Gentilezza


“I hate people when the are not polite”, recita il verso di una canzone che canticchio spesso negli ultimi tempi. La canticchio anche per ridere un po’ sul fatto che una persona che conosco, abbastanza inaspettatamente, si comporta nei miei confronti in modo veramente sgarbato. Non saprei dire se la sua sia semplice noncuranza o un atteggiamento studiato.

Vedendo però alcuni personaggi che si mettono in mostra sui social, Instagram soprattutto, facendosi quasi un vanto della propria arroganza, il dubbio che il nostro sia cafone per precisa scelta stilistica mi sorge.

In Israele la chiamavano huzpa e ne facevano una virtù nazionale. Io non trovo assertivo qualcuno che deride il lavoro altrui, o che si scorda del compleanno di un’amica e non prova nemmeno a scusarsi.

Apprezzo i gesti gentili, anche un po’ fuori dal mondo. La gentilezza a casaccio, che a volte i meme ci esortano a praticare, è molto poetica. Ma pensandoci meglio, ancora più preziosa è l’attenzione fedele alle piccole cose, quella che dura negli anni e quasi non la noti, là per là. Ma poi, ripensandoci, brilla in tutto il suo valore. Specialmente in un mondo popolato di maleducati.

Non può piovere per sempre (vero?)


Facebook implacabile mi ricorda che manca abbastanza poco al mio compleanno. Quest’anno (devo rifare i conti tutte le volte) sono 47. Morto che parla, si diceva a tombola. Peccato che da un po’ di tempo mi senta avvolta in una specie di nube densa di scoraggiamento e malessere, che si dissipa a sprazzi, ma che si riaddensa ogni volta un po’ più grigia.

Mi piace fare piani, progetti. Ma quest’anno il compleanno non è contemplato. Non saprei neanche cosa desiderare.

Che poi è questo che mi mette in crisi, in fondo. Cosa voglio? Mi pare di aver perso l’abitudine di formulare desideri.

Quando aprivamo i blog


Ogni tanto qualcuno sospira, in rete o dal vivo: “Che tempo era, quello…”. Quando ci commentavamo su Splinder o Blogspot con la stessa intensità di una chat e quindi chi ci leggeva diventava un amico, qualcuno che si sedeva virtualmente sul tuo divano e magari prima o poi (a volte molto poi) ci si incontrava dal vivo. In questi giorni la serie ispirata al blog di Valentina (Volevo fare la rockstar, se non l’avete vista cercatela e accattatevi pure il libro, così capite meglio cosa erano quei blog) mi e ci ha fatto tornare in mente quel periodo.

Perché ho aperto questo blog, nel 2004? Sinceramente non ricordo precisamente. Certamente questo doveva essere la prova tecnica per il blog serio, che si chiamava “Rifugiati” e che è morto di lì a poco. Ci versavo sopra i pensieri sparsi che altrimenti avrei scritto su quaderni e agende. Poi però qualcuno ha iniziato a leggere. E con la mia gravidanza, nel 2007, quello che a me pareva un sacco di gente ha iniziato a leggere.

Yenibelqis è diventato un divano, incasinato come la mia casa e come la mia vita in generale. Ci si trovava e si chiacchierava. Raccontavo aneddoti, condividevo come mi sentivo, parlavo delle questioni che mi stanno a cuore. Non era un blog tematico, non era un prodotto letterario, non era un portale, non era utile o informativo. Era (ed è) una collezione di chiacchierate. A volte più interessanti, a volte divertenti, a volte stanche, a volte piene di rabbia e di amarezza.

Poi è arrivato Facebook. Se si commenta, lo si fa lì. Se si condividono foto, lo si fa lì. Le “amicizie” si accettano o si rifiutano lì. L’anonimato, a cui non ho mai tenuto, non aveva più senso, comunque. Il blog io non l’ho mai lasciato. È sempre il divano di casa mia. So che ci sono alcuni che mi conoscono da tempo che leggono in silenzio e non sono su Facebook o su altri social. Ma comunque rispetto a Facebook, che è utile, e a Instagram, che mi piace, il blog resta una cosa diversa.

Specialmente il mio blog, che non aveva una funzione precisa, se non chiacchierare di quello che mi va. In tutti questi anni, gli incontri che ho fatto su questo spazio sono stati preziosi. Sono legati a bellissimi ricordi dal vivo. Non voglio far torto a nessuno, ma qui ci starebbero bene tanti nomi di persone a cui sono grata per questo. Ne menziono solo tre, in qualità di facilitatrici di tante altre amicizie: Barbara (all’epoca poesianotturna, oggi Mamma Felice), Silvia (metà di Genitoricrescono, ma anche riemersa da un passato comune) e Iolanda (Filastrocche e poi Fattore Mamma), che mi ha fatto vedere Milano in una luce del tutto diversa.

E chiudo ricordando che questo spazio non esisterebbe più da tempo se Andrea Beggi, che peraltro non ho mai conosciuto, non me lo avesse fatto migrare da Splinder a qui con un gesto di pura generosità. Una disponibilità che mi era stata segnalata da un’altra amica sulla rete, che non ho mai ringraziato abbastanza.

Ho molto rallentato l’aggiornamento di questo spazio, ma non ho mai pensato di chiuderlo. Mi piace pensare che nel tempo si siano aggiunte persone nuove e che le vecchie tornino di tanto in tanto a riaffacciarsi. Fatevi vivi, ogni tanto.

E se fossi un budino?


L’altro giorno mi è tornata in mente una barzelletta un po’ stupida, che non starò a raccontarvi, ma che una volta mi divertiva molto. Il motivo per cui la cito è che esprime bene un’intuizione che ho avuto nei giorni scorsi, dopo momenti di rabbia contro me stessa: e se non fossi poi così forte e inscalfibile come mi piacerebbe essere? Beh, non ci sarebbe niente di male. Forse con l’età mi sono rammollita. Forse sono gli ormoni della premenopausa. Forse sono solo un po’ provata dopo un anno faticoso. Magari è l’effetto accumulo, vai a sapere. Sia quel che sia, questa è la realtà. Molte cose mi feriscono. Mi trovo a espormi nelle discussioni come quando ero giovane e arrogante (almeno su alcuni selezionati argomenti) e poi mi trovo in un angolo a leccarmi le ferite. In un paio di occasioni nemmeno l’imbarazzo mi aiutava a trattenere le lacrime.

Aggiungo un’altra considerazione. Ma chi l’ha detto che bisogna spingersi fuori dalla confort zone? Ma se invece ogni tanto mi avvolgessi in una coperta reale o metaforica e me ne rimanessi dove sono? Sarebbe tanto riprovevole?

Sconfitta


Scrivendo il titolo di questo post mi sono resa conto che è ambiguo. Intendevo il sostantivo o l’aggettivo? In realtà il primo, forse. Ma mi sento anche molto sconfitta personalmente.

Ho letto molta soddisfazione qua e là in merito al vertice di ieri a Malta. Una soddisfazione che posso capire: almeno adesso l’Italia ai tavoli si presenta. Però non posso fare a meno di constatare, anche in questa circostanza, che una volta fatto precipitare il livello della discussione politica e pubblica, questo resta infimo comunque, a meno di decidere di fare un lavoro immenso che nessuno si sogna di cominciare.

Non mi pare che nessuno oggi si scandalizzi davanti a affermazioni del tipo: “La soluzione definitiva è che non partano più o che siano rimpatriati”. Solo io colgo la violenza di una frase così (ammesso e non concesso, naturalmente, che sia stata fedelmente riportata)? Anche il tema delle sanzioni agli Stati che si oppongono alla redistribuzione di migranti suona pericolosamente simile ai provvedimenti obbligatori per lo smaltimento dei rifiuti.

Mi fa paura la leggerezza con cui ogni componente di realtà della questione venga spazzata via da frasi fatte, che sembrano l’esito asettico di un’analisi dei sondaggi che continuano a incalzarci di giorno in giorno: il consenso scende, il consenso sale, come gli indici di borsa che del resto non ho mai capito.

Come si può pensare qualcosa, concertare una politica complessa, se il navigatore del leader di turno si deve resettare freneticamente a ogni soffio di vento?

In ogni caso, non riesco a convincermi che la cosa sia affar mio. In questo consiste la sconfitta. In fondo un po’ in altri tempi credevo che capire, spiegare, porsi domande potesse avere una sua utilità. Oggi, se devo essere onesta, non ci credo. Domani chissà.

P.S. L’immagine si riferisce al bellissimo spettacolo Xenos di Akram Khan

Testa e pancia


Stamattina aprendo l’armadio ho pensato: “Al diavolo. Mi metto quei pantaloni e quella maglia che stanno lì, poco utilizzati, perché quando li metto mi viene in mente solo il giorno per cui li avevo comprati”. Ma sono forte, io, ieri al lavoro è andata bene e quell’insicurezza che mi è saltata al collo più volte in questi 5 mesi quasi non la avverto più.

Quasi. Però poi, sotto sotto, ho sentito un fondo di malinconia per tutta la giornata. Quei vestiti scelti con entusiasmo mi ricordano aspettative deluse, energia sprecata. “Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci”. Basta davvero sapere che è giusto e ragionevole per non ritrovarsi a farlo?

Stasera ripenso ai miei cani e ai miei porci, a quanto ostinato affetto ho dedicato agli uni e agli altri. Se me li trovassi davanti di nuovo, non escludo che mi frugherei in tasca alla ricerca di una cosa santa o di una perla. Ho fatto male? Forse no. Ma farei del male a me stessa, oggi, a continuare a guardarmi indietro. Rischierei di ritrovarmi trasformata in una statua di sale.

Vado avanti, quindi. Non perché “me lo merito”, come mi ha affettuosamente detto qualcuno, ma più banalmente perché è lì che si va quando si mette un passo davanti all’altro. E così sia.

Berlino e me


Quando mi sono trovata abbastanza inaspettatamente a immaginare una vacanza estiva senza mia figlia, non c’è voluto molto per pensare a Berlino. Mi ci voleva un posto dove sto bene, che mi occupasse sufficientemente la testa con pensieri nuovi per non lasciare troppo spazio a quelli vecchi e, allo stesso tempo, non richiedesse sforzi eccessivi, di nessun genere.

Berlino è una delle città dove ho bei ricordi del passato, un posto dove sono tornata più volte, in fasi molto diverse della mia vita e che ho trovato allo stesso tempo familiare e nuova ogni singola volta. Un posto dove capisco un po’ ma non tutto delle lingue più parlate per strada, tedesco e turco, e il ronzio delle conversazioni tra sconosciuti mi è familiare senza davvero distrarmi.

Berlino è dove ho parlato per la prima volta a un convegno in una lingua diversa dalla mia e quell’intervento è diventato un articolo per una rivista che all’epoca consideravo molto fica. Berlino è dove ho comprato un bracciale realizzato piegando una forchetta e un cappello assurdo che in realtà ho messo pochissimo, ma che ho ancora in un cassetto. Berlino è un viaggio fatto solo per andare a un concerto al Tempodrom. Berlino è sempre stata una fantasia di vita possibile e anche un posto dove riabbracciare vecchi amici. Berlino è la prima sala del Pergamon e il segreto piacere di pensarla più importante e bella delle altre, che tutti guardano a bocca aperta.

Anche questa volta Berlino è stata gentile. Sole, nuvolette, cielo azzurro. Percorsi facili, un letto comodo. La sensazione di camminare per strada da sola, anche di sera, vedendo quanto è normale farlo.

Berlino non è proprio Germania, mi dice qualcuno. Certamente Berlino non è un luogo comune. Le spaccature della storia l’hanno resa più elastica. Non credo che ci vivrei, sono troppo romana ormai. Ma starci mi piace sempre moltissimo.