I mormoni e il diritto di contare


Ieri sono andata a visitare il nuovo tempio dei mormoni a Roma, un edificio monumentale e per molti versi assai spiazzante. Sarebbe troppo facile, ma non originale e neppure utile, ironizzare sullo sfarzo, sulla traduzione della bellezza “tipicamente italiana” in categorie che non hanno nulla di culturalmente europeo (dal pattern della piazza del Campidoglio riprodotto qua e là a casaccio tipo logo commerciale ai dipinti che si ispirano, più che all’arte figurativa in sé, alla riproduzione di fotogrammi di pellicole cnematografiche). Ma non è questo in realtà che mi ha colpito davvero e condivido con il mio amico Renzo il fastidio per la facile ironia con cui sui giornali viene descritto questo luogo di culto e questa comunità religiosa, specialmente considerando che anche il cattolicesimo in Italia offre manifestazioni non meno pacchiane, sfarzose e risibili se viste in una certa ottica.

Io credo che il punto sia un altro e che non vada preso sotto gramba. Quello che ho visto ieri è una struttura enorma che pullulava di membri della comunità di ogni età (e in una certa misura vari anche per provenienza, anche se ovviamente i “missionari” statunitensi facevano la parte del leone) che erano lì a servizio, dedicati con gioia alla buona riuscita delle visite. Dimostravano tutti entusiamo e convinzione. Approfondendo quel minimo i contenuti del messaggio religioso, salta all’occhio che la comunuità dei fratelli è tangibile e concretamente presente nelle scelte quotidiane dei membri della chiesa, a partire dalla decima dello stipendio che tutti versano. Ma d’altro canto la comunità offre aiuto, supporto, sostegno, effettivo contatto umano. Non posso fare a meno di osservare che molte persone nel mondo avvertono il bisogno di una comunità meno evanescente, che se e quando si presenta una necessità qualunque esista e si materializzi in persone fisiche a cui potersi rivolgere.

Non mi fraintendete. Non voglio mica dire che se uno si sente solo deve farsi mormone. Affatto. Però io penso che questo elemento sia un punto di forza del loro messaggio. Esistono certamente altri modi di creare lo stesso senso di comunità effettiva, diversissimi tra loro, di quasi qualsiasi etichetta religiosa o non religiosa. E ho la sensazione he tutte queste forme, dalle comunità di famiglie che ho avuto modo di incrociare attraverso il mondo gesuitico ai kibbutzim israeliani (ma mettiamoci pure la Comunità di S. Egidio e tutte le altre comunità che richiedono dai membri non una simpatia generale, ma precise scelte di vita), sia guardata più o meno con analogo dubbio e sospetto dalla comunicazione mainstream.

Lo stesso giorno della visita al tempio con Meryem ho guardato un bellissimo film, Il diritto di contare (che raccomando caldamente per vari motivi). Inevitabilmente, visti i pensieri che rimuginavo da qualche ora, ho notato un aspetto della storia a cui forse non avrei fatto attenzione altrimenti. Le tre donne afroamericane che si affermano con la loro competenza e tenacia in un’America degli anni ’60 ancora – incredibilmente, certamente per mia figlia – segrazionista facevano parte di una comunità religiosa che le apprezzava e le sosteneva. Se fossero state ciascuna da sola davanti alle proprie sfide personali, ce l’avrebbero fatta lo stesso? Certamente no, senza voler evidentemente sminuire la capacità delle singole. Il titolo è molto bello e ha molte sfumature diverse. Certamente si trattava di tre donne che, a dispetto di tutto, per qualcuno contavano già: per i loro familiari, ovviamente, ma anche per la loro comunità.

Se guardo alla mia esperienza, in un contesto apparentemente preoccupato di non invadere la tua privacy (salvo calpestarla di continuo con le più svariate scuse, evidentemente), vedo con chiarezza che quella che io ho imparato a chiamare libertà ha un prezzo alto. Nessuno mi controlla, nessuno mi giudica, ma sono spesso sola con le mie fatiche, le mie decisioni e le mie responsabilità. Dopo che ho partorito sono rimasta sola chiusa a casa per alcuni giorni, più o meno paralizzata dalla paura. Mia madre, che ho sentito al telefono a un certo punto, mi ha detto che non mi aveva chiamato prima e non era passata a trovarmi per non disturbare. Sono certa che fosse assolutamente vero e io stessa ho ben chiara la preoccupazione di “esserci troppo”, di soffocare la legittima e sana indipendenza di mia figlia.

Aggiungerei che le comunità che conosciamo e di cui mia madre e tanti altri hanno fatto e fanno esperienza (religiose, sociali, il villaggio, il clan, la famiglia mediterranea, ecc…) non sono, diciamocelo, i luoghi in cui solitamente e normalmente si fiorisce e ci si sviluppa. Io stessa sono fuggita dall’unica parvenza di comunità religiosa tangibile, la parrocchia, esattamente perché avvertivo forte il desiderio di quella comunità di tenermi al guinzaglio, di non incoraggiarmi ad uscire verso l’esterno, di limitarmi. Meglio soli che male accompagnati. Meglio nulla che una comunità che soffoca e opprime, che costringe in categorie e arriva a mutilare i suoi membri, almeno simbolicamente (quando non fisicamente).

Però. C’è un però. Vivere soli contro il mondo non solo è difficile, ma alla lunga non rende felici. Possibile che non possano esistere delle comunità presenti senza opprimere, rispettose della diversità individuale, libere dalla sete di potere, ma anche fisicamente e affettivamente presenti e non meramente ideali e intangibili? Io questo weekend lo termino rimuginando questa domanda.

Pensarci prima


A volte è bene dire: “Ok, no. Io non me l’accollo”.

Oggi, casualmente, mi è tornato in mente un momento preciso di quasi 7 anni fa. Ho accarezzato l’idea di cambiare bruscamente vita professionale e candidarmi per fare la commessa in un negozio di giocattoli. Poi, come tante cose che mi hanno attraversato la mente e anche entusiasmato per un po’, è stata accantonata. Mi sono riletta i pareri e i consigli datimi all’epoca da alcuni amici con cui mi ero consultata. E’ un esercizio interessante.

Mi affascina sempre la mia capacità di rimuovere pezzi importanti di vita vissuta solo perché il mio interesse è catturato da qualcos’altro. Da quando ho iniziato a lavorare un po’ sulla scrittura autobiografica, però, mi colgono una specie di folgorazioni. Capisco che, anche nel caos ingovernabile della mia vita, alcuni meccanismi si ripetono. Io, la paladina dell’imprevedibile e dell’improbabile, devo ammettere che alcuni cataclismi in effetti sarebbero stati prevedibili, se non fossi stata sempre così distratta da altro. Magari non evitabili, ma almeno prevedibili sì.

E se fosse arrivata la stagione, a 46 anni suonati, di “pensarci prima”? Di imparare dall’esperienza. almeno un pochino?

Una volta ho letto un brano di Elif Shafak, una scrittrice che amo molto, in cui lei si descriveva intenta a interagire animatamente con il suo harem interiore, composto dalle molte diversissime versione di se stessa contenute in lei. Questa immagine mi ha molto colpita, l’ho sentita davvero mia. So bene che significa una animata discussione tra donne, magari intimamente legate tra loro.

Ecco, da qualche giorno a questa parte io sento che dentro di me è in corso un litigio senza esclusione di colpi. Però questa volta, invece che lasciare che la me stessa che si ritiene più competente in materia detti la linea con la consueta prepotenza, intendo provare a sentire le ragioni di tutte le altre. Poi magari l’ultima parola ce l’avrà la me stessa intransigente, che ha bisogno di sentirsi salda su due e tre questioncine di principio che la toccano pericolosamente da vicino e che già ha messo su il broncio. Ma almeno le altre, quelle che sono consapevoli della fragilità e relatività di quelle questioni, potranno dire la loro.

Si apra il dibattito.

L’arte di complicarsi la vita



«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Matteo 21, 28-31

Se penso alle letture che più profondamente – a tratti subdolamente – hanno influenzato la mia vita e la percezione di me stessa, vedo che i Vangeli occupano comunque un posto di primo piano. In particolare, certe volte mi pare che i tre versetti qui sopra mi abbiano segnato più di ogni ragionevolezza.

Sarà forse che parlano di fratelli e io di sorelle ne avevo ben quattro. Però a leggere bene il testo, io certo non ero la prima di quelle sorelle. E il Vangelo, come molti genitori, per i figli minori ha decisamente un occhio di favore, di cui avrei potuto assolutamente approfittare. E invece io mi sono sempre identificata con il primo figlio, quello che di getto risponde di no.

Perché risponde no, quel figlio? Perché è onesto, mi viene da pensare. Perché andare a lavorare nella vigna è una gran rottura di coglioni. Perché non pensa neppure un secondo a quale risposta potrebbe fargli fare una figura migliore. E poi si pente, caspita se si pente. Si pente al punto che non solo ci va, ma in fondo considera pure giusto che nessuno ci faccia caso, che nessuno gli dica grazie.

Ieri di nuovo, per l’ennesima volta, ho messo a fuoco quanto il mio giusto pentimento per gli errori fatti, per le risposte date o non date, mi abbia sempre fatto credere che fosse giusto non riconoscermi merito per quello che invece poi ho fatto. Ho lavorato molto per anni, ingoiando umiliazioni di ogni calibro, e ho sempre pensato di meritarlo perché da giovane sono stata arrogante.

Ora però vorrei iniziare l’anno nuovo dicendomi che le due cose non sono collegate. Sono stata arrogante da giovane? Sì. Questo mi ha portato a mancare i miei obiettivi, professionali e personali? Onestamente non lo so. Forse se avessi fatto meno errori li avrei raggiunti, forse invece semplicemente il mio errore è stato quello di non saperli individuare, quegli obiettivi.

Però posso serenamente dire che da tanti punti di vista, in questi anni, quel cavolo di lavoro nella vigna l’ho fatto. Per giorni, con qualsiasi tempo. Forse perché poi alla fine non c’è davvero scelta, forse perché, sebbene mi piaccia pensarmi ribelle, sono fondamentalmente una persona obbediente. Ho detto di no, è vero. Ma mi sono fatta un discreto mazzo e continuo a farmelo, anche se sempre più spesso mi chiedo chi me l’ha fatto fare.

Mi pento di essere una che in prima battuta dice no? Vorrei essere più diplomatica, più accomodante, più furba? Vorrei essere capace, una volta detto no, almeno di restarmene in pace sul divano? Non penso. Io sono fatta così. Non credo che in fondo in fondo mi dispiaccia del tutto. Però certamente non rende la mia vita più facile.

Per alcuni uomini giunge il giorno in cui
devono pronunciare il grande Sì o il grande
No. È chiaro sin da subito chi lo ha
pronto dentro di sé il Sì, e pronunciandolo
si sente più rispettabile e risoluto.
Chi rifiuta non si pente. Se glielo richiedessero,
“no” pronuncerebbe di nuovo. Eppure quel no
-quel no giusto – lo annienta per tutta la vita.

K. Kavafis

Uguali


“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Se leggiamo questa frase così, in automatico, specialmente in questi giorni di commemorazioni, immagino che nessuno abbia obiezioni sostanziali. 

Credo che sappiamo tutti, però, che non è così. Non tutti gli esseri umani nascono liberi e tanto meno uguali in dignità e diritti. Certe volte, in questi giorni (non più tardi di ieri sera) mi sono chiesta se davvero vorremmo essere uguali agli altri. Perché alla fine nascere privilegiati in sostanza è proprio questo: avere molto di più degli altri, indiscutibilmente. Io credo che quando parliamo di diritti umani, con le migliori intenzioni, fondamentalmente intendiamo che gli altri, tutti gli altri, dovrebbero aver diritto (idealmente) a un minimo, posto che noi evidentemente abbiamo assai di più.

In Italia negli ultimi 13 mesi sono nati due bambini. Una, che chiameremo Maryam, è nata in Sicilia, poco dopo che la sua mamma, Hope, è stata soccorsa nel Mediterraneo. Il suo fratellino invece è nato a Roma, di 30 settimane, alcuni giorni fa. E’ ancora in terapia intensiva neonatale.

Su questo blog ho incontrato e fatto amicizia con tante madri, anche con qualcuna che ha avuto l’esperienza di una nascita prima del termine, delle ansie e delle oggettive difficoltà che ne derivano. Però nessuna di quelle mamme, incinta di sette mesi, si è sentita dire che doveva passare la notte per strada, per giunta con una bambina di 13 mesi. Nessuna ha visto il padre dei suoi figli dormire lui per strada, per mesi, perché il sistema di accoglienza, che infine li ha espulsi e basta, considera una pretesa eccessiva che due genitori vivano insieme, con i loro bambini piccoli. 

Maryam a 13 mesi probabilmente non ha avuto un’esperienza paragonabile a quella di mia figlia alla stessa età. Sua madre non ha avuto un’esperienza lontanamente paragonabile a quella mia o delle mie amiche che hanno avuto figli. Anche soprassedendo sulla sua esperienza precedente e soffermandosi solo sulla maternità, credo di poterlo affermare con certezza. Io e Hope non siamo uguali in dignità e diritti.

Immagino come commentereste qui se vi raccontassi che mia figlia, a 13 mesi, è stata buttata in mezzo a una strada una notte che aveva la febbre. Se vi dicessi che gli assistenti sociali mi hanno detto che purtroppo anche se alcuni posti ci sono, io non rientro più tra quelli che possono accedervi.  Delle regole debbono pur esserci e su queste la maggior parte degli italiani sono d’accordo.

Hope ha un permesso di soggiorno valido e così suo marito, ma questo non dovrebbe neppure essere necessario precisarlo. Se pure non lo avesse, questo non toglierebbe alcunché alla sua natura di essere umano. Come pure non dovrebbe essere rilevante dire la nazionalità di Hope, la sua religione, il colore della sua pelle. Non dovrebbe essere rilevante se nella sua vita ha commesso reati (non ne ha commessi), se ha pagato o meno le tasse dovute (le ha pagate).

Tutti gli esseri umani vuol dire tutti. Io mi chiedo davvero se ci rendiamo conto del significato letterale di quella frase.

Il nostro Parlamento ha votato una nuova legge che rende le persone un po’ meno uguali, certamente in diritti e sicuramente anche in dignità. Una legge che rivela una visione del mondo che divide con enfasi in vincenti e perdenti, in cui la paura di cadere tra i perdenti rende molti di noi sempre più meschini e cinici. Così perdiamo quasi tutti e finiamo per affocare nel mare di bugie pietose che ci raccontiamo tutte le mattine.

Ho sempre creduto che la dignità degli altri sia il fondamento della mia libertà
Melania Mazzucco, Io sono con te

Sono un tempio


La prima e finora unica volta che sono entrata in un tempio induista ricordo di aver pensato che i templi fenici che studiavo da giovane dovevano essere così: luoghi lontanissimi dalla sacralità compìta delle nostre chiese, dove si mangia, si piange, si vende, si balla, Luoghi dove non sarebbe neppure sconveniente fare sesso. Se sono un tempio, sono un tempio così. Un luogo che ha il suo senso, il suo spirito, la sua sacralità, ma che sfugge alle definizioni troppo precise. Un luogo non escludente, dove gli opposti convivono, dove il principio di non contraddizione non si applica, perché quello può andare bene per l’aritmetica dei calcoli ordinari, non per la fisica dei massimi sistemi.

Un’altra caratteristica dei templi antichi che mi ha sempre affascinato è il loro essere comunicazione e passaggio tra passato, futuro e eterno presente. Se sono un tempio voglio essere una scala di Giacobbe che permette alle mie anime di passeggiare su e giù, voglio essere la pietra della fondazione che tiene a cuccia i mostri degli errori passati e degli incubi ricorrenti, ma che allo stesso tempo non li elimina del tutto perché non può esserci vita piena se non nell’equilibrio precario sul ciglio del caos. 

Da ragazza mi vedevo come una candela destinata a spegnersi sotto una campana di vetro. Nel mio tempo voglio una fiamma eterna che brucia di curiosità e passione. 

Quando sono entrata in quel tempio induista a Bangkok nessuno mi ha chiesto nulla, nessuno ha giudicato il mio abbigliamento. Però un uomo a torso nudo mi è venuto incontro, mi ha guardato negli occhi e mi ha segnato la fronte con una ditata di colore rosso. Così vorrei che fossero gli incontri nel mio tempio. Con le persone che lo attraversano per caso, così come con chi ha contribuito, volontariamente o meno, a costruirlo.

Di quando una ingenua insegnante di scrittura autobiografica usa come spunto per un esercizio una frase motivazionale trita e ritrita e incappa in una storica delle religioni.

Cose facili, cose difficili


Per anni la sola idea di mettermi a dieta mi è parsa superiore alle mie forze. Una fatica inutile e anche dannosa, visto che alla fine si vive una volta sola e a me mangiare, decisamente, piace. Era una delle molte cose che ritenevo senza dubbio utili, positive, vantaggiose, ma non sufficientemente necessarie da fare lo sforzo di farlo sul serio.

Poi, a un tratto, ho realizzato che era necessario farlo (con qualche spintarella, ma insomma, mi sono convinta). Non solo positivo, giusto per me… no, proprio necessario. Questo ha cambiato la mia prospettiva. Così ho fatto i passi necessari, quelli rimandati da anni, e ho iniziato il percorso.

A un mese di distanza mi sento di dire che non è ancora stato difficile come pensavo. Sto andando bene, mi impegno, ma non sono prostrata dal sacrificio. Sto imparando a gestire il lavoro in più e una gestione diversa della spesa e dei pasti. Mi porto il pranzo da casa in ufficio: non l’avevo mai fatto in tutti questi anni. 

Però ho capito una cosa: se voglio stare a dieta devo dirlo agli altri. Proprio dirlo, esplicitamente. Ho smesso di vergognarmene. Che poi non c’è motivo di vergognarsene, vero? Però, chissà perché, io me ne sono sempre vergognata.

Effetti collaterali: cucino di più. Non solo per me, scondito, ma anche per Meryem. La cosa mi dispiace meno di quanto credessi e lei mi fa un sacco di complimenti (povera figlia, a che standard l’avevo abituata). Altro effetto collaterale: dopo un anno dall’acquisto ho imparato ad usare la lavastoviglie. Per 12 mesi è stato un costoso soprammobile. Poi, a rischio di sembrare idiota, ho preso il toro per le corna e ho cercato di capire perché non funzionava. Esaurite le mie competenze personali, ho rotto le scatole a Nizam, che sbuffando alla fine si è applicato e ha risolto il mistero: il rubinetto dell’acqua era chiuso. Ora è aperto e io mi sento tutto sommato meno idiota di prima, visto che sono effettivamente in grado di far partire una lavastoviglie come il resto dell’umanità. 

Morale della favola: le cose che per me sono difficili, o addirittura insormontabili, lo sono perché non sono convinta che siano davvero necessarie. Se mi toccano davvero, in genere si rivelano abbastanza alla mia portata. 

Rispetto


Ieri alla prima riunione della nuova scuola di mia figlia è successo un episodio un po’ sgradevole, che mi ha fatto riflettere. Non vi parlo dell’episodio in sé, ma vorrei condividere invece qualche riflessione che ne è nata.

Ogni genitore consapevole sa benissimo che l’uso del telefono, e dei social in modo particolare, è un banco di prova rilevante rispetto all’educazione dei nostri figli. E secondo me non soltanto per la potenziale pericolosità per sé e per gli altri, ma per le sfide che pone – anche a un adulto – avere costantemente a portata di mano un apparecchio simile: gestione del tempo, dell’attenzione, in qualche caso anche del budget, ma soprattutto delle relazioni.

E qui viene il mio punto. Io temo che l’uso dei social abbia in qualche modo cambiato non tanto e non solo le nuove generazioni, ma noi genitori. Discutere su Facebook e su Whatsapp ha forse privato alcuni di noi del saggio principio di pensare prima di parlare, di rapportarsi in modo differente se ci rivolgiamo a un’amica di infanzia o a una persona che incontriamo per la prima volta, ma anche in base alla gravità dell’argomento, al contesto, all’età dell’interlocutore e via discorrendo. Sui social un commento vale l’altro, una voce vale l’altra e l’identità è ridotta a una minuscola immagine di profilo. Questo evidentemente non autorizza, anche nei social, a dimenticarsene. Ma in qualche modo il fluire delle conversazione tende a prescindere dagli interlocutori.

Porsi nel modo più adeguato nei diversi contesti e avere sempre rispetto del proprio interlocutore, nella forma più pertinente (scelta del linguaggio, tono di voce, persino silenzio se è il caso) è esattamente il centro di quello che sto cercando di insegnare a mia figlia in questa fase. Così come la cura delle relazioni, che è il vero cuore della sua crescita in questo momento. Perciò sono contenta che lei si confronti con me per parlare di discussioni, litigi, incomprensioni con gli amici. Parliamo ovviamente anche del linguaggio e del peso che ha.

Ma considererei un grande fallimento se mia figlia, pur convinta di essere nel giusto, apostrofasse un gruppo di persone appena conosciute con i toni con cui io e altri genitori siamo stati apostrofati ieri (no, non da una docente, grazie a Dio). Perché fare delle accuse alla cieca, anche in buon italiano e senza parolacce, significa mettersi su un piedistallo e non avere alcun rispetto del proprio interlocutore.