Tor Bella


“Rex è scappato”, recita un foglio affisso sulla vetrina di un negozio, con foto a colori di un cane lupo. “E come dargli torto?”, mi viene da pensare. Ma è già uno scherzo, perché dopo dieci minuti abbondanti di cammino ormai mi trovo in un posto molto diverso da quello in cui mi ha sbarcato la metro C. Uscita dalla fermata di Torre Gaia confesso di aver avuto un attimo di sgomento e persino la fugace tentazione di girare sui tacchi e prendere un treno in direzione Roma Centro. Lì la Casilina non è più quella di Centocelle e Torpignattara, fiancheggiata di negozietti e di persone: è quasi autostrada. La attraverso faticosamente per scoprire subito dopo che non avrei dovuto farlo. Riattraverso e salgo le scale di ferro per scavalcare lo scatolone di cemento della stazione e sbarcare in una manciata di casette e stradine. Cammino un po’ nella direzione giusta ed eccomi di nuovo a una sorta di svincolo autostradale: questa è via di Tor Bella Monaca e dunque almeno ho il conforto di sapere che l’area geografica è quella giusta. Dopo questo ulteriore avventuroso attraversamento, sono tornata in una comunità abitata: un forno con tanti tipo di pane, pizza e dolci e ragazze sorridenti al balcone, negozi, anziani e bambini per le strade, una scuola colorata con un grande giardino. E il cartello che segnala la fuga di Rex, promettendo una ricompensa a chi lo riporterà ai padroni.

Andare a Tor Bella Monaca con i mezzi in un tardo pomeriggio invernale richiede a una di Roma “centro”come me una certa motivazione. Tor Bella Monaca non è solo, innegabilmente, “lontano”. Ha anche una brutta fama, ai limiti dello stigma. “Non ce la avrei mai mandata da sola!”, confesserà più tardi un po’ imbarazzato il fidanzato palermitano di una delle partecipanti all’incontro a cui sto andando. Però quello che vedo arrivando non ha nulla di sgradevole o di minaccioso. Sono io che mi muovo come se pestassi uova, ma molti mi sorridono, qualcuno mi saluta. Alla fermata dell’autobus una signora africana con figli al seguito chiacchiera con naturalezza con due “indigene”. “Da non non c’è razzismo”, mi diranno poi. E in effetti parrebbe proprio così. Mica una cosa da poco, di questi tempi.

Arrivo alla sede dello SPI, il sindacato dei pensionati, un po’ in anticipo. Alla parete la prima cosa che noto è un poster di Berlinguer. Mi accolgono calorosamente, mi offrono un tè in un bicchiere di plastica che mi ricorda un po’ i tempi ruggenti del Centro Ararat. Mi chiedono di me, del mio lavoro. “Dove avete la sede, voi?”. Vicino piazza Venezia. “Ma più precisamente?”. Ho un’illuminazione. Via degli Astalli, traversa di via delle Botteghe Oscure. La signora si rattrista visibilmente. “Io non ce posso più passa’ lì… mi hanno detto che adesso al posto di Rinascita ce sta un supermercato. E’ vero?”. Confermo, ahimè. Per fortuna la conversazione si rianima subito, nonostante la mia gaffe. Seguono aneddoti, racconti di vita quotidiana. “I mariti certe volte sono proprio da butta’ de sotto dar balcone!” “Ma tu sei al primo piano, nun se fa gnente!” “Eh, di sinusite soffro anche io, ma pe’ forza… da regazzetto, quanto me piaceva andare in motorino, con la camicia che si gonfiava cor vento… ah, bei tempi!”.

Quando si arriva a parlare del quartiere, si fanno seri, quasi solenni. “E’ il più bel quartiere di Roma. La gentaccia ci sta da tutte le parti, pure a Parioli. Solo che qua è per fame che la gente fa certe cose, altrove non so. A me quando qualcuno ci guarda storto perché abitiamo qua mi ribolle il sangue. Le cose buone ci sono, e pure tante. Solo che, per colpa di qualcuno…”. Già. Mi agito sulla sedia, sentendomi un po’ in colpa per il pensiero sul cane lupo. Un vecchietto con i capelli candidi mi sorride e mi fa: “Ma lo sai a chi somiglia, ‘sta ragazza? Alla responsabile dell’ATER, quella che mi ha dato le chiavi della mia casa. Proprio uguale!”.

In questo insolito e sorprendente contesto, una mezz’ora dopo, ho partecipato a una formazione sulla tecnica dell’incontro relazionale, strumento principale del community organizing. Uno degli elementi dell’incontro relazionale è lo storytelling: perché un nome si dimentica, ma ascoltando una storia le cose si ricordano, diventano vive. Ho biecamente approfittato del momento della simulazione a coppie per farmi raccontare un po’ di storie da una signora dai capelli rossi fiammanti, di cui in effetti non sono sicura di ricordare il nome. Quei venti minuti di racconti valevano il viaggio a Tor Bella Monaca. Ma ve li racconto la prossima volta.

E ora?


“E quindi ora che succede? What’s next?”, chiedeva ieri sera una delle mie studentesse americane mentre io, approfittando di dieci minuti di pausa da me stessa concessi, cercavo di sbirciare i siti online per capire se il presidente del Consiglio del mio Paese fosse fosse anche formalmente dimissionario, dopo esserlo diventato mediaticamente una manciata di ore prima, in diretta tv.

Cosa succederà non saprei, ma certamente so cosa è successo ieri: per la prima volta dopo molto tempo sui social si è veramente litigato per motivi politici, diciamo così, e non solo tra schieramenti da sempre opposti su canali già battuti e percorsi, ma anche tra gruppi di amici, in famiglia, tra persone abituate a sentirsi, più o meno genericamente dalla stessa parte. Era prevedibile e, in qualche modo, potenzialmente positivo. Intendiamoci, il conflitto resta al 90% dietro una tastiera (Nizam, che votava la prima volta, era piuttosto deluso che ai nostri seggi nessuno urli, nessuno venga alle mani, nessuno minacci di prendere l’avversario a bastonate nel bel mezzo di una votazione: ma lui è abituato a tutt’altri standard) e certe volte è puerile, preconcetto e francamente fastidioso. Un numero preoccupante di sostenitori del sì non ha esitato un attimo a scagliarsi contro la larga maggioranza di italiani che ha fatto la scelta opposta, lanciando accuse di diverso genere ma che si potrebbero riassumere con il solito “siete idioti/non avete capito” a cui i nostri stessi politici ci hanno abituato in questi decenni di slogan da stadio di infimo livello.

Io tendo a pensare che al momento lo scenario sia molto più complesso di così. Non credo che l’Italia si divida in una pur cospicua minoranza di intelligenti interpreti della res publica e una maggioranza di stupidi caduti nella rete dei populisti cattivi. Mi pare che raccontare l’Italia così sia contribuire a costruire una profezia destinata poi, fatalmente, ad avverarsi. Certo, la complessità in politica non è necessariamente una bella notizia, anzi. Però, come sempre nella vita, è in sé interessante e potenzialmente sorprendente.

“Che alternative ci sono?”, mi dicono gli amici che hanno votato sì e non hanno perso, neanche temporaneamente, la capacità di scambiarsi civilmente delle opinioni. Ecco, il punto è esattamente questo. Al momento probabilmente nessuna. La scelta, se si andasse a votare oggi, sarebbe francamente tra il peggio e il molto molto peggio. Però sono anche convinto che una parte non irrilevante della popolazione ambirebbe seriamente se non al meglio (un meglio condiviso da molti è difficile da trovare e concordo che oggi fissarsi su un meglio duro e puro probabilmente è una velleità che non aiuterebbe il nostro Paese) almeno al molto meno peggio. Credo che la chiave di questa valutazione qualitativa dovrebbe essere la questione ad oggi più urgente (almeno secondo l’Istat), che proporrei di definire giustizia sociale.

La società assicura la giustizia sociale allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La giustizia sociale è connessa con il bene comune e con l’esercizio dell’autorità […]. Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona in ragione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato. L’eguale dignità delle persone richiede che si giunga ad una condizione più umana e giusta della vita. Infatti le troppe disuguaglianze economiche e sociali, tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale ed internazionale.

Qualcuno  ha anche declinato alcune delle condizioni necessarie alla realizzazione della giustizia sociale: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti”. No, lo so che state pensando. Questi non possono e non potranno essere i “4 punti per l’Italia di domani” che qualunque partito e movimento si sta già preparando a stampare su brochure con grafica accattivante e colori vivaci. La giustizia sociale è una visione, quella visione che nella politica sembra ormai sostituita tristemente dalle liste di cose da fare (che incidentalmente nulla dicono su perché e come quelle cose verrebbero fatte).

Ricordate che qualche anni fa vi ho parlato di questo libro? Concordo molto con quello che allora diceva il suo autore: quello che davvero ci manca e che è assolutamente urgente costruire è la capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte condiviso.

Si riuscirà in questo momento confuso a trovare chi, con spirito di servizio, si metta a costruire una alternativa credibile, non frettolosa e non limitata a un maldestro tentativo di cambiare l’etichetta a qualcos’altro? Il che non vuol dire, badate bene, che bisogna rottamare necessariamente quello che c’è. Ma senza una trasparenza su dove (davvero) si sta puntando lo sguardo dubito che si riesca a ricostruire la fiducia necessaria a sostenere un progetto politico.

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.

La guerra in vacanza


Un po’ me lo aspettavo, ma forse non ero comunque preparata: viaggiando per la Germania (e anche un po’ in Olanda!) la memoria della Seconda Guerra Mondiale è presente ovunque. Avevo scelto di non includere nel nostro itinerario visite a campi di concentramento, per questa prima volta. Ma comunque io e Meryem abbiamo avuto modo di parlare di guerra in più di un’occasione e la cosa l’ha colpita abbastanza. Credo che l’età fosse adeguata e quindi l’esperienza è stata importante. Mi ha fatto piacere poi che legasse la memoria della guerra in Europa a quello che sa della guerra in Siria.

I momenti più significativi della nostra vacanza da questo punto di vista sono stati il Memoriale di St. Nikolai ad Amburgo e, ovviamente, il Museo Ebraico di Berlino. Il primo è stato per Meryem estremamente interessante: siamo entrate nella cripta della chiesa distrutta un po’ scettiche, ma poi le foto e la documentazione ci hanno consentito davvero di fare un tuffo nella storia. Una delle cose che più ha colpito Meryem sono stati i volantini con la lista di cose che ogni famiglia doveva portare con sé al momento di trovare riparo nei rifugi in caso di bombardamento. Questo aspetto così concreto e quotidiano l’ha fatta pensare a cosa faremmo noi in una circostanza analoga. In qualche modo la documentazione del bombardamento della città in tutta la sua crudezza (poi richiamato, in altre tappe, da diversi altri memoriali meno monumentali, soprattutto le campane del duomo di Lubecca lasciate lì dove sono precipitate all’epoca) ci ha aiutato a uscire del tutto dallo raccontino “buoni contro cattivi” in cui si corre sempre il rischio di cadere. Anche i volantini con l’invito ad arrendersi lanciati dagli alleati hanno colpito molto Meryem, così come gli spartiti delle canzoni di propaganda in cui il bombardamento di Londra era motivo di gioia e marcette.

A un certo punto si è chiesta se sia stato più grave quello che ha fatto la Germania (iniziare la guerra e tentare di sterminare del tutto gli ebrei) o quello che hanno fatto gli Stati Uniti (lanciare la bomba atomica). Abbiamo poi convenuto che in guerra tutti arrivano a fare cose spaventose e abbiamo parlato di quanto sia difficile, anche molto dopo la fine di un conflitto, costruire una vera riconciliazione. Questa conversazione, avvenuta ad Amburgo in due tranche (complice una targa appesa a St. Pauli le avevo anche raccontato sommariamente la vicenda della nave Exodus, così abbiamo gettato le basi per parlare di Israele e Palestina…), è stata una delle più significative e intense che ci sia capitato di fare.

Il Museo Ebraico di Berlino è un’esperienza molto ricca e con aspetti diversi. La parte architettonica è incredibile ed evocativa. La parte storica davvero ricca e piena di spunti per coinvolgere i bambini. In una sala si possono scrivere dei desideri su bigliettini e poi attaccarli su un albero di melograno. Meryem ha scritto: “Vorrei che non ci fosse più la guerra”. Lo stesso desiderio lo ha appeso anche su una croce di legno nel duomo di Lubecca su cui i visitatori erano invitati a appendere le loro intenzioni di preghiera.

Tornati in Italia ha deciso di leggere Le valige di Auschwiz di Daniela Palumbo. Lo ha quasi finito e le sta piacendo molto. Mi ha detto che la sta aiutando a capire meglio alcune delle cose di cui abbiamo parlato durante il viaggio.

 

 

 

Per forza


Oggi la mia bacheca di Facebook è piena di condivisioni che ricordano l’orrendo delitto di Fermo. Non ci sarebbe di per sé bisogno di aggiungere la mia alle molte voci autorevoli e efficaci che si stanno levando in queste ore. In primis quella di Michela Murgia: I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato: sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l’autorizzazione a procedere contro Calderoli quando diede dell’orango a Cecile Kyenge. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti. C’è chi obietta che in questo caso dare del “fascista” all’assassino è nobilitarlo troppo. Non lo so. Una cosa è certa: quella persona si sentiva certamente in diritto di dare della scimmia a una donna nigeriana in pubblico e di reagire picchiando a morte lei e il marito per il solo fatto che si ribellavano a un’umiliazione che per molti è dovuta, scontata, necessaria. Il minimo che “questi” si meritano.

Ricordo benissimo che quando Cécile Kyenge venne in visita al Centro Astalli, anni fa, anche la nostra pagina Facebook fu invasa di commenti assurdi sotto le foto che pubblicammo. In una, che ritraeva tre rifugiati africani con un telefono in mano, qualcuno scrisse: “Adesso anche le scimmie hanno il telefono?”. Segnalai a Facebook il commento, palesemente offensivo e lesivo della dignità di quegli uomini (no, non era critica politica, in quel caso: la Ministra non compariva in quello scatto). Mi venne risposto che non costituiva violazione. Insomma, anche Facebook conveniva che chiamare scimmie i rifugiati africani è lecito. Normale.

Un’altra cosa vorrei aggiungere. E’ vero, la storia di questa coppia (come quella della maggior parte dei rifugiati) è una tragedia e un romanzo insieme. Ma non vorrei che tutta questa insistenza sul fatto che questi due giovani erano fuggiti dalle persecuzioni degli estremisti islamici spostasse l’attenzione dal fatto che la loro religione, la loro condizione di rifugiati, la loro tragica vicenda di genitori di bambini uccisi dalla violenza, in effetti non abbia nulla a che fare con il motivo per cui sono stati aggrediti prima verbalmente e poi fisicamente. E’ successo perché erano neri, ci piaccia o no. Perché, si difende l’aggressore, davano l’impressione di stare rubando una macchina, visto che i neri – si sa – sono ladri. E allora non scomodiamo la fatica dei territori rispetto ai flussi migratori. Questo sì che è nobilitare di motivazione un gesto che è solo becero razzismo e becera ignoranza.

Questo è un delitto, particolarmente efferato. Ma tanti altri atti di violenza, di offesa e di pubblica umiliazione sono sdoganati come normali. Il 24 giugno un giovane richiedente asilo sviene in piazza, a Tradate (Varese): un calo di zuccheri o forse disidratazione per il digiuno di Ramadan. I vigili urbani (!) e i passanti non solo non lo soccorrono, ma lo coprono di insulti, immaginando che sia ubriaco (racconto qui). Non più tardi di ieri a Albano Laziale degli esponenti politici locali esprimevano indignazione per un’ “adunanza islamica” inopportuna visto l’uccisione dei nostri connazionali in Bangladesh. Un gruppo abbastanza modesto di persone che pregava e celebrava in piazza in occasione di Eid al Fitr, massima solennità islamica per cui anche il Presidente Mattarella ha ritenuto opportuno formulare i suoi auguri ai musulmani italiani e residenti in Italia. Il comunicato sarebbe comico se non fosse tragico (leggetelo pure qui, seguirà sabato un flash mob). Sarebbe come dire che è intollerabile che, dopo tutte queste denunce per pedofilia, la gente non si vergogni di celebrare la Pasqua o il Natale sotto gli occhi di tutti. Almeno una delle persone che promuovono con entusiasmo il flash mob di cui sopra, peraltro, condivide l’indignazione per l’uccisione di Emmanuel. Mi chiedo perché, ma temo di non avere voglia di chiederglielo.

Un’ultima cosa vorrei aggiungere a un post fin troppo verboso. E’ assolutamente vero che l’Italia è piena di iniziative meravigliose di accoglienza, integrazione, empatia, creatività e cultura civica nel senso più alto del termine. In questi giorni sto lavorando a questa mappa e credo davvero che come italiani dobbiamo esserne fieri.  Ma è anche vero che ogni tanto anche chi ci crede, anche chi si impone di guardare oltre, si sente stanco, solo e sopraffatto dall’amarezza. Mi hanno colpito le parole di Saverio Tommasi:

Non è stato solo l’ultrà ad uccidere Emmanuel. Lo hanno ucciso anche tutti quelli che riversano sugli ultimi le colpe degli insuccessi delle loro vite, seminando un clima di odio al grido di “non possiamo ospitarli tutti”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “aiutiamoli a casa loro” e poi votano per diminuire i fondi alla cooperazione internazionale.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero togliere il wi fi (tra l’altro gratuito), ai richiedenti asilo, l’unico strumento con cui possono chiedere alla mamma “come stai” e dire al papà “sì, sono ancora vivo”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero far mangiare ai rifugiati la merda scaduta di certe mense “perché già che gli accogliamo vogliono anche decidere il menù?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un bambino su un barcone dicono “perché pubblicate solo le foto dei bambini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un uomo dicono “hai visto che sui barconi arrivano solo uomini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di una donna incinta su un barcone dicono “vengono qui a partorire, gliel’ha detto la Boldrini”. E poi le commentano tette e culo.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “ma degli italiani in difficoltà non vi interessa?” E poi non fanno niente per gli italiani e tentano di affogare quelli non italiani.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “gli stranieri vengono qui a rubarci il lavoro”, o se l’immigrato è disoccupato dicono “visto? gli stranieri vengono qui e non vogliono neanche lavorare”.
Hanno ucciso Emmanuel le frasi “io non sono razzista ma”.
Lo hanno ucciso le campagne per chiudere Mare Nostrum, la migliore operazione di salvataggio in mare che l’Italia abbia mai fatto.

Si potrebbe continuare, ma non serve. Io nel mio quotidiano non frequento ultrà, e anche pochi attivisti di Casa Pound. Ma le mie conversazioni quotidiane (e, sono convinta, anche le vostre) sono piene delle frasi di cui sopra. E sono frasi pesanti come macigni, specialmente quando vengono da amici e conoscenti.

P.S. Se siete convinti che una qualunque delle obiezioni riportate nella citazione qui sopra sia, almeno in parte, valida, fatemi il favore di non dirmelo. Tenetevi per voi le vostre argomentazioni. Almeno per oggi mi voglio permettere il lusso di non ascoltarle.

 

Sui gruppi


Quest’anno scolastico di Meryem, concluso brillantemente, è stato per me molto diverso dal precedente e mi ha portato, soprattutto nelle fasi finali, a qualche riflessione. I bambini crescono e i rapporti tra noi genitori finiscono per approfondirsi un minimo. E allora ho iniziato a notare un fenomeno curioso. Se da un lato di scelte relative all’allevamento dei pargoli si chiacchiera molto meno di prima (grazie a Dio, aggiungerei: di grandi dibattiti sui tormentoni della prima infanzia, dal pannolino al numero di parole conosciute, per tacere dell’allattamento e del cosleeping, direi che ne abbiamo tutti abbastanza), dall’altro le conseguenze delle scelte più propriamente educative e, in generale, dei valori che ispirano la quotidianità di genitori e famiglie, si fanno più evidenti.

Un punto mi brucia in particolare, perché per me – probabilmente anche per la configurazione della mia/nostra vita familiare – è assai rilevante. Io amo vedere mia figlia sviluppare una personalità propria, dei gusti suoi diversi dai miei, la incoraggio a fare le sue scelte (e assumersene le conseguenze, in modo proporzionato alla sua età). Ma ci capita abbastanza frequentemente di fare attività in gruppo, soprattutto gite ed escursioni che altrimenti, da sole, non faremmo. Il gruppo a cui ci aggreghiamo è molto diverso da noi, per età ed esigenze, e anche assai variegato al suo interno. Se c’è una cosa di cui sono davvero fiera è che – almeno finora – Meryem sembra aver pienamente recepito un paio di concetti chiave che sono la base della felice convivenza in queste situazioni.

  1. Quando si è in gruppo bisogna adattarsi, essere flessibili, ma soprattutto comprendere che le nostre esigenze personali, gusti, desideri devono necessariamente armonizzarsi con quelle degli altri. Questo non per “fare gregge” o annullare la nostra personalità nella massa anonima, ma semplicemente perché altrimenti qualunque attività abbiamo scelto di fare sarebbe resa impossibile dai guizzi di iniziativa dei singoli.
  2. Prendersi l’onere e la responsabilità di coordinare un gruppo, specie se numeroso, è comunque un compito ingrato, che merita rispetto e gratitudine. I direttori di gita sono più soggetti a errori e critiche degli altri, semplicemente perché si sono messi in gioco a servizio di tutti. Il mugugno e la rimostranza sono ovviamente ammessi, entro certi limiti, ma deve sempre prevalere uno spirito costruttivo e soprattutto la volontà di collaborare alla soluzione dei problemi che, inevitabilmente, si presenteranno. Criticare questo o quel dettaglio è facile, dalla comoda posizione di chi fruisce di un servizio. Ma neanche il genio dell’organizzazione può far funzionare un gruppo i cui componenti non decidano di concorrere alla buona riuscita dell’iniziativa, mettendo almeno a tratti da parte il proprio ego (vedi punto 1).

Dalla nostra posizione di famiglia “scomposta”, probabilmente io e Meryem siamo un po’ meno soggetto a quello che Bregantini (citando Alesina e Ichino) ha chiamato “familismo amorale” (ne parlavo qui): ““In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità”. In questi ultimi mesi mi sono sempre più convinta dell’importanza di difendere quel confine scivoloso di cui parlavo già 5 anni fa: “Mio figlio, se non proprio io, certamente merita di passare avanti in una lista d’attesa di ospedale. Mio figlio, se non proprio io, ovviamente è moralmente giustificato se si avvale di una raccomandazione. E’ tanto un bravo ragazzo. E poi in questo schifo di Paese altrimenti nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto vale. I nostri figli diventano la misura, sballata, di tutte le cose. Qualunque piccolo o grande illecito o abuso che facciamo entrare nelle nostre vite, ci pare molto più accettabile o persino lodevole se fatto per i figli, per assicurare loro un futuro migliore”. Sono passata e passo molte volte per fessa e/o perdente, in questi anni. Ogni volta che faccio un passo indietro, ogni volta che rispetto una regola o una fila, ogni volta che ricordo a mia figlia di farlo anche lei, anche se ha nove anni. Sono profondamente convinta che lei sia meravigliosa e meriti il meglio, certo. Ma il meglio è saper vivere insieme. Il meglio è il bene comune.

P.S. Quella nella foto è Meryem con due amici escursionisti. Potrebbe sembrare una famiglia, ma è “solo” un gruppo.

Orizzonti e cultura


Ho finito stamattina sull’autobus un libro che ci stava proprio bene con i miei pensieri degli ultimi giorni, questo. Una roba astrusa e inintelligibile, direte voi. Per nulla, vi rispondo io. Questo libro per me non è solo una cara memoria della passata passione accademica (l’autore, che me lo ha addirittura regalato – lasciate che me ne vanti – “con ammirazione e amicizia”, è praticamente l’incarnazione dello studioso che avrei voluto essere, se avessi avuto il talento e l’opportunità), ma è soprattutto una chiave di lettura per l’attualità. Cerco di spiegarvi perché.

Questa raccolta di studi non parla di oggetti, di lettere, di grammatiche, di fiumi o di montagne (come pure potrebbe parere a prima vista): parla di persone o, più precisamente, di persone che si incontrano, si parlano, si raccontano, spiegano e insegnano cose da decine e decine di secoli. Una parte di quelle persone, quelle che vivono ai nostri giorni, sono citate dall’autore, spesso in nota: “La Sig.ra Semra Karabulut, di Torino, mi ha gentilmente comunicato che un buon keşkül ha come ingredienti….”, “Ringrazio Rainer Voigt, di Berlino, per avermi suggerito questa seconda ipotesi”; “Sono grato al giornalista moscovita Jurij Vjaceslavovic Klicenko (Klitsenko) per avermi segnalato la figura e l’opera di M.B. Satilov”; “Apprendo dal mio informante Ayad Al ‘Abbar che beygan è anche un vocabolo dialettale iracheno…”. Ma ovviamente la maggior parte degli incontri che il libro comunica sono avvenuti nel corso di un tempo lungo, attraverso crocevia di ogni sorta: città, biblioteche, strade di montagna, porti, locande, monasteri, università, piazze di villaggi.

Azerbagiàn persiano, Antiochia, Rodi, Malta, Gibilterra: “è questo l’asse della strada maestra su cui da sempre, almeno dall’inizio del neolitico, si sono rincorse da est a ovest e a ritroso, per poi diffondersi a nord e a sud, tutte le nuove acquisizioni dell’ingegno umano, dalla tecniche per assicurarsi la sopravvivenza, alle idee e ai modelli per garantire una convivenza più civile e socialmente allargata”. Accostate queste parole a quelle dell’Amaca di Michele Serra di ieri: ” Noi che siamo, ci piaccia o no, la modernità, abbiamo l’urgenza di far sapere agli imam, anche a quelli amichevoli e civili, che non è sulla base del timor di Dio, ma su quella del rispetto degli uomini che non uccidiamo”. Non entro nel merito della tesi di Serra, ma una cosa è certa: lui quando guarda fuori dall’Europa non vede le stesse cose che vede Pennacchietti. Ma non solo perché con ogni probabilità conosce meno di lui la prospettiva storica antica. Non solo perché quasi certamente parla e legge meno lingue di lui. Ma soprattutto perché in fondo è convinto, secondo me, che fuori dalla “nostra” cultura (nostra di chi, esattamente? europea? occidentale, qualunque cosa ciò voglia dire? laica, qualunque cosa ciò voglia dire?) non ci sia nulla che valga davvero la pena di conoscere, nulla di più di qualche curioso esotismo. Nulla che costituisca davvero un tassello di cultura, nulla che possa contribuire a definire un modello di convivenza civile.

Se ci si pensa bene, questo punto di vista è il primo presupposto per sostenere che il nostro continente o la nostra nazione bastano a se stesse, almeno dal punto di vista ideale/intellettuale. La migrazione si tollera (quando si tollera) per ragioni demografiche, economiche, per carità cristiana o per principio ideale. Ma in fondo l’assunto è che chi arriva nulla ci possa insegnare, nulla aggiunga alla “nostra modernità”. Che venendo qui sia lui (o lei) ad avere tutto da guadagnare, almeno da quel punto di vista. Ecco, io penso che il cuore della nostra povertà culturale consista precisamente in questo. Chiamiamolo colonialismo, chiamiamolo provincialismo. Chiamiamola, semplicemente, ignoranza collettiva. Una cosa è certa: chi non ne è colpito, riesce a stringere relazioni umane più significative. E di solito non si sente superiore per principio, per nascita, per lingua, per religione, per colore di pelle o per qualunque altra caratteristica rispetto a un altro essere umano, specialmente se non gli ha mai rivolto la parola.