Dom(in)are, dom(in)arsi


La primavera mi ha portato sentimenti e sensazioni imprevedibili come il clima. Se però dovessi riconoscere una tendenza, se guardo indietro alle scorse settimane, forse mesi, direi che il mio massimo impegno consiste nel trattenermi e mantenermi negli argini. C’è stato un momento in cui ho temuto di perdere il controllo, ora l’ho ripreso abbastanza saldamente in mano e questo mi dà sollievo, indubbiamente.

Ma se devo essere onesta, se mi guardo un momento negli occhi, riconosco che sono straordinariamente arrabbiata. Forse più profondamente di quanto lo sia mai stata. E’ come se vari rivoli separati di rabbie stessero confluendo in un unico possente torrente, che mischia in una schiuma grigiastra detriti vecchi e nuovi.

Al momento lo lascio scorrere, lo guardo dagli argini che paiono saldi. Ogni tanto rafforzo e puntello un punto o l’altro. Mi appago di un senso di relativa efficienza.

Sono consapevole che questo equilibrio precario non risolve nulla. Resta comunque la mia vita. Ogni giorno mi tengo a bada, con più o meno successo. Mi domino, in qualche misura mi sottometto alla necessità. Ho partecipato a un incontro in cui mi si suggeriva che nella sottomissione, che istintivamente da uomini liberi rifuggiamo, si può trovare la massima espressione di amore e, in qualche modo, di vera e piena libertà.

Non so se arriverei a tanto. Però a quella discussione ho partecipato dicendo – e lo pensavo – che le briglie e gli argini possono essere un gran conforto, una garanzia di sostenibilità. Perché certi giorni si è entusiasti, appassionati, innamorati persino. Ma in tante altre occasioni, in mancanza di valide ragioni per alzarsi dal letto, il fatto che si debba fare per forza è un grande conforto e sostegno, che apre la riserva delle forze che non si pensava di avere. E così ci si sporge, sul vuoto, ma la balaustra ci sostiene.

Desolazioni e consolazioni


In tutti questi anni di frequentazione di gesuiti, sia pure da pressoché completa outsider, posso vantare una certa acquisizione passiva di elementi di spiritualità ignaziana random. Non abbastanza da metterli in un CV, ma diciamo che se un gesuita parla in linguaggio gesuitico magari non capisco il 100%, ma colgo il senso generale. Un concetto che mi colpisce molto per la sua utilità pratica e che ho sentito per l’appunto applicare con grande naturalezza da un’amica palermitana in una sessione di formazione tra le montagne trentine, è quello di desolazione e consolazione. Cercando di risalire dall’osservazione empirica alla teoria, ho scoperto che tutto torna agli Esercizi Spirituali e, precisamente, alle regole del discernimento. Il blog di Francesco Occhetta, a cui vi rimando, è un caso assai raro (e perciò rimarchevole) di spiegazione di questi concetti in termini universalmente intellegibili (anche se devo dire che a giudicare dalle citazioni S. Ignazio lui era piuttosto efficace nella comunicazione, certo assai più che i suoi seguaci).

Fatta questa premessa gesuitica, la settimana scorsa è un brillante esempio di quegli stati di desolazione ricorrenti a cui dovrei ormai aver fatto il callo e invece no. Però a un certo punto ho messo a fuoco un pensiero preciso. Se guardo indietro, il cumulo di rimpianti e mancanze mi pare intollerabile e in qualche misura sproporzionato alla buona volontà che mi pare di avere investito nella costruzione del mio percorso di vita finora. Però, a guardare bene, se penso al compito più importante che mi è stata affidato dalla vita, cioè crescere mia figlia, penso di essere stata brava. Non perché le sue qualità o i suoi successi siano miei meriti, ovviamente. Ma perché credo in tutta coscienza di aver usato il mio amore per lei come timone a cui aggrapparmi per le mie scelte negli ultimi anni e non me ne pento. Quello che a volte mi manca, banalmente, è che qualcuno mi dica “brava” per questo. “Ma non te lo dicono sul lavoro, brava?”, mi ha chiesto ieri il curdo tra il serio e il faceto. No, ma non è questo il punto. Il punto è che non mi dovrebbe servire che qualcuno me lo dica. Quanto è puerile questo bisogno di sentirsi lodare, non è vero? Eppure ieri, dopo aver messo a fuoco che il punto era questo, ho provato a prendere atto di questa mia debolezza e a farci pace.

Ma pensiamo alle consolazioni, che per me sono soprattutto ispirazioni. Quelle non mi mancano, obiettivamente. Un bel progetto da scrivere e la possibilità di farlo. Una passeggiata domenicale a Torpignattara e la promessa di tornarci domenica prossima. Incontri interessanti. Storie. E allora, come consiglia S. Ignazio, cerco di accumulare nuove forze in attesa della desolazione che in seguito verrà.

Imparare


Aspetto il 75 a Termini. Smanetto con lo smartphone. “Come stai?”. “Bene, grazie”, rispondo in automatico e sorrido esitante. Lo conosco? Mi pare di sì, ma non metto a fuoco. Poi riconosco la voce di un giovane ospite di uno dei nostri centri di accoglienza. Era nell’ufficio accanto al mio qualche giorno fa, per un colloquio che io ascoltavo, mio malgrado, attraverso il vetro. Chiacchieriamo, aspettando il 75 che non c’è. Realizzo che avrei dovuto riconoscerlo prima. L’ho sentito parlare in pubblico alla manifestazione del 25 aprile a San Saba, cantare a un concerto al Centro lo scorso settembre. L’ho persino fotografato mentre ascoltava attento una vecchietta del quartiere. Però non l’avevo riconosciuto e un po’ me ne vergogno. Lui invece si ricorda di me e di Meryem.

Parla un italiano fluido e, mi dice, varie altre lingue. Ha perso qualche occasione per questioni di documenti, ma ora è tutto a posto. Lavora come addetto alla sicurezza in un grande magazzino aperto recentemente, di cui apprezza persino la piccola esposizione di reperti archeologici.

Realizzo che questo giovane quasi trentenne da 4 anni non ha una camera tutta per sé. Non se ne lamenta, ma ammette che è faticoso. Però, paradossalmente, ora che si avvicina il momento dell’autonomia, ne ha paura. Teme la solitudine. E per la prima volta si è sentito vulnerabile.

“Ho attraversato il mare, sono stato giorni su quel barcone nel buio e mi è sempre parso di stare bene. Ero tranquillo, sempre”. Ma a dicembre, per la prima volta, ha avuto un attacco di panico. Ora va meglio, ma si sente insicuro.

Ha bisogno di parlare e in realtà anche io. Vengo da una trasferta un po’ solitaria. Finiamo a parlare dei miei studi e dell’ebraico, lingua resuscitata. “Non ne sapevo niente. Che cosa interessante. Oggi ho imparato qualcosa”. Anche io, forse. Basta così poco.

Cosa voglio dalla scuola media


E’ periodo di open day e di iscrizioni online. Il tempo lungo delle elementari è agli sgoccioli e io mi trovo una figlia che ha un aspetto completamente diverso da quando, alla vigilia del primo giorno delle elementari, me la portai nella Chiesa del Gesù ad incontrare Papa Francesco con 400 rifugiati. Allora indossava una gonnellina a quadretti bianchi e rosa e un cerchietto con un fiore di stoffa. Oggi è più alta di diverse mie amiche e porta quasi solo leggings (ma preferirebbe gli shorts).

Cosa mi aspetto dalla futura scuola di mia figlia? Cosa vorrei dai suoi futuri insegnanti? Mi sono riletta il post che scrivevo all’inizio della scuola elementare. Oggi, evidentemente, i miei pensieri vanno a preoccupazioni molto cupe, a situazioni in cui l’alleanza a cui mi riferivo nel post, quel sentirsi ideale dalla stessa parte, potrebbe essere seriamente compromesso. Ma cerco di concentrarmi sul positivo, come mi raccomanda sempre Meryem. Cosa sono le cose importanti che mi aspetto? Provo a fare un elenco in ordine sparso.

  1. Aprire a mia figlia porte di curiosità, soprattutto sulle moltissime cose e materie che io ignoro. Permetterle di scoprire cosa la appassiona, cosa conta per lei, per cosa vale la pena di impegnarsi. Contribuire a renderla libera, anche dai miei desideri e dai miei sogni su di lei.
  2. Offrirle una palestra in cui sperimentarsi con relazioni complesse ma sane, in cui riconoscere e distinguere i ruoli di ciascuno (incluso il suo), allenarsi a sopportare responsabilità e sconfitte, praticare le infinite e essenziali forme del rispetto, per se stessa e per gli altri. Lo so, questa è davvero difficile. Dico palestra, non campo aperto, perché dalla scuola mi aspetto anche un certo livello di protezione, proporzionato all’età di mia figlia e che naturalmente non mi solleva dalla necessità di educarla e proteggerla io, in prima persona. E mi arrischio persino un po’ più in là. La protezione che mi aspetto dalla scuola non dovrebbe essere affidata a una o due figure eroiche, possibilmente. Me lo immagino come un buon lavoro di squadra, dove a nessuno è chiesto di fare l’eroe, ma tutti sono chiamati ad essere seri e responsabili delle loro azioni.
  3. Insegnarle a fare le ricerche. Mi spiego. Insegnarle a cercare fonti diverse, leggerle e capirle, valutarle criticamente. Fare in modo che inizi a capire come farsi un’opinione e non essere in balia del primo che strilla più forte o del primo che confeziona il messaggio in maniera accattivante. Rendersi ben conto di quante cose non sa e avere qualche idea su come fare a saperne di più.
  4. Imparare a formulare dubbi e domande in modo intelligente e ad ascoltare davvero le risposte. E poi, se il caso, restare della propria opinione. O cambiarla. Imparare a discutere senza che ogni discussione si trasformi in una prevaricazione agìta o subìta, sia in presenza che online. Poi se imparasse anche a ordinare le idee e esporle con chiarezza e efficacia anche in pubblico, sarei molto contenta.

E voi? Che dite?

Lei così amata


Quante volte, finendo un libro – magari non subito, ma lasciata un po’ sedimentare l’esperienza – avreste voluto dirgliene quattro all’autore? Magari con il trasporto e l’affetto che nutrite per uno dei “vostri” autori, uno che ha saputo parlare alla vostra anima, persino un po’ troppo? Ecco, in questo scorcio del 2017, senza averlo davvero programmato, mi sono tolta questa soddisfazione. Al concerto di Natale del Centro Astalli, in un improbabile tribudio di danze africane sotto la cupola barocca del Bernini, ho incontrato Melania Mazzucco e Brigitte, il personaggio-coautrice di “Io sono con te”. Scambiati gli affettuosi auguri di rito, mentre Meryem correva a salutare il resto della multicolore compagnia lì radunata, Melania Mazzucco mi dice una frase gentile di quelle consuete, tipo “come è cresciuta, adesso il grosso della fatica è passato, sarai soddisfatta, eccetera”. Non ricordo le esatte parole, ma di punto in bianco mi è uscito dal cuore, più o meno con queste parole, un pensiero che covo da quando ho letto il romanzo che dà il titolo a questo post. Proprio tu, parli? Tu che hai scritto il romanzo più terrificante sulla genitorialità che io abbia mai letto, roba che se l’avessi letto nel 2005 e non nel 2015 magari oggi non avrei figli? Com’era quella frase? “I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”. Il mio peggiore incubo, il più brutale sbattimento in faccia di verità a cui possa pensare, secondo solo (forse) al verso di De André “femmina un giorno e poi madre per sempre”. Vabbè, Melania è una donna intelligente e di larghe vedute. Spero non si sia offesa 🙂

Ma in effetti non era di questo che vi volevo parlare, in questo post di fine anno. Durante una pausa pranzo al mio bar, il Bar della Pigna – ritrovo, punto di riferimento e luogo di incroci causuali che, realizzo solo oggi, fa un po’ rivivere il baretto di via Dezza della mia gioventù – una amica mi ha detto, commentando la piacevole serata del mio compleanno: “You are much loved”. Le sue parole sono state un po’ la rivelazione di fine anno.

Io, specialmente negli ultimi anni, sono stata molto concentrata su quanto è andato storto nelle mie relazioni o, più precisamente, di quanto le relazioni di amore e di amicizia abbiano preso pieghe assai lontane, se non diametralmente opposte, rispetto alle mie aspettative. Questo mi ha impedito di mettere a fuoco a sufficienza una realtà per nulla scontata: sì, sono molto amata. Da un sacco di persone diverse, in molte forme diverse, in barba alle distanze geografiche e temporali. Nonostante il mio carattere complicato e le mie molte contraddizioni.

Aggiungo che, se guardo indietro alla mia vita, senza soffermarmi proprio sulle macchie e sugli strappi, devo ammettere che mi è piaciuta e anche oggi mi piace. Ho fatto tante cose diverse, ho tantissimi ricordi belli, intensi, comici. Amo, più di tutto, l’improbabile che è una specie di fil rouge in quel che faccio, che scelgo, che mi capita. “L’avvenire è dei curiosi di professione”, si diceva in un film che ha strapazzato il mio cuore adolescente. Se c’è una cosa che davvero vorrei essere è questa. Curiosa sempre, anche quando sento che mi cala addosso la quotidiana cappa di stanchezza e la disillusione.

Per questo chiudo il 2018 con una delle mie frasi preferite, tratte da un libro che dovrei rileggere, La mia vita di Agatha Christie.

“Un bimbo dice:
“Grazie, mio Dio, per la mia buona cena””
Cosa posso dire io a 75 anni?
Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho avuto.”

Mi mancano trent’anni esatti per arrivare a 75 anni, quindi so che avrò molto altro di cui essere grata. Ma per questo 2017 inizio da quel che c’è oggi.

Buon nuovo anno a tutti voi!

Parole per il 2018


Giorni fa ho chiesto ai miei contatti di Facebook di lasciarmi sulla bacheca una parola positiva per il 2018, che iniziasse con la stessa lettera del loro nome. Sono stata travolta da un vocabolario intero di positività, che oggi vorrei condividere anche con voi.

Collaborazione
Pace
Felicità
Resistenza (ora e sempre).
Fantasmagorico
Daje! 🙂
Decisione
Speranza
Meraviglia
Amicizia
Ragione
Gioia
Caparbietà
Forza
Entusiasmo
Sincerità
Intraprendenza
Benessere
Calma
Genio
Ruhe
Rinascita
Salute!
Cambiamento
Ribellione!!
Culo!
Ariosità
Movimemto
Verità
Bellezza
Ancora
Diritti (e doveri)
Chiarezza
Acchiappasogni
Allegria(aaaaa)
Valigie
Serendipità
Serenità
Motivazione
Esperienza
Bontà
Canzoni
Ammore ma anche anvedidannattene, siamo positivi, liberiamoci con diplomazia.
Pessimismo (!)
Amore
Condivisione
Baci (d’amore e amicizia, di addio arrivederci e benvenuto, filiali e genitoriali e di sorellina, pensati vissuti sognati)
Goduria
Libertà
Tolleranza
Chiarezza
Mistero
Hurrà !
Altruismo
Coraggio
Bagliore
Felicità
Costanza
Beaucoup de satisfaction
Speciale
Meravigliosa serenità
Exploration for life
Cura
Risate
Sorrisi
Ammirazione
Silenzio
Naturalezza
Sì!!!
Farfelu (è una delle mie parole preferite in francese)
Curiosità
Ambiente
Clemenza
Ingenuità
Capacità di Cestinare le Certezze.

Io trovo che lette tutte una dopo l’altra, in tutte le loro apparenti contraddizioni, dipingano un quadro perfetto, pieno di particolari e di sfumature. Questo è l’anno che vorrei, in effetti. Pieno di coraggio e di clemenza, di verità e di certezze cestinate, di ribellione e di altruismo, di genio e di ingenuità, di chiarezza e di mistero, senza dimenticare i sorrisi, i baci, le risate, gli anvedidiandattene e un pizzico di culo che non guasta mai. Un anno di condivisione con tutti voi, amici diversissimi vecchi e nuovi, di valigie per raggiungervi o viaggiare con voi, di ammirazione perché continuate a avere cura della nostra amicizia, che con ciascuno di voi ha una forma diversa e di solito altalenante e discontinua come sono io. Farfelu, come ha detto bene Francesco, con una parola che non conoscevo, ma mi pare assai calzante. Auguro a tutti voi un po’ di riposo, con le giuste dosi di silenzio, bagliore e goduria. Daje, sempre!

L’arte del desiderio


Qualche giorno fa su Facebook girava un giochino che prevedeva in sostanza nel testare chi tra gli amici ci conosce meglio attraverso un questionario predefinito: l’interessato, prima di sfidare conoscenti e altri contatti doveva in sostanza scegliere la risposta giusta per ciascuna domanda tra una serie di opzioni. Non mancava, ovviamente, la domanda sui desideri: se il genio ti facesse la fatidica domanda, quale sarebbe la tua scelta? Quasi tutti quelli che conosco che ci sono cimentati in questo test, me compresa, hanno scelto l’opzione “altri tre desideri”. Sembra un’opzione furba, in effetti. Ma lo è davvero?

Ieri ho visto The Place, un film che ha molto a che fare con il tema dei desideri e di cosa si è davvero disposti a fare per vederli realizzati. Ma per tutta la sera mi tornava in mente un passaggio di C’era una volta, la serie tv che sto guardando adesso con Meryem. Il genio della lampada viene finalmente liberato e ha lui stesso la possibilità di esprimere il suo desiderio. Ma inaspettatamente risponde: “No, non voglio esprimerlo. Ho visto così tante persone rovinarsi perché il desiderio espresso si è effettivamente realizzato che mi pare meglio rinunciarvi”. Molto saggio. Peccato che poi si innamori, esprima di slancio un desiderio e firmi così, effettivamente, la sua condanna.

Mi chiedo dunque, alla fine di questo fine settimana, nel bel mezzo di un altro mese che mi scivola tra le dita: che cosa desidero? Scopro, con qualche sconcerto, non non saperlo. Se dovessi esprimere un desiderio oggi davvero avrei troppa paura di formularlo. Magari rinuncerei. Penso che sto cambiando, che magari sono già cambiata. Se guardo indiero mi pare di avere per tanto tempo desiderato ardentemente l’impossibile. Un fisico diverso, essere popolare, tanti amici, amori mai corrisposti, la possibilità di vivere facendo ciò che amavo di più al mondo, un figlio per tanti anni, una vita che non deludesse le aspettative mie e degli altri. Oggi no, non mi viene nulla. Ho desiderato di buttare la maggior parte dei mobili della mia casa e in effetti l’ho fatto. Ora mi trovo solo con ombre di desideri, tipo “andare avanti senza fare troppi danni”. Peccato.