Getsemani


La scorsa settimana mi sono trovata con il mio nuovo capo, psicoterapeuta, a parlare a cena niente meno che dei Vangeli. Sono un territorio che mi è familiare e in qualche modo mi rendo conto che avevo la pretesa di saperne più di lui, notoriamente ateo, sull’argomento.

Però mi ha fatto cogliere un aspetto a cui non avevo mai pensato. Raccontava che talora, anche in terapia, utilizza il racconto dell’orto degli ulivi. Un racconto, a sentir lui, del tutto paradossale. Quanta probabilità c’era che, dato un gruppo di discepoli fidatissimi, pronti a morire per il proprio maestro, in seguito all’espressa richiesta di lui di vegliare si addormentassero tutti? Non uno, non la metà. Tutti.

Cosa ci insegna questo episodio? Secondo lui è davvero istruttivo sulle aspettative che tutti noi nutriamo verso le persone che amiamo. Si deve forse dedurre che i discepoli, vinti dal sonno, non amassero Gesù o non lo amassero abbastanza? La storia nel suo complesso ci dice che non è così. Il racconto mostra altro. Che ci possono essere mille ragioni perché chi amiamo finisce per deludere le nostre aspettative. Magari avevamo aspettative non realistiche, magari non consideravamo le sue esigenze, magari è successo uno dei tanti intoppi di comunicazione o di relazioni che non fa girare le cose come le avevamo pensate. Quel sonno non è la misura del non amore. Rifletterci può essere utile.

In particolare mi è utile stasera e la riflessione mi convince pienamente. È stata una giornata emotivamente intensa. A tratti mi sono sentita sola e avrei tanto voluto non esserlo. Però in questo momento un po’ lo sono, per un incrocio di circostanze, di geografia, di vicende anagrafiche. Qualcosa si riesce a parare e se devo essere onesta il raccolto delle mie frammentarie richieste di soccorso è stato soddisfacente. Non si è addormentato nessuno. Però mi sarebbe servito proprio un abbraccio fisico, tangibile, tanto tempo, tanta pazienza.

La mia professoressa di italiano delle medie diceva spesso: “Quando ti senti triste fino alla morte, ricordati che non sei solo nell’orto degli ulivi”. Non ho mai amato quel suo misticismo un po’ barocco e sofferente, ma anche questa frase ha la sua verità. Magari non nel modo che vorrei, ma sola non sono.

Ritmo e miscele


Ho già scritto che il tempo ultimamente mi pare scorrere più velocemente. Aggiungerei che il cambio di lavoro finalmente comincia a creare l’effetto che speravo: quello di una bella e vigorosa mescolata all’impasto di un dolce.

I vari progetti a cui sto lavorando da un lato mi mettono in contatto con realtà nuove, che mi interessano, dall’altro mi stanno permettendo di rinfrescare vecchi contatti e persino di scoprire connessioni impreviste.

Soprattutto sempre più spesso mi trovo nella posizione lavorativa per me ideale, a lavorare in gruppo tra pari. A prescindere da risultati e temi, è una bella sensazione, che ultimamente provavo troppo di rado.

Mi pare che la giusta quantità di aria fresca si stia amalgamando quindi al composto. Ne vedo gli effetti benefici anche fuori dal lavoro. Respiro, sono di buon umore, mi sento più tranquilla.

Spero che duri.

Di meno ma fa male


Uno dei miei punti di forza è la capacità di riprendermi dalle botte della vita. Riesco a farlo in primo luogo perché la mia memoria funziona in modo anomalo. Come una stoffa malamente rattoppata (e come il golfino che indossavo oggi…) ogni tanto si apre un buco in cui tanti rancori vengono inghiottiti. Non sono particolarmente generosa nel perdonare, ma per fortuna spesso mi dimentico di portare rancore. Mi dimentico anche perché dovrei portarlo. Però dimentico anche di chiedere scusa e i motivi per cui avrei dovuto farlo.

Ho una playlist su Spotify che si chiama Memories e negli ultimi due mesi mi ha riportato flash del passato, inclusi ricordi agrodolci. Penso in particolare a due amicizie che ho creduto eterne e che si sono spente di colpo nel nulla, dopo un periodo relativamente breve. Una aveva la suo colonna sonora e in qualche modo parte della sua essenza in alcune melodie pop israeliane. L’altra, legata ad Israele anch’essa, ha piuttosto il suono dei REM. Sarà per questo, oltre che per un paio di altre ragioni, che una parte di me è convinta che io debba ritornare a Gerusalemme, dove ho lasciato alcuni conti in sospeso con la giovane me che credeva di essere intelligente. Nel 1994 e poi ancora nel 1999, sempre di agosto. Ho assorbito gli urti, ho tirato dritto, ma i pezzi ancora non sono andati bene a posto.

Oggi mi trovo a rivivere per certi versi una situazione simile a quelle due. Anche in questo caso, assumo un’aria intelligente e matura (stavolta ho anche l’età dalla mia parte) e mi dico che sono cose che capitano. Ma non sono tanto convinta. Perché capitano? Perché a un certo punto ci si arrende alle incomprensioni e al silenzio?

Ho voluto bene, per un tempo più o meno lungo, a tutte e tre le persone a cui sto pensando questa sera, e ce ne aggiungo anche una quarta logicamente connessa e anch’essa persa, anche se meno subitaneamente e meno misteriosamente. Due donne, due uomini. Ancora oggi non posso fare a meno di pensare che mi dispiace che sia andata così. È stato uno spreco, come quando ti regalano una bella pianta e la lasci appassire per incuria, perché non ci pensi e, quando ci pensi, ti convinci che potrai occupartene dopo. Però dopo è troppo tardi o magari quel dopo non arriva nemmeno.

Il tempo e la scarsa memoria aiutano. Lo dice una canzone di Yehuda Poliker che ho sentito spesso in questi giorni: fa male, ma di meno / di meno, ma fa male.

Tempismo


Se guardo indietro, come mi capita spesso in questo periodo, ho l’impressione che le cose migliori che mi sono capitate siano imputabili a una felice coincidenza di spazi e di tempi. Trovarsi con il dito sulla macchina fotografica proprio quando lo scatto è quello giusto. Infilarsi nell’aula universitaria esattamente in quell’orario e incontrare il professore che tanta impronta intellettuale lascerà in te. Essere quella che studia ebraico a cui porre una domanda inconsueta e trovarsi all’avvio di un’amicizia quasi ventennale. Potrei continuare.

Non mi sono mai soffermata a pensare a quanti di questi misteriosi momenti di sincronia non sono invece avvenuti. Magari quando invece di sedermi in biblioteca sono andata a prendermi una bevanda al gusto di tè al limone alle macchinette. Quando ho detto o fatto la cosa sbagliata e un’alchimia positiva è scoppiata come una bolla di sapone. A volte me ne sono accorta (ma mai ad oggi sono riuscita a rimediare), più spesso no.

Poi ci sono le cose che capitano troppo tardi, o troppo presto. Quelle che credi di poterti godere piluccandole nel tempo e invece no, interviene qualcosa che lo rende impossibile. Ci sono le illusioni ottiche, gli abbagli.

Per fortuna non riesco neanche a figurarmi tutto quello che avrebbe potuto essere. Come mi trovavo a pensare ieri, non c’è niente di peggio che perdere l’ultimo treno per una manciata di minuti.

Se non si può ignorare di averlo perso, quel treno, si può almeno non essere del tutto sicuri che fosse l’ultimo.

Va tutto bene, eh? È solo che in questo maggio che pare novembre mi sento a tratti un po’ sopraffatta.

Montagne russe


Questo blog ha compiuto 15 anni e forse per questo non lo accudisco più come prima. Però lo continuo a guardare con affetto e rispetto, forse lo prendo persino più sul serio: custodisce molte cose, alcune senza importanza, altre per me utili e persino preziose.

Scrivo questo post dopo. Dopo alcuni cambiamenti importanti, il più evidente dei quali è quello lavorativo. Ma non è tanto di questo che voglio parlare, quanto di me in questo furioso alternarsi di paura e eccitazione, di gioia pura e di tristezza. Persino dolore. Da un paio di mesi sono a bordo di infernali montagne russe di emozioni e non c’è verso di scendere.

Mi sono chiesta a cosa posso aggrapparmi quando la discesa mi pare troppo ripida e dubito di tutto. Certamente la bellezza un po’ aiuta. Roma ogni tanto sembra farmi un cenno di incoraggiamento. Ma c’è stato anche tanto altro, in questo periodo. Sculture di Verrocchio, graffiti rinascimentali, persino un airone che faceva colazione lungo un fiume in una mattina struggente ma comunque a modo suo (agro)dolce. Ancora di più mi aiutano i momenti in cui mi trovo per caso sintonizzata su una frequenza che mi appartiene e allora riesco a splendere con disinvoltura, divertendomi persino, dimenticando remore, insicurezze e mancanze vere o presunte.

Sotto una perfetta luna piena, la settimana scorsa, mi sono ripromessa di coltivare una doverosa gratitudine per questa vita ricca che ho avuto e che ho ancora tra le dita, anche se in alcuni momenti i vuoti rimbombano più dei pieni.

Termini


Lunedì sera il nostro treno è arrivato a Termini a mezzanotte passata. Mentre facevamo la fila per un taxi, io avevo lo sguardo fisso alla carreggiata davanti a noi, dove le vetture bianche arrivavano per fortuna in rapida successione, talora sollevando alti spruzzi dalla pozzanghere della pioggia che evidentemente aveva bagnato la città in nostra assenza. Meryem invece guardava la fila di persone sdraiate lungo le porte dell’atrio. “Ma noi lasciamo tutti loro a dormire per strada ogni sera?”. Stavo per cominciare con il discorsetto sul fatto che magari per alcuni di loro è una scelta, che aiutarli non è così semplice, eccetera eccetera. Ma mi sono fermata in tempo. Chi vogliamo prendere in giro? Sì, è esattamente così. Noi ogni sera li lasciamo lì.

Ogni sera, a quanto ne so, lasciamo lì sempre più persone, perché è sempre più facile non avere diritto ad altro, non avere altra possibilità. E magari ci limitassimo a questo. Ieri, tornando a casa con l’autobus, un uomo in sedia a rotelle, palesemente senza dimora, ha cominciato a insultare alcuni passeggeri. “Pezzi di merda, scendete”, li apostrofava con voce impastata. A un certo punto ha persino allungato la mano contro un ragazzo, gridando: “Chi sei? Chi sei tu?”. Lui ha fatto un passo indietro e poi è sceso alla fermata successiva. Un signore che era in piedi lì accanto senza parere ha fatto un passetto in avanti, frapponendosi tra i due. Meryem mi ha guardato in attesa di un commento, che questa volta ho fatto. Sappiamo che molte persone non sono lucide e le condizioni in cui vivono non aiutano certo. In questi casi, semplicemente, è prudente allontanarsi senza dire niente.

Meryem ha annuito sospirando. Sa benissimo che vivere in strada è difficile, non solo per il freddo. Ha conosciuto Chiara, una signora dai capelli bianchi, che viveva per strada nel nostro quartiere. La scuola di Meryem le ha dato la possibilità di appoggiarsi in un capanno per gli attrezzi nel cortile e i bambini la conoscono e le vogliono bene. Le hanno chiesto qualcosa della sua vita faticosa e se qualcuno la deride si indignano. Chiara ha un nome, è parte della comunità. Ma tutti gli altri?

Mia figlia, a 11 anni, non fa fatica a capire che vivere ai margini annebbia la mente, fa perdere la dignità e il senso del limite. Sono sicura che se le dicessi che, su un autobus come quello su cui eravamo noi ieri, due persone senza fissa dimora si sono messe a discutere e a insultarsi senza particolare ragione e poi, scesi dall’autobus, uno dei due ha dato una coltellata all’altro urlandogli “italiano di merda” (era georgiano, per la cronaca), sospirerebbe, magari ne sarebbe turbata, ma non penserebbe che l’accoltellatore è un “terrorista” e l’altro un “cittadino innocente”. Magari si chiederebbe perché abbiamo lasciato entrambi a dormire per strada nel degrado feroce che esiste a Roma come in tante altre città del mondo, ma qui sembra dilagare.

Il nostro ministro dell’interno, a quanto pare, ha preferito dare un’altra versione dei fatti. Sguaiata, offensiva, pretestuosa. Altri – che peraltro questa città amministrano – rispondono in modo altrettanto pretestuoso, rivelando come sempre superficialità e vigliaccheria, pronti a schivare qualunque responsabilità.

Io continuo a insegnare a mia figlia quello che mi pare essenziale, e ciò che il senso di comunità è l’unica cosa che sostiene noi uomini, in tutto il mondo e anche sui mezzi pubblici di Roma. Tutto il resto è rumore.

Perdere tutto senza perdersi


Sto iniziando a mettere via le carte, i libri e le foto accumulate nel mio ufficio in tutti questi anni di lavoro. Ne ho trovato uno che vi trascrivo qui, ripensando all’autrice, che ci ha lasciato sette anni fa.
Trascrivendo oggi queste parole, mi pare che mi parlino oggi più di sette anni fa. Mi parlano di lei, mi parlano di tante persone care, ma mi parlano anche di me e del “lungo e dolente viaggio” degli ultimi sette anni.

Cosa sono le migrazioni forzate, l’esilio se non – innanzitutto ed essenzialmente – una prova? Forse la più estrema a cui l’uomo sia chiamato.
Un salto nel vuoto, un viaggio in fondo alla notte, in fondo a se stessi.
Con l’irrinunciabile fardello di tribolazioni e tradimenti, la desolante visione di opportunismi e di viltà. E al fianco sempre, inesorabile, la morte. Nell’opprimente peso di un giorno senza cielo, in attesa di un velato e lontanissimo domani.
Alla fine del viaggio, lungo come un tunnel senza luce, si può tuttavia scoprire la gemma preziosa, il fiore nascosto: la libertà dalla paura, dai legami materiali, da quelli affettivi.
E approdare a una riva che ci scopre nuovi, diversi. Forse migliori. Sebbene questo viaggio non sia e non possa essere stato scelto, voluto.
In questo tuffo nell’abisso profondo, oscuro della vita, per chi non vuole essere vittima della storia prima ancora che degli uomini, unica bussola a cui ancorarsi è la ricerca di assoluto, il gusto dell’eccellenza, là dove il destino ti conduce. Anche dall’altra parte del mondo.
Avanzando, capaci di guardarsi indietro senza essere risucchiati. Fedeli ma non prigionieri del passato. In equilibrio solitario fra più mondi, dimensioni. Con un tempo, prezioso, da rielaborare nel silenzio meditativo, orante della crescita interiore.
Per comprendere, infine, dopo un lungo e dolente viaggio, che si può perdere tutto e non perdersi. Innervata di senso, la vita può così nuovamente fluire verso il suo destino.

Ngô Đình Lệ Quyên

Dakar, 30 novembre 2010