L’arte del desiderio


Qualche giorno fa su Facebook girava un giochino che prevedeva in sostanza nel testare chi tra gli amici ci conosce meglio attraverso un questionario predefinito: l’interessato, prima di sfidare conoscenti e altri contatti doveva in sostanza scegliere la risposta giusta per ciascuna domanda tra una serie di opzioni. Non mancava, ovviamente, la domanda sui desideri: se il genio ti facesse la fatidica domanda, quale sarebbe la tua scelta? Quasi tutti quelli che conosco che ci sono cimentati in questo test, me compresa, hanno scelto l’opzione “altri tre desideri”. Sembra un’opzione furba, in effetti. Ma lo è davvero?

Ieri ho visto The Place, un film che ha molto a che fare con il tema dei desideri e di cosa si è davvero disposti a fare per vederli realizzati. Ma per tutta la sera mi tornava in mente un passaggio di C’era una volta, la serie tv che sto guardando adesso con Meryem. Il genio della lampada viene finalmente liberato e ha lui stesso la possibilità di esprimere il suo desiderio. Ma inaspettatamente risponde: “No, non voglio esprimerlo. Ho visto così tante persone rovinarsi perché il desiderio espresso si è effettivamente realizzato che mi pare meglio rinunciarvi”. Molto saggio. Peccato che poi si innamori, esprima di slancio un desiderio e firmi così, effettivamente, la sua condanna.

Mi chiedo dunque, alla fine di questo fine settimana, nel bel mezzo di un altro mese che mi scivola tra le dita: che cosa desidero? Scopro, con qualche sconcerto, non non saperlo. Se dovessi esprimere un desiderio oggi davvero avrei troppa paura di formularlo. Magari rinuncerei. Penso che sto cambiando, che magari sono già cambiata. Se guardo indiero mi pare di avere per tanto tempo desiderato ardentemente l’impossibile. Un fisico diverso, essere popolare, tanti amici, amori mai corrisposti, la possibilità di vivere facendo ciò che amavo di più al mondo, un figlio per tanti anni, una vita che non deludesse le aspettative mie e degli altri. Oggi no, non mi viene nulla. Ho desiderato di buttare la maggior parte dei mobili della mia casa e in effetti l’ho fatto. Ora mi trovo solo con ombre di desideri, tipo “andare avanti senza fare troppi danni”. Peccato.

I valori non negoziabili (di noi gorilla)


Xavier Hubert Brierre è un fotografo francese che ha osservato (e raccontato in un video, questo) come si comportano gli animali selvatici quando si trovano di fronte alla propria immagine riflessa in uno specchio. Dopo la pubblicazione del piano integrazione e successive interviste e dichiarazioni a chiosa del documento generosamente elargite ai media dal Ministro Minniti, il pensiero è corso a una sequenza del video e, più precisamente, al moto di aggressività del gorilla che salta addosso alla propria immagine.

Due infatti sarebbero i valori non negoziabili della società italiana, severamente sottolineati dal Ministro in più occasioni. Quelli su cui nessuno di noi è disposto a transigere. La parità tra uomo e donna e la laicità dello Stato.

Pausa di silenzio.

Ma sul serio? Viviamo in un Paese in cui la ministra della pubblica istruzione esorta “le mamme” a rassegnarsi alla necessità di andare a prendere i figli a scuola fino a 14 anni. In un Paese costituito faticosamente a spese dello Stato della Chiesa e in cui il Vaticano è presenza politica assolutamente rilevante (che io sappia la chiesa cattolica romana è ad oggi l’unica fede religiosa dotata di potere temporale riconosciuto da tutta la comunità internazionale). E taccio, per pudore, di tutto ciò che avviene ad opera di attori non statali (femminicidi, discriminazioni di ogni genere, commistioni e ingerenze continue del potere religioso nella vita politica e civile). Davvero siamo nella posizione di puntare il dito verso gli stranieri che potenzialmente potrebbero non condividere pienamente questi valori?

Non sarebbe più onesto dire che tutti noi italiani, insieme agli stranieri, vogliamo impegnarci ogni giorno perché questi valori fondamentali non restino, come purtroppo è oggi, sostanzialmente lettera morta? E, mi sento di dire, che probabilmente l’esperienza e il punto di vista di cittadini di Paesi in cui capi di Stato donne sono la norma, o comunque meno rari che in Italia, e dove la presenza di più comunità religiose nel tempo ha insegnato davvero qualcosa potrebbe esserci davvero preziosa.

Sempre che siamo disposti a guardare al di là dello specchio, si intende.

Sfide


Molti anni fa ho incontrato inaspettatamente vicino casa mia una compagna di università che non vedevo da un bel po’. Lei, una bella ragazza bionda e longilinea dall’aria spiccatamente aristocratica, per salutarmi si è tolta un grosso casco ed è smontata con grazia da una moto che a me pareva enorme, potentissima. La conoscevo poco, ai tempi dell’università. Ma da quel momento ho iniziato a vederla in una luce diversa e non sono rimasta particolarmente sorpresa quando ho scoperto che, tra i suoi vari talenti, è insegnante di kung fu.

Sono passati molti anni ancora, fino a ieri, quando per la prima volta ho fatto lezione con lei come insegnante. Non è che ambisca a diventare una grande combattente o a finire in un film di animazione come controfigura di un panda. Conoscere i propri limiti e spingersi un po’ più in là, questa sarebbe la finalità del corso, che spero davvero di riuscire a frequentare.

La questione dei limiti ultimamente mi brucia un po’. Quelli fisici sono sempre più evidenti, ma in qualche modo sono più preparata a farci i conti. Non sono mai stata una persona in smagliante forma fisica. Sono gli altri che mi fanno più male e che feriscono maggiormente il mio orgoglio. Almeno in alcune cose fin da piccola sono abituata ad eccellere. Oggi, a 44 anni, uno a uno questi campi si sono rivelati in tutta la loro irrilevanza. Mi trovo a faticare e annaspare un po’ su tutti i fronti.

Mi dico che forse la maturità è questo: fare i conti con onestà con tutte le insufficienze, conviverci, superarle o compensarle per quanto possibile. La testa ci arriva, ma il cuore certi giorni sembra andare in frantumi.

Vigilie vulnerabili


“Quando l’uomo appetisce disordinatamente qualche cosa, diventa inquieto dentro di sé”, scrive S. Ignazio. Mi pare una buona definizione per la vigilia di queste vacanze 2017.

Al di là del solito viaggione un po’ sbilenco in cui ancora quest’anno mi lancerò con Meryem e, all’inizio, con un paio di amici fidati, questa partenza per qualche ragione sta evidenziando la mia urgente necessità di ritrovare un equilibrio che vacilla.

I cambiamenti, che bella cosa, direte voi. Beh, non so. Io sono nota appunto per la mia irrequietezza, ma negli ultimi mesi sto prendendo atto che certe cose sono già irrimediabilmente cambiate, che altre cambieranno e che forse, timidamente, inizio a contemplare l’ipotesi di metterne in discussione almeno un’altra, importante.

Facciamo qualche esempio, per uscire dalla vaghezza? Il quadro delle politiche sui rifugiati e, più ancora, il clima culturale che le accompagnano, è cambiato in modo importante. Ovviamente, dal mio personale punto di osservazione, in peggio. E questo apre per me una scomoda domanda, sul senso ultimo del mio lavoro ma, più ancora, del mio essere cittadina di un’Europa e di un’Italia che prendono simili decisioni.

Intanto ho smantellato il mio appartamento, in cui vivo dal 2001. Là per là è stato liberatorio, al momento un angoscioso senso di insufficienza mi prende alla gola e mi ha tenuto sveglia varie notti, tra cui l’ultima. La pars construens non è decisamente il mio forte. Mi paralizzo davanti a qualunque questione pratica, confondo misure e cifre di preventivi, mi perdo nelle più banali decisioni. In una parola: mi sento e sono idiota. Sotto sotto, dura a morire, c’è la convinzione che mettere su casa sia una cosa di coppia, di famiglia.

E qui realizzo che, dopo un processo di non so più quanti anni, anche la fase di coppia per me è archiviata. Nel migliore dei modi, con tanto affetto, amicizia, empatia, genitorialità condivisa e mutuo sostegno (incluso in questi maledetti lavori). Ma pur sempre conclusa e, consentitemi un termine poco incoraggiante, fallita.

A proposito di genitorialità e di cambiamenti: con Meryem, ancora una volta, sento e so che è tutto da costruire da capo. Fin qui mi ritengo fortunata, quasi miracolata, e a sprazzi mi dico che qualche cosa di giusto da madre devo averla fatta anche io. Mi dò delle gran pacche sulle spalle per incoraggiarmi e gongolo ogni volta che qualcuno loda la mia ex bambina per la sua piacevole compagnia e per quanto è brillante e bella. Però, come sempre, da questo momento in poi mi devo rigiocare tutto e la portata della sfida mi fa tremare le vene dei polsi.

E dunque? Mi rimetto in spalla uno zaino le cui cuciture, molto appropriatamente, cominciano a cedere. Probabilmente questa sarà la sua ultima cavalcata. Rimando al mio ritorno i molti propositi disordinati, che comprendono persino una ricerca delle mie radici. Ne aggiungo uno, quello di ordinare almeno quelli, se non gli affetti. Chissà che non mi passi un po’ l’inquietudine.

 

Di Venere e di Marte


Come sa chi mi segue sui social, è arrivato ineluttabile il momento che rimandavo da 17 anni circa: bisogna rifare l’impianto elettrico del mio appartamento. Una casa con cui non è mai scattata una scintilla d’amore, ma che è pur sempre la mia casa, specialmente ora che ho finito di pagare il mutuo. Da settembre in effetti avevo cominciato il processo di scarto del superfluo, ma davanti ai mobili da smontare mi ero arenata. La necessità di intervenire pesantemente mi darà almeno l’opportunità di buttare una parte rilevante di ciò che si è accatastato nel tempo.

Che bello, diranno i miei lettori. E qualcuno si azzarda a dirmelo anche dal vivo. Io fatico assai a vedere il lato positivo del vivere per due mesi almeno fuori da casa mia (siamo sfollate a casa di mia madre), assistendo passiva (la mia inettitudine in ogni questione pratica è notoria) a un’operazione che mi costerà verosimilmente il doppio di quanto mi viene al momento preventivato – e comunque uno sproposito. Con l’aggravante che io una sistemazione migliore per la mia casa non riesco davvero a immaginarla. Ho il forte sospetto che, passato il cataclisma, mi troverò in un luogo del tutto equivalente a quello che faticosamente sto facendo smantellare.

Ultima maledizione che incombe su di me: questo film, dalla cui visione a suo tempo trassi argute considerazioni metaforiche, ma che oggi mi si ripropone in tutto il suo crudo significato letterale. Paese che vai, operaio che trovi. Il direttore dei lavori però è romano. “Lunedì non possiamo cominciare”. “Allora magari martedì?”, suggerisco speranzosa. “No, mai. Di Venere e di Marte…”. Già. Non si sposa, non si parte e non si dà nemmeno principio all’arte. La pluridecennale esperienza di L. conferma che tutti i lavori da lui iniziati di martedì o di venerdì sono stati “un bagno di sangue”. Conveniamo che conviene partire sotto presagi migliori.

Domani è mercoledì. Vi terrò aggiornati.

 

Noi, loro


Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Certamente. Ma è anche vero che per far cadere un albero ci vuole pochissimo tempo, per farlo crescere molto molto di più. Quindi non si tratta solo di rumore, si tratta di danneggiamento del lavorio paziente di tanti altri.

La fiducia necessita di tempi lunghi. Ma per la diffidenza basta un attimo.

Tutto questo per dire che viviamo dei tempi difficili, in cui credo davvero che se non siamo nella posizione di migliorare le cose almeno sarebbe nostro preciso dovere non peggiorarle. Se non possiamo far sentire meno isolato e additato il capro espiatorio di turno, almeno dovremmo astenerci dal dare manforte a chi moltiplica la violenza.

La violenza fisica è solo l’ultimo anello di una lunga catena che costruisce per alcuni una posizione di inferiorità. Argomenti apparentemente razionali, spesso suffragati da sondaggi e numeri, ma che in realtà servono specialmente ad argomentare una diversità sostanziale, che giustifica “le maniere forti”. Una connessione tra una categoria di persone generica (e per generica intendo banalmente che include centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di singoli individui), a prescindere da cosa il singolo membro della categoria sia o faccia, e un’alterità, una sostanziale estraneità.

Loro. Loro pensano che. Loro vogliono. Loro. Non noi. Contro di noi. Non saremo disposti a tollerare che loro… Non c’è posto per loro, non cederemo di un millimetro. Anche se quei loro, finché qualcuno ce l’ha fatto notare, erano solo i miei vicini di casa, i compagni di classe di mia figlia, le persone che incrocio ogni mattina per strada.

Ieri un giurista di cui ho immensa stima, Lorenzo Trucco, ci ha ricordato ciò che scriveva Norberto Bobbio nel 1992 su La Stampa. Lo ricordo anche a voi, perché ci riflettiate con me.

L’essenza della democrazia è esattamente l’opposto del razzismo. Nonostante la continua sofferenza di essere costretti a vivere in una democrazia sgangheratissima come la nostra, non ci stancheremo mai di mettere in evidenza i pregi dello stato democratico, malgrado le sue magagne, rispetto a tutte le forme di governo. Democrazia e razzismo, in tutte le sue manifestazioni, sono incompatibili per almeno due ragioni.

La democrazia è fondata su valori universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’altro, la tolleranza, e soprattutto la non violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, anche violento.
In secondo luogo la democrazia è inclusiva, nel senso che tende ad includere coloro che stanno fuori per allargare ad altri i propri benefici.

Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso ad oggi, è stato un processo graduale d’inclusione dei diversi.
Il dispotismo è esclusivo: tende, se mai, a escludere i già inclusi.
Naturalmente non si può includere tutto e tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, ma una democrazia non può essere “esclusiva” senza rinunciare ad essere una “società aperta”, ossia senza negare se stessa.

 

Semplice è meglio?


Semplice, facile, veloce. Molte cose, dalla ricerca di informazioni agli acquisti di ogni genere, oggi sono così. Persino le pratiche burocratiche, nei casi più fortunati (e quando non lo sono ancora sbuffiamo forte). La semplicità è spesso – a ragione – un punto di forza, un valore aggiunto, un ideale. Semplice è anche una parola chiave della comunicazione. Uno dei pochi concetti che mi sono chiari della “teoria dei blog”, che disattendo da 13 anni, è che i post devono essere semplici da leggere (e preferibilmente brevi).

Quest’anno ho avuto l’occasione di incontrare qualche volta Emma Bonino, una donna notevole da molti punti di vista e certamente straordinariamente intensa. Nella prima di queste occasioni lei ha buttato lì una frase che mi ha fatto pensare: “Dovremmo rieducarci alla complessità”. E ha subito aggiunto (cito a memoria, ovviamente): “Non dovrebbe essere così difficile. L’esperienza personale di ciascuno di noi è di solito straordinariamente complessa”.

C’è differenza tra il legittimo desiderio di semplificarsi la vita e la semplificazione brutale, a volte violenta, a cui il più delle volte inconsapevolmente sottoponiamo persone e situazioni. L’esigenza di “parlare in generale” è una scusante che vale fino a un certo punto.

Non sempre semplificare è preferibile. Ma soprattutto semplificare richiede una profonda conoscenza dell’argomento che si deve semplificare unita alla competenza aggiuntiva di sapere spiegare le cose. Oggi mi capita giusto un esempio calzante, il commento di Silvia Tropea sulla sentenza della corte di Cassazione in merito all’assegno di divorzio. Leggere questo post (non un voluminoso libro specialistico) mi ha in primo luogo fatto capire i termini della questione: cos’è una sentenza della Corte di Cassazione, che peso ha o potrebbe avere, in che contesto nasce, eccetera. Poi mi ha spiegato semplicemente le implicazioni e i possibili scenari. Finora avevo letto titoli di giornali condivisi qui e là sui social e commentati da opposte tifoserie. Un rumore inutile che in nulla contribuisce a farsi un’opinione.

A volte la semplificazione è necessaria e indispensabile. Ad esempio nei libri di testo per le elementari, tanto per fare un esempio di vita vissuta – e assai dolorosamente. Mia figlia ha un libro di testo scritto in linguaggio a lei comprensibile, assai sintetico e soprattutto pieno di sacrosante stupidaggini, evidentemente false. Io me ne accorgo sulla storia antica, ma se mia figlia avesse un libro di scienze mi dicono che anche quello sarebbe una fonte sicura di assurdità. Io domenica scorsa ho appreso, ad esempio, che i fenici non costruivano templi. Mettetevi nei panni di una che si è laureata con una tesi su uno di questi inesistenti templi fenici… Ma più ancora delle informazioni scarse e scorrette, mi colpisce la selezione degli argomenti. Torno con un esempio sui popoli antichi. Di ciascun popolo si dicono poche cose, si suppone le più importanti. Ebbene, una frase su “da dove veniva” il popolo in questione c’è sempre. Io mi chiedo: ma perché questa cosa è considerata così irrinunciabile? Non basterebbe dire che in un certo periodo, in un certo luogo, viveva il tale popolo? Perché attingere a fantasiosi miti delle origini, talora inventati di sana pianta dall’autore del testo stesso per riempire una casellina su cui neppure le fonti letterarie ci soccorrono? Perché che gli ebrei siano originari di Ur e quindi della Mesopotamia è magari scientificamente opinabile, ma che i babilonesi siano originari della penisola arabica è abbastanza creativo. Per non parlare del fatto che classificare mentalmente i popoli abbinandoli ad un aggettivo (bellicosi ittiti, feroci accadi, industriosi fenici e via così) è l’anticamera se non del razzismo quantomeno del pregiudizio.

Sono sempre più convinta che educare alla complessità sia importante, fin dalle elementari. Questo ovviamente non vuol dire subissare i bambini di informazioni o costringerli a leggere testi complicati e non adatti alla loro età. Ma sottolineare le sfumature, i distinguo e soprattutto la violenza potenziale di una definizione categorica. Educare alle differenze è uno slogan vuoto se non si abbina alla costruzione effettiva di una flessibilità mentale che non è relativismo, ma consapevolezza che molti dei nostri assunti non sono gli unici possibili. I miei studi universitari, per una fortunata combinazione di incontri e letture, mi hanno molto allenato e rafforzato su questo fronte. Io ci ho aggiunto di mio una tendenza all’irrequietezza mentale e spirituale che rifugge dalle gabbie di qualunque tipo. Ma credo davvero che la sfida più grande per l’educazione sia mettere in grado ciascuno di non temere la complessità, di saperla gestire senza esserne sopraffatto e anzi di goderne l’intrinseca bellezza.