Le normaliste e l’università italiana. My two cents


Non avevo ascoltato, pur avendolo visto comparire a tratti sui social, il discorso delle tre studentesse della Normale. Oggi mi sono imbattuta in un commento piuttosto critico e questo mi ha offerto l’occasione di ascoltarlo e riflettere un po’, alla luce della mia esperienza personale.

Premetto che il discorso delle ragazze in sé sollevava questioni diverse tra loro, cercando di tenerle insieme con una argomentazione un po’ lacunosa e certamente (in questo concordo con l’articolo) piuttosto ideologica. Non sono pertanto rimasta particolarmente folgorata dall’acutezza dell’analisi in sé. Tuttavia il discorso evidenziava alcune questioni gravi, che mi pare ci sia estrema reticenza ad affrontare esplicitamente.

Su tutte, una. Il mandato, la mission, dell’università pubblica. Le risorse investite sono meno della media europea, dicono i dati e, aggiungo io, singolarmente mal spese. La platea dei laureati è ancora bassa rispetto alla media europea, eppure non pare che il messaggio pubblico sia quello che dovrebbero aumentare. E la ricerca? Qui il discorso sarebbe lungo, ma in molti settori la fuga all’estero dei laureati migliori, ben formati dalla nostra istruzione pubblica, la dice lunga sulle prospettive offerte in Italia in termine di carriera, di retribuzione e anche, banalmente, di sostenibilità.

Credo che da anni si stia cercando di tenere insieme, malamente, due concetti ben difficilmente conciliabili. L’Università italiana del passato, elitaria per definizione e per vocazione, luogo di formazione e indirizzo della classe dirigente politica ed economica e, come tale, fieramente poco inclusiva (non necessariamente solo o prevalentemente rispetto al reddito); e l’Università moderna, che esiste a sprazzi qui e là, che è un ente di formazione per un pubblico ampio e che, contemporaneamente, dovrebbe anche produrre ricerca originale in linea con i variegati standard via via definiti a livello internazionale (spesso biecamente quantitativi). In questo bipolarismo si inseriscono le università private, che strizzano l’occhio all’uno o all’altro aspetto, a seconda della loro natura specifica. Ma su quelle non mi soffermo.

L’Università, per come l’ho vissuta io (non solo da studentessa ventenne, ma anche da dottoranda e da docente a contratto*) è soprattutto, ancora oggi, un luogo di potere. Potere che si manifesta in molte forme diverse, la cui violenza è grosso modo proporzionale alla quantità di denaro correlato (ma non solo). Non meraviglierà dunque riscontrare nell’Università italiana le stesse dinamiche che abbiamo visto e vediamo nella vita politica: un certo scadimento di livello, meno remore ad agire smaccatamente per il proprio tornaconto personale, logica clientelare a scapito della libertà di giudizio e di pensiero, ritrosia ad assumere posizioni nette e anche una certa generale incapacità e persino rifiuto tinto di snobismo di gestire aspetti (si veda ad esempio la programmazione e la progettazione) che ormai sono compiti ineludibili di chi ha una posizione di responsabilità in un ente pubblico. Sono stata testimone diretta di scelte suicide che hanno portato a chiusura di cattedre, smembramenti di dipartimenti, smantellamento di istituti non dettate da alcuna logica neoliberista, ma da banalissimo disinteresse di professori anziani non interessati a nulla di diverso dal proprio prestigio personale (e conto in banca). Gente che si riteneva in diritto, in virtù della propria posizione, di disinteressarsi di qualsiasi prospettiva futura.

Sto parlando, peraltro, di docenti “eccellenti” e a loro modo straordinari, scientificamente e a volte anche didatticamente. Ma che hanno cercato (di solito goffamente) di utilizzare strumenti nuovi o rinnovati (finanziamenti, PRIN, concorsi, eccetera) per perpetrare il sistema di potere in cui loro stessi, talora assai giovani, erano stati ammessi. Vorrei vedere in chi ha ruoli di spicco nell’università e nella ricerca pubblica, almeno un briciolo di senso dello Stato. Termine magari desueto, che implica rispetto dell’istituzione, ma soprattutto il dovere di contribuire alla sua crescita e di fare in modo che contribuisca al bene comune e alla promozione dei valori della nostra Costituzione.

Mi accorgo, scrivendo, di sembrare un po’ estrema e emotivamente coinvolta. Confesso, lo sono. Chi mi conosce sa che i fatti, numerosi, a cui faccio riferimento ancora mi bruciano. Non tanto e non solo perché non ho avuto la possibilità di fare il lavoro in cui, a detta di molti, eccellevo. Ma soprattutto perché ho visto disperdere senza alcun ritegno generazioni di studiosi brillanti e formati con risorse pubbliche, talora per oltre dieci anni, scegliendo di voltare le spalle al futuro, tanto della didattica che della ricerca, per arroganza, disinteresse, ignavia, assopimento nel proprio squallido privilegio. E la cosa più dolorosa è stata vedere questo stesso meccanismo riprodursi anche in alcuni di quei pochissimi della mia generazione che sono entrati in quel sistema (tipo l’autore dell’articolo linkato all’inizio, mio coetaneo). A riprova del fatto che si tratta di una logica e di una cultura e non solo dell’atteggiamento del singolo.

Il tradimento più grande e grave è stato quello di toglierci la speranza di contribuire, con i nostri studi e le nostre ricerche, a costruire un’Università migliore e anche una società migliore. I primi a ridere di noi sono stati gli stessi professori che con il loro lavoro, i loro scritti e le loro lezioni avevano aperto davanti ai nostri occhi quella prospettiva, certamente ingenua (vedo già il sorrisetto di Giunta e di quelli come lui), ma sana e sacrosanta. Lo slancio di cittadini giovani che volevano impegnarsi e contribuire davvero, mettendosi in gioco in prima persona a costo di sacrifici anche rilevanti. Una istituzione pubblica che smantella e affossa questo fa un danno grave e duraturo, i cui risultati sono credo sotto gli occhi di tutti.

Delle donne no, oggi non scrivo. Sarebbe davvero troppo. Vi basti questo: mia madre, che era assistente universitaria, rinunciò alla carriera accademica all’Università Cattolica di Milano alla fine degli anni ’50. L’unica volta che ne abbiamo parlato mi ha dato motivazioni che certamente erano assolutamente valide negli anni ’90 e 2000, come ho imparato a mie spese. Temo che lo siano anche oggi.

* Mi si consenta di aprire una parentesi sul tono singolarmente sgradevole e volgare scelto da Giunta. No, l’intelligenza e la presunta (e autoproclamata) superiorità non giustifica tutto. Si può argomentare senza offendere, sminuire o ridicolizzare e Giunta ha scelto invece una strada ben nota all’accademia vecchio stile: dare per scontato, sghignazzando e dando figuratamente di gomito al collega, che i giovani non abbiano niente di interessante da dire. Specialmente, oserei aggiungere, se di sesso femminile.

Mio padre e i tre porcellini


Un paio di settimane fa, cercando materiali utili a una giovane dottoranda tra le carte di mio padre, ho trovato un suo scritto che rende benissimo quello speciale tipo di scherzi letterari che a casa mia erano pane quotidiano e in cui lui in particolare eccelleva. Da piccola, pur non comprendendo pienamente tutti i riferimenti, questi standard mi parevano del tutto normali. Il che spiega molte cose, temo…

Il foglio, dattiloscritto, è titolato a penna blu in calligrafia falsamente infantile. (Sospetto che il titolo potesse essere un tema reale assegnato a qualcuna delle mie sorelle: è datato 16 giugno 1986).

Tema: Illustrate un’opera classica che vi ha colpito e spiegate perché

Componimento

Santola Màrica, quando avevo sei o sette anni, mi regalò un album illustrato che, allora, era pubblicazione da famiglie borghesi, intellettuali, cittadine e benestanti ed oggi ha un notevole valore di affezione in quanto deve essere una delle prime edizioni italiane a colori dei disegni di Walt Disney. Era la storia dei tre Porcellini. Se ancora ricordo contenuto e figure, fra le migliaia e migliaia di libri letti e visti, se i suoi personaggi e la loro Weltanschauung la vincono ancora nei miei ricordi come massime di comportamenti attuali e saggie, vuol dire che fui molto lusingato, fiero, colpito da quel dono. Oppure che nella storia, genialmente proposta alla società americana degli anni trenta da un socialista umanitario, come De Amicis o Charlie Chaplin, quale fu il geniale inventore dei cartoni animati animalesco-umani, v’era un significato ricco di secolare esperienza umana. Fatto sta che me lo ricordo ancora e che mi piace identificarmi, per le scelte difficili e paganti della mia vita, nel porcellino saggio: il più maturo e lungimirante dei tre.

L’identificazione psicologica nasce, mi sono detto tante volte, da un contrasto. Istintivamente mi era congeniale l’allegra ed immediata spontaneità scioperata del primo porcellino. Anteporre alla propensione al canto e alla socievolezza senza remore il dovere molesto di pensare a dove rincasare mi è sempre sembrato reazione di vecchi notai, come il Pepli Grusovin, avaro collezionista senza figli di francobolli, di professione notaio pieno di soldi, che centellinava persino i saluti per strada ed aveva una moglie di età indefinibile che sembrava imbalsamata con una carica meccanica che la facesse muovere in sorrisi stereotipi. Neppure il secondo porcellino mi stava antipatico, almeno fino a non avere letto la fine lieta e drammatica del racconto. La sua inclinazione a sbrigarsi nel fare, per convenzione più che per convinzione, le cose che si fanno, la sua moralità superficiale per non farsi passare per stravagante e insieme non impegnare troppo del proprio desiderio di allegria e socievolezza apprezzata, mi piaceva. Un po’ di impegno, per la casa di rami, solleticava una vena o geniaccio manuale ed ingegneristico, senza costringere ad una regola di lavoro senza respiro per gli accostamenti e le soluzioni della fantasia, con qualche precario risultato estetico e con la previsione di avere comunque un riparo medio, come tutti gli altri maiali del mondo. Entrambi i due primi porcelli col codino arricciato ed il berrettino alla marinara, come il mio e quello uguale di mio fratello Mundi, mi piacevano ed attiravano infine in una elementare solidarietà per la loro genuina allegria e la loro spavalda sicurezza. Chi ha paura del lupo cattivo? Lo vogliamo pigliare vivo! Non gli avrebbero naturalmente fatto alcun male. Ridevano ballando e cantando di lui e del suo spauracchio che aveva atterrito generazioni di porcelli, loro imbelli e grassi progenitori.

Il meno simpatico dei tre mi pareva proprio il terzo maialino: previdente, apparentemente asociale e calcolatore per il suo tornaconto, un po’ fifone come la stirpe dei maiali, destinati, dopo tutto il loro preoccuparsi del cibo e della quiete, a diventare prosciutti con fine sanguinolenta e ingloriosa. Barba Toni, che uomo mite e buono lasciò in eredità al figlio Ado, semplice, sentimentale, il mestiere truce di “purzitèr”, mi aveva quasi obbligato a constatare con angoscia questo destino dei suini. Ragione di più per solidarizzare con la malinconica e intensa allegria umanistica dei primi due.

Eppure come mio modello sociale scelsi il terzo. Solo lui, compresi a fatica, era un realista e non sacrificava a fallaci illusioni la gioia di vivere e di cantare, con adesione di razza e di sangue, insieme ai suoi fratellini spensierati. Solo lui non sottovalutava la tradizione del popolo maialesco, che nell’inconscio e nella memoria generazionale aveva giusta paura del più forte lupo. Solo lui, di fronte alla fatica e ai dileggi di incomprensione dei fratelli, metteva su, mattone su mattone, la sua casa. Rifugiati intorno al caminetto, in una gioia più raccolta ed intensa di quella esteriore, i due fratelli dovettero riconoscerlo quando furono messi in salvo dalla sua previdenza suina e dalla sua tenacia, apparentemente egoistica e solitaria. Aveva un bel soffiare il lupo, con la rabbia che il mattone e la muratura resistevano meglio delle frasche e ei rami dei “camping”! Ma quello che più mi divertiva era lo strategico paiolo messo freddamente a bollire, prevedendo le mosse del lupo, così da farlo uscire urlante dal nero camino in cui a ritroso s’era improvvidamente calato con smania incontenibile di cotolette. La figura del sedere rosso e spelacchiato del lupo nero dai peli ritti, ululante per la foresta in una lunga fuga delusa, mi confortava nella mia razionale ammirazione per il terzo porcello, che mi sembrava anche affettivamente il più ricco. Ho un solo rimpianto, ad oltre mezzo secolo d’età. Temo di non avere saputo costruire una casa di mattoni ed il soffitto rigato della stanza da pranzo mi angoscia in questo timore.

Independence Day


Ieri pomeriggio, verso le 14, mi è venuta voglia di suonare la chitarra. Meryem tempo fa mi ha chiesto di insegnarle qualche accordo e in qualche modo mi ha richiamato alla mente le ore passate a strimpellare da sola, specchiandomi sul dorso lucido della mia Ibanez.

La chitarra è rimasta la stessa. Ora, a differenza di allora, ha una custodia trasportabile: lascito degli anni in cui l’ho prestata a mio nipote Luca. Se ripenso a quella enorme, pesante, rigida che mi sono trasportata in Grecia, in Trentino, in Jugoslavia (che allora si chiamava così) mi viene da sorridere. L’arte di complicarsi la vita.

Ieri ho riesumato anche il libretto dei testi di Bruce Springsteen, comprato nel 1986. A 14 anni non compiuti, esattamente l’età di Meryem adesso. Su alcuni testi ho appuntato gli accordi a matita. Una volta li sapevo a memoria, oggi devo leggerli di nuovo.

Ho iniziato a cantare Independence Day, quella brutale fotografia di un rapporto padre figlio, scarna e vera, senza grandi introspezioni. E a un certo punto mi sono messa a piangere come una scema. A quel punto ho realizzato che ieri, per la prima volta, non mi sono identificata con il figlio, ma con il padre.

Premettendo che non l’ho visto


Non ho mai seguito una sola puntata di Propaganda Live. Eppure apprezzo moltissimo alcuni dei protagonisti e non si contano ormai le persone che, conoscendomi, giurano che mi piacerebbe molto. È peraltro forse l’unica trasmissione dove si parla sistematicamente di temi che mi interessano. Eppure.

Inizialmente mi dicevo che era solo perché io la televisione ormai non la guardo quasi più e la sera ormai è consacrata al Netflix con la figlia. Però non è motivo sufficiente. Anzi, a rigore, Propaganda Live poteva diventare un abitudine anche per noi, un diversivo settimanale.

Una volta un’amica mi parlava in termini entusiastici di come il primo lockdown fosse stato illuminato da Propaganda, di quando non ne avrebbe mai fatto a meno, come fosse un ritrovo di amici. Lì mi è suonato un campanello. Non è che non mi fosse capitato di vederlo. Avevo attivamente delle resistenze a farlo. E una di quelle resistenze, la principale, aveva radici lontane.

Sul momento all’amica ho risposto di impulso che io, nata e cresciuta a Monteverde, a certi gruppi di amici intelligenti, brillanti e di sinistra avevo avuto una certa sovraesposizione e che forse adesso mi danno un po’ di allergia. Per i non romani, Monteverde è quartiere già da diversi decenni piuttosto radical chic e autocompiaciuto.

Poi le polemiche dei giorni scorsi mi hanno fatto mettere meglio a fuoco un aspetto. Da quel che vedo da filmati e condivisioni, Propaganda Live riproduce sullo schermo una dinamica da gruppo di amici, appunto. Sulla parità o non parità di genere non mi pronuncio, anche se confesso che come donna l’idea di beccarmi uno spiegone a settimana non mi entusiasma a prescindere (anche se stimo molto Marco Damilano). Certamente però quell’idea di gruppo mi rimanda, a torto o a ragione, ai gruppi di sinistra del mio liceo monteverdino. E quei gruppi nella mia esperienza non erano inclusivi, o per lo meno non lo sono mai stati nei miei confronti.

Essere una ragazza non particolarmente carina non aiutava, ma non era quello il punto, capisco ora (all’epoca mi pareva che quello fosse il punto fondamentale). Io soprattutto non ero socialmente e culturalmente coerente con quel gruppo. Non era tanto una questione di soldi, ma di stile di vita: ero diligente, abbastanza cattolica, avevo un orario preciso di rientro serale, non fumavo, ero mediamente timida. Avevo, insomma, le mie rigidità. Come spesso mi è successo nelle frequentazioni sociali successive, “non c’entravo niente con quelle persone”. E quel gruppo le persone diverse non faceva neanche la fatica di escluderle: non le vedeva proprio.

Ora io non voglio insinuare che la redazione di Propaganda Live sia uguale al circolo della FIGC che tentai invano di frequentare in alcune occasioni. Voglio solo dire che c’è qualcosa in quell’atmosfera di intesa che si respira che mi rimanda a quella sensazione di sostanziale impossibilità di partecipare, che semplificando un po’ è il motivo principale per cui non ho mai fatto politica attiva, pur avendolo a tratti desiderato. Proiezioni, mi rendo conto. Ma sufficienti a non farmi venire voglia di accendere la TV il venerdì sera.

Due anni dopo


Due anni fa ho cambiato lavoro. Dopo 19 anni. Ho attraversato un periodo, breve, in cui quasi tutto mi pareva possibile. Se ero riuscita a prendere quella decisione, anche il resto pareva meno inverosimile. Ho fantasticato di avere un lavoro con lunghe trasferte all’estero. Persino di iniziare una relazione. Poi mi sono svegliata, ed ero sempre io. In un posto di lavoro diverso, con colleghi diversi, ma sempre la vecchia Chiara Peri.

È stata un po’ una delusione. E poi ci si è messo pure il Co-vid, il lockdown, la figlia diventata adolescente. Ho reagito come mi viene naturale: ho cercato cose improbabili. Un corso di turco online, diversi seminari di tarocchi, danze Bollywood, un gatto (che a più riprese giuravo che non avrei avuto), un tatuaggio importante, una tela di Mr Klevra in salotto. Persino una breve incursione su Tinder.

Ho iniziato a andare da una psicoanalista. Non sapevo bene perché e forse anche adesso non l’ho capito bene. Ma ho voluto sentirmi meglio. Concedermi un lusso, anche.

Ieri mi sono presa un tempo per pensare a quella porta che ho chiuso due anni fa. Molti mi chiedono se mi sia pentita e la risposta è no. Il che non vuol dire che dietro quella porta non abbia lasciato molti ricordi importanti e alcune persone care (ormai pochine, a dire il vero). Ma da tempo il mio posto non era lì.

Mi ha commosso, negli ultimi giorni, sentirmi dire che alcuni mi ricordano come insegnante/formatrice. Spesso mi è piaciuto insegnare. Soprattutto mi fa piacere che mi venga riconosciuto che sono appassionata. Mi auguro di non smettere mai di esserlo. Curiosa e appassionata. Se mi auguro qualcosa, nei prossimi anni, è di avere di nuovo l’opportunità di trasmettere a qualcuno un pizzico di passione per qualcosa.

Displaced


Il cimitero dove è sepolto mio padre è su un confine. Lui su quel confine non è morto, come avviene oggi a tante persone, ma ci è nato. A Gorizia. Ne è fuggito da giovane, per studiare, realizzarsi, essere libero. Ma un pezzo del suo cuore è rimasto lì ed era giusto che lì tornasse.

Suo padre quel confine lo ha visto cambiare più volte. Ha combattuto due guerre mondiali, una da una parte e una dall’altra. Lui non ha varcato il confine, è il confine che ha varcato lui. Non in modo indolore. La sua lingua materna è stata proibita, suo figlio non la conosceva. Il suo cognome non è diventato il mio, è stato mutilato per decreto prefettizio.

Da quello stesso confine è entrato in Europa, clandestinamente, il padre di mia figlia, 21 anni fa. Anche lui parla male la lingua di sua madre e suo padre: il curdo in Turchia era proibito. Di Gorizia ricorda la gentilezza dei poliziotti, che gli hanno offerto sigarette e un panino, e le scritte sulle pareti della stanza dove gli stranieri come lui venivano trattenuti prima di ricevere il foglio di espulsione che consentiva loro di riprendere il cammino verso il nord: “Coraggio, fratelli, siete in Europa”.

Mi pare che ci sia un filo nella mia vita che mi riporta costantemente ai confini e al loro impatto sulla vita delle persone. Ai confini geografici, a quelli culturali, a quelli esterni e a quelli interni. Penso ai confini finti dell’Africa, tracciati con la squadra. Alle linee rette che danno un illusorio senso di ordine. Dentro, fuori. Bianco, nero. Sì, no. Quella rassicurante logica binaria, che piace tanto ai computer, ma è così incompatibile con la complessità di sentimenti, di identità, di relazioni. Incompatibile con la vita, in pratica.

Dalla parte di Giona


Stamattina, facendo colazione, mi sono letta “Dalla parte di Giona (e del ricino)” di Daniel Vogelmann. Come ho raccontato anche altrove, Giona è di gran lunga il mio personaggio preferito, nella Bibbia e un po’ anche nella letteratura in generale. Sono sicuramente dalla parte di Giona. Senza dubbio. Mi viene più difficile essere dalla parte del ricino, anche perché secondo me non era affatto un ricino, ma una pianta immaginaria… ma questi sono dettagli filologici.

Vogelmann conclude il suo commento con questa frase: “Comunque sia, bisogna immaginare Giona infelice” (alla conclusione della vicenda). Addirittura non si stupirebbe di sapere che si è tolto la vita, dato il suo reiterato desiderio di morire. Ecco, io non sono affatto d’accordo.

Qui però prima di andare avanti serve un disclaimer. Io chiacchiero di Bibbia e di Giona, ma questo testo, come ogni classico che si rispetti, può ben servire per esprimere sentimenti e anche drammi privati e collettivi. Anche io uso Giona e aver studiato filologia biblica me lo rende solo un po’ più facile. Non ho nessuna pretesa di dare l’interpretazione più corretta. Se Vogelmann in Giona vede lo strazio emotivo e intellettuale dell’ebreo e di suo padre davanti alla Shoah, ha pienamente ragione anche lui, naturalmente. Ciò detto, quando io leggo la domanda che conclude il libro di Giona, non me lo immagino infelice.

Arrabbiato, magari. Con quella frustrazione che conosciamo tutti di quando non riusciamo ad avere l’ultima parola. Ma io credo che il libro non sarebbe finito se, sotto sotto, Giona non avesse iniziato a capire quello che Yahwè cercava di fargli entrare in testa. E cioè che non era lui la misura di tutte le cose. Che le mucche di Ninive e a maggior ragione gli uomini contavano almeno quanto il suo qiqayon. Perché in fin dei conti è proprio la pianta che smaschera Giona, anche a se stesso.

Lui per tutto il libro si è raccontato che il suo giudizio era mosso solo dalla giustizia e dalla Torah. Che non voleva andare a Ninive in primo luogo perché gli assiri non sono il popolo eletto e poi perché perdonarli non sarebbe stato neanche giusto. Tanto vale andarsene all’altro mondo, allora, se il mio dio cambia le regole.

E invece in quel deserto a est di Ninive Giona decide che una pianta cresciuta in una notte in terra straniera vale per lui più dell’olivo piantato dai suoi antenati a Giaffa. Perché ci si è affezionato, anche se in fretta. Quindi magari le regole e le categorie della logica non sono così insostituibili e indiscutibili. L’amore mette in discussione confini e certezze. Vale per un uomo, figuriamoci se non vale per Yahwè.

Io dopo la risposta di Yahwè mi immagino Giona che, sbollita un po’ la rabbia, si decide a farsi una passeggiata a Ninive. E comincia a vedere le cose da un altro punto di vista. Le strade non sono piene di peccaminosi incirconcisi, ma di persone che parlano lingue diverse e pregano divinità varie. Un po’ quelle stesse che sulla nave si sono sforzate al massimo prima di rassegnarsi a buttarlo in mare, chiedendo peraltro prima la sua autorizzazione. “Credevano un altro diverso da te, ma non mi hanno fatto del male”, per dirla con De André.

Sarebbe davvero meschino un Dio che giudica con il nostro metro umano e che condivide i nostri pregiudizi. La lezione di Yahwè a Giona alla fine è proprio quella che più serve al mondo oggi: guardati dal fondamentalismo, che ha la pretesa di correggere Dio stesso con l’arroganza di pochi prepotenti (e tanti ignoranti). È quello che, oggi come allora, provoca le tragedie più grandi.

Eli


Stanotte mi sono svegliata e ho dato un’occhiata alle notifiche di Facebook (facendo esattamente ciò che predico a mia figlia di non fare mai). Un amico mi aveva taggato sotto un post che recitava “Avrai organizzato un corso di rikudim appena arrivato al cospetto di Dio”. Ci metto un po’ per decifrare il messaggio. Rikudim significa danze (israeliane). Non è possibile. Dopo una rapida verifica, capisco. Eli non c’è più.

Ho incontrato Eli al Pitigliani, molti anni fa. In uno strano impulso, tra curiosità, sfida e gusto dell’improbabile, mi ero iscritta a un seminario di danze israeliane, appunto. Mi aveva dato l’idea Franco, a sua volta incontrato a casa di un amico durante assurde prove di una danza chiamata “Laccio d’amore”. Che detta così pare che io sia una ballerina assidua, quando invece di ballare non sono mai stata capace. Però alle sfide non resisto e finisco sempre per dirmi “perché no” (proprio la frase che mi faceva venire l’orticaria quando la pronunciava mia sorella Marina, ma questa è un’altra storia).

Di ballare non sono capace ancora oggi, però grazie a Eli ho ballato eccome. Divertendomi moltissimo, peraltro. Al Pincio, a piazza di Spagna, persino al Carnevale di Viareggio. Ci sono andata anche a Parigi, per ballare, insieme a lui. Di solito vestita da uomo, perché sono alta, i maschi nei balli popolari scarseggiano cronicamente e poi a me in fondo non dispiaceva. Una volta, a un seminario, un coreografo relativamente famoso mi ha invitato a ballare con lui una sua danza di coppia, estremamente romantica. Io ho dovuto rispondere che purtroppo sapevo solo la parte dell’uomo. Che poi non la sapevo neanche tanto bene, quindi meglio così.

Ma sto divagando. Quel che più ricordo di Eli è, come è forse ovvio, il suo modo di ballare. Aveva un passo allo stesso tempo morbido e deciso, una naturalezza che sembrava mancargli nelle altre cose che faceva. Nulla che si potesse davvero insegnare e tuttavia trovo che sia stato un insegnante straordinario. Certo, il suo modo di insegnare le danze israeliane non c’entrava nulla con lo stile degli altri, del “mercato”: tutto sulla novità, sulla danza appena uscita, sull’aggiornamento quasi in tempo reale rispetto ai festival del settore. A lui di questo aspetto pareva non importare affatto. Insegnava sempre le stesse danze, quelle vecchie, a volte vecchissime. Però quelle che ho imparato da lui oggi, dopo più di 20 anni, sono ancora nei miei piedi. Diceva proprio così: la memoria è nei piedi. A volte ci faceva sedere per terra ad occhi chiusi, con la musica, e ci chiedeva di visualizzare i passi nella mente, senza farli.

Il capitolo danze israeliane nella mia vita, un po’ come il capitolo dell’università, non lo sento ancora del tutto chiuso, sebbene lo sia in teoria da un pezzo. E’ stata una fetta significativa della mia giovinezza, uno squarcio su lati di me che non conoscevo e poi forse ho dimenticato. Sprazzi di felicità pura e tanti non detti, tante questioni irrisolte rimaste appese lì. Anche qualche lutto e qualche rimpianto. In questo groviglio di sensazioni c’è anche Eli. Che sapevo che ormai viveva altrove, a fare anche altro, forse più felice di quanto non fosse all’epoca qui a Roma.

Sul mio Spotify ho una playlist intitolata “Le sapevo”. Il titolo dice tutto, no? Ancora oggi aver saputo ballare quelle danze è una cosa che mi rende fiera. Più di altri risultati che ho raggiunto nella mia vita, perché nessuno conoscendomi lo immaginerebbe. Sono grata ad Eli per avermele insegnate allora e perché avermele insegnate così fa sì che alcune le possa ballare ancora. Da sola, perché sono passate di moda anche nella ristretta cerchia di chi balla quelle danze. Ma i miei classici nessuno può portarmeli via. Neppure il Covid.

Bisognerebbe parlarne


Ieri dicevo al mio amico Pietro che mi pare che sulla questione della scuola in presenza adesso non ci siano proprio le condizioni per confrontarsi. Siamo tutti troppo arrabbiati e esasperati, ciascuno per le sue ottime ragioni. Nelle conversazioni sui social si finisce per etichettarsi come caricature delle idee che ciascuno argomenta. Si esibiscono dati scientifici tanto quanto la loro mancanza per dimostrare la correttezza di tesi di cui ci siamo già convinti.

La verità è che di questa situazione nessuno ha modo di capire davvero un granché. Della pandemia, certo, ma soprattutto delle enormi implicazioni che ha sulla nostra vita e su quella delle persone che amiamo. E, a essere del tutto onesti, la situazione è spaventosa anche perché porta al pettine con grande evidenza i punti di rottura del sistema, quelle cose su cui non si sono fatti progressi da troppo tempo perché non considerate priorità.

Un esempio per tutti: non c’è modo di dimostrare che la DAD non funzioni, né che funzioni, al di là del limitato osservatorio dell’esperienza diretta nostra e dei nostri conoscenti. Ma è pur vero che, in generale, non c’è modo di valutare l’efficacia della didattica della scuola italiana, in generale. Ci sono alcuni indicatori (abbandono scolastico, registrazioni assai discutibili dei test Invalsi), ma nel complesso si è alla preistoria e non c’è stata una volontà reale di parlarne al di là degli schieramenti ideologici e dei circoli dei portatori di interesse.

La visione della serie Sanpa mi ha fatto pensare a quanto manchi, certo in Italia, ma forse un po’ in generale, un dibattito serio e critico sulle grandi trasformazioni sociali, non inquinato dalle logiche più immediate del consenso e del potere. La scuola, la genitorialità, la famiglia, la droga, la salute mentale… Di molte cose sarebbe importante parlare, molte esperienze dolorose fatte singolarmente e collettivamente restano confinate all’aneddotica, alla polemica sterile e polarizzata, senza che se ne tragga alcun vantaggio.

Al lavoro sono stata coinvolta nella redazione di una nuova rivista, Dromo, che si pone proprio come luogo di osservazione e analisi dei cambiamenti, soprattutto dal punto di vista di chi opera come professionista della “cura” (psicologi, assistenti e operatori sociali, medici, operatori della giustizia, ma anche insegnanti e secondo me genitori). Mi fa piacere di avere questa opportunità, piccola, a suo modo limitata, ma che mi restituisce un po’ di cibo per la mente e un pizzico di utopia.

Il primo numero è online qui: https://www.dromorivista.it. Mi piacerebbe sapere che ne pensate.

Silenzio


È stato un Natale silenzioso. Oggi ho passato una giornata intera quasi senza parlare. Il gatto mi si butta addosso e fa le fusa. Forse avverte in me un’inquietudine che non saprei neanche definire.

Non è il momento di combattere.

C’è un versetto del Vangelo di Luca che mi colpiva fin da bambina. “Maria, da parte sua, meditava tutte queste cose, conservandole nel suo cuore”. Mi immaginavo questa ragazza seduta in disparte, con il profilo illuminato debolmente dalla luce di un fuoco che si sta spegnendo. L’attenzione, la conversazione, le risate sono altrove.

Non sono brava a meditare, ma se inizio a stare zitta è già un primo passo.