La nostra San Francisco


E così abbiamo avuto il nostro assaggio di America. Cinque giorni bellissimi, di cui mi sono goduta ogni minuto. I nostri ospiti sono stati assolutamente meravigliosi e grazie a loro credo che abbiamo davvero tratto il massimo dalla nostra visita a San Francisco, considerato il tempo limitato a nostra disposizione.

A posteriori mi sento di dire che la destinazione era azzeccaissima per un viaggio “di assaggio” come il nostro. La città è relativamente piccola, verde, in un certo senso familiare – pur nelle dimensioni americane del tutto, dalle strade alle macchine. Riservando le mie considerazioni più “antropologiche” ad altra occasione, ripercorro qui brevemente le mete che abbiamo maggiormente apprezzato.

  1. Muir Woods. Una prima meta assolutamente perfetta per una prima comoda immersione nella natura americana, maestosa e mozzafiato come mi aspettavo. Mi sono innamorata delle sequoie e del loro movimento di torsione verso l’alto (mi sono spiegata? ne dubito), ma anche dell’insieme della foresta. Ci siamo andati all’apertura, alle 8:00, e certamente il poco affollamento della mattina di giorno feriale ha giovato all’atmosfera: mi dicono che nel fine settimana può essere molto affollato.
  2. Centro per il soccorso dei mammiferi marini, Sausalito. Praticamente un ospedale per foche in difficoltà, dove molti volontari soccorrono, curano e nutrono per lo più cuccioli abbandonati dalle madri al loro destino e segnalati con un apposito numero verde. I versi di queste foche, ci hanno spiegato, sono stati registrati per creare le voci dei draghi di Dragon Trainer. Mentre arrivavamo, abbiamo visto un veicolo che usciva dal centro per liberare una paziente ormai ristabilita.
  3. Rodeo Beach. Il nostro primo, perfetto assaggio di oceano. Debitamente corredata di surfisti.
  4. Embarcadero. Piacevolissimo lungobaia, con una soccessione di moli (piers) con svariate attrazioni degne di nota. In particolare: al Pier 15 l’Exploratorium, un museo della scienza di tutto rispetto, che avrebbe meritato ben più del paio d’ore che avevamo a disposizione noi; le foche e l’acquario al Pier 39, che Meryem ha visitato mentre io ero impegnata alla conferenza; il Musee Mecanique, al Pier 45, una bizzarra e leggermente inquietante collezione di giochi d’epoca. Vale la pena di fare un salto anche fabbrica di cioccolato Ghirardelli. Per andare su e giù per l’Embarcadero, se non avete più voglia di camminare, si può prendere la linea E, una tranvia operata con vetture storiche (inclusi alcuni tram milanesi).
  5. Golden Gate Park. Un vero gioiello, che se avessi avuto due o tre giorni extra mi sarei goduta ben di più. Vi segnalo in particolare il Giardino da tè giapponese (che noi abbiamo visto di sfuggita), il de Young Museum (anch’esso visitato al volo, sabato inauguravano una mostra dedicata alla Summer of Love), i bisonti al pascolo, i mulini olandesi sul lato che dà sull’oceano…. Ma noi non siamo andati al Conservatory of Flowers, né alla California Academy of Sciences, che certamente meritavano. Il parco in sé è incredibile e le fioriture erano meravigliose.
  6. Coit Tower. Deliziosa atmosfera, personale gentile e gioviale, bei murales, panorama a 360°. Come mi ha fatto notare il mio amico Filippo, compare più volte in Vertigo.
  7. Haight Ashbury. Una passeggiata piacevole e quasi doverosa, un quartiere assolutamente fotogenico. Se siete in vena di acquisti assurdi, vi segnalo il più incredibile negozio di calzini che io abbia mai visto. Non abbiamo resistito ai calzini Wonder Woman con tanto di mantello (ma c’erano anche quelli dei My Little Ponies corredati di ali) e ai calzini arcobaleno di rigore per il Gay Pride. Ma io mi sono regalata anche uno specifico omaggio alla città, con un paio con l’effige di Rosie The Riveter.
  8. Lombard Street. Panorama inconfondibile, merita almeno una foto, non vi pare?

Tra le cose da vedere o da fare che abbiamo perso a questo primo giro c’è certamente la visita ad Alcatraz, ma anche una corsa nel celebre Cable Car (quando dovevamo farla purtroppo pioveva) e una visita a Angel Island. Tutte ottime ragioni per tornare a trovare i molti nuovi amici che ci siamo fatte in questa occasione e che ci hanno regalato esperienze uniche, come l’incontro con una vera hippy (a Woodstock Terry C’ERA!), due notti in una camera corredata di bovindo (e del letto più comodo del mondo) e una guidata attraverso il quartiere italiano, l’unico posto al mondo dove ogni lampione è griffato con il tricolore e l’odore di marijuana è perfettamente percepibile anche dal finestrino della macchina semiaperto…

P.S. Ho omesso il Golden Gate Bridge, fin troppo ovvio. Ma vi darò una dritta ulteriore: uno dei punti di osservazione migliori, dal basso, è Fort Baker.

Aspettative americane


Domani per la prima volta nella mia vita volerò in America. Passerò giusto qualche giorno a San Francisco, quindi più che un viaggio è una breve e assai circoscritta esperienza. Però ho deciso di condividerla con Meryem e vi confesso che questo rende la cosa più appetibile.

Lei è elettrizzata. Io cerco scaramanticamente di non costruirmi troppe aspettative, ma in effetti è un esercizio difficile. Non so se quanto riuscirò ad aggiornare il blog, ma cercherò di condividere qualche scatto su Instagram. Quindi occhio alla colonnina a destra e pensateci!

Una gita a Napoli


La prima volta di Meryem a Napoli non era stata una gran successo. La seconda, modestamente, è stata un trionfo. Alcuni fattori che hanno determinato questo splendido risultato non sono dipesi in alcun modo da me. Altri sì.

Il tempo questa volta era bellissimo. Fa molta differenza, lo ammetto. Meryem aveva tre anni di più. Per quanto l’altra volta fosse stata fantastica, ora è una compagna di viaggio a tutti gli effetti. Anche questo fa differenza. Eravamo sole io e lei. Non sempre essere una madre single mi rende felice, ma come ho detto in altre occasioni, viaggiare in due e più semplice che viaggiare in tre.

Ma veniamo alle migliorie che ho scelto di fare, a partire dalla prima: non optare per la gita in giornata. Napoli è vicina, è vero. Andare e tornare senza pernottare è fattibilissimo. Però se lo si fa ci si perde la cena e il dopocena. Se lo si fa è difficilissimo non sentirsi incalzati dal tempo. Se lo si fa non si ha un posto dove riposarsi un’oretta dopo un’immersione prolungata in una città che definirei, senza dubbio, molto densa. Se noi lo avessimo fatto, in particolare, avremmo rinunciato a un pernottamento nel cuore di Spaccanapoli, alla compagnia e alle indicazioni di due cari amici che si sono trasferiti lì da qualche mese, all’accesso alla terrazza che vedete qui sopra e alla possibilità, direi irrinunciabile, di passare la serata in abbondante e rumorosa compagnia, mangiando pizza e graffe decisamente fuori misura. Meryem non avrebbe avuto la possibilità di dormire per la prima volta in una camera tutta per lei, separata dalla mia. E poi, incidentalmente, due giorni a Napoli non bastano neanche ad assaggiare quello che meriterebbe di essere visto. Quindi sono decisamente in minimo sindacale.

La seconda lesson learned dalla scorsa volta riguardava appunto l’itinerario della visita e la sua preparazione. In sintesi, ci ho rinunciato in partenza. Ho deciso consapevolmente che mi sarei data l’obiettivo di due mete storico-artistiche, una per giorno. Avevo un desiderio preciso per una, la Cappella Sansevero, ma ho lasciato la scelta della seconda alle circostanze e ai consigli che avremmo ricevuto. Per il resto l’idea era passeggiare, godersi l’atmosfera, eventualmente comprare qualche statuina per il presepe. Niente stress da performance turistica, dunque. Alla fine abbiamo passato il primo giorno a Spaccanapoli, tra S. Gregorio Armeno e la Cappella di Sansevero, appunto, immerse in una calca difficilmente descrivibile (era l’8 dicembre!) che però, in qualche modo, siamo riuscite anche a goderci, fermandoci a sentire performance dal vivo a San Domenico Maggiore e svicolando qua e là quando ci andava di respirare. Dopo una splendida serata, terminata con rapido giro in macchina by night fino a Scampia, abbiamo dedicato il secondo giorno alla Certosa di san Martino, che abbiamo raggiunto in funicolare dopo una passeggiata attraverso il mercato di Pignasecca. Tutte e tre le scelte si sono rivelate godibili, interessanti e adattissime sia a me che a Meryem. La Certosa è in splendida posizione panoramica, ha una collezione ricca ma varia e non soffocante (dai quadri ai presepi, passando per carrozze e modellini di navi), offre anche la possibilità di passeggiare nei giardini e di godere una Napoli ariosa e tranquilla, diametralmente opposta a quella del giorno prima. Dopo di che, pranzo a base di fritti al Vomero e metropolitana per tornare in centro.

Meryem si è innamorata di un aspetto di Napoli che forse è difficile descrivere pienamente: la sua teatralità, la musica che non è performance individuale ma dimensione collettiva e travolgente. Alla stazione centrale, intorno a uno dei pianoforti che si vedono ormai abbastanza spesso nei luoghi pubblici in Italia e in Europa, si era formato un capannello di anziani, ragazzi, disabili (forse un gruppo di un pellegrinaggio? chissà) che suonavano, cantavano e ballavano canzoni napoletane della tradizione con una convinzione rara. Decine e decine di persone hanno passato quasi un’ora lì con loro. A un certo punto, dopo un’interpretazione di Torna a Surriento particolarmente intensa, uno degli spettatori si è avvicinato al capo coro e, con le lacrime agli occhi, gli ha dato 50 euro. “Mi avete commosso”, ha cercato di spiegare. Ma i soldi gli sono stati ridati con decisione e persino una certa indignazione. Era chiaro che, a differenza dei gruppi (bravissimi, alcuni) che si avvicendano sul palco naturale di S. Domenico, quel gruppo di persone fosse lì davvero solo per diletto, per passare il tempo, per il piacere di cantare e ballare insieme. Anche se il risultato era decisamente straordinario, da diversi punti di vista.

“E’ il mondo alla rovescia”, cercava di spiegarmi sinteticamente il mio amico gesuita. Per non affogarci dentro, da straniero, bisogna dimostrare enorme flessibilità fisica e mentale. Mi spiegavano, ad esempio, che a Scampia il fatto che un negoziante rilasci lo scontrino non è necessariamente indizio di maggiore onestà. Anzi. Che il metro con cui si giudica facilmente risulta inadeguato. Che per un non napoletano vivere a Napoli richiede un continuo esercizio di verifica e di verità, al di là delle apparenze. Ma questo discorso ci porterebbe ben oltre i limiti di una gitarella di due giorni. Per approfondire questi tarli e queste riflessioni bisognerà tornare, molte volte.

E quindi, alla fin fine, per Napoli consiglio lo stesso approccio che raccomando per visitare Roma (o Istanbul). Non pensate di imbrigliarla in una successione di tappe, di riassumerla, di fare una classifica dei must e di mettere bandierine su una mappa: inchinatevi con umiltà alla metropoli, tornateci spesso e lasciatevi stupire ogni singola volta.

 

La guerra in vacanza


Un po’ me lo aspettavo, ma forse non ero comunque preparata: viaggiando per la Germania (e anche un po’ in Olanda!) la memoria della Seconda Guerra Mondiale è presente ovunque. Avevo scelto di non includere nel nostro itinerario visite a campi di concentramento, per questa prima volta. Ma comunque io e Meryem abbiamo avuto modo di parlare di guerra in più di un’occasione e la cosa l’ha colpita abbastanza. Credo che l’età fosse adeguata e quindi l’esperienza è stata importante. Mi ha fatto piacere poi che legasse la memoria della guerra in Europa a quello che sa della guerra in Siria.

I momenti più significativi della nostra vacanza da questo punto di vista sono stati il Memoriale di St. Nikolai ad Amburgo e, ovviamente, il Museo Ebraico di Berlino. Il primo è stato per Meryem estremamente interessante: siamo entrate nella cripta della chiesa distrutta un po’ scettiche, ma poi le foto e la documentazione ci hanno consentito davvero di fare un tuffo nella storia. Una delle cose che più ha colpito Meryem sono stati i volantini con la lista di cose che ogni famiglia doveva portare con sé al momento di trovare riparo nei rifugi in caso di bombardamento. Questo aspetto così concreto e quotidiano l’ha fatta pensare a cosa faremmo noi in una circostanza analoga. In qualche modo la documentazione del bombardamento della città in tutta la sua crudezza (poi richiamato, in altre tappe, da diversi altri memoriali meno monumentali, soprattutto le campane del duomo di Lubecca lasciate lì dove sono precipitate all’epoca) ci ha aiutato a uscire del tutto dallo raccontino “buoni contro cattivi” in cui si corre sempre il rischio di cadere. Anche i volantini con l’invito ad arrendersi lanciati dagli alleati hanno colpito molto Meryem, così come gli spartiti delle canzoni di propaganda in cui il bombardamento di Londra era motivo di gioia e marcette.

A un certo punto si è chiesta se sia stato più grave quello che ha fatto la Germania (iniziare la guerra e tentare di sterminare del tutto gli ebrei) o quello che hanno fatto gli Stati Uniti (lanciare la bomba atomica). Abbiamo poi convenuto che in guerra tutti arrivano a fare cose spaventose e abbiamo parlato di quanto sia difficile, anche molto dopo la fine di un conflitto, costruire una vera riconciliazione. Questa conversazione, avvenuta ad Amburgo in due tranche (complice una targa appesa a St. Pauli le avevo anche raccontato sommariamente la vicenda della nave Exodus, così abbiamo gettato le basi per parlare di Israele e Palestina…), è stata una delle più significative e intense che ci sia capitato di fare.

Il Museo Ebraico di Berlino è un’esperienza molto ricca e con aspetti diversi. La parte architettonica è incredibile ed evocativa. La parte storica davvero ricca e piena di spunti per coinvolgere i bambini. In una sala si possono scrivere dei desideri su bigliettini e poi attaccarli su un albero di melograno. Meryem ha scritto: “Vorrei che non ci fosse più la guerra”. Lo stesso desiderio lo ha appeso anche su una croce di legno nel duomo di Lubecca su cui i visitatori erano invitati a appendere le loro intenzioni di preghiera.

Tornati in Italia ha deciso di leggere Le valige di Auschwiz di Daniela Palumbo. Lo ha quasi finito e le sta piacendo molto. Mi ha detto che la sta aiutando a capire meglio alcune delle cose di cui abbiamo parlato durante il viaggio.

 

 

 

Un’estate in interrail


E anche questa volta, chiuso con qualche difficoltà l’Invicta Ranger ormai provato dal tempo e dall’uso, siamo tornate. Tre settimane di Eurosurfing sono davvero volate, molto più in fretta di quanto mi aspettassi. Credo che, potendo, ci saremmo fatte serenamente un’altra decina di giorni…

Fedeli agli intenti iniziali, abbiamo scorrazzato un pochino per Germania e Olanda, senza alcuna pretesa di visita esaustiva di alcuno dei luoghi raggiunti. Diciamo che siamo andate un po’ a orecchio e un po’ a casaccio, lasciandoci guidare dalle persone che abbiamo incontrato e dai suggerimenti di chi ci seguiva a distanza. In molti luoghi siamo state coccolate ospiti. Dove non avevamo un appoggio, abbiamo usato con soddisfazione Airbnb. Questa soluzione era molto adatta al nostro viaggio itinerante sia perché pagata in anticipo (fa sempre comodo), sia perché i nostri padroni di casa sono stati davvero gentili, amichevoli e prodighi di informazioni e di consigli. Credo che lo userò ancora e se voleste farlo anche voi, sentitevi liberi di usufruire del mio codice (se è il vostro primo utilizzo, avrete uno sconto di 30 euro).

L’interrail di per sé ci si addice moltissimo. Meryem ha amato molto l’avventura del treno di notte (nonostante la seccatura dei due controlli di frontiera con relativi bruschi risvegli… mi hanno fatto rimpiangere i tempi in cui si lasciava il passaporto al cuccettista!) e in generale ha apprezzato anche gli altri. Io mi sono innamorata della tratta Mainz-Bremen, che costeggia tutto il Reno con scorci davvero suggestivi. La tentazione era di scendere a ogni stazione, ma alla fine non ci siamo pentite della divisione del tempo che avevamo pianificato, se non per il fatto che ci sarebbe piaciuto averne molto di più.

Spero di raccontarvi, in almeno un post dedicato, gli highlight del nostro viaggio, da quelli in qualche misura attesi (il Museo delle Migrazioni di Bermerhaven) a quelli assolutamente inaspettati (la Badschiff Arena di Berlino). Per ora vi lascio con la descrizione sintetica dell’itinerario fatto e vi rimando al mio profilo Istagram per una carrellata di immagini (#interrail #inviaggioconmeryem).

Giorno 1: Roma-Monaco (viaggio di notte)
Giorno 2: Monaco (Museo della scienza e della tecnica, passeggiata in centro, birreria Hofbräuhaus, Englischer Garten)
Giorno 3: Monaco (Englischer Garten bis, pranzo bavarese) Stuttgart

Giorno 4: Stuttgart (municipio, torre della televisione, biblioteca nazionale, terme)
Giorno 5: Stuttgart (zoo Wilhelma)Mainz

Giorno 6: Mainz (Museo della stampa, cattedrale, vetrate di Chagall, museo delle navi romane, giro in macchina e gelato)
Giorno 7 : MainzBrema (giro per centro storico)
Giorno 8: Gita a Bremerhaven (Museo delle migrazioni, giro in barca nel porto), ritorno a Brema (con visita a zio curdo)
Giorno 9: Brema (essendo domenica, rappresentazione dei Musicanti di Brema sulla piazza della cattedrale; giro per il centro)Osnabruck (pizza, lavatrice e pernottamento)
Giorno 10: OsnabruckUtrecht (arrivo, sistemazione e spiaccicamento)
Giorno 11: Utrecht (centro, torre della cattedrale, giro per il centro)
Giorno 12: Utrecht (gita in bicicletta, campagne e mulini; museo dei treni, cena al ristorante Syr)
Giorno 13: UtrechtSchiermonnikoog

Giorno 14: Schiermonnikoog (giornata in bicicletta in giro per l’isola, spettacolo del Circus Salto)
Giorno 15: SchiermonnikoogAmburgo via Gottinga (il giorno di viaggio più lungo!), giro al centro di Amburgo, tunnel sotto l’Elba e cena portoghese
Giorno 16: Amburgo (a
 spasso, parco Planten un Blomen, ruota panoramica, battello sul fiume)

Giorno 17: Gita a Lüneburg
Giorno 18: Gita a Lubecca
Giorno 19: Amburgo- Berlino (Eastside Gallery, gelato, cena da amici)
Giorno 20: Berlino (Neues Museum, giro sull’autobus 100, Kudamm e dintorni, gelateria Erste Sahne-Otivm)
Giorno 21: Berlino (fattoria urbana, piscina nel fiume, pranzo giapponese, Museo ebraico)
Giorno 22: Berlino (colazione coi pancake e – ahimè – volo per) Roma.

Inutile fare l’elenco delle molte, moltissime cose che non abbiamo visto e non abbiamo fatto. Ma guardando indietro mi sento di dire che questo itinerario era un buon compromesso tra le esigenze mie e di Meryem, ci ha divertito e ci ha fatto pensare. Riuscire a incrociare persone diverse e anche bambini in alcuni giorni del viaggio è stato un valore aggiunto considerevole, che ci ha permesso di assaporare meglio i momenti a due. Mia figlia, nell’estate dei nove anni, si conferma una compagna di viaggio spettacolare. E’ curiosa, adattabile, mai lagnosa: queste doti compensano ampiamente quel certo non-so-che di adolescenza che comincia ad affacciarsi all’orizzonte… 🙂

Per ora è tutto. Grazie ancora a tutti i co-protagonisti, volontari e involontari, del nostro Eurosurfing 2016!

 

Cose che ora so di Brescia


Una rapida trasferta, con la testa un po’ affollata di pensieri, preoccupazioni, cose sospese. Confesso che alla fine io Brescia, nel vuoto grigio dello studio scolastico della geografia, non la collocavo neanche tanto. Tre anni fa il primo friendsurfing  mi aveva almeno consentito di ancorarla in qualche modo a Salò e questo mi ha risparmiato ieri alcune pessime figure, che avrebbero dimostrato inequivocabilmente la mia ignoranza storica oltre a quella geografica.

Riassumendo prima di stramazzare, mi annoto le cose apprese:

  1. Brescia ha un centro storico bellissimo, ma proprio bello bello, di quelli che ti riconcilia con l’Italia monumentale. Ideale per passeggiarci con un’amica incontrata finalmente vis-à-vis.
  2. A Brescia e dintorni l’inquinamento è una cosa seria: http://www.ambientebrescia.it/CaffaroRepubblica.pdf
  3. Le valli vicino a Brescia sono posti assai particolari, per vita sociale e folklore, dove si lavora molto, si guadagna (ancora) tanto, si producono alcuni prodotti che si vendono bene un po’ ovunque e sempre (anche posate, ma soprattutto armi).
  4. Tutto questo però si concilia in qualche modo anche con l’indefessa attività di alcuni altrettanto alacri sognatori: c’è chi sogna un  museo bellissimo (e raccontandotelo anche solo per cenni riesce a farti venir voglia di visitarlo, quando ci sarà), c’è chi sogna la pace e un mondo più giusto.
  5. A Brescia c’è almeno un posto dove si mangia da Dio, curati e coccolati da un vero cuoco (che spesso e volentieri cucina per una vecchia gloria del calcio che, contrariamente a ciò che credevo ingenuamente io, non solo non è vegetariano ma si diletta a procacciarsi da sé la non-verdura di cui è ghiotto).

Una trasferta che valeva la pena di fare, pur nei tempi risicati. Grazie a chi l’ha provocata!

Istanbul in sette giorni


Istanbul in sette giorni non si visita tutta. Non credete alle guide. Per farsi una prima idea di questa metropoli sorprendente di giorni bisognerebbe preventivarne almeno dieci, meglio dodici. Noi però questi giorni avevamo e ce li siamo fatti bastare. Aggiungiamo poi che eravamo in tre: io, mia figlia Meryem (8 anni) e Pietro (che a causa di un infortunio era fermamente intenzionato a camminare poco e mai su dislivello). C’erano inoltre alcune indicazioni del Ministero degli Esteri, rispetto alla necessità di evitare posto troppo affollati e turistici (inclusa la metropolitana) a causa del rischio attentati.

Rispetto ai dislivelli l’impresa si presentava disperata. I colli di Istanbul, sette come quelli di Roma, sono maledettamente ripidi. I dislivelli c’erano. Le camminate pure. Però i taxi – mi sono dovuta rassegnare all’evidenza – costano poco. Meno dei mezzi pubblici, che pure ho ostinatamente usato quasi tutti. E gli attentati, direte voi? Beh, ci è stato subito chiaro che posti poco affollati a Istanbul semplicemente non esistono. Ci siamo lasciati contagiare dall’atmosfera di svagata rilassatezza della città e abbiamo osato. Non ce ne siamo pentiti.

015Istanbul a mia figlia ha rivelato da subito due grandi attrattive: i gatti e i gabbiani. I primi, in particolare, hanno la stessa aria di sublime indifferenza dei gatti di Roma. Talora si concedono alle coccole, talora si spostano sdegnati. A volte assumono una sostenuta posa da sfingi e regnano sulle soglie e sui gradini, ostentando distacco. I gabbiani, reali e comuni, si esibiscono volentieri nella presa al volo di briciole e pezzi di pane duro che i passeggeri lanciano da battelli e vaporetti. E qui veniamo alla terza attrazione di Istanbul: la navigazione. Il Corno d’Oro e il Bosforo altro non sono che Mediterraneo addomesticato a fiume. Il Bosforo aggiunge l’indubbio fascino di collocarsi tra Europa e Asia. Il Corno d’Oro fa onore al suo nome scintillando con zelo di riflessi sempre diversi. Il mare fluviale si naviga in barca, ma a tratti si supera sui ponti. E persino, meraviglia, ci si può passare sotto, a bordo dell’avveniristico Marmaray, la metro subacquea che collega due continenti.

Vi è venuta voglia di fare un salto a Istanbul? Eh, lo so. Di più. Lo capisco perfettamente. Spero di parlarvi più diffusamente di alcune mete in altri post, ma inizierò a darvi alcuni consigli generali e poi vi racconterò sinteticamente il programma di marcia che abbiamo scelto noi per la nostra settimana.

Intanto scegliete il vostro albergo. Noi eravamo al Pera Hotel, nel quartiere di Beyoglu (vicino alla Torre di Galata). Le stanze sono piccoline, ma comode e lo staff gentilissimo. Nessuna vista panoramica, ma francamente, cosa vi importa? Quella la avete in qualunque altro posto della città e mica siete venuti fino a Istanbul per stare affacciati alla finestra, no?

Seconda dritta: munitevi al più presto delle giuste “card”. Il Museum Pass (85 lire turche) consente di accedere ai musei statali della città  (sono la maggior parte: l’eccezione più eclatante è la cosiddetta Basilica Cisterna) per 72 ore. Sebbene in passato fosse ancora più vantaggiosa, resta comunque conveniente e soprattutto consente di saltare la fila. Si compra nella biglietteria di tutti i musei, alla reception di alcuni alberghi e anche online. Dà diritto ad alcuni sconti anche nei musei non statali e per le crociere sul Bosforo organizzate dalla compagna municipale di trasporti. I bambini fino a 8 anni compiuti entrano gratis. La carta magnetica ricaricabile per i trasporti, se decidete di usarli, è altrettanto importante. Noi abbiamo faticato un po’ a farla perché la macchinetta alla stazione dove cercavamo di comprarla esigeva una singola banconota da 10 lire turche per ciascuna card (non dava resto e non accettava la somma se composta da tagli diversi…), ma una volta acquistata la ricarica è stata molto semplice. Piuttosto valeva la considerazione che per alcuni tragitti, essendo in tre (i bambini pagano), il taxi risultava più conveniente.

Per documentarvi sulla vostra visita vi consiglio un libro e un blog. Partiamo dal secondo: Istanbul, Europa di Giuseppe Mancini è una fonte preziosissima di consigli e informazioni dettagliate e aggiornate. Ci è stato molto utile per limare i particolari della nostra visita e per integrare le informazioni pratiche, spesso un po’ approssimative, delle guide tradizionali. Il libro invece è 111 luoghi di Istanbul che devi proprio scoprire. Ci ha regalato molte conferme e qualche spunto nuovo, diventando una specie di album di ricordi della nostra visita grazie alle belle foto che accompagnano il testo. Per la topografia abbiamo apprezzato la seconda edizione ampliata della Cartoville Istanbul del Touring editore: più dettagliata delle simboliche cartine delle guide, molto più maneggevole di una mappa tradizionale.

Ultimo consiglio: i pasti possono essere tutti veloci e assai convenienti, ma un tuffo serio nella cucina ottomana non potete davvero negarvelo. Senza bisogno di spendere una follia, potete gustarvi una cena da Haci Abdulla. Attenzione, le porzioni sono generosissime!

Ed ecco infine il programma sintetico della nostra visita.

Giorno 1: arrivo, trasferimento, passeggiata in zona Bazar delle Spezie e Bazar di piante, pesci e uccelli, vicino alla Yeni Camii (vendono le sanguisughe!).

Giorno 2: S. Salvatore in Chora (Kariye Muzesi), Fethiye Camii (Chiesa di Pammakaristos), Sultanahmet/Moschea Blu e Ayasofya/Santa Sofia, Yerebatan Sarnici/Basilica Cisterna.

Giorno 3 : Rustem Pasa Camii e crociera sul Bosforo, versione lunga (fino al Mar Nero!)

Giorno 4: Museo archeologico, Aya Irini, Uskudar (Mihrimah Camii, Sakirin Camii, Cinili hammam per un bagno turco)

Giorno 5: isole dei Principi (Burgazada), Suleymaniye Camii, Gran Bazar

Giorno 6: Eyup (moschea e teleferica), Museo Koc, acquisti sull’Istiklal.

Giorno 7: trasferimento all’aeroporto e visita dell’acquario di Florya.

Già da questo sintetico appunto vedrete che abbiamo fatto alcune scelte che si potrebbero definire discutibili, prima fra tutte quella di non visitare Topkapi. Non siamo andati una sera a Ortakoy, come avrei voluto fare. Abbiamo omesso molte chiese e moschee importanti e belle, nonché il parco Yildiz con i suoi bei chioschi, che avrei voluto vedere, e i palazzi imperiali (Dolmabahce, Ciragan, Beylerbeyi). Non siamo andati al Museo del mare a vedere la mappa di Piri Reis (1513), né al museo di Arti turche e islamiche dove c’era una mostra sui Selgiuchidi che mi faceva gola. Nonostante questo, ritengo che abbiamo scelto bene le nostre mete e spero, nei prossimi post, di raccontarvi anche perché ne sono convinta.


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