Ripartire


“Ma ti rendi conto che luglio è quasi finito?” Sarà per il trauma della pandemia, come leggevo ieri in un articolo, sarà per il cambiamento climatico che ci prostra, ma quest’anno il tempo pare avere una densità tutta diversa. Corre, ma lascia solchi di stanchezza. In ufficio ci guardiamo con occhi assenti, tutto con il desiderio forte di mollare tutto, almeno per un po’. Per un bel po’.

Eppure, onestamente, credo che non sia questo il momento di lasciarsi andare. Piuttosto devo capire in cosa vale la pena di investire energia. Qualche settimana fa un’amica mi ha chiesto cosa accende ora il mio cuore, cosa mi fa sentire eccitata e entusiasta. Come direbbe Lucifer, che cosa desideri veramente? Io l’ho guardata sopra il mio pollo indiano superpiccante e ho risposto: “Nulla, temo”.

Non è da te, ha commentato lei preoccupata. Già, non è da me. E allora ci sto provando a rimettermi in movimento. Il mio metodo è sempre lo stesso: mi lancio in qualcosa di improbabile, smuovo le acque, rompo il meccanismo della prevedibilità e aspetto. Magari qualcosa succede. E magari anche stavolta ha funzionato.

Quindi ora bisogna essere conseguenti e provare a esplorare qualche strada nuova. Anche se fa caldo e il disincanto aleggia su di me insieme all’umido e alle zanzare di queste serate romane insolitamente silenziose.

Verso la ionica


Per il terzo anno consecutivo sto per trascorrere una settimana a Locri. Abbiamo perfezionato nel tempo questa “soluzione post lockdown” fino a farne una specie di raduno di famiglia. Anche quest’anno avremo la luna piena (mercoledì, per la precisione) e con ogni probabilità, nonostante qualche ansia di mia zia, le cene all’Ultima Spiaggia.

Quest’anno vado sola, Meryem è a Palermo a fare le prove generali di vacanza autonoma. Il tempo passa inesorabile, lo vediamo tutti del resto: non solo dai figli che crescono, ma anche dai genitori/zii che invecchiano e da noi, che una volta eravamo i figli che hanno smesso di andare in vacanza con i genitori, che invece una settimana l’anno ci riaccostiamo al vecchio ruolo e ci facciamo un po’ accudire (ma sempre facendo un po’ finta di essere noi quelli che accudiscono).

Il mio compito, per questa settimana, è cercare di mollare la presa. Conto sul mare di Locri, il primo che ho conosciuto – dalla riva di Ardore. Quello in cui facevo le bracciate con mio padre, in cui saltavo le onde tra le braccia di mia sorella. “Come sul capo al naufrago l’onda si avvolve e pesa…” Già, il cumulo delle memorie da queste parti si fa sentire. Speriamo di essere in grado di nuotarci dentro.

Red


Questa era una buona sera per vedere Red con Meryem e sono stata contenta che me lo abbia proposto. Perché in almeno tre momenti nel corso della giornata, anche se non lo sapevo ancora, mi sono trovata a controllare il respiro per evitare che mi spuntasse la coda pelosa del panda rosso.

In uno di questi tre momenti, ad essere onesti, un artigliata verbale mi è sfuggita. Ma mi consola pensare che in fondo tanti lo sanno e questo film lo racconta proprio bene: essere donna e dunque figlia femmina e madre di figlia femmina non è uno scherzo.

Aspettative, docilità, obbedienza. La mia adolescenza è stata molto caratterizzata dal compiacere i miei genitori, abbastanza pedissequamente. Non so se ho davvero mai disobbedito, visto che quelle che ricordo come trasgressioni oggi fanno solo sorridere e difficilmente potrebbero essere considerate tali.

E quindi, almeno in alcuni aspetti rilevanti, a Meryem ho voluto dare la libertà e la leggerezza che io non ho mai conosciuto. Non me ne pento, ma non è una passeggiata. Non lo è stato in questo weekend che si è appena concluso, ma non lo è quasi mai, dalla scorsa estate. Perché, come dicono le serie americane, “it comes with a price”.

Proprio oggi leggevo del fatto che la corteccia cerebrale degli adolescenti non si sviluppa del tutto fino a 25 anni e dunque per quanto svegli siano, non ci si può aspettare che non siano avventati e a volte completamente fuori spazio tempo. Chissà se ho capito bene. Tuttavia una cosa è certa: a questa età la libertà non sono capaci di gestirla. Ma ciò non toglie che, guardando coraggiosamente avanti, questa libertà bisogna secondo me dargliela comunque, tenendosi pronti a raccogliere i cocci.

Ne ho raccolto un pochino di cocci negli ultimi mesi, ma questo ovviamente non mi dà il diritto di intromettermi. E allora guardo, consapevole di non capire, incapace di tenermi sul serio ad distanza, ma allo stesso tempo oggi accusata di essere stata poco accogliente se non addirittura scostante.

E poi si ricomincia, di errore in errore, soffiando via le nuvole rosa di polvere e di pelo che a volte ci offuscano la vista, sperando di essere capace di essere fiera di lei perché si allontana, essere capace di frenare il mio istinto di trattenerla e così di intrappolarla.

Mi guarderà mai con quella empatia e comprensione che il film lascia intravvedere? La cosa più dura è leggere il giudizio negli occhi degli adolescenti, il disprezzo noncurante di chi ti vede solo patetico. In quei momenti la zampata è sempre in agguato

Io, la rana


Qualche notte fa un sogno mi ha ricordato una storiella attribuita a Esopo e che mi è rimasta impressa fin dall’infanzia. Magari la conoscete, ne esistono anche alcune varianti. In breve, una rana sta per attraversare un fiume quando uno scorpione le chiede un passaggio sul suo dorso. La rana obietta però che lo scorpione dovrà astenersi dal pungerla, altrimenti affogheranno entrambi. “Ma ti pare?”, ribatte lo scorpione. E la rana lo fa salire. A metà traversata, lo scorpione punge la rana. Mentre entrambi, come correttamente quanto inutilmente previsto dalla rana, stanno affogando, la rana esasperata chiede allo scorpione: “Ma perché lo hai fatto? Vedi che così ci siamo condannati a morte certa tutti e due?”. E lo scorpione: “È la mia natura”.

Oggi improvvisamente, anche ripensando al sogno, mi è apparso con grande evidenza il fatto che la rana sono io. La rana, a pensarci bene, confida esageratamente non solo nella buona fede altrui, ma anche nella propria capacità di analisi. La rana aveva previsto tutto ed era convinta di aver preso le sue contromisure. Sotto sotto era sicura di averlo convinto, lo scorpione, di aver costruito un’alleanza con lui. Un’alleanza improbabile, certo, ma proprio per questo degna di nota. Non è una cosa da niente portarsi uno scorpione in groppa, ma lei sentiva di poterlo fare.

Peccato che poi, il più delle volte, le cose vanno effettivamente a scatafascio, alla faccia delle prospettive alternative e dell’acutezza della rana. Perché la natura dei ragionamenti non sa che farsene. Nella vita, presa dall’entusiasmo e da una certa arroganza intellettuale, mi sono caricata sulla schiena un certo numero di scorpioni. Tutti, come era facilmente prevedibile, mi hanno punto. Nonostante credessi di poter gestire i rischi, la realtà mi ha sempre smentito.

Quando mi deciderò a smettere di considerare gli scorpioni così interessanti e diventerò capace di lasciarli, senza astio ma con la necessaria freddezza, sull’altra riva?

Immagino


Una serata tranquilla sul divano a immaginare altrui felicità. Quella di Meryem, che sta facendo il primo weekend fuori con gli amici della nuova classe e oggi, alle cinque, ha fatto il primo bagno al mare dell’anno e sembrava estate. E io penso che probabilmente è la prima volta che succede, che io non sia a fare quel primo bagno con lei, e sarà certamente l’inizio di una nuova normalità.

Staccarsi da lei. Mi ci preparo da anni, con la testa, ma continua ad essere durissima. Eppure mi è stato così facile sentire chiaramente che lei non era me, fin da quando non era ancora nata e dormiva nella mia pancia a orari diversi dai miei. Poi però ci sono stati 14 anni di giorni che si susseguivano, prima con lei in braccio, poi con lei per mano, infine con lei che allungava il passo davanti a me.

Oggi è ancora un po’ più difficile. Perché oggi oltre al bagno in mare senza di me ormai ci sono ampi spazi nel suo cuore a cui io non posso avere accesso. La guardo, e immagino. Immagino anche troppo, dietro una porta a volte chiusa e a volte no. Immagino cosa può aver suscitato una risposta brusca o un sorriso. Ma poi se immagino troppo finisce che faccio invasione di campo, che mi distraggo dall’unica cosa che davvero conta per me: lei.

E allora stasera mi concedo, da lontano, solo un’ultima immaginazione: quella di una felicità che non conosco e non conoscerò e che spero accompagni i prossimi mesi se, come temo, saranno in salita.

Festa della mamma


Più del mazzo di garofanini inaspettatamente ricevuto ieri, il regalo più importate per la festa della mamma Meryem me lo ha fatto sabato sera, in una chiacchierata mentre tornavamo a casa. “Se penso a quando ero piccola, io ricordo che tu c’eri. Ora so che ovviamente tu lavoravi molte ore fuori casa, che ogni tanto anche partivi, ma comunque non ho mai avuto la sensazione che fossi distante o non ti importasse”.

E quindi quel tratto di strada sono riuscita a farlo. Mi pareva difficilissimo, a tratti impossibile. Ricordo le corse, l’ansia, il senso perenne di inadeguatezza, il tetris dei saggi di fine d’anno, il compleanno che coincideva sempre con la giornata del rifugiato. Per non parlare delle decisioni più gravi, delle vacanze da sole, dell’infinita lista di cose che non potevo darle (e che ancora oggi, in parte, mi tormenta). Guardo indietro e mi dico che è andata e forse è andata meglio di quanto avrei valutato io.

Ora si naviga in acque nuove ed è ancora più difficile di prima. Trovare la giusta distanza, da madre di adolescente, è un impresa fatta di equilibri millimetrici, sbandate, schiarite, consapevolezza di una serie infinita di errori di valutazione. Non capisco, maledizione, non capisco. E non sono più questioni meramente logistiche.

La guardavo ieri correre per il vialetto condominiale, con le gambe lunghe e i capelli al vento, scintillante di fragile felicità. La devo proteggere? La posso proteggere? O devo solo aspettare con fede che si faccia largo, come tutti noi, nel groviglio che la vita le metterà davanti, senza l’illusione di scostare io i rovi che la graffieranno? In cuor mio so la risposta, ma non è facile lo stesso.

Luoghi comuni


Non me la sono mai cavata troppo bene con le vicende sentimentali. Non con le mie e neppure con quelle altrui. Non ricordo, infatti, grandi confidenze in merito da parte delle mie amiche. Pescando proprio nella memoria, ricordo una notte di capodanno passata a girare un po’ a casaccio con una compagna di studi che aveva preso la decisione di mollare il suo fidanzato storico per concedersi di più e di meglio. Oggi sono sposati con un figlio quasi adolescente e di quella notte di ribellione ricordo poco (ma temo che non sia per la lieve sbronza, quanto per il fatto che ci fosse ben poco di memorabile).

Ho coltivato con fedeltà commovente fino al masochismo storici amori non corrisposti. Uno, in particolare, mi ha accompagnato per una parte significativa della mia giovinezza e si è distinto perché, almeno per un po’, qualcuno ha creduto che potesse anche avere una qualche forma di concretizzazione. “Vedrai, non dura”, mi disse un’amica quando lui si fidanzò con una bionda apparentemente distante mille miglia dalle profondità intellettuali che ero convinta che condividessimo. Decine di anni dopo sono ancora sposati e hanno due figli.

Forse capirete che i tormenti sentimentali degli adolescenti mi fanno agitare sulla sedia e che vorrei tanto non vederli e non sentirli. Ma questo al moderno genitore empatico pare non riesca proprio. E quindi mi barcameno a tentativi, come riesco, difendendomi come posso e selezionando i messaggi. Perché tirare fuori i luoghi comuni sui maschi per una zitella come me è fin troppo facile. A piccole dosi serve persino.

Ma una cosa mi preme riuscire a ripeterla comunque: di innamorarsi vale sempre la pena, che poi è un po’ come dire che di vivere vale sempre la pena. È facile dirlo quando gli uccellini cinguettano e tutto va per il meglio. In quel caso, anzi, a nessuno verrebbe in mente nemmeno di pensarlo, per quanto è autoevidente. È quando ti viene il dubbio di aver sempre frainteso, quando anche nei ricordi più dolci si insinua il dubbio, che è importante ricordarlo a se stessi.

Non rimpiango neanche un giorno speso ad amare, chi se lo meritava, ma anche chi ha abbondantemente dimostrato di non meritarselo. E, per giunta, sono fiera di non essermi fatta furba nel frattempo. Oddio, magari un pochino non guasterebbe. Diciamo che sono fiera di essere ancora capace di entusiasmarmi e di affezionarmi, a costo di sembrare ingenua, perché in fondo quello che mi fa sorridere da sola per strada, il più delle volte, val bene qualche doccia fredda di tanto in tanto.

Michelangelo a sorpresa


“Ci sarebbe una statua di Michelangelo che non conosce nessuno…” Marielou guida dalle parti di Bassano Romano, al nostro treno da Oriolo a Roma manca ancora un’oretta. Suo marito è scettico: “Ancora con questa storia della statua? Ma non siamo mai riusciti a trovarla…”. E invece questa volta, con un po’ di fortuna e l’aiuto di Google la abbiamo trovata. E così apprendiamo, da un foglio a distribuzione gratuita redatto da Cleto Tuderti, la storia sorprendente che vado a raccontarvi.

In questa chiesa di Bassano Romano c’era la statua che vedete. Era convinzione comune che fosse opera di uno scultore secentesco anonimo che si era ispirato al Cristo Portacroce di Michelangelo che è nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, vicino al Pantheon (non ho mai visto neanche quello, per la cronaca). Poi, in occasione di una mostra del 2001, delle ricerche di archivio dimostrarono inequivocabilmente che la verità era un’altra.

Siamo tra il 1514 e il 1516. Michelangelo sta lavorando alla statua commissionatagli per la chiesa sopra Minerva dall’amico Metello Vari. La statua è quasi finita, quando sulla guancia sinistra di Cristo il marmo rivela una venatura scura. Immaginate che rosicata per Michelangelo. Dai documenti risulta che, smaltita la bile, lo scultore abbia deciso di ricominciare il lavoro da capo. “Però vedi di togliermi da davanti ‘sto Cristo sbagliato”, immagino che abbia detto Michelangelo a Metello. Quello, felice di avere due statue al prezzo di una, si mise quella con la “vena nera” in giardino, regalando un puledro all’artista per consolarlo.

Nel 1607 il Cristo finisce in vendita e se lo compra Vincenzo Giustiniani per la sua collezione. Fa un buon affare, ma gli mette un perizoma, perché nel frattempo c’era stata la Controriforma e con i nudi, anche divini, toccava andarci piano. Il marchese Giustiniani aveva anche altre fisse: preferiva che la statua avesse la bocca aperta e non chiusa, in modo da farla apparire più viva, come se respirasse. Quindi le fa fare un ritocchino da uno scultore, che già che si trova rende anche un po’ meno visibile la firma di Michelangelo.

Nel 1644 i Giustiniani la piazzano nella chiesa di Bassano Romano, inizialmente sull’altare maggiore. Ma non è un successone. Innanzi tutto si valuta di inspessire il perizoma, perché sia pur un po’ coperto, comunque questo nudo eroico era un po’ troppo per essere esposto al pubblico: ci aggiungono quindi strati vari di tessuti (seta rossa, velo bianco e tenda di Sangallo, per la precisione). Infine del 1979 i frati devoti della Sacra Sindone che gestiscono la chiesa la sostituiscono con una icona meno imbarazzante, spostando la statua in sagrestia, dove dava meno nell’occhio.

Scoperto poi improvvisamente il suo valore, al ritorno dalla mostra del 2001 la si colloca in una cappella laterale, su un altare secentesco, e con adeguate misure di sicurezza. Lì l’abbiamo trovata noi, di ritorno da una gita, il Sabato Santo di 21 anni dopo e lì la troverete anche voi, se vi capiterà di fare una gita al Monastero di S.Vincenzo a Bassano Romano.

Biblia


Forse non tutti sanno che nella mia vita precedente sono (anche) stata una specie di biblista. Più precisamente, la filologia biblica era uno dei miei settori di ricerca e, diciamocelo, di puro divertimento. Quindi si potrebbe ragionevolmente pensare che io possegga un certo numero di testi della Bibbia, come sarebbe logico per uno studioso del campo. E invece no. Io di Bibbia in italiano ne ho sempre avuta solo una: una versione tascabile della Bibbia di Gerusalemme che mi è stata regalata per il compleanno dai miei genitori nel lontano 1982.

Casca a pezzi, ma non ho mai pensato di sostituirla. Quelle pagine sottilissime, pensavo ieri, sono state uno dei pochissimi elementi di continuità della mia vita. Mi hanno accompagnato per tutta la preadolescenza e adolescenza, nei campi scuola sul lago del Turano e in Trentino, nei tre incontri di Taize a cui ho partecipato, a Roma, a Breslavia e a Praga. In tutti i numerosi ritiri a cui ho partecipato, negli anni in cui frequentavo la parrocchia di Donna Olimpia. Lo testimoniano alcune sottolineature a penna (dettate evidentemente da un’urgenza incontenibile, visto che ho sempre odiato usare la penna per sottolineare i libri), soprattutto nella prima lettera di Giovanni: “Chi non ama il suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Credo lo leggessi come un monito a quella me che tanta difficoltà aveva – e a tratti ancora ha – a stringere relazioni con gli altri.

Poi per tutta l’università e negli anni successivi quelle pagine le sfogliavo febbrilmente in cerca di indizi, rimandi, tracce, scorciatoie che mi avrebbero permesso di muovermi meglio tra testo ebraico e testo greco. Oggi le riapro di tanto in tanto, cercando di leggere a mente fresca testi vecchi e nuovi, in compagnia di un piccolo gruppo di amici fedeli, ereditati da mia sorella maggiore. Quando la Bibbia la leggevo con mia madre, usavamo l’edizione grande, di casa. In effetti il regalo dei 10 anni, che mi rese molto felice, era una specie di benedizione all’autonomia (con un retrogusto vagamente protestante).

Non avevo mai pensato a quanto la mia storia di pensiero e di vita sia passata per quelle pagine, in cui i diversi incontri fatti mi hanno insegnato a trovare davvero di tutto. Da ragazza mi scambiavo cartoline con un mio amico, molto più adulto, usando solo citazioni bibliche per prenderci in giro e insultarci scherzosamente (lui sulla mia insipienza, io sulla sua vecchiaia). Con Garbini, il mio maestro, manco a dirlo ci ho trovato storia, sesso, delitti, mitologia, libertà di immaginare letture diverse. Certo che ogni volta che ci ho guardato dentro, qualcosa ho trovato.

Quando ho studiato i tarocchi, durante il lockdown, mi è stato spiegato che il mazzo, come la biblioteca di Borges, contiene in potenza tutto l’universo. Immagino che i poemi omerici fossero per i greci una cosa del genere. Quanto a me, il mio piccolo universo individuale è contenuto – sinteticamente e simbolicamente – in quel volumetto. Tra le pagine, c’è anche un foglietto di appunti di Garbini per la presentazione della mia tesi di laurea. Tra le righe di stilografica un po’ scolorite e sbaffate dalla pioggia si legge: “Molte osservazioni personali, mancano le conclusioni”. Anche questo mi sembra un messaggio molto adeguato alla mia vita, in generale.

Il tempo perduto per la tua rosa


C’è stata una fase della mia giovinezza in cui amavo – forse come tutti – Il Piccolo Principe. Ricordo di averne regalate copie in lingue diverse, di averlo posseduto anche in quelle esotiche del mio cuore, il turco e l’ebraico. Per questo, ad esempio, sapevo anche una piccola curiosità rispetto alla traduzione turca, ma non è rilevante per i pensieri di oggi.

Poi l’ho odiato. Mi è apparso improvvisamente banale, dozzinale. Mi irritava che venisse tanto utilizzato come libro per i bambini, quando mi pareva evidente che non fosse poi tanto efficace né adeguato.

Oggi improvvisamente ripenso a una frase della volpe al Piccolo Principe, che lui ripete per non dimenticarla: “È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”. Il Piccolo Principe era rimasto deluso e amareggiato vedendo sulla terra che le rose sono comunissime e la sua non era unica come diceva di essere.

Capita, certamente, che di colpo di cada il velo dagli occhi e che capiamo che in fondo la persona che era così unica ai nostri occhi, in realtà non lo è affatto. Che quei momenti che credevamo così speciali e non etichettabili, forse visti con il senno del poi non erano poi così fuori dall’ordinario. E, come le cose ordinarie, hanno una loro parabola di vita. Si trasformano, crescono o si ridimensionano, fioriscono o appassiscono. A seconda dei casi, ma senza quell’alone di entusiasmante mistero che le avvolgeva all’inizio.

È davvero il tempo che abbiamo buttato appresso a una rosa che la rende importate? Ancora oggi non lo so. Mi viene da pensare che un po’ dipende anche dalla rosa, perché, nonostante le apparenze, le rose non sono tutte uguali. Certe volte credo si debba accettare che il tempo buttato non ha reso nessuno più importante. Forse ha reso noi un po’ più poveri e amareggiati. Capita, e si può solo farci pace, prima o poi.

Altre volte forse accudire quella rosa è stata comunque un’esperienza bella, che non ci dispiacerà di aver fatto. Non che il tempo dia valore di per sé a qualcosa che magari ne ha poco, ma piuttosto quel tempo ha avuto un valore. E allora, guardandosi indietro, qualcosa resta. Difficilmente è sufficiente per non avere rimpianti, ma qualcosa resta.

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