Voci nella testa


I progetti sono croce e delizia di chi lavora nel sociale in genere, e mia in particolare. Sono a volte opportunità uniche di fare le cose in modo diverso, di incontrare persone interessanti, di essere più o meno costretti a pensare al di là dell’attività quotidiana. Sono anche, spesso, lavoro inutile, burocratico, a tratti troppo teorico, che non cambia davvero le cose, che non riesce a toccare la sostanza. Per non parlare della frustrazione del fatto che i progetti tipicamente finiscono esattamente quando servirebbe che funzionassero, magari proprio nel momento in cui finalmente iniziano a ingranare.

Da molti anni ormai i progetti sono una parte molto rilevante del mio lavoro: pensarli, scriverli, negoziarli, farli funzionare, raccontarli. Ci sono momenti in cui non li amo, ma in generale ne subisco il fascino. Due o tre poi sono rimasti davvero nel mio cuore, fino ad oggi, insieme alle persone che li hanno condivisi con me.

La prossima settimana ci sarà la conferenza finale di un progetto che ho seguito fin da quando ho iniziato a lavorare all’IPRS, un anno e mezzo fa. Un progetto dedicato alla salute mentale dei migranti forzati e a come tutelarla e promuoverla nei sistemi di accoglienza. Posso dire che è stato un successo almeno per quanto riguarda il contributo che ha dato alla mia salute mentale. Non ho più molte occasioni, negli ultimi anni, di fare conversazioni significative con delle persone rifugiate. E’ un peccato e un grande impoverimento. Per Psychcare posso dire davvero di aver preso la palla al balzo per parlare con più persone possibili (qualcosa vi ho già raccontato: qui, qui, qui, qui e qui) e per ricordare, in primis a me stessa, a cosa dovrebbero servire i nostri report. A cambiare le cose.

Oggi voglio condividere con voi una storia che mi ha raccontato un uomo gambiano, nella sede di un’associazione di volontariato davanti alla Stazione di Roma Termini. Avrei voluto inserirla nella pubblicazione finale, ma non avendo potuto farlo la scrivo qui. Per non dimenticarla, in tutta la sua durezza. (I lettori più attenti ricorderanno che ne avevo già parlato, per accenni: ma oggi ve la voglio far leggere tutta).

Sono arrivato a Lampedusa nel 2007. Mi hanno trasferito a Milano e lì sono stato ospite di almeno 4 diversi centri di accoglienza, per un periodo complessivo di quasi 4 anni. Il diniego della Commissione Territoriale mi è arrivato nel 2010. Secondo me la Commissione non mi ha capito, l’interprete non parlava esattamente la mia lingua. In ogni caso, non mi hanno creduto. Quando è arrivato il diniego, mi sono sentito tradito. Tradito da questo Paese. Al centro mi avevano detto che dovevo andare a scuola, seguire corsi, rispettare le regole. Io l’ho sempre fatto, sono una brava persona. Volevo fare le cose per bene. Sono andato a fare corsi persino a Bologna, avevo tutte le carte in regola. Giocavo a calcio. Poi però non mi hanno lasciato nessuna possibilità, tutte le strade per me erano chiuse perché non mi hanno creduto.

Mi sono spostato a Roma e ho provato a presentare un’altra domanda d’asilo. Ma in Questura ho trovato soltanto problemi. Credo di esserci andato almeno 32 volte. Mi hanno dato un permesso di soggiorno provvisorio di sei mesi, ma alla fine non mi hanno mai convocato in commissione. Un’altra possibilità non hanno voluto darmela. Allora tra il 2015 e il 2018 me ne sono andato a Foggia. Non solo a Foggia: anche a Rosarno, a Castel Volturno. Lavoravo nei campi, senza dare fastidio a nessuno. Mi pagavano pochissimo, ma almeno avevo qualche soldo sul cellulare per chiamare mia madre. Mio padre è morto quando ero piccolo, mia sorella è sposata e mia madre è rimasta sola. La vita a Foggia in particolare era molto dura. Tutti i pochi documenti che avevo li ho persi in uno dei tanti incendi. Mi sono rovinato la salute. A un certo punto tossivo sangue. Mi sono ferito in più punti
[nota dell’intervistatore: mostra varie cicatrici, sulle mani e sulle gambe]. Non ero più in grado di lavorare e allora un amico mi ha consigliato di tornare a Roma per curarmi.

Sono tornato in città lo scorso dicembre. Da allora le cose vanno peggio che mai. Dormo alla stazione Tiburtina. I medici del San Gallicano mi seguono, mi hanno mandato in diversi ospedali per fare analisi, radiografie…
[nota dell’intervistatore: mostra pacchi di radiografie, ecografie, analisi, ricette mediche…]. Ora dicono che mi devo operare, ma io non voglio. Non ho un posto dove dormire, non ho documenti… Come dovrei fare? Qui alla Casa dei diritti Sociali mi hanno comprato questo zainetto, così mi posso portare sempre dietro le medicine e i documenti. L’avvocato dice che per me l’unica possibilità è avere un permesso di soggiorno per cure mediche, ma mi hanno spiegato che anche se me lo dessero con quello non potrei lavorare. Quindi la mia situazione non si risolverebbe.

Sono qui da 12 anni e non ho fatto niente. Gli amici mi dicono di andare in Spagna, o in Germania. Conosco alcuni che lavorano lì in agricoltura anche per 7, 8 o persino 10 euro all’ora. Ma come faccio senza documenti? Per giunta il problema in Questura ormai non si può più risolvere. L’ultima volta mi hanno detto che se torno lì ancora una volta mi arrestano. Vedi? C’è scritto qui
[nota dell’intervistatore: mostra un tagliandino tagliato a metà, in cui in effetti non c’è scritto nulla del genere]. Perché? Perché mi hanno fermato due, anzi tre volte a Piazza Vittorio. I poliziotti sono così, vedono un gruppo di africani, magari uno fuma, ha qualche grammo di hashish, e loro arrestano tutti. Io non fumo, non bevo. Ma importa qualcosa a qualcuno? Che conta? A loro basta che non mi faccia vedere. A Foggia, in campagna, non davo fastidio a nessuno. Se non mi ammalavo restavo lì.

Tra l’altro da quando sono tornato a Roma non ho soldi. Non ho più potuto parlare con mia madre e lei qualche giorno fa è morta. Dopo la fine del Ramadan [inizio di giugno] non l’ho più sentita e lei adesso è morta. Che ci vuoi fare, Dio ha voluto così.
Come sono andato avanti in Italia tutto questo tempo? Posso dire che qui in Italia non mi ha aiutato nessuno. Ci sono solo io, vado avanti solo con le mie forze. Molte persone italiane sono brave, c’è chi mi aiuta senza volere niente in cambio. Ma il governo è contro di me, contro di noi. Si parla di diritti, ma quali diritti? I diritti umani non li vedo. Non è colpa mia se non hanno voluto credermi. Non è colpa mia se non mi danno nessuna possibilità.

Reperti familiari – la ricetta dello strudel


Una disordinata e disorganizzata come me trova molto aiuto e conforto in due strumenti del web: i ricordi di Facebook, che mi fanno tornare alla mente e ricollocano nel tempo cose che altrimenti vagherebbero a caso nella memoria e l’archivio di Gmail, che conserva fedelmente parole, messaggi e documenti che non avrei alcuna speranza di non aver buttato, se fossero cartacei.

Oggi cercavo una cosa che ancora non ho trovato in questo secondo archivio smaterializzato, ma ne ho trovata un’altra che invece mi rammaricavo molto di aver perso. La ricetta dello strudel di mio padre, dettata quasi parola per parola dalla sua voce, non ricordo più in che occasione. Mi ricordo che ci eravamo messi sbracati sul lettone dei miei, con lui che declamava e io che prendevo appunti.

Ed eccola qui, ripescata dal baule virtuale in cui era sprofondata, tutta per voi (e per me), ben condita di lessico famigliare. L’analisi di alcune espressioni richiederebbe un apparato critico che vi risparmio. Vi basti sapere che l’anafora del “tramite…” è una citazione di Vanna Marchi e del suo proverbiale “tramite vasca da bagno”.

STRUDEL ( alias STRUCCOLO)
Miscia miscia finché viene tutto amalgamato e sshh…sshh (onomatopeico). Dopo di che riposa (la pasta) un po’. Spelansi pomi (da 5 a 7, secondo grandezza). Affettansi gli stessi tramite tavoletta lamata (ghigliottina per patate fritte). Tagliansi in due pezzi omogenei la pasta e spianasi mettendosi farina sul coso che non si ‘ttacchi. Nel frattempo in teglia cospicuamente burrevole si imbrunisce pane grattugiato (sul fuoco) in congrua quantità. Inizia l’opera.

Sulla prima spianata, tramite cucchiaio di legno, spargesi qua e là in modo omogeneo il pan grattugiato brunito, indi seminasi fette pomicine in spessore distribuito. Sul tutto pinoli a pioggia, zibibbi a pioggia, cannella squamosa sbriciolata ma non troppo, due cucchiai di zucchero. Arrotolare e chiudere mentre pezzi di ripieno sbottano qua e là dalla pasta. Non perdersi d’animo perché, se si comincia a stuccare, il rotolo si sbrega completamente e devesi passare senz’altro al secondo. Dicesi qui per smemoratezza che sotto la pasta era stato d’uopo mettere un canovaccio (vulgo: asciugamano) di lino pulito, onde contenere lo struccolo intiero con buone speranze. Contemporaneamente, o in immediata successione temporale strofinare fianchi e fondo della teglia culinaria tramite burro; inserirvi congruo pane grattugiato e remenare la teglia in su e in giù di modo che aderisca al burro. Mangiare rapidamente il pane grattugiato superfluo non aderente alla teglia. Con mossa destra, lasciando integro, se riesce, il corpo pitonesco dello struccolo, arroncigliarlo a cornetto nelle due estremità. Ripetere l’intera operazione con la sfoglia n.2, non disperando di riuscire almeno con questa. In caso propizio troveremosi di fronte a teglia burrata, pan grattugiata ed empia di due struccoli in senso contrapposto e speculare come due gemelli. Romperemo due uova onde ricavarne in apposita scodella il tuorlo giallo che, tramite polpastrello dell’indice destro (salvo il caso di cuoco mancino) si spalmerà opportunamente sul dorso esteriore dei due struccoli, allo scopo di farli dorati ( o neri del tutto per eccesso di cottura dell’insieme). Però in tal caso non ci sarà alcun danno per la doratura, dato che l’intero dolciume sarà carbonizzato.

I get you


Alcuni anni fa un progetto europeo a cui tenevo molto utilizzò come slogan per una campagna di comunicazione sull’inclusione dei rifugiati nella comunità l’espressione “I get you”. Ci volle un po’ per coglierne il senso e sinceramente per il pubblico italiano non funzionò mai bene: sotto sotto tutti la traducevano con “ti prendo”, o qualcosa di simile, e trattandosi di “extracomunitari” veniva subito da pensare al poliziotto che controlla i documenti.

Niente di più lontano dal senso reale dell’espressione, che si potrebbe tradurre con “ti capisco, so come ti senti”. Oggi mi è tornata in mente di colpo in almeno due circostanze. Una prima volta, parlando con una collega di cose di lavoro, ho realizzato di aver risposto bruscamente e che lei, a sua volta, alla mia risposta brusca stava reagendo con rabbia. Ci siamo fermate in tempo, riconoscendo l’una nell’altra uno stato d’animo simile: quello di chi cammina su una lastra di ghiaccio molto sottile ed è pronto a scattare per un nonnulla. Effetto Covid.

La seconda volta, su Facebook, mi è apparso di nuovo chiaro un conflitto che pare inevitabile: genitori versus professori. Se prima pareva un dialogo tra sordi, adesso si smette del tutto di argomentare, a parte pochi coraggiosi. Io stesso mi sono rassegnata a evitare l’argomento scuola con un buon numero di amici insegnanti, già da tempo. In pandemia, poi, confrontarsi in maniera costruttiva pare impossibile. Siamo tutti feriti, arrabbiati, frustrati e spaventati. E, per questo, ancora più pronti a mordere.

Ci dobbiamo rassegnare a interpretare il ruolo degli antagonisti sempre e comunque, forti dei reciproci pregiudizi? Possibile che non si riesca a emergere da questo copione? Non so, ma se si potesse si dovrebbe ripartire proprio da quelle parole che non mi andavano giù anni fa: I get you.

Sono tempi duri per esercitare l’empatia. A giudicare da quel che si vede in giro, chi subisce un danno deve prima di tutto identificare un colpevole e sbraitargli contro. E certamente stiamo tutti subendo dei danni, e per alcuni si tratta di danni spaventosi, gravissimi, forse irreparabili. Infatti si sbraita spesso e volentieri, un po’ ovunque.

Però oggi, cogliendo nello sguardo esasperato della collega la mia stessa dolorosa esasperazione, mi dico che in fondo siamo tutti nella stessa barca. A volte è difficile crederlo, in un periodo in cui le diseguaglianze si allargano velocemente. Ma credo davvero che tutti stiamo soffrendo, anche quelli che non ci sembra abbiano il diritto di farlo perché hanno lo stipendio garantito, la casa di proprietà, la solidità o la libertà che a noi pare di perdere.

I get you.

Dieci anni fa era già dieci anni dopo


La settimana scorsa due care amiche di blog, prima Claudia e poi Valentina, hanno pubblicato un post di riassunto di cosa è successo nelle loro vite negli ultimi 7/10 anni, durante i quali si sono raccontate online. È stato commovente per me leggerle, anche perché io a mia volta ho fatto un po’ parte, da lettrice, di quelle vicende e sia con l’una che con l’altra mi sono anche permessa delle incursioni dal vivo nel loro mondo fisico, non virtuale. Claudia mi ha ospitato durante la prima edizione del friendsurfing, dimostrandosi incredibilmente aperta e avventurosa, oltre che generosa. Con Valentina ci siamo annusate di persona a più riprese, con le nostre modalità un po’ asociali, fino a volerci davvero bene (ieri mi ha portato a domicilio le tagliatelle al ragù, non per vantarmi).

E io? Ho provato a pensare un riassunto di questi 10 anni e la prima cosa che mi è balenata in mente è stata che nel 2010 erano già passati dieci anni dal 2000. La metamorfosi da promettente studiosa di semitistica che parlava al suo primo convegno internazionale delle ricerche della sua tesi di dottorato a madre single di fatto in affanno sotto ogni profilo, in coppia con un kebabbaro curdo che di lì a un paio d’anni le avrebbe spezzato il cuore poteva dirsi compiuta. Non senza qualche piccola e grande tragedia, va da sé.

Il blog l’ho iniziato a scrivere nel 2004, in concomitanza (lo vedo ora) con la fase più dolorosa ma anche eccitante di quella metamorfosi. Ma nel 2010 posso davvero dire di avere allargato le mie conoscenze e le mie vedute, grazie al blog. Dieci anni fa partecipavo al mio primo progetto a Milano, prendevo confidenza con l’esotico mondo delle agenzie pubblicitarie, mi imbattevo in persone che non avrei mai incontrato nella mia vita ordinaria ma che ancora oggi sono entusiasta e grata di aver conosciuto.

Penso a un’indimenticabile festa di 40 anni in Monferrato, piena di gente diversissima e di sorprese. Penso a chiacchierate appassionate sui rifugiati, alla meravigliosa sensazione di possibilità e di annullamento delle distanze che la rete può offrire.

In questo blog non si è mai scritto solo o prevalentemente di maternità, e tuttavia posso dire che fare parte di una community (quella delle “mamme blogger” italiane della prima ora, poco inclini a uniformarsi e a ritrovarsi in qualsivoglia etichetta, eppure a modo loro un gruppo) è stata sempre la mia arma segreta per uscire sana di mente dagli anni più tosti. Le torte di Natalia, le Stylish Classes di Paola Maria, il forum di Barbara, il cenacolo di GenitoriCrescono, in cui ci si riusciva a sentire un po’ intelligenti persino quando il massimo dilemma era lo svezzamento.

E io cosa ho fatto, in questi dieci anni? Sono sopravvissuta, soprattutto. Ma ho anche conosciuto Camilleri e Melania Mazzucco (la seconda molto meglio), dato il titolo a un CD, realizzato una Festschrift in inglese per il mio maestro, visto Bangkok, San Francisco e il Kurdistan, frequentato un laboratorio di scrittura con Rossana Campo, cambiato lavoro (ed è stato più doloroso e sofferto di divorziare, lo dico per esperienza), adottato un gatto, fatto molte cose per la prima volta.

Ho cresciuto una splendida ragazza, sapendo di sbagliare continuamente e riconoscente per la buona sorte che continua ad accompagnare me e lei, preservandoci dalle catastrofi più grosse (saranno le preghiere di mia madre, più probabilmente). Continuo a cercare la mia strada e di fare pace con i miei alti e bassi, con le mie ribellioni, con le voragini del mio passato.

Ho finito di pagare la casa dove vivo, che adesso è proprio casa mia. Non l’ho davvero scelta, ma è il mio posto e inizio a apprezzarla. La settimana scorsa ho comprato e appeso in quadro, anche per ratificare questa accettazione. Ho sofferto moltissimo per amore, in questi 10 anni, più di quanto credevo di poter sopportare. Eppure sono ancora qui a raccontarlo. Sola, ma non disperata.

Domani vado a Milano e spero di vedere almeno un paio di quelle amiche conosciute dieci anni fa. Questa specie di famiglia del web è un filo rosso che mi piace ritrovare di tanto in tanto. Abbracciarsi in questo periodo non si può, ma lo vorrei. Come pure vorrei mandare un pensiero a quei lettori silenziosi e fedeli, che sento ancora meno degli altri, ma so che ci sono e che sotto sotto fanno il tifo per me.

Che bella cosa il blog. Non lo chiuderei per nulla al mondo.

Io e Giona


Qualche giorno fa, in occasione dello Yom Kippur, un post su Facebook mi ha fatto mettere a fuoco con grande chiarezza che se c’è un personaggio che mi ha accompagnato fin dall’infanzia, trasversale ai diversi piani della mia vita, quello è Giona. Ieri ho conosciuto una splendida ragazza, piena di talento, e con una certa sorpresa ho scoperto che a lei quel nome non diceva assolutamente nulla. Avrei voluto spiegarle meglio cosa significa per me, ma non c’era tempo.

Giona, per essere un profeta, è singolarmente poco docile. Non solo parla direttamente con Yahwè, talora ribattendo e contraddicendolo, ma per tutta la prima parte del libro biblico che racconta la sua storia tenta in tutti i modi di sfuggirgli, persino fisicamente. Tu mi mandi a Ninive? Io mi imbarco per Tarsis. Tu decidi di risparmiare i niniviti? E io protesto, mi pare che sia un’ingiustizia bella e buona, specialmente dopo che mi hai mandato qui a profetizzare la distruzione della città. Io non volevo manco venirci e tu ti commuovi per un digiuno? Mi meritavo almeno un terremoto, una pioggia di fuoco. Così che figura mi fai fare?

Il libro di Giona è l’unico libro della Bibbia che finisce con una domanda. La fa Dio e Giona non trova nulla da controbattere. Quindi, più precisamente, finisce con un silenzio. Magari un po’ stizzito, ma possiamo immaginare che finalmente il nostro inizi a capire il punto.

Giona mi ricorda tanto quella testa dura di S.Pietro, che crede pure di fare bene, ma colleziona scivoloni su scivoloni. Non ne imbrocca una, specialmente nei momenti cruciali. Come si fa a non avere simpatia per personaggi così? Sono la vera realistica descrizione della condizione umana.

In Giona la cosa affascinante è che Dio sceglie proprio uno così per portarlo oltre i limiti dell’ordinario. Lo manda a Ninive, di cui lui ha sincero orrore. Lo butta persino negli inferi e lo fa inghiottire da un mostro marino (non è un pesce, fidatevi).

Giona per tre giorni se ne sta nella profondità dell’abisso e poi viene vomitato. È l’immagine di resurrezione meno gloriosa della storia. Ma diciamo la verità: quando a noi uomini toccano queste rinascite, non è che compaiano angeli vestiti di bianco. Quelle sono cose da divinità. A noi tocca venire fuori come riusciamo, ammaccati e puzzolenti. Ringraziando pure per la buona sorte e per la nostra resistenza. E poi, come per Giona, ci tocca di riprendere a camminare.

Ma parliamo del mostro marino. Senza mostro non c’è nessuna rinascita. Nessun capovolgimento di prospettiva. Per quanto terrificante, il mostro è la salvezza di Giona. Chissà, se glielo avessero chiesto a bruciapelo, magari Giona non credeva nemmeno nell’esistenza di quel mostro prima di essere ingoiato e vomitato. Probabilmente non rientrava nei suoi schemi. Eppure…

Quando a Gesù chiedevano un segno per credere in quello che diceva, lui – piuttosto scocciato – avrebbe risposto: “Nessun segno sarà dato a questa generazione perversa se non il segno di Giona profeta” (Mt 12, 39). Come dire, secondo me: finché non ci sbattete il naso tanto non capite. E pure dopo non è detto. Anche nel caso di Giona, hanno capito prima le mucche di Ninive di lui.

Il cumulo delle memorie


“Le storie tramandate da una generazione all’altra influiscono sul nostro comportamento… L’idea è che i ricordi traumatici continuino a vivere nella generazione successiva… e che tali ricordi ereditari – frammenti traumatici di eventi – si sottraggano a una ricostruzione coerente”. Questo brano, citato per intero in una recensione, mi ha spinto a comprare e leggere in meno di 24 ore “Voglio sappiate che ci siamo ancora” di Esther Safran Foer.

Io non credo che ai miei antenati importi di sapere se io ci sono. Però oggi mi è molto chiaro che io ho bisogno di cercare all’indietro e di provare a colmare qualcuno dei silenzi in cui mi pare sparita la storia della mia famiglia. Io voglio sapere che loro c’erano. Che anche io ho dei nonni, persino dei bisnonni.

Ci giro intorno da qualche anno. Ma sempre più realizzo che è urgente per me dipanare qualcosa di questo cumulo di memorie che ignoro, ma di cui in qualche modo mi sento partecipe e responsabile. Procedo a tentoni.

Forse mi pare solo di procedere e in realtà sono ferma nello stesso punto. Non fa molta differenza. Voglio arrivare comunque a dare un senso, anche inventato. Non ambisco alla storia, ma almeno al minimo sindacale di memoria e di giustizia. Sì, giustizia. Perché non riesco a liberarmi da un confuso ma intenso senso di ingiustizia subìta, non direttamente da me, ma da chi è venuto prima.

Non so nulla di Trieste, Cormòns, Gorizia nella prima metà del ‘900. Non so nulla o quasi di una famiglia i cui cognomi e nomi sono scritti con una grafia diversa in ogni documento in cui mi imbatto. È complicato. Forse lo è sempre, forse lo è per tutti. Ma a volte un po’ più della media.

La paura è il banco di prova del coraggio


Ieri il mio amico Ralph mi ha mandato in versione digitale delle foto che avevo stampato io, ma di cui ho perso le mie copie molti anni fa. Mi ha fatto ripensare a un’estate intensissima, quella del 1995. Un po’ più di un anno fa, per un corso di scrittura autobiografica, avevo scritto questo racconto.

Il dormitorio era composto di fabbricati bassi e grigi, tutti uguali e praticamente indistinguibili, ammucchiati nell’angolo sud ovest della città. Le stanze piccole, due letti le cui reti si sovrapponevano in un angolo, sbarre alle finestre. In fondo al corridoio, una grande cucina senza porta. Le porte mancavano, del resto, anche ai due capi del corridoio che si aprivano verso l’esterno. Quando avevo vinto una borsa di studio a Gerusalemme avevo in mente uno scenario diverso. Quel posto non era solo pieno di sconosciuti, che ben poco avevano a che fare con me. Era anche fisicamente lontano. Dai luoghi che avevo sognato, ma anche dall’Università ebraica dove frequentavo le lezioni ogni giorno, che si trovava nello spigolo nord est della città, diametralmente opposta alla Residenza Aleph. Andare a piedi era impossibile. Per questo era stata istituita una linea di autobus apposita, la 18 aleph. Dopo dieci giorni, quando iniziavo a prendere un solitario ritmo tra lezioni, compiti e spesa al minimarket, un autobus saltò in aria. A Roma avevo sentito gli esperti pontificare per mesi sul fatto che gli attentati a Gerusalemme erano impossibili, in virtù della santità del luogo. Io stessa avevo ripetuto convinta quell’assunto, che mi era parso convincente. Ma c’è sempre una prima volta. La prima volta, per me e per Gerusalemme, fu il 21 agosto 1995.

Avevo preso la corsa immediatamente successiva e non vidi l’esplosione, ma il suo effetto. L’asfalto in fiamme. Il signore barbuto inginocchiato per terra che trafficava con delle bustine. Seppi poi che stava mettendo religiosamente insieme brandelli di cadaveri, con la meticolosità data dall’abitudine. Non ricordo molto della mattina e del pomeriggio che seguirono. Arrivati in classe, l’insegnante scrisse alla lavagna delle parole: attentato, esplosione, feriti. Forse anche “vittime”, visto che alcuni studenti e una professoressa del nostro corso estivo erano morti. Ma quella parola non la ricordo. Poi ci chiesero di spiegare alla classe come ci sentivamo. Nella memoria confusa di quei momenti, rivivo ancora con chiarezza la rabbia che provavo. Una rabbia esagerata, persino irrazionale, che non era indirizzata agli attentatori, ma a quel modo neutro e sorridente di gestire la situazione, a quella compostezza di normalità che faceva sentire me anomala, emotiva, fuori le righe. “Questo a casa mia non è normale!”, tentai di dire quando arrivò il mio turno. Chissà se scelsi l’espressione corretta, chissà se qualcuno capì. Comunque si andava avanti, perché altra via non era data. Non a me, straniera in borsa di studio. Non a loro, che vivevano lì non per due mesi, ma da una vita intera.

Un paio di anni dopo, la lettrice dell’università si fece sfuggire un particolare che mi diede la misura di quanto obbligata fosse quella reazione che tanto mi aveva urtato. Lei era una donna energica, sportiva, con un largo sorriso sfacciato sotto una cascata di ricci scuri. Appassionata di sport energici e di abbigliamento provocante, aveva conosciuto suo marito nell’esercito, dove lei rivestiva un grado superiore al suo. Le brillavano gli occhi quando raccontava di quel periodo, del riscatto di una ragazza immigrata dall’Iraq in un Paese nuovo di zecca, alla scalata di gerarchie che nella sua famiglia di origine erano riservate agli uomini. Le smancerie e i sospiri non le appartenevano. Non ricordo come venimmo a parlare dei suoi bambini e lei raccontò che ogni mattina, a Tel Aviv, li mandava a scuola su tre autobus diversi. Stavo per chiedere il perché di quella bizzarria logistica, quando mi è tornato in mente il 18 aleph e alla corsa partita due minuti dopo, che mi aveva permesso di essere viva. Era una soluzione pratica di riduzione del danno, una routine persino scaramantica. Un modo come un altro di sopravvivere, agli attentati e alla paura costante.

Alle 16:45 del 21 agosto 1995 finirono, come sempre, le lezioni. Su quell’autobus dovevo salirci di nuovo e continuare a trascorrerci, giorno dopo giorno, 35-40 minuti ogni volta. Quando agosto finì era opportuno acquistare un abbonamento mensile. Con le due italiane che avevo conosciuto al campus scherzammo: “Andiamo insieme a comprare il biglietto per il Paradiso?”. Scherzavamo, ma era dura per tutte. Ogni tanto, nel bel mezzo del tragitto, lo sguardo mi cadeva su qualcuno. Quello ha l’aria triste, troppo triste. Magari sta per compiere un gesto estremo, trascinandomi con sé. Quella donna ha lo sguardo sfuggente, sembra nervosa. Che strana forma, quello zaino. E allora il cuore iniziava a battere più forte, il respiro restava spezzato in gola. Scendevo di corsa, facendomi largo a spintoni. Respiravo. Mi guardavo intorno, sola. Aspettavo di riprendere il controllo. Poi, quando arrivava la corsa successiva, risalivo, mostrando all’autista il mio biglietto per il Paradiso.

Neppure per un momento presi in considerazione l’idea di tornare in Italia. Neanche i miei genitori, nelle brevissime conversazioni che riuscimmo ad avere, lo suggerirono. Non era epoca di cellulari e tutto avveniva per mezzo di telefoni pubblici a gettoni e i dialoghi erano scanditi da quella sorta di metronomo ansiogeno dato dal rumore delle monete inghiottite rumorosamente man mano che il credito si esauriva. Per giunta, in quei giorni convulsi, i genitori di molti studenti si appuntavano l’ultimo numero da cui i figli li avevano contattati e cercavano incessantemente di richiamarli. Mi successe, una sera, che quando finalmente era arrivato il mio turno per telefonare, sollevato il ricevitore sentii una voce maschile dall’altro capo del filo. Parlava russo. Non capivo una parola, ma potevo leggere in quelle sillabe ignote l’apprensione di un padre lontano. Non ebbi cuore di riagganciare. Provai a parlare inglese, niente. Ma neanche lui voleva arrendersi e alla fine tentò la strada più logica. Eravamo lì, sua figlia e io, per studiare ebraico. Lei, probabilmente, per ricominciare in Israele una nuova vita. Io no e ed ero poco più di una principiante. Lui forse lo era più di me: eppure, dando fondo alle parole lette sui libri di grammatica, trovammo un canale di comunicazione, per quanto incerto. Mi disse che cercava sua figlia, mi chiese se la conoscevo. No, il nome non mi diceva nulla. “Com’è?”, provai a chiedere, anche se nessuna descrizione mi avrebbe aiutato a individuare quella persona tra le centinaia di ragazze russe del campus. Lui esitò. E poi, con voce spezzata, rispose: “Bella. È bella”.

Quell’estate, più che in altre circostanze della mia vita, imparai il coraggio che non passa per i gesti forti, per gli impulsi a compiere qualcosa di risolutivo. Imparai il coraggio di rimanere, giorno dopo giorno, sera dopo sera. Resistendo alla solitudine, alla frustrazione di non trovare le parole. Fino alla fine di quel soggiorno di due mesi affrontai una violenza costante e quotidiana che mi era del tutto nuova. Il brivido freddo della canna di un mitragliatore che mi sfiorava accidentalmente su un autobus. Gli slogan terribili urlati dai manifestanti davanti al Parlamento, gli adesivi distribuiti da ragazzi vestiti di nero agli angoli del mercato: “Il popolo contro Rabin”. L’aggressività sorprendente della maggior parte delle persone con cui mi trovavo a interagire, alla posta, in banca, al supermercato. Affrontavo anche la violenza a distanza del mio fidanzato, che dopo un paio di telefonate si rifiutava di parlarmi ulteriormente, negandosi al telefono mentre i miei gettoni cadevano inesorabili. Era indignato e offeso perché non avevo deciso di rientrare, dopo l’attentato. Io non avevo preso in considerazione neppure l’idea di farlo, lui non aveva immaginato neanche per un secondo che non lo facessi. Un uomo talmente distrutto dalla preoccupazione per me da rifiutarsi di sapere, per il mese e mezzo che seguì, se fossi viva o morta. Io scrivevo lettere su lettere, fitte di espressioni enfatiche e immagini poetiche. Trovavo le buste di posta aerea in arrivo dall’Italia infilate sotto la porta della mia camera, rigorosamente aperte da una qualche forma di censura che non so se fosse ordinaria o riservata a noi studenti stranieri: erano tutte di mia madre. Lui sprofondò in un silenzio totale, che si interruppe soltanto quando volai di nuovo a Roma.

Recentemente, facendo per l’ennesima volta pulizia tra le cose rimaste ammucchiate in scatoloni in casa mia, è spuntato un mucchio di buste con il francobollo di Israele, indirizzate a quell’eccentrico egoista che ho finito per sposare e che poi, finito il matrimonio, ha lasciato cumuli di detriti dietro di sé. Erano più di trenta e nessuna era stata aperta. Le ho infilate in un sacco della spazzatura e mi sono liberata di quel vecchio peso senza rimpianti.

Da capo


Come al Monopoli, quando una carta ti rimandava al Via (o in prigione direttamente, senza passarci neanche, per quel via), mi ritrovo con la spiacevole sensazione di ritrovarmi nello stesso punto che pensavo di aver superato. Mi immagino anche i cartoni animati di Scooby-Doo, quando i detective cialtroni si trovavano a girare in loop in un labirinto. Insomma, a volte mi chiedo chi voglio prendere in giro. Tanto varrebbe sedersi e basta.

Sarà il caldo soffocante, saranno le cose che non girano per il verso giusto (ma ci sarà, poi, un verso giusto?). Sempre più spesso poi mi viene il dubbio che quello che pare funzionare per il resto del mondo, al mio caso non si applichi. Insomma, magari questa valigia della mia vita non vuol saperne di chiudersi perché la forma non si adatta al contenuto. Non è solo che non riesco a piegare ordinatamente la roba. Magari devo decidermi a cambiare contenitore.

Spero che voi siate usciti dal lockdown meno inclini alle metafore deprimenti…

Toccare con mano


Sono un paio di giorni che medito di scrivere post frivoli, tipo “Cose che ho imparato da quando ho un gatto” o “Le migliori e peggiori serie Netflix della quarantena”. E nei prossimi giorni magari lo farò. Però stamattina ho aperto, dopo un po’ di tempo, il blog dell’ex maestro di Meryem e mi è caduto l’occhio su una frase:

“Cari bambini, la cosa più ingiusta che possa capitare a un bambino della vostra età è togliergli la possibilità di entrare ogni giorno in classe”.

Quanto è vero e credo che mai come in questo momento tutti lo abbiamo ben presente. Tocchiamo con mano nei nostri figli gli effetti immediati di questa ingiustizia e la tolleriamo a stento solo perché crediamo che questa situazione sarà temporanea.

Ora immaginate se ci dicessero che i nostri figli non potranno andare a scuola per altri 4 o 5 anni e che non ci sarà nessuna forma di didattica a distanza. Io credo che molti comincerebbero seriamente a considerare di trasferirsi all’estero.

Secondo l’ultimo report dell’UNHCR, su un totale di 7,1 milioni di bambini rifugiati in età scolare, frequentano la scuola 3,7 milioni. Il 37% dei bambini delle elementari, quelli di cui parla il maestro Flavio, non ha la possibilità di entrare in una classe. Se saliamo all’età di mia figlia, meno di uno su quattro va a scuola (24% del totale).

Sono situazioni che si protraggono per anni, a volte per decenni, bruciando generazioni intere e scavando baratri di ingiustizia e disuguaglianza. Questi bambini dimenticati, peraltro, non vivono necessariamente lontano da noi: molti ad esempio sono in Grecia.

Non posso fare a meno di pensare che in questo momento siamo nelle migliori condizioni possibili per sentire sulla nostra pelle l’enormità di questa ingiustizia. Non sarebbe bello se le tante energie positive di maestri e educatori potessero raggiungere anche qualcuno di questi bambini rifugiati?

Zoom


Si… può… fare! Passato il primo momento di disorientamento e scetticismo, mi trovo circondata di entusiasti della piattaforma. Specialmente per organizzare eventi, conferenze, corsi.

Ora, c’è indubbiamente una certa ebbrezza nel vedere che per partecipare a qualcosa che interessa basta cliccare dal proprio divano. I tempi si incastrano assai meglio nel virtuale. E poi certo, ci si sente, se l’organizzatore è democratico ci si vede anche. L’ho apprezzato, all’inizio, quel senso di vicinanza. Scattavamo foto ricordo, persino.

C’è un però. Forse più di uno, ma uno più grande degli altri. Chi parla non solo si ascolta, ma si guarda pure. Ed ecco che, come per magia, scatta l’effetto predica. Ho visto relatori normali trasformarsi in retori pomposi, innamorati del suono della propria voce.

Insomma, secondo me su può certo fare ma non necessariamente ci migliora. E ora vi lascio, ho un corso su Zoom.

Ah, per la cronaca: prevedo che queste videolezioni continueranno ad essere proposte anche in futuro, ma dell’adesione massiccia non mi sentirei di scommettere.