Noi, loro


Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Certamente. Ma è anche vero che per far cadere un albero ci vuole pochissimo tempo, per farlo crescere molto molto di più. Quindi non si tratta solo di rumore, si tratta di danneggiamento del lavorio paziente di tanti altri.

La fiducia necessita di tempi lunghi. Ma per la diffidenza basta un attimo.

Tutto questo per dire che viviamo dei tempi difficili, in cui credo davvero che se non siamo nella posizione di migliorare le cose almeno sarebbe nostro preciso dovere non peggiorarle. Se non possiamo far sentire meno isolato e additato il capro espiatorio di turno, almeno dovremmo astenerci dal dare manforte a chi moltiplica la violenza.

La violenza fisica è solo l’ultimo anello di una lunga catena che costruisce per alcuni una posizione di inferiorità. Argomenti apparentemente razionali, spesso suffragati da sondaggi e numeri, ma che in realtà servono specialmente ad argomentare una diversità sostanziale, che giustifica “le maniere forti”. Una connessione tra una categoria di persone generica (e per generica intendo banalmente che include centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di singoli individui), a prescindere da cosa il singolo membro della categoria sia o faccia, e un’alterità, una sostanziale estraneità.

Loro. Loro pensano che. Loro vogliono. Loro. Non noi. Contro di noi. Non saremo disposti a tollerare che loro… Non c’è posto per loro, non cederemo di un millimetro. Anche se quei loro, finché qualcuno ce l’ha fatto notare, erano solo i miei vicini di casa, i compagni di classe di mia figlia, le persone che incrocio ogni mattina per strada.

Ieri un giurista di cui ho immensa stima, Lorenzo Trucco, ci ha ricordato ciò che scriveva Norberto Bobbio nel 1992 su La Stampa. Lo ricordo anche a voi, perché ci riflettiate con me.

L’essenza della democrazia è esattamente l’opposto del razzismo. Nonostante la continua sofferenza di essere costretti a vivere in una democrazia sgangheratissima come la nostra, non ci stancheremo mai di mettere in evidenza i pregi dello stato democratico, malgrado le sue magagne, rispetto a tutte le forme di governo. Democrazia e razzismo, in tutte le sue manifestazioni, sono incompatibili per almeno due ragioni.

La democrazia è fondata su valori universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’altro, la tolleranza, e soprattutto la non violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, anche violento.
In secondo luogo la democrazia è inclusiva, nel senso che tende ad includere coloro che stanno fuori per allargare ad altri i propri benefici.

Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso ad oggi, è stato un processo graduale d’inclusione dei diversi.
Il dispotismo è esclusivo: tende, se mai, a escludere i già inclusi.
Naturalmente non si può includere tutto e tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, ma una democrazia non può essere “esclusiva” senza rinunciare ad essere una “società aperta”, ossia senza negare se stessa.

 

Due cose che devo proprio dire


Chi mi conosce lo sa. Quando sento parlare il nostro attuale ministro degli Interni (o ne leggo le dichiarazioni) perdo di lucidità. Per questa ragione cerco, con scarso successo, di non commentare troppo quello che dice e quello che fa. Però due cose le devo commentare per forza, anche perché sento ormai riecheggiare le sue parole nei luoghi che frequento, ripetute e amplificate dalle bocche più insospettabili. Io so bene che nessuna campagna, neanche questa pur bellissima e coraggiosissima che stiamo caparbiamente portando avanti in tutta Italia, può granché contro quello che, ripetuto ogni sera in televisione, diventa verità anche solo per sfinimento di ascolto passivo. Figuriamoci un post di Chiara Peri.

Però concedetemi due citazioni e due commenti.

«I dati indicano che, nel 2016, i flussi di migranti della rotta balcanica occidentale sono diminuiti dell’86 per cento, quelli della rotta balcanica orientale del 72 e, al contrario, quelli del Mediterraneo centrale aumentati del 18. Questo significa che lo sforzo finanziario assunto dall’Europa con la Turchia, 6 miliardi di euro, ha consentito di arrestare di fatto il flusso dai Balcani e che la partita si gioca dunque di fronte alle nostre coste. Bene. C’è un ulteriore dato che indica come il 90 per cento dei flussi del Mediterraneo arrivi dalla Libia. E questo consente di focalizzare ancora di più l’origine del problema»
La “partita” a cui si fa riferimento suona come una specie di partita a Risiko. Mi pare ovvio che il Ministro consideri un successo l’arresto del “flusso dai Balcani”, anche se è stato uno sforzo finanziario. Denaro ben speso, pago pretendo. Ma ci ricordiamo di chi era composto quel flusso? Migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalle bombe. Quel flusso oggi non arriva più, eppure il Siria si continua a morire. Oggi una mia collega ha accompagnato dal Papa un bambino, una goccia di quel flusso, che ha perso il papà a causa di una bomba. Di questo si parla, non di una nube tossica. E quell’impegno finanziario scellerato, di cui non si riesce neanche a sapere con chiarezza chi si è preso la responsabilità, non si limita a bloccare milioni di rifugiati in Turchia, il paese che da solo già ne ospita un numero più alto di tutta l’Europa impastata insieme. No, quell’impgno finanziario rimanda indietro chi è arrivato e soprattutto sigilla i confini di un paese in guerra che noi, con la nostra crescente esportazione di armi, contribuiamo con ogni probabilità a tenere ben viva.
Ma il flusso dalla Libia, mi direte, è tutt’altro. Vero. Ma non è meno urgente, disperato e sacrosantamente legittimo. Vedo sopraccigli che si alzano. Ok, possiamo discuterne, in un altro momento. Però una cosa è certa. Il “flusso” dalla Libia non è composto di libici. Quindi non insultiamo la nostra intelligenza dicendo che l’origine del problema è in Libia. L’origine del problema è nei conflitti, più o meno dimenticati, nelle dittature che spesso ci conviene appoggiare, nelle carceri sotterranee di cui tanti amici africani mi parlano, nella corruzione che si mangia tutto, nella rapina sistematica a cui pochi potenti sottopongono un continente intero, le sue risorse naturali, il suo ambiente. In Libia, semmai, è la presunta soluzione del “problema”. Una soluzione che sa di violenza, di detenzione, di tortura. L’abbiamo già visto questo film. Non fraintendetemi, la pace il Libia sarebbe una cosa meravigliosa e sacrosanta. Anche lì c’è un popolo che soffre. Ma non mi convincerete mai che la via per la pace passa per la violenza riservata a altri per compiacere chi paga per il servizio.

«Le statistiche ci dicono che i reati, tutti i reati, sono in diminuzione, ma la sicurezza non è una statistica, è un sentimento. E il sentimento di insicurezza avvertito dai cittadini non va mai sottovalutato»
Questo per me è il punto più grave. Il sentimento di sicurezza non si contrasta inasprendo le misure di sicurezza contro chi qualcuno percepisce essere pericoloso, adottando misure di urgenza che non trovano alcuna giustificazione in quel che accade davvero. Il sentimento di sicurezza si costruisce con l’educazione, con la bellezza, con le iniziative che creano rapporti di rispetto, amicizia e solidarietà tra vicini di casa, concittadini, colleghi, compagni di scuola. Ricucendo quello che le trasmissioni della televisione, con le loro urla scomposte, non fanno che distruggere: la coesione sociale, la comune cittadinanza. Sono processi lunghi, i cui risultati numerici non si portano a casa in poche settimane. Certamente contare le espulsioni, legittime o meno che siano (nella sostanza, quando non proprio nella forma), è più facile e fa un effetto migliore sul momento. Ma tutta questa violenza implicita o esplicita che frutti porterà? Se crea sentimenti, dubito che siano buoni sentimenti. Qualche sentimento lo vedo ogni tanto negli occhi di chi queste violenze già comincia a subirle (e che un po’ le ha sempre subite, diciamocelo): paura, rabbia, umiliazione, vergogna, frustrazione, esasperazione. Un sentimento di sicurezza non l’ho visto mai.

Tor Bella


“Rex è scappato”, recita un foglio affisso sulla vetrina di un negozio, con foto a colori di un cane lupo. “E come dargli torto?”, mi viene da pensare. Ma è già uno scherzo, perché dopo dieci minuti abbondanti di cammino ormai mi trovo in un posto molto diverso da quello in cui mi ha sbarcato la metro C. Uscita dalla fermata di Torre Gaia confesso di aver avuto un attimo di sgomento e persino la fugace tentazione di girare sui tacchi e prendere un treno in direzione Roma Centro. Lì la Casilina non è più quella di Centocelle e Torpignattara, fiancheggiata di negozietti e di persone: è quasi autostrada. La attraverso faticosamente per scoprire subito dopo che non avrei dovuto farlo. Riattraverso e salgo le scale di ferro per scavalcare lo scatolone di cemento della stazione e sbarcare in una manciata di casette e stradine. Cammino un po’ nella direzione giusta ed eccomi di nuovo a una sorta di svincolo autostradale: questa è via di Tor Bella Monaca e dunque almeno ho il conforto di sapere che l’area geografica è quella giusta. Dopo questo ulteriore avventuroso attraversamento, sono tornata in una comunità abitata: un forno con tanti tipo di pane, pizza e dolci e ragazze sorridenti al balcone, negozi, anziani e bambini per le strade, una scuola colorata con un grande giardino. E il cartello che segnala la fuga di Rex, promettendo una ricompensa a chi lo riporterà ai padroni.

Andare a Tor Bella Monaca con i mezzi in un tardo pomeriggio invernale richiede a una di Roma “centro”come me una certa motivazione. Tor Bella Monaca non è solo, innegabilmente, “lontano”. Ha anche una brutta fama, ai limiti dello stigma. “Non ce la avrei mai mandata da sola!”, confesserà più tardi un po’ imbarazzato il fidanzato palermitano di una delle partecipanti all’incontro a cui sto andando. Però quello che vedo arrivando non ha nulla di sgradevole o di minaccioso. Sono io che mi muovo come se pestassi uova, ma molti mi sorridono, qualcuno mi saluta. Alla fermata dell’autobus una signora africana con figli al seguito chiacchiera con naturalezza con due “indigene”. “Da non non c’è razzismo”, mi diranno poi. E in effetti parrebbe proprio così. Mica una cosa da poco, di questi tempi.

Arrivo alla sede dello SPI, il sindacato dei pensionati, un po’ in anticipo. Alla parete la prima cosa che noto è un poster di Berlinguer. Mi accolgono calorosamente, mi offrono un tè in un bicchiere di plastica che mi ricorda un po’ i tempi ruggenti del Centro Ararat. Mi chiedono di me, del mio lavoro. “Dove avete la sede, voi?”. Vicino piazza Venezia. “Ma più precisamente?”. Ho un’illuminazione. Via degli Astalli, traversa di via delle Botteghe Oscure. La signora si rattrista visibilmente. “Io non ce posso più passa’ lì… mi hanno detto che adesso al posto di Rinascita ce sta un supermercato. E’ vero?”. Confermo, ahimè. Per fortuna la conversazione si rianima subito, nonostante la mia gaffe. Seguono aneddoti, racconti di vita quotidiana. “I mariti certe volte sono proprio da butta’ de sotto dar balcone!” “Ma tu sei al primo piano, nun se fa gnente!” “Eh, di sinusite soffro anche io, ma pe’ forza… da regazzetto, quanto me piaceva andare in motorino, con la camicia che si gonfiava cor vento… ah, bei tempi!”.

Quando si arriva a parlare del quartiere, si fanno seri, quasi solenni. “E’ il più bel quartiere di Roma. La gentaccia ci sta da tutte le parti, pure a Parioli. Solo che qua è per fame che la gente fa certe cose, altrove non so. A me quando qualcuno ci guarda storto perché abitiamo qua mi ribolle il sangue. Le cose buone ci sono, e pure tante. Solo che, per colpa di qualcuno…”. Già. Mi agito sulla sedia, sentendomi un po’ in colpa per il pensiero sul cane lupo. Un vecchietto con i capelli candidi mi sorride e mi fa: “Ma lo sai a chi somiglia, ‘sta ragazza? Alla responsabile dell’ATER, quella che mi ha dato le chiavi della mia casa. Proprio uguale!”.

In questo insolito e sorprendente contesto, una mezz’ora dopo, ho partecipato a una formazione sulla tecnica dell’incontro relazionale, strumento principale del community organizing. Uno degli elementi dell’incontro relazionale è lo storytelling: perché un nome si dimentica, ma ascoltando una storia le cose si ricordano, diventano vive. Ho biecamente approfittato del momento della simulazione a coppie per farmi raccontare un po’ di storie da una signora dai capelli rossi fiammanti, di cui in effetti non sono sicura di ricordare il nome. Quei venti minuti di racconti valevano il viaggio a Tor Bella Monaca. Ma ve li racconto la prossima volta.

E ora?


“E quindi ora che succede? What’s next?”, chiedeva ieri sera una delle mie studentesse americane mentre io, approfittando di dieci minuti di pausa da me stessa concessi, cercavo di sbirciare i siti online per capire se il presidente del Consiglio del mio Paese fosse fosse anche formalmente dimissionario, dopo esserlo diventato mediaticamente una manciata di ore prima, in diretta tv.

Cosa succederà non saprei, ma certamente so cosa è successo ieri: per la prima volta dopo molto tempo sui social si è veramente litigato per motivi politici, diciamo così, e non solo tra schieramenti da sempre opposti su canali già battuti e percorsi, ma anche tra gruppi di amici, in famiglia, tra persone abituate a sentirsi, più o meno genericamente dalla stessa parte. Era prevedibile e, in qualche modo, potenzialmente positivo. Intendiamoci, il conflitto resta al 90% dietro una tastiera (Nizam, che votava la prima volta, era piuttosto deluso che ai nostri seggi nessuno urli, nessuno venga alle mani, nessuno minacci di prendere l’avversario a bastonate nel bel mezzo di una votazione: ma lui è abituato a tutt’altri standard) e certe volte è puerile, preconcetto e francamente fastidioso. Un numero preoccupante di sostenitori del sì non ha esitato un attimo a scagliarsi contro la larga maggioranza di italiani che ha fatto la scelta opposta, lanciando accuse di diverso genere ma che si potrebbero riassumere con il solito “siete idioti/non avete capito” a cui i nostri stessi politici ci hanno abituato in questi decenni di slogan da stadio di infimo livello.

Io tendo a pensare che al momento lo scenario sia molto più complesso di così. Non credo che l’Italia si divida in una pur cospicua minoranza di intelligenti interpreti della res publica e una maggioranza di stupidi caduti nella rete dei populisti cattivi. Mi pare che raccontare l’Italia così sia contribuire a costruire una profezia destinata poi, fatalmente, ad avverarsi. Certo, la complessità in politica non è necessariamente una bella notizia, anzi. Però, come sempre nella vita, è in sé interessante e potenzialmente sorprendente.

“Che alternative ci sono?”, mi dicono gli amici che hanno votato sì e non hanno perso, neanche temporaneamente, la capacità di scambiarsi civilmente delle opinioni. Ecco, il punto è esattamente questo. Al momento probabilmente nessuna. La scelta, se si andasse a votare oggi, sarebbe francamente tra il peggio e il molto molto peggio. Però sono anche convinto che una parte non irrilevante della popolazione ambirebbe seriamente se non al meglio (un meglio condiviso da molti è difficile da trovare e concordo che oggi fissarsi su un meglio duro e puro probabilmente è una velleità che non aiuterebbe il nostro Paese) almeno al molto meno peggio. Credo che la chiave di questa valutazione qualitativa dovrebbe essere la questione ad oggi più urgente (almeno secondo l’Istat), che proporrei di definire giustizia sociale.

La società assicura la giustizia sociale allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La giustizia sociale è connessa con il bene comune e con l’esercizio dell’autorità […]. Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona in ragione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato. L’eguale dignità delle persone richiede che si giunga ad una condizione più umana e giusta della vita. Infatti le troppe disuguaglianze economiche e sociali, tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale ed internazionale.

Qualcuno  ha anche declinato alcune delle condizioni necessarie alla realizzazione della giustizia sociale: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti”. No, lo so che state pensando. Questi non possono e non potranno essere i “4 punti per l’Italia di domani” che qualunque partito e movimento si sta già preparando a stampare su brochure con grafica accattivante e colori vivaci. La giustizia sociale è una visione, quella visione che nella politica sembra ormai sostituita tristemente dalle liste di cose da fare (che incidentalmente nulla dicono su perché e come quelle cose verrebbero fatte).

Ricordate che qualche anni fa vi ho parlato di questo libro? Concordo molto con quello che allora diceva il suo autore: quello che davvero ci manca e che è assolutamente urgente costruire è la capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte condiviso.

Si riuscirà in questo momento confuso a trovare chi, con spirito di servizio, si metta a costruire una alternativa credibile, non frettolosa e non limitata a un maldestro tentativo di cambiare l’etichetta a qualcos’altro? Il che non vuol dire, badate bene, che bisogna rottamare necessariamente quello che c’è. Ma senza una trasparenza su dove (davvero) si sta puntando lo sguardo dubito che si riesca a ricostruire la fiducia necessaria a sostenere un progetto politico.

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.

La guerra in vacanza


Un po’ me lo aspettavo, ma forse non ero comunque preparata: viaggiando per la Germania (e anche un po’ in Olanda!) la memoria della Seconda Guerra Mondiale è presente ovunque. Avevo scelto di non includere nel nostro itinerario visite a campi di concentramento, per questa prima volta. Ma comunque io e Meryem abbiamo avuto modo di parlare di guerra in più di un’occasione e la cosa l’ha colpita abbastanza. Credo che l’età fosse adeguata e quindi l’esperienza è stata importante. Mi ha fatto piacere poi che legasse la memoria della guerra in Europa a quello che sa della guerra in Siria.

I momenti più significativi della nostra vacanza da questo punto di vista sono stati il Memoriale di St. Nikolai ad Amburgo e, ovviamente, il Museo Ebraico di Berlino. Il primo è stato per Meryem estremamente interessante: siamo entrate nella cripta della chiesa distrutta un po’ scettiche, ma poi le foto e la documentazione ci hanno consentito davvero di fare un tuffo nella storia. Una delle cose che più ha colpito Meryem sono stati i volantini con la lista di cose che ogni famiglia doveva portare con sé al momento di trovare riparo nei rifugi in caso di bombardamento. Questo aspetto così concreto e quotidiano l’ha fatta pensare a cosa faremmo noi in una circostanza analoga. In qualche modo la documentazione del bombardamento della città in tutta la sua crudezza (poi richiamato, in altre tappe, da diversi altri memoriali meno monumentali, soprattutto le campane del duomo di Lubecca lasciate lì dove sono precipitate all’epoca) ci ha aiutato a uscire del tutto dallo raccontino “buoni contro cattivi” in cui si corre sempre il rischio di cadere. Anche i volantini con l’invito ad arrendersi lanciati dagli alleati hanno colpito molto Meryem, così come gli spartiti delle canzoni di propaganda in cui il bombardamento di Londra era motivo di gioia e marcette.

A un certo punto si è chiesta se sia stato più grave quello che ha fatto la Germania (iniziare la guerra e tentare di sterminare del tutto gli ebrei) o quello che hanno fatto gli Stati Uniti (lanciare la bomba atomica). Abbiamo poi convenuto che in guerra tutti arrivano a fare cose spaventose e abbiamo parlato di quanto sia difficile, anche molto dopo la fine di un conflitto, costruire una vera riconciliazione. Questa conversazione, avvenuta ad Amburgo in due tranche (complice una targa appesa a St. Pauli le avevo anche raccontato sommariamente la vicenda della nave Exodus, così abbiamo gettato le basi per parlare di Israele e Palestina…), è stata una delle più significative e intense che ci sia capitato di fare.

Il Museo Ebraico di Berlino è un’esperienza molto ricca e con aspetti diversi. La parte architettonica è incredibile ed evocativa. La parte storica davvero ricca e piena di spunti per coinvolgere i bambini. In una sala si possono scrivere dei desideri su bigliettini e poi attaccarli su un albero di melograno. Meryem ha scritto: “Vorrei che non ci fosse più la guerra”. Lo stesso desiderio lo ha appeso anche su una croce di legno nel duomo di Lubecca su cui i visitatori erano invitati a appendere le loro intenzioni di preghiera.

Tornati in Italia ha deciso di leggere Le valige di Auschwiz di Daniela Palumbo. Lo ha quasi finito e le sta piacendo molto. Mi ha detto che la sta aiutando a capire meglio alcune delle cose di cui abbiamo parlato durante il viaggio.

 

 

 

Per forza


Oggi la mia bacheca di Facebook è piena di condivisioni che ricordano l’orrendo delitto di Fermo. Non ci sarebbe di per sé bisogno di aggiungere la mia alle molte voci autorevoli e efficaci che si stanno levando in queste ore. In primis quella di Michela Murgia: I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato: sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l’autorizzazione a procedere contro Calderoli quando diede dell’orango a Cecile Kyenge. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti. C’è chi obietta che in questo caso dare del “fascista” all’assassino è nobilitarlo troppo. Non lo so. Una cosa è certa: quella persona si sentiva certamente in diritto di dare della scimmia a una donna nigeriana in pubblico e di reagire picchiando a morte lei e il marito per il solo fatto che si ribellavano a un’umiliazione che per molti è dovuta, scontata, necessaria. Il minimo che “questi” si meritano.

Ricordo benissimo che quando Cécile Kyenge venne in visita al Centro Astalli, anni fa, anche la nostra pagina Facebook fu invasa di commenti assurdi sotto le foto che pubblicammo. In una, che ritraeva tre rifugiati africani con un telefono in mano, qualcuno scrisse: “Adesso anche le scimmie hanno il telefono?”. Segnalai a Facebook il commento, palesemente offensivo e lesivo della dignità di quegli uomini (no, non era critica politica, in quel caso: la Ministra non compariva in quello scatto). Mi venne risposto che non costituiva violazione. Insomma, anche Facebook conveniva che chiamare scimmie i rifugiati africani è lecito. Normale.

Un’altra cosa vorrei aggiungere. E’ vero, la storia di questa coppia (come quella della maggior parte dei rifugiati) è una tragedia e un romanzo insieme. Ma non vorrei che tutta questa insistenza sul fatto che questi due giovani erano fuggiti dalle persecuzioni degli estremisti islamici spostasse l’attenzione dal fatto che la loro religione, la loro condizione di rifugiati, la loro tragica vicenda di genitori di bambini uccisi dalla violenza, in effetti non abbia nulla a che fare con il motivo per cui sono stati aggrediti prima verbalmente e poi fisicamente. E’ successo perché erano neri, ci piaccia o no. Perché, si difende l’aggressore, davano l’impressione di stare rubando una macchina, visto che i neri – si sa – sono ladri. E allora non scomodiamo la fatica dei territori rispetto ai flussi migratori. Questo sì che è nobilitare di motivazione un gesto che è solo becero razzismo e becera ignoranza.

Questo è un delitto, particolarmente efferato. Ma tanti altri atti di violenza, di offesa e di pubblica umiliazione sono sdoganati come normali. Il 24 giugno un giovane richiedente asilo sviene in piazza, a Tradate (Varese): un calo di zuccheri o forse disidratazione per il digiuno di Ramadan. I vigili urbani (!) e i passanti non solo non lo soccorrono, ma lo coprono di insulti, immaginando che sia ubriaco (racconto qui). Non più tardi di ieri a Albano Laziale degli esponenti politici locali esprimevano indignazione per un’ “adunanza islamica” inopportuna visto l’uccisione dei nostri connazionali in Bangladesh. Un gruppo abbastanza modesto di persone che pregava e celebrava in piazza in occasione di Eid al Fitr, massima solennità islamica per cui anche il Presidente Mattarella ha ritenuto opportuno formulare i suoi auguri ai musulmani italiani e residenti in Italia. Il comunicato sarebbe comico se non fosse tragico (leggetelo pure qui, seguirà sabato un flash mob). Sarebbe come dire che è intollerabile che, dopo tutte queste denunce per pedofilia, la gente non si vergogni di celebrare la Pasqua o il Natale sotto gli occhi di tutti. Almeno una delle persone che promuovono con entusiasmo il flash mob di cui sopra, peraltro, condivide l’indignazione per l’uccisione di Emmanuel. Mi chiedo perché, ma temo di non avere voglia di chiederglielo.

Un’ultima cosa vorrei aggiungere a un post fin troppo verboso. E’ assolutamente vero che l’Italia è piena di iniziative meravigliose di accoglienza, integrazione, empatia, creatività e cultura civica nel senso più alto del termine. In questi giorni sto lavorando a questa mappa e credo davvero che come italiani dobbiamo esserne fieri.  Ma è anche vero che ogni tanto anche chi ci crede, anche chi si impone di guardare oltre, si sente stanco, solo e sopraffatto dall’amarezza. Mi hanno colpito le parole di Saverio Tommasi:

Non è stato solo l’ultrà ad uccidere Emmanuel. Lo hanno ucciso anche tutti quelli che riversano sugli ultimi le colpe degli insuccessi delle loro vite, seminando un clima di odio al grido di “non possiamo ospitarli tutti”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “aiutiamoli a casa loro” e poi votano per diminuire i fondi alla cooperazione internazionale.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero togliere il wi fi (tra l’altro gratuito), ai richiedenti asilo, l’unico strumento con cui possono chiedere alla mamma “come stai” e dire al papà “sì, sono ancora vivo”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero far mangiare ai rifugiati la merda scaduta di certe mense “perché già che gli accogliamo vogliono anche decidere il menù?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un bambino su un barcone dicono “perché pubblicate solo le foto dei bambini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un uomo dicono “hai visto che sui barconi arrivano solo uomini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di una donna incinta su un barcone dicono “vengono qui a partorire, gliel’ha detto la Boldrini”. E poi le commentano tette e culo.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “ma degli italiani in difficoltà non vi interessa?” E poi non fanno niente per gli italiani e tentano di affogare quelli non italiani.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “gli stranieri vengono qui a rubarci il lavoro”, o se l’immigrato è disoccupato dicono “visto? gli stranieri vengono qui e non vogliono neanche lavorare”.
Hanno ucciso Emmanuel le frasi “io non sono razzista ma”.
Lo hanno ucciso le campagne per chiudere Mare Nostrum, la migliore operazione di salvataggio in mare che l’Italia abbia mai fatto.

Si potrebbe continuare, ma non serve. Io nel mio quotidiano non frequento ultrà, e anche pochi attivisti di Casa Pound. Ma le mie conversazioni quotidiane (e, sono convinta, anche le vostre) sono piene delle frasi di cui sopra. E sono frasi pesanti come macigni, specialmente quando vengono da amici e conoscenti.

P.S. Se siete convinti che una qualunque delle obiezioni riportate nella citazione qui sopra sia, almeno in parte, valida, fatemi il favore di non dirmelo. Tenetevi per voi le vostre argomentazioni. Almeno per oggi mi voglio permettere il lusso di non ascoltarle.