L’arte di complicarsi la vita



«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Matteo 21, 28-31

Se penso alle letture che più profondamente – a tratti subdolamente – hanno influenzato la mia vita e la percezione di me stessa, vedo che i Vangeli occupano comunque un posto di primo piano. In particolare, certe volte mi pare che i tre versetti qui sopra mi abbiano segnato più di ogni ragionevolezza.

Sarà forse che parlano di fratelli e io di sorelle ne avevo ben quattro. Però a leggere bene il testo, io certo non ero la prima di quelle sorelle. E il Vangelo, come molti genitori, per i figli minori ha decisamente un occhio di favore, di cui avrei potuto assolutamente approfittare. E invece io mi sono sempre identificata con il primo figlio, quello che di getto risponde di no.

Perché risponde no, quel figlio? Perché è onesto, mi viene da pensare. Perché andare a lavorare nella vigna è una gran rottura di coglioni. Perché non pensa neppure un secondo a quale risposta potrebbe fargli fare una figura migliore. E poi si pente, caspita se si pente. Si pente al punto che non solo ci va, ma in fondo considera pure giusto che nessuno ci faccia caso, che nessuno gli dica grazie.

Ieri di nuovo, per l’ennesima volta, ho messo a fuoco quanto il mio giusto pentimento per gli errori fatti, per le risposte date o non date, mi abbia sempre fatto credere che fosse giusto non riconoscermi merito per quello che invece poi ho fatto. Ho lavorato molto per anni, ingoiando umiliazioni di ogni calibro, e ho sempre pensato di meritarlo perché da giovane sono stata arrogante.

Ora però vorrei iniziare l’anno nuovo dicendomi che le due cose non sono collegate. Sono stata arrogante da giovane? Sì. Questo mi ha portato a mancare i miei obiettivi, professionali e personali? Onestamente non lo so. Forse se avessi fatto meno errori li avrei raggiunti, forse invece semplicemente il mio errore è stato quello di non saperli individuare, quegli obiettivi.

Però posso serenamente dire che da tanti punti di vista, in questi anni, quel cavolo di lavoro nella vigna l’ho fatto. Per giorni, con qualsiasi tempo. Forse perché poi alla fine non c’è davvero scelta, forse perché, sebbene mi piaccia pensarmi ribelle, sono fondamentalmente una persona obbediente. Ho detto di no, è vero. Ma mi sono fatta un discreto mazzo e continuo a farmelo, anche se sempre più spesso mi chiedo chi me l’ha fatto fare.

Mi pento di essere una che in prima battuta dice no? Vorrei essere più diplomatica, più accomodante, più furba? Vorrei essere capace, una volta detto no, almeno di restarmene in pace sul divano? Non penso. Io sono fatta così. Non credo che in fondo in fondo mi dispiaccia del tutto. Però certamente non rende la mia vita più facile.

Per alcuni uomini giunge il giorno in cui
devono pronunciare il grande Sì o il grande
No. È chiaro sin da subito chi lo ha
pronto dentro di sé il Sì, e pronunciandolo
si sente più rispettabile e risoluto.
Chi rifiuta non si pente. Se glielo richiedessero,
“no” pronuncerebbe di nuovo. Eppure quel no
-quel no giusto – lo annienta per tutta la vita.

K. Kavafis

Uguali


“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Se leggiamo questa frase così, in automatico, specialmente in questi giorni di commemorazioni, immagino che nessuno abbia obiezioni sostanziali. 

Credo che sappiamo tutti, però, che non è così. Non tutti gli esseri umani nascono liberi e tanto meno uguali in dignità e diritti. Certe volte, in questi giorni (non più tardi di ieri sera) mi sono chiesta se davvero vorremmo essere uguali agli altri. Perché alla fine nascere privilegiati in sostanza è proprio questo: avere molto di più degli altri, indiscutibilmente. Io credo che quando parliamo di diritti umani, con le migliori intenzioni, fondamentalmente intendiamo che gli altri, tutti gli altri, dovrebbero aver diritto (idealmente) a un minimo, posto che noi evidentemente abbiamo assai di più.

In Italia negli ultimi 13 mesi sono nati due bambini. Una, che chiameremo Maryam, è nata in Sicilia, poco dopo che la sua mamma, Hope, è stata soccorsa nel Mediterraneo. Il suo fratellino invece è nato a Roma, di 30 settimane, alcuni giorni fa. E’ ancora in terapia intensiva neonatale.

Su questo blog ho incontrato e fatto amicizia con tante madri, anche con qualcuna che ha avuto l’esperienza di una nascita prima del termine, delle ansie e delle oggettive difficoltà che ne derivano. Però nessuna di quelle mamme, incinta di sette mesi, si è sentita dire che doveva passare la notte per strada, per giunta con una bambina di 13 mesi. Nessuna ha visto il padre dei suoi figli dormire lui per strada, per mesi, perché il sistema di accoglienza, che infine li ha espulsi e basta, considera una pretesa eccessiva che due genitori vivano insieme, con i loro bambini piccoli. 

Maryam a 13 mesi probabilmente non ha avuto un’esperienza paragonabile a quella di mia figlia alla stessa età. Sua madre non ha avuto un’esperienza lontanamente paragonabile a quella mia o delle mie amiche che hanno avuto figli. Anche soprassedendo sulla sua esperienza precedente e soffermandosi solo sulla maternità, credo di poterlo affermare con certezza. Io e Hope non siamo uguali in dignità e diritti.

Immagino come commentereste qui se vi raccontassi che mia figlia, a 13 mesi, è stata buttata in mezzo a una strada una notte che aveva la febbre. Se vi dicessi che gli assistenti sociali mi hanno detto che purtroppo anche se alcuni posti ci sono, io non rientro più tra quelli che possono accedervi.  Delle regole debbono pur esserci e su queste la maggior parte degli italiani sono d’accordo.

Hope ha un permesso di soggiorno valido e così suo marito, ma questo non dovrebbe neppure essere necessario precisarlo. Se pure non lo avesse, questo non toglierebbe alcunché alla sua natura di essere umano. Come pure non dovrebbe essere rilevante dire la nazionalità di Hope, la sua religione, il colore della sua pelle. Non dovrebbe essere rilevante se nella sua vita ha commesso reati (non ne ha commessi), se ha pagato o meno le tasse dovute (le ha pagate).

Tutti gli esseri umani vuol dire tutti. Io mi chiedo davvero se ci rendiamo conto del significato letterale di quella frase.

Il nostro Parlamento ha votato una nuova legge che rende le persone un po’ meno uguali, certamente in diritti e sicuramente anche in dignità. Una legge che rivela una visione del mondo che divide con enfasi in vincenti e perdenti, in cui la paura di cadere tra i perdenti rende molti di noi sempre più meschini e cinici. Così perdiamo quasi tutti e finiamo per affocare nel mare di bugie pietose che ci raccontiamo tutte le mattine.

Ho sempre creduto che la dignità degli altri sia il fondamento della mia libertà
Melania Mazzucco, Io sono con te

Divagazione (apparente)


Una donna di origine somala è cittadina di un Paese europeo. Non è stato facile, ma ha una casa, un lavoro e un passaporto. La sua vita, non da ieri, è lì. Questa storia inizia da quello che sembra un lieto fine.

E non continua neanche così male. Incontra un uomo, che ha la sua stessa origine, ed è arrivato da poco nel Paese dove lei è ormai di casa. Condividono molte cose di un passato che si sono lasciati entrambi alle spalle. Si intendono. Lui è stato riconosciuto rifugiato da un altro Paese europeo, diverso da quello in cui si incontrano. Si innamorano. Si sposano. Hanno tre bambini. La loro vita procede normalmente, con le difficoltà e le gioie di una famiglia comune.

A un certo punto però sorge un intoppo. Il governo del Paese in cui vivono si accorge che lui è rifugiato sì, ma altrove. Si è sposato, certo. Ha tre bambini piccoli. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti. Se ne deve andare. “Tornare” in un Paese dove non ha nulla se non un pezzo di carta. Non vuole separarsi dalla sua famiglia? Benissimo, questo è comprensibile. Ci mancherebbe. Ma che problema c’è? La signora è cittadina di un grande e rispettabile Paese europeo, così come i bambini. Hanno i loro passaporti. Possono andarsene tutti insieme, se tanto si amano. E buona fortuna a tutti.

Intanto, a una manciata di chilometri di distanza, si ripropone una situazione simile, a parti invertite. Lei, la moglie, ha partorito da poco. La bambina ha tre mesi appena. Il padre, suo marito, è cittadino del Paese in cui vivono. Lei “solo” rifugiata, riconosciuta da un altro Paese europeo. Anche in questo caso, il governo è chiaro: tanti auguri per la bimba, che è cittadina anche lei. Ma la madre deve andarsene. A lei la scelta. O il resto della famiglia lascia tutto e se ne va con lei in cerca di fortuna, oppure lei può lasciare la bimba al padre (si sa, crescere con un solo genitore è una cosa che capita sempre più spesso, ci fanno anche tante toccanti pubblicità) e andarsene.

Perché vi racconto questi due episodi, purtroppo assolutamente veri e ancora non risolti? Per farvi capire che da tempo, nella nostra Europa, è passato il concetto che non tutti i cittadini sono uguali, neppure quando hanno i pezzi di carta che li dichiarano tali. Neppure se intendiamo la parola cittadinanza in quel senso angusto e meschino di tessera di un club esclusivo. Perché ad alcuni quella tessera può essere ritirata, nella forma (come prevede in decreto Salvini, in alcuni specifici casi) o nella sostanza, come avviene ahimè tutti i giorni nel nostro Paese e anche in Paesi “più civili” del nostro. Provate a immaginare di essere nei panni dei genitori di cui vi ho parlato prima e che lo Stato di cui siete cittadini metta voi davanti alle opzioni descritte. Non credo che questo possa accadere, vero? Credo che la cosa farebbe notizia sui giornali. Ma a noi non può accadere, giusto? Perché noi siamo cittadini “veri”. (Sicuri? No, perché io ovviamente non credo di poter dire in tutta onestà che a me non potrebbe succedere, anche se il padre di Meryem è da due anni cittadino italiano).

Ciò detto il decreto legge che è stato approvato lunedì al Consiglio dei Ministri è terribile. Cambierà le cose drasticamente in peggio per moltissimi di noi. E quando dico “noi” non intendo una specifica categoria professionale o sociale. Intendo proprio noi, persone normali, mediamente oneste, che vivono con più o meno fatica in questo Paese.

Informatevi, in primo luogo spegnendo la televisione e disintossicandovi dai dibattiti. Poi cominciate a leggere cose sensate, iniziando da qui.

Responsabilità


Oggi nessuno nega che sia una cosa necessaria educare i giovani alla responsabilità: alcuni, però, continuano a sostenere che si può fare senza dar loro responsabilità concrete, senza che abbiano la libertà di predisporre programmi, di prendere decisioni, di fare scelte, cioè di correre il rischio di sbagliare.
Mi chiedo piuttosto se spesso non sia l’adulto a temer di affrontare il grave compito di educatore e di accollarsi anche il rischio che ne deriva; se egli non preferisca gli schemi rigidi di regolamenti formali, che rendono più agevole la disciplina esterna, ma non sono atti a favorire una reale educazione alla responsabilità.
I giovani di un istituto possono essere educati alla responsabilità senza sindaco, giudice, elezioni, assemblea, assessori e banca?
Senza dubbio, ma a condizione che vi sia un sistema pedagogico adatto; il quale, però, è tutt’altro che facile a trovarsi. Come è possibile dare, giorno per giorno, concrete responsabilità a centinaia di adolescenti?
Come si può programmarne il graduale intensificarsi, adattandole alle diverse età e alle varie capacità di ognuno? E come, in pratica, si può realizzare ciò in modo che sia accetto anche ai ragazzi?
Il mio timore è che, se non si elabora un sistema di vita comunitaria quanto più possibile aderente alla realtà, si rischia facilmente di ricadere in quello che soddisfa gli adulti per la soluzione degli immediati problemi disciplinari, trascurando l’altro, basilare, della vera educazione.

da “Sognai la futura Città dei Ragazzi”, Mons. John Patrick Carroll-Abbing, 1945

Ieri ho visitato la Città dei Ragazzi, una realtà di cui avevo sentito molto parlare e dove ero anche stata una volta, svariati anni fa. Ma solo ieri in effetti mi sono presa il disturbo di capire meglio il progetto originario.

Come molte cose che possono insegnarci moltissimo anche oggi e che spesso non conosciamo, si tratta di un progetto nato nell’immediato dopoguerra. Un periodo in cui i profughi, bisognosi di tutto, e in buona parte minori soli erano italiani. All’epoca, a differenza di oggi, la memoria della guerra e della sua brutale ingiustizia era fresca e condivisa da tutti. All’epoca, come oggi, i profughi di ogni età vivevano per strada, cercando di racimolare il minimo indispensabile per vivere, senza avere accesso a percorsi di dignità e protezione.

Allora come oggi, le risposte a questi bisogni immensi e sotto gli occhi di tutti potevano essere  molto diverse tra loro. Meramente caritatevoli e assistenziali, profondamente asimmetriche tra chi dava e chi era costretto a ricevere. Oppure ispirate all’obiettivo della promozione umana, mai disgiunte dal profondo rispetto per le vittime innocenti di quella catastrofe voluta da altri.

Leggendo le righe che vi ho riportato sopra, trovo esposte con impietosa chiarezza le domande che oggi dovrebbe porsi la scuola e qualunque altro educatore, genitori in primo luogo.

Che ne pensate?

Cosa pensa l’Europa sulle migrazioni


L'”accordicchio” sulle migrazioni. Così hanno chiamato quello raggiunto ieri e direi che il termine rende il livello del negoziato, nella forma e nel merito. Leggerete tutto e il contrario di tutto sui giornali, ma suggerisco vivamente di fare riferimento al documento originale, questo.

Relativamente ai 12 punti sulle migrazioni, aggiungo solo qualche commento rapido.

Almeno 9 dei 12 punti (io direi pure 11) hanno a che fare, esplicitamente o implicitamente, con un unico obiettivo: impedire l’ingresso di persone al territorio, il più precocemente possibile e con qualunque mezzo. Incluso l’ulteriore supporto alla cosiddetta guardia costiera libica, attualmente indagata dalla corte dell’Aja (punto 2).

Scorrete i 12 punti e cercate di immaginare il costo economico di tutto ciò, coperto con denaro pubblico e quindi con le nostre tasse. Alcune cifre sono esplicitate (500 milioni di euro per il Trust Fund, 3 miliardi di euro alla Turchia – la cifra non c’è, ma a qusto ammonta la seconda tranche dell’accordo), molte altre no. Ma vi invito a farvi due conti di quanto possano costare le cose menzionate (dagli accordi bilaterali ai centri di trattenimento dei Paesi terzi). Almeno non mi venite a dire più che il problema sono i costi dell’accoglienza. L’ordine di grandezza di queste spese, che nonostante le belle paroline spese sulla cooperazione (pochine, peraltro, e tutte concentate nel punto 8) sono soprattutto di carattere militare, hanno una scala incomparabilmente superiore a qualunque spesa mai fatta per l’accoglienza.

Il filo conduttore è la deterrenza. “Eliminare gli incentivi per affrontare viaggi pericolosi”, siano essi dal Medio Oriente o dall’Africa in Europa, oppure da un Paese dell’Europa all’altro. Tradotto in altri termini, l’obiettivo è rendere i nostri Paesi europei luoghi così violenti e inospitali da rendere preferibile a chiunque restare altrove, anche se dove si trova non ha alcuna speranza. Utilizzando tutte le possibili misure legislative e amministrative, a livello europeo (la riforma del Sistema d’Asilo Europeo farà molto) e a livello nazionale. Via libera dunque alla fantasia degli Stati, che già è fervida, su misure che rendano la vita impossibile ai migranti e a chi li aiuta.

In estrema sintesi: abbiamo deciso di spendere ancora più soldi per esercitare in misura crescente la violenza e la discriminazione fuori e dentro i confini europei. Capisco facilmente come questo possa convenire politicamente e soprattutto economicamente ad alcuni, ma come molti degli altri possano credere che questo accrescerà la sicurezza per tutti noi mi è sinceramente incomprensibile.

Non ammetto


“Non conviene ammettere che la maggioranza di quelli che sbarcano in Italia sono migranti economici?”. In questa specie di incubo in cui mi sembra di vivere da qualche giorno, in cui falsità e approssimazione imperano ovunque (e non più solo nei talk show televisivi, ma in tutte le sedi istituzionali senza eccezione), persino tra “quelli come me” (leggi: gli sfigati che non solo si mangiano il fegato a sentire esternare tante pericolose idiozie, ma sono persino nuovamente additati come sospetti agenti di malaffare o nel migliore dei casi buonisti) sento esprimere questa posizione “di buon senso”.

No, l’ho già spiegato altre volte. Io non ammetto (come peraltro se stessi confessando una bugia detta in precedenza…) quello che credo sia falso. Neppure se può sembrare conveniente – e in questo caso non credo davvero che lo sia.

Premettendo che la migrazione tutta per me dovrebbe essere valorizzata e gestita come uno dei principali motori di civiltà del nostro mondo, pur non essendo mai priva di sfide, dolori, lacerazioni e conflitti, e quindi non sarò certo io quella che criminalizza chi si trasferisce per qualsivoglia ragione da uno Stato all’altro, per me c’è una differenza innegabile tra un italiano che cerca migliori opportunità lavorative all’estero (tipico esempio di migrante economico, peraltro numericamente in crescita) e chi lascia il suo Paese per cercare accesso ai diritti fondamentali. Per me vale la definizione di rifugiato della Costituzione italiana: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo”. Alla luce di questa definizione io credo di poter serenamente affermare di non aver mai incontrato “rifugiati finti”.

E a chi mi ha chiesto se penso che sia più efficace una battaglia per far considerare rifugiato chi rientra in tale definizione (ossia il circa cento per cento delle persone che sbarcano) oppure lottare perché coloro che si definirebbero allo stato attuale migranti economici possano entrare e restare legalmente, io ho risposto e rispondo anche qui che non vedo le due battaglie come alternative. In questo clima politico ma soprattutto culturale che mi atterrisce e mi fa orrore, io intendo lottare per un pieno rispetto del diritto d’asilo nello spirito della convenzione di Ginevra, della Costituzione Italiana e possibilmente aggiornato alla luce della realtà contemporanea e per una politica migratoria equa e lungimirante che preveda canali di ingresso esistenti, legali e accessibili e misure che rendano possibile un soggiorno sicuro e dignitoso per i migranti economici.

Per inciso, se le due cose andassero di pari passo tutto sarebbe molto più gestibile, economicamente conveniente e utile al progresso dell’Italia e dell’Europa da ogni punto di vista. E va da sé che se ci fossero canali legali molti, pur potendo accedere alla protezione internazionale, sceglierebbero quelli. Esattamente come succedeva prima di Schengen, quando quasi la totalità dei richiedenti asilo viaggiava ed entrava legalmente.

In difesa della complessità


Torno su un argomento che mi è caro (ne ho già scritto qui) e che ritengo estremamente importante. Partiamo da questo video, uno spettacolare TED talk della scrittrice Elif Shafak che merita di essere gustato tutto, parola per parola (no, trascrizioni italiane non ce ne sono, ma applicatevi che ne vale la pena).

Tra i molti punti che meritano di essere sottolineati in questa conferenza vi proporrei questi:

  • in questi tempi liquidi c’è un grande desiderio di semplicità, da cui i demagoghi di ogni risma traggono spudoratamente vantaggio;
  • anche se sembrano diversissimi tra loro, se considerati in questa prospettiva, un politico populista o nazionalista (ve ne viene in mente qualcuno, in questi giorni, cari connazionali?), un imam fondamentalista, un supremazista bianco sono tutti accomunati da un aperto disprezzo per la pluralità;
  • il dibattito pubblico, la comunicazione, persino il dibattito accademico pare ridotto alla mera opposizione binaria, pro o contro;
  • il concetto di identità singole (e magari contrapposte) è illusorio, qualsiasi nostra esperienza ci dice che noi viviamo e siamo molteplicità (di identità, di attaccamenti, di emozioni, di amori);
  • tutto concorrere a costruire e diffondere un clima di ansia e di paura, ma arriva un punto in cui ci si stanca di aver paura e da qui, forse, si può ripartire.

 

 

Vi lascio tre consigli di lettura, per iniziare a restituire complessità a narrazioni che quando vengono fatte sono puntualmente ridotte a un film western (buoni o cattivi). Ve le metto rispettando l’ordine di probabilità che questi temi hanno di presentarsi nella vostre conversazioni in famiglia e con gli amici e anche in ordine crescente di coraggio e determinazione che le letture in sé richiedono (l’ultima è in due tomi…).

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori. Mondadori 2018.

Nico Piro, Afghanistan missione incompiuta 2001-2015. Lantana 2016.

Alberto Elli, Storia della Chiesa Ortodossa Tawāḥedo d’Etiopia. Edizioni Terra Santa, 2017