I valori non negoziabili (di noi gorilla)


Xavier Hubert Brierre è un fotografo francese che ha osservato (e raccontato in un video, questo) come si comportano gli animali selvatici quando si trovano di fronte alla propria immagine riflessa in uno specchio. Dopo la pubblicazione del piano integrazione e successive interviste e dichiarazioni a chiosa del documento generosamente elargite ai media dal Ministro Minniti, il pensiero è corso a una sequenza del video e, più precisamente, al moto di aggressività del gorilla che salta addosso alla propria immagine.

Due infatti sarebbero i valori non negoziabili della società italiana, severamente sottolineati dal Ministro in più occasioni. Quelli su cui nessuno di noi è disposto a transigere. La parità tra uomo e donna e la laicità dello Stato.

Pausa di silenzio.

Ma sul serio? Viviamo in un Paese in cui la ministra della pubblica istruzione esorta “le mamme” a rassegnarsi alla necessità di andare a prendere i figli a scuola fino a 14 anni. In un Paese costituito faticosamente a spese dello Stato della Chiesa e in cui il Vaticano è presenza politica assolutamente rilevante (che io sappia la chiesa cattolica romana è ad oggi l’unica fede religiosa dotata di potere temporale riconosciuto da tutta la comunità internazionale). E taccio, per pudore, di tutto ciò che avviene ad opera di attori non statali (femminicidi, discriminazioni di ogni genere, commistioni e ingerenze continue del potere religioso nella vita politica e civile). Davvero siamo nella posizione di puntare il dito verso gli stranieri che potenzialmente potrebbero non condividere pienamente questi valori?

Non sarebbe più onesto dire che tutti noi italiani, insieme agli stranieri, vogliamo impegnarci ogni giorno perché questi valori fondamentali non restino, come purtroppo è oggi, sostanzialmente lettera morta? E, mi sento di dire, che probabilmente l’esperienza e il punto di vista di cittadini di Paesi in cui capi di Stato donne sono la norma, o comunque meno rari che in Italia, e dove la presenza di più comunità religiose nel tempo ha insegnato davvero qualcosa potrebbe esserci davvero preziosa.

Sempre che siamo disposti a guardare al di là dello specchio, si intende.

Stiamo sbagliando qualcosa


Stamattina stavo pianificando un bel post criptico e esistenziale dove andare a riporre quello che ho rimuginato in un intero fine settimana. Poi però ho pensato che fosse assai più utile farvi leggere questo comunicato.

Leggendo questa storia, al di là dell’emozione e della giusta indignazione, io mi faccio molte domande. Ma, ripensandoci ancora, credo che non le scriverò qui.

Mi piacerebbe sapere se ve ne fate anche voi e, esattamente, quali.

Rifugiato non basta


Mai come negli ultimi mesi mi imbatto a ogni piè sospinto in esperti di diritto d’asilo: tassisti, baristi, utenti dei mezzi pubblici, negozianti, insegnanti, giornalisti (in prima fila) e via discorrendo. Quello che mi lascia più perplessa non è tanto la rapida propagazione di questa competenza, una volta piuttosto di nicchia: qualcosa di analogo avviene, per dire, quando in tempi di mondiali di calcio scopriamo folle di commissari tecnici potenziali tra i nostri amici, conoscenti e familiari. Mi sorprende e mi preoccupa di più notare che anche gli esperti tradizionali, quelli che lo fanno per mestiere e che si fregiano di etichette specifiche, sembrano aver adeguato in alcuni punti la propria competenza a quella, diciamo così, più popolare.

A un certo punto, ad esempio, è cominciata ad andare per la maggiore la definizione che prevede che il “vero rifugiato” sia solo chi scappa da un Paese in guerra. Se ne dedurrebbe che, dato che nel 1933 in Germania non piovevano ancora le bombe, Albert Einstein e le altre vittime dell’antisemitismo non debbano essere considerate rifugiati. Per quanto sembri assurdo, l’obiezione “Ma in … non c’è mica la guerra” resta tra le più diffuse, non solo nei bar, ma anche in sedi internazionali cruciali e autorevoli. Magari è formulata in modo un po’ più sottile, sotto forma di liste di nazionalità dei potenziali rifugiati (che implicano quindi che persone di altre nazionalità rifugiati non possono essere).

Un’altra teoria argomentata in vario modo in qualunque piazza di quartiere è quella che prevede una sorta di incompatibilità tra lo status di rifugiato e la condizione di giovinezza e salute. Un giovane vigoroso, evidentemente, non è un rifugiato: sta solo provando a fare il furbo. Dante quando andò in esilio aveva meno di 40 anni. Per fortuna erano altri tempi.

Rifugiato non basta, dunque. Per non essere considerato un impostore, un criminale o semplicemente un nulla che può sparire nel deserto, nel mare o in un carcere libico senza che nessuno ne abbia responsabilità, il rifugiato deve essere almeno vulnerabile: donna sola, donna incinta, bambino o, se maschio adulto, almeno anziano, gravemente invalido, malato.

Se sentissi queste cose solo sull’autobus o al bar sospirerei e penserei che c’è tanto lavoro di informazione da fare. Purtroppo, però, queste cose le sento e le vedo scritte in sedi assai diverse. Questo mi sconforta e mi preoccupa molto.

(Cambiamo) l’ordine delle cose


Ho visto ieri in anteprima al Senato “L’ordine delle cose” di Andrea Segre. Stamattina, attenendomi alle istruzioni del regista, ho letto il pamphlet scaricabile dal sito del film. La prima cosa che voglio dirvi è che questo non è solo un film, è un invito, anche piuttosto impegnativo. Però la prima cosa da fare, senza dubbio, è vedere il film. Qui trovate il calendario delle uscite.

Lo so, anche il primo passo è impegnativo. Il tempo è poco, quando vado al cinema (sempre più raramente) cerco l’evasione, perché amareggiarmi con questi temi anche i momenti di relax, l’amica con cui esco non è interessata…. Le so tutte, queste scuse. Le uso tutte. Però stavolta non usatele. Specialmente se siete tra quelli che in questi mesi, in questi anni, osservano costernati e increduli quello che accade e vorrebbero credere che un’alternativa c’è, andate al cinema. Se nella vostra città non proiettano il film, chiedete che lo facciano. Peraltro è un film bellissimo, ben girato, ben recitato. Ma davvero, non è questo di cui voglio parlarvi, mica sono un critico cinematografico.

Questo film se fosse ambientato negli anni nel nazismo sarebbe solo commovente. Diremmo che ha saputo cogliere con poesia e intelligenza la banalità del male. Però questo film non è ambientato negli anni del nazismo. Purtroppo non è ambientato neanche nel futuro prossimo, come probabilmente era nelle intenzioni di chi l’ha pensato. E’ ambientato nel presente, nel quotidiano di tutti noi.

Non voglio dirvi altro di questo film, a parte un’ultima precisazione. Nonostante le apparenze, non parla di migranti. Parla di noi. Quando dico noi intendo davvero noi tutti, non solo “i politici cattivi”. Noi che cresciamo i nostri figli, noi che andiamo al lavoro tutte le mattine, noi che ci concediamo un weekend romantico e sorridiamo davanti a un regalo inaspettato. Per questo, se ci lasciasse così, nel buio di una sala a leggere i titoli di coda, sarebbe un film davvero crudele.

Invece no, al film segue una proposta. Se l’emergenza è culturale, non bastano i gesti simbolici, non bastano i proclami, né le manifestazioni. Prima bisogna pensare, molto. Mettere insieme la potenza del pensiero di tutti per cercare una prospettiva veramente nuova. Per questo, una volta visto il film (non barate, non sareste davvero utili alla causa), leggete il pamphlet (io ho apprezzato particolarmente l’introduzione di Andrea Segre e il contributo di Igiaba Scego). Poi pensate e contribuite alla riflessione comune inviando un commento sul sito. E vediamo dove questo ci porta. Io ho bisogno di credere che ci porti lontano. O almeno un passo più in là.

Le migrazioni in vacanza (reloaded)


Il tema delle migrazioni è stato uno dei fili conduttori della vacanza in Grecia, forse perché, a guardare bene, le tracce delle migrazioni sono ovunque, quando si guarda con un minimo di attenzione. Sono stati almeno tre i filoni della nostra riflessione di viaggio, in riferimento a tre diversi momenti storici.

  1. Le migrazioni antiche. Questo è stato forse il tema più inaspettato, almeno per me. Leggendo i testi delle domande fatte all’oracolo di Dodona, nel grazioso (e assai poco frequentato) museo archeologico di Ioannina, ci ha sorpreso che svariate di esse riguardassero potenziali migrazioni. “Devo trasferirmi a Crotone con la mia famiglia? I miei affari avranno successo?”. Sarà la deformazione professionale, ma per la prima volta mi sono immaginata le colonizzazioni greche in una luce molto diversa: non arditi civilizzatori di terre lontane, ma padri di famiglia alla ricerca di un futuro per sé e per i propri figli. Uomini pieni di dubbi e di paure, non sorridenti piantatori di bandierine.
  2. La diaspora degli ebrei sefarditi. Nel 1492, lo stesso anno della cosiddetta “scoperta” dell’America, iniziava l’esodo degli ebrei prima dalla penisola iberica e poi dall’Italia meridionale. Una parte importante di loro è arrivato in Grecia. A Ioannina abbiamo incontrato Allegra Matsa, discendente di una famiglia originaria di Siracusa. In una sinagoga molto grande (che non era neanche l’unica della città) ha ripercorso per noi la storia di una comunità ormai ridotta a poche decine di unità. Mi ha colpito sentire che a Ioannina si fermò la parte più povera dell’esodo sefardita: i mercanti, gli intellettuali e le élite fin da subito proseguirono per Salonicco o per Istanbul. Anche allora i rifugiati non erano tutti uguali, evidentemente. C’è stato un tempo in cui la popolazione di Ioannina era composta in parti più o meno equivalenti da ebrei, cristiani e musulmani: a questa convivenza è dedicato il piccolo ma significativo Museo Etnografico che si trova all’interno della moschea Arslan Pasa. Peraltro l’edificio in sé merita senza alcun dubbio una visita.
    Sul tragico epilogo di molte comunità ebraiche d’Europa in Germania avevamo già avuto di riflettere molto, ma in Grecia si toccano con mano le conseguenze irreversibili del genocidio nazista.
    Sulle pareti della sinagoga di Ioannina sono iscritti 1.832 nomi di ebrei deportati (la comunità contava all’epoca 2.000 persone). Era il 25 marzo 1944, mancavano solo 6 mesi alla liberazione, ma quei 6 mesi hanno cambiato per sempre la storia degli ebrei in città e in Grecia. Di tutte queste persone si sarebbe perso anche il ricordo, visto che gli archivi furono bruciati dai nazisti, se non fosse stato per lo straordinario sforzo di Michael Naoum Matsas, uno dei pochi sopravvissuti, che ricostruì la lista completa sulla sola base della sua memoria. L’edificio della sinagoga fu salvato dalla distruzione perché il vescovo e il sindaco chiesero e ottennero dai tedeschi di utilizzarlo come biblioteca.
    Un’altra visita importante per la memoria del genocidio degli ebrei è stato il Museo ebraico di Salonicco. Lì la storia fu, se possibile, ancora più amara che a Ioannina. In una calda giornata del luglio 1942 tutti gli uomini della comunità di età dai 18 ai 45 anni furono riuniti nella piazza della Libertà. Durante tutto il pomeriggio li si obbligò a compiere esercizi fisici sotto minaccia delle armi. In meno di 10 settimane il 12% di questi morirono a causa del deperimento e della malattia. La comunità tessalonicese, aiutata da quella ateniese, riuscì a raccogliere 2 miliardi della somma di 3,5 miliardi di dracme richiesta dai tedeschi per il rilascio dei lavoratori forzati. I tedeschi accettarono di liberarli, ma esigettero in controparte l’abbandono del “cimitero ebraico di Salonicco”, dove vi erano dalle 300.000 alle 500.000 tombe, memoria storica della Gerusalemme dei Balcani. Gli ebrei iniziarono il trasferimento delle tombe verso due terreni che erano stati loro concessi in periferia, ma le autorità comunali, prendendo a pretesto la lentezza delle operazioni, decisero di assumere la gestione dell’operazione. Cinquecento operai greci, pagati dal comune, effettuarono la distruzione delle tombe. Il cimitero non tardò a trasformarsi in una vasta cava, dove i greci ed i tedeschi andavano a cercare pietre da utilizzare come materiale di costruzione. In città diverse chiese e edifici sono stati edificati con quelle lapidi. Al posto dell’antico cimitero oggi sorge l’Università di Salonicco. Il monumento che ricorda la deportazione degli ebrei da Salonicco fu costruito solo nel 1997, in periferia. Gli amministratori dell’Università Aristotele hanno sempre rifiutato di erigere un qualsiasi monumento per ricordare la presenza dell’antico cimitero ebraico sotto le fondamenta degli edifici.
  3. Lo scambio delle popolazioni tra Grecia e Turchia. Ne avevo sentito vagamente parlare, per accenni e in modo piuttosto leggero, ad esempio in questo film, o in questo giallo. Ma a Salonicco per la prima volta ho cercato di saperne di più, colpita da una evidenza sorprendente e abbastanza triste: quasi ogni traccia della secolare storia ottomana della città è stata cancellata, oppure versa nel più totale abbandono. La città, pur affascinante, ancora oggi all’occhio del visitatore attento appare, in qualche misura, ferita.
    In estrema sintesi, nel 1923 i cristiani greci dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco. Parliamo del trasferimento forzato di ben due milioni di persone le cui comunità, in molti casi, vantavano una storia plurisecolare. Parliamo soprattutto della fine traumatica di una convivenza che certamente non fu sempre e ovunque felice, ma che era parte integrante della cultura e dell’anima di quelle terre. Anche in questo caso, come altrove in Europa, si ritenne che l’ “omogeneità” della popolazione dei nuovi stati fosse una garanzia di stabilità per il futuro. Certamente fu l’inizio di grandi difficoltà da una parte e dall’altra (l’assimilazione dei nuovi arrivati non fu così indolore) e anche di un certo rafforzamento di identità contrapposte, con quella religiosa che si salda a quella nazionale, che ha portato nuovi e duraturi conflitti. Io credo, avendo imparato ad apprezzare e amare un po’ entrambi i Paesi, che questa decisione abbia impoverito e penalizzato sia la Grecia che la Turchia, prevenendo probabilmente ostilità gravi nell’immediato, ma gettando le basi per una reciproca estraneità (se non attivo odio e rancore) del tutto in contraddizione con la storia.

Parlando con un simpatico autista Uber delle prospettive dell’Europa, mi ha colpito il fatto che lui insistesse a dire che un tedesco o un nord europeo in genere non ha proprio gli strumenti culturali per capire un greco, un po’ per i pregiudizi (“Dicono che non lavoriamo, io lavoro 12 ore al giorno, in condizioni che nessuno di loro potrebbe sopportare”), un po’ per diversa mentalità. Questo discorso, tutt’altro che raro, dimostra in primo luogo che certamente i pregiudizi sono reciproci. Ma fa anche riflettere sul fatto che in Europa sembriamo aver perso la capacità, se mai a sprazzi l’abbiamo avuta (a me piace pensare che a tratti, in alcuni territori, ci fosse), di trarre vantaggio dalle nostre indiscutibili differenze. Eppure l’unico futuro possibile è un futuro insieme. Vale per l’Europa, vale per ciascuno dei quartieri in cui viviamo.

Senza parole


Sono giorni che penso che dovrei scrivere qualcosa qui sulle rapide, rapidissime evoluzioni di provvedimenti in materie di migrazione. ma ogni volta che comincio mi assale una sorta di scoramento e di stanchezza.

A costo di sembrarvi presuntuosa, quindi, vi chiedo di credermi sulla parola: le decisioni che sono state prese e che si stanno prendendo in questi giorni e ore sono gravissime e, in qualche misura, senza precedenti. Non è che non sia in grado di argomentare perché, ma siamo arrivati al punto che mi pare persino inutile, in qualche modo.

Sul “come” (come accogliere, come gestire, come programmare i flussi, come coordinare gli interventi economici e politici che riguardano le migrazioni, come contrastare l’illegalità, come…. un sacco di cose) c’è infatti molto da parlare, argomentare, dibattere e soprattutto riflettere, pensare, valutare. Ma quando si arriva al “se” (decidere se salvare esseri umani innocenti dal mare, se dare la possibilità di chiedere protezione, se la dignità del resto degli uomini del mondo ci riguarda, se una persona nata in un luogo diverso ha lo stesso diritto a una vita sicura e a un futuro o no) non mi sento più in grado di argomentare. La domanda stessa mi pare in contraddizione con tutto quello in cui credo e che in 44 anni di vita ho interpretato come valori abbastanza condivisi della comunità culturale di cui faccio parte.

Perdonerete se sono senza parole. Poi magari le ritroverò.

Voglio però lasciarvi descrivendovi una foto che non ho scattato ieri sul tram 8. Una donna africana portava sulla schiena un bimbo che poteva avere una decina di mesi. Lei era assorta nei sui pensieri, ma il piccolo di guardava intorno e tendeva le manine agli altri passeggeri. Io e un’altra signora abbiamo allungato un dito e lui lo afferrava sciogliendosi in profonde risate e gridolini.  Anche quando la mamma è scesa lui continuava  a sorridere e a cercarci con gli occhi attraverso il finestrino.

Che voglio dire con questo? Niente di particolare. Forse solo che, senza arrivare alle crude previsioni economiche di Boeri, mi chiedo se siamo proprio sicuri di volerci a ogni costo difenderci con la violenza e con gli eserciti da questa cosiddetta invasione. Mi sovviene un vago ricordo dell’esame di egittologia e una curiosa contraddizione iconografica nei rilievi monumentali dei faraoni che raccontavano di difendere l’Egitto da feroci invasori asiatici armati e poi, negli stessi rilievi, infilavano raffigurazioni di carri carichi di donne e bambini, quasi a suggerire che questi “supernemici” non erano solo feroci soldati, ma anche persone che – come si racconta anche nella Bibbia – si affacciavano nel Paese per sopravvivere. E che poi alcuni di questi popoli ce li ritroviamo, ben caratterizzati dai loro copricapi etnici, in rilievi successivi come soldati nell’esercito del Faraone. La retorica della difesa della patria dall’invasore funziona sempre, da millenni. Poi però la storia dimostra che quella delle battaglie e degli eserciti è (per fortuna) solo una parte di una realtà più grande, meno lineare, fatta più di relazioni che di stereotipi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa è bella perché è varia (e anche l’Italia)


Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato, lo leggerete sui giornali, lo vedete credo sui social. Quest’anno sono stati organizzati moltissimi eventi in tutta Italia (e in molti di essi potete anche firmare per la campagna Ero straniero. L’umanità che fa bene). Io, di corsa tra una scadenza e un impegno, ci tengo però a scrivere qualcosa, oggi. E cercherò per un giorno solo di non fare polemica, di non angustiarmi e di non farmi il sangue amaro (anche se ce ne sarebbe ben motivo).

Oggi voglio spiegarvi come mai ancora ho fiducia e speranza, nonostante senatori che organizzano teatrini violenti e volgari e trasmissioni televisive ben oltre i limiti della decenza. La mia speranza è che l’Europa è tanto altro, e anche l’Italia. Perché in ogni angolo di questo sorprendente continente, in cui non ci sono maggioranze ma solo minoranze (etniche, linguistiche, culturali), tanti hanno trovato la loro personale via per l’accoglienza, anche al di fuori dagli schemi.

Prendetevi pochi minuti e guardate questo video, ad esempio. Mi piace molto la carrellata di panorami, lingue, persone diverse che hanno contribuito a realizzarlo. Sono molto fiera di questo progetto, a cui stiamo lavorando in 9 Paesi d’Europa. Tante cose stanno già succedendo, con normalità. E allora cerchiamo di raccontarlo (qui trovate il video girato a Roma)!

Ieri ho visto un buon documentario che andava esattamente nella stessa direzione, Dove vanno le nuvole di Massimo Ferrari. Anche in questo caso, più ancora della ragionevolezza delle esperienze di accoglienza, colpisce la straordinaria varietà dell’Italia. La telefonata dell’operatore sociale trevigiano in visita a Riace, che descrive i preparativi per la festa dei Santi Cosma e Damiano, è antropologicamente esilarante. L’impressione che io ne ho ricavato è che in un Paese dove da millenni riescono a convivere stili di vita, mentalità, linguaggi e culture culinarie tanto diverse, con un minimo di buon senso e organizzazione può trovare posto il mondo intero. Non so, sinceramente, se il professore di Treviso faccia più fatica a comprendere un ragazzo guineano di vent’anni che vuole lavorare per mandare i soldi alla famiglia o un sindaco calabrese che sfila in processione sotto i Santi Medici e fa gesti pubblici/politici nella chiesa del paese con assoluta disinvoltura.

Non è facile, certo. Ma la complessità è la cifra dell’Italia e dell’Europa e una via si è sempre trovata. Ciascuno la sua, magari in ordine sparso. Ma con una creatività e una capacità di invenzione che non deve essere umiliata da quattro slogan ad effetto.

Buona giornata del rifugiato. L’UNHCR vi dice di schierarvi “dalla parte dei rifugiati”. Io oggi vi dico: cercate di rasserenarvi e di guardare il lato positivo. Siamo tutti dalla stessa parte. O, se preferite, siamo tutti sulla stessa barca, come diceva uno dei protagonisti del documentario. Io non sarei tanto sicura di chi sta al timone e chi rema, ma mettiamocela tutta e in qualche modo si andrà avanti.