome Peter Stein che con la sua sistematicissima guida tedesca (un mattone di centinaia di pagine) stava controllando dettagliatamente tutti gli importantissimi siti archeologici accanto ai quali siamo passati prima di fermarci alla casa in mezzo al deserto dove Ben Gurion ha passato gli ultimi anni della sua vita.

Comunque abbiamo fatto una bella scarpinata nel deserto, in un parco naturale pieno di stambecchi (che non vivono solo sulle montagne innevate, come credevo io, ma stanno benissimo in mezzo al Negev), di falchi egiziani (enormi e bellissimi, con grandi ali bianche e nere) e pernici (e, di notte, pare che ci siano un sacco di volpi, leopardi e vipere cornute! Grazie a Dio solo di notte…). Abbiamo passato la notte in una specie di tenda beduina vicino Masada (l’unico sito archeologico che ci è stato concesso, in quanto grondante di ideologia giudaica e di eroismo nazionalista) e il giorno dopo – shabbat – erano previste tranquille attività ricreative in un posto chiamato Mizpe Ramon, per non turbare con viaggi il dovuto riposo del sabato.

Dopo aver assistito alle funzioni serali (gli unici tre infiltrati eravamo io, un’altra italiana – avventista – e il tedesco, luterano), abbiamo dormito il sonno del giusto e a me, durante la notte, sono giustamente venute le mestruazioni con qualche giorno di anticipo. Per il giorno seguente il programma prevedeva: piscina “OR” mountain bike nel deserto “OR” un misterioso “repelling to the crater”. Scartate le prime due opzioni con decisione, ho ripiegato sulla terza, pensando che si trattasse di una passeggiata (assumendo “repelling” come sinonimo di “hiking” per innocua variatio stilistica). Indipendentemente da me, anche il tedesco ha fatto lo stesso ragionamento e ci siamo trovati nello stesso gruppo.

Abbiamo a quel punto scoperto due cose: a) Le tre opzioni non erano alternative, ma successive. L’unica scelta era l’ordine in cui fare le cose; b) “repelling”, come forse tu con il tuo Proficiency saprai, consiste in questo:

20130117_203356cioè camminare all’indietro con i piedi aderenti alla roccia e il corpo più o meno proteso nel vuoto. Ebbene, ho fatto anche questo, oscillando a mo’ di pendolo un po’ a destra e un po’ a sinistra e con tremendi saltoni qua e là, ma arrivando felicemente in fondo alla scarpata di questa specie di canyon.

Quello che ho trovato atroce è stata la mountain bike nel deserto. Io non sono una gran ciclista e non so bene come abbia fatto a reggere un’ora, catapultandomi scoordinatamente su e giù dalla bici, prendendo TUTTI i sassi (dal brecciolino allo sperone roccioso) e ansimando come una vaporiera a ogni pendenza. Mi hanno dovuto aspettare una mezzoretta, ma ce l’ho fatta anch’io. Non so se riesci a immaginare come mi sia ridotta, anche in considerazione del mio stato e non so nemmeno se sia possibile prodursi lividi in alcune particolari parti del corpo, ma ancora oggi – a più di 24 ore di distanza – cammino a gambe larghe. Ho boicottato però almeno la piscina e sono andata a vedermi panorami in vari punti strategici (uno spettacolo effettivamente notevole).

Gerusalemme vecchia è pure molto bella, anche se il fatto che il sabato non ci siano autobus taglia un po’ le gambe ai nostri programmi. Il resto della città però non brilla per particolare piacevolezza e bisogna fare attenzione a non capitare per sbaglio nel quartiere ultraortodosso perché se sei una donna e indossi a) pantaloni; b) gonne corte; c) magliette a maniche corte; d) vestiti colorati (per non parlare di canottiere, pantaloncini e minigonne!) qualche simpatico chassid potrebbe tirarti dalla finestra una pentolata di acido, Comunque incontrare (e sono tanti!) questi, tutti addobbati come polacchi del ‘700 con grossi cappelloni di pelliccia nera e tuniche di seta, oppure quelli con cappelli neri a falde larghe, boccoloni e camicione nero è uno spettacolo piuttosto suggestivo. Anche tra gli studenti stranieri c’è qualche osservante con regolare kippah in testa. La mia compagna di camera, Antonella, il primo giorno a lezione sedeva accanto a uno di questi (un ragazzino francese) e le sono caduti gli assorbenti dallo zaino: il poverino ha fatto un balzo indietro e non le ha rivolto parola per 5 o 6 giorni. Poi, passato il periodo a rischio, ha ripreso a parlarle. 

Bene, mi sembra che il bollettino sia abbastanza aggiornato, per ora. Salutami tutti e scrivetemi, perché se un giorno troverò tutte le lettere che mi saranno arrivate sarà una vera pacchia….

Suoni e silenzio


Tra le molte, moltissime cose che vorrei raccontarvi ancora sul nostro soggiorno danese, ce n’è un’ultima che non posso proprio omettere, anche se forse ormai ne avrete avuto abbastanza. Si tratta della diversa gestione del suono che, evidentemente, si usa da quelle parti.

Appena sbarcati in aeroporto a Billund, la mia prima reazione è stata di profondo disagio. Oddio, come siamo rumorosi. Si sente solo la nostra voce. Tra un po’ tutti ci inizieranno a guardare, ci sgrideranno e ci faranno pure una multa (questo è ovviamente frutto della mia paranoia, ma avete capito). Eravamo certamente fonte di inquinamento acustico. Ho tentato di contrastare la tendenza a suon di “shhhhh!”. Meryem non ha gradito molto.
Arrivati alla nostra casetta, adiacente a moltissime altre analoghe e ben ricolme di famiglie con bambini, mi sono illusa che il livello di decibel salisse, mimetizzando meglio il nostro. Ebbene no. Il silenzio era assordante. Il vento soffiava sull’erba: quello era il suono più intenso. Aggiungo che la prima sera, essendoci dimenticati lo zucchero, ho iniziato a bussare alle porte finestre di tutti i vicini con una tazza in mano per elemosinarne un po’. Erano quasi tutti a cena (tavolate di minimo 6 persone), apparentemente in silenzio (neonati compresi). E nessuno aveva zucchero in casa, ma questa è un’altra storia. (Mi sono a lungo chiesta: era vero, o solo non si usa rompere le palle ai vicini? Mi sono parsi tutti assai gentili, ma certo che 7 famiglie con bambini non abbiano zucchero in casa mi pare statisticamente bizzarro).
Veniamo a Legoland. Leggera musichina solo in biglietteria. Niente jingle, niente musica assordante. Di più. Ciascuna attrazione utilizza il suono come parte dell’esperienza proposta: lungo il percorso in canoa i lupi ululano e gli uccelli cantano; qua e là pappagalli di lego fanno sentire il proprio chiacchiericcio; il percorso in macchinina attraverso una sorta di zoo safari (di lego) è comprensivo di adeguati effetti acustici per simulare i versi degli animali. Tutto ciò sarebbe impossibile da fruire se il livello di rumore fosse quello dello Zoomarine o di Gardaland.
Anche al parco del castello di Egeskov il bellissimo percorso su ponti sospesi tra gli alberi del parco (a altezza vertiginosa!) a ogni tappa aveva un pulsante da schiacciare con un diverso verso di uccello. Anche in questo caso, niente urla incontrollate dal parco giochi sottostante.

Ultimo tocco al quadro: il resort di Lalandia, con le sue mille attrazioni. Anche in questo caso, sia pure più presente, la musica è molto meno invasiva di quanto sarebbe in un luogo analogo in Italia. C’è persino una animazione, con jingle e minidisco. Però… dura 30 minuti al giorno (!) ed è circoscritta a uno spazio molto specifico. Come dire: se proprio la vuoi, ci vai. Altrimenti non la subisci.

Ci dicevamo l’altra sera con un’amica, che ha fatto le vacanze in Sardegna a stretto contatto con due famiglie tedesche: ma è solo la nostra sensazione, o i bambini dei Paesi del nord fanno meno rumore dei nostri? Certo, vivere in un ambiente meno assordante aiuta a registrarsi su toni accettabili. Mi sono ricordata anche Uppsala e il suo leggero fruscio di biciclette, unico indizio della presenza di studenti in una città universitaria. Ma c’è anche un’educazione specifica in tal senso? E che valenza ha? Forse qualche residente delle terre del nord può illuminarci.

Imparare e divertirsi nella terra dei Vichinghi


Mentre Meryem saltellava qui e là vestita da principessa medievale, intenta a guidare un gruppo di bimbi nell’impresa di liberare una sirenetta sua coetanea dalla stiva della nave dei pirati, io mi sono concessa una chiacchierata con la direttrice del luogo di meraviglie dove abbiamo passato buona parte del nostro soggiorno a Odense, città di Andersen: il Børnekulturhuset Fyrtøjet. Che cos’è? Un sito lo definisce “spazio culturale interattivo per famiglie con bambini al seguito”. Io ho qualche difficoltà a riportarlo a una definizione, perché non ero mai capitata in una struttura simile. L’ingresso richiama un po’ quello di una biblioteca, da cui si accede a un ambiente molto ampio, chiamato “La grande stanza delle favole”. L’effetto è quello di trovarsi in un grandissimo palcoscenico teatrale, con tanto di luci e scenografie, ispirato alla favola della Sirenetta: c’è il palazzo marino, la nave, le conchiglie, la carcassa di una balena, l’antro della strega. Tutto a grandezza naturale e perfettamente arredato. L’idea è che i
bambini, ma volendo anche i genitori, possano giocare liberamente, unicamente sull’ispirazione delle suggestioni dei luoghi fantastici lì ricreati e dei costumi e accessori che si possono utilizzare a proprio piacimento. La struttura continua poi in altri ambienti e al piano superiore, con ulteriori angoli di gioco e esplorazione: la simulazione di un molo di pescatori e di un faro del secolo scorso (con dentro telegrafo e macchina da scrivere, veri e utilizzabili liberamente), un sottomarino, una cucina… Tutto a disposizione dei bambini, per il gioco libero. Ci sono infine delle stanze laboratorio, con colori, fogli, tele e supporti di ogni genere per il disegno, la pittura e quant’altro e una specie di sala guardaroba, con abiti di scena di tutte le taglie, dove a determinate ore le animatrici del centro animano l’invenzione e
recitazione di favole, con la partecipazione di bambini e genitori. Un po’ complicato da descrivere, ma vi assicuro che noi ci siamo divertiti infinitamente a esplorare, insieme e singolarmente, questo luogo pieno di semplici meraviglie della fantasia e a dare il nostro contributo alla messa in scena di una delle favole più strampalate che si siano mai sentite.

Vi dicevo della chiacchierata con la direttrice. Ho da lei saputo che il centro è basato sul noto approccio Reggio Emilia, di cui ho appreso l’esistenza… da lei (acc, che figuraccia). Ci siamo poi trovate a parlare della differenza tra Legoland e altri parchi tematici e lei, con la competenza che a me manca, ha confermato la mia impressione. Il fulcro nella discussione era il ruolo “attivo” o “passivo”, passatemi i termini rozzi,  del bambino rispetto alle attrazioni.
Legoland, lo dicevo anche nel post precedente, è praticamente un inno alla creatività. Non è come farsi una foto con Topolino, per intenderci. Lego è un brand, ci mancherebbe, ma il bambino è continuamente stimolato a partecipare, intervenire, fare esperienze. A Legoland, ad esempio, siamo diventati una squadra di vigili del fuoco e, con il nostro mezzo, abbiamo partecipato a una gara per spegnere un incendio (imparando, in parte a nostre spese, quanto può pesare l’attrezzatura di un pompiere e quanto sia essenziale per il risultato “fare squadra”), abbiamo setacciato la sabbia un un ruscello alla ricerca di minuscole pepite d’oro, abbiamo cotto il nostro panino al fuoco dei Pellerossa. Persino le ricostruzioni di Miniland sono quasi tutte dotate di pulsanti che i bambini possono premere per vedere l’effetto (sonoro, di movimento o altro) che il loro piccolo contributo può portare al quadro generale. Un quadro intero di Miniland è dedicato alla spiegazione concreta delle energie alternative e appositi contatori misurano l’energia prodotta dal sole o dall’attivazione di turbine e mulinelli vari da parte dei visitatori, grandi e piccoli.
E qui passiamo a un ultimo punto. Oltre a divertirsi, dunque, anche in un contesto così si può avere la pretesa di introdurre elementi di apprendimento senza risultare pedanti? La risposta è certamente sì. Questa, onestamente, non è una novità: posso pensare a molti esempi di intrattenimento didattico anche qui in Italia (semmai cambia, a tratti, lo stile: ma di questo, forse, parleremo nel prossimo post). Però anche in questo caso la visita al Vikinge Center di Ribe è stata per me una novità assoluta. Si tratta di una ricostruzione, in spazio aperto di una certa ampiezza, di un villaggio vichingo comprensivo di figuranti e animali. Non è un sito archeologico, non è un museo. Però non è neanche una pagliacciata. La ricostruzione appare abbastanza rigorosa. L’idea è che i visitatori assistano, e in certa misura partecipino, alle attività del villaggio e possano conversare e fare domande agli “abitanti” per ottenere maggiori informazioni. Noi ad esempio abbiamo assistito alla lavorazione del vetro e siamo stati informati dalla vichinga sulle importazioni, per commercio o per razzia, delle materie prime. Meryem è rimasta entusiasta della possibilità di piallare un bastoncino con il falegname del paese, molto meno della possibilità di imparare a combattere (lo scudo, a suo dire, era troppo pesante e la pioggia e il freddo avevano probabilmente avuto la meglio sul suo spirito, già fiaccato dalla vita cittadina).

Personalmente ho trovato estremamente affascinante questo approccio alla “cultura”. Mi sono chiesta se si potrebbe fare anche da noi. E non parlo, ovviamente, dai beceroni vestiti da gladiatori che ammiccano alle turiste per farsi fare una foto a pagamento. Ho avuto su questo uno scambio abbastanza vivace con la mia amica Alessandra, archeologa e esperta di visite guidate per bambini. Lei sostiene, in estrema sintesi, che no, da noi non si potrebbe fare. E che, mi pare di capire, lei non condivide neanche del tutto l’uso del “finto” (e dell’ipotetico, evidentemente) per rendere fruibile il “vero”. Io, che paradossalmente al “vero” sito e al museo Meryem neanche ce l’ho portata, obiettavo – estremizzando – che alla fine non è il manufatto o il muro a essere importante, ma l’occasione di familiarizzare con qualcosa, attraverso l’esperienza. Non abbiamo avuto tempo di approfondire la discussione. Voi che dite? Immaginereste una ricostruzione di borgo rinascimentale, con figuranti ben formati, a cui accedere a pagamento per provare l’ebbrezza della vita quotidiana al tempo della famiglia de’ Medici?

Felicità nello Jutland


“I genitori sono felici se i bambini sono felici”, mi diceva una figurante vichinga del VikingeCenter di Ribe, durante una piacevole se pur breve chiacchierata in seguito al conio, un po’ maldestro, di due monetine d’argento ad opera di Meryem (con la mia collaborazione). Quanto è vero. Durante la mia settimana in Danimarca ho realizzato che il mio concetto italiano di “Family Friendly” ha un’impostazione, per dir così, negativa: considero tale un luogo o una situazione privi di vistosi impedimenti che lo rendano inadatto a una famiglia con bambini. Al contrario, ho avuto modo di notare che, almeno nei luoghi dove il nostro soggiorno ci ha portato, sono molteplici gli accorgimenti, banali o creativi, che facilitano attivamente la vita a genitori e figli. Piccole cose, spesso, ma che fanno la differenza.

Facciamo qualche esempio concreto, in ordine sparso.

Prima scena: Aquadome di Lalandia (Billund), ovvero grande parco acquatico con scivoli mirabolanti di ogni forma e dimensione, piscine di ogni foggia e caratteristica (inclusa una simulazione di spiaggia con onde alternativamente dolci e alte – preannunciate da breve segnale acustico – e due vasche idromassaggio, di cui una calda e con una parte all’aria aperta – taccio della meravigliosa sensazione del calduccio dell’acqua gorgogliante a contrasto con l’aria frizzante dell’estate danese, altrimenti divago). All’ingresso, ovviamente, si è tenuti a fare lunga e accurata doccia con sapone (i cartelli indicano quali parti del corpo lavare e in che ordine!). Ebbene, sia lo spogliatoio/doccia delle donne che quello degli uomini erano dotati di appositi seggiolini imbottiti appesi al muro per posizionare il neonato di turno e consentire al genitore un lavaggio comodo. All’ingresso, i genitori potevano usufruire di una sorta di lettino di plastica con sbarre e rotelle, corredato di materassino, per consentire il facile spostamento di neonati e bimbi più piccoli e, eventualmente, il loro riposo (e voi mi direte: sì, figurati, con il casino che ci sarà… No, il casino non supera mai il livello acustico di guardia, un po’ per gli spazi ampi, un po’ per l’attitudine generale, su cui avrò modo di tornare). Foto dell’Aqaudome non ne ho: ho prudentemente lasciato la Canon in luogo asciutto. Ho notato peraltro che grandi cartelli ricordavano a tutti di fotografare esclusivamente i propri familiari all’interno della piscina.

Seconda scena: luoghi di visita vari, tipo La Città Vecchia di Aarhus (un museo diffuso su cui tornerò nel prossimo post di questa serie). Carrellini per il trasporto di bimbi e eventuali altri carichi sono forniti gratuitamente ai visitatori. Sono rigorosamente in stile con l’ambientazione, ovviamente (niente roba di plastica variopinta stile supermercato).

Terza scena: Legoland (ah, sospiro di nostalgia). Capita che ci sia un po’ di fila per i giochi. Ma qui mi tocca aprire una parentesi e lo faccio. Dimenticate l’inferno di Zoomarine o altri parchi analoghi in Italia. Ai bagni, per dire, non si trova praticamente alcuna fila. Perché? Semplice. Sono moltissimi. Ma proprio tanti. Quasi a ogni angolo, sempre e costantemente puliti e ripuliti e (devo precisarlo?) dotati di fasciatoi sia nella sezione donne che in quella uomini. La mia amica Anna menzionava i “bagni di famiglia”, in cui entrare tutti insieme: io non li ho visti, ma non mi stupirebbe. Si diceva della fila ai giochi: un cartello all’inizio della fila, costantemente aggiornato, informa con assoluto realismo e anzi un pelo di stima all’eccesso sul tempo massimo di attesa (io ho visto 5, 10 e 15 minuti). Le file sono organizzare in modo da prevedere uno spazio in cui i bambini possano giocare su appositi tavoli cosparsi di mattoncini Lego. Ovviamente da lì sono sempre ben visibili ai genitori in fila e possono agevolmente raggiungerli al momento opportuno. Facile, eh? Ma non avevo mai visto nulla del genere altrove.
Quarta scena: Lalandia, comprensorio di case vacanze. Il luogo è dotato di grande prato verde recintato con caprette. Attraverso apposite scalette i bambini (ma anche gli adulti) possono entrare nel recinto e giocare liberamente con gli animali. Più efficace di molti intrattenimenti (a pagamento). Meryem conserva un ricordo indelebile delle caprette di Lalandia, con cui non si stancava di giocare.

Quinta (e ultima scena): case per famiglie del comprensorio di Lalandia. Ho già detto che erano perfettamente accessoriate. Ma vogliamo parlare dei thermos e dei contenitori per trasportare cibo per le escursioni? A questo proposito aggiungo che in né a Legoland né alle altre attrazioni di Lalandia (piscina esclusa, per ovvie ragioni di igiene) era vietato introdurre cibi o bevande, per cui molti ricorrono allegramente al pic nic portato da casa, potendo usufruire degli appositi tavoli della struttura stessa. Questo divieto assurdo, che noi in Italia non abbiamo peraltro quasi mai rispettato, non avrebbe peraltro gran motivo di esistere a Legoland, dove i cibi e le bevande in vendita (vari e numerosi, con stand tematici accordati alle zone del parco) non costano di più di quanto costerebbero altrove. Prezzi alti, dunque, come ovunque, ma non maggiorati al fine di spennare il visitatore, il quale resta comunque libero di scegliere se e quanto usufruire della gastronomia proposta in loco.

Non perdete la prossima puntata, dall’ambizioso titolo provvisorio di “Didattica, intrattenimento e divertimento nella terra dei Vichingi”.

Il viaggio in Danimarca – una carrellata


Non so da dove cominciare. Il viaggio che abbiamo vinto grazie al concorso di Piccolini Barilla superava talmente le nostre aspettative che non riuscivamo neanche a figurarcelo. Ho tentato, come è nella mia natura, di pianificare a botta di guida Lonely Planet, ma alla fine ho finito per affidarmi ai saggi consigli della gentilissima signora Ghita di VisitDenmark, che nei giorni precedenti alla partenza ha dimostrato un’efficienza e una cortesia che mi hanno lasciato senza parole. Ho fatto bene, decisamente.
Il premio prevedeva un soggiorno in una casa vacanza del resort Lalandia di Billund (non posso guardare le foto del sito senza provare un’ondata di nostalgia), dove arriva un volo diretto Ryanair da Ciampino, con accesso illimitato alle strutture Aquadome e Monky Tonky Land; accesso illimitato a Legoland, che si trova lì accanto; tre giorni di noleggio di una macchina per visitare i dintorni. Il tutto per un totale di sette notti. Una vacanza così è assolutamente ideale per una famiglia con bambini. Meryem, 5 anni, era praticamente il target ideale di Lalandia, che è attrezzatissima del resto anche per neonati (ci tornerò su). Legoland è molto fruibile anche da bambini più grandi (e dagli adulti, aggiungerei…), ma Meryem ha trovato abbondantemente pane peri suoi denti.
Oggi comincio a dirvi come abbiamo organizzato il tempo e dove siamo andati, nei prossimi post mi soffermerò più dettagliatamente su alcuni aspetti e considerazioni che sono nate dal viaggio. Si arriva di mattina i buon ora (il volo da Ciampino è all’alba). Dato che si può prendere possesso della casa solo alle 15, la struttura prevede che si possa ottenere comunque un accesso provvisorio (i mitici braccialetti, che io e Meryem ad oggi non abbiamo cuore di toglierci…) al parco acquatico o al parco giochi Monky Tonky Land per ingannare l’attesa. Abbiamo optato per quest’ultimo, anche se con il senno del poi direi che le possibilità di relax per adulti all’Aquadome sono maggiori (posto però che si riesca a “neutralizzare” l’incontenibile entusiasmo dei bambini…). Monky Tonky Land è una struttura pensata interamente per il gioco libero dei bambini, anche piccoli. Gradi strutture fantasiose su cui arrampicarsi (tutte made in Italy, peraltro), giochi semplici ma ingegnosi, lego maxi e palline a disposizione, canestri per il basket, scivoli tipo gonfiabili. C’è anche una vicinissima caffetteria, con tavolini da cui gli adulti volendo possono dare un’occhiata ai figli standosene comodamente seduti a sorseggiare una bibita.
Le case vacanze, come ha notato qualcuno, sembrano un set dell’Ikea. Spaziosissime (l’unità minima può ospitare una coppia con due bambini e un neonato), attrezzatissime con forno a microonde e elettrico, fornelli a induzione, lavatrice, asciugatrice, seggiolone, lettino, pentole, thermos, piatti e stoviglie di ogni genere, tv con programmi in inglese, in tedesco, in svedese e in danese (i film sono spesso in lingua originale con sottotitoli, per cui ci siamo beccati giusto all’arrivo un godibile Montalbano e, un altro giorno, un film con Raul Bova), riscaldamento, etc. Il consumo di elettricità, riscaldamento e acqua si paga a parte (anche se noi lo avevamo incluso) e si può controllare comodamente dalla tv con una funzione tipo televideo. Fuori, una veranda e tante altre casette simili immerse in un prato verdissimo, costellate di piccole aree gioco.

Veniamo ora al nostro programma settimanale. Domenica: ambientamento, Monky Tonky Land, spesa al supermercato, giretto per Lalandia. Lunedì: Legoland! Dall’apertura alla chiusura (10-18). Martedì: prima gita, Aarhus. Visita a Den Gamble By, la “città vecchia”,
uno specialissimo museo all’aria aperta Io ci avrei voluto anche infilare un museo una passeggiata naturalistica, ma il tempo era obiettivamente insufficiente e le mete poco appetibili per Meryem. Diciamo che dovevo ancora realizzare che non ero una turista single come un tempo… Passaggio rapido alla zona dei laghi. Mercoledì: Odense, la città di Andersen. Abbiamo passato la maggior parte del tempo all’indimenticabile centro per bambini Børnekulturhuset Fyrtøjet, su cui tornerò più approfonditamente; pomeriggio allo splendido castello di Egeskov, meta assolutamente imperdibile sia per il castello in sé che per l’incredibile parco. Giovedì: Ribe, Vikinge Center. Purtroppo la pioggia ci ha limitato un po’, ma visto che l’abbiamo avuta solo per mezza giornata, direi che non è proprio il caso di lamentarsi! Venerdì e sabato: Aquadome a volontà, ulteriore giretto a Legoland, piccoli acquisti. Domenica, sigh, partenza.

Un viaggio assolutamente consigliato, un regalo da farsi almeno una volta mentre si hanno figli piccoli. A noi per fortuna il regalo lo hanno fatto, perché i prezzi sono abbastanza proibitivi. Però, considerato che i soldi spesso si spendono in molte sciocchezze, mi sento sinceramente di dire che questa è una vacanza che assicura relax, divertimento e molte esperienze costruttive e interessanti a voi e ai vostri figli (oserei dire educative, anche per noi adulti in quanto cittadini d’Europa…). Ma ne riparleremo, state certi. Intanto grazie ancora a tutti quelli che hanno votato la nostra foto al concorso, contribuendo a darci questa opportunità. Come si direbbe a Billund… TAK!

Zoomarine, seconda


In spregio delle più elementari regole del buon senso, abbiamo scelto un sabato di luglio per la nostra seconda visita a Zoomarine, Torvaianica. La prima visita risaliva a un paio di anni fa e ci aveva lasciato entusiasti. La replica di ieri ha visto Meryem molto più partecipe e, nonostante noi fossimo peggio disposti e male accompagnati (avevamo a rimorchio un nipote di Nizam di umore adolescenziale lagnoso e una giovane cognata molto inadeguatamente abbigliata), mi sento di promuovere comunque il parco come meta di famiglie con bambini. Costosetto, certo. Ma girano vari sconti e promozioni (noi avevamo un biglietto adulti gratuito per ogni intero pagato) e alla fine, per una volta, l’esperienza vale nel complesso il prezzo del biglietto (25 euro biglietto intero e 18 ridotto, gratuito solo bambini sotto il metro). Magari con l’accortezza, nonostante i divieti, di portarsi qualcosa da mangiare e da bere, per tagliare un po’ sugli extra (nessuno ci ha mai controllato gli zaini).

Comunque non abbiamo trovato il carnaio che temevo. La biglietteria apre alle 9:30, l’ingresso è alle 10. Noi ieri siamo arrivati alle 10 spaccate e in 5 minuti eravamo dentro, nonostante l’arrivo in concomitanza con la navetta gratuita da Termini. Ricordo però che l’altra volta (di giugno, mi pare) era più affollato. Gli spettacoli base sono cinque: delfini, pinnipedi (foche!), pappagalli, rapaci e tuffatori. Ciascuno spettacolo dura una mezzoretta e viene ripetuto due volte nel corso della giornata. L’area è piuttosto raccolta e raggiungere le sedi dei vari spettacoli non è un problema. Per avere i posti migliori (nel caso di ieri, all’ombra) è sufficiente prendere posto con un po’ di anticipo. Accessorie ci sono altre attrazioni che non abbiamo visto (dinosauri, cinema 4D che però mi dicono essere sconsigliato per bambini sotto i 6 anni) e qualche giostra, per piccoli e grandi. In alcune ci si bagna ben bene, quindi è consigliabile girare in costume o comunque con abbigliamento consono (se le si vuole provare). Ma col caldo non è un gran problema. Ieri abbiamo fatto provare a Meryem il suo primo ottovolante, lo squalotto, giusto un paio di giri per i più piccini.

La piscina, pensata specialmente per i bimbi e molto ampia, è chiaramente presa d’assalto, specialmente per quanto riguarda i lettini. Per me ieri il soggiorno in piscina non era una priorità, visto che comunque ci si può arrangiare con soluzioni casarecce tipo asciugamano steso sulla pedana di legno. Volevamo fare giusto un tuffo all’ora di pranzo e così abbiamo fatto. Lo spettacolo migliore in assoluto è quello dei delfini, anche un po’ didattico (tutti gli spettacoli hanno anche questo risvolto, in realtà). Carino e spiritoso anche quello delle foche (Nizam commentava, a ragione, che la foca femmina californiana ha un fisico da paura – “un po’ come le umane”). L’altra volta avevo gradito molto i pappagalli, che stavolta non abbiamo fatto in tempo a vedere (purtroppo gli orari di Nizam ci hanno costretto a rientrare alle 14:30, ma potendo restare fino alle 18 ci entra tutto comodamente). I rapaci sono molto belli da vedere, anche se l’esibizione non è particolarmente spettacolare. I tuffatori sono bravi, ma la coreografia della scorsa volta era nettamente superiore e più scenografica (pure troppo: culminava con uno che si dava fuoco, per dire!), ieri era più banale.

Il vantaggio dei nostri orari insoliti è certamente il fatto che ci hanno permesso di evitare del tutto il traffico del rientro, da non sottovalutare. Noi in 15 minuti eravamo a casa…

Bangkok, qualche dritta


Cari lettori, uomini e donne di mondo, credo che voi abbiate realizzato che quando mi hanno detto che a Bangkok ci potevo andare davvero, ho formulato un pensiero preciso: “Ma quando mi ricapita?”. Dal che avrete dedotto che, nonostante lo spirito viaggiatore del mio segno zodiacale, tra le aspirazioni e la mia realtà quotidiana ce ne corre. Con la consapevolezza dei miei limiti e delle mie peculiarità, vorrei condividere qualche spunto per la vostra visita di una città che merita di essere conosciuta (magari in un viaggio più lungo, dedicato a scoprire le bellezze naturalistiche del Paese).

Prima confessione: alla fine non ho visitato l’attrazione principale di Bangkok, il Palazzo Reale e il Tempio del Buddha di Smeraldo. Sembra un’eresia, ma alla fine il tempo che avrei potuto dedicare non valeva il prezzo del biglietto, che è rilevante (non tanto in termini assoluti, ma certamente in termini relativi) e probabilmente proporzionato al tempo che la visita merita. Segnalo inoltre che lo stesso biglietto dà accesso al parco reale di Dusit, che pure non ho fatto in tempo a visitare. Quindi a queste cose voi dedicherete uno dei giorni in più che avrete rispetto a me. Ma, secondo me, non il primo. Per il primo approccio io sceglierei qualcosa di più soft e meno preso d’assalto.

L’ho già detto in un altro post: partite dal fiume MaeNam Cho Phraya. I battelli da prendere sono senz’altro quelli pubblici, sia per il prezzo che, soprattutto, per il colore locale. Li riconoscete dalla bandierina arancione. Il viaggio sul fiume è il benvenuto migliore che la città può darvi.

Grattacieli, templi, hotel (date una sbirciata al lussurioso giardino dell’Oriental!), baracche di legno, edifici in stile coloniale un po’ cadenti. In fondo, lo SkyTrain, che imparerete ad amare. Presumibilmente vi muoverete tra il molo di Tha Saton (coincidenza con lo Sky Train Saphan Taksin) e la fermata di Tha Chang, buona per il Palazzo Reale. Però, la prima volta, scendete a Tha Tien, al molo prima. Lo riconoscete, perché è proprio di fonte all’inconfondibile sagoma del Wat Arun, e puntate al tempio Wat Pho, sede della scuola di massaggi. Nessuno dei templi di Bangkok è particolarmente antico, ma questo per me è stato un eccellente debutto in oriente. La statua del Buddha sdraiato è impressionante. Altro che cattedrali gotiche, che farebbero sentire la limitatezza della natura umana rispetto agli slanci celesti delle guglie: provate ad abbracciare con lo sguardo un manufatto di 46 metri rivestito d’oro e ne riparliamo. Io, per caso, ho fatto una magnifica esperienza che voi potreste pianificare: mi sono concessa un massaggio thai di un’ora, che è finito dopo le 19. A quel punto il tempio era deserto (l’ampiezza del complesso comunque fa sì che, anche nelle ore di punta, la presenza dei turisti si ammortizzi bene), il tramonto ha sfumato di rosa le guglie policrome e, al ritorno, il viaggio sul fiume nel buio della notte ha avuto un sapore particolare. Occhio, però: l’ultima barca è alle 19:30. Con un taxi a quell’ora potreste metterci ore a rientrare. Per quanto riguarda il massaggio, i puristi obietteranno che ci sono posti migliori, più confortevoli e probabilmente con un miglior rapporto qualità-prezzo. Probabilmente è vero. Ma il setting conta, ed è difficile immaginarne uno più adatto (e più lontano da ogni possibile ambiguità).

Per uno, come me, a cui le religioni interessano (anche nella loro dimensione antropologica), Bangkok è una pacchia.

Con immensa soddisfazione ho visitato il Wat Saket (da cui si gode un raro panorama d’insieme della città), soffermandomi a guardare i rituali e le preghiere, decisamente intensi e trasversali a classi sociali e generazioni. Mi è piaciuto anche il tranquillo Wat Mahathat, sede di una scuola di meditazione e luogo dove le famiglie trascorrono molte lente ore alla memoria dei loro defunti, nei lunghi portici gremiti di statue d’oro di Buddha, sotto il ventilatori di foggia antiquata. Qui è là, cani sonnacchiosi. Fuori, una via intera dedicata al mercato degli amuleti.

Io credevo fosse una tipica attrazione per turisti alla ricerca di colore locale. E invece ci ho trovato una serietà che non mi aspettavo. Molti clienti esaminavano attentamente oggettini apparentemente identici, servendosi alla bisogna di apposita lente di ingrandimento. Apriamo una parentesi sui monaci. Da un lato mi sentivo a disagio a fotografarli, dall’altro come resistere a quella macchia calda di colore zafferano che parla da solo? Questo della foto sopra, poi, con tutti i suoi tatuaggi, era irresistibile. I monaci hanno precedenza assoluta anche per i posti sull’autobus e persino in aeroporto (confesso che, se non l’avessi saputo, non sarei stata in grado di decifrare il disegnino sul cartello, che ricordava un po’ una mummia e invece rappresenta, stilizzato, il drappeggio della veste arancione).

Il top del top dei templi però non l’ho potuto fotografare (purtroppo è vietato). Non è famoso, ma merita assolutamente una visita. Si chiama Sri Mariamman ed è, in buona sostanza, un tempio induista. Non sono mai stata in India, quindi forse per questo l’atmosfera mi ha colpito così tanto. Io un tempio fenicio me lo immagino un po’ così. Statue, offerte di cibo nelle più varie forme (dai frutti alle focacce di fogge precise), incenso, fiori, statue, musica. Bancarelle che vendono oggetti necessari alla devozione, fedeli che consegnano le loro offerte nelle mani di sacerdoti (oddio, probabilmente non è la parola giusta), che le depositano nel penetrale, che si può soltanto sbirciare. A un certo punto, mentre giravo in punta di piedi, sentendomi allo stesso tempo deliziata e fuori luogo, un addetto del tempio (vestito solo di un panno bianco drappeggiato sui lombi) mi ha fatto segno di avvicinarmi e mi ha apposto il pallino rosso sulla fronte  – che non so neanche come si chiama – usando una sostanza che non saprei definire e, per fortuna, non era indelebile. Tuttavia ho fatto la turista per alcune ore sfoggiando un incongruo pallino dall’aria sanguinolenta. Ebbene, nessuno mi ha guardato con curiosità o con ostilità (o almeno non l’ha fatto in modo evidente).

Il traffico e lo smog, oltre ai marciapiedi dedicati in prevalenza alla compravendita e al consumo di generi alimentari della più varia natura, rendono ardua la vita del pedone. Dopo una mattinata dedicata all’esplorazione di Chinatown e simili, proverete un’ondata di amore per i centri commerciali e soprattutto per il mitico Sky Walk, che permette di spostarsi guardando dall’alto la vita brulicante della città, respirando. Apriamo una parentesi sullo shopping. La mia teoria è che come a Gerusalemme anche le persone meno fervide vengono colte da deliranti crisi mistiche (la cosiddetta sindrome di Gerusalemme), a Bangkok anche i più incalliti downshifter vengono indotti ad acquisti compulsivi e irrazionali. Ho visto con i miei occhi una fanciulla ligia e economicamente sobria comprarsi nove vestiti senza battere ciglio. Per quanto mi riguarda, ho avuto un solo tragico cedimento. Ma chi mi frequenta su Facebook lo sa. Il centro commerciale MBK è giustamente mitico (fermata Skytrain National Stadium). Per la cronaca, giusto davanti al MBK c’è il Bangkok Art & Culture Centre: non perdetelo. E’ un’oasi di tranquillità e io ho visto una notevolissima mostra di quadri realizzati con capelli (un’azione di sensibilizzazione sulla prevenzione del cancro).

Chiudo questo post con un suggerimento, tratto dalla Lonely Planet. Toglietevi lo sfizio della scorciatoia sul canale. Vicino a Wat Saket c’è un canale navigabile, inquinatissimo. Si prende una barca piatta al molo di Tha Phan Fah e in men che non si dica (per soli 15 baht) sarete catapultati dalla Montagna Dorata alla commercialissima Siam Square. E avrete fatto un’esperienza indimenticabile: quella di partecipare, dal basso, all’assalto a un mezzo di trasporto molto instabile durante l’ora di punta (apparentemente è sempre l’ora di punta).