Roma è il mio luogo


Nel giro di una settimana scarsa mi sono trovata a fare a due amiche, originarie di due diverse città d’Italia, la stessa confessione: più passa il tempo (più invecchio?) più mi sento legata a Roma. Ne vedo i problemi, i limiti, le difficoltà. Ma sempre più la amo, sempre più mi pare teorica per me l’idea di trasferirmi altrove. Non è che questo pensiero mi piaccia del tutto, intendiamoci. Mi sono sempre immaginata mobile, cittadina del mondo, vagabonda. E ancora lo sono, in una certa misura, ancora mi sostiene una curiosità per il mondo e per i suoi più curiosi aspetti: una decina di giorni fa, per dire, mi buttavo in una conversazione animata sulle usanze alimentari in Tibet (perché i tibetani tradizionalmente non mangiano pesce?). Però sempre più insistentemente sono convinto che questa è casa, questa metropoli complicata ed esasperante, ma straordinaria e stupefacente.

“Non esiste Roma senza il mondo che la attraversa”, ha detto ieri a un convegno una maestra della scuola Pisacane di Torpignattara. E certamente questo è un aspetto della città a cui non potrei più rinunciare. Oltre, si intende, alla profondità diacronica: l’antichità diffusa, che fa capolino qua e là e così profondamente si intreccia con il quotidiano. Un’antichità non solo monumentale, ma soprattutto guizzante attraverso tradizioni, abitudini, particolari e parole. Un gomitolo di interpretazioni intrecciate, dove ciascuno trova un suo angolo di memoria.

Ne parlavo con Nizam pochi giorni fa: se non fosse per tutte le mancanze politiche, amministrative, gestionali, culturali in senso ampio, l’Italia spiccherebbe davvero da ogni punto di vista nel mondo. E Roma, in particolare. Che dolore vederla ferita e offesa da amministratori neanche lontanamente all’altezza.

Ma Roma è più di un comune da gestire, più della somma dei suoi servizi da far funzionare, più di un patrimonio incalcolabile da amministrare. Roma è persona e personaggio. Ha una sua personalità, una sua anima immensa e avvolgente, un modo tutto suo di abbracciarti e di ferirti. Roma è capolavoro in sé, palcoscenico e retroscena. Roma mi conosce e a Roma amo tornare. Roma è il mio luogo.

Ma ditemi: qualcuno di voi con l’età ha sviluppato un radicamento analogo? O lo avete sempre avuto? O magari proprio l’opposto? Ditemi, sono curiosa.

Se gioventù sapesse


Ieri passeggiavo per Testaccio con un gruppo composto prevalentemente da architetti e ho sentito che parlavano fra loro degli anni universitari e delle aspettative che alcuni docenti avevano creato in loro. Considerando che praticamente nessuno del loro gruppo di amici aveva poi fatto carriera nell’ambito dell’architettura, l’argomento portante del discorso era: i nostri professori non avrebbero dovuto lasciarci intendere che avremmo cambiato il mondo, che avremmo lavorato a progetti avveniristici capaci di ridisegnare le nostre città. Avrebbero più onestamente dovuto prepararci a un lavoro al catasto, alle occupazioni più modeste che realisticamente i nostri studi oggi, qui, potevano aprirci.

Immaginerete quanto familiare mi sia suonato questo discorso. Anche noi, all’università, volevano cambiare il mondo. Certo, più modestamente ci saremmo limitati ai libri di storia e al sistema accademico italiano, ma era pur sempre un cambiamento che si è rivelato molto al di là della nostra portata. Mi sono chiesta allora, ieri mattina, se mi sentivo di condividere quell’argomentazione, che a mio tempo ho sostenuto io stessa decine e decine di volte, identica.

Consapevole di semplificare molto la questione che semplice non è (ma questo è un blog, quindi io lo scrivo e voi lo leggete per puro amore di discussione, pour parler), direi che no, non la condivido questa argomentazione. Io credo che a vent’anni si deve essere convinti di poter cambiare il mondo e se i ventenni non ne sono già convinti di loro, sta a chi li educa portarceli. Ma questo non prepara alle professioni, direte voi (e tante volte ho detto anch’io). Questo crea generazioni di giovani immaturi troppo ambiziosi ed arroganti, restii ad assumersi le loro responsabilità e irrimediabilmente choosy. E qui, quando io stesso l’ho detto, mi sbagliavo. La maturità, l’assunzione di responsabilità, la propensione al sacrificio in vista di qualcosa di cui vale la pena davvero, non si insegna abbassando l’orizzonte e trasmettendo cinismo e limitatezza. Per tutte quelle cose conta solo l’esempio e magari è rispetto a questo, e non per i discorsi ideali, che i docenti universitari (ma non solo loro) troppo spesso zoppicano gravemente.

Il mondo non bisognerebbe mai smettere di volerlo cambiare. Chi investirebbe tutta la propria anima e tutta la propria mente per essere un competente impiegato? L’unico modo realistico per rialzarsi dopo ogni batosta è guardare alto, in generale. Poi, nel rialzarsi da terra, confido che si impari anche ad essere competenti impiegati, ma possibilmente anche cittadini curiosi, aperti, entusiasti e disposti a rischiare qualcosa di proprio per un bene più grande.

Pensieri sulle donne


8 marzo, domani. Fin da questa mattina su Facebook si anima il dibattito: sciopero sì, sciopero no, sciopero come, sciopero perché. Non mi appassiono. Forse non è il momento, non tocca le mie corde di oggi. Alla grande manifestazione contro la violenza sulle donne non solo sono andata, ma ho portato Meryem. La mia più grande sfida personale, su questo terreno, è la sua educazione. Quella che più mi impensierisce. Sarà mia figlia a esprimere in un modo o nell’altro, attraverso le sue scelte e il suo futuro, cosa davvero penso della parità di genere. Cosa le ho fatto vedere con il mio esempio, cosa ho saputo raccontarle, cosa per me, davvero, è stato importante.

Per questo stamattina pensavo a quali figure di donne mi hanno ispirato e mi ispirano. Una ce l’avevo davanti: Emma Bonino. La mia ammirazione va al di là della politica. Una donna seria, competente, determinata. Una donna che si è guadagnata rispetto trasversale con la propria credibilità personale e con la sua prontezza ad assumersi responsabilità. Dignitosa e trasparente nella malattia, serena nei confronti della propria fragilità fisica e, allo stesso tempo, capace di lanciarsi in sfide di lunga prospettiva con un’energia inflessibile. La guardavo oggi abbracciare con trasporto le donne che aveva invitato lei stessa alla Sala Stampa Estera. Mi sono chiesta quanto di questo calore le sia spontaneo da sempre e quanto sia una capacità acquisita perché ritenuta necessaria. Poco importa, in fin dei conti. Quali doti, precisamente, vedo in lei? La combinazione vincente tra trasporto e disciplina. Il primo lo ho spesso, la seconda il più delle volte mi manca.

Se penso a una donna che ha segnato la mia vita professionale non posso fare a meno di pensare a Lệ Quyên Ngô Đình. Ho immaginato di vederla seduta oggi in quel panel di donne forti e determinate. Forse ci sarebbe stata, forse no. Anche nel suo caso, l’insegnamento principale per me era la disciplina. Fu lei a dirmi che sgombrare la mente da tutto ciò che può essere delegato ad altri è l’unico modo per preservare la capacità di dare un contributo di pensiero. Mi sono sentita il giovane ricco che va via triste quando Gesù gli dice di donare tutto ai poveri. Sapevo che non avrei mai potuto farlo, per diverse ottime ragioni. Non ultima che non sono capace di fare una cosa sola. Ma se penso a lei vedo soprattutto eleganza, ironia e capacità di farsi rispettare, persino temere.

L’autorevolezza. Il mio pensiero di oggi, alla fin fine, sembra ruotare molto intorno a questo concetto. Agitu Idea Gudeta senza dubbio ce l’ha. L’energia, la competenza e la ricchezza che esprime questa donna solare è dirompente. Mi ha colpito immaginare lei, professionista, attivista, apparentemente sempre pronta a far sentire la sua voce forte e chiara, mentre passa in silenzio con le sue capre in una valle trentina, osservata con diffidenza dai Mocheni. “Sono immigrati anche loro”, scherza lei. “Una volta che mi sono guadagnata la loro fiducia tutto è andato bene. E così io, nata in un Paese saccheggiato senza vergogna dalle multinazionali, qui in Italia produco per cibo buono, capovolgendo il concetto di economia basata esclusivamente sul profitto. Io punto sulla felicità”.

Habiba e Princess, che pure hanno parlato oggi, incarnano invece la resilienza. La dignità profonda anche nella sofferenza estrema. La tenacia. La fiducia nella capacità di fare la differenza, anche per gli altri. Vederle alla destra e alla sinistra di Emma Bonino mi ha fatto pensare alla profonda bellezza di una battaglia, anche quando è apparentemente impari. Princess non risolverà il problema della tratta e della violenza, di cui è stata vittima in prima persona: ma molte decine di ragazze attraverso il suo impegno e il suo lavoro hanno visto qui in Italia un’alternativa alla prospettiva di schiavitù a cui quasi tutte loro credono di essere condannate, specialmente quelle che non sono mai andate a scuola. Habiba non riuscirà a aiutare tutte le persone che vede e che incontra, ma oggi dopo la conferenza ha accompagnato un ragazzo in ospedale e già che si trovava è passata al Cenro Astalli a prendere una giacca pesante, perché lui ieri tremava di freddo. E quando un altro ragazzo africano oggi le ha chiesto più informazioni su Makì, chiedendo se forse può dare un lavoretto anche a lui, lei si è voltata, gli ha fatto un sorriso e ha chiesto: “Sai cucinare? No? Beh, imparerai”. Trovo in loro e in molte donne rifugiate che ho incontrato quella miracolosa capacità di non spezzarsi, di non rannicchiarsi in se stesse davanti al dolore ma di continuare a slanciarsi con generosità verso gli altri. Penso a quante volte mi convinco che la soluzione ai miei dolori sia chiudere gli occhi, a quante mattine mi sveglio con la tentazione di nascondermi in una stanza buia e non uscire. E al fatto che mai, in tutti questi anni, l’ho fatto davvero.

Questo mi fa venire in mente un ultimo punto, che alla fine mi riporta a dove sono partita. Il senso dell’iniziativa di oggi era sottolineare che oggi in Italia essere donne significa ricchezza nella diversità: come è sempre stato, in fondo, ma in qualche modo ancora di più di prima. Riusciamo, in quanto donne, a fare sentire la nostra voce? Riusciamo a capire le ragioni delle une e delle altre senza appiccicarci reciprocamente etichette? Mi pare un obiettivo eccessivamente ambizioso. Mi accontenterei di molto meno. Mi accontenterei dei quattro desideri per mia figlia Meryem che esprimevo cinque anni fa a cui ne aggiungerei un quinto: che Meryem non si stanchi mai di meravigliarsi e di gioire per la straordinaria varietà e bellezza del mondo e di chi lo abita.

Qui un video (in cui per un attimo mi si vede anche)

Contraddizioni


Da bambina quando andavo a letto e chiudevo gli occhi mi pareva che sotto le palpebre si formasse una specie di mostro di forme confuse. Ne avevo paura, ma allo stesso tempo sapevo perfettamente che non esisteva davvero e quindi mi sarei vergognata di confessare che il cuore mi batteva pazzamente. Non ho mai detto a nessuno, fino ad oggi, che prima di addormentarmi ogni tanto dovevo stare un po’ con gli occhi aperti per tranquillizzarmi e alla fine dormire sul serio. Non era da me, da quella bambina matura e intelligente che sono sempre stata.

Lo stesso vale qualche volta, da adulta, per le fantasticherie piacevoli. So che non hanno consistenza né fondatezza. Arriva il momento in cui si rivelano per il nulla che sono. Ma mi hanno fatto sorridere per 48 ore e mi hanno fatto tornare la voglia di guardarmi una commediola su Netflix. Più che essere delusa e prendermela con me stessa per la mia fantasia eccessiva, mi ritrovo in testa un retrogusto di gratitudine, proprio come decenni fa un’ombra di terrore mi accompagnava il sonno.

Passioni


Alcuni mesi fa, un’insegnante della scuola di italiano del Centro Astalli si è trovata a spiegare a una classe di giovani rifugiati abbastanza digiuni di italiano il significato della parola “passione”. Dopo essersi variamente prodigata con gesti, esempi e disegni, ha chiesto a ciascuno degli studenti di scrivere una frase utilizzando la nuova parola, per verificare che avessero davvero capito. I quaderni si sono riempiti di menzioni di cantanti, squadre di calcio, ragazze e cibi. Girando tra i banchi, all’insegnante cade l’occhio sulla frase di un ragazzo più giovane degli altri, che aveva scritto in bella calligrafia: “La mia passione è il Corano”.

Questo episodio, che non ha mancato di procurare all’insegnante dubbi e persino un po’ di allarme, mi è tornato in mente all’improvviso una sera della settimana scorsa, quando ho ripreso in mano dopo un bel po’ di tempo la Bibbia ebraica e i relativi vocabolari e concordanze. Due ore dopo, rialzando la testa, mi è venuto un po’ da ridere: cosa direbbe la zelante volontaria del Centro Astalli se mi sentisse dire che, nonostante la lunga astinenza da queste cose, innegabilmente la mia passione è il testo ebraico dell’Antico Testamento (con incursioni nel Nuovo)? Solo che, a differenza di quella del sorridente e devoto ragazzino subsahariano, la mia è una passione travagliata e repressa, apparentemente innocente ma in grado  di trascinarmi in una specie di gorgo magnetico che scuote la mia ordinaria routine e l’immagine che ho di me stessa fino alle fondamenta. Quindi a tratti scoperchio il mio personale vaso di Pandora (filologico, non mistico) e a tratti lo richiudo con stizza. Ma non è forse il bello delle passioni il fatto di farci vivere pericolosamente sospesi sull’orlo di un precipizio? (No, in realtà: ma l’amore romantico a noi lo hanno insegnato così, con conseguenze peraltro devastanti per le nostre vite private. Avete letto questo? Ecco).

Recentemente, forse, anche mia figlia ha individuato una delle sue prime passioni personali. Dopo avermelo chiesto a lungo, una fortuita combinazione di circostanze mi ha indotto ad assecondare la sua voglia di prendere lezioni individuali di canto. Meryem ha praticato e pratica diligentemente vari sport, ma nessuno direi che abbia fatto scattare in lei “la scintilla”. E meno male, aggiungo io: questo mi ha risparmiato finora molte incombenze e molte seccature, non avendo io la vocazione dell’abnegata madre del piccolo atleta tanto ben celebrata da un celebre spot di P&G. Però questa cosa del canto mi pare che la stia prendendo molto sul serio. Vederla trattare di persona con la sua insegnante sul programma da svolgere e sugli argomenti da affrontare insieme è stata l’ennesima piccola epifania della mia esperienza di madre: dirò una banalità, ma si sta proprio facendo grande.

Farsene una ragione


L’altra sera, poco dopo che era arrivata la notizia della morte del professor Garbini, la mia amica Bianca mi ha mandato un messaggio e una citazione, che vorrei qui riportare. Ricordando la concomitante scomparsa di Berger, ha scelto un suo brano.

A man’s death makes everything certain about him. Of course, secrets may die with him. And of course, a hundred years later somebody looking through some papers may discover a fact which throws a totally different light on his life and of which all the people who attended his funeral were ignorant. Death changes the facts qualitatively but not quantitatively. One does not know more facts about a man because he is dead. But what one already knows hardens and becomes definite. We cannot hope for ambiguities to be clarified, we cannot hope for further change, we cannot hope for more. We are now the protagonists and we have to make up our minds.”

La prima immagine che mi è tornata in mente leggendo questa citazione è stata quella dell’aula di archeologia orientale, durante una pausa pranzo di 20 e rotti anni fa. L’aula di Matthiae, quella con il capitello di Ramat Rahel. Non ricordo esattamente chi eravamo. Ricordo però che stavamo seduti sui tavoli e che il succo della nostra conversazione poteva riassumersi in: “Noi faremo meglio di così, noi saremo meglio di così”.

“Così” erano i nostri professori, amati e temuti, ammirati e invidiati, ma sotto sotto anche commiserati da noi giovani promesse, con il mondo ai nostri piedi. Ecco, ora siamo noi i protagonisti e dobbiamo farcene una ragione. Per quanto mi riguarda, sono protagonista ormai ben lontano da quelle aule. Ma la domanda resta: ho fatto meglio di così, sono stata meglio di così?

Alcune parole pronunciate al funerale oggi e che non aspettavo sono state in qualche misura più difficili da portare via dei silenzi che invece aspettavo. Ma credo davvero che la conclusione giusta, quella in cui più mi riconosco, sia stata quella che ho scritto a maggio scorso: “Non siamo qui per calcolare chi ha vinto o chi ha perso, alla fine. La possibilità di trovarsi insieme dopo oltre vent’anni senza imbarazzi e senza rimpianti è già una vittoria”.

Quella serata di maggio è stata l’ultima volta in cui ho incontrato Garbini di persona. Lo abbiamo accompagnato al taxi, a piazza Venezia, e lo abbiamo salutato soddisfatto, felice, divertito. Sono davvero convinta che, in quella occasione e in molte altre, noi (io e gli altri, non moltissimi, che hanno avuto una storia simile alla mia) ci siamo scelti la parte migliore del nostro maestro e quella parte non ci sarà tolta.

 

Garbini


Avevo 19 anni e me ne stavo seduta su una finestra, nel corridoio di lettere, con le gambe a penzoloni. Non ricordo più la conversazione che abbiamo avuto in quell’occasione, ma per anni ci scherzammo sopra: “Ma ti pare che parlavi a un professore in quel modo, dall’alto in basso?”. Ora che so che il professor Garbini non c’è più, i ricordi si accavallano e non riesco a metterli a fuoco con chiarezza. Una fetta rilevante della mia vita, della mia giovinezza, nel mio essere quello che sono l’ho vissuto accanto al professor Garbini, senza mai smettere di dargli del lei e allo stesso tempo amandolo come un secondo padre.

Ho litigato con lui molte volte, l’ho contraddetto, sfidato apertamente. Dal lampo nei suoi occhi capivo quando giocava anche lui e quando si arrabbiava davvero. Ricordo le lettere e gli articoli battuti a macchina, le bozze dei suoi libri che mi portava da leggere prima di pubblicarli (più tardi me le spediva), le conversazioni nel suo studio, i visitatori che ogni tanto si affacciavano. Le conferenze, le lezioni, sempre diverse una dall’altra. Gli appunti scritti in fretta con la stilografica, anche quei buffi caratteri ebraici che in pochi mesi avevamo dovuto imparare a riconoscere. Le lunghe sequele di caffè alla macchinetta davanti alla biblioteca, con le cialdine che comprava dalla signora Elena e io che avevo il compito di servire gli ospiti.

Sarebbe facile oggi dire che era tanto bravo e tanto buono, che ha fatto tutto bene, che era un santo, che tutti lo amavano. Sarebbe facile e sarebbe falso, perché era un uomo complicato, con tanti difetti, a suo modo fragile, ma anche irascibile. Ricchissimo di ricordi, di idee, di intuizioni, di cultura, di poesia. Generosissimo e allo stesso tempo limitato da mille dubbi, complessi, scrupoli.

Gli sono grata di quello che mi ha dato, di avermi apprezzato (forse più di quanto meritassi), di avermi lasciato sempre libera e di avermi sinceramente stimato. Di aver cambiato idea, almeno in un paio di occasioni, convinto dalle mie argomentazioni. Di aver condiviso con me la gioia purissima della ricerca e quei momenti di esaltazione che ti fanno credere di aver risolto un enigma che resisteva agli assalti da secoli (o magari di aver visto un ghiotto enigma dove nessun altro lo avrebbe notato). Di aver riso di cuore con me, con noi, e di aver assaporato il privilegio di avere tempo e spazio per le nostre menti.

Una volta mi disse, scherzando, che in un certo senso sarei stata la persona giusta per fare un discorso al suo funerale. “Ma non avrai mai il giusto grado accademico”, chiosò subito e ridemmo tutti e due, davanti a un tè freddo al bar nei pressi dell’Accademia dei Lincei. I fatti gli hanno dato ragione e no, decisamente non sono una persona adatta a fare orazioni pubbliche. Gli dedico i miei molti e confusi ricordi privati e tutta la mia gratitudine.