Fuga a Napoli


Sul treno che mi porta a Napoli per un weekend senza altra ragione che non sprecare un biglietto gratuito del treno, rimandato a settembre e recuperato a caso in questi giorni parrebbe piovosi, lascio la parola al Tarocco, burbero amico che mi accompagna a tratti negli ultimi anni e che qualche volta qualcosa di sensato la dice (anche se io non sempre la colgo).

“Mi chiedi di descrivere questo fine settimana che ti aspetta e di darti un consiglio. Che dire? Certo è qualcosa che ti sei voluta concedere perché ti è parso giusto, spingendo più con la testa che con altro. Ma non vuol dire che sia un male, intendiamoci. Alla fine lo scopo di tutto ciò l’hai intuito la scorsa settimana: ricaricare quell’energia dei bastoni che a luglio scorso era scesa pericolosamente sotto la soglia di guardia, facendoti dire che niente, proprio niente (persone, cose, idee, progetti) ti entusiasmava. Eri proprio in riserva, giusto? Ecco, quel tre di bastoni a me pare una ripartenza, timida, ma comunque apprezzabile.

Consigli? Lasciati i programmi aperti e ricordati di non strafare con le spese, che va bene la creatività, l’entusiasmo e il fuoco del vivere, ma il tuo conto in banca sempre quello è. Divertiti, squinternata!”

Treni e binari


L’altra sera mi è arrivata una considerazione su di me che con ogni probabilità non voleva essere neanche una critica, ma mi ha ferito proprio perché mi ha punto sul vivo. “Tu sei una musicista classica, ti attieni allo spartito, a quello che è scritto. Il musicista classico è un treno, che mette tutto sui binari. Chi improvvisa si prende il rischio di fare a meno dei binari”.

Anche nella breve finestra della mia vita in cui ho suonicchiato, sono stata incapace di improvvisare. Credevo fosse soprattutto per incapacità tecnica e, se vogliamo, per quella mancanza di talento artistico che in me ho sempre dato per scontata. Oggi realizzo che soprattutto, nella musica come nella vita, quello che mi blocca è la paura.

“Io non ho paura di niente”, mi sono sentita dire, tra il serio e il faceto, da due persone diverse nell’ultimo mese. Una forse lo diceva soprattutto per convincere se stessa, la seconda chissà. Io invece di paura ne ho molta, continuamente. Forse più che paura è più giusto chiamarla mancanza di coraggio, insicurezza, esitazione. E ne soffro, perché io una vita fuori dai binari in fondo la sogno da sempre. Un po’ persino nei fatti ho finito per averla, sotto certi aspetti.

Ma quelle deviazioni dal tracciato, anche quelle che più corrispondevano alla mia natura (quale che essa sia) in fondo le ho sempre considerate scivoloni, fallimenti, tentativi apprezzabilmente creativi di rabberciare una mancanza.

“È felice chi è libero ed è libero chi è coraggioso”. In questo momento della vita forse sarebbe il momento di arrendersi al fatto che no, nonostante le apparenze, non sono una musicista classica. Forse semplicemente non sono una musicista. Ma il pensiero di saltare via dai binari a scorrazzare per prati come il filobus 75 di Rodari, almeno ogni tanto, mi appare tanto desiderabile che magari dovrei semplicemente farlo.

La pazienza non è il mio forte


Sarà per motivi astrologici, o forse più banalmente caratteriali, ma davvero io vorrei tutto e subito. Appena inizio a appassionarmi a qualcosa (un progetto, un’idea, una persona…) inizio a correre, con la mente, con le aspettative e qualche volta pure con le azioni (salvo pentirmene). E allora, spesso e volentieri, vado a sbattere, finendo per frantumare malamente qualunque promettente inizio.

Eppure l’età e l’esperienza dovrebbero avermi insegnato che tutto in fondo si riduce a una questione di tempi. La sincronicità per dir così spontanea è incantevole appunto perché è rara e, soprattutto, episodica. Per tutto il resto c’è la pianificazione, il metronomo, e appunto la pazienza.

Io immediatamente scalpito. Alla minima battuta di arresto comincio a guardarmi alle spalle, a cercare una via di fuga e a imbastire complicate e farraginose giustificazioni da dare in pasto alla mia delusione.

Il problema è che a volte oltre alla pazienza mi manca la costanza. Sull’onda del primo slancio tiro fuori picchi di energia e di positività, ma se perdo interesse finisco per sfilacciarmi e non combinare granché. Mi è dispiaciuto spesso di essermi dimenticata del tutto dell’entusiasmo provato per qualcosa o per qualcuno se, come avviene spesso, quel seme è caduto sul bordo della strada ed è stato mangiato dagli uccelli di passaggio, invece di attecchire in un terreno qualsiasi.

Vorrei essere capace di coltivare le cose nel tempo che ci vuole, con le pause fisiologiche e il ritmo tranquillo della vita normale. Di non far seccare qualunque pianta del mio balcone. Vorrei essere in grado di non trovarmi a dubitare della realtà stessa delle cose solo perché non sono evolute immediatamente in uno dei vari modi che mi ero figurata nella mia testa. Ma questo vorrebbe probabilmente dire fantasticare di meno, non lanciarmi in appassionanti simulazioni di dialoghi tra me e me, accettare la realtà per quel che è. Non so se sono pronta.

“Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
Ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
L’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
Preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
Che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
Ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti…”

Mantenere


Pensavo oggi, camminando in silenzio in un parco di una città non mia, che arriva un momento della vita in cui la maggior parte delle energie va necessariamente per mandare avanti la vita che ci troviamo a vivere. A me piacerebbe pensare che i progetti, il desiderio di cambiamento e i colpi di scena abbiano una rilevanza straordinaria, ma (per fortuna?) non è così. Mi guardo intorno e vedo tanti che, come me, tengono. Certe volte con grazia e disinvoltura, altre volte a denti stretti, senza riuscire a alzare la testa pure se vorrebbero.

E poi, naturalmente, ci sono quelli che, più o meno spettacolarmente, non tengono. Per un momento, per venti minuti, per qualche giorno. O anche irreversibilmente.

A me cosa serve per tenere? Forse in questo periodo l’universo cerca di suggerirmi che quasi tutto quello che credevo essenziale non è indispensabile. Certo, quando lo ho sono felice. Lo sono stata molto in questi quasi 50 anni, per le motivazioni più diverse. Alcune esperienze, me lo diceva un giovane sorridente giusto l’altra sera, hanno ancora il potere di farmi brillare gli occhi, anche se sono finite.

La felicità certamente aiuta, ma non è indispensabile per tenere. Cosa lo è? È una domanda che mi tormenta in questi giorni. Forse il rispetto, di se stessi e degli altri, e il senso della misura.

Mi piacerebbe che le motivazioni siano più nobili e profonde, che possano suonare più convincenti. E ovviamente alcuni impegni presi segnano binari più profondi di altri, da cui deragliare è più difficile (seppure non impossibile). Ma oggi queste trovo e comunque non è poco.

Perfectoful


Oggi sono passata in tintoria. Avevo dimenticato il mio vestito colore tabacco lasciato lì quando, pur avendolo scelto per una serata molto speciale, lo avevo dovuto scartare perché macchiato. La macchia ora non c’è più, ma sono sparite anche tante altre cose in queste settimane.

Mi è sparito soprattutto il sorriso dalla faccia, quel sorriso che non mi sentivo sulle labbra da tanti anni. La sorpresa, l’aspettativa e anche quella inspiegabile sicurezza che provavo in quei momenti di un passato che mi pare remotissimo.

Ho riposto il vestito nell’armadio. Cercando la ricevuta nel portafoglio, senza trovarla, ho visto che invece un foglietto scritto in stampatello c’è ancora. Non l’ho aperto, fa troppo male.

Mi faccio forza o piuttosto mi forzo a essere assennata. Però non posso fare a meno di pensare che no, non è giusto. Non me lo meritavo nemmeno io. Certo utima nella fila di sconosciuti che hanno più diritto di me di piangere, ma lo stesso avrei voglia di urlare, di ribattere, di cambiare le cose.

Penso a una situazione diversissima, in quegli stessi giorni bui, in cui sono riuscita a dire a una persona: “No, non te ne andare così”. Vorrei tanto essere stata capace di dirlo anche una settimana prima. Magari non cambiava nulla. Oppure magari avrei saputo allora quello che ho realizzato troppo tardi: era l’ultima volta che ci vedevamo.

Sipario


E poi succede che si rimane senza parole e basta. Ieri ho ritrovato sensazioni che non ricordavo di aver provato, e invece sì, le ho riconosciute tutte. Giusto la sera prima, con un’amica, si parlava del fatto che la memoria del trauma è nel corpo. Quanto è vero.

Io da ieri ad esempio ho i crampi alle gambe. Mi era successo anche venti anni fa, quando per la prima e unica volta della mia vita sono scappata dal lavoro e barcollavo davanti a una fontanella in una traversa della via Flaminia.

Il rumore nella testa è assordante. Il dubbio logora, ma la certezza che non verrà mai più sciolto toglie la luce e il respiro in un modo del tutto diverso. Restano davvero solo i miei pensieri, le mie fantasie, i miei ricordi della cui affidabilità non sono più sicura. Le domande che è inutile farsi e che so già che mi farò per i prossimi 20 anni, perché da quando ho cominciato per la prima volta non ho più smesso. E mi è familiare anche l’orrore delle cose lette qua e là, dette a mezza bocca o anche solo insinuate. “Non fate troppi pettegolezzi”, diceva bene Pavese.

Ancora una volta, si ricomincia da capo. I miei sogni di stanotte, didascalici e ingenui, mi fanno tenerezza. So cosa mi devo raccontare per andare avanti e prima o poi me ne convincerò anche io.

2002-2012-2022. A cadenza decennale mi ritrovo ad affrontare l’impensabile e l’indicibile. Mi ricordo che l’ho già fatto, quindi. La cosa non mi conforta, ma in un certo senso prova che si possono mettere anche questi traumi nuovi da qualche parte e portarseli dietro. Dove me lo porterò, poi. La voglia di rimettersi in cammino in questo momento vacilla.

Mi sforzo di ricordare che non sono io la protagonista di questo dolore. A rigore sono solo una che passava vicino ed è stata investita dall’onda d’urto. Mi fanno tristezza quelli che sgomitano per accaparrarsi un posto in prima fila nelle tragedie. Non inizierò adesso.

Martedì mattina, a Palermo, ho scritto due nomi sul registro davanti alla statua della Madonna del Rosario. Accanto al primo ho precisato che non sapevo perché avesse bisogno di protezione (ma confidavo che la Madonna al contrario di me lo sapesse). Questo mio pensiero ingenuo e goffo non ha prodotto un miracolo. Non ho abbastanza fede, per questo. Ma voglio pensare che qualche effetto misterioso, che né io né altri sapremo mai, l’abbia comunque avuto.

Di meno ma fa male


Probabilmente lo avrò già raccontato: c’è una canzone di Yehuda Poliker che mi accompagna almeno da un ventennio e il cui ritornello mi sorprendo a fischiettare per strada, specialmente in giornate come quella di oggi: “Fa male, ma di meno / Di meno, ma ancora fa male”.

Come a volte capita, in un momento in cui mi pareva di aver imboccato un percorso positivo e promettente, mi sono trovata sul muso una serie di porte che si chiudevano inaspettatamente. Una, forse più inspiegabile delle altre, mi ha fatto male sul serio.

Sono passate quasi due settimane da quel cambio di vento. Se avessi saputo, in quel momento, che il percorso al buio sarebbe stato così lungo, mi sarei scoraggiata anche di più di quanto non fossi allora. E invece, come dice la canzone, forse oggi fa un po’ meno male. Ci si abitua, forse ci si rassegna un po’. Le cose che non si possono cambiare si ingoiano. Quelle che martellano nella testa continuano a martellare, ma ogni tanto anche quello lo riesco a registrare come rumore di fondo.

Di meno, ma certamente fa male ancora. Tanto.

Kippur


Stamattina ascoltavo un po’ distrattamente il messaggio augurale del Rabbino capo Di Segni alla fine dello Yom Kippur e mi hanno colpito due frasi, persino un po’ banali e didascaliche, sul significato della festa. “Kippur è il giorno nel quale ciascuno deve completare un esame di coscienza che mette in discussione le scelte sbagliate fatte fino a quel momento. Nessun danno è irreparabile, nessuna colpa lascia una macchia perenne”.

Ho realizzato di colpo che questo concetto per me è sempre stato problematico e so anche perché, anche se ormai si supporrebbe che dovrei non esserne condizionata. Mio padre da piccola mi diceva sempre (o almeno così pare a me, magari me lo ha detto solo una volta in un momento di stizza o di sconforto, vai a sapere) che chiedere scusa è inutile, tanto ormai il danno è fatto.

Io ho sempre sinceramente creduto di essere pronta a perdonare e a dimenticare qualunque cosa, ma sotto sotto so che non è così. Ci sono episodi che ho percepito come torti nei miei confronti che non ho mai dimenticato e che in qualche misura hanno cambiato la storia di alcune mie relazioni (me ne viene in mente almeno una). Ma soprattutto ci sono cose fatte da me che ritengo irreparabili e da questa sensazione non riesco a liberarmi. Me ne sento addosso proprio la “macchia perenne”, per usare le parole di Di Segni.

È un po’ triste soprattutto pensare che, nonostante le dichiarazioni di intenti, non sono poi così capace di rimettermi in carreggiata, anche quando ho il sospetto di aver sbagliato. Più precisamente, se sono convinta di aver sbagliato mi lancio in scuse epocali, persino esagerate. Ma se non sono pienamente convinta, la strada non riesco a trovarla. Prevale quella sensazione di irrimediabile, di mancanza di speranza, che finisce per troncare ogni dialogo sul nascere.

Non ne vado fiera. Vorrei credere che nessun danno è irreparabile. A tratti vorrei anche essere quella che lo ripara, quel danno. Forse non ho abbastanza fede. Anzi, togliamo pure il forse.

Equilibrio


Rispetto all’apatia incolore di luglio, la ripresa di settembre si è caratterizzata per i forti scossoni. È proprio vero, bisogna stare attenti a quello che si desidera, perché potrebbe realizzarsi.

Quelle trascorse sono state decisamente settimane intense, piene, che mi hanno fatto sentire viva. Ho riso, ho vissuto momenti di sincero entusiasmo, ho acceso in cuor mio speranze che in fondo so essere irragionevoli – ma quanto mi piace essere ancora capace di sperare l’insperabile e di confidare nell’improbabile.

E come era logico che fosse, agli alti sono puntualmente seguiti i bassi, alle consolazioni le desolazioni (per dirla gesuiticamente). E adesso comincia il bello, mi viene da dire. È ora di verificare quanto sono in grado di conservare del moto di quell’entusiasmo adesso che il vento non pare più a favore. Se cederò alla tentazione di buttare il bambino insieme all’acqua sporca, come tante volte ho fatto in passato, o se mi sono fatta un minimo più saggia.

Non è facile guardare alla felicità recente quando si ha il sospetto che fosse, in parte, un miraggio. Ma mi ricordo come mi sentivo poco più di due mesi fa, quando non mi veniva in mente neppure una cosa che mi facesse battere il cuore. Ora onestamente non mi sento così. “Chi sospira spera, chi no disperato muore”. Ecco, oggi io sospiro. È già qualcosa.

Meno onore, grazie


“Questa cosa ti fa onore”. Una frase gentile, che voleva essere un complimento, o almeno un generico apprezzamento. Mi si è depositata in testa durante una telefonata, accompagnata da una crescente sensazione di scomodità. Ci sono voluti un paio di giorni per mettere a fuoco: io frasi così riferite a me non voglio più sentirle.

Queste cose che mi fanno onore sono anche quelle che più mi feriscono, mi affaticano, mi erodono quel naturale entusiasmo che è il vero nucleo vitale che mi tiene in piedi davanti agli urti della vita. Non voglio onore, voglio un po’ di felicità in più.

Avvicinandomi ai fatidici 50 anni il mio proposito chiaro è riuscire a fare a meno delle cose che mi fanno onore, così come del senso di dover mantenere a tutti i costi impegni presi, a prescindere dalle condizioni date. Voglio imparare a dire con più semplicità cosa desidero e a cercare di ottenerlo.

E così sia.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: