La Meraviglia


L’attrazione di Meryem per la magia si è manifestata grazie a una trasmissione televisiva inglese, il cui titolo era tradotto malamente in italiano con “Ti faccio una magia” (in realtà era “Help! My Supply Teacher’s Magic”). Io lo trovavo noiosetto, lei straordinario. Da allora c’è tra noi una specie di promessa: quando a Roma ci sono spettacoli di magia, noi cerchiamo di andarci. Ieri quindi era ovvio che fossimo al Teatro Olimpico, in compagnia dell’amichetto storico Adriano, per quello che si è rivelato non uno spettacolo, ma uno spettacolone: il Supermagic 2015. Il biglietto non era economico, per cui abbiamo ripiegato sulla galleria. Ma a conti fatti, valeva assolutamente in prezzo. Lo spettacolo durava due ore abbondanti e comprendeva diverse esibizioni, estremamente varie e coinvolgenti.

I miei preferiti in assoluto sono stati Carlo Truzzi e Simona, dei veri magi delle ombre cinesi. Ma ho apprezzato anche numeri più “metallari” e incalzanti, tipo Enzo Wayne e Ottavio Belli. Il numero con gli uccelli, forse il più scenografico, realizzato magistralmente da Joseph Gabriel, mi ha tuttavia lasciato un filo d’angoscia al pensiero dello stress a cui presumo saranno stati sottoposti i poveri pennuti. Meryem ha amato moltissimo anche il più poetico di tutti, il mago cinese Po Cheng Lai. Insomma, un successone.

La conduzione di Sergio Bustric inseriva poi, in modo un po’ incongruo, delle note di assurdo, di poesia, persino di riflessione. Ci vuole un tempo per lo stupore. Più che giusto. E che vogliamo dire dello spot, anch’esso poeticissimo?

Non posso che raccomandarvelo caldamente. Sarà al Teatro Olimpico di Roma fino all’8 febbraio.

 

Alice e la magia del teatro


Sabato scorso mi si è presentata l’occasione di portare Meryem in un luogo che mi è sempre sembrato un po’ magico, il Teatro India. Ho un’attrazione particolare per questa zona di Roma, un’area industriale sulle rive del Tevere, con il Gazometro sullo sfondo e grandi spazi con muri in mattoncini. A essere del tutto onesti, ho sempre la sensazione che la qualificazione di quest’area sia rimasta un po’ a metà, non del tutto compiuta. Tuttavia mi piace comunque.

Lo spettacolo che abbiamo visto era Alice, regia di Fabrizio Pallara. Non sono stata mai una fan di Alice nel Paese delle Meraviglie, non saprei dire perché. Quindi mi è parsa una buona occasione per introdurre Meryem alla storia in un modo diverso e non filtrato dal mio naso che si storce (probabilmente non avrei dovuto leggere Camera oscura, di Simonetta Agnello Hornby). Ecco, lo spettacolo si adattava solo in parte allo scopo: più che narrare, suggeriva la storia. Lo spettacolo usa moltissimo la musica, la mimica, le scenografie (semplici, ma d’effetto), meno i dialoghi e la narrazione.

Però per noi ha funzionato. Meryem era stupita, incantata, coinvolta. Un’ora e dieci di magia. Non finisco mai di stupirmi quando mi rendo conto che certe volte non servono sofisticati effetti speciali per rapire l’immaginazione. E se un cartone animato o un film d’animazione, obiettivamente, “invecchiano” (ho il sospetto che sia difficile proporre a Meryem con qualche successo Elliot il drago invisibile, anche se adesso, pensandoci, ci proverò), il teatro conserva per fortuna il suo potere puro e immediato. Se funziona, funziona. Anche senza apparati hollywoodiani.

Lo spettacolo è al Teatro India di Roma fino al 13 dicembre. Consigliato a partire dai 6 anni e io confermerei, anche se in sala c’erano bimbi più piccoli che hanno goduto comunque dello spettacolo.

 

Regina viarum: Appia Antica con i bambini


La destinazione della nostra gita domenicale era tutt’altra: la sagra dei marroni in qualche paesino in provincia di Roma. Composti gli equipaggi, studiato l’itinerario, la compagnia è partita dal punto convenuto con appena 20 minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Poi è successo che l’Ardeatina era interrotta. Inversione, rapida consultazione tra gli autisti… ma poi lo sguardo ci è caduto sulla Villa di Massenzio, il verde sfacciato della campagna che scintillava al sole, il cielo perfetto. Nei bagagliai avevamo provviste sufficienti a un picnic soddisfacente per cinque adulti e quattro bambini. Ma alla fine, chi ce lo fa fare di allontanarci più di così? Detto fatto, abbiamo aggiornato la meta della nostra gita: Appia Antica. Per giunta ieri, prima domenica del mese, tutti i siti archeologici erano a ingresso gratuito.

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Alla prima tappa, un volontario del Touring Club ci ha guidati all’interno del Mausoleo di Massenzio, dove i bambini sono rimasti molto colpiti soprattutto dall’impronta di cagnolino romano visibile sul pavimento. Poi ci siamo goduti l’erba del circo, in piena luce. I bambini hanno corso su e giù, raccolto margherite, posato per foto ricordo.

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Poi ci siamo fermati alla tomba di Cecilia Metella. Anche questa visita veloce ha soddisfatto grandi e piccini. Io sono rimasta soprattutto soddisfatta del piccolo opuscolo sull’Appia Antica che ci hanno distribuito in biglietteria. So cosa state pensando. Una romana dovrebbe essere consapevole della bellezza del museo a cielo aperto che abbiamo la fortuna di avere a due passi dal centro. Non era nemmeno la prima volta che ci andavo, con Meryem. Ma questa volta non eravamo lì per un evento o una manifestazione particolare: passeggiavamo e basta. Meryem e i suoi amichetti saltellavano da un basolo all’altro, noi genitori chiacchieravamo sbrirciando al di là dei cancelli delle ville e godendoci l’aria fresca e la (relativa) quiete – eravamo pur sempre accompagnati da una truppa di minorenni. E’ stata davvero un’esperienza nuova e sorprendente, nella sua semplicità.

La terza e ultima visita culturale è stato il sito di Capo di Bove, un’oasi deliziosa, dove archeologia e arte contemporanea si alternano sapientemente. La custode ci ha tenuto a precisare che qui l’ingresso è sempre gratuito e che è possibile utilizzare i tavolini del giardino per un picnic. In questa sede, adattissima a mostre e convegni, è conservato anche l’archivio di Antonio Cederna, di cui non sapevo nulla (male!) e al cui impegno i romani e tutti gli uomini, in generale, devono molto. Per la tutela del patrimonio dell’Appia certo resta ancora molto da fare, ma di quanta bellezza godiamo già oggi…

10578788_10152365591760047_1364601168_n In realtà i bambini  cominciavano a soffrire  un po’  per le regole dei musei (“Ma  non possiamo toccare  niente???”, sbuffava ormai la  Guerrigliera), quindi per la  pausa pranzo abbiamo optato  per un prato a margine della  consolare. Qui il contatto con  la natura era assicurato: i  nostri figli non hanno tardato a  rinvenire un bel cadavere di  riccio, che li ha entusiasmati  moltissimo (noi mamme  eravano meno entusiaste, a dir  la verità).

Sulla via del ritorno  siamo stati  poi sorpresi da un  gregge di  pecore, per la gioia  dei  bambini. Ancora una volta abbiamo avuto modo di renderci conto di quante cose qui a Roma sono lì, a portata di tutti. A volte serve solo la buona volontà di ricordarsene.

Il Flauto Magico globalizzato


Avevamo il libro con CD e quindi sapevamo a cosa andavamo incontro. Uno spettacolo bellissimo: funziona come un orologio, coinvolge perfettamente anche i piccoli spettatori (Meryem a metà è crollata dal sonno, ma la colpa era solo dell’orario: fino a quel momento interagiva eccome).

Una sinfonia perfetta di melodie e di lingue diverse, con animazioni azzeccatissime a delimitare un palco di magia pura. Geniale il narratore che spiega la storia “in soldoni”, con un’ironia meravigliosa.

Raramente ho assistito a una rappresentazione che funziona così bene (anche la durata è adeguata) e così ricca di stimoli, con un giusto intreccio di cultura e appagamento sensoriale. Di gran lunga il migliore degli spettacoli de L’Orchestra di Piazza Vittorio: il più ardito, il più ambizioso, il più arioso e azzeccato.

Di eventi e di sbavature


Certe volte vivendo a Roma ci si sente come l’asino di Buridano: lo scorso weekend era talmente pieno di cose da fare con Meryem che la scelta è stata dura. C’erano i musei comunali aperti gratuitamente (ma quelli ci saranno ogni prima domenica del mese), c’erano attività favolose all’Hortus Urbi (che ci viene un po’ scomodo da raggiungere, ma merita sempre)… ma alla fine abbiamo scelto la compagnia di un compagno di Meryem e della sua famiglia e abbiamo optato per due attività congiunte.

Sabato siamo andati alla Maker Faire. La meraviglia. Un universo di idee interessanti, molte delle quali per me assolutamente incomprensibili, ma comunque travolgenti. All’ingresso nel tendono di plastica delle attività per bambini, tra caldo e folla stavo per avere un cedimento strutturale. Ma poi ci siamo trovati con i nostri amici e tutto è stato più semplice. I bambini erano incantati da tutto: razzi che si lanciavano saltando sopra bottiglie di Coca Cola, ragni robot, bolle di sapone telecomandate, cannocchiali di carta. A Meryem è rimasto nel cuore il primo stand dove si è fermata (e infatti ha voluto ritornarci con gli amichetti): si trattava di un circuito elettrico che permetteva, poggiando una mano su della plastilina, di suonare con l’altra mano delle listelle metalliche che producevano suoni come tasti di pianoforte (visualizzati su schermo). L’ho spiegato malissimo, ma il vero colpo di scena per Meryem è stato scoprire che il gioco funzionava anche se la mano sulla plastilina la metteva lei e il suo compagno suonava i tasti, a condizione che si dessero la mano. “Capisci, mamma? La corrente elettrica passa piano piano attraverso di noi e arriva da qui a lì!!!!”.

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Tanto di cappello all’organizzazione. I bambini potevano partecipare a percorsi gratuiti in piccoli gruppi, facendo esperimenti a loro misura per un’ora e mezza. La folla c’era, ma gli spazi erano immensi, tutti attrezzati e interessanti. In cinque ore sono rimasta con l’impressione di avere a mala pena sbirciato qualcosa. Ma complessivamente l’esperienza resta straordinaria.

Il giorno dopo ci eravamo invece iscritti all’OVS Kids Active Camp, attività per bambini all’aperto nella splendida cornice, come si usa dire, dei Fori Imperiali. In questo caso l’impressione è stata purtroppo ben diversa. In primo luogo, gli spazi erano incredibilmente angusti in considerazione dell’afflusso che si prevedeva (le iscrizioni, a numero chiuso, si facevano online). Pochi campi, pochi animatori ben presto stremati dalla ressa e dal caldo, nessuna organizzazione delle attività per fasce d’età (cosa che si sarebbe tranquillamente potuta fare, visto che l’iscrizione prevedeva l’indicazione dell’anno di nascita e persino un’opzione per una delle attività: opzione peraltro assolutamente inutile, visto che poi l’iscrizione dava accesso a tutte le attività indistinatamente). Le file per qualunque sport erano spropositate e il nervosismo di bambini, adulti e organizzatori era palpabile. Persino transitare tra i campi era una sfida, visti gli spazi strettissimi.

La comparsata dei campioni dello sport è stato un privilegio per pochi eletti. Gli altri si sono dovuti accontentare di un paio di interviste stiracchiate al microfono: l’unico aspetto positivo è che la musica, assurdamente martellante, si è interrotta per pochi minuti. C’è voluto tutto il mio amore materno per non darmela a gambe in cinque minuti.

Perché Meryem è riuscita anche a divertirsi. Ha giocato a palla bloccata (gioco che si conferma il più noioso della storia, ma questa è solo la mia personale opinione) sotto l’Altare della Patria, è stata con il suo amico ad aspettare pazientemente il suo turno sotto il sole cocente, ha sopportato una fila per l’arrampicata durata un tempo che ci avrebbe consentito di fare un salto sul Gran Sasso.

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Finalmente è arrivata al suo turno alla parete e, con una certa scioltezza, è arrivata fino in cima. Quando tornavamo a casa in tram, la sera, io ero decisamente oltre il mio limite fisico di sopportazione. Temo di aver sibilato tra i denti: “Ho odiato ogni minuto di questa giornata del cavolo!”. E Meryem, prontissima, con l’occhio lucido: “Anche quando ho suonato la campanella?”. No, maledizione: quando sei arrivata in cima a quella parete, nonostante i tuoi timori iniziali, e hai dimostrato in primo luogo a te stessa che ce l’avevi fatta a raggiungere il traguardo, è stato bellissimo guardarti, Guerrigliera. Un istante meraviglioso in cui i tuoi occhi hanno brillato di orgoglio. Errata corrige: ho odiato QUASI tutti i minuti della giornata del cavolo in questione. Quello no. E neppure quelli in cui mi è parso evidente che tu, nonostante tutto, ti sei divertita. Resto però convinta che tu e gli altri bambini meritiate molto di più di questa organizzazione approssimativa e superficiale.

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Summer Camp


Ve ne avevo parlato anche lo scorso anno e ci tenevo brevemente a dirvi, alla luce della mia seconda esperienza, che il mio parere è assolutamente immutato. Per due settimane Meryem e gli altri bambini si sono divertiti moltissimo in un ambiente stimolante, intelligente e multiculturale (quest’anno, oltre ai fondatori neozelandesi, avevamo due inglesi, un’australiana e un texano…). Una sera c’è stata persino una disco night e Meryem è ancora elettrizzata all’idea di essere andata a ballare senza genitori…

Aggiungo una considerazione. Esasperata da campi estivi italiani in cui i giochi a squadre, che tengono impegnati i bambini durante la settimana, finivano immancabilmente in parità (“Avete vinto tuttiiiii!”), ho apprezzato che in questo campo estivo ci fosse una vera classifica. Vinceva una sola squadra. Premi assai simbolici, evidentemente (non più di qualche caramella). Ma c’era un primo, un secondo, un terzo, un quarto. (La squadra di Meryem non ha mai vinto: le è dispiaciuto, ma non ne ha fatto una tragedia).

Potete farvi un’idea di come è andata quest’anno guardando foto e video qui.

Ma scrivo questo post soprattutto per dirvi che a settembre, in due diverse zone di Roma, c’è la possibilità di far fare ai vostri bambini questa esperienza. Dall’8 al 12 settembre a via Nomentana 858 e, ve lo sussurro in anteprima, dall’1 al 5 a Monteverde Vecchio, con uno speciale Back to School Camp. Tutti i dettagli, presto sul sito di Creative English.

Io ve l’ho detto! 🙂

Sfastidiata


Tanto prima o poi questo post lo riscriverò, anche se sull’argomento mi sono già espressa chiaramente lo scorso anno. Quindi tanto vale farlo oggi, che sono comunque di pessimo umore. Quest’anno la scuola chiude la prossima settimana, dopo un numero x di giorni di vacanza e di chiusura dovute a elezioni, festività e ragioni imprecisate.

Non vi ripeto tutta la lamentazione, mi limiterò all’essenziale: una scuola pubblica che chiude per tre mesi abbondanti (un terzo dell’anno) non si preoccupa di fatto di offrire a tutti quelli che la frequentano le stesse opportunità. In quei tre mesi il divario tra chi ha i soldi e chi non li ha (perdonatemi la distinzione terra terra) è di per sé immane. A questo si aggiunge quello tra chi ha i nonni e chi non li ha, tra chi ha un lavoro flessibile e chi non lo ha, eccetera eccetera.

Non è l’unico problema della scuola pubblica, certo. Non è l’unico problema della scuola in generale. Ma è quello di stagione, questo me lo concederete, nonché uno di quelli che più mi brucia, in assoluto.

Qualunque creativa attività che (pagando) si possa avere, migliore o peggiore che sia, ha comunque la caratteristica di essere per sua natura temporanea, disorganica, a volte assolutamente settoriale. Non so se nell’attuale offerta di attività, pur ammettendo di avere budget illimitato e nessun vincolo di luogo e di orario, si potrebbe rintracciare qualcosa che abbia un senso e continui ad averlo per 11 settimane (cioè le settimane di chiusura della scuola meno le tre settimane di ferie di cui posso disporre). Se poi ci si cala nella realtà e si applicano i filtri del pagabile (sia pur con fatica, buffi, rinunce e collette) e del logisticamente compatibile, la scelta si orienta decisamente sul meno peggio.

Paradossalmente il format di famiglia ideale per affrontare le vacanze scolastiche è quello dei genitori separati. Chi non lo è, a volte lo simula prendendo ferie in periodi diversi. Chi è “fortunato” e può disporre dei nonni, provvede a manovre di affido ai limiti dello sbolognamento del pacco ingombrante. Posso dire che tutto questo? A me pare una follia. Una follia pura.

Quello del calendario scolastico mi pare uno dei molti tabù ideologici che esistono in questo Paese. Ah, come era bello quando nella nostra infanzia ci si apriva un periodo spensierato di lunghi mesi senza scuola, di noia creativa, di socializzazione e contatto con la natura… Beh, mi permetto di dire che non tutti l’hanno vissuta così, già allora. Io, che pure potevo contare su una madre insegnante che (salvo esami di maturità) era più libera di altri lavoratori (si può dire almeno questo?), non ricordo vacanze particolarmente straordinarie e memorabili (il budget era quello che era). Ma che, cosa più rilevante, io ritengo che la percentuale di bambini che la vive così adesso non sia la maggioranza. E se anche lo fosse, mi piacerebbe molto che uno Stato civile si preoccupasse un minimo anche di ciò che si prospetta per le minoranze.