Le migrazioni in vacanza (reloaded)


Il tema delle migrazioni è stato uno dei fili conduttori della vacanza in Grecia, forse perché, a guardare bene, le tracce delle migrazioni sono ovunque, quando si guarda con un minimo di attenzione. Sono stati almeno tre i filoni della nostra riflessione di viaggio, in riferimento a tre diversi momenti storici.

  1. Le migrazioni antiche. Questo è stato forse il tema più inaspettato, almeno per me. Leggendo i testi delle domande fatte all’oracolo di Dodona, nel grazioso (e assai poco frequentato) museo archeologico di Ioannina, ci ha sorpreso che svariate di esse riguardassero potenziali migrazioni. “Devo trasferirmi a Crotone con la mia famiglia? I miei affari avranno successo?”. Sarà la deformazione professionale, ma per la prima volta mi sono immaginata le colonizzazioni greche in una luce molto diversa: non arditi civilizzatori di terre lontane, ma padri di famiglia alla ricerca di un futuro per sé e per i propri figli. Uomini pieni di dubbi e di paure, non sorridenti piantatori di bandierine.
  2. La diaspora degli ebrei sefarditi. Nel 1492, lo stesso anno della cosiddetta “scoperta” dell’America, iniziava l’esodo degli ebrei prima dalla penisola iberica e poi dall’Italia meridionale. Una parte importante di loro è arrivato in Grecia. A Ioannina abbiamo incontrato Allegra Matsa, discendente di una famiglia originaria di Siracusa. In una sinagoga molto grande (che non era neanche l’unica della città) ha ripercorso per noi la storia di una comunità ormai ridotta a poche decine di unità. Mi ha colpito sentire che a Ioannina si fermò la parte più povera dell’esodo sefardita: i mercanti, gli intellettuali e le élite fin da subito proseguirono per Salonicco o per Istanbul. Anche allora i rifugiati non erano tutti uguali, evidentemente. C’è stato un tempo in cui la popolazione di Ioannina era composta in parti più o meno equivalenti da ebrei, cristiani e musulmani: a questa convivenza è dedicato il piccolo ma significativo Museo Etnografico che si trova all’interno della moschea Arslan Pasa. Peraltro l’edificio in sé merita senza alcun dubbio una visita.
    Sul tragico epilogo di molte comunità ebraiche d’Europa in Germania avevamo già avuto di riflettere molto, ma in Grecia si toccano con mano le conseguenze irreversibili del genocidio nazista.
    Sulle pareti della sinagoga di Ioannina sono iscritti 1.832 nomi di ebrei deportati (la comunità contava all’epoca 2.000 persone). Era il 25 marzo 1944, mancavano solo 6 mesi alla liberazione, ma quei 6 mesi hanno cambiato per sempre la storia degli ebrei in città e in Grecia. Di tutte queste persone si sarebbe perso anche il ricordo, visto che gli archivi furono bruciati dai nazisti, se non fosse stato per lo straordinario sforzo di Michael Naoum Matsas, uno dei pochi sopravvissuti, che ricostruì la lista completa sulla sola base della sua memoria. L’edificio della sinagoga fu salvato dalla distruzione perché il vescovo e il sindaco chiesero e ottennero dai tedeschi di utilizzarlo come biblioteca.
    Un’altra visita importante per la memoria del genocidio degli ebrei è stato il Museo ebraico di Salonicco. Lì la storia fu, se possibile, ancora più amara che a Ioannina. In una calda giornata del luglio 1942 tutti gli uomini della comunità di età dai 18 ai 45 anni furono riuniti nella piazza della Libertà. Durante tutto il pomeriggio li si obbligò a compiere esercizi fisici sotto minaccia delle armi. In meno di 10 settimane il 12% di questi morirono a causa del deperimento e della malattia. La comunità tessalonicese, aiutata da quella ateniese, riuscì a raccogliere 2 miliardi della somma di 3,5 miliardi di dracme richiesta dai tedeschi per il rilascio dei lavoratori forzati. I tedeschi accettarono di liberarli, ma esigettero in controparte l’abbandono del “cimitero ebraico di Salonicco”, dove vi erano dalle 300.000 alle 500.000 tombe, memoria storica della Gerusalemme dei Balcani. Gli ebrei iniziarono il trasferimento delle tombe verso due terreni che erano stati loro concessi in periferia, ma le autorità comunali, prendendo a pretesto la lentezza delle operazioni, decisero di assumere la gestione dell’operazione. Cinquecento operai greci, pagati dal comune, effettuarono la distruzione delle tombe. Il cimitero non tardò a trasformarsi in una vasta cava, dove i greci ed i tedeschi andavano a cercare pietre da utilizzare come materiale di costruzione. In città diverse chiese e edifici sono stati edificati con quelle lapidi. Al posto dell’antico cimitero oggi sorge l’Università di Salonicco. Il monumento che ricorda la deportazione degli ebrei da Salonicco fu costruito solo nel 1997, in periferia. Gli amministratori dell’Università Aristotele hanno sempre rifiutato di erigere un qualsiasi monumento per ricordare la presenza dell’antico cimitero ebraico sotto le fondamenta degli edifici.
  3. Lo scambio delle popolazioni tra Grecia e Turchia. Ne avevo sentito vagamente parlare, per accenni e in modo piuttosto leggero, ad esempio in questo film, o in questo giallo. Ma a Salonicco per la prima volta ho cercato di saperne di più, colpita da una evidenza sorprendente e abbastanza triste: quasi ogni traccia della secolare storia ottomana della città è stata cancellata, oppure versa nel più totale abbandono. La città, pur affascinante, ancora oggi all’occhio del visitatore attento appare, in qualche misura, ferita.
    In estrema sintesi, nel 1923 i cristiani greci dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco. Parliamo del trasferimento forzato di ben due milioni di persone le cui comunità, in molti casi, vantavano una storia plurisecolare. Parliamo soprattutto della fine traumatica di una convivenza che certamente non fu sempre e ovunque felice, ma che era parte integrante della cultura e dell’anima di quelle terre. Anche in questo caso, come altrove in Europa, si ritenne che l’ “omogeneità” della popolazione dei nuovi stati fosse una garanzia di stabilità per il futuro. Certamente fu l’inizio di grandi difficoltà da una parte e dall’altra (l’assimilazione dei nuovi arrivati non fu così indolore) e anche di un certo rafforzamento di identità contrapposte, con quella religiosa che si salda a quella nazionale, che ha portato nuovi e duraturi conflitti. Io credo, avendo imparato ad apprezzare e amare un po’ entrambi i Paesi, che questa decisione abbia impoverito e penalizzato sia la Grecia che la Turchia, prevenendo probabilmente ostilità gravi nell’immediato, ma gettando le basi per una reciproca estraneità (se non attivo odio e rancore) del tutto in contraddizione con la storia.

Parlando con un simpatico autista Uber delle prospettive dell’Europa, mi ha colpito il fatto che lui insistesse a dire che un tedesco o un nord europeo in genere non ha proprio gli strumenti culturali per capire un greco, un po’ per i pregiudizi (“Dicono che non lavoriamo, io lavoro 12 ore al giorno, in condizioni che nessuno di loro potrebbe sopportare”), un po’ per diversa mentalità. Questo discorso, tutt’altro che raro, dimostra in primo luogo che certamente i pregiudizi sono reciproci. Ma fa anche riflettere sul fatto che in Europa sembriamo aver perso la capacità, se mai a sprazzi l’abbiamo avuta (a me piace pensare che a tratti, in alcuni territori, ci fosse), di trarre vantaggio dalle nostre indiscutibili differenze. Eppure l’unico futuro possibile è un futuro insieme. Vale per l’Europa, vale per ciascuno dei quartieri in cui viviamo.

Viaggio in Grecia: uno sguardo d’insieme


“In Grecia senza macchina?” mi chiedevano, con minore o maggiore scetticismo quelli con cui condividevo i miei piani di viaggio. “Cioè, neanche noleggiandola? Ehm…”.

Ecco, iniziamo da qui. Un viaggio nella Grecia continentale con i mezzi pubblici si può fare, ma certamente ha delle limitazioni. Per raggiungere la meta più bella una macchina per un giorno l’abbiamo infatti affittata. In due o tre occasioni la nostra resistenza e la nostra pazienza sono state messe seriamente alla prova dalla Ktel, l’azienda di trasporti greca. Ma valeva la pena di farlo, senza dubbio alcuno. Vi dirò, certe volte non poter ottimizzare tempi e tragitti (ecco, questo in qualche caso è un eufemismo) costringe a rallentare, a fermarsi una notte in più, a godersi l’atmosfera e soffermare lo sguardo un po’ più a lungo.

La Grecia continentale, in fondo al mio cuore, era da sempre “la Grecia vera“. Senza nulla togliere alle isole amate da molti, me inclusa, quest’anno avevo voglia di un viaggio a più dimensioni, paesaggistiche, storiche e culturali. Ho avuto decisamente pane per i miei denti.

Non vi immaginate nulla di particolarmente eroico. Siamo stati in luoghi che, anche se non sono frequentatissimi da turisti italiani, erano dotati (qualcuno di più, qualcuno di meno) di comode strutture di medio/buon livello, per i nostri standard di viaggi. Ho trovato l’atmosfera generale molto accogliente e rilassante. Anche in luoghi dove c’era un’ampia offerta di attività e servizi, non mi sono mai sentita aggredita o raggirata in quanto turista.

I greci, in questa estate torrida (ma forse in generale), avevano molto a cuore l’idratazione del turista: nei ristoranti appena seduti arrivava una bottiglia di fresca acqua di rubinetto (buona e gratuita), in quasi tutti gli alberghi e AirBnB dove siamo stati siamo stati accolti dall’omaggio di bottiglie di acqua minerale. Il tour che abbiamo fatto alle Meteore includeva abbondante scorta d’acqua e i free Walking Tour a Salonicco avevano fontanelle, storiche ma funzionanti, tra le tappe.

Abbiamo visitato musei bellissimi e moderni nell’esposizione, usufruito di visite guidate godibili e interessanti (a proposito: questa è l’estate che ricorderò per il fatto che Meryem segue ormai tranquillamente una visita guidata in inglese).

Ma credo che mia figlia ricorderà questo viaggio soprattutto per le bellezze naturali: in prima posizione c’è il sorprendente fiume Acheronte, ma anche un mare straordinario, le rocce delle Meteore e il verde intenso del Pelio.

O forse nel suo cuore resterà soprattutto il cibo?

Eccovi, in sintesi, il nostro itinerario di tre settimane. 

  • Bari-Igoumenitsa. Trasferimento (in taxi, la domenica non ci sono autobus!) a Parga.
  • Tre giorni a Parga, uno dei quali impiegato per una giornata intera all’Acheronte (che merita un post a parte!).
  • Ioannina (con visita a Dodona e alle grotte di Perama)
  • Kalambaka e Meteore
  • Quattro giorni a Salonicco, uno dei quali impiegato per una gita a Vergìna
  • Tappa a Volos e trasferimento a Platanià (Pelion). Cinque giorni di mare, comprensivi di gita di un giorno a Skiathos.
  • Trasferimento a Atene.

 

 

 

Parliamo di musei


Scrivo questo breve post prendendo spunto da un’interessante conversazione con Meryem, che mi raccontava che secondo lei i musei non sono ancora, in media, sufficientemente interattivi per risultare interessanti (e se sapesse quanti passi avanti si sono fatti…). Il discorso è nato dall’apprezzamento positivo delle attività proposte al Museo dell’Acropoli di Atene, che hanno reso la visita molto più piacevole e istruttiva.

E’ stata sua l’idea di fare un podio ideale dei suoi musei preferiti tra quelli che ha visitato finora e io ve lo riporto qui, seguito dalla mia classifica. Attenzione: qui non si valuta quanto il museo sia ricco o importante, ovviamente. Piuttosto, la qualità dell’esperienza di visitarlo.

Meryem
1. Museo dell’Emigrazione, Bremerhaven (Germania). Ve lo raccontavo qui. Un’esperienza davvero straordinaria.

2. Museum Speelklok, Utrecht (Olanda). Un museo assai particolare, dedicato agli strumenti musicali che suonano da soli (non saprei dirlo con una parola più adatta). La visita guidata, molto simpatica, prevede ovviamente che vengano fatti suonare. Sorprendente.

3. Museo degli strumenti musicali tradizionali (MELMOKE), Atene, Grecia. Ve ne ho parlato nel post precedente.

Chiara
1. Sulla prima posizione, concordo con mia figlia.

2. Museo Ebraico, Berlino, Germania. Una visita davvero intensa e completa, da ogni punto di vista. Ve ne parlavo qui.

3. Sceglierne solo un altro era difficile, ma alla fine al terzo posto metto la Chester Beatty Library, Dublino, Irlanda.

Da notare che due dei cinque musei menzionati sono gratuiti.

E voi? Qual è il vostro podio? E quello dei vostri figli?

Un assaggio di Atene


Siamo da poco tornate dal nostro viaggio di tre settimane Matera-Atene, di cui vi racconterò presto qualcosa di più. Inizio però dall’ultima tappa, per condividere con voi qualche ispirazione, nel caso vi trovaste a visitare Atene. Premessa: nessuna città degna di questo nome si visita in tre giorni, e noi ne avevano due e mezzo. Però nulla impedisce di godersela, senza alcuna pretesa di esaustività.

Io e Meryem (10 anni) ci siamo arrivate alla fine di una vacanza che ci aveva dato modo di prendere reciprocamente le misure rispetto alle nostre preferenze e interessi in Grecia. Io: storia, archeologia q.b. (quanto basta), architettura, attualità. Lei: attività interessanti, shopping, musica. Entrambe: cibo.

Ecco dunque qualche consiglio, per argomenti.

Dormire. Abbiamo usato con soddisfazione Airbnb, preferendo un appartamento a un albergo e un host che ci ha dato ottimi consigli e, come ci è sempre capitato finora, si è dimostrato molto flessibile e pronto a venire incontro alle nostre esigenze. Eravamo in zona Victoria Square, vicino al Museo Archeologico e molto ben collegato con Monastiraki, epicentro dei luoghi di interesse turistico. [Avete mai usato Airbnb? Se volete farlo per la prima volta potete usufruire di uno sconto di 35 euro facendolo da questo link].

Musei e siti archeologici. Concordo pienamente con i suggerimenti di questo bel post di Genitori Crescono: Museo dell’Acropoli (prima della visita sul sito), Museo Archeologico Nazionale, Acropoli con l’accortezza di fare il biglietto in uno degli altri 5 siti a cui si accede con il biglietto combinato. Una precisazione: fatelo assolutamente, se siete intenzionati a visitarne almeno un altro (io ho amato molto l’Agorà romana con la Torre dei Venti, la Biblioteca di Adriano e la sua splendida Nike e il grazioso e fruibile museo nell’Agorà antico). Se cercate solo un saltafila, è bene che sabbiate che il biglietto combinato costa 30 euro e quello per la sola Acropoli 12. Poi io fossi in voi deciderei che ne vale comunque la pena, specie se si considera che i bambini entrano gratis e che la fila sotto il sole può levare qualunque entusiasmo all’appassionato più zelante, figuriamoci ai compagni di viaggio più giovani. Ma è bene che lo sappiate, ecco.
Non abbiamo avuto modo di visitare il Museo della Filosofia di cui parla Serena nel suo post, ma abbiamo amato molto il Museo degli Strumenti Musicali Tradizionali, frutto dell’appassionata e competente ricerca del musicologo Fivos Anoyanakis. E’ gratuito, molto ben allestito e si trova in uno splendido palazzo d’epoca.

Attività. Merita assolutamente una visita il nuovissimo Centro Culturale della Fondazione Stavros Niarchos, progettato da Renzo Piano. Trascorreteci qualche ora nel tardo pomeriggio, il momento migliore per godersi il parco, dove ci sono anche meravigliosi giochi per bambini e adulti (scacchiere, giochi musicali, gli intramontabili schizzi, un labirinto) e si può godere del panorama e anche dei profumi del giardino mediterraneo. Ci sono molte attività e credo che con il tempo aumenteranno. Noi abbiamo raggiunto il posto con Uber (peraltro efficientissimo a Atene), spendendo 7 euro dal centro, ma siamo tornati con la navetta gratuita che collega con piazza Syntagma.
Un’altra esperienza piacevole è godersi la vista dalla collina del Licabetto: se non fosse stato così caldo sarei scesa a piedi attraverso il bosco (a salire, taxi tutta la vita!), ma invece abbiamo optato per la funicolare, costosetta e non panoramica.

Shopping. Premesso che il mestiere del turista è esattamente cercare paccottiglia per mercatini e non dovreste quindi privarvi di questo divertimento, ci segnalo due negozi di shopping un po’ più ricercato dove ho lasciato il cuore (e anche un po’ di soldi). Almeno il secondo è peraltro dotato di shopping online, quindi se volete portarvi un po’ di Grecia a casa anche d’inverno, avrete modo di farlo. Il primo è Anamnesia, dove ogni articolo (tutti assai instagrammabili, guardare per credere) è corredato da simpatiche spiegazioni sull’oggetto/cibo/città/animale a cui si ispirano (anguria, insalata greca, antipasti meze, riccio…). Il secondo, più noto, è Forget Me Not : Meryem ancora mi tiene il muso per non averle comprato i sandali alati in silicone.

Mangiare. Il cibo greco è assai migliore di quello che mi ricordassi e il livello generale della ristorazione ad Atene mi è parso buono (almeno per chi è un po’ abituato a dribblare le trappolone per turisti). Condivido con voi solo due dritte che abbiamo ricevuto e che abbiamo apprezzato particolarmente. Per un pranzo dopo la visita dell’Acropoli, raccomando To Kafeneio: non dimenticate di dare un’occhiata anche all’interno, la sala è molto bella. Per la cena, il nostro preferito è Melilotos: cucina tradizionale rivisitata, sapori fantastici e personale giovane e premuroso.

Un ultimo consiglio: affacciatevi qui, se vi capita. Noi ci passavamo davanti spesso e una sera abbiamo fatto una piacevolissima chiacchierata. Mi è sembrato che avessero in cantiere molte cose interessanti, quindi ho iniziato a seguirli su Facebook!

Ci sono almeno due o tre posti dove mi rammarico di non essere potuta andare e tanti altri che non conosco ancora. Ma, come ha detto anche Meryem, in questa città torneremo certamente.

Com’è Rimini?


Questa estate è un po’ fuori fuoco. Non saprei come dirlo meglio. Non è che i programmi saltino del tutto, ma certo hanno una tendenza a deformarsi, storcersi, perdere l’asse immaginato per prendere tutt’altra piega. Il tutto per dire che alla fine ho rinunciato a replicare la fortunata settimana a Ventotene dello scorso anno e, presa da un subitaneo impulso, sono andata a Rimini.

La cosa ha suscitato un certo stupore in chi mi frequenta. “Ma come ci siete finite voi due sulla riviera romagnola?”, hanno chiesto alcuni. Mah, ci siamo finite più o meno come siamo finite in Kurdistan o in giro per la Germania: senza pensarci troppo.

Com’è Rimini? Per me è stato il luogo geografico in cui la prospettiva di Meryem si è bruscamente divaricata dalla mia, intanto. Per una combinazione fatale tra mie esitazioni e sue ribellioni, ho finito per rinunciare alla gita a Ravenna (con molto dispiacere). Non ho rinunciato alla visita al Tempio Malatestiano e alla passeggiata per il borgo, grazioso davvero, tuttavia l’atmosfera anche in quel caso è stata un po’ guastata da un velo di mugugno.

Per il resto, Rimini è come me la descrivono: carina, accogliente, fantasiosa. La gentilezza verso il turista regna sovrana. E non con quel vago retrogusto di presa per il culo che a Roma non manca mai nei rapporti tra cliente e avventore, anche quando sono felici. Proprio gentilezza, lineare e aperta, misurata ma non asettica. Mi è piaciuta.

L’affollamento, che temevo (Rimini per la mia famiglia era addotto come simbolo del carnaio in spiaggia da evitare a ogni costo), era reso relativo dall’immensità delle spiagge. O forse anche da un calo di presenze? Non so dire. In stabilimento siamo andate due volte, una a San Giuliano e una a Rimini centro (bagni 24). Un’esperienza interessante, più costosa di quello che mi aspettavo nel primo caso e assai meno costosa di quanto mi aspettassi nel secondo. In futuro non la eviterei necessariamente, ma neanche insisterei per rifarla.

Concludo dicendo, con il cuore in mano, che una terra così ospitale e accogliente si meriterebbe un mare degno di questo nome. Va bene l’atmosfera, la suggestione, le attività, la comodità, i servizi, il cibo (sublime)… ma andare al mare nonostante il mare continua a parermi un po’ bizzarro. Non credo mi ci abituerei.

La nostra San Francisco


E così abbiamo avuto il nostro assaggio di America. Cinque giorni bellissimi, di cui mi sono goduta ogni minuto. I nostri ospiti sono stati assolutamente meravigliosi e grazie a loro credo che abbiamo davvero tratto il massimo dalla nostra visita a San Francisco, considerato il tempo limitato a nostra disposizione.

A posteriori mi sento di dire che la destinazione era azzeccaissima per un viaggio “di assaggio” come il nostro. La città è relativamente piccola, verde, in un certo senso familiare – pur nelle dimensioni americane del tutto, dalle strade alle macchine. Riservando le mie considerazioni più “antropologiche” ad altra occasione, ripercorro qui brevemente le mete che abbiamo maggiormente apprezzato.

  1. Muir Woods. Una prima meta assolutamente perfetta per una prima comoda immersione nella natura americana, maestosa e mozzafiato come mi aspettavo. Mi sono innamorata delle sequoie e del loro movimento di torsione verso l’alto (mi sono spiegata? ne dubito), ma anche dell’insieme della foresta. Ci siamo andati all’apertura, alle 8:00, e certamente il poco affollamento della mattina di giorno feriale ha giovato all’atmosfera: mi dicono che nel fine settimana può essere molto affollato.
  2. Centro per il soccorso dei mammiferi marini, Sausalito. Praticamente un ospedale per foche in difficoltà, dove molti volontari soccorrono, curano e nutrono per lo più cuccioli abbandonati dalle madri al loro destino e segnalati con un apposito numero verde. I versi di queste foche, ci hanno spiegato, sono stati registrati per creare le voci dei draghi di Dragon Trainer. Mentre arrivavamo, abbiamo visto un veicolo che usciva dal centro per liberare una paziente ormai ristabilita.
  3. Rodeo Beach. Il nostro primo, perfetto assaggio di oceano. Debitamente corredata di surfisti.
  4. Embarcadero. Piacevolissimo lungobaia, con una soccessione di moli (piers) con svariate attrazioni degne di nota. In particolare: al Pier 15 l’Exploratorium, un museo della scienza di tutto rispetto, che avrebbe meritato ben più del paio d’ore che avevamo a disposizione noi; le foche e l’acquario al Pier 39, che Meryem ha visitato mentre io ero impegnata alla conferenza; il Musee Mecanique, al Pier 45, una bizzarra e leggermente inquietante collezione di giochi d’epoca. Vale la pena di fare un salto anche fabbrica di cioccolato Ghirardelli. Per andare su e giù per l’Embarcadero, se non avete più voglia di camminare, si può prendere la linea E, una tranvia operata con vetture storiche (inclusi alcuni tram milanesi).
  5. Golden Gate Park. Un vero gioiello, che se avessi avuto due o tre giorni extra mi sarei goduta ben di più. Vi segnalo in particolare il Giardino da tè giapponese (che noi abbiamo visto di sfuggita), il de Young Museum (anch’esso visitato al volo, sabato inauguravano una mostra dedicata alla Summer of Love), i bisonti al pascolo, i mulini olandesi sul lato che dà sull’oceano…. Ma noi non siamo andati al Conservatory of Flowers, né alla California Academy of Sciences, che certamente meritavano. Il parco in sé è incredibile e le fioriture erano meravigliose.
  6. Coit Tower. Deliziosa atmosfera, personale gentile e gioviale, bei murales, panorama a 360°. Come mi ha fatto notare il mio amico Filippo, compare più volte in Vertigo.
  7. Haight Ashbury. Una passeggiata piacevole e quasi doverosa, un quartiere assolutamente fotogenico. Se siete in vena di acquisti assurdi, vi segnalo il più incredibile negozio di calzini che io abbia mai visto. Non abbiamo resistito ai calzini Wonder Woman con tanto di mantello (ma c’erano anche quelli dei My Little Ponies corredati di ali) e ai calzini arcobaleno di rigore per il Gay Pride. Ma io mi sono regalata anche uno specifico omaggio alla città, con un paio con l’effige di Rosie The Riveter.
  8. Lombard Street. Panorama inconfondibile, merita almeno una foto, non vi pare?

Tra le cose da vedere o da fare che abbiamo perso a questo primo giro c’è certamente la visita ad Alcatraz, ma anche una corsa nel celebre Cable Car (quando dovevamo farla purtroppo pioveva) e una visita a Angel Island. Tutte ottime ragioni per tornare a trovare i molti nuovi amici che ci siamo fatte in questa occasione e che ci hanno regalato esperienze uniche, come l’incontro con una vera hippy (a Woodstock Terry C’ERA!), due notti in una camera corredata di bovindo (e del letto più comodo del mondo) e una guidata attraverso il quartiere italiano, l’unico posto al mondo dove ogni lampione è griffato con il tricolore e l’odore di marijuana è perfettamente percepibile anche dal finestrino della macchina semiaperto…

P.S. Ho omesso il Golden Gate Bridge, fin troppo ovvio. Ma vi darò una dritta ulteriore: uno dei punti di osservazione migliori, dal basso, è Fort Baker.

Una gita a Napoli


La prima volta di Meryem a Napoli non era stata una gran successo. La seconda, modestamente, è stata un trionfo. Alcuni fattori che hanno determinato questo splendido risultato non sono dipesi in alcun modo da me. Altri sì.

Il tempo questa volta era bellissimo. Fa molta differenza, lo ammetto. Meryem aveva tre anni di più. Per quanto l’altra volta fosse stata fantastica, ora è una compagna di viaggio a tutti gli effetti. Anche questo fa differenza. Eravamo sole io e lei. Non sempre essere una madre single mi rende felice, ma come ho detto in altre occasioni, viaggiare in due e più semplice che viaggiare in tre.

Ma veniamo alle migliorie che ho scelto di fare, a partire dalla prima: non optare per la gita in giornata. Napoli è vicina, è vero. Andare e tornare senza pernottare è fattibilissimo. Però se lo si fa ci si perde la cena e il dopocena. Se lo si fa è difficilissimo non sentirsi incalzati dal tempo. Se lo si fa non si ha un posto dove riposarsi un’oretta dopo un’immersione prolungata in una città che definirei, senza dubbio, molto densa. Se noi lo avessimo fatto, in particolare, avremmo rinunciato a un pernottamento nel cuore di Spaccanapoli, alla compagnia e alle indicazioni di due cari amici che si sono trasferiti lì da qualche mese, all’accesso alla terrazza che vedete qui sopra e alla possibilità, direi irrinunciabile, di passare la serata in abbondante e rumorosa compagnia, mangiando pizza e graffe decisamente fuori misura. Meryem non avrebbe avuto la possibilità di dormire per la prima volta in una camera tutta per lei, separata dalla mia. E poi, incidentalmente, due giorni a Napoli non bastano neanche ad assaggiare quello che meriterebbe di essere visto. Quindi sono decisamente in minimo sindacale.

La seconda lesson learned dalla scorsa volta riguardava appunto l’itinerario della visita e la sua preparazione. In sintesi, ci ho rinunciato in partenza. Ho deciso consapevolmente che mi sarei data l’obiettivo di due mete storico-artistiche, una per giorno. Avevo un desiderio preciso per una, la Cappella Sansevero, ma ho lasciato la scelta della seconda alle circostanze e ai consigli che avremmo ricevuto. Per il resto l’idea era passeggiare, godersi l’atmosfera, eventualmente comprare qualche statuina per il presepe. Niente stress da performance turistica, dunque. Alla fine abbiamo passato il primo giorno a Spaccanapoli, tra S. Gregorio Armeno e la Cappella di Sansevero, appunto, immerse in una calca difficilmente descrivibile (era l’8 dicembre!) che però, in qualche modo, siamo riuscite anche a goderci, fermandoci a sentire performance dal vivo a San Domenico Maggiore e svicolando qua e là quando ci andava di respirare. Dopo una splendida serata, terminata con rapido giro in macchina by night fino a Scampia, abbiamo dedicato il secondo giorno alla Certosa di san Martino, che abbiamo raggiunto in funicolare dopo una passeggiata attraverso il mercato di Pignasecca. Tutte e tre le scelte si sono rivelate godibili, interessanti e adattissime sia a me che a Meryem. La Certosa è in splendida posizione panoramica, ha una collezione ricca ma varia e non soffocante (dai quadri ai presepi, passando per carrozze e modellini di navi), offre anche la possibilità di passeggiare nei giardini e di godere una Napoli ariosa e tranquilla, diametralmente opposta a quella del giorno prima. Dopo di che, pranzo a base di fritti al Vomero e metropolitana per tornare in centro.

Meryem si è innamorata di un aspetto di Napoli che forse è difficile descrivere pienamente: la sua teatralità, la musica che non è performance individuale ma dimensione collettiva e travolgente. Alla stazione centrale, intorno a uno dei pianoforti che si vedono ormai abbastanza spesso nei luoghi pubblici in Italia e in Europa, si era formato un capannello di anziani, ragazzi, disabili (forse un gruppo di un pellegrinaggio? chissà) che suonavano, cantavano e ballavano canzoni napoletane della tradizione con una convinzione rara. Decine e decine di persone hanno passato quasi un’ora lì con loro. A un certo punto, dopo un’interpretazione di Torna a Surriento particolarmente intensa, uno degli spettatori si è avvicinato al capo coro e, con le lacrime agli occhi, gli ha dato 50 euro. “Mi avete commosso”, ha cercato di spiegare. Ma i soldi gli sono stati ridati con decisione e persino una certa indignazione. Era chiaro che, a differenza dei gruppi (bravissimi, alcuni) che si avvicendano sul palco naturale di S. Domenico, quel gruppo di persone fosse lì davvero solo per diletto, per passare il tempo, per il piacere di cantare e ballare insieme. Anche se il risultato era decisamente straordinario, da diversi punti di vista.

“E’ il mondo alla rovescia”, cercava di spiegarmi sinteticamente il mio amico gesuita. Per non affogarci dentro, da straniero, bisogna dimostrare enorme flessibilità fisica e mentale. Mi spiegavano, ad esempio, che a Scampia il fatto che un negoziante rilasci lo scontrino non è necessariamente indizio di maggiore onestà. Anzi. Che il metro con cui si giudica facilmente risulta inadeguato. Che per un non napoletano vivere a Napoli richiede un continuo esercizio di verifica e di verità, al di là delle apparenze. Ma questo discorso ci porterebbe ben oltre i limiti di una gitarella di due giorni. Per approfondire questi tarli e queste riflessioni bisognerà tornare, molte volte.

E quindi, alla fin fine, per Napoli consiglio lo stesso approccio che raccomando per visitare Roma (o Istanbul). Non pensate di imbrigliarla in una successione di tappe, di riassumerla, di fare una classifica dei must e di mettere bandierine su una mappa: inchinatevi con umiltà alla metropoli, tornateci spesso e lasciatevi stupire ogni singola volta.