Immagino


Una serata tranquilla sul divano a immaginare altrui felicità. Quella di Meryem, che sta facendo il primo weekend fuori con gli amici della nuova classe e oggi, alle cinque, ha fatto il primo bagno al mare dell’anno e sembrava estate. E io penso che probabilmente è la prima volta che succede, che io non sia a fare quel primo bagno con lei, e sarà certamente l’inizio di una nuova normalità.

Staccarsi da lei. Mi ci preparo da anni, con la testa, ma continua ad essere durissima. Eppure mi è stato così facile sentire chiaramente che lei non era me, fin da quando non era ancora nata e dormiva nella mia pancia a orari diversi dai miei. Poi però ci sono stati 14 anni di giorni che si susseguivano, prima con lei in braccio, poi con lei per mano, infine con lei che allungava il passo davanti a me.

Oggi è ancora un po’ più difficile. Perché oggi oltre al bagno in mare senza di me ormai ci sono ampi spazi nel suo cuore a cui io non posso avere accesso. La guardo, e immagino. Immagino anche troppo, dietro una porta a volte chiusa e a volte no. Immagino cosa può aver suscitato una risposta brusca o un sorriso. Ma poi se immagino troppo finisce che faccio invasione di campo, che mi distraggo dall’unica cosa che davvero conta per me: lei.

E allora stasera mi concedo, da lontano, solo un’ultima immaginazione: quella di una felicità che non conosco e non conoscerò e che spero accompagni i prossimi mesi se, come temo, saranno in salita.

Luoghi comuni


Non me la sono mai cavata troppo bene con le vicende sentimentali. Non con le mie e neppure con quelle altrui. Non ricordo, infatti, grandi confidenze in merito da parte delle mie amiche. Pescando proprio nella memoria, ricordo una notte di capodanno passata a girare un po’ a casaccio con una compagna di studi che aveva preso la decisione di mollare il suo fidanzato storico per concedersi di più e di meglio. Oggi sono sposati con un figlio quasi adolescente e di quella notte di ribellione ricordo poco (ma temo che non sia per la lieve sbronza, quanto per il fatto che ci fosse ben poco di memorabile).

Ho coltivato con fedeltà commovente fino al masochismo storici amori non corrisposti. Uno, in particolare, mi ha accompagnato per una parte significativa della mia giovinezza e si è distinto perché, almeno per un po’, qualcuno ha creduto che potesse anche avere una qualche forma di concretizzazione. “Vedrai, non dura”, mi disse un’amica quando lui si fidanzò con una bionda apparentemente distante mille miglia dalle profondità intellettuali che ero convinta che condividessimo. Decine di anni dopo sono ancora sposati e hanno due figli.

Forse capirete che i tormenti sentimentali degli adolescenti mi fanno agitare sulla sedia e che vorrei tanto non vederli e non sentirli. Ma questo al moderno genitore empatico pare non riesca proprio. E quindi mi barcameno a tentativi, come riesco, difendendomi come posso e selezionando i messaggi. Perché tirare fuori i luoghi comuni sui maschi per una zitella come me è fin troppo facile. A piccole dosi serve persino.

Ma una cosa mi preme riuscire a ripeterla comunque: di innamorarsi vale sempre la pena, che poi è un po’ come dire che di vivere vale sempre la pena. È facile dirlo quando gli uccellini cinguettano e tutto va per il meglio. In quel caso, anzi, a nessuno verrebbe in mente nemmeno di pensarlo, per quanto è autoevidente. È quando ti viene il dubbio di aver sempre frainteso, quando anche nei ricordi più dolci si insinua il dubbio, che è importante ricordarlo a se stessi.

Non rimpiango neanche un giorno speso ad amare, chi se lo meritava, ma anche chi ha abbondantemente dimostrato di non meritarselo. E, per giunta, sono fiera di non essermi fatta furba nel frattempo. Oddio, magari un pochino non guasterebbe. Diciamo che sono fiera di essere ancora capace di entusiasmarmi e di affezionarmi, a costo di sembrare ingenua, perché in fondo quello che mi fa sorridere da sola per strada, il più delle volte, val bene qualche doccia fredda di tanto in tanto.

Biblia


Forse non tutti sanno che nella mia vita precedente sono (anche) stata una specie di biblista. Più precisamente, la filologia biblica era uno dei miei settori di ricerca e, diciamocelo, di puro divertimento. Quindi si potrebbe ragionevolmente pensare che io possegga un certo numero di testi della Bibbia, come sarebbe logico per uno studioso del campo. E invece no. Io di Bibbia in italiano ne ho sempre avuta solo una: una versione tascabile della Bibbia di Gerusalemme che mi è stata regalata per il compleanno dai miei genitori nel lontano 1982.

Casca a pezzi, ma non ho mai pensato di sostituirla. Quelle pagine sottilissime, pensavo ieri, sono state uno dei pochissimi elementi di continuità della mia vita. Mi hanno accompagnato per tutta la preadolescenza e adolescenza, nei campi scuola sul lago del Turano e in Trentino, nei tre incontri di Taize a cui ho partecipato, a Roma, a Breslavia e a Praga. In tutti i numerosi ritiri a cui ho partecipato, negli anni in cui frequentavo la parrocchia di Donna Olimpia. Lo testimoniano alcune sottolineature a penna (dettate evidentemente da un’urgenza incontenibile, visto che ho sempre odiato usare la penna per sottolineare i libri), soprattutto nella prima lettera di Giovanni: “Chi non ama il suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Credo lo leggessi come un monito a quella me che tanta difficoltà aveva – e a tratti ancora ha – a stringere relazioni con gli altri.

Poi per tutta l’università e negli anni successivi quelle pagine le sfogliavo febbrilmente in cerca di indizi, rimandi, tracce, scorciatoie che mi avrebbero permesso di muovermi meglio tra testo ebraico e testo greco. Oggi le riapro di tanto in tanto, cercando di leggere a mente fresca testi vecchi e nuovi, in compagnia di un piccolo gruppo di amici fedeli, ereditati da mia sorella maggiore. Quando la Bibbia la leggevo con mia madre, usavamo l’edizione grande, di casa. In effetti il regalo dei 10 anni, che mi rese molto felice, era una specie di benedizione all’autonomia (con un retrogusto vagamente protestante).

Non avevo mai pensato a quanto la mia storia di pensiero e di vita sia passata per quelle pagine, in cui i diversi incontri fatti mi hanno insegnato a trovare davvero di tutto. Da ragazza mi scambiavo cartoline con un mio amico, molto più adulto, usando solo citazioni bibliche per prenderci in giro e insultarci scherzosamente (lui sulla mia insipienza, io sulla sua vecchiaia). Con Garbini, il mio maestro, manco a dirlo ci ho trovato storia, sesso, delitti, mitologia, libertà di immaginare letture diverse. Certo che ogni volta che ci ho guardato dentro, qualcosa ho trovato.

Quando ho studiato i tarocchi, durante il lockdown, mi è stato spiegato che il mazzo, come la biblioteca di Borges, contiene in potenza tutto l’universo. Immagino che i poemi omerici fossero per i greci una cosa del genere. Quanto a me, il mio piccolo universo individuale è contenuto – sinteticamente e simbolicamente – in quel volumetto. Tra le pagine, c’è anche un foglietto di appunti di Garbini per la presentazione della mia tesi di laurea. Tra le righe di stilografica un po’ scolorite e sbaffate dalla pioggia si legge: “Molte osservazioni personali, mancano le conclusioni”. Anche questo mi sembra un messaggio molto adeguato alla mia vita, in generale.

Miraggi


Ci sono momenti in cui un particolare effetto di luce ti fa credere di avere individuato la via di uscita che cercavi. E allora saltellando corri avanti, pregustando la svolta che ti porterà fuori dal tunnel, compiacendoti del fatto che, nonostante le apparenze, in fondo le risorse le hai.

Poi l’ombra cambia angolazione. Forse il passaggio non c’è. Che non vuol dire che non esista. Magari tra un po’ apparirà sul serio. Ma adesso non c’è. Tocca camminarci un altro pochino nel tunnel.

Ti racconti che quella scorciatoia illusoria era comunque inattesa, che non ci avevi davvero fatto affidamento. Che avevi stimato a suo tempo che ce la facevi comunque e dunque a conti fatti non è successo nulla di cui essere abbattuti. Non hai perso nulla.

Eppure una strisciate sensazione di amarezza rimane. Non dovrebbe esserci, eppure c’è.

Erba gatta


Ieri sera, tornando a casa, ho visto che l’erba gatta che avevo comprato settimane fa per Zoe detta Zozo, il nostro felino di casa, si era afflosciata sul pavimento. Evidentemente il sistema di irrigazione dal basso che credevo di aver messo in atto non è risultato efficace. Allora ho provveduto a mettere il vasetto a mollo nel lavello e con questa manovra di emergenza l’erba si è rianimata.

L’operazione mi ha fatto venire in mente che come da qualche parte e in qualche modo devo aver imparato che quello che ho fatto è la cosa giusta da fare in caso di erba afflosciata, così in questo ultimo anno mi pare di aver imparato a fare con la mia anima. Ogni tanto stramazzo. Spesso. Stanchezza, scoraggiamento, solitudine. Non ultimi, i colpi ben assestati della mia adolescente domestica, che non lo fa per cattiveria, ma farmi a pezzi è un po’ il suo lavoro e lo fa con un certo zelo.

Sono però fiera di riconoscermi un ormai consolidato repertorio di manovre di emergenza per reidratare l’anima rinsecchita. Lo scorso weekend ad esempio un paio di film inglesi ben assestati hanno fatto miracoli (Assassinio sul Nilo e, soprattutto, Il ritratto del duca). Il Baingan bharta, la versione indiana del mutabbal (crema di melanzane affumicate al forno con aromi vari), ben accompagnato da pane morbido, sbracata sul divano, è un altro rimedio che funziona.

Ma più di ogni altra cosa giova ricevere una telefonata inaspettata. L’ho già detto in un’altra occasione: io non ho gli amici con cui vado a mangiare la pizza tutti i sabati, inseriti in cornici regolari di frequentazioni e consuetudini. Ma questo non vuol dire che non ne ho. Anzi, ho amici che mi vogliono molto bene e che spesso mi stupiscono per l’intensità del loro affetto e della stima che mi dimostrano. Sono anche loro un po’ resistenti agli schemi, sparsi in luoghi diversi, “non conformi” e a volte silenti, come me, per mesi o per anni.

Poi mi arriva una telefonata, un messaggio. O, come l’altro ieri, uno di loro va in classe di mia figlia e lei da quel breve scambio coglie un lampo di qualcosa che non conosce se non in teoria, la mia vita prima di lei e oltre lei.

A volte mi arrivano velate critiche perché condivido molto della mia quotidianità sui social. Ma più o meno consapevolmente lo faccio anche perché so che c’è un drappello di amici lontani che guarda, registra, segue con affetto. E io ogni mattina, attraverso il vituperato Facebook, menziono a un amico gesuita le persone che voglio che ricordi quando celebra la Messa. Molti di loro riderebbero se lo sapessero. Ma anche questa che ormai è un’abitudine quotidiana per me è un filo, un legame, tra le varie parti di me e tra il mio passato e il mio presente, che considero prezioso.

La fine


C’è un momento, un momento preciso, in cui ogni cosa finisce. Il sentimento più impetuoso e doloroso, persino quello capace di trascinare detriti per anni, arriva a smorzarsi e a languire. Certe volte non è possibile dire quando questo sia avvenuto. Ce ne si rende conto a cose fatte, quando il dato di fatto ha rimpiazzato ogni senso del dovere o di artificioso rimpianto.

Altre volte invece, come è successo a me qualche giorno fa, il momento temporale e il contesto specifico sono chiari. Hanno un giorno e un’ora a cui possono essere ricondotti. Portano forse inevitabilmente a un calo di tensione, a uno spostamento di baricentro. E poi, settimane dopo, di guardi indietro e sospiri. Perché avere più energie è bello, ma quel sentimento manca maledettamente.

Mi immagino conversazioni di chiarimento che nessuno inizierà mai e di cui obiettivamente nessuno sente il bisogno. E anche solo immaginandole mi sento un nodo alla gola e ho voglia di piangere. Ma tanto non si verificheranno mai, quelle conversazioni.

Di meno, ma fa male. Fa male, ma di meno. Ho sempre amato questo verso di Poliker. Me lo fischietto da sola, camminando per strada, non andando a prendere nessuno a Termini.

Cose che ho imparato nel 2021


“Sei molto migliorata”, mi ha detto ieri mia figlia. Avere cresciuto un’adolescente alla brutale sincerità ha molti lati negativi, ma anche qualche vantaggio. Se dice una cosa così, la pensa.

Confesso che nelle ultime settimane in un paio di circostanze mi sono complimentata con me stessa. Non so se sono molto migliorata, ma forse un pochino sì. Questo 2021 è stato decisamente un anno di alti (qualcuno) e bassi, talora molto bassi. Ma siamo ancora qui e credo di aver persino imparato un paio di cose.

La prima è che tenersi i desideri per sospirarci sopra non ha senso. Mi sono sorpresa a sognare di incontrare un uomo capace di indovinare i miei desideri e di esaudirli. Ebbene, non ho incontrato proprio nessuno, quest’anno, ma a un certo punto mi sono anche chiesta perché mai dovessi delegare la realizzazione di ciò che voglio a un ipotetico individuo, per giunta telepatico.

L’ho capito, per la precisione, prendendo posto al teatro greco di Siracusa quest’estate, quando – quasi incidentalmente, senza averlo davvero deciso per me – mi sono trovata a spezzare uno dei più lunghi incantesimi di desiderio irrealizzato, che mi trascinavo dalla seconda liceo: tornare a vedere una tragedia greca. Si può fare. L’ho fatto. Ho applicato la cosa più coscientemente per il mio compleanno. Ho fatto alcune piccole cose che mi hanno reso felice, organizzandole io. Ho comprato alcuni biglietti per il teatro. Cose così.

La seconda cosa che sto cercando di imparare è che a volte le cose non si possono programmare. Io non credo di essere così maniaca della programmazione come molti oggi mi vedono: l’improvvisazione l’ho sempre apprezzata. Ma con gli anni mi sono fatta molto più ansiosa e questo a volte mi porta a cercare almeno una parvenza di controllo. Questa estate, e tutto quello che è seguito, mi ha dato una grande lezione da questo punto di vista. Una lezione a tratti amara e che in realtà mi fa ancora un po’ soffrire e scricchiolare di tanto in tanto. Ma mi sento di dire che un briciolo di flessibilità in più la ho raggiunta.

La terza cosa devo ancora metterla bene a fuoco, ma la sintetizzerei così: essere gentili fa bene. Dovrei esserlo di più e con maggiore intenzione. Ho sempre temuto la falsità nelle pieghe della gentilezza, forse eccessivamente. L’onestà è importante, ma la brutalità non è sempre necessaria.

E con questo, buona fine e buon principio a tutti voi.

Almodovar di domenica mattina


Sono andata a vedere Madres paralelas una domenica mattina al Farnese. Una strategia per riempire un weekend in cui gli spazi vuoti mi facevano più paura del solito. Questa non è una recensione, ma uno spazio che mi concedo per seguire un pensiero che mi ha accompagnato insistentemente di scena in scena, un po’ a prescindere dal messaggio complessivo.

Mi ha colpito molto il fatto che ogni aspetto dell’essere donna delle due protagoniste sembrasse legato a fil doppio al bastare a se stesse. Con gli uomini nessun rapporto pare possibile: lontani, tenuti all’oscuro, violenti, egoisti, meschini. Comparse necessarie.

A quasi 50 anni confesso di avere molte ragioni per credere che ci sia del vero. Eppure continuo a sognare, con sempre meno convinzione in verità, uno spazio comune di ascolto, dialogo, condivisione vera. Senza che ci sia bisogno che uno spinga via l’altro per non essere sopraffatto.

Stasera l’esperienza smentisce ancora una volta il sogno. Guardo vetri infranti, in senso figurato, e penso a come invece fantasticavo che le cose andassero. A qualcuno che li raccoglie, quei vetri, anche rischiando un minimo.

Non capisco


Sarà la stanchezza. Sarà l’età. Sarà, più probabilmente, l’inevitabile logorio della mente di chi ha intensamente a che fare con un’adolescente. Fatto sta che ho sempre più difficoltà a capire e a farmi capire. “Non ci capiamo”, abbiamo constatato un paio di volte oggi con un collega. Poi si va avanti e a un certo punto si dà per buono di essersi capiti. Sarà così?

Le comunicazioni whatsapp sono il regno del fraintendimento. Per quanto mi ci applichi, non mi pare che funzioni se non per informazioni di servizio. E non si va meglio con i vocali. Non più tardi dell’altro ieri ho scritto un messaggio abbastanza lungo e ponderato. Risultato: la stessa risposta standard che avrei rimediato comunque.

No, non capisco. Alcune cose non le ho mai capite in ogni caso. Altre, tipo le cose che diceva Meryem, fino a un passato piuttosto recente credevo di capirle. E poi c’era tutto quello che non si poteva capire, per definizione: le esperienze dei rifugiati, ad esempio.

Ma ora davvero vedo mille occasioni in cui sono certa di non capire. E allora provo a stare zitta. Non sempre con successo, in realtà.

Meno ma fa male (ancora)


L’altra sera, a tradimento, mi sono ritrovata a parlare a Meryem del viaggio in treno durante il quale ho appreso l’esito dell’ultimo concorso universitario che ho sostenuto. Mi sono trovata gli occhi pieni di lacrime senza nemmeno rendermene conto.

Stamattina un’amica ha menzionato un sito archeologico fenicio e prima il cuore ha iniziato a battermi più forte, poi i pensieri hanno iniziato a correre all’impazzata verso intricate congetture su divinità sconosciute ai più, che ho interrotto ben più di un decennio fa.

Ma non passa mai? mi sono ritrovata a chiedermi con una certa esasperazione. Ormai è andata. Eppure, appena mi distraggo un attimo, mi dimentico del tutto del pezzo della mia vita attuale, a cui pure razionalmente do valore e la cui durata ormai supera abbondantemente quella della “vita precedente”. Me lo dimentico e per un attimo ritorno a quella sensazione di infinite possibilità e anche di fiducia nelle mie capacità. “A 20 anni è tutto ancora intero”, cantava Guccini in una canzone la cui saggezza apprezzo solo ora, ma anche “a 20 anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”.

Le mie balle erano decisamente affascinanti e ancora mi fanno venire le farfalle nello stomaco. Nell’immagine che illustra il post si vede un’iscrizione che ha reso molto fiera la me ventenne. Ancora oggi la guardo e sorrido.

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