Noi, loro


Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Certamente. Ma è anche vero che per far cadere un albero ci vuole pochissimo tempo, per farlo crescere molto molto di più. Quindi non si tratta solo di rumore, si tratta di danneggiamento del lavorio paziente di tanti altri.

La fiducia necessita di tempi lunghi. Ma per la diffidenza basta un attimo.

Tutto questo per dire che viviamo dei tempi difficili, in cui credo davvero che se non siamo nella posizione di migliorare le cose almeno sarebbe nostro preciso dovere non peggiorarle. Se non possiamo far sentire meno isolato e additato il capro espiatorio di turno, almeno dovremmo astenerci dal dare manforte a chi moltiplica la violenza.

La violenza fisica è solo l’ultimo anello di una lunga catena che costruisce per alcuni una posizione di inferiorità. Argomenti apparentemente razionali, spesso suffragati da sondaggi e numeri, ma che in realtà servono specialmente ad argomentare una diversità sostanziale, che giustifica “le maniere forti”. Una connessione tra una categoria di persone generica (e per generica intendo banalmente che include centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di singoli individui), a prescindere da cosa il singolo membro della categoria sia o faccia, e un’alterità, una sostanziale estraneità.

Loro. Loro pensano che. Loro vogliono. Loro. Non noi. Contro di noi. Non saremo disposti a tollerare che loro… Non c’è posto per loro, non cederemo di un millimetro. Anche se quei loro, finché qualcuno ce l’ha fatto notare, erano solo i miei vicini di casa, i compagni di classe di mia figlia, le persone che incrocio ogni mattina per strada.

Ieri un giurista di cui ho immensa stima, Lorenzo Trucco, ci ha ricordato ciò che scriveva Norberto Bobbio nel 1992 su La Stampa. Lo ricordo anche a voi, perché ci riflettiate con me.

L’essenza della democrazia è esattamente l’opposto del razzismo. Nonostante la continua sofferenza di essere costretti a vivere in una democrazia sgangheratissima come la nostra, non ci stancheremo mai di mettere in evidenza i pregi dello stato democratico, malgrado le sue magagne, rispetto a tutte le forme di governo. Democrazia e razzismo, in tutte le sue manifestazioni, sono incompatibili per almeno due ragioni.

La democrazia è fondata su valori universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’altro, la tolleranza, e soprattutto la non violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, anche violento.
In secondo luogo la democrazia è inclusiva, nel senso che tende ad includere coloro che stanno fuori per allargare ad altri i propri benefici.

Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso ad oggi, è stato un processo graduale d’inclusione dei diversi.
Il dispotismo è esclusivo: tende, se mai, a escludere i già inclusi.
Naturalmente non si può includere tutto e tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, ma una democrazia non può essere “esclusiva” senza rinunciare ad essere una “società aperta”, ossia senza negare se stessa.

 

Semplice è meglio?


Semplice, facile, veloce. Molte cose, dalla ricerca di informazioni agli acquisti di ogni genere, oggi sono così. Persino le pratiche burocratiche, nei casi più fortunati (e quando non lo sono ancora sbuffiamo forte). La semplicità è spesso – a ragione – un punto di forza, un valore aggiunto, un ideale. Semplice è anche una parola chiave della comunicazione. Uno dei pochi concetti che mi sono chiari della “teoria dei blog”, che disattendo da 13 anni, è che i post devono essere semplici da leggere (e preferibilmente brevi).

Quest’anno ho avuto l’occasione di incontrare qualche volta Emma Bonino, una donna notevole da molti punti di vista e certamente straordinariamente intensa. Nella prima di queste occasioni lei ha buttato lì una frase che mi ha fatto pensare: “Dovremmo rieducarci alla complessità”. E ha subito aggiunto (cito a memoria, ovviamente): “Non dovrebbe essere così difficile. L’esperienza personale di ciascuno di noi è di solito straordinariamente complessa”.

C’è differenza tra il legittimo desiderio di semplificarsi la vita e la semplificazione brutale, a volte violenta, a cui il più delle volte inconsapevolmente sottoponiamo persone e situazioni. L’esigenza di “parlare in generale” è una scusante che vale fino a un certo punto.

Non sempre semplificare è preferibile. Ma soprattutto semplificare richiede una profonda conoscenza dell’argomento che si deve semplificare unita alla competenza aggiuntiva di sapere spiegare le cose. Oggi mi capita giusto un esempio calzante, il commento di Silvia Tropea sulla sentenza della corte di Cassazione in merito all’assegno di divorzio. Leggere questo post (non un voluminoso libro specialistico) mi ha in primo luogo fatto capire i termini della questione: cos’è una sentenza della Corte di Cassazione, che peso ha o potrebbe avere, in che contesto nasce, eccetera. Poi mi ha spiegato semplicemente le implicazioni e i possibili scenari. Finora avevo letto titoli di giornali condivisi qui e là sui social e commentati da opposte tifoserie. Un rumore inutile che in nulla contribuisce a farsi un’opinione.

A volte la semplificazione è necessaria e indispensabile. Ad esempio nei libri di testo per le elementari, tanto per fare un esempio di vita vissuta – e assai dolorosamente. Mia figlia ha un libro di testo scritto in linguaggio a lei comprensibile, assai sintetico e soprattutto pieno di sacrosante stupidaggini, evidentemente false. Io me ne accorgo sulla storia antica, ma se mia figlia avesse un libro di scienze mi dicono che anche quello sarebbe una fonte sicura di assurdità. Io domenica scorsa ho appreso, ad esempio, che i fenici non costruivano templi. Mettetevi nei panni di una che si è laureata con una tesi su uno di questi inesistenti templi fenici… Ma più ancora delle informazioni scarse e scorrette, mi colpisce la selezione degli argomenti. Torno con un esempio sui popoli antichi. Di ciascun popolo si dicono poche cose, si suppone le più importanti. Ebbene, una frase su “da dove veniva” il popolo in questione c’è sempre. Io mi chiedo: ma perché questa cosa è considerata così irrinunciabile? Non basterebbe dire che in un certo periodo, in un certo luogo, viveva il tale popolo? Perché attingere a fantasiosi miti delle origini, talora inventati di sana pianta dall’autore del testo stesso per riempire una casellina su cui neppure le fonti letterarie ci soccorrono? Perché che gli ebrei siano originari di Ur e quindi della Mesopotamia è magari scientificamente opinabile, ma che i babilonesi siano originari della penisola arabica è abbastanza creativo. Per non parlare del fatto che classificare mentalmente i popoli abbinandoli ad un aggettivo (bellicosi ittiti, feroci accadi, industriosi fenici e via così) è l’anticamera se non del razzismo quantomeno del pregiudizio.

Sono sempre più convinta che educare alla complessità sia importante, fin dalle elementari. Questo ovviamente non vuol dire subissare i bambini di informazioni o costringerli a leggere testi complicati e non adatti alla loro età. Ma sottolineare le sfumature, i distinguo e soprattutto la violenza potenziale di una definizione categorica. Educare alle differenze è uno slogan vuoto se non si abbina alla costruzione effettiva di una flessibilità mentale che non è relativismo, ma consapevolezza che molti dei nostri assunti non sono gli unici possibili. I miei studi universitari, per una fortunata combinazione di incontri e letture, mi hanno molto allenato e rafforzato su questo fronte. Io ci ho aggiunto di mio una tendenza all’irrequietezza mentale e spirituale che rifugge dalle gabbie di qualunque tipo. Ma credo davvero che la sfida più grande per l’educazione sia mettere in grado ciascuno di non temere la complessità, di saperla gestire senza esserne sopraffatto e anzi di goderne l’intrinseca bellezza.

La metafora del tram


Voi mi dovete scusare se è molto che non scrivo. Non è che non ho nulla da condividere, anzi. La verità è che in queste settimane ho pensieri densi, aggrovigliati e piuttosto cupi e non riesco del tutto a trovare il bandolo della matassa. Certo, potrei parlare d’altro. C’è sempre molto altro di cui scrivere e sono certa che anche a voi piacerebbe leggerlo, quel nostro altro: Meryem che canta, la primavera che esplode, il roseto comunale che ha riaperto. E Roma, Roma, Roma. Però non posso fare a meno di scrivere di cose meno piacevoli.

L’altra mattina ero su un tram moderatamente affollato e ho avuto una specie di folgorazione. Non so se avete presente i tram di Roma (e anche alcuni autobus, a dire il vero), che per qualche misterioso motivo lasciano lunghi tratti del corridoio sprovvisti di qualsivoglia appiglio per chi viaggia in piedi, a parte lo schienale dei sedili. Chi è salito prima e si è seduto – o è riuscito a farsi cedere il posto – ha una percezione dello spazio del tutto diversa. Per il fatto di esserci seduto sopra, quel posto è diventato il suo posto. Ci poggia intorno borse e buste. Allarga le braccia, appoggia la schiena allo schienale. Ecco, lo schienale. Su quello schienale talora si aggrappano le mani del viaggiatore in piedi, del viaggiatore senza posto a sedere. Il viaggiatore seduto sbuffa, prima impercettibilmente, poi più convintamente. Il viaggiatore in piedi ogni tanto stacca le mani, improvvisando ardite pose da surfista, salvo poi riaggrapparsi precipitosamente alla prima frenata. Altro sbuffo. E poi capita che la tracolla della borsa del viaggiatore in piedi scivoli dalla sua spalla e vada a toccare il braccio del viaggiatore seduto. Questo supera il confine di quello che il viaggiatore seduto tollera e in genere a questo punto scatta la protesta verbale.

Perché vi racconto tutto questo? Perché questa situazione, pur comprensibile e anche frequente, è illogica: il viaggiatore seduto non ha pagato di più di quello che viaggia in piedi, non ha meriti particolari e naturalmente il posto che occupa e rivendica, ampliandone via via i confini, non è affatto suo. Soprattutto, si potrebbe vedere la cosa da un punto di vista del tutto diverso: i passeggeri di quella vettura sono un’unica comunità viaggiante e se cooperano tra loro tutti se ne avvantaggiano. Se il viaggiatore seduto fa posare le borse voluminose anche a chi sta in piedi nel “suo” spazio, si sta tutti più larghi e comodi. Se i viaggiatori in piedi si scambiano di posto per facilitare il passaggio di chi deve scendere, le porte si chiudono prima e si riparte senza ritardo, con vantaggio di tutti. E così via. Questa piccola ordinaria solidarietà, meglio se anche sorridente, si verifica continuamente, sui mezzi pubblici di Roma (ed è uno dei motivi per cui continua a piacermi usarli).

Ecco, stasera per parlare di politica nazionale e internazionale potrei cavarmela con questa metafora. Ma una cosa devo aggiungerla, a costo di appesantire il post. Vedo con sgomento moltiplicarsi l’insofferenza, l’aggressività, persino la violenza vera e propria. Vedo soprattutto aumentare i silenzi, le alzate di spalle, l’indifferenza. Capisco la tentazione di farsi i fatti propri, di non immischiarsi, specialmente quando si ha la sensazione che persino noi abbiamo tutto da perdere difendendo chi, per ora diverso da noi, viene attaccato. Io stessa ieri, davanti a un poliziotto in borghese che mi sbraitava addosso senza apparente motivo, ho preferito risalire in silenzio sul mio tram e non vedere come sarebbe finita per un gruppetto di trenta ragazzi africani che venivano accerchiati di un numero sproporzionato di poliziotti in tenuta antisommossa. Non ne vado fiera, anche se rimanendo non avrei cambiato le cose.

Alla fine tutti, a cena o al bar, nella tranquillità del nostro salotto o nel corridioi di scuola, troviamo più comodo annuire distrattamente e non contraddire chi ripete, magari in buona fede, quello che sente ogni sera il tv. Perché quel qualcuno è un amico, un conoscente, tuo suocero, il tuo giornalaio, il tuo barista, la signora gentile che porta a spasso il cane nel parco sotto casa tua. Perché polemizzare?

Però bisognerebbe dirlo che così facendo stiamo accettando tutto. Attacchi vigliacchi e insinuazioni contro chiunque, commenti apertamente razzisti, retate, leggi che teorizzano che il decoro viene prima di tutto e che la povertà si combatte allontanando i poveri dai centri storici. E così ieri è morto un uomo, un uomo senegalese di 54 anni, nel corso di un’operazione che anche oggi viene celebrata come un grande successo di ripristino della legalità e della pulizia. Magari è stata una tragica casualità. Magari non c’è nessun rapporto tra la retata e la morte di quell’uomo, stremato da una vita di stenti e di esclusione. Però poche ore dopo i 30 ragazzi sconvolti e indignati per l’accaduto si sono visti schierati davanti un numero spropositato di uomini armati. E nella celebrazione del grande successo per l’operazione ci si poteva aspettare di trovare una pubblica espressione di cordoglio per la perdita di un concittadino, di una persona che viveva in questa città da molti anni, con fatica.

E intanto qualcuno suggerisce che distribuire pasti per i senza tetto aumenta la spazzatura parchi e quindi bisognerebbe evitare di farlo, almeno la sera, per non sovraccaricare di lavoro il servizio giardini.

Tutti abbiamo diritto a una città più bella e più pulita. Ma quel “tutti” comprende anche chi, per potersela godere, dovrebbe avere anche accesso a una vita dignitosa e vivibile quanto la nostra. Questo risultato non si ottiene né con le retate, né insinuando che chi è emarginato un po’ se l’è cercata, come usa fare ora più che mai.

Chi puzza, chi non rientra negli schemi, chi non si adegua, chi non capisce, chi non sa compilare un modulo, chi non ha i requisiti richiesti è un fastidio, per tutti noi e per chi ha la responsabilità di governare. Dei secondi e della loro vigliaccheria oggi non mi va di parlare. Ma almeno noi, che siamo seduti su quel sedile del tram, pensiamoci due volte prima di sbuffare. Perché magari sul prossimo tram che prenderemo troveremo tutti i posti occupati.

 

Dritti e rovesci


Oggi è venerdì santo e prima di lanciarmi in un’altra breve trasferta con la Guerrigliera sento il bisogno di fermarmi un momento. Qui alla scrivania in una cripta-ufficio abbastanza spopolata, senza telefoni che squillano all’impazzata, chiudo gli occhi e mi passano davanti tutte le superfici aguzze di questi anni (quanti? non so quantificare) che magari non hanno ferito gravemente il mio cuore, ma certamente l’hanno abraso un bel po’.

Quindi capita che inaspettatamente mi fermi su una parola, su una frase e gli occhi mi si riempiano di lacrime che – specialmente in momenti di stanchezza particolare – non riesco a nascondere, con grande imbarazzo mio e del mio interlocutore.

La settimana prima della partenza per San Francisco un giovane rifugiato con cui spesso incontravo i gruppi di studenti anglofoni si è suicidato. C’è una parte di me che sa come reagire e infatti reagisce. Ma c’è anche una parte dei miei pensieri che sprofondano in un groviglio confuso, che non riesco neanche ad articolare del tutto. E allora quello smisurato senso di impotenza sostanziale fa risuonare per simpatia tutte le altre analoghe vibrazioni di frustrazione, alcune nobili (quelle che fanno rima con politica, giustizia sociale, pace nel mondo), altre molto più meschine e individuali, che non bruciano di meno.

Una canzone che ho sentito e amato molto, anni fa (una di quelle canzoni fin troppo facili come testo e come melodia, di quelle che non rende intellettuali per il solo fatto di ascoltarle), diceva “Fa male, però di meno / Di meno, però fa ancora male”.

Roma è il mio luogo


Nel giro di una settimana scarsa mi sono trovata a fare a due amiche, originarie di due diverse città d’Italia, la stessa confessione: più passa il tempo (più invecchio?) più mi sento legata a Roma. Ne vedo i problemi, i limiti, le difficoltà. Ma sempre più la amo, sempre più mi pare teorica per me l’idea di trasferirmi altrove. Non è che questo pensiero mi piaccia del tutto, intendiamoci. Mi sono sempre immaginata mobile, cittadina del mondo, vagabonda. E ancora lo sono, in una certa misura, ancora mi sostiene una curiosità per il mondo e per i suoi più curiosi aspetti: una decina di giorni fa, per dire, mi buttavo in una conversazione animata sulle usanze alimentari in Tibet (perché i tibetani tradizionalmente non mangiano pesce?). Però sempre più insistentemente sono convinto che questa è casa, questa metropoli complicata ed esasperante, ma straordinaria e stupefacente.

“Non esiste Roma senza il mondo che la attraversa”, ha detto ieri a un convegno una maestra della scuola Pisacane di Torpignattara. E certamente questo è un aspetto della città a cui non potrei più rinunciare. Oltre, si intende, alla profondità diacronica: l’antichità diffusa, che fa capolino qua e là e così profondamente si intreccia con il quotidiano. Un’antichità non solo monumentale, ma soprattutto guizzante attraverso tradizioni, abitudini, particolari e parole. Un gomitolo di interpretazioni intrecciate, dove ciascuno trova un suo angolo di memoria.

Ne parlavo con Nizam pochi giorni fa: se non fosse per tutte le mancanze politiche, amministrative, gestionali, culturali in senso ampio, l’Italia spiccherebbe davvero da ogni punto di vista nel mondo. E Roma, in particolare. Che dolore vederla ferita e offesa da amministratori neanche lontanamente all’altezza.

Ma Roma è più di un comune da gestire, più della somma dei suoi servizi da far funzionare, più di un patrimonio incalcolabile da amministrare. Roma è persona e personaggio. Ha una sua personalità, una sua anima immensa e avvolgente, un modo tutto suo di abbracciarti e di ferirti. Roma è capolavoro in sé, palcoscenico e retroscena. Roma mi conosce e a Roma amo tornare. Roma è il mio luogo.

Ma ditemi: qualcuno di voi con l’età ha sviluppato un radicamento analogo? O lo avete sempre avuto? O magari proprio l’opposto? Ditemi, sono curiosa.

Se gioventù sapesse


Ieri passeggiavo per Testaccio con un gruppo composto prevalentemente da architetti e ho sentito che parlavano fra loro degli anni universitari e delle aspettative che alcuni docenti avevano creato in loro. Considerando che praticamente nessuno del loro gruppo di amici aveva poi fatto carriera nell’ambito dell’architettura, l’argomento portante del discorso era: i nostri professori non avrebbero dovuto lasciarci intendere che avremmo cambiato il mondo, che avremmo lavorato a progetti avveniristici capaci di ridisegnare le nostre città. Avrebbero più onestamente dovuto prepararci a un lavoro al catasto, alle occupazioni più modeste che realisticamente i nostri studi oggi, qui, potevano aprirci.

Immaginerete quanto familiare mi sia suonato questo discorso. Anche noi, all’università, volevano cambiare il mondo. Certo, più modestamente ci saremmo limitati ai libri di storia e al sistema accademico italiano, ma era pur sempre un cambiamento che si è rivelato molto al di là della nostra portata. Mi sono chiesta allora, ieri mattina, se mi sentivo di condividere quell’argomentazione, che a mio tempo ho sostenuto io stessa decine e decine di volte, identica.

Consapevole di semplificare molto la questione che semplice non è (ma questo è un blog, quindi io lo scrivo e voi lo leggete per puro amore di discussione, pour parler), direi che no, non la condivido questa argomentazione. Io credo che a vent’anni si deve essere convinti di poter cambiare il mondo e se i ventenni non ne sono già convinti di loro, sta a chi li educa portarceli. Ma questo non prepara alle professioni, direte voi (e tante volte ho detto anch’io). Questo crea generazioni di giovani immaturi troppo ambiziosi ed arroganti, restii ad assumersi le loro responsabilità e irrimediabilmente choosy. E qui, quando io stesso l’ho detto, mi sbagliavo. La maturità, l’assunzione di responsabilità, la propensione al sacrificio in vista di qualcosa di cui vale la pena davvero, non si insegna abbassando l’orizzonte e trasmettendo cinismo e limitatezza. Per tutte quelle cose conta solo l’esempio e magari è rispetto a questo, e non per i discorsi ideali, che i docenti universitari (ma non solo loro) troppo spesso zoppicano gravemente.

Il mondo non bisognerebbe mai smettere di volerlo cambiare. Chi investirebbe tutta la propria anima e tutta la propria mente per essere un competente impiegato? L’unico modo realistico per rialzarsi dopo ogni batosta è guardare alto, in generale. Poi, nel rialzarsi da terra, confido che si impari anche ad essere competenti impiegati, ma possibilmente anche cittadini curiosi, aperti, entusiasti e disposti a rischiare qualcosa di proprio per un bene più grande.

Pensieri sulle donne


8 marzo, domani. Fin da questa mattina su Facebook si anima il dibattito: sciopero sì, sciopero no, sciopero come, sciopero perché. Non mi appassiono. Forse non è il momento, non tocca le mie corde di oggi. Alla grande manifestazione contro la violenza sulle donne non solo sono andata, ma ho portato Meryem. La mia più grande sfida personale, su questo terreno, è la sua educazione. Quella che più mi impensierisce. Sarà mia figlia a esprimere in un modo o nell’altro, attraverso le sue scelte e il suo futuro, cosa davvero penso della parità di genere. Cosa le ho fatto vedere con il mio esempio, cosa ho saputo raccontarle, cosa per me, davvero, è stato importante.

Per questo stamattina pensavo a quali figure di donne mi hanno ispirato e mi ispirano. Una ce l’avevo davanti: Emma Bonino. La mia ammirazione va al di là della politica. Una donna seria, competente, determinata. Una donna che si è guadagnata rispetto trasversale con la propria credibilità personale e con la sua prontezza ad assumersi responsabilità. Dignitosa e trasparente nella malattia, serena nei confronti della propria fragilità fisica e, allo stesso tempo, capace di lanciarsi in sfide di lunga prospettiva con un’energia inflessibile. La guardavo oggi abbracciare con trasporto le donne che aveva invitato lei stessa alla Sala Stampa Estera. Mi sono chiesta quanto di questo calore le sia spontaneo da sempre e quanto sia una capacità acquisita perché ritenuta necessaria. Poco importa, in fin dei conti. Quali doti, precisamente, vedo in lei? La combinazione vincente tra trasporto e disciplina. Il primo lo ho spesso, la seconda il più delle volte mi manca.

Se penso a una donna che ha segnato la mia vita professionale non posso fare a meno di pensare a Lệ Quyên Ngô Đình. Ho immaginato di vederla seduta oggi in quel panel di donne forti e determinate. Forse ci sarebbe stata, forse no. Anche nel suo caso, l’insegnamento principale per me era la disciplina. Fu lei a dirmi che sgombrare la mente da tutto ciò che può essere delegato ad altri è l’unico modo per preservare la capacità di dare un contributo di pensiero. Mi sono sentita il giovane ricco che va via triste quando Gesù gli dice di donare tutto ai poveri. Sapevo che non avrei mai potuto farlo, per diverse ottime ragioni. Non ultima che non sono capace di fare una cosa sola. Ma se penso a lei vedo soprattutto eleganza, ironia e capacità di farsi rispettare, persino temere.

L’autorevolezza. Il mio pensiero di oggi, alla fin fine, sembra ruotare molto intorno a questo concetto. Agitu Idea Gudeta senza dubbio ce l’ha. L’energia, la competenza e la ricchezza che esprime questa donna solare è dirompente. Mi ha colpito immaginare lei, professionista, attivista, apparentemente sempre pronta a far sentire la sua voce forte e chiara, mentre passa in silenzio con le sue capre in una valle trentina, osservata con diffidenza dai Mocheni. “Sono immigrati anche loro”, scherza lei. “Una volta che mi sono guadagnata la loro fiducia tutto è andato bene. E così io, nata in un Paese saccheggiato senza vergogna dalle multinazionali, qui in Italia produco per cibo buono, capovolgendo il concetto di economia basata esclusivamente sul profitto. Io punto sulla felicità”.

Habiba e Princess, che pure hanno parlato oggi, incarnano invece la resilienza. La dignità profonda anche nella sofferenza estrema. La tenacia. La fiducia nella capacità di fare la differenza, anche per gli altri. Vederle alla destra e alla sinistra di Emma Bonino mi ha fatto pensare alla profonda bellezza di una battaglia, anche quando è apparentemente impari. Princess non risolverà il problema della tratta e della violenza, di cui è stata vittima in prima persona: ma molte decine di ragazze attraverso il suo impegno e il suo lavoro hanno visto qui in Italia un’alternativa alla prospettiva di schiavitù a cui quasi tutte loro credono di essere condannate, specialmente quelle che non sono mai andate a scuola. Habiba non riuscirà a aiutare tutte le persone che vede e che incontra, ma oggi dopo la conferenza ha accompagnato un ragazzo in ospedale e già che si trovava è passata al Cenro Astalli a prendere una giacca pesante, perché lui ieri tremava di freddo. E quando un altro ragazzo africano oggi le ha chiesto più informazioni su Makì, chiedendo se forse può dare un lavoretto anche a lui, lei si è voltata, gli ha fatto un sorriso e ha chiesto: “Sai cucinare? No? Beh, imparerai”. Trovo in loro e in molte donne rifugiate che ho incontrato quella miracolosa capacità di non spezzarsi, di non rannicchiarsi in se stesse davanti al dolore ma di continuare a slanciarsi con generosità verso gli altri. Penso a quante volte mi convinco che la soluzione ai miei dolori sia chiudere gli occhi, a quante mattine mi sveglio con la tentazione di nascondermi in una stanza buia e non uscire. E al fatto che mai, in tutti questi anni, l’ho fatto davvero.

Questo mi fa venire in mente un ultimo punto, che alla fine mi riporta a dove sono partita. Il senso dell’iniziativa di oggi era sottolineare che oggi in Italia essere donne significa ricchezza nella diversità: come è sempre stato, in fondo, ma in qualche modo ancora di più di prima. Riusciamo, in quanto donne, a fare sentire la nostra voce? Riusciamo a capire le ragioni delle une e delle altre senza appiccicarci reciprocamente etichette? Mi pare un obiettivo eccessivamente ambizioso. Mi accontenterei di molto meno. Mi accontenterei dei quattro desideri per mia figlia Meryem che esprimevo cinque anni fa a cui ne aggiungerei un quinto: che Meryem non si stanchi mai di meravigliarsi e di gioire per la straordinaria varietà e bellezza del mondo e di chi lo abita.

Qui un video (in cui per un attimo mi si vede anche)