Il cumulo delle memorie


“Le storie tramandate da una generazione all’altra influiscono sul nostro comportamento… L’idea è che i ricordi traumatici continuino a vivere nella generazione successiva… e che tali ricordi ereditari – frammenti traumatici di eventi – si sottraggano a una ricostruzione coerente”. Questo brano, citato per intero in una recensione, mi ha spinto a comprare e leggere in meno di 24 ore “Voglio sappiate che ci siamo ancora” di Esther Safran Foer.

Io non credo che ai miei antenati importi di sapere se io ci sono. Però oggi mi è molto chiaro che io ho bisogno di cercare all’indietro e di provare a colmare qualcuno dei silenzi in cui mi pare sparita la storia della mia famiglia. Io voglio sapere che loro c’erano. Che anche io ho dei nonni, persino dei bisnonni.

Ci giro intorno da qualche anno. Ma sempre più realizzo che è urgente per me dipanare qualcosa di questo cumulo di memorie che ignoro, ma di cui in qualche modo mi sento partecipe e responsabile. Procedo a tentoni.

Forse mi pare solo di procedere e in realtà sono ferma nello stesso punto. Non fa molta differenza. Voglio arrivare comunque a dare un senso, anche inventato. Non ambisco alla storia, ma almeno al minimo sindacale di memoria e di giustizia. Sì, giustizia. Perché non riesco a liberarmi da un confuso ma intenso senso di ingiustizia subìta, non direttamente da me, ma da chi è venuto prima.

Non so nulla di Trieste, Cormòns, Gorizia nella prima metà del ‘900. Non so nulla o quasi di una famiglia i cui cognomi e nomi sono scritti con una grafia diversa in ogni documento in cui mi imbatto. È complicato. Forse lo è sempre, forse lo è per tutti. Ma a volte un po’ più della media.

La paura è il banco di prova del coraggio


Ieri il mio amico Ralph mi ha mandato in versione digitale delle foto che avevo stampato io, ma di cui ho perso le mie copie molti anni fa. Mi ha fatto ripensare a un’estate intensissima, quella del 1995. Un po’ più di un anno fa, per un corso di scrittura autobiografica, avevo scritto questo racconto.

Il dormitorio era composto di fabbricati bassi e grigi, tutti uguali e praticamente indistinguibili, ammucchiati nell’angolo sud ovest della città. Le stanze piccole, due letti le cui reti si sovrapponevano in un angolo, sbarre alle finestre. In fondo al corridoio, una grande cucina senza porta. Le porte mancavano, del resto, anche ai due capi del corridoio che si aprivano verso l’esterno. Quando avevo vinto una borsa di studio a Gerusalemme avevo in mente uno scenario diverso. Quel posto non era solo pieno di sconosciuti, che ben poco avevano a che fare con me. Era anche fisicamente lontano. Dai luoghi che avevo sognato, ma anche dall’Università ebraica dove frequentavo le lezioni ogni giorno, che si trovava nello spigolo nord est della città, diametralmente opposta alla Residenza Aleph. Andare a piedi era impossibile. Per questo era stata istituita una linea di autobus apposita, la 18 aleph. Dopo dieci giorni, quando iniziavo a prendere un solitario ritmo tra lezioni, compiti e spesa al minimarket, un autobus saltò in aria. A Roma avevo sentito gli esperti pontificare per mesi sul fatto che gli attentati a Gerusalemme erano impossibili, in virtù della santità del luogo. Io stessa avevo ripetuto convinta quell’assunto, che mi era parso convincente. Ma c’è sempre una prima volta. La prima volta, per me e per Gerusalemme, fu il 21 agosto 1995.

Avevo preso la corsa immediatamente successiva e non vidi l’esplosione, ma il suo effetto. L’asfalto in fiamme. Il signore barbuto inginocchiato per terra che trafficava con delle bustine. Seppi poi che stava mettendo religiosamente insieme brandelli di cadaveri, con la meticolosità data dall’abitudine. Non ricordo molto della mattina e del pomeriggio che seguirono. Arrivati in classe, l’insegnante scrisse alla lavagna delle parole: attentato, esplosione, feriti. Forse anche “vittime”, visto che alcuni studenti e una professoressa del nostro corso estivo erano morti. Ma quella parola non la ricordo. Poi ci chiesero di spiegare alla classe come ci sentivamo. Nella memoria confusa di quei momenti, rivivo ancora con chiarezza la rabbia che provavo. Una rabbia esagerata, persino irrazionale, che non era indirizzata agli attentatori, ma a quel modo neutro e sorridente di gestire la situazione, a quella compostezza di normalità che faceva sentire me anomala, emotiva, fuori le righe. “Questo a casa mia non è normale!”, tentai di dire quando arrivò il mio turno. Chissà se scelsi l’espressione corretta, chissà se qualcuno capì. Comunque si andava avanti, perché altra via non era data. Non a me, straniera in borsa di studio. Non a loro, che vivevano lì non per due mesi, ma da una vita intera.

Un paio di anni dopo, la lettrice dell’università si fece sfuggire un particolare che mi diede la misura di quanto obbligata fosse quella reazione che tanto mi aveva urtato. Lei era una donna energica, sportiva, con un largo sorriso sfacciato sotto una cascata di ricci scuri. Appassionata di sport energici e di abbigliamento provocante, aveva conosciuto suo marito nell’esercito, dove lei rivestiva un grado superiore al suo. Le brillavano gli occhi quando raccontava di quel periodo, del riscatto di una ragazza immigrata dall’Iraq in un Paese nuovo di zecca, alla scalata di gerarchie che nella sua famiglia di origine erano riservate agli uomini. Le smancerie e i sospiri non le appartenevano. Non ricordo come venimmo a parlare dei suoi bambini e lei raccontò che ogni mattina, a Tel Aviv, li mandava a scuola su tre autobus diversi. Stavo per chiedere il perché di quella bizzarria logistica, quando mi è tornato in mente il 18 aleph e alla corsa partita due minuti dopo, che mi aveva permesso di essere viva. Era una soluzione pratica di riduzione del danno, una routine persino scaramantica. Un modo come un altro di sopravvivere, agli attentati e alla paura costante.

Alle 16:45 del 21 agosto 1995 finirono, come sempre, le lezioni. Su quell’autobus dovevo salirci di nuovo e continuare a trascorrerci, giorno dopo giorno, 35-40 minuti ogni volta. Quando agosto finì era opportuno acquistare un abbonamento mensile. Con le due italiane che avevo conosciuto al campus scherzammo: “Andiamo insieme a comprare il biglietto per il Paradiso?”. Scherzavamo, ma era dura per tutte. Ogni tanto, nel bel mezzo del tragitto, lo sguardo mi cadeva su qualcuno. Quello ha l’aria triste, troppo triste. Magari sta per compiere un gesto estremo, trascinandomi con sé. Quella donna ha lo sguardo sfuggente, sembra nervosa. Che strana forma, quello zaino. E allora il cuore iniziava a battere più forte, il respiro restava spezzato in gola. Scendevo di corsa, facendomi largo a spintoni. Respiravo. Mi guardavo intorno, sola. Aspettavo di riprendere il controllo. Poi, quando arrivava la corsa successiva, risalivo, mostrando all’autista il mio biglietto per il Paradiso.

Neppure per un momento presi in considerazione l’idea di tornare in Italia. Neanche i miei genitori, nelle brevissime conversazioni che riuscimmo ad avere, lo suggerirono. Non era epoca di cellulari e tutto avveniva per mezzo di telefoni pubblici a gettoni e i dialoghi erano scanditi da quella sorta di metronomo ansiogeno dato dal rumore delle monete inghiottite rumorosamente man mano che il credito si esauriva. Per giunta, in quei giorni convulsi, i genitori di molti studenti si appuntavano l’ultimo numero da cui i figli li avevano contattati e cercavano incessantemente di richiamarli. Mi successe, una sera, che quando finalmente era arrivato il mio turno per telefonare, sollevato il ricevitore sentii una voce maschile dall’altro capo del filo. Parlava russo. Non capivo una parola, ma potevo leggere in quelle sillabe ignote l’apprensione di un padre lontano. Non ebbi cuore di riagganciare. Provai a parlare inglese, niente. Ma neanche lui voleva arrendersi e alla fine tentò la strada più logica. Eravamo lì, sua figlia e io, per studiare ebraico. Lei, probabilmente, per ricominciare in Israele una nuova vita. Io no e ed ero poco più di una principiante. Lui forse lo era più di me: eppure, dando fondo alle parole lette sui libri di grammatica, trovammo un canale di comunicazione, per quanto incerto. Mi disse che cercava sua figlia, mi chiese se la conoscevo. No, il nome non mi diceva nulla. “Com’è?”, provai a chiedere, anche se nessuna descrizione mi avrebbe aiutato a individuare quella persona tra le centinaia di ragazze russe del campus. Lui esitò. E poi, con voce spezzata, rispose: “Bella. È bella”.

Quell’estate, più che in altre circostanze della mia vita, imparai il coraggio che non passa per i gesti forti, per gli impulsi a compiere qualcosa di risolutivo. Imparai il coraggio di rimanere, giorno dopo giorno, sera dopo sera. Resistendo alla solitudine, alla frustrazione di non trovare le parole. Fino alla fine di quel soggiorno di due mesi affrontai una violenza costante e quotidiana che mi era del tutto nuova. Il brivido freddo della canna di un mitragliatore che mi sfiorava accidentalmente su un autobus. Gli slogan terribili urlati dai manifestanti davanti al Parlamento, gli adesivi distribuiti da ragazzi vestiti di nero agli angoli del mercato: “Il popolo contro Rabin”. L’aggressività sorprendente della maggior parte delle persone con cui mi trovavo a interagire, alla posta, in banca, al supermercato. Affrontavo anche la violenza a distanza del mio fidanzato, che dopo un paio di telefonate si rifiutava di parlarmi ulteriormente, negandosi al telefono mentre i miei gettoni cadevano inesorabili. Era indignato e offeso perché non avevo deciso di rientrare, dopo l’attentato. Io non avevo preso in considerazione neppure l’idea di farlo, lui non aveva immaginato neanche per un secondo che non lo facessi. Un uomo talmente distrutto dalla preoccupazione per me da rifiutarsi di sapere, per il mese e mezzo che seguì, se fossi viva o morta. Io scrivevo lettere su lettere, fitte di espressioni enfatiche e immagini poetiche. Trovavo le buste di posta aerea in arrivo dall’Italia infilate sotto la porta della mia camera, rigorosamente aperte da una qualche forma di censura che non so se fosse ordinaria o riservata a noi studenti stranieri: erano tutte di mia madre. Lui sprofondò in un silenzio totale, che si interruppe soltanto quando volai di nuovo a Roma.

Recentemente, facendo per l’ennesima volta pulizia tra le cose rimaste ammucchiate in scatoloni in casa mia, è spuntato un mucchio di buste con il francobollo di Israele, indirizzate a quell’eccentrico egoista che ho finito per sposare e che poi, finito il matrimonio, ha lasciato cumuli di detriti dietro di sé. Erano più di trenta e nessuna era stata aperta. Le ho infilate in un sacco della spazzatura e mi sono liberata di quel vecchio peso senza rimpianti.

Da capo


Come al Monopoli, quando una carta ti rimandava al Via (o in prigione direttamente, senza passarci neanche, per quel via), mi ritrovo con la spiacevole sensazione di ritrovarmi nello stesso punto che pensavo di aver superato. Mi immagino anche i cartoni animati di Scooby-Doo, quando i detective cialtroni si trovavano a girare in loop in un labirinto. Insomma, a volte mi chiedo chi voglio prendere in giro. Tanto varrebbe sedersi e basta.

Sarà il caldo soffocante, saranno le cose che non girano per il verso giusto (ma ci sarà, poi, un verso giusto?). Sempre più spesso poi mi viene il dubbio che quello che pare funzionare per il resto del mondo, al mio caso non si applichi. Insomma, magari questa valigia della mia vita non vuol saperne di chiudersi perché la forma non si adatta al contenuto. Non è solo che non riesco a piegare ordinatamente la roba. Magari devo decidermi a cambiare contenitore.

Spero che voi siate usciti dal lockdown meno inclini alle metafore deprimenti…

Zoom


Si… può… fare! Passato il primo momento di disorientamento e scetticismo, mi trovo circondata di entusiasti della piattaforma. Specialmente per organizzare eventi, conferenze, corsi.

Ora, c’è indubbiamente una certa ebbrezza nel vedere che per partecipare a qualcosa che interessa basta cliccare dal proprio divano. I tempi si incastrano assai meglio nel virtuale. E poi certo, ci si sente, se l’organizzatore è democratico ci si vede anche. L’ho apprezzato, all’inizio, quel senso di vicinanza. Scattavamo foto ricordo, persino.

C’è un però. Forse più di uno, ma uno più grande degli altri. Chi parla non solo si ascolta, ma si guarda pure. Ed ecco che, come per magia, scatta l’effetto predica. Ho visto relatori normali trasformarsi in retori pomposi, innamorati del suono della propria voce.

Insomma, secondo me su può certo fare ma non necessariamente ci migliora. E ora vi lascio, ho un corso su Zoom.

Ah, per la cronaca: prevedo che queste videolezioni continueranno ad essere proposte anche in futuro, ma dell’adesione massiccia non mi sentirei di scommettere.

16 anni di blog. Giveaway


Nove anni fa scrivevo un post dal titolo “Leggere, scrivere, mangiare”, un gioco a premi tra i lettori del blog. Mi piace riproporvi la stessa sfida, nelle modalità un po’ vintage dell’epoca. Vediamo chi si cimenta.

Le regole e i premi sono gli stessi di allora. La deadline la mezzanotte del 31 maggio.

“Attenzione, attenzione. Squilli di tromba, eccetera. Tra dieci giorni esatti questo blog compie sette anni di vita. Sette anni di guai, sette anni di aneddoti e mugugni, sette anni di legami e incontri atipici e sorprendenti. Le blogger famose, in questi casi, organizzano un giveaway. Cioè, in pratica, mettono in palio qualcosa per uno dei loro fedeli lettori, estratto a sorte. Sono generose, le blogger famose. Con me, visto che voi lettori siete pochi ma di qualità superiore alla media, non ve la caverete così a buon mercato. Per concorrere all’estrazione dei ricchi premi che poi vi descriverò, vi sarà chiesto di fare qualcosa. Il titolo che darò a questo giveaway di compleanno sarà quindi: “Leggere, scrivere e…mangiare”, con un’efficace sintesi delle attività a cui la sottoscritta si dedica con maggiore assiduità. Regolamento 1. Leggere: rileggetevi un po’ di post di questo blog, rinfrescatevi la memoria. E poi sceglietene uno che avete gradito particolarmente o su cui vi sentite di voler ribattere e linkatelo. Potete farlo in un commento a questo post, oppure sul vostro blog o pagina Facebook (in questo secondo e terzo caso, qui sotto metterete il link di dove avete svolto il compito). 2. Scrivere: non mi basta che linkiate un post. Vorrei che mi spiegaste perché lo fate, che magari scriviate una vostra risposta, critica o aggiunta a ciò che nel post in questione si dice o si racconta. Mi accontenterò di un commento, ma idealmente mirerei a un contro-post. Esprimetevi! 3. Mangiare: nulla vi impedisce di farlo anche subito, ma la terza parte del titolo si riferisce, in questo caso, a una parte sostanziosa del… Premio Ammesso che i partecipanti siano più di uno (se fosse uno solo sarà automaticamente nominato vincitore), verrà estratto a sorte tra tutti un premio composto di: a) un libro della mia libreria scelto da me in base alla mia ispirazione del momento (e a qualche indicazione che i partecipanti più astuti lasceranno cadere con eleganza nel partecipare) b) un buono pasto, valido a tempo indeterminato, che dovrà però essere consumato qui a Roma in mia compagnia in una di queste due mitiche location: il kebab di Nizam o il bar degli energumeni che qualcuno dei miei lettori già conosce. Ovviamente, se volete divulgare l’esistenza di questo bizzarro giveaway di compleanno, vi sarò riconoscente! Il risultato sarà molto più divertente.”

Sogni


Una notte, in questa quarantena, ho sognato molto vividamente che mi si offriva insospettata opportunità di evadere di prigione. Non lo avevo davvero pianificato, ma per qualche motivo uno dei miei carcerieri acconsentiva a portarmi a un’inesistente visita medica nel mio quartiere e a lasciarmi lì incustodita, passando a prendermi dopo. Ma mano che il momento in cui mi avrebbero lasciato all’indirizzo, che ancora ricordo, ero sempre più esitante. Mi rendevo conto che non avevo un piano, che non avevo davvero preso sul serio quel maldestro tentativo di fuga basato solo sulla buona fede.

Mi è successo spesso di fare sogni trasparenti. La verità è che alla quarantena mi sono abituata fin troppo. Non sono certa di cosa verrà dopo, ma neppure di cosa vorrei che venisse dopo. Non ho in programma incontri e assembramenti per quando saranno consentiti. Non ho in programma nulla, né di attualmente lecito né di attualmente illecito.

Non escludo alla fine di restare su questo divano, di non avere chissà che voglia di fare altro. Perché questa solitudine è iniziata almeno un anno fa e forse ormai ci ho fatto l’abitudine.

Io il mio l’ho fatto


In questi giorni, per questioni di lavoro ma non solo, mi trovo a rimuginare sul concetto di come non solo le persone, ma anche le istruzioni si difendono quando si trovano in difficoltà. Sono i tempi di crisi quelli che più di altri richiedono soluzioni complesse. Collaborazione, integrazione. Ma è pur vero che quando si è in affanno si ha bisogno di circoscrivere il proprio impegno, per non essere sopraffatti. Da qui a darsi un compito parziale e assolversi da ogni altro più oneroso ragionamento il passo è breve.

Breve e comprensibile. Persino legittimo. Sano, in un certo senso. Pure io se non riesco a fare quello che mi sono imposta (magari irrealisticamente) mi dico di concentrarmi su quello che invece sono riuscita a fare, per non abbattermi del tutto. Me lo ripetono da quando sono entrata nel mondo del lavoro: l’ottimo è nemico del bene.

Però la conseguenza è che si creano dei vuoti di responsabilità. Anche grandi e gravi. Se ciascuno dice “io arrivo fin qui, presumo che al resto penserà qualcun altro”, dietro quella presunzione che non abbiamo l’energia di approfondire si apre una voragine.

A livello di politiche, tipicamente la parte scoperta ha a che fare con qualcosa di “sociale”. Essere homeless non è mica una malattia, la medicina non può dare una casa a chi non ce l’ha. Ma curare con farmaci la polmonite di chi continua a dormire sotto un ponte è inutile se non dannoso. La scuola fa didattica a distanza, mica si può preoccupare di chi ha i dispositivi o la connessione. Men che meno di questioni organizzative delle singole famiglie. Però poi tanti restano esclusi e il mandato costituzionale della scuola pubblica è almeno in parte disatteso.

Ciascuno può aggiungere esempi a piacere. Ma il punto non è criticare per sport, recriminare o peggio identificare colpevoli veri o presunti. Quello che mi chiedo è: farsi venire dubbi e magari cercare qualche soluzione diversa da quelle già pensate è ancora possibile? O siamo tutti troppo spaventati, angosciati, preoccupati di dimostrare che noi stiamo facendo già tutto quello che è umanamente legittimo aspettarsi?

Perché io mi rendo conto che oggi più che mai fare una critica pare un atto di violenza. Ma non sarebbe davvero questa la mia intenzione. Siamo feriti come società, non solo come singoli. Tanti, troppi aspetti spariscono perché “ben altro” è la priorità. Ma come possiamo cercare di incontrarci su un piano diverso da quello dell'”andrà tutto bene”?

Perché qui non si tratta di avere fede e aspettare l’arcobaleno. Si tratta di individuare presto un modo realistico per contribuire tutti, davvero, a individuare vie nuove per un percorso molto molto lungo e impervio. E vigilare tutti perché nessuno sia dimenticato o lasciato indietro.

Gentilezza


Negli ultimi due giorni per lavoro ho dovuto fare molte telefonate, per lo più a persone mai viste. Non ho simpatia per il telefono, chi mi conosce un po’ lo sa. Sono sulle spine anche quando devo telefonare a una persona amica. In questo caso c’era l’aggravante del contenuto della telefonata, potenzialmente una seccatura per chi la riceveva, in un momento in cui di seccature nessuno sente particolarmente la mancanza.

Devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa. Quasi tutti sono stati straordinariamente gentili. Ho provato a immaginare i volti di questi funzionari, molti in smartworking, ma qualcuno in ufficio. Qualcuno con un accento spiccatamente meridionale anche se in servizio nelle regioni più settentrionali del Paese.

Alcuni hanno condiviso preoccupazioni e dubbi e ancora una volta, come tante volte negli scorsi mesi, mi sono sorpresa a pensare che a formulare un giudizio impietoso a volte ci si mette un attimo, ma non si rende necessariamente giustizia alla complessità delle situazioni. Queste sono le persone che si confrontano ogni giorno con i problemi che conosco da tanti anni. Più precisamente, sono le persone che si trovano a gestire concretamente le conseguenze di decisioni politiche che non sono prese da loro e che non necessariamente capiscono o condividono. Ma gestirle e applicarle è precisamente il loro lavoro.

Nel farlo si assumono responsabilità gravissime, di cui spesso non colgono pienamente la portata. Fanno probabilmente, come tutti ma con conseguenze più immediate e devastanti, anche molti errori. Ma in questi giorni, anche più degli altri giorni, penso che questi funzionari meritino rispetto e gentilezza. Anche se non è a loro che di solito va la nostra empatia, sono di solito brave persone, sfinite e sole. Da operatrice di ong ho sempre pensato di lavorare molto di più e molto meglio di un funzionario pubblico. Posso/potevo lavorare probabilmente con maggior soddisfazione e motivazione, ma dubito di aver lavorato più di loro.

Passaggi


Il tempo continua a passare e anche se tutto a tratti pare immobile ci sono impercettibili evoluzioni che lasciano intendere che una sorta di traiettoria ci sia, che non siamo solamente tumulati qui in un buco spazio-temporale.

Ieri, ad esempio, Meryem mi ha chiesto di passare un paio di giorni dal papà con le sorelline, cosa che magari non fa a cadenza fissa, ma certo in tempi normali fa tutte le volte che ne ha voglia. Così è andata: l’effetto che mi fa è quello di una distanza paragonabile a quando ha passato l’estate in Turchia. Ma magari invece piano piano tornerà normale amministrazione.

Ho faticosamente finito un articoletto e sono divisa tra sentimenti contrastanti. Da un lato, mi verrebbe da dire che ho dimostrato che ormai il gioco non vale la candela. Dall’altro, due mail ricevute mi hanno dato indietro il gusto di qualcosa che avevo quasi dimenticato e che non saprei nemmeno definire del tutto. Qualcuno lo definirebbe il piacere un po’ snob di sapere che pochi ti capiscono, ma quei pochi continuano a farlo. Credo che sia paragonabile a quando una persona che vive lontano dal suo Paese da tanto tempo si trova a riassaggiare un cibo che si mangia solo lì. Quel misto di nostalgia e struggimento, con il retrogusto un po’ amaro del rimpianto.

In questo tempo mia figlia cresce. Leggo che siamo stati bravi a crescere bene questa generazione che improvvisamente si dimostra empatica e resiliente. Mah. Continuo a credere che il merito dei genitori sia ben arduo da misurare e sia ampiamente controbilanciato dalle fesserie imperdonabili. Sulla generazione intera non mi sbilancio, ma non sono sorpresa di vedere emergere forti in Meryem le sue qualità migliori: la responsabilità e la solarità, a cui aggiungo l’indulgenza nei miei confronti, che non è una qualità di per sé, ma di questi tempi è sicuramente un’abilità apprezzabile per la sua e mia salute mentale.

Il mondo là fuori magari è lontano, ma c’è. Il lavoro di tanto in tanto me lo riporta nel telefono e sullo schermo del computer e anche solo per questo non dovrei disprezzare le opportunità che ho.

Efficienza


Paradossalmente in queste giornate a casa, persino in quelle di festa, il tempo sembra non bastare mai. Il problema forse è che cerco di aggrapparmi alle cose che voglio fare, perché ho bisogno di dirmi che ho combinato qualcosa che abbia un senso per me. Però poi non riesco a arrivare al risultato e mi sorprendo a rimproverarmi: “Ma chi te l’ha fatto fare?”.

Però, per guardare il bicchiere mezzo pieno, posso dire di aver cominciato a scrivere un articoletto biblico come ai vecchi tempi. Faccio una fatica mostruosa, non capisco quando ho perso la facoltà miracolosa che mi permetteva di produrre quasi senza sforzo quello che mi divertiva. Però non ho smesso e anzi, considerando la lunghezza media dei miei articoli accademici (“ungarettiana”, mi definisce il mio capo e non è un complimento) potrei dire di essere arrivata a un terzo, se non a metà dell’opera.

Ho passato due volte l’aspirapolvere e lavato almeno un minimo i pavimenti. Questa attività, oltre a venirmi malissimo, la trovo deprimente perché l’averla fatta non significa che non dovrai rifarla, anche a breve.

Ho cucinato con Meryem cudduraci, gute e pastiera, un tripudio di pasticceria pasquale in cui in tempi normali non mi sarei cimentata per nulla al mondo. Ho fatto anche una discreta focaccia.

Ho ripreso un po’ a studiare principalmente perché mi angosciava non riuscire granché a leggere libri. Ho la fortuna di avere un caro amico che mi rifornisce quotidianamente di giornali, ma anche quelli li sfoglio o poco più.

Mi manca molto una buona, lunga conversazione. Ne sento proprio un bisogno fisico. Ma le telefonate, anche quelle piene di affetto che mi fanno sinceramente piacere, alla fine percorrono binari un po’ obbligati. Servono ad attenuare un po’ questa solitudine feroce, ma parlare con libertà e senza confini è un’altra cosa. Che mi manca, a dirla tutta, da molto prima dell’inizio della quarantena.

Non mi abbandona la sensazione che indietro non si torna. Ho perso anche la capacità di nutrirmi di conversazioni? O forse è solo un po’ arrugginita, come quella di studiare cose inutili? Temo che, per una cosa e per l’altra, mi difetti la fiducia in me stessa e di conseguenza la convinzione che ne valga la pena.