Bluff


Forse sono un po’ stanca, ma certe volte mi trovo a fissare il vuoto e a farmi domande sgradevoli. Tipo quella che mi si è attaccata alla mente l’altro ieri e che non riuscivo neanche a mettere bene a fuoco. Più che una domanda, un dubbio: ma non sarà che in tutto questo affannarsi sulle emergenze vere o presunte in tema di migrazioni forzate ci sfugge l’essenziale? Non sarà che, in fin dei conti, ci capiamo assai meno di quanto vogliamo ammettere?

Anni fa era tutto più chiaro. I rifugiati erano un tema di nicchia, che non scaldava gli animi e non infiammava nessuno o quasi. Oggi è vero il contrario. Le persone che sbarcano sulle nostre coste sembrano il centro di ogni questione, la trasformazione più rilevante per il nostro Paese, la giustificazione per provvedimenti urgenti e gravi, ma anche per mettere in forse principi universali che forse “non ci possiamo più permettere”.

Eppure, sia pure aumentati nel tempo, quegli arrivi restano in termini assoluti ben poca cosa. Non sono mai arrivati nemmeno a duecentomila in un anno. I turisti in Italia nel 2016 sono stati 81,6 milioni. I migranti un po’ più di 5 milioni. Si cerca di argomentare che non rifugiati, ma migranti economici sono quelli che sono soccorsi in mare (sempre meno) e che invece cerchiamo di trattenere o ributtare nel Sahara con accordi improbabili. Può essere che una parte (non tutti!) di quei meno di 200.000 rientrino meglio nella definizione di migrante che in quella antiquata di rifugiato, non voglio qui entrare nel merito. Ma una cosa è certa: questo manipolo di persone particolarmente disperate non sono la totalità delle migrazioni, costituendone anzi una percentuale abbastanza irrilevante.

Ma davvero noi pretendiamo di ristrutturare tutti i meccanismo della cooperazione internazionale e, più ampiamente, la nostra politica estera in Africa e altrove al solo scopo di impedire che quei meno di duecentomila arrivino? Ma non ci viene il sospetto che la posta in gioco per il nostro futuro sia di ben altra scala?

Insomma, non sarà che ci stanno prendendo in giro? Non fraintendetemi: il diritto d’asilo è importante, va difeso, i rifugiati mi stanno a cuore. Ma il tema è sempre stato e ancora oggi è molto molto più ampio di così.

Contraddizioni


Da bambina quando andavo a letto e chiudevo gli occhi mi pareva che sotto le palpebre si formasse una specie di mostro di forme confuse. Ne avevo paura, ma allo stesso tempo sapevo perfettamente che non esisteva davvero e quindi mi sarei vergognata di confessare che il cuore mi batteva pazzamente. Non ho mai detto a nessuno, fino ad oggi, che prima di addormentarmi ogni tanto dovevo stare un po’ con gli occhi aperti per tranquillizzarmi e alla fine dormire sul serio. Non era da me, da quella bambina matura e intelligente che sono sempre stata.

Lo stesso vale qualche volta, da adulta, per le fantasticherie piacevoli. So che non hanno consistenza né fondatezza. Arriva il momento in cui si rivelano per il nulla che sono. Ma mi hanno fatto sorridere per 48 ore e mi hanno fatto tornare la voglia di guardarmi una commediola su Netflix. Più che essere delusa e prendermela con me stessa per la mia fantasia eccessiva, mi ritrovo in testa un retrogusto di gratitudine, proprio come decenni fa un’ombra di terrore mi accompagnava il sonno.

Passioni


Alcuni mesi fa, un’insegnante della scuola di italiano del Centro Astalli si è trovata a spiegare a una classe di giovani rifugiati abbastanza digiuni di italiano il significato della parola “passione”. Dopo essersi variamente prodigata con gesti, esempi e disegni, ha chiesto a ciascuno degli studenti di scrivere una frase utilizzando la nuova parola, per verificare che avessero davvero capito. I quaderni si sono riempiti di menzioni di cantanti, squadre di calcio, ragazze e cibi. Girando tra i banchi, all’insegnante cade l’occhio sulla frase di un ragazzo più giovane degli altri, che aveva scritto in bella calligrafia: “La mia passione è il Corano”.

Questo episodio, che non ha mancato di procurare all’insegnante dubbi e persino un po’ di allarme, mi è tornato in mente all’improvviso una sera della settimana scorsa, quando ho ripreso in mano dopo un bel po’ di tempo la Bibbia ebraica e i relativi vocabolari e concordanze. Due ore dopo, rialzando la testa, mi è venuto un po’ da ridere: cosa direbbe la zelante volontaria del Centro Astalli se mi sentisse dire che, nonostante la lunga astinenza da queste cose, innegabilmente la mia passione è il testo ebraico dell’Antico Testamento (con incursioni nel Nuovo)? Solo che, a differenza di quella del sorridente e devoto ragazzino subsahariano, la mia è una passione travagliata e repressa, apparentemente innocente ma in grado  di trascinarmi in una specie di gorgo magnetico che scuote la mia ordinaria routine e l’immagine che ho di me stessa fino alle fondamenta. Quindi a tratti scoperchio il mio personale vaso di Pandora (filologico, non mistico) e a tratti lo richiudo con stizza. Ma non è forse il bello delle passioni il fatto di farci vivere pericolosamente sospesi sull’orlo di un precipizio? (No, in realtà: ma l’amore romantico a noi lo hanno insegnato così, con conseguenze peraltro devastanti per le nostre vite private. Avete letto questo? Ecco).

Recentemente, forse, anche mia figlia ha individuato una delle sue prime passioni personali. Dopo avermelo chiesto a lungo, una fortuita combinazione di circostanze mi ha indotto ad assecondare la sua voglia di prendere lezioni individuali di canto. Meryem ha praticato e pratica diligentemente vari sport, ma nessuno direi che abbia fatto scattare in lei “la scintilla”. E meno male, aggiungo io: questo mi ha risparmiato finora molte incombenze e molte seccature, non avendo io la vocazione dell’abnegata madre del piccolo atleta tanto ben celebrata da un celebre spot di P&G. Però questa cosa del canto mi pare che la stia prendendo molto sul serio. Vederla trattare di persona con la sua insegnante sul programma da svolgere e sugli argomenti da affrontare insieme è stata l’ennesima piccola epifania della mia esperienza di madre: dirò una banalità, ma si sta proprio facendo grande.

Tor Bella


“Rex è scappato”, recita un foglio affisso sulla vetrina di un negozio, con foto a colori di un cane lupo. “E come dargli torto?”, mi viene da pensare. Ma è già uno scherzo, perché dopo dieci minuti abbondanti di cammino ormai mi trovo in un posto molto diverso da quello in cui mi ha sbarcato la metro C. Uscita dalla fermata di Torre Gaia confesso di aver avuto un attimo di sgomento e persino la fugace tentazione di girare sui tacchi e prendere un treno in direzione Roma Centro. Lì la Casilina non è più quella di Centocelle e Torpignattara, fiancheggiata di negozietti e di persone: è quasi autostrada. La attraverso faticosamente per scoprire subito dopo che non avrei dovuto farlo. Riattraverso e salgo le scale di ferro per scavalcare lo scatolone di cemento della stazione e sbarcare in una manciata di casette e stradine. Cammino un po’ nella direzione giusta ed eccomi di nuovo a una sorta di svincolo autostradale: questa è via di Tor Bella Monaca e dunque almeno ho il conforto di sapere che l’area geografica è quella giusta. Dopo questo ulteriore avventuroso attraversamento, sono tornata in una comunità abitata: un forno con tanti tipo di pane, pizza e dolci e ragazze sorridenti al balcone, negozi, anziani e bambini per le strade, una scuola colorata con un grande giardino. E il cartello che segnala la fuga di Rex, promettendo una ricompensa a chi lo riporterà ai padroni.

Andare a Tor Bella Monaca con i mezzi in un tardo pomeriggio invernale richiede a una di Roma “centro”come me una certa motivazione. Tor Bella Monaca non è solo, innegabilmente, “lontano”. Ha anche una brutta fama, ai limiti dello stigma. “Non ce la avrei mai mandata da sola!”, confesserà più tardi un po’ imbarazzato il fidanzato palermitano di una delle partecipanti all’incontro a cui sto andando. Però quello che vedo arrivando non ha nulla di sgradevole o di minaccioso. Sono io che mi muovo come se pestassi uova, ma molti mi sorridono, qualcuno mi saluta. Alla fermata dell’autobus una signora africana con figli al seguito chiacchiera con naturalezza con due “indigene”. “Da non non c’è razzismo”, mi diranno poi. E in effetti parrebbe proprio così. Mica una cosa da poco, di questi tempi.

Arrivo alla sede dello SPI, il sindacato dei pensionati, un po’ in anticipo. Alla parete la prima cosa che noto è un poster di Berlinguer. Mi accolgono calorosamente, mi offrono un tè in un bicchiere di plastica che mi ricorda un po’ i tempi ruggenti del Centro Ararat. Mi chiedono di me, del mio lavoro. “Dove avete la sede, voi?”. Vicino piazza Venezia. “Ma più precisamente?”. Ho un’illuminazione. Via degli Astalli, traversa di via delle Botteghe Oscure. La signora si rattrista visibilmente. “Io non ce posso più passa’ lì… mi hanno detto che adesso al posto di Rinascita ce sta un supermercato. E’ vero?”. Confermo, ahimè. Per fortuna la conversazione si rianima subito, nonostante la mia gaffe. Seguono aneddoti, racconti di vita quotidiana. “I mariti certe volte sono proprio da butta’ de sotto dar balcone!” “Ma tu sei al primo piano, nun se fa gnente!” “Eh, di sinusite soffro anche io, ma pe’ forza… da regazzetto, quanto me piaceva andare in motorino, con la camicia che si gonfiava cor vento… ah, bei tempi!”.

Quando si arriva a parlare del quartiere, si fanno seri, quasi solenni. “E’ il più bel quartiere di Roma. La gentaccia ci sta da tutte le parti, pure a Parioli. Solo che qua è per fame che la gente fa certe cose, altrove non so. A me quando qualcuno ci guarda storto perché abitiamo qua mi ribolle il sangue. Le cose buone ci sono, e pure tante. Solo che, per colpa di qualcuno…”. Già. Mi agito sulla sedia, sentendomi un po’ in colpa per il pensiero sul cane lupo. Un vecchietto con i capelli candidi mi sorride e mi fa: “Ma lo sai a chi somiglia, ‘sta ragazza? Alla responsabile dell’ATER, quella che mi ha dato le chiavi della mia casa. Proprio uguale!”.

In questo insolito e sorprendente contesto, una mezz’ora dopo, ho partecipato a una formazione sulla tecnica dell’incontro relazionale, strumento principale del community organizing. Uno degli elementi dell’incontro relazionale è lo storytelling: perché un nome si dimentica, ma ascoltando una storia le cose si ricordano, diventano vive. Ho biecamente approfittato del momento della simulazione a coppie per farmi raccontare un po’ di storie da una signora dai capelli rossi fiammanti, di cui in effetti non sono sicura di ricordare il nome. Quei venti minuti di racconti valevano il viaggio a Tor Bella Monaca. Ma ve li racconto la prossima volta.

Ora posso guardarti negli occhi


Gli occhi di S. sono straordinari, per tutta l’intervista non riesco a smettere di guardarli. Chiari e profondi, uno sguardo vellutato e dolce. Le domande che volevo farle non riguardavano la sua storia in Camerun, ma lei insiste per raccontarmela lo stesso. “Altrimenti non capisci”, spiega. E ha ragione, pienamente. Io da lei voglio sapere cosa pensa del programma di ospitalità nei conventi di Roma in cui è inserita, in cosa lo trova utile e efficace, cosa cambierebbe. Ma lei mi vuole raccontare altro. Ci tiene a spiegarmi come questa esperienza ha trasformato completamente la sua vita, al di là di qualunque indicatore raggiunto o meno.

Il padre di S. la ha data in sposa a 15 anni a un uomo molto più grande di lei. Un uomo potente, ricco. Un uomo che lei non voleva e che ha messo fine per sempre al suo sogno di studiare. Un dolore enorme, insopportabile anche per sua madre (“è morta per il dispiacere”, sussurra S.). Inizia una vita fatta di lussi, ma anche di umiliazione. Il marito a un certo punto decide di convertirsi all’islam e la condizione di S. non fa che peggiorare. “Tu ora mi vedi così. Posso guardarti negli occhi, parlare a te, parlare anche davanti a cento persone. Io non ero così, prima. Non mi mancava nulla, ma non valevo nulla. Vivevo con gli occhi bassi. Non mi era permesso di fare alcuna scelta, non potevo uscire, non potevo studiare, non potevo avere un’opinione, non potevo crescere mia figlia secondo i miei valori. Sono arrivata al punto che desideravo solo morire. Credevo che la vita non avesse più nulla da darmi”.

In Italia tutto è diverso. In teoria manca tutto: i soldi, una casa, una prospettiva professionale. “Ma io ho ricominciato a vivere qui, con voi. So che tanti di quelli che sono arrivati si sono persi. Ma io no, io ho ritrovato me stessa. Ho ritrovato la gioia di vivere. Ho incontrato persone che mi guardavano con attenzione, con amore. Che mi telefonavano per sapere se avevo bisogno di qualcosa. Che mi incoraggiano quando ho paura. Ho subito due interventi alla colonna vertebrale e la prima volta ero tranquilla, ma la seconda volta… La seconda volta ero terrorizzata. Lei [l’operatrice del progetto] mi ha chiamato, mi ha incoraggiato. Dopo aver parlato con lei ero pronta ad operarmi subito. Poi mi ha chiesto persino se avevo bisogno di aiuto, per salire le scale o per andare da qualche parte. A me, proprio a me. Non so spiegarti quanto mi sono sentita importante. Cosa è speciale in questo programma di accoglienza? L’amore. Le suore mi hanno accolto in tutto e per tutto, mi rispettano, mi conoscono. Mi danno una libertà che nella mia vita non avevo mai conosciuto. Accettano che i miei amici mi vengano a trovare, perché io ho tanti amici adesso. Posso chiedere il loro consiglio in qualunque momento. Quando mi parlano mi sento piena, orgogliosa. Mi sento come il Presidente di uno Stato.

Qualche tempo fa ho visto molti ragazzi africani che dormono per strada vicino alla stazione Termini. Sono andata a parlare con loro, a sentire di cosa hanno bisogno. Molti si sono lamentati perché alla mensa della Caritas possono mangiare solo pasta. Io allora ho detto che se vogliono vivere in Italia non devono lamentarsi, devono abituarsi a un cibo diverso ed essere grati perché hanno almeno quello. Anche io, in questi anni, ho fatto così. Ma poi ho pensato che niente dà gioia come il cibo di casa. Ne ho parlato con le suore, che mi hanno incoraggiato. E allora ho fatto la spesa e ho cucinato una cena africana per 350 persone. Abbiamo dato loro un sorriso. Anche quello conta”.

E se ne va sorridendo, S. La strada è ancora lunga, ma lei continua a camminare.

P.S. Quella nella foto non è lei, ovviamente.

Una storia di donne


Quando incontro P. la potrei scambiare per una delle studentesse del Master dell’Università di S. Francisco che sto aspettando in un pomeriggio piovoso davanti alla porta verde della mensa del Centro Astalli. Inglese fluente, coda di cavallo, sorriso sicuro. Chiacchieriamo con naturalezza, mentre aspettiamo gli altri. Solo che quello che mi racconta è – manco a dirlo – straordinario. “Sembra un romanzo!”, non mi trattengo dal commentare (anni e anni di esperienza non mi hanno tolto quel tipico stupore un po’ stupido di chi è nuovo a questi racconti e di cui mi pento fino a un certo punto). Lei mi sorride e risponde quello che risponderei io: “Chissà, magari un giorno lo scriverò”.

P. è tibetana e a 15 anni è fuggita, da sola, in India. Di quella parte della sua vita, senza troppe remore ma anche senza indulgere in particolari macabri, mi traccia un quadro inequivocabile. Il padre ex parlamentare, la repressione cinese, le violenze arrivate inaspettate al villaggio, la madre incinta che per le percosse dei militari perde il suo bambino, il fratello minore oggi in carcere, la paura e la diffidenza che la trattiene ancora qui, a Roma, oggi, dal frequentare i suoi connazionali. Non si sa mai. Anche dopo anni la notizia che lei è qui potrebbe nuocere a chi è rimasto.

Il viaggio attraverso le montagne fino al Nepal e il primo arrivo in un campo profughi un po’ in disarmo P. lo liquida rapidamente (ed è la prima cosa che mi racconta), ma ci sarebbe certo molto da aggiungere. A un certo punto lascia il campo e trova riparo in un monastero buddhista. Lì incontra una signora indiana che, con generosità assoluta, la prende con sé e la porta a Calcutta.

Da oggi pomeriggio non riesco a smettere di pensare a questa donna speciale. “Ha fatto di me quella che sono oggi”, dice P. con semplicità. “Mi ha insegnato a leggere a scrivere, mi ha mandato alle scuole migliori, mi ha fatto studiare l’inglese. Mi ha insegnato ad apprezzare un’opera d’arte. Amava Frida Kahlo e mi ha trasmesso la sua passione. Leggevamo Shakespeare e proprio grazie ai versi del Giulio Cesare ho iniziato a sognare di venire in Italia”. La donna è anziana, sente la fine avvicinarsi. P. lavora in un call center, ma il suo futuro è appeso a un filo. “E’ stata lei a incoraggiarmi. Mi diceva: Se la vuoi davvero, la tua occasione, prendila! Puoi farcela”.

Sorride, P., quando mi dice che l’Italia dove è arrivata non aveva nulla a che fare con il suo sogno pieno di storia e di arte. “Non avevo idea che per gli stranieri qui fosse così difficile. I primi mesi sono stati davvero duri. Dopo pochi giorni mi hanno rapinato per strada e mi hanno preso i pochi soldi che avevo. Sono stata costretta a vendere l’anello che mi aveva dato mia madre, il ricordo più prezioso che conservavo di lei. Ma non c’era alternativa”. Il corso di italiano per lei è stata l’opportunità più grande. “Sono arrivata qui, al Centro Astalli, e sono davvero grata per questo. Ora ho un avvocato che mi segue e tutto va molto meglio”. P. abita presso una famiglia del Bangladesh e si mantiene con un lavoretto in pizzeria. “Certo, non ha nulla a che fare con quello che ho studiato. Ma sono al sicuro. Voi qui in Italia siete così fortunati: potete dire quello che volete, non conoscete la paura. Io oggi sono tranquilla e davvero non potrei chiedere di più”.

Io credo, e lo ho detto anche a lei, che P. dovrebbe assolutamente chiedere di più, invece. Dovrebbe tornare a coltivare le evidenti ricchezze della sua anima, quelle così ben nutrite dalla generosità di una signora incontrata per caso. Voglio credere che altre strade possano aprirsi per questa giovane donna coraggiosa e entusiasta, per il bene suo e di questo Paese sgangherato ma sicuro che oggi la accoglie.

Oggi P. ha avuto il suo piccolo regalo. Una delle studentesse americane che abbiamo incontrato insieme parlava nepali e le due si sono messe a chiacchierare fitto. Guardandole non ho potuto fare a meno di pensare che sarebbe così naturale se fossero compagne di università, coinquiline, colleghe. Al momento vivono due vite completamente diverse. Ma un giorno, chissà.

 

Farsene una ragione


L’altra sera, poco dopo che era arrivata la notizia della morte del professor Garbini, la mia amica Bianca mi ha mandato un messaggio e una citazione, che vorrei qui riportare. Ricordando la concomitante scomparsa di Berger, ha scelto un suo brano.

A man’s death makes everything certain about him. Of course, secrets may die with him. And of course, a hundred years later somebody looking through some papers may discover a fact which throws a totally different light on his life and of which all the people who attended his funeral were ignorant. Death changes the facts qualitatively but not quantitatively. One does not know more facts about a man because he is dead. But what one already knows hardens and becomes definite. We cannot hope for ambiguities to be clarified, we cannot hope for further change, we cannot hope for more. We are now the protagonists and we have to make up our minds.”

La prima immagine che mi è tornata in mente leggendo questa citazione è stata quella dell’aula di archeologia orientale, durante una pausa pranzo di 20 e rotti anni fa. L’aula di Matthiae, quella con il capitello di Ramat Rahel. Non ricordo esattamente chi eravamo. Ricordo però che stavamo seduti sui tavoli e che il succo della nostra conversazione poteva riassumersi in: “Noi faremo meglio di così, noi saremo meglio di così”.

“Così” erano i nostri professori, amati e temuti, ammirati e invidiati, ma sotto sotto anche commiserati da noi giovani promesse, con il mondo ai nostri piedi. Ecco, ora siamo noi i protagonisti e dobbiamo farcene una ragione. Per quanto mi riguarda, sono protagonista ormai ben lontano da quelle aule. Ma la domanda resta: ho fatto meglio di così, sono stata meglio di così?

Alcune parole pronunciate al funerale oggi e che non aspettavo sono state in qualche misura più difficili da portare via dei silenzi che invece aspettavo. Ma credo davvero che la conclusione giusta, quella in cui più mi riconosco, sia stata quella che ho scritto a maggio scorso: “Non siamo qui per calcolare chi ha vinto o chi ha perso, alla fine. La possibilità di trovarsi insieme dopo oltre vent’anni senza imbarazzi e senza rimpianti è già una vittoria”.

Quella serata di maggio è stata l’ultima volta in cui ho incontrato Garbini di persona. Lo abbiamo accompagnato al taxi, a piazza Venezia, e lo abbiamo salutato soddisfatto, felice, divertito. Sono davvero convinta che, in quella occasione e in molte altre, noi (io e gli altri, non moltissimi, che hanno avuto una storia simile alla mia) ci siamo scelti la parte migliore del nostro maestro e quella parte non ci sarà tolta.