A Bangkok ho imparato che…


1) No, è inutile che cerchi le strisce pedonali. Nella maggior parte dei casi non esistono. Hai presente quello stradone che sembra un autostrada? Ecco, fai le preghiere del caso (anche più di una religione è ammessa) e lanciati. Ah, non ti avevo ricordato che, sebbene la Thailandia non sia mai stata una colonia inglese, guidano dall’altra parte? Peccato. Se guardavi dalla parte giusta forse avresti visto quel tuk tuk.

2) Prima di un massaggio thai la signorina ti chiede: “Hai qualche dolore?”. L’unica risposta corretta è “Non ancora”. Però il massaggio è un po’ come il parto. Alla fine è tale il sollievo che sia finito che ti senti da Dio.

3) La cucina thai è un po’ come la vita: non sai mai cosa aspettarti. In realtà il fine è farti provare tutto nello stesso piatto: il morbido e il croccante, il piccante e il dolce. Senza risparmiarti davvero nulla. Se poi l’ultimo boccone è un pezzo di peperoncino o un’erba amarissima, pazienza. Puoi sempre ritentare con un’altra porzione, bilanciando meglio. E’ un po’ come il massaggio: l’armonia dell’insieme vale bene un po’ di sofferenza.

4) Ma come, grattacieli e baracche? Skytrain e canoa? Scarpe griffate e piedi nudi? Sei davvero sicuro che sia una contraddizione? Certe volte Bangkok mi ricorda terribilmente Vecchio Maestro. I fan dell’Albero Azzurro capiranno. Mi immagino sempre di leggere da qualche parte un cartello che recita: “Non hai le scarpe? Allora cammina senza”. Forse però sarebbe in thai e non lo capirei. Sta di fatto che questo insieme apparentemente irrazionale in qualche modo funziona e ha una sua efficienza.

Dalla città degli angeli


…cioè Bangkok, mica Los Angeles. Prima impressione? Una signora città. Magari non di una bellezza dirompente, di quella che ti stende al primo colpo (tipo Roma o Istanbul). Ma comunque capace di catturarti con la sua imprevedibilità gentile. Salendo sul taxi all’aeroporto (me ne è toccato uno giallo e verde, quasi sobrio rispetto a quelli fucsia) ho subito capito che ero in Asia da un tocco inconfondibile: il copri-leva del cambio realizzato all’uncinetto. Rosa, con volant viola e bianchi. Queste meraviglie le ho viste solo a est dei Dardanelli. Ammetto che tra volo, fuso orario e stradone anonime, probabilmente ci avrei messo un po’ a entrare nella città. Ma io avevo l’arma segreta: Marielou. Ero arrivata da cinque minuti e mi trovavo sotto la doccia, quando l’ho sentita chiamarmi dal corridoio difronte alla mia stanza. Detto fatto, io e la mia compagna di stanza maltese (arrivata anche lei in quel momento) ci siamo infilate qualcosa addosso e via. L’ottimistica mappa fornita dal JRS situava la fermata della SkyLine (la metro sopraelevata) giusto dietro l’angolo. In realtà c’era da percorrere una ventina di minuti di stradone trafficato. Ma l’olandese volante aveva già la soluzione. La vediamo saltare su una motoretta e indicarcene altre due. Il moto taxi! Così, con allegria, senza casco e senza formalizzarsi troppo. Un’esperienza. La mia prima immagine di Bangkok è senz’altro la testa bionda di Marielou che sparisce a velocità folle nel traffico variopinto della metropoli.

Sappiate che non si coglie nulla di questa città dalle molte facce finché non si arriva al fiume. Bangkok è decisamente una città fluviale, anche se a vederla dai centri commerciali di Siam Square non si direbbe. Qualche istruzione di sopravvivenza: guidano a destra (ah, l’impero britannico!) e la guida è molto sportiva, sia su terra che su acqua. Lo straniamento alfabetico c’è, ma è relativo. I cartelli turistici, marroni, vengono spesso in tuo soccorso. Sono un po’ come i locali: cercano di aiutarti, ti rassicurano (mettendo persino le distanze in metri dalla meta), ma non sempre la comunicazione è efficace. La conoscenza dell’inglese non è così diffusa come si potrebbe credere. I tassisti, tutti, lo ignorano per principio (credo gli facciano un test di non conoscenza di lingue veicolari prima di dargli la licenza), ma anche il cittadino medio non sembra masticarlo granché. Però tutti si danno molto da fare per rendersi utili. E’ un modo di essere servizievoli che non ricorda affatto i Paesi arabi, per dire. Nessuno penserebbe minimamente di chiederti nulla in cambio. Si sbracciano, gesticolano (in modo del tutto inintellegibile), sorridono, si inchinano, fingono di decifrare la mappa che inutilmente gli mostri. Perdersi a Bangkok è stata una delle esperienze meno angoscianti che io abbia mai vissuto da turista. E, girando da sola, non mi è mai accaduto di non sentirmi assolutamente sicura. Il resto a poi.