Divagazione (apparente)


Una donna di origine somala è cittadina di un Paese europeo. Non è stato facile, ma ha una casa, un lavoro e un passaporto. La sua vita, non da ieri, è lì. Questa storia inizia da quello che sembra un lieto fine.

E non continua neanche così male. Incontra un uomo, che ha la sua stessa origine, ed è arrivato da poco nel Paese dove lei è ormai di casa. Condividono molte cose di un passato che si sono lasciati entrambi alle spalle. Si intendono. Lui è stato riconosciuto rifugiato da un altro Paese europeo, diverso da quello in cui si incontrano. Si innamorano. Si sposano. Hanno tre bambini. La loro vita procede normalmente, con le difficoltà e le gioie di una famiglia comune.

A un certo punto però sorge un intoppo. Il governo del Paese in cui vivono si accorge che lui è rifugiato sì, ma altrove. Si è sposato, certo. Ha tre bambini piccoli. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti. Se ne deve andare. “Tornare” in un Paese dove non ha nulla se non un pezzo di carta. Non vuole separarsi dalla sua famiglia? Benissimo, questo è comprensibile. Ci mancherebbe. Ma che problema c’è? La signora è cittadina di un grande e rispettabile Paese europeo, così come i bambini. Hanno i loro passaporti. Possono andarsene tutti insieme, se tanto si amano. E buona fortuna a tutti.

Intanto, a una manciata di chilometri di distanza, si ripropone una situazione simile, a parti invertite. Lei, la moglie, ha partorito da poco. La bambina ha tre mesi appena. Il padre, suo marito, è cittadino del Paese in cui vivono. Lei “solo” rifugiata, riconosciuta da un altro Paese europeo. Anche in questo caso, il governo è chiaro: tanti auguri per la bimba, che è cittadina anche lei. Ma la madre deve andarsene. A lei la scelta. O il resto della famiglia lascia tutto e se ne va con lei in cerca di fortuna, oppure lei può lasciare la bimba al padre (si sa, crescere con un solo genitore è una cosa che capita sempre più spesso, ci fanno anche tante toccanti pubblicità) e andarsene.

Perché vi racconto questi due episodi, purtroppo assolutamente veri e ancora non risolti? Per farvi capire che da tempo, nella nostra Europa, è passato il concetto che non tutti i cittadini sono uguali, neppure quando hanno i pezzi di carta che li dichiarano tali. Neppure se intendiamo la parola cittadinanza in quel senso angusto e meschino di tessera di un club esclusivo. Perché ad alcuni quella tessera può essere ritirata, nella forma (come prevede in decreto Salvini, in alcuni specifici casi) o nella sostanza, come avviene ahimè tutti i giorni nel nostro Paese e anche in Paesi “più civili” del nostro. Provate a immaginare di essere nei panni dei genitori di cui vi ho parlato prima e che lo Stato di cui siete cittadini metta voi davanti alle opzioni descritte. Non credo che questo possa accadere, vero? Credo che la cosa farebbe notizia sui giornali. Ma a noi non può accadere, giusto? Perché noi siamo cittadini “veri”. (Sicuri? No, perché io ovviamente non credo di poter dire in tutta onestà che a me non potrebbe succedere, anche se il padre di Meryem è da due anni cittadino italiano).

Ciò detto il decreto legge che è stato approvato lunedì al Consiglio dei Ministri è terribile. Cambierà le cose drasticamente in peggio per moltissimi di noi. E quando dico “noi” non intendo una specifica categoria professionale o sociale. Intendo proprio noi, persone normali, mediamente oneste, che vivono con più o meno fatica in questo Paese.

Informatevi, in primo luogo spegnendo la televisione e disintossicandovi dai dibattiti. Poi cominciate a leggere cose sensate, iniziando da qui.

Responsabilità


Oggi nessuno nega che sia una cosa necessaria educare i giovani alla responsabilità: alcuni, però, continuano a sostenere che si può fare senza dar loro responsabilità concrete, senza che abbiano la libertà di predisporre programmi, di prendere decisioni, di fare scelte, cioè di correre il rischio di sbagliare.
Mi chiedo piuttosto se spesso non sia l’adulto a temer di affrontare il grave compito di educatore e di accollarsi anche il rischio che ne deriva; se egli non preferisca gli schemi rigidi di regolamenti formali, che rendono più agevole la disciplina esterna, ma non sono atti a favorire una reale educazione alla responsabilità.
I giovani di un istituto possono essere educati alla responsabilità senza sindaco, giudice, elezioni, assemblea, assessori e banca?
Senza dubbio, ma a condizione che vi sia un sistema pedagogico adatto; il quale, però, è tutt’altro che facile a trovarsi. Come è possibile dare, giorno per giorno, concrete responsabilità a centinaia di adolescenti?
Come si può programmarne il graduale intensificarsi, adattandole alle diverse età e alle varie capacità di ognuno? E come, in pratica, si può realizzare ciò in modo che sia accetto anche ai ragazzi?
Il mio timore è che, se non si elabora un sistema di vita comunitaria quanto più possibile aderente alla realtà, si rischia facilmente di ricadere in quello che soddisfa gli adulti per la soluzione degli immediati problemi disciplinari, trascurando l’altro, basilare, della vera educazione.

da “Sognai la futura Città dei Ragazzi”, Mons. John Patrick Carroll-Abbing, 1945

Ieri ho visitato la Città dei Ragazzi, una realtà di cui avevo sentito molto parlare e dove ero anche stata una volta, svariati anni fa. Ma solo ieri in effetti mi sono presa il disturbo di capire meglio il progetto originario.

Come molte cose che possono insegnarci moltissimo anche oggi e che spesso non conosciamo, si tratta di un progetto nato nell’immediato dopoguerra. Un periodo in cui i profughi, bisognosi di tutto, e in buona parte minori soli erano italiani. All’epoca, a differenza di oggi, la memoria della guerra e della sua brutale ingiustizia era fresca e condivisa da tutti. All’epoca, come oggi, i profughi di ogni età vivevano per strada, cercando di racimolare il minimo indispensabile per vivere, senza avere accesso a percorsi di dignità e protezione.

Allora come oggi, le risposte a questi bisogni immensi e sotto gli occhi di tutti potevano essere  molto diverse tra loro. Meramente caritatevoli e assistenziali, profondamente asimmetriche tra chi dava e chi era costretto a ricevere. Oppure ispirate all’obiettivo della promozione umana, mai disgiunte dal profondo rispetto per le vittime innocenti di quella catastrofe voluta da altri.

Leggendo le righe che vi ho riportato sopra, trovo esposte con impietosa chiarezza le domande che oggi dovrebbe porsi la scuola e qualunque altro educatore, genitori in primo luogo.

Che ne pensate?

Cosa pensa l’Europa sulle migrazioni


L'”accordicchio” sulle migrazioni. Così hanno chiamato quello raggiunto ieri e direi che il termine rende il livello del negoziato, nella forma e nel merito. Leggerete tutto e il contrario di tutto sui giornali, ma suggerisco vivamente di fare riferimento al documento originale, questo.

Relativamente ai 12 punti sulle migrazioni, aggiungo solo qualche commento rapido.

Almeno 9 dei 12 punti (io direi pure 11) hanno a che fare, esplicitamente o implicitamente, con un unico obiettivo: impedire l’ingresso di persone al territorio, il più precocemente possibile e con qualunque mezzo. Incluso l’ulteriore supporto alla cosiddetta guardia costiera libica, attualmente indagata dalla corte dell’Aja (punto 2).

Scorrete i 12 punti e cercate di immaginare il costo economico di tutto ciò, coperto con denaro pubblico e quindi con le nostre tasse. Alcune cifre sono esplicitate (500 milioni di euro per il Trust Fund, 3 miliardi di euro alla Turchia – la cifra non c’è, ma a qusto ammonta la seconda tranche dell’accordo), molte altre no. Ma vi invito a farvi due conti di quanto possano costare le cose menzionate (dagli accordi bilaterali ai centri di trattenimento dei Paesi terzi). Almeno non mi venite a dire più che il problema sono i costi dell’accoglienza. L’ordine di grandezza di queste spese, che nonostante le belle paroline spese sulla cooperazione (pochine, peraltro, e tutte concentate nel punto 8) sono soprattutto di carattere militare, hanno una scala incomparabilmente superiore a qualunque spesa mai fatta per l’accoglienza.

Il filo conduttore è la deterrenza. “Eliminare gli incentivi per affrontare viaggi pericolosi”, siano essi dal Medio Oriente o dall’Africa in Europa, oppure da un Paese dell’Europa all’altro. Tradotto in altri termini, l’obiettivo è rendere i nostri Paesi europei luoghi così violenti e inospitali da rendere preferibile a chiunque restare altrove, anche se dove si trova non ha alcuna speranza. Utilizzando tutte le possibili misure legislative e amministrative, a livello europeo (la riforma del Sistema d’Asilo Europeo farà molto) e a livello nazionale. Via libera dunque alla fantasia degli Stati, che già è fervida, su misure che rendano la vita impossibile ai migranti e a chi li aiuta.

In estrema sintesi: abbiamo deciso di spendere ancora più soldi per esercitare in misura crescente la violenza e la discriminazione fuori e dentro i confini europei. Capisco facilmente come questo possa convenire politicamente e soprattutto economicamente ad alcuni, ma come molti degli altri possano credere che questo accrescerà la sicurezza per tutti noi mi è sinceramente incomprensibile.

Non ammetto


“Non conviene ammettere che la maggioranza di quelli che sbarcano in Italia sono migranti economici?”. In questa specie di incubo in cui mi sembra di vivere da qualche giorno, in cui falsità e approssimazione imperano ovunque (e non più solo nei talk show televisivi, ma in tutte le sedi istituzionali senza eccezione), persino tra “quelli come me” (leggi: gli sfigati che non solo si mangiano il fegato a sentire esternare tante pericolose idiozie, ma sono persino nuovamente additati come sospetti agenti di malaffare o nel migliore dei casi buonisti) sento esprimere questa posizione “di buon senso”.

No, l’ho già spiegato altre volte. Io non ammetto (come peraltro se stessi confessando una bugia detta in precedenza…) quello che credo sia falso. Neppure se può sembrare conveniente – e in questo caso non credo davvero che lo sia.

Premettendo che la migrazione tutta per me dovrebbe essere valorizzata e gestita come uno dei principali motori di civiltà del nostro mondo, pur non essendo mai priva di sfide, dolori, lacerazioni e conflitti, e quindi non sarò certo io quella che criminalizza chi si trasferisce per qualsivoglia ragione da uno Stato all’altro, per me c’è una differenza innegabile tra un italiano che cerca migliori opportunità lavorative all’estero (tipico esempio di migrante economico, peraltro numericamente in crescita) e chi lascia il suo Paese per cercare accesso ai diritti fondamentali. Per me vale la definizione di rifugiato della Costituzione italiana: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo”. Alla luce di questa definizione io credo di poter serenamente affermare di non aver mai incontrato “rifugiati finti”.

E a chi mi ha chiesto se penso che sia più efficace una battaglia per far considerare rifugiato chi rientra in tale definizione (ossia il circa cento per cento delle persone che sbarcano) oppure lottare perché coloro che si definirebbero allo stato attuale migranti economici possano entrare e restare legalmente, io ho risposto e rispondo anche qui che non vedo le due battaglie come alternative. In questo clima politico ma soprattutto culturale che mi atterrisce e mi fa orrore, io intendo lottare per un pieno rispetto del diritto d’asilo nello spirito della convenzione di Ginevra, della Costituzione Italiana e possibilmente aggiornato alla luce della realtà contemporanea e per una politica migratoria equa e lungimirante che preveda canali di ingresso esistenti, legali e accessibili e misure che rendano possibile un soggiorno sicuro e dignitoso per i migranti economici.

Per inciso, se le due cose andassero di pari passo tutto sarebbe molto più gestibile, economicamente conveniente e utile al progresso dell’Italia e dell’Europa da ogni punto di vista. E va da sé che se ci fossero canali legali molti, pur potendo accedere alla protezione internazionale, sceglierebbero quelli. Esattamente come succedeva prima di Schengen, quando quasi la totalità dei richiedenti asilo viaggiava ed entrava legalmente.

In difesa della complessità


Torno su un argomento che mi è caro (ne ho già scritto qui) e che ritengo estremamente importante. Partiamo da questo video, uno spettacolare TED talk della scrittrice Elif Shafak che merita di essere gustato tutto, parola per parola (no, trascrizioni italiane non ce ne sono, ma applicatevi che ne vale la pena).

Tra i molti punti che meritano di essere sottolineati in questa conferenza vi proporrei questi:

  • in questi tempi liquidi c’è un grande desiderio di semplicità, da cui i demagoghi di ogni risma traggono spudoratamente vantaggio;
  • anche se sembrano diversissimi tra loro, se considerati in questa prospettiva, un politico populista o nazionalista (ve ne viene in mente qualcuno, in questi giorni, cari connazionali?), un imam fondamentalista, un supremazista bianco sono tutti accomunati da un aperto disprezzo per la pluralità;
  • il dibattito pubblico, la comunicazione, persino il dibattito accademico pare ridotto alla mera opposizione binaria, pro o contro;
  • il concetto di identità singole (e magari contrapposte) è illusorio, qualsiasi nostra esperienza ci dice che noi viviamo e siamo molteplicità (di identità, di attaccamenti, di emozioni, di amori);
  • tutto concorrere a costruire e diffondere un clima di ansia e di paura, ma arriva un punto in cui ci si stanca di aver paura e da qui, forse, si può ripartire.

 

 

Vi lascio tre consigli di lettura, per iniziare a restituire complessità a narrazioni che quando vengono fatte sono puntualmente ridotte a un film western (buoni o cattivi). Ve le metto rispettando l’ordine di probabilità che questi temi hanno di presentarsi nella vostre conversazioni in famiglia e con gli amici e anche in ordine crescente di coraggio e determinazione che le letture in sé richiedono (l’ultima è in due tomi…).

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori. Mondadori 2018.

Nico Piro, Afghanistan missione incompiuta 2001-2015. Lantana 2016.

Alberto Elli, Storia della Chiesa Ortodossa Tawāḥedo d’Etiopia. Edizioni Terra Santa, 2017

Lavorare


Per il primo maggio, forse più degli anni precedenti (ma magari è solo una mia impressione), ho letto sui social aforismi, considerazioni, riflessioni sul lavoro. E allora mi sono fermata a pensarci un poco. Tra una cosa e l’altra, borse di studio, traduzioni e collaborazioni occasionali escluse, posso considerarmi una lavoratrice dall’inizio di questo millennio. Come stipendiata, dunque, ho raggiunto la maggiore età. Questo pensiero mi suscita considerazioni contrastanti.

Da un lato, ripensando a quel fatidico 2000, riconosco che ha costituito per me un gigantesco bivio. Ho preso (non solo quell’anno, ma soprattutto quell’anno) alcune decisioni che hanno in larga misura determinato la mia condizione attuale. Ho rimpianti? Direi proprio di sì. Enormi. Non passo tutto il mio tempo a chiedermi quanto sarebbe diversa la mia vita “se invece…”, ma non lo faccio solo perché sono convinta, in linea di principio, che non serva a niente. Però se avessi 50 centesimi per ogni volta che l’ho pensato certamente la mia capacità d’acquisto sarebbe ben maggiore di quella attuale.

Comunque io la pensi, devo dunque ammettere che quando ho iniziato a lavorare, peraltro nello stesso posto dove lavoro oggi, non ho mai pensato neanche per un attimo la frase: “Ho trovato lavoro”. Neppure quando questo impiego ha assunto una forma contrattuale stabile, 6 anni dopo, mi è venuto in mente di festeggiare questa tappa. Perché io, in effetti, IL lavoro non l’avevo ottenuto. Continuo dopo tutti questi anni a considerarmi una che non ha raggiunto un obiettivo professionale, una che ha fallito. La notizia era che nonostante questo avevo una mia collocazione, mi mantenevo, mi occupavo di questioni che mi stavano a cuore e mi stimolavano abbastanza, imparavo a fare cose, non mi annoiavo, mi barcamenavo anche a gestire questioni lontanissime dalle mie competenze e attitudini. Questo è in gran parte vero anche oggi.

Con il senno del poi, naturalmente, il mio è un lavoro a tutti gli effetti. Sarebbe l’ora di cominciare a considerarlo tale. Al momento, per varie ragioni che ogni tanto ho cercato di spiegare, è allo stesso un po’ di più e un po’ di meno di un lavoro per me. E’ piuttosto una condizione, un modo di essere quello che sono ora. Un contenitore sufficientemente flessibile per non starmi scomodo, la maggior parte del tempo.

Quello a cui ambivo, forse, non era un lavoro. Era la felicità, la mia personale idea di felicità. Magari solo un sogno di felicità, chi può dirlo. Ancora ne colgo qualche bagliore, ogni tanto, quando un amico mi spinge a riaprire quel vaso di Pandora che ho chiuso in un cassetto tanto tempo fa. Lo richiudo, diligente, ogni volta. Perché come lavoratrice, molto più che come donna o come studiosa, sono diligente, disciplinata, rispettosa dell’autorità. E tutte le volte che in un modulo mi viene richiesto scrivo “impiegata”.

Cosa voglio dalla scuola media


E’ periodo di open day e di iscrizioni online. Il tempo lungo delle elementari è agli sgoccioli e io mi trovo una figlia che ha un aspetto completamente diverso da quando, alla vigilia del primo giorno delle elementari, me la portai nella Chiesa del Gesù ad incontrare Papa Francesco con 400 rifugiati. Allora indossava una gonnellina a quadretti bianchi e rosa e un cerchietto con un fiore di stoffa. Oggi è più alta di diverse mie amiche e porta quasi solo leggings (ma preferirebbe gli shorts).

Cosa mi aspetto dalla futura scuola di mia figlia? Cosa vorrei dai suoi futuri insegnanti? Mi sono riletta il post che scrivevo all’inizio della scuola elementare. Oggi, evidentemente, i miei pensieri vanno a preoccupazioni molto cupe, a situazioni in cui l’alleanza a cui mi riferivo nel post, quel sentirsi ideale dalla stessa parte, potrebbe essere seriamente compromesso. Ma cerco di concentrarmi sul positivo, come mi raccomanda sempre Meryem. Cosa sono le cose importanti che mi aspetto? Provo a fare un elenco in ordine sparso.

  1. Aprire a mia figlia porte di curiosità, soprattutto sulle moltissime cose e materie che io ignoro. Permetterle di scoprire cosa la appassiona, cosa conta per lei, per cosa vale la pena di impegnarsi. Contribuire a renderla libera, anche dai miei desideri e dai miei sogni su di lei.
  2. Offrirle una palestra in cui sperimentarsi con relazioni complesse ma sane, in cui riconoscere e distinguere i ruoli di ciascuno (incluso il suo), allenarsi a sopportare responsabilità e sconfitte, praticare le infinite e essenziali forme del rispetto, per se stessa e per gli altri. Lo so, questa è davvero difficile. Dico palestra, non campo aperto, perché dalla scuola mi aspetto anche un certo livello di protezione, proporzionato all’età di mia figlia e che naturalmente non mi solleva dalla necessità di educarla e proteggerla io, in prima persona. E mi arrischio persino un po’ più in là. La protezione che mi aspetto dalla scuola non dovrebbe essere affidata a una o due figure eroiche, possibilmente. Me lo immagino come un buon lavoro di squadra, dove a nessuno è chiesto di fare l’eroe, ma tutti sono chiamati ad essere seri e responsabili delle loro azioni.
  3. Insegnarle a fare le ricerche. Mi spiego. Insegnarle a cercare fonti diverse, leggerle e capirle, valutarle criticamente. Fare in modo che inizi a capire come farsi un’opinione e non essere in balia del primo che strilla più forte o del primo che confeziona il messaggio in maniera accattivante. Rendersi ben conto di quante cose non sa e avere qualche idea su come fare a saperne di più.
  4. Imparare a formulare dubbi e domande in modo intelligente e ad ascoltare davvero le risposte. E poi, se il caso, restare della propria opinione. O cambiarla. Imparare a discutere senza che ogni discussione si trasformi in una prevaricazione agìta o subìta, sia in presenza che online. Poi se imparasse anche a ordinare le idee e esporle con chiarezza e efficacia anche in pubblico, sarei molto contenta.

E voi? Che dite?