Termini


Lunedì sera il nostro treno è arrivato a Termini a mezzanotte passata. Mentre facevamo la fila per un taxi, io avevo lo sguardo fisso alla carreggiata davanti a noi, dove le vetture bianche arrivavano per fortuna in rapida successione, talora sollevando alti spruzzi dalla pozzanghere della pioggia che evidentemente aveva bagnato la città in nostra assenza. Meryem invece guardava la fila di persone sdraiate lungo le porte dell’atrio. “Ma noi lasciamo tutti loro a dormire per strada ogni sera?”. Stavo per cominciare con il discorsetto sul fatto che magari per alcuni di loro è una scelta, che aiutarli non è così semplice, eccetera eccetera. Ma mi sono fermata in tempo. Chi vogliamo prendere in giro? Sì, è esattamente così. Noi ogni sera li lasciamo lì.

Ogni sera, a quanto ne so, lasciamo lì sempre più persone, perché è sempre più facile non avere diritto ad altro, non avere altra possibilità. E magari ci limitassimo a questo. Ieri, tornando a casa con l’autobus, un uomo in sedia a rotelle, palesemente senza dimora, ha cominciato a insultare alcuni passeggeri. “Pezzi di merda, scendete”, li apostrofava con voce impastata. A un certo punto ha persino allungato la mano contro un ragazzo, gridando: “Chi sei? Chi sei tu?”. Lui ha fatto un passo indietro e poi è sceso alla fermata successiva. Un signore che era in piedi lì accanto senza parere ha fatto un passetto in avanti, frapponendosi tra i due. Meryem mi ha guardato in attesa di un commento, che questa volta ho fatto. Sappiamo che molte persone non sono lucide e le condizioni in cui vivono non aiutano certo. In questi casi, semplicemente, è prudente allontanarsi senza dire niente.

Meryem ha annuito sospirando. Sa benissimo che vivere in strada è difficile, non solo per il freddo. Ha conosciuto Chiara, una signora dai capelli bianchi, che viveva per strada nel nostro quartiere. La scuola di Meryem le ha dato la possibilità di appoggiarsi in un capanno per gli attrezzi nel cortile e i bambini la conoscono e le vogliono bene. Le hanno chiesto qualcosa della sua vita faticosa e se qualcuno la deride si indignano. Chiara ha un nome, è parte della comunità. Ma tutti gli altri?

Mia figlia, a 11 anni, non fa fatica a capire che vivere ai margini annebbia la mente, fa perdere la dignità e il senso del limite. Sono sicura che se le dicessi che, su un autobus come quello su cui eravamo noi ieri, due persone senza fissa dimora si sono messe a discutere e a insultarsi senza particolare ragione e poi, scesi dall’autobus, uno dei due ha dato una coltellata all’altro urlandogli “italiano di merda” (era georgiano, per la cronaca), sospirerebbe, magari ne sarebbe turbata, ma non penserebbe che l’accoltellatore è un “terrorista” e l’altro un “cittadino innocente”. Magari si chiederebbe perché abbiamo lasciato entrambi a dormire per strada nel degrado feroce che esiste a Roma come in tante altre città del mondo, ma qui sembra dilagare.

Il nostro ministro dell’interno, a quanto pare, ha preferito dare un’altra versione dei fatti. Sguaiata, offensiva, pretestuosa. Altri – che peraltro questa città amministrano – rispondono in modo altrettanto pretestuoso, rivelando come sempre superficialità e vigliaccheria, pronti a schivare qualunque responsabilità.

Io continuo a insegnare a mia figlia quello che mi pare essenziale, e ciò che il senso di comunità è l’unica cosa che sostiene noi uomini, in tutto il mondo e anche sui mezzi pubblici di Roma. Tutto il resto è rumore.

Perdere tutto senza perdersi


Sto iniziando a mettere via le carte, i libri e le foto accumulate nel mio ufficio in tutti questi anni di lavoro. Ne ho trovato uno che vi trascrivo qui, ripensando all’autrice, che ci ha lasciato sette anni fa.
Trascrivendo oggi queste parole, mi pare che mi parlino oggi più di sette anni fa. Mi parlano di lei, mi parlano di tante persone care, ma mi parlano anche di me e del “lungo e dolente viaggio” degli ultimi sette anni.

Cosa sono le migrazioni forzate, l’esilio se non – innanzitutto ed essenzialmente – una prova? Forse la più estrema a cui l’uomo sia chiamato.
Un salto nel vuoto, un viaggio in fondo alla notte, in fondo a se stessi.
Con l’irrinunciabile fardello di tribolazioni e tradimenti, la desolante visione di opportunismi e di viltà. E al fianco sempre, inesorabile, la morte. Nell’opprimente peso di un giorno senza cielo, in attesa di un velato e lontanissimo domani.
Alla fine del viaggio, lungo come un tunnel senza luce, si può tuttavia scoprire la gemma preziosa, il fiore nascosto: la libertà dalla paura, dai legami materiali, da quelli affettivi.
E approdare a una riva che ci scopre nuovi, diversi. Forse migliori. Sebbene questo viaggio non sia e non possa essere stato scelto, voluto.
In questo tuffo nell’abisso profondo, oscuro della vita, per chi non vuole essere vittima della storia prima ancora che degli uomini, unica bussola a cui ancorarsi è la ricerca di assoluto, il gusto dell’eccellenza, là dove il destino ti conduce. Anche dall’altra parte del mondo.
Avanzando, capaci di guardarsi indietro senza essere risucchiati. Fedeli ma non prigionieri del passato. In equilibrio solitario fra più mondi, dimensioni. Con un tempo, prezioso, da rielaborare nel silenzio meditativo, orante della crescita interiore.
Per comprendere, infine, dopo un lungo e dolente viaggio, che si può perdere tutto e non perdersi. Innervata di senso, la vita può così nuovamente fluire verso il suo destino.

Ngô Đình Lệ Quyên

Dakar, 30 novembre 2010

Cambiamenti


Ci siamo quasi. Tra meno di un mese lascio il mio lavoro al Centro Astalli. Se guardo indietro, specialmente all’ultimo anno, vedo una bella scarpinata. In salita, a tratti. Ma sono soddisfatta di averla fatta. Sono arrivata alla prima tappa, quella da cui parte la strada che non mi aspetto e che non ho programmato.

In tanti mi hanno chiesto in questi giorni cosa mi ha spinto. La risposta è banale, naturalmente. Avevo voglia di stare meglio e di smettere di dire “ormai”. Con una straordinaria ragazza di 11 anni a casa e che vive con gli occhi ben puntati su di me, mi sento la grande responsabilità di dimostrarle, con l’esempio, che la vita è bella e significativa (ne parlavo qui).

Questo è il mese dei saluti, dei ricordi, dei momenti di puro terrore. Anche delle delusioni e delle amarezze, perché per quanto mi sforzi mi spuntano aspettative da tutte le parti. E le aspettative sono la trappola più grande, una specie di garanzia di infelicità. Lo so benissimo, eppure continuo a immaginarmi cose. Sono fatta così.

Però è anche il mese in cui inaspettatamente mi arrivano messaggi commoventi, complimenti, manifestazioni di affetto. Cerco di godermi tutto. La bellezza mi piove intorno ovunque, anche nei giorni in cui l’anima è nuvolosa.

E si avvicina anche la Pasqua. Quale momento più propizio per i passaggi? Penso a una domenica di Pasqua in cui ho immerso gli occhi nell’affresco della Resurrezione a San Salvatore in Chora. A una notte di Pasqua passata a malincuore sotto la doccia in una stanza di albergo a Baghdad, lavando via la delusione sotto un getto bollente. Alla liturgia bizantina e a tutto quello che significa per me, da Giona alle porte degli Inferi. Un paio di settimane fa, a Firenze, ho visto un bellissimo particolare di un affresco del Beato Angelico, con un diavolo spiaccicato sotto quelle porte, tipo Wile Coyote. I cambiamenti non sono del tutto indolori. Una parte di noi fatalmente resta spiaccicata. Ma nel quadro generale vale la pena.

Latte e tè


La mia famiglia di origine dimostra, per il latte, un’avversione più o meno violenta. Mio padre ogni mattina buttava giù in un unico sorso, come una medicina, una tazza di caffellatte scurissimo, con tre o quattro cucchiaini abbondanti di zucchero. Quando è toccato a me prepararglielo, nella tazza di porcellana bruna con i maiali a rilievo che avevo comprato per lui in Inghilterra, ho imparato che il tocco di latte era poco più che simbolico, insufficiente a cambiare in modo significativo il contenuto della moka da quattro che costituiva il grosso della bevanda. A parte quella formalità mattutina, gli unici latticini per lui ammissibili erano i formaggi molto stagionati. Niente ricotta, niente mozzarella. Men che meno yogurt o frullati. Una mattina durante le vacanze di Pasqua a Reggio Calabria, noi figlie aspettavamo con ansia una gita che ci era stata promessa, ma lui faceva resistenza passiva, rifiutandosi di alzarsi dal letto. Mia sorella, per vendicarsi, corse in cucina da mio zio dicendo che nostro padre si era svegliato con una voglia improvvisa di frullato di banane. Il nostro premuroso ospite si presentò in camera con un bicchierone pieno fino all’orlo di un composto biancastro e spumoso, la materializzazione precisa di tutti i sapori e le consistenze che mio padre più detestava. Ammirai in quella circostanza lo stoicismo con cui tracannò la detestabile colazione, un po’ per non deludere mio zio e un po’ perché gli scherzi, per mio padre, erano una cosa serissima: se veniva gabbato, ci stava, salvo poi pensare a come renderci pan per focaccia.

Le mie sorelle schifavano il latte, tutte. Smettere di fare colazione con il latte era stato per tutte e quattro il primo atto di reale indipendenza. Mia sorella Marina, in particolare, marcava la sua presenza in casa lasciando sul fornello il pentolino di metallo con il suo tè. Accesa o spenta che fosse la fiamma sottostante, il pentolino ci ricordava che lei e il suo Earl Grey c’erano e contavano. Non bisognava toccarlo, quel pentolino. Guai a lavarlo. Doveva conservare la patina e l’aroma, soprattutto doveva conservare il fascino esclusivo e speciale che mia sorella costruiva tutto intorno a sé. La sua tazza era alta e sottile, con un motivo di campagna inglese dipinto a tinte tenui. La teneva in bilico sul bordo del tavolo su cui lavorava, oppure la dimenticava qua e là, accanto al telefono, sugli scaffali della libreria, persino in bagno. In tempi in cui il take away usava poco o nulla, mia sorella che girava per la casa con in mano il tè suonava ai miei occhi un vezzo straordinario e sopra le righe. Qualche volte la raggiungevo al tavolo dove faceva le traduzioni e dividevamo ciambellone o biscottini da tè. Questi ultimi, una volta immersi nel liquido caldo, spandevano cioccolato fuso, che tentavo di raccogliere sul bordo della tazza con il cucchiaino. A lei non capitava, anche perché il suo tè era tiepido per definizione. Io già allora le bevande calde le amavo bollenti, non so se per la carezza incandescente e vagamente dolorosa che lasciano sulla lingua o perché mi è sempre mancata la pazienza di aspettare.

Il tè piaceva anche a me, ma era una bevanda da pomeriggio. Con la mia amica Giovanna ce lo preparavamo secondo una formula che io dicevo di aver imparato in montagna, in Val di Fassa. Non so se fosse vero o millantassi, non lo ricordo più. Consisteva nel mescolare lo zucchero con il succo di limone in una pappetta allo stesso tempo pungente e dolce, perfettamente omogenea, e poi versarci sopra il liquido caldo, che spesso formava una schiumetta bianca. Poi ci siedevamo in sala da pranzo, scostavamo la tovaglia di lana pesante che copriva il tavolo, tiravamo fuori la scatola di latta con i biscotti e ci dedicavamo con aria solenne alla nostra merenda. I cucchiaini tintinnavano nel silenzio della casa quasi vuota, mio padre chiuso tra le sue carte, mia madre a letto a riposare. In quel periodo riposava spesso, mia madre. Era malata, non bisognava disturbarla. Conservo fugaci immagini di lei che mi saluta con la mano dalla sua camera da letto, riflessa nello specchio rotondo e sempre leggermente appannato. D’estate il mare non andava più bene, per quello andavamo in montagna, sulle Dolomiti. E poteva ben essere che, per distrarmi dalla noia, una cuoca della pensione mi avesse insegnato il trucco del limone nel tè. Era bastato quel piccolo espediente a riempire di cerimonie tanti pomeriggi solitari.

Ma fin da piccola la mia bevanda era il latte e al latte sono rimasta fedele in tutte le stagioni della vita. Tranne una breve parentesi dell’infanzia, quando dopo il disastro di Chernobyl pareva che bere latte fresco facesse male. Le mie colazioni per un po’ quindi consistettero in acqua calda con il cacao. Non so perché quella scelta ai miei paresse sensata. Forse per non cambiare di troppo le mie abitudini, la mia routine quotidiana che partiva dalla scatolina rossa e bianca del cacao Van Houten, quello buono, di qualità superiore, comprato al Vaticano e non dal signor Pietro sotto casa. Il cacao quindi rimase, ma sciolto in acqua non era particolarmente buono. Formava grumi amari e si depositava come un alone di sporcizia sul biscotto che ci intingevo. Non ricordo di aver mai protestato per quella colazione emergenziale, forse intimidita dagli scenari apocalittici che ci venivano prospettati a scuola e a cui noi bambini aggiungevamo del nostro: radiazioni, nubi tossiche, mucche deformi, frutti velenosi. Quella stagione di paura, a torto o a ragione, finì e il latte tornò nella mia tazza.

La bollitura mattutina è uno dei miei ricordi più remoti. Gli odori, tutti diversi, del latte sul fuoco mi richiamano ancora oggi un senso di orgoglio e responsabilità. Messa a sorvegliare il pentolino sulla fiamma, mi concentro ad occhi chiusi. Prima si sente un aroma fresco, freddo, misto a una punta di acido. Ma presto, con il calore, si stempera in un crescendo di note dolci, mentre la superficie si tende in piegoline via via più fitte. A un certo punto il naso si riempie di un vapore denso e consistente, che ha già un sapore palpabile di appagamento. A quel punto è necessario riaprire gli occhi, perché il liquido inizia a sollevarsi e una specie di goccia guizzante e rapidissima inizia a descrivere il bordo del recipriente. Quando il giro finisce, il liquido salterà su come in tempesta e traboccherà sul fornello, bruciandosi. E allora io devo essere veloce e spegnere il gas in quel momento preciso che precede di alcuni secondi il troppo tardi e segue il troppo presto. Il mio naso difficilmente sbaglia, per questo mia mamma mi lascia sola davanti al fuoco. Il premio è il cioccolato caldo, il liquido candido filtrato attraverso il colino che scioglie uniformemente il vulcano di polvere di cacao. Tutt’altra storia rispetto all’acquosa bevanda sostitutiva.

Anche oggi il latte mi accompagna ogni mattina, con un cucchiaino di Nescafé. Mi siedo, intingo qualche biscotto. La colazione in piedi al bar con il cornetto non fa per me. Mi lascia un senso di insoddisfazione, di incompiuto. E’ una mezza punizione per aver dimenticato di comprare il latte la sera prima. “Che popolo è quello che fa colazione in piedi?”, si lamenta spesso Nizam, che da quando vive in Italia sorseggia cappuccini al bancone. Le colazioni turche sono un’altra cosa, ma non sono per tutti i giorni. Io, nel mio piccolo, mescolo il mio latte e il mio caffè sempre alla stessa ora. Uso anche la stessa tazza, un mug ormai scolorito che ha dipinto per me un’amica e che sentenzia: “Non tutti quelli che vagano sono persi”. Ormai il latte lo scaldo al microonde, si fa prima. Peccato per la catena di profumi. Del resto crescendo ho scoperto che bollire il latte pastorizzato non è affatto necessario. Anzi, è sconsigliabile.

Accanto alla mia tazza, scaldo quella di mia figlia. Anche lei, dopo un periodo di ribellione a base di succo di frutta, è tornata a fare colazione con il latte. Chissà se al liceo si emanciperà dai latticini come le mie sorelle o se avranno la meglio i geni di suo padre, mungitore di mucche. Per nove mesi l’ho allattata al seno con una facilità che mi ha sinceramente sorpreso. Mia madre non aveva latte, non l’ha mai avuto per nessuna di noi cinque sorelle. La prospettiva delle mie sorelle maggiori, in particolare le due gemelle, a rischio di morire di fame era un elemento ricorrente dei racconti eroici della gioventù dei miei genitori, disposti a qualunque sacrificio per il nostro bene. In quell’occasione, in particolare, si era trattato di pagare a un’avida e sprezzante balia l’equivalente della somma dei loro stipendi. Se quell’esperienza era costata davvero ai miei la metà delle umiliazioni che raccontavano, non c’era da meravigliarsi che il latte fosse andato di traverso a loro e a tutto il resto della famiglia. Io, nata negli anni Settanta, ero sopravvissuta con assai meno difficoltà e drammi grazie a più accessibili biberon di latte artificiale. Mia sorella Vittoria, diventata madre prima di me, aveva involontariamente contribuito alla mia convinzione che l’allattamento fosse un’impresa ardua ed eroica: il più piccolo dei suoi figli, in particolare, addentava a sangue il capezzolo e quelle immagini vagamente vampiresche finivano per turbare l’atmosfera di ovattata serenità che lei si impegnava a creare ad ogni pasto del bebè. Quando è toccato a me sono rimasta sorpresa da quanto mia figlia rendesse le cose facili. Niente biberon da scegliere, niente temperatura da verificare, niente attrezzatura da portare in giro. Mangiava e basta, senza drammi né particolari rituali: una volta l’ho allattata persino in un commissariato di polizia. A un certo punto, sempre senza patimenti e cerimonie, ha smesso di prendere il latte. Mi ha guardato, ha girato la testa dall’altra parte e non ha più chiesto il seno. Quando si dice una separazione consensuale.

Latte, yogurt, budini mi sono sempre stati propizi, ancora oggi mi richiamano bei ricordi. Lo yogurt ho iniziato a mangiarlo all’università. Me lo davano a mensa e mi scocciava di lasciarlo perché era compreso nel prezzo. Giorno dopo giorno, nel casermone di via De Lollis, ho iniziato a farmelo piacere, cucchiaino dopo cucchiaino. Appena due anni dopo, nella primavera del mio primo fidanzamento, io e il mio amore biondo passavamo la pausa pranzo seduti sulla fontana di marmo gelido di piazzale Aldo Moro, lontani dalle file e dalle chiacchiere dei compagni di corso. Lui apriva la sua borsa a tracolla di tela grigia ed estraeva due yogurt e due cucchiaini. Ci pareva il giusto contrappunto ai nostri baci, noi che campavamo di amore e di poesia. Per qualche mese ci compiacemmo di quella immagine di sobrietà e leggerezza. Poi tornammo a mangiare davvero.

Yogurt e budini però continuarono ad accompagnare la mia vita amorosa e il percorso della mia indipendenza. Persino i primi viaggi sull’altra sponda del Mediterraneo. La pennellata densa di yogurt a stemperare il sugo rosso dell’Iskender Kebab, il piatto di carne arrostita che i turchi dedicano a Alessandro Magno. Il budino pallido del venditore ambulante per le strade di Ramallah, mangiato con un unico cucchiaino condiviso con gli altri clienti e sciacquato malamente in un bicchiere di vetro, quando l’indignazione e la solidarietà erano più forti nel nostro cuore appassionato delle più elementari norme igieniche. Il sutlac, il budino di riso delle pasticcerie di Istanbul, con sopra una crosticina bruciata che si deve spezzare con un gesto deciso per poter affondare nella crema profumata di vaniglia sottostante. Oggi, che non ho bisogno di dimostrare attivismo e originalità in ogni momento e ho ritrovato il gusto di passare una serata pigra sul divano davanti a una serie tv, mi piace accompagnarla con le cucchiaiate di uno yogurt cremoso che non avrei mai trovato nel frigorifero dei miei genitori.

I mormoni e il diritto di contare


Ieri sono andata a visitare il nuovo tempio dei mormoni a Roma, un edificio monumentale e per molti versi assai spiazzante. Sarebbe troppo facile, ma non originale e neppure utile, ironizzare sullo sfarzo, sulla traduzione della bellezza “tipicamente italiana” in categorie che non hanno nulla di culturalmente europeo (dal pattern della piazza del Campidoglio riprodotto qua e là a casaccio tipo logo commerciale ai dipinti che si ispirano, più che all’arte figurativa in sé, alla riproduzione di fotogrammi di pellicole cnematografiche). Ma non è questo in realtà che mi ha colpito davvero e condivido con il mio amico Renzo il fastidio per la facile ironia con cui sui giornali viene descritto questo luogo di culto e questa comunità religiosa, specialmente considerando che anche il cattolicesimo in Italia offre manifestazioni non meno pacchiane, sfarzose e risibili se viste in una certa ottica.

Io credo che il punto sia un altro e che non vada preso sotto gramba. Quello che ho visto ieri è una struttura enorma che pullulava di membri della comunità di ogni età (e in una certa misura vari anche per provenienza, anche se ovviamente i “missionari” statunitensi facevano la parte del leone) che erano lì a servizio, dedicati con gioia alla buona riuscita delle visite. Dimostravano tutti entusiamo e convinzione. Approfondendo quel minimo i contenuti del messaggio religioso, salta all’occhio che la comunuità dei fratelli è tangibile e concretamente presente nelle scelte quotidiane dei membri della chiesa, a partire dalla decima dello stipendio che tutti versano. Ma d’altro canto la comunità offre aiuto, supporto, sostegno, effettivo contatto umano. Non posso fare a meno di osservare che molte persone nel mondo avvertono il bisogno di una comunità meno evanescente, che se e quando si presenta una necessità qualunque esista e si materializzi in persone fisiche a cui potersi rivolgere.

Non mi fraintendete. Non voglio mica dire che se uno si sente solo deve farsi mormone. Affatto. Però io penso che questo elemento sia un punto di forza del loro messaggio. Esistono certamente altri modi di creare lo stesso senso di comunità effettiva, diversissimi tra loro, di quasi qualsiasi etichetta religiosa o non religiosa. E ho la sensazione he tutte queste forme, dalle comunità di famiglie che ho avuto modo di incrociare attraverso il mondo gesuitico ai kibbutzim israeliani (ma mettiamoci pure la Comunità di S. Egidio e tutte le altre comunità che richiedono dai membri non una simpatia generale, ma precise scelte di vita), sia guardata più o meno con analogo dubbio e sospetto dalla comunicazione mainstream.

Lo stesso giorno della visita al tempio con Meryem ho guardato un bellissimo film, Il diritto di contare (che raccomando caldamente per vari motivi). Inevitabilmente, visti i pensieri che rimuginavo da qualche ora, ho notato un aspetto della storia a cui forse non avrei fatto attenzione altrimenti. Le tre donne afroamericane che si affermano con la loro competenza e tenacia in un’America degli anni ’60 ancora – incredibilmente, certamente per mia figlia – segrazionista facevano parte di una comunità religiosa che le apprezzava e le sosteneva. Se fossero state ciascuna da sola davanti alle proprie sfide personali, ce l’avrebbero fatta lo stesso? Certamente no, senza voler evidentemente sminuire la capacità delle singole. Il titolo è molto bello e ha molte sfumature diverse. Certamente si trattava di tre donne che, a dispetto di tutto, per qualcuno contavano già: per i loro familiari, ovviamente, ma anche per la loro comunità.

Se guardo alla mia esperienza, in un contesto apparentemente preoccupato di non invadere la tua privacy (salvo calpestarla di continuo con le più svariate scuse, evidentemente), vedo con chiarezza che quella che io ho imparato a chiamare libertà ha un prezzo alto. Nessuno mi controlla, nessuno mi giudica, ma sono spesso sola con le mie fatiche, le mie decisioni e le mie responsabilità. Dopo che ho partorito sono rimasta sola chiusa a casa per alcuni giorni, più o meno paralizzata dalla paura. Mia madre, che ho sentito al telefono a un certo punto, mi ha detto che non mi aveva chiamato prima e non era passata a trovarmi per non disturbare. Sono certa che fosse assolutamente vero e io stessa ho ben chiara la preoccupazione di “esserci troppo”, di soffocare la legittima e sana indipendenza di mia figlia.

Aggiungerei che le comunità che conosciamo e di cui mia madre e tanti altri hanno fatto e fanno esperienza (religiose, sociali, il villaggio, il clan, la famiglia mediterranea, ecc…) non sono, diciamocelo, i luoghi in cui solitamente e normalmente si fiorisce e ci si sviluppa. Io stessa sono fuggita dall’unica parvenza di comunità religiosa tangibile, la parrocchia, esattamente perché avvertivo forte il desiderio di quella comunità di tenermi al guinzaglio, di non incoraggiarmi ad uscire verso l’esterno, di limitarmi. Meglio soli che male accompagnati. Meglio nulla che una comunità che soffoca e opprime, che costringe in categorie e arriva a mutilare i suoi membri, almeno simbolicamente (quando non fisicamente).

Però. C’è un però. Vivere soli contro il mondo non solo è difficile, ma alla lunga non rende felici. Possibile che non possano esistere delle comunità presenti senza opprimere, rispettose della diversità individuale, libere dalla sete di potere, ma anche fisicamente e affettivamente presenti e non meramente ideali e intangibili? Io questo weekend lo termino rimuginando questa domanda.

Pensarci prima


A volte è bene dire: “Ok, no. Io non me l’accollo”.

Oggi, casualmente, mi è tornato in mente un momento preciso di quasi 7 anni fa. Ho accarezzato l’idea di cambiare bruscamente vita professionale e candidarmi per fare la commessa in un negozio di giocattoli. Poi, come tante cose che mi hanno attraversato la mente e anche entusiasmato per un po’, è stata accantonata. Mi sono riletta i pareri e i consigli datimi all’epoca da alcuni amici con cui mi ero consultata. E’ un esercizio interessante.

Mi affascina sempre la mia capacità di rimuovere pezzi importanti di vita vissuta solo perché il mio interesse è catturato da qualcos’altro. Da quando ho iniziato a lavorare un po’ sulla scrittura autobiografica, però, mi colgono una specie di folgorazioni. Capisco che, anche nel caos ingovernabile della mia vita, alcuni meccanismi si ripetono. Io, la paladina dell’imprevedibile e dell’improbabile, devo ammettere che alcuni cataclismi in effetti sarebbero stati prevedibili, se non fossi stata sempre così distratta da altro. Magari non evitabili, ma almeno prevedibili sì.

E se fosse arrivata la stagione, a 46 anni suonati, di “pensarci prima”? Di imparare dall’esperienza. almeno un pochino?

Una volta ho letto un brano di Elif Shafak, una scrittrice che amo molto, in cui lei si descriveva intenta a interagire animatamente con il suo harem interiore, composto dalle molte diversissime versione di se stessa contenute in lei. Questa immagine mi ha molto colpita, l’ho sentita davvero mia. So bene che significa una animata discussione tra donne, magari intimamente legate tra loro.

Ecco, da qualche giorno a questa parte io sento che dentro di me è in corso un litigio senza esclusione di colpi. Però questa volta, invece che lasciare che la me stessa che si ritiene più competente in materia detti la linea con la consueta prepotenza, intendo provare a sentire le ragioni di tutte le altre. Poi magari l’ultima parola ce l’avrà la me stessa intransigente, che ha bisogno di sentirsi salda su due e tre questioncine di principio che la toccano pericolosamente da vicino e che già ha messo su il broncio. Ma almeno le altre, quelle che sono consapevoli della fragilità e relatività di quelle questioni, potranno dire la loro.

Si apra il dibattito.

L’arte di complicarsi la vita



«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Matteo 21, 28-31

Se penso alle letture che più profondamente – a tratti subdolamente – hanno influenzato la mia vita e la percezione di me stessa, vedo che i Vangeli occupano comunque un posto di primo piano. In particolare, certe volte mi pare che i tre versetti qui sopra mi abbiano segnato più di ogni ragionevolezza.

Sarà forse che parlano di fratelli e io di sorelle ne avevo ben quattro. Però a leggere bene il testo, io certo non ero la prima di quelle sorelle. E il Vangelo, come molti genitori, per i figli minori ha decisamente un occhio di favore, di cui avrei potuto assolutamente approfittare. E invece io mi sono sempre identificata con il primo figlio, quello che di getto risponde di no.

Perché risponde no, quel figlio? Perché è onesto, mi viene da pensare. Perché andare a lavorare nella vigna è una gran rottura di coglioni. Perché non pensa neppure un secondo a quale risposta potrebbe fargli fare una figura migliore. E poi si pente, caspita se si pente. Si pente al punto che non solo ci va, ma in fondo considera pure giusto che nessuno ci faccia caso, che nessuno gli dica grazie.

Ieri di nuovo, per l’ennesima volta, ho messo a fuoco quanto il mio giusto pentimento per gli errori fatti, per le risposte date o non date, mi abbia sempre fatto credere che fosse giusto non riconoscermi merito per quello che invece poi ho fatto. Ho lavorato molto per anni, ingoiando umiliazioni di ogni calibro, e ho sempre pensato di meritarlo perché da giovane sono stata arrogante.

Ora però vorrei iniziare l’anno nuovo dicendomi che le due cose non sono collegate. Sono stata arrogante da giovane? Sì. Questo mi ha portato a mancare i miei obiettivi, professionali e personali? Onestamente non lo so. Forse se avessi fatto meno errori li avrei raggiunti, forse invece semplicemente il mio errore è stato quello di non saperli individuare, quegli obiettivi.

Però posso serenamente dire che da tanti punti di vista, in questi anni, quel cavolo di lavoro nella vigna l’ho fatto. Per giorni, con qualsiasi tempo. Forse perché poi alla fine non c’è davvero scelta, forse perché, sebbene mi piaccia pensarmi ribelle, sono fondamentalmente una persona obbediente. Ho detto di no, è vero. Ma mi sono fatta un discreto mazzo e continuo a farmelo, anche se sempre più spesso mi chiedo chi me l’ha fatto fare.

Mi pento di essere una che in prima battuta dice no? Vorrei essere più diplomatica, più accomodante, più furba? Vorrei essere capace, una volta detto no, almeno di restarmene in pace sul divano? Non penso. Io sono fatta così. Non credo che in fondo in fondo mi dispiaccia del tutto. Però certamente non rende la mia vita più facile.

Per alcuni uomini giunge il giorno in cui
devono pronunciare il grande Sì o il grande
No. È chiaro sin da subito chi lo ha
pronto dentro di sé il Sì, e pronunciandolo
si sente più rispettabile e risoluto.
Chi rifiuta non si pente. Se glielo richiedessero,
“no” pronuncerebbe di nuovo. Eppure quel no
-quel no giusto – lo annienta per tutta la vita.

K. Kavafis