Nonostante la sconcertante scarsità di notizie sui media su quello che sta succedendo a Lampedusa (che, per la cronaca, è di una gravità eccezionale: potete leggere qualcosina qui), ieri è stata una delle poche volte in cui il mio interlocutore ha dimostrato di avere una vaga idea di cosa sia il mio lavoro – quello che ottengo in genere è un generico "ah, interessante". Pranzavo al solito baretto stile familiare ruspante, dove c’è l’abitudine, in caso di affollamento, di abbinare i clienti soli per economizzare i tavoli. Katia, la proprietaria, non rinuncia a cercare un minimo di affinità tra i commensali forzati e pilota accuratamente la logistica con frasi del tipo: "Pippo, mi ospiti Genoveffa? Lui è Pippo, lei è Genoveffa, buon appetito!". A me è capitato un gentile signore di una decina d’anni più di me, da Katia chiamato "Professore" (chissà di cosa). Alla mia risposta a "che lavoro fai?", la conversazione si è animata: "ah, quelli di Lampedusa!". E da lì, per tutta la durata di un piatto di tortellini in brodo, si è discusso di lavoro nero, incidenti sul lavoro, sfruttamento dei migranti clandestini e assenza dello Stato dalle questioni reali (alla faccia di tutte le iniziative spot che non fanno che aggravare il caos, fisico e normativo, che ci contraddistingue). Dopo l’ultimo boccone, ci siamo salutati amichevolmente. Non so come si chiama, né che lavoro faccia davvero (sospetto qualcosa tipo ingegnere, vista la competenza in fatto di ispezioni sulla 626), ma so che è pugliese e che non ha gli occhi foderati di prociutto. Consolante.