Faresti a cambio?


Ogni tanto, nelle ultime settimane, mi trovo a chiedermi, con un’amica con cui condividiamo sospiri e lamentazioni: “Ma tu faresti a cambio?”. Che tradotto vuol dire: “La vorresti la vita di x o di y, che apparentemente non è manchevole delle carenze di cui noi ci lamentiamo (e non sto neanche a esplicitare, tanto ve le immaginate facilmente)?”.

E, inspiegabilmente – ma neanche tanto – la risposta è puntualmente: “No, mille volte no”. Perché alla fine noi ci lamentiamo, ma in fin dei conti non è mica un caso che ci troviamo in questa collocazione un po’, per dir così, sbilenca rispetto al corso medio delle esistenze altrui. Stare scomode alla fine non è che proprio ci piaccia, ma certamente ci sono cose che ci farebbero stare ben peggio. Allora il dubbio sorge spontaneo: non sarà che sono proprio quelle cose il ragionevole prezzo di quello che pure ci diciamo di desiderare?

Qualche giorno fa mi sono sentita dire, tra il serio e il faceto, che sono condannata alla solitudine. La solitudine non la amo (e questo è un eufemismo). Ma anche se mia figlia adolescente mi accusa di essere una “sottona” (direi che potrebbe tradursi come “eccessivamente accomodante ai limiti del succube nei confronti della persona a cui sono affettivamente legata”), mi pare evidente che in tutti questi anni non ho mai smesso di essere me.

Non è che essere me mi renda necessariamente fiera. Ho molti difetti che mi fanno rabbia e che vorrei essere capace almeno di attenuare. Ma più passa il tempo più me ne convinco: nel complesso mi apprezzo. Mi riconosco alcune qualità (molto diverse da quelle che credevo importanti quando ero giovane) e non esiterei a definirmi una persona più che decente. Confesso che addirittura alcuni tratti del mio carattere mi piacciono molto. Io mi vorrei come amica, pur riconoscendo che sono impegnativa.

Il tutto per dire che se continuare a essere me (possibilmente la miglior versione di me a cui riesco ad arrivare, si intende) mi condanna alla solitudine, me ne farò una ragione. E in fondo in fondo non perdo le speranze che la condanna non sia definitiva. Perché la capacità innata di sognare con infantile spudoratezza, a dispetto di ogni dato di realtà, è probabilmente uno dei tratti di me che amo di più.

Svegliarsi


“Se potessi fare una magia, domani vorresti svegliarti a…”. Leggo distrattamente scrollando sulla timeline di Facebook questa frase, che sembra il titolo di un tema delle elementari. E io, dove vorrei svegliarmi domani?

Vorrei svegliarmi qui, credo, ma il desiderio lo formulerei in modo diverso. Il punto non è dove vorrei svegliarmi, ma piuttosto come. O al limite con chi.

Se potessi fare una magia, domani vorrei svegliarmi presa da quell’entusiasmo e eccitazione che provo quando succede qualcosa di bello, anche piccolo, che non mi aspetto. Con il sorriso che non riuscivo a togliermi dalla faccia ieri sera, perché mi sono arrivate in successione una serie di gioie in gran parte inaspettate e di momenti di bellezza.

Vorrei svegliarmi credendo a quello che diceva spesso padre Giovanni: il meglio deve ancora venire. Senza cinismo, senza amarezza, senza quella familiare convinzione che in fondo la mia giocata l’ho già fatta e che se mi è toccato un cinque faccio bene a stare, hai visto mai che riesca a evitare altri danni.

Perché non oso neanche formularlo del tutto questo desiderio, ma un po’ è vero. Con tutti i disclaimer del caso, con le formule scaramantiche e le mille condizionalità che non potrei non aggiungere, se potessi fare una magia, domani vorrei svegliarmi con qualcuno vicino.

Cadute di stile


Stamattina mi è stato segnalato l’articolo che illustra il post e il primo impulso è stato ignorarlo. Parla della scuola di mia figlia e di una questione che ho cercato di approfondire, soprattutto (ma non solo) negli ultimi due giorni, anche perché la sanzione disciplinare di cui si parla interessa anche Meryem. Ma poi l’ho letto e credo non sia del tutto ozioso condividere con voi alcune considerazioni.

Prima vi chiarisco il mio punto di osservazione, per dir così. Sono madre di una quindicenne che ha partecipato all’occupazione della sua scuola. Ne abbiamo parlato, e ho ritenuto, per le motivazioni che mi portava e per il suo percorso complessivo, di non vietarle di partecipare. Aggiungo che Meryem quest’anno è rappresentante della sua classe e io sono rappresentante dei genitori. Non per una strategia di presenzialismo familiare, ma perché nonostante le plurime delusioni vissute continuo a credere che interessarsi e partecipare nella scuola sia importante e, soprattutto laddove tutti si tirano indietro, sia anche una responsabilità. Responsabilità direi che è la parola chiave di questo post e forse mi azzarderei anche a dire che è uno dei valori che ritengo particolarmente importante trasmettere a mia figlia.

I fatti 

Dopo l’occupazione gli studenti, non ritenendo giusto che le responsabilità dell’occupazione ricadessero solo sui pochi che risultavano formalmente organizzatori, hanno preparato un documento dove chi aveva partecipato all’occupazione poteva firmare per esplicitare la propria adesione. La raccolta delle firme, che erano circa 500, è stata portata alla Preside dai rappresentanti degli studenti l’ultimo giorno prima delle vacanze. 

A gennaio si è tenuto un Collegio dei Docenti in cui, preso atto della raccolta firme, si è concluso  che la Preside, a coloro che avevano dichiarato di aver partecipato all’occupazione, emettesse in questo Primo Quadrimestre un richiamo scritto ( cd richiamo scritto del Dirigente Scolastico), cioè  una nota disciplinare del DS sul registro elettronico, e si prevedesse l’esclusione dai viaggi di istruzione e la partecipazione per 3 giorni al Progetto Colori. Il Progetto  Colori è un progetto creato dopo l’occupazione dell’anno scorso che prevede la ripittura e la riqualifica dei muri della scuola sotto la supervisione di una docente di storia dell’arte.

Sono cominciate a arrivare le prime note e – qui la fonte è la rappresentante dei genitori al consiglio di istituto, che conosce la giornalista di Repubblica autrice dell’articolo – un genitore, che ha voluto rimanere anonimo, ha mandato alla redazione la nota ricevuta dal figlio/dalla figlia, denunciando l’assurdità del provvedimento.

E qui faccio io qualche considerazione.

Non ho maturato, in questi due anni, una particolare stima per la dirigenza della scuola di mia figlia, che mi pare piuttosto rigida e improntata allo… scarico di responsabilità, più che alla promozione di scelte educative sensate. In questo caso particolare, penso che sarebbe stata auspicabile un po’ di comunicazione con le famiglie (la decisione del collegio dei docenti ad esempio poteva essere condivisa con i rappresentanti dei genitori) e magari dei toni un po’ diversi nel comminare la sanzione, onde evitare l’inevitabile effetto collaterale di trasmettere il messaggio che solo i fessi che si sono assunti la responsabilità saranno puniti e dunque i furbi che non l’hanno fatto risultano vincenti.

Tuttavia sono anche convinta che la sanzione ci dovesse essere: l’occupazione non è un’attività ricreativa ed è giusto che se si sceglie di violare le regole (fosse anche per una causa ritenuta importante) lo si faccia disposti ad assumersene le conseguenze. Peraltro, a parte i viaggi di istruzione che continuo a credere che non dovrebbero essere considerati un premio da meritarsi, ma parte integrante della didattica – e tuttavia su questo anche molti docenti la pensano di fatto come la dirigente e anche il modo in cui sono organizzati smentisce talora la mia convinzione – stavolta la “punizione” mi pare sensata, proporzionata e infatti gli studenti che hanno firmato non ne sono affatto turbati. Peraltro i loro rappresentanti li hanno informati regolarmente e tempestivamente di tutti i passaggi tramite chat e collettivi vari.

Temo che la figura peggiore in questa vicenda la facciamo noi genitori. Tra chi minaccia denunce perché il documento firmato da minorenni non ha valore legale, chi sostiene che suo figlio/a è stato costretto a firmare con la violenza e chi chiama conoscenti per fare pubblicare anonimamente notizie fantasiose, o quanto meno abbastanza distorte, il quadretto che se ne ricava è decisamente poco edificante.

Incidentalmente, mi fa specie che Raimo, di cui ho in generale una certa stima, si sia lanciato (ammesso che sia vero, poi, e che le parole siano davvero sue) a denunciare che l’attività proposta sarebbe addirittura in contraddizione con ogni principio pedagogico. Suvvia. A me pare molto più in contraddizione con i principi pedagogici insegnare ai nostri figli che in fondo nulla comporta alcuna responsabilità, che rivendicare la propria adesione a una protesta è da idioti, che si possono aggirare eventuali sanzioni facendo la voce grossa e chiamando gli amici giornalisti per ridicolizzare chi non li ha.

I ragazzi, sia pure nell’ingenuità della loro età, un po’ di politica provano a farla. Condividere le decisioni come gruppo, perdere tempo e fatica per informare il più possibile i partecipanti attraverso i rappresentanti di classe e assumersi le conseguenze delle proprie azioni (gli studenti hanno organizzato di loro iniziativa una colletta per contribuire a riparare i danni dell’occupazione) mi paiono tutti atti politici, in cui il concetto di bene comune pare avere un peso.

Noi genitori al contrario ci siamo ricordati di avere dei rappresentanti solo per “chiedere conto” della nota arrivata sul registro a nostro/a figlio/a e poi qualcuno, non ritenendo realistico ottenere riparazione al torto attraverso la strada della class action, ha ritenuto più efficace attivare le proprie conoscenze facendo uso personale di un quotidiano nazionale (che si presta a pubblicare una non notizia, senza praticamente nessun approfondimento). In ciascuna di queste azioni si riflette tutto lo squallore che io continuo a sperare che non sia una deriva inevitabile.

E forse non lo sarà, se non calpestiamo il positivo che viene dai nostri giovani, ma magari lo aiutiamo a venir fuori e a crescere, strappando qualche erbaccia che lo soffoca. Io credo che questo sarebbe il nostro preciso dovere di genitori, di insegnanti e di cittadini in generale. Certo, è un lavoro molto più faticoso di fare i tifosi, i sindacalisti o gli addestratori dei nostri figli. Ma questo ci è richiesto.

Ascoltami


Sono nervosi questi ultimi giorni del 2022, nervosi e a tratti frustranti. Spesso mi viene voglia di sbattere i piedi e urlare. Sono fastidiosa, oltre che infastidita. Non c’è bisogno che mi dica che non è questo il momento di prendere decisioni. Tanto è esattamente il momento in cui vorrei prenderne dieci al minuto.

E allora cerco di fare passare questo momento, facendo meno danni possibile. Tra le soluzioni creative che mi sono venute in mente c’è una playlist su Spotify. Avevo iniziato a costruirla immaginando che una persona che vorrei che mi ascoltasse (ma non pare intenzionata né interessata a farlo) per qualche motivo almeno faccia partire la playlist e da quella possa trarre qualche deduzione.

Ma stamattina mi sono detta che era un po’ riduttivo, avrei molte cose diverse da dire e eventualmente da urlare, mica solo a lui. E allora ho cominciato ad aggiungere brani. Ora me la sento in cuffia e un po’ mi mette di buon umore.

Perché poi alla fine quella che si dimentica di ascoltarmi sono soprattutto io.

Stanze chiuse


Nella sola giornata di ieri sono capitata in due diverse situazioni da cui sono uscita se non proprio con un senso di oppressione, quanto meno con l’idea che ci sarebbe stato molto bisogno di dare una bella areata alla stanza, in senso figurato.

Non so se sia normale ora che non siamo più giovani: si finisce per ritrovarsi in relazioni professionali consolidate e certe occasioni finiscono per essere più il pretesto per confermarsi la reciproca stima e affiatamento che per fare davvero qualcosa di cui altri possano ricavare qualcosa. Credo, anzi so, di averlo fatto qualche volta anche io. Peraltro questo non significa che gli altri che ci si trovano non ne traggano qualcosa di utile o di bello (ieri, ad esempio, in un caso sono stata contenta di esserci; in un altro decisamente meno).

Certo che quando le cose stanno così, fare progressi è certamente più difficile. Non impossibile, forse, ma certamente meno probabile. Si perde molto tempo e energia a dirsi quanto si è e si è stati bravi: ne rimane a sufficienza per vedere dove non lo si è stati?

Se un contenitore è già pieno, con tutta la buona volontà non si può infilarci dentro altro. E, specialmente in alcuni contesti, ritrovarsi dopo venti anni a ripetersi le stesse pur pregnanti parole difficilmente è un buon segno…

2 settimane


Due settimane scarse alla fine dell’anno e ieri mi trovavo a chiedermi cosa ricorderò di questo 2022. Oggi predominante è la sensazione di essere di nuovo in marcia, coltello tra i denti. Finiti gli effetti degli apparenti successi, di nuovo alzo lo sguardo e mi trovo una salita piena di tornanti e a tratti di fango.

Però. C’è un però. La prima bella notizia è che le salite, almeno in parte, sono nuove, diverse da quelle del passato. Più spaventose, magari, ma almeno non ho il sospetto di star girando in tondo, di ritrovarmi esattamente allo stesso punto. Il che naturalmente non costituisce in sé garanzia che sto davvero andando da qualche parte. Ma sto andando, questo è innegabile.

La seconda cosa positiva è che, pur essendo più stanca e acciaccata, qualche strumento in più penso di averlo. Soprattutto il fatto che più spesso di prima mi sorrido con relativa indulgenza. Sono quello che sono, i risultati lasciano molto a desiderare, ma in fondo mi sto simpatica. Non è poco.

Più volte, soprattutto negli ultimi mesi, ho pensato con rabbia che dovrei proteggermi di più, sarebbe l’ora di smetterla di lasciare spalancate porte e finestre (di casa, ma soprattutto del cuore). Ma poi mi rispondo immancabilmente che io ho bisogno d’aria, e che qualche mazzata è comunque preferibile a una quotidianità a tenuta stagna che mai mi somiglierebbe e che certamente odierei in un paio di settimane.

Ogni tanto una discesa agli inferi è necessaria e persino salutare. In fondo, come diceva ieri un amico, basta non trasferirsi permanentemente chez Plutone. Quindi ringrazio il 2022 per le varie catabasi e relative risalite (ma se il prossimo anno volesse portarmi qualche dose in più di felicità non mi offendo, ecco).

Sliding Doors


E così ho compiuto 50 anni e li ho festeggiati con una eccellente approssimazione di quello che desideravo fare: passare tempo con una ampia selezione delle persone, diversissime tra loro, con cui ho condiviso esperienze, sensazioni, passioni e tutto quello che riempie gli anni e li rende unici, intensi, nostri.

Un pensiero mi ha attraversato la mente più volte in questo weekend, che mi ha riproposto all’attenzione le strade che ho cominciato a percorrere (sentimentalmente e professionalmente, soprattutto) e che in buona parte ho abbandonato, del tutto o in parte: come sarebbe oggi la mia vita se…

Se avessi davvero realizzato i sogni e gli impulsi di cui oggi ho memoria, tipo scappare a New York da un momento all’altro con una persona conosciuta poche ore prima (e che mai e poi mai me lo avrebbe proposto, ma questa è un’altra storia). Se, più modestamente, avessi fatto una gita a Vienna, in un certo specifico momento. Se facessi IL lavoro che ancora oggi, in fondo in fondo, continuo a considerare l’unico in cui avrei potuto eccellere. Se fossi riuscita, come un paio dei miei amici, a coltivarmi un rapporto di coppia pluridecennale, con costanza e continuità fin dai tempi del liceo. Se mi fossi trasferita lontano da Roma, per studiare o per esplorare che strade si aprivano facendo così.

La storia non si fa con i se. E sono così fortunata da poter dire che, dopo un paio di giorni a sbirciare in quei potenzialmente infiniti spiragli di possibilità, sorrido con tenerezza, a volte una punta di dolore e spesso con sincero divertimento e sono felice di essere qui dove sto. Con quello che ho avuto, molto più di quel che mi appaia a volte, e quello che ho lasciato, volontariamente o no. Con i miei sbagli e le mie cicatrici. E, spero, con il meglio che deve ancora venire, come diceva sempre un mio capo gesuita a cui ripenso spesso con gratitudine.

Fuga a Napoli


Sul treno che mi porta a Napoli per un weekend senza altra ragione che non sprecare un biglietto gratuito del treno, rimandato a settembre e recuperato a caso in questi giorni parrebbe piovosi, lascio la parola al Tarocco, burbero amico che mi accompagna a tratti negli ultimi anni e che qualche volta qualcosa di sensato la dice (anche se io non sempre la colgo).

“Mi chiedi di descrivere questo fine settimana che ti aspetta e di darti un consiglio. Che dire? Certo è qualcosa che ti sei voluta concedere perché ti è parso giusto, spingendo più con la testa che con altro. Ma non vuol dire che sia un male, intendiamoci. Alla fine lo scopo di tutto ciò l’hai intuito la scorsa settimana: ricaricare quell’energia dei bastoni che a luglio scorso era scesa pericolosamente sotto la soglia di guardia, facendoti dire che niente, proprio niente (persone, cose, idee, progetti) ti entusiasmava. Eri proprio in riserva, giusto? Ecco, quel tre di bastoni a me pare una ripartenza, timida, ma comunque apprezzabile.

Consigli? Lasciati i programmi aperti e ricordati di non strafare con le spese, che va bene la creatività, l’entusiasmo e il fuoco del vivere, ma il tuo conto in banca sempre quello è. Divertiti, squinternata!”

Treni e binari


L’altra sera mi è arrivata una considerazione su di me che con ogni probabilità non voleva essere neanche una critica, ma mi ha ferito proprio perché mi ha punto sul vivo. “Tu sei una musicista classica, ti attieni allo spartito, a quello che è scritto. Il musicista classico è un treno, che mette tutto sui binari. Chi improvvisa si prende il rischio di fare a meno dei binari”.

Anche nella breve finestra della mia vita in cui ho suonicchiato, sono stata incapace di improvvisare. Credevo fosse soprattutto per incapacità tecnica e, se vogliamo, per quella mancanza di talento artistico che in me ho sempre dato per scontata. Oggi realizzo che soprattutto, nella musica come nella vita, quello che mi blocca è la paura.

“Io non ho paura di niente”, mi sono sentita dire, tra il serio e il faceto, da due persone diverse nell’ultimo mese. Una forse lo diceva soprattutto per convincere se stessa, la seconda chissà. Io invece di paura ne ho molta, continuamente. Forse più che paura è più giusto chiamarla mancanza di coraggio, insicurezza, esitazione. E ne soffro, perché io una vita fuori dai binari in fondo la sogno da sempre. Un po’ persino nei fatti ho finito per averla, sotto certi aspetti.

Ma quelle deviazioni dal tracciato, anche quelle che più corrispondevano alla mia natura (quale che essa sia) in fondo le ho sempre considerate scivoloni, fallimenti, tentativi apprezzabilmente creativi di rabberciare una mancanza.

“È felice chi è libero ed è libero chi è coraggioso”. In questo momento della vita forse sarebbe il momento di arrendersi al fatto che no, nonostante le apparenze, non sono una musicista classica. Forse semplicemente non sono una musicista. Ma il pensiero di saltare via dai binari a scorrazzare per prati come il filobus 75 di Rodari, almeno ogni tanto, mi appare tanto desiderabile che magari dovrei semplicemente farlo.

La pazienza non è il mio forte


Sarà per motivi astrologici, o forse più banalmente caratteriali, ma davvero io vorrei tutto e subito. Appena inizio a appassionarmi a qualcosa (un progetto, un’idea, una persona…) inizio a correre, con la mente, con le aspettative e qualche volta pure con le azioni (salvo pentirmene). E allora, spesso e volentieri, vado a sbattere, finendo per frantumare malamente qualunque promettente inizio.

Eppure l’età e l’esperienza dovrebbero avermi insegnato che tutto in fondo si riduce a una questione di tempi. La sincronicità per dir così spontanea è incantevole appunto perché è rara e, soprattutto, episodica. Per tutto il resto c’è la pianificazione, il metronomo, e appunto la pazienza.

Io immediatamente scalpito. Alla minima battuta di arresto comincio a guardarmi alle spalle, a cercare una via di fuga e a imbastire complicate e farraginose giustificazioni da dare in pasto alla mia delusione.

Il problema è che a volte oltre alla pazienza mi manca la costanza. Sull’onda del primo slancio tiro fuori picchi di energia e di positività, ma se perdo interesse finisco per sfilacciarmi e non combinare granché. Mi è dispiaciuto spesso di essermi dimenticata del tutto dell’entusiasmo provato per qualcosa o per qualcuno se, come avviene spesso, quel seme è caduto sul bordo della strada ed è stato mangiato dagli uccelli di passaggio, invece di attecchire in un terreno qualsiasi.

Vorrei essere capace di coltivare le cose nel tempo che ci vuole, con le pause fisiologiche e il ritmo tranquillo della vita normale. Di non far seccare qualunque pianta del mio balcone. Vorrei essere in grado di non trovarmi a dubitare della realtà stessa delle cose solo perché non sono evolute immediatamente in uno dei vari modi che mi ero figurata nella mia testa. Ma questo vorrebbe probabilmente dire fantasticare di meno, non lanciarmi in appassionanti simulazioni di dialoghi tra me e me, accettare la realtà per quel che è. Non so se sono pronta.

“Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
Ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
L’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
Preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
Che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
Ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti…”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: