«Per alcune persone viene il giorno
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No.
…
Eppure quel rifiuto –
quel giusto No –
l’opprime per il resto della vita.»
Costantino Kavafis, Che fece… il gran rifiuto
“Che fece… il gran rifiuto” è una delle poesie di Kavafis che più spesso mi tornano in mente.
A volte, però, ancora più difficile che dire “no” è dire “ma”. Quel “ma” che incrina il consenso, interrompe il coro, introduce una domanda proprio quando tutti sembrano aver già scelto da che parte stare.
Mi è successo altre volte, occupandomi di immigrazione e di politiche sociali, soprattutto a Roma. Mi succede anche oggi davanti alla vicenda di Spin Time.
Nel moltiplicarsi degli appelli, delle mobilitazioni, delle raccolte fondi e delle dichiarazioni pubbliche sento il bisogno di formulare alcune perplessità. Non perché voglia sminuire il valore di un’esperienza che, per molti, ha rappresentato e rappresenta un luogo di accoglienza, mutualismo e produzione culturale. Al contrario. Proprio le esperienze che diventano simboliche meritano di essere osservate anche attraverso le domande che rimangono sullo sfondo.
La prima riguarda le famiglie che abitano Spin Time. Nella comunicazione pubblica il riferimento alle 126 famiglie è costante. È attraverso la loro presenza che si costruisce buona parte dell’appello alla solidarietà: impedire lo sgombero, difendere la comunità, salvare un’esperienza ritenuta preziosa.
Mi chiedo però quale sia oggi il ruolo effettivo degli abitanti nella trattativa e, soprattutto, quale sia l’obiettivo concreto perseguito rispetto al loro diritto all’abitare.
Dai comunicati, dalle assemblee pubbliche e dalle dichiarazioni istituzionali emerge con chiarezza una priorità: evitare che gli abitanti lascino Spin Time. Si parla di “no allo sgombero”, di salvare l’esperienza, di difendere un bene comune, di acquisire l’immobile affinché quella realtà possa continuare a esistere.
C’è uno slogan che ricorre nella campagna: “La soluzione per Spin Time è solo Spin Time.” È uno slogan potente. Ma proprio perché è potente merita di essere interrogato. Se lo si assume alla lettera, significa che non esistono soluzioni alternative: né per le famiglie, né per la comunità, né per le attività che quello spazio ospita. È un’affermazione molto forte, che finisce per far coincidere il diritto all’abitare, la tutela di una rete sociale e la sopravvivenza di uno specifico edificio.
È precisamente questa identificazione che mi lascia perplessa. Perché una politica abitativa dovrebbe sempre tenere aperta la possibilità di costruire soluzioni diverse, calibrate sui bisogni delle persone. E perché, se il valore di Spin Time risiede davvero nella sua capacità di generare comunità, solidarietà e innovazione sociale, ci si può domandare se quel valore sia interamente racchiuso in un immobile o possa trovare forme di continuità anche altrove.
Molto meno presente mi sembra un’altra prospettiva: discutere quali soluzioni abitative dignitose e durevoli potrebbero essere costruite qualora la permanenza nello stabile non fosse possibile, o se non fosse la soluzione più coerente con i bisogni di ogni singolo nucleo familiare. Nei discorsi pubblici restano sullo sfondo temi che, dal punto di vista delle politiche abitative, sarebbero centrali: la valutazione delle condizioni delle famiglie, i criteri di vulnerabilità, i percorsi di ricollocazione, l’accesso all’edilizia residenziale pubblica o ad altre forme di housing sociale, gli strumenti per evitare la dispersione delle reti comunitarie.
È possibile che questo lavoro esista e semplicemente non venga comunicato. Ma, limitandosi a ciò che è pubblico, l’impressione è diversa: la tutela degli abitanti coincide quasi integralmente con la tutela della loro permanenza nell’edificio.
È qui che, a mio avviso, emerge una distinzione decisiva. Una cosa è difendere il diritto delle persone ad avere una casa. Un’altra è assumere come obiettivo prioritario la conservazione di uno specifico luogo e di uno specifico modello di autogestione. Le due dimensioni possono certamente coesistere e persini coincidere, ma non sono la stessa cosa. E quando smettono di essere distinte, il diritto all’abitare rischia di apparire come inseparabile dalla sopravvivenza di quella particolare esperienza, anziché come un diritto da garantire anche attraverso altre soluzioni, qualora necessarie o preferibili, almeno per alcuni.
C’è poi una seconda riflessione.
Se Spin Time fosse semplicemente un’occupazione abitativa, sarebbe naturale che l’obiettivo fosse consentire agli attuali abitanti di restare il più a lungo possibile. Ma Spin Time rivendica da sempre qualcosa di diverso: non solo un luogo dove vivere, ma un modello sociale, culturale e politico, una comunità capace di produrre mutualismo, inclusione e solidarietà.
Ed è proprio per questo che mi pongo una domanda ulteriore.
Se quello spazio rappresenta davvero una risorsa collettiva, il suo valore non dovrebbe consistere nell’offrire una sistemazione permanente a chi oggi vi risiede, ma nel restare disponibile ad accogliere, di volta in volta, chi attraversa una condizione di grave emergenza abitativa. Un luogo di transizione — anche lungo, se necessario — capace di accompagnare ciascuno verso l’autonomia, per poi poter accogliere altri che si trovino nella stessa condizione di bisogno.
Non perché la vita comunitaria sia un ripiego. Al contrario. Ma una cosa è scegliere una comunità, un’altra è esservi costretti dall’assenza di alternative.
Anche per questo colpisce una contraddizione difficilmente ignorabile: mentre gli spazi destinati alle attività di Spin Time Labs sono stati progressivamente recuperati e valorizzati, la parte destinata all’abitare continua a presentare condizioni materiali molto più precarie.
Ed è forse qui che torno alla domanda iniziale: dov’è oggi la voce del Comitato degli occupanti? Quale ruolo ha nella definizione delle strategie, nelle interlocuzioni istituzionali, nelle scelte sul futuro dello stabile?
Nella comunicazione pubblica emergono con forza Action, Spin Time Labs, le reti di sostegno, gli amministratori, le personalità che si mobilitano. Molto meno si ascoltano, almeno dall’esterno, le persone che quello stabile lo abitano ogni giorno e il cui futuro dovrebbe essere il primo oggetto della discussione.
La straordinaria risposta della città è, di per sé, una buona notizia. Vedere migliaia di persone mobilitarsi, donare, partecipare, riconoscersi in una causa comune dice qualcosa di importante sul tessuto civico di Roma. Mi ha ricordato il Baobab di via Cupa. Anche allora la città seppe costruire una straordinaria rete di solidarietà attorno a un’esperienza percepita come indispensabile. Anche allora, tuttavia, mi sembrò necessario distinguere tra la solidarietà verso le persone e l’adesione a un determinato modello organizzativo, specialmente all’indomani di una stagione dolorosa e problematica per l’accoglienza a Roma come Mafia Capitale. Sono domande che mi accompagnano ancora oggi.
La raccolta fondi ha già raggiunto una cifra molto significativa. È possibile che servano risorse ancora maggiori e non ho elementi per giudicarlo. Mi domando però se, a questo punto, il suo valore principale non sia anche un altro. Più che raccogliere denaro, la campagna costruisce appartenenza. Ogni contributo, anche minimo, è un modo per dire: io ci sono. È uno straordinario strumento di mobilitazione civica, capace di trasformare una vicenda locale in una causa collettiva.
Ed è proprio perché mobilita così tante persone che credo debba poter convivere con le domande. Il consenso non dovrebbe chiedere l’unanimità, e la solidarietà non dovrebbe escludere il pensiero critico. La fiducia, del resto, non si esprime soltanto partecipando e non si costruisce solo con una comunicazione convincente. Si alimenta e si mantiene anche attraverso la trasparenza.
Per questo mi ha colpito un elemento della campagna GoFundMe. Come beneficiaria è indicata l’Associazione di Promozione Sociale Spin Time Labs. Ho verificato la denominazione e il codice fiscale riportati nella campagna e non sono riuscita a rintracciare l’associazione nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, né tra gli enti interessati dalle procedure di cancellazione. Non ne traggo conclusioni, né intendo suggerire che vi sia alcuna irregolarità. Ma quando si chiedono alla cittadinanza centinaia di migliaia di euro, credo sia naturale domandarsi quale sia il soggetto giuridico che raccoglie quelle risorse, quale sia il suo inquadramento, come i fondi saranno gestiti e rendicontati e quale sia il rapporto tra Spin Time Labs, Action, il Comitato degli occupanti e le altre realtà coinvolte.
Non sono domande mosse dalla diffidenza. Al contrario. Nascono dalla convinzione che proprio le esperienze che rivendicano il valore dei beni comuni, della partecipazione e della cittadinanza attiva debbano essere le prime a rendere pienamente leggibili la propria governance, le proprie responsabilità e i propri processi decisionali.
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Calmare la mente
Da un paio di settimane, anche attraverso alcuni scambi significativi con due amici diversissimi tra loro, mi chiedo se sia arrivato il momento di cambiare prospettiva.
Ho sempre dato per scontato il fatto che una vita degna di essere vissuta sia una vita mobile, animata da slanci, piena di fuoco, di inquietudine, di passioni. Tutta la mia vita adulta è stata così e nonostante oggi, se dovessi fare un bilancio, non sarebbe particolarmente lusinghiero, non posso dire di esserne dispiaciuta. Ho creduto in varie idee e persone, talora contro ogni evidenza, sono stata generosa di entusiasmo e di sentimenti. Ai limiti della irragionevolezza e talora fieramente (e forse ostinatamente e addirittura caparbiamente) oltre quei limiti.
Mi sono sempre riconosciuta nell’esortazione di Pedro Arrupe a innamorarsi. E di anno in anno mi rendo conto di fare più fatica, forse perché non sono capace di innamorarmi di Dio, ma vado piuttosto dietro a “tutte le cose” (persone incluse) e soprattutto all’idea stessa di me innamorata e entusiasta.
Non mi abbandona negli ultimi anni la sensazione di girare a vuoto e, peggio ancora, di un certo senso di non autenticità. Cerco di convincermi, di trovare espedienti, di distrarmi e allo stesso tempo mi ostino sempre più a raccontarmi cose che in fondo so non essere vere, insultando la stessa intelligenza di cui mi vanto.
Ma se fosse arrivato il momento di deporre questa ricerca di slanci? Se questo che oggi mi pare il rischio di una misera rassegnazione fosse invece una strada per uscire dal pantano in cui mi trovo? Forse la vita che mi aspetta in questo “secondo tempo” non somiglierà affatto a quella che ho sempre considerato felicità. Vuol dire che non sarò mai più felice?
“Non si può essere sempre felici”, ho scritto un giorno a un amico, più per recriminazione che per saggezza. Magari devo imparare un modo nuovo di essere felice.
A esserlo anche da sola, ad esempio. Ricordo tempo fa che su Facebook c’era un giochino in cui si chiedeva di pubblicare foto di momenti felici: in nessuno degli scatti che ho scelto ero sola, non ricordo chi me lo ha fatto notare. Per me fino a oggi la felicità non è solitaria. Mi angoscia la prospettiva di non avere nessuno con cui condividere le cose importanti come quelle piccole.
Eppure questo è il corso abbastanza inevitabile della mia vita. Inutile cercare di aggrapparsi disperatamente ai rapporti di amicizia che mi si presentano, caricandoli di aspettative esagerate. Come dice una canzone che amo moltissimo:
“Don’t cry out or cling in terror
Darling that’s a fatal error
Clinging to a somebody you thought you knew was yours…”
Magari poi dovrei prendere esempio dai miei due amici diversissimi tra loro (ma sicuramente entrambi diversissimi da me) e pensare seriamente di allenarmi a calmare la mente, “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”. Come non so bene. Inizio a guardare in faccia le mie paure più grandi e poi vediamo questo dove mi porta.
Il diritto di dire “ma”
Ieri ho guardato un servizio di Report di cui mi avevano parlato diverse persone. Non mi importa di entrare nel merito in questo post, ma il motivo per cui me lo avevano segnalato è che negli ultimi due anni per lavoro ho frequentato parecchio la Prefettura di Reggio Calabria, in particolare per questioni che riguardano immigrazione e sbarchi. Chi segue un po’ il tema e/o la trasmissione capirà a cosa mi riferisco.
Il mio punto oggi (ma ci rimugino ininterrottamente da ieri) è che in tutta onestà quel servizio non mi pare meriti l’entusiasmo con cui mi era stato presentato. Chiarisco subito, a scanso di equivoci: l’episodio di cui si parla, una strage di migranti a largo delle coste calabresi, è assolutamente reale, agghiacciante e meritevole di essere reso pubblico. Non per questo sono perplessa. Eppure, la tesi complessiva del servizio è piuttosto debole e il modo in cui è argomentata appare singolarmente sciatto.
Purtroppo il quadro è per certi versi assai peggiore e più tragico. E allo stesso tempo, quanto viene insistentemente suggerito in gran parte attraverso una testimonianza anonima e qualche astuzia di montaggio non suona affatto convincente. Per dimostrare che una certa situazione è stata gestita in modo anomalo, bisogna provare che in situazioni analoghe nello stesso contesto sono state fatte scelte diverse. Non dovrebbe essere difficile farlo: purtroppo non sono rari in quel porto né gli sbarchi né le vittime. Il servizio di fatto insinua che chi dice che (purtroppo, aggiungo io) non è successo nulla di particolarmente diverso da ciò che solitamente accade, lo fa per omertà o per timore.
E invece il punto è un altro, secondo me. Le omissioni di soccorso sono all’ordine del giorno, lì e altrove. Gli sbarchi in quel porto erano gestiti in modo anomalo rispetto ad altre regioni italiane e in qualche modo ingiustificabile già due anni fa. Quello che succede ogni giorno, in tutto il Mediterraneo e oltre, non dovrebbe farci dormire la notte. Ed è responsabilità precisa di tutti noi.
Ci piace di più additare un paio di cattivi che hanno dalla loro anche il fatto di essere particolarmente scostanti? Non mi fa particolare problema. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. Le responsabilità delle due persone in questione (un ministro della Repubblica e un assessore regionale) sono molto diverse e, sebbene siano evidentemente (specialmente per il primo) assai più gravi di quanto ventilato nello specifico servizio, non mi pare sia necessario attaccarsi a insinuazioni malamente argomentate per sostenerlo.
Insomma, un lavoro fatto male, che mi ha lasciato un senso di disagio profondo paragonabile solo a quando si dibatteva di Riace ai tempi di un altro ministro, di altra parte politica (ma sempre in Calabria restiamo e pure nella stessa provincia, di cui in quel caso era originario pure il ministro in questione). Provare a argomentare che c’era stata evidentemente malafede nel costruire quelle accuse, ma che qualche problema evidente esisteva e andava affrontato, mi era stato sufficiente per sentirmi attaccare violentemente anche da amici abbastanza stretti.
Noto solo, incidentalmente, che anche in quel caso la Prefettura di Reggio Calabria aveva avuto un ruolo significativo. Evidentemente la collaborazione stretta con il Ministero dell’Interno prescinde dalle etichette politiche. Ma possiamo davvero meravigliarci se una Prefettura cerca di compiacere la volontà, espressa o presunta, del Ministro dell’Interno? Non mi pare una notizia.
Eppure di notizie ce ne sarebbero eccome. Peccato che evidentemente quelle rilevanti sono troppo complesse da comunicare…
Bilanci e buoni propositi
Non c’è niente di meglio di un funerale all’inizio di settembre per riprendere le fila delle grandi questioni irrisolte della propria vita, non trovate? Scherzi a parte, oggi mi trovavo a partecipare a una delle occasioni, sempre meno rare, ahimè, in cui avevo l’opportunità di salutare un altro pezzo della mia giovinezza che se ne è andato. E per me giovinezza significa ricerca, Vicino Oriente antico e tutto un pezzo di passione ancora bruciante, più volta seppellita eppure ancora lì che si riaccende sotto la cenere ogni volta che ci guardo da vicino.
Però davvero vorrei dire a me stessa che il tempo non passa invano (perché davvero ne è passato un sacco) e che con un po’ di distacco ormai posso aggiungere qualche commento e prospettiva nuova a quel miscuglio di strazio e di nostalgia che simili occasioni non mancano di lasciarmi addosso.
Precisamente, sento il bisogno di condividere una riflessione. A noi ex giovani i nostri maestri hanno dato un sacco di cose, alcune oggettivamente impagabili. Ciascuno a suo modo, nelle loro diversità, ci hanno reso in qualche misura partecipi di qualcosa di speciale, che definire professionale sarebbe riduttivo e a tratti improprio (anche perché spesso e volentieri non era e non è pagato). Credo di parlare per molti dei miei coetanei o giù di lì quando dico che quello che abbiamo avuto (nel mio caso specialmente da Garbini, ma non solo) è stata parte costitutiva di quello che siamo.
Però mi sento di aggiungere che un pezzo avremmo dovuto mettercelo noi e, almeno per quanto mi riguarda, non mi pare di esserci riuscita. Forse non ho avuto modo di farlo, forse non ero capace. Non importa. Ma certo una cosa loro non ce l’hanno data, se non in casi rarissimi: la capacità di apprezzarci senza competizione, di valorizzare ciascuno senza sentirsi sminuiti, di collaborare felici di farlo e senza dietrologie. Non ce l’hanno data perché loro per primi forse non l’avevano, o l’avevano smarrita strada facendo, per la natura stessa dell’ambiente in cui operavano.
Non che non fossero sinceramente amici, a volte. Ma questo nella maggior parte dei casi non si è tradotto in veri partenariati, gruppi di lavoro, situazioni propizie a coltivare e fare maturare i più giovani.
E noi? Forse nessuno di noi si è trovato davvero nella posizione di fare la differenza. Io, per dire, non c’entro proprio più nulla e come me tanti altri. Ma nel piccolo, abbiamo promosso sul serio un atteggiamento diverso?
Ci abbiamo provato, a tratti. Con l’associazione degli Orientalisti e i convegno autogestiti, per esempio. Ma io per prima ho sprecato troppa energia in recriminazioni amare e non mi sono preoccupata di coltivare il bello che c’era nelle nostre relazioni umane e, entro certi limiti, professionali.
Mi piacerebbe pensare che magari troverò un modo di rimediare e di restituire, in una forma creativa che ora non metto a fuoco del tutto, qualcosa di quello che ho ricevuto.
Un bel funerale
Cinque anni fa ho cambiato lavoro. Era stato il punto di arrivo di un percorso di restauro di me stessa, che aveva anche comportato un autoregalo significativo: un corso di scrittura autobiografica con Rossana Campo.
Come capita abbastanza spesso quando mi lancio nelle cose senza troppo pensarci, solo alla prima lezione ho realizzato che la scrittura del corso non era genericamente creativa, ma proprio autobiografica. Il mio inconscio aveva evidentemente trovato un escamotage per vincere le mie resistenze.
Tuttavia, finito il corso (le due edizioni che mi sono concessa), le resistenze continuavano. Ho rimuginato altri 5 anni per realizzare il progetto che avevo definito alla fine del corso. Poi, un po’ inaspettatamente, mi ci sono buttata (sempre in modo disordinato e scomposto) e in pochi mesi ho scritto lei, la Prima Stesura del mio memoir.
Tutto questo per dire che non so se questo porterà mai a una pubblicazione vera, come quella di almeno due delle mie compagne di quello splendido corso. Ma intanto ho vissuto un’esperienza importante, l’ho attraversata e ho imparato molto di me stessa e di cosa mi ribolliva dentro.
Non lo leggerete mai in una quarta di copertina, ma quello che mi è venuto da pensare rileggendomi è stato: “Quella parte della mia vita probabilmente è morta per sempre, ma almeno ho provato a mettere su un bel funerale…”
E adesso? Chissà. Ho cominciato una strada. Mi sono fermata un po’ di mesi a riposare, ma ora devo capire come andare avanti. Se sono rose fioriranno.
Parare i colpi
Mala tempora currunt. E non accennano minimamente a migliorare. Bersagliati da notizie funeste da ogni parte, io e la mia bolla di amici ci barcameniamo tra la tentazione di imporci di fare gli struzzi e quella di rintanarci nel nostro piccolo privato (il che ovviamente vale per quei pochi che, per dirla con De André, “hanno una donna e qualcosa”: in caso contrario, il piccolo privato rischia di essere più angoscioso dello scenario globale).
L’ennesimo femminicidio nei giorni scorsi ha dato il via a una serie di commenti sui social e in parte anche fuori dai social che, se possibile, mi hanno ulteriormente intristito. Stamattina la mia amica Valentina ha espresso molto bene quella che era anche la mia perplessità: ma siamo davvero così sicuri di poter dare la responsabilità di un delitto commesso da un giovane di 22 anni ai suoi genitori? Io da parte mia non faccio che constatare che, per quanto mi adoperi, la maggior parte delle cose, incluse quelle che riguardano mia figlia, sfuggono fatalmente al mio controllo. E magari è meglio, perché onestamente non credo di essere proprio la persona più adatta a determinare le sorti dell’universo.
Mi sento di dire che da genitore mi pare ovvio mettercela tutta, investire tutto il mio cuore, tutta la mia anima e tutta la mia mente, e in adolescenza questo qualche volta può implicare perdere il proprio equilibrio e la propria sanità mentale, eppure essere disposti a ricominciare il giorno dopo. Eppure, pur facendolo, sono piú gli errori che le cose ben fatte e, soprattutto, questo non ci dà nessuna garanzia né tanto meno potere. Io ho esposto mia figlia almeno in un paio di occasioni, a meno di 15 anni, al rischio molto concreto di subire violenza. È andata bene, ma poteva andare male, malissimo. Certe volte la cosa mi tiene sveglia la notte ancora oggi, ma non so se in futuro valuterei diversamente.
Questo discorso però mi ha portato anche a farne un altro, leggermente diverso, con una collega. Notavamo, intorno a noi, un livello di crescente disagio e sofferenza dei nostri coetanei, che permea ormai quasi tutti i rapporti interpersonali e li rende faticosi, dolorosi e a tratti impossibili del tutto. La collega sosteneva che, mediamente, gli uomini sono messi peggio delle donne. Ci ho pensato un attimo e istintivamente mi veniva da concordare. Non perché noi donne soffriamo di meno, anzi: ma mediamente, stringendo molto i denti, andiamo avanti e teniamo i pezzi insieme. Stamattina, per dire, mi sarei volentieri rintanata sotto il letto come fa la mia gatta quando le cose non le vanno a genio. Però non l’ho fatto. Perché?
Direi che, statisticamente, una donna italiana difficilmente se lo potrebbe permettere, perché banalmente ha (o avverte) su di sé la responsabilità di qualcun altro: figlio/a, genitore anziano, altro parente, marito/compagno che (poverino) deve essere supporato, persona o animale a caso bisognosa/o di cura. E così lo stesso carico (irragionevole, inappropriato e a volte francamente ingiusto) di cui ci carichiamo istintivamente, finisce per essere quello che ci protegge dall’abisso. Paradossale, magari. Ma sospetto che ci sia del vero.
Cosa stiamo facendo
Stamattina un’amica, dalla Sicilia, mi segnala una notizia dell’ANSA, che vi riporto sinteticamente qui di seguito.
“Due autisti sono morti e 25 migranti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, in un ìncidente stradale avvenuto l’autostrada A1, all’altezza di Fiano Romano (Roma). I migranti, una cinquantina circa, erano sull’autobus della Patti tour di Favara che ha un contratto con la Prefettura di Agrigento. Da Porto Empedocle era partito alle ore 10 di ieri per trasferire i migranti in Piemonte. Sul colpo è morto uno dei due autisti a bordo; l’altro, sbalzato dall’abitacolo, non è stato ancora ritrovato. Il bus ha avuto un impatto frontale con un mezzo pesante. I due autisti, entrambi italiani, sono morti. I migranti erano sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi. I due autisti morti avevano 35 e 32 anni. Tra i feriti due sono stati trasferiti in codice rosso al Gemelli ed all’Umberto I, otto in codice giallo distribuiti in vari ospedali. Altri 35 migranti sono stati visitati, ma non trasportati in ospedale perché illesi: sono stati quindi affidati alla prefettura”.
Gli incidenti, per loro natura, sono tragici e imprevedibili. In questo caso, però, credo che sia utile sottolineare alcune circostanze che sono impietosamente messe in luce dai nudi fatti riportati dall’agenzia.
Una cinquantina di migranti, sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa, sono stati prima trasferiti a Porto Empedocle e di lì venivano accompagnati, in pullman, in Piemonte. Non si tratta di un fatto eccezionale, ma di un normale meccanismo di distribuzione dei migranti che arrivano via mare in tutte le regioni di Italia. Tale distribuzione implica che i trasferimenti siano da mesi pressoché continui e dai porti della Sicilia (o della Calabria) si utilizzano pullman, con tutte le ore di viaggio che questo implica. Sulle modalità, i tempi e i criteri con cui lo smistamento (o il “riparto”, come viene spesso definito) è effettuato ci sarebbe molto da dire, ma lasciamo per ora da parte questo aspetto. Limitiamoci a notare che i migranti sbarcati a Lampedusa e spesso soccorsi in mare a valle di viaggi efficacemente descritti, ad esempio, nel bellissimo film di Garrone “Io, capitano”, vengono assegnati al centro di accoglienza a cui per legge hanno diritto dopo una serie di passaggi non ovvi, non sempre lineari, che talora prevedono trasferimenti da un porto all’altro (ho sentito usare il termine “stallo” per definire queste soste tecniche) e attese anche di giorni in sistemazioni di fortuna.
D’altro canto, perché questo avvenga, centinaia di altre persone, per lo più italiane (funzionari di Prefettura, poliziotti, medici e infermieri, operatori di agenzie europee e internazionali, mediatori, volontari, persone volenterose e – la cosa oggi ha la sua tragica rilevanza – autisti), sono soggette – chi più chi meno – a turni di lavoro impossibili, tensioni, conflitti, problemi da affrontare senza reali strumenti per risolverli, obblighi di legge da rispettare senza la possibilità concreta di farlo.
Io credo sia davvero disonesto dire che tutto questo avviene perché le persone che arrivano sono troppe. Mi rendo tuttavia conto che chi considera solo quello che viene riferito normalmente dai telegiornali non può che pensare questo. I numeri degli arrivi sono sicuramente alti (a ieri erano sbarcati in Italia 125.928 migranti, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno), ma nel 2016 in un anno le persone arrivate via mare sono state 181.436, quindi abbastanza in linea con la situazione attuale. Una situazione non si può valutare solo con i numeri, altri elementi vanno considerati. Ma certamente una diversità importante rispetto al 2016 riguarda il funzionamento e la capienza effettiva del sistema di accoglienza. I posti disponibili sono sempre di meno e ci sono ragioni che determinano questa situazione.
In questi anni sono state prese delle decisioni, politiche, che – contro ogni buon senso e razionalità di uso delle risorse economiche – hanno di fatto minato il molto di buono che era stato faticosamente costruito (sia pure a macchia di leoprado, con mille limiti, in modo incompiuto…) per una gestione intelligente delle migrazioni forzate. (Questo è un discorso lungo, ma per una battuta rapida sulla recentissima attualità ascoltate ad esempio questa intervista). Queste decisioni oggi presentano il conto, non solo per quello che subiscono i migranti (che pure ci riguarda, evidentemente), ma più direttamente nel quotidiano di molti cittadini, in molti più forme di prima.
L’arroganza di pochi governanti incapaci (o almeno non intenzionati) a valutare la realtà è sempre più pericolosa. Io vorrei almeno vedere l’indignazione di molti cittadini. Non solo la legittima commozione per la morte di una bambina. Ma la profonda indignazione, argomentata e motivata, nei confronti di chi si prende il lusso di dare per scontata la morte e la profonda sofferenza di sempre più persone (migranti, lavoratori, persone che prendono seriamente la legge e il senso dello Stato).
Cammini
In una giornata in cui molto più di quanto avrei voluto avevo abbondantemente rimuginato sul passato, sul presente, sugli errori fatti in tempi remoti e su quelli commessi pochi minuti prima, mi sono trovata ancora una volta sotto la splendida cupola di S.Andrea al Quirinale.
Neanche a farlo apposta, un brano dello spettacolo a cui ho assistito parlava di cammini incrociati e di piani diversi che si intersecano. E allora è stato inevitabile ripensare al mio, di cammino, alle tappe aggrovigliate che ancora una volta mi hanno portato in quella chiesa, peraltro un po’ da imbucata, in mezzo a tanti gesuiti.
Quel pensiero, oggi, mi faceva un po’ paura. Mi sentivo particolarmente vulnerabile e temevo il giudizio impietoso che solitamente riservo a me stessa. Poi, sotto una bellezza surreale e avvolta dalle note di una canzone che mi è particolarmente cara, inaspettatamente mi sono trovata nel cuore se non una risposta una sicurezza: avevo fatto bene, oggi, ad essere lì.
Tra tutti gli inciampi che ho avuto e avrò, mi è oggi chiara una cosa: l’amore non è mai sprecato. E prima o poi ritorna, magari trasformato, si riflette e si moltiplica, anche e forse soprattutto dove non si credeva potesse avere senso mettercelo. Di molte scelte oggi mi rammarico, ma non delle volte che ho cercato di dare attenzione e importanza a un amico, non delle volte in cui ho espresso in parole un apprezzamento senza calcolo.
E la bellezza, specialmente quella del cuore (ma anche quella artistica, qualche volta) tutto copre e tutto sopporta.
In caso di stress, rompere il vetro
Stamattina rileggevo un post riuscitissimo di Barbara su Genitoricrescono (la cui lettura raccomando a tutti) e mi sono trovata a farmi alcune domande, che in realtà mi inseguono, in forme diverse, da un po’ di tempo.
Come reagisco io sotto stress e cosa funzionerebbe per me nei momenti neri?
Ce l’ho qualcuno da chiamare in caso di crisi?
Premettiamo che nella mia esperienza è chiaro che stress è una definizione generica, che può etichettare situazioni troppo diverse per non necessitare una precisazione. Qui intendo quei “momenti in cui tutto è semplicemente troppo”, come dice Barbara molto efficacemente. Troppe emergenze contemporaneamente, troppo dolore su fronti diversi, troppi rospi ingoiati nell’unità di tempo, troppe sollecitazioni (lavorative, familiari, emotive…). Troppo tutto.
Altrettanto chiaro è che tutti reagiamo diversamente e tutti siamo diversamente sollecitati anche da situazioni apparentemente identiche. Per me ad esempio un certo numero di sollecitazioni è addirittura necessario per sentirmi viva e non sprofondare in baratri apparentemente inspiegabili. Capisco solo in teoria le persone che hanno bisogno di dosare il contatto umano quando stanno male: per me l’esposizione alle relazioni è quasi sempre terapeutica. Potrei continuare, ma avete capito il concetto.
Ci sono stati spesso momenti, negli ultimi anni, in cui ho realizzato di aver passato il limite. Cosa ha funzionato/avrebbe potuto funzionare per me in quei momenti?
Mi viene in mente uno specifico sabato mattina dello scorso ottobre. In quel momento forse la cosa che mi è apparsa più evidente come un bisogno assoluto fosse non essere sola. In senso fisico (con qualche limitazione, visto che ero davvero prostrata al limite del crollo fisico), ma soprattutto emotivo. Ho cominciato davvero a telefonare quasi a chiunque, a buttare addosso a amici e conoscenti quello che era successo e non riuscivo a gestire.
Da quel momento in particolare ho messo a fuoco una enorme paura di questa fase della mia vita: la solitudine. Quando lo confesso agli amici (e l’ho fatto più di qualche volta, negli ultimi mesi) li vedo spiazzati: in un certo senso in questo periodo la mia quotidianità appare (ed è, in effetti) molto ricca di relazioni, di scambi, di frequentazioni. E allora questa solitudine dove la vedo? Si tratta solo del fatto di non avere un rapporto di coppia?
In realtà la seconda domanda posta da Barbara è quella che mi turba di più. Chi chiamerei se avessi davvero bisogno? Mi sono trovata a chiedermelo quando dovevo inserire nel cellulare il “contatto da chiamare in caso di emergenza”. La verità è che non lo so (più). Che ci sono diverse persone che posso chiamare in momenti specifici e per esigenze specifiche, ma se dovessi indicarne una o un paio che ci sarebbero per me pienamente, a qualunque ora, senza nessuna riserva, non credo di sapere rispondere.
E se per le emergenze sanitarie alla fine la risposta sarebbe chiaramente una delle mie sorelle (o pure più di una, visto che ho la fortuna di averne diverse vicine), quando “in quei momenti” a cui Barbara si riferisce nel post mi viene voglia di chiamare qualcuno che non abbia bisogno di spiegazioni su perché lo chiamo e che capisca quello che non sono in grado di articolare, in virtù di strategie comunicative implicitamente concordate, qui davvero non so mai che pesci pigliare.
In genere me la cavo lanciando qualche whatsapp a casaccio, o facendo cose ancora più improbabili nella speranza che l’universo risponda (o, più facilmente, io trovi un motivo per distrarmi). Ma per quanto efficace possa essere la rete sociale immateriale di cui dispongo e che grazie a Dio esiste, ci sono momenti in cui mi servirebbe davvero qualcosa di fisico: un abbraccio, il bacetto di cui parla Barbara, almeno una voce.
E perché non telefoni allora? mi chiederete voi. Per farlo, per superare lo scrupolo di disturbare o di essere inopportuna, mi ci vuole proprio un motivo di forza maggiore (come è successo quel sabato mattina, infatti).
Dove voglio andare a parare? Forse – e alla fine probabilmente questo è il punto più importante del post di Barbara – ho solo bisogno di ricordare a me stessa che, anche se mi pare così, probabilmente questi momenti di smarrimento non capitano solo a me. Che non solo io mi sento così e che non dovrei vergognarmene quanto invece me ne vergogno. Che probabilmente anche alla persona a cui magari mando un WhatsApp salvo pentirmene subito dopo sarà capitato o capiterà di sentirsi vulnerabile e che magari potrebbe anche decifrarlo questo mio tentativo di contatto umano, anche se a me pare patetico.
Ma non sarebbe molto più semplice se fossimo tutti un po’ meno isolati? Perché anche questo, a giudicare da quello che sento, non è mica solo un problema mio.
La bravura, quanto è scivolosa
Oggi ho letto un post che mi ha colpito dritto al cuore e la cosa non mi ha stupito, perché l’autrice, oltre ad essere una persona a cui voglio bene, possiede certamente l’immenso talento di trovare le parole giuste. Per questo, come usavamo fare in tempi lontanissimi, ho pensato di rispondere, o piuttosto da partire da alcune sensazioni che mi ha lasciato per condividere qualche riflessione anche io.
Io sono stata a lungo considerata brava. A scuola certamente, all’università, nella ricerca. Nel mio lavoro, entro certi limiti. Ma che significa poi brava? La bravura, ricorda Valentina, è un concetto maledettamente scivoloso.
Essere considerata brava non mi ha impedito di essere conclamatamente perdente. Credo di essermi inserita in quel passaggio cronologico in cui la categoria di “mediamente povero, ma di riconosciuto prestigio culturale” di cui facevano parte i miei genitori è stata abrogata. E allora per me la definizione di brava si è sovrapposta a quella di inetta, poco furba, inadatta a questo mondo. Ergo, ai margini.
Alla fine il destino mi ha portato a lavorare proprio ai margini, anche in virtù di un’affinità irrefrenabile che mi riconosco con gli sconfitti del mondo. Ma da quando ho una figlia, i dubbi si sono moltiplicati. Anche per tutte le complessità oggettive e di contesto di cui parla Valentina.
E come madre, sono brava? La bravura, quanto è scivolosa. Sono una madre sufficientemente buona quando mi pare che lei si fidi di me, condivida i suoi dubbi e i suoi desideri? O quando, raramente, mi mostro decisa e sostanzialmente priva di esitazioni?
Penso alla frase di Danilo Dolci, sull’educare senza nascondere l’assurdo che c’è nel mondo e, in modo particolare, il guazzabuglio che ho nella testa e nel cuore. O forse quello è bene nasconderlo, o quanto meno schermarlo un po’?
Caspita se si è soli, quando si è genitori di adolescenti. Nudi su una strada deserta, pronti a nasconderci dietro la patina rassicurante della versione ufficiale che raccontiamo ai familiari, agli amici, a noi stessi.