Uguali


“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Se leggiamo questa frase così, in automatico, specialmente in questi giorni di commemorazioni, immagino che nessuno abbia obiezioni sostanziali. 

Credo che sappiamo tutti, però, che non è così. Non tutti gli esseri umani nascono liberi e tanto meno uguali in dignità e diritti. Certe volte, in questi giorni (non più tardi di ieri sera) mi sono chiesta se davvero vorremmo essere uguali agli altri. Perché alla fine nascere privilegiati in sostanza è proprio questo: avere molto di più degli altri, indiscutibilmente. Io credo che quando parliamo di diritti umani, con le migliori intenzioni, fondamentalmente intendiamo che gli altri, tutti gli altri, dovrebbero aver diritto (idealmente) a un minimo, posto che noi evidentemente abbiamo assai di più.

In Italia negli ultimi 13 mesi sono nati due bambini. Una, che chiameremo Maryam, è nata in Sicilia, poco dopo che la sua mamma, Hope, è stata soccorsa nel Mediterraneo. Il suo fratellino invece è nato a Roma, di 30 settimane, alcuni giorni fa. E’ ancora in terapia intensiva neonatale.

Su questo blog ho incontrato e fatto amicizia con tante madri, anche con qualcuna che ha avuto l’esperienza di una nascita prima del termine, delle ansie e delle oggettive difficoltà che ne derivano. Però nessuna di quelle mamme, incinta di sette mesi, si è sentita dire che doveva passare la notte per strada, per giunta con una bambina di 13 mesi. Nessuna ha visto il padre dei suoi figli dormire lui per strada, per mesi, perché il sistema di accoglienza, che infine li ha espulsi e basta, considera una pretesa eccessiva che due genitori vivano insieme, con i loro bambini piccoli. 

Maryam a 13 mesi probabilmente non ha avuto un’esperienza paragonabile a quella di mia figlia alla stessa età. Sua madre non ha avuto un’esperienza lontanamente paragonabile a quella mia o delle mie amiche che hanno avuto figli. Anche soprassedendo sulla sua esperienza precedente e soffermandosi solo sulla maternità, credo di poterlo affermare con certezza. Io e Hope non siamo uguali in dignità e diritti.

Immagino come commentereste qui se vi raccontassi che mia figlia, a 13 mesi, è stata buttata in mezzo a una strada una notte che aveva la febbre. Se vi dicessi che gli assistenti sociali mi hanno detto che purtroppo anche se alcuni posti ci sono, io non rientro più tra quelli che possono accedervi.  Delle regole debbono pur esserci e su queste la maggior parte degli italiani sono d’accordo.

Hope ha un permesso di soggiorno valido e così suo marito, ma questo non dovrebbe neppure essere necessario precisarlo. Se pure non lo avesse, questo non toglierebbe alcunché alla sua natura di essere umano. Come pure non dovrebbe essere rilevante dire la nazionalità di Hope, la sua religione, il colore della sua pelle. Non dovrebbe essere rilevante se nella sua vita ha commesso reati (non ne ha commessi), se ha pagato o meno le tasse dovute (le ha pagate).

Tutti gli esseri umani vuol dire tutti. Io mi chiedo davvero se ci rendiamo conto del significato letterale di quella frase.

Il nostro Parlamento ha votato una nuova legge che rende le persone un po’ meno uguali, certamente in diritti e sicuramente anche in dignità. Una legge che rivela una visione del mondo che divide con enfasi in vincenti e perdenti, in cui la paura di cadere tra i perdenti rende molti di noi sempre più meschini e cinici. Così perdiamo quasi tutti e finiamo per affocare nel mare di bugie pietose che ci raccontiamo tutte le mattine.

Ho sempre creduto che la dignità degli altri sia il fondamento della mia libertà
Melania Mazzucco, Io sono con te

Sono un tempio


La prima e finora unica volta che sono entrata in un tempio induista ricordo di aver pensato che i templi fenici che studiavo da giovane dovevano essere così: luoghi lontanissimi dalla sacralità compìta delle nostre chiese, dove si mangia, si piange, si vende, si balla, Luoghi dove non sarebbe neppure sconveniente fare sesso. Se sono un tempio, sono un tempio così. Un luogo che ha il suo senso, il suo spirito, la sua sacralità, ma che sfugge alle definizioni troppo precise. Un luogo non escludente, dove gli opposti convivono, dove il principio di non contraddizione non si applica, perché quello può andare bene per l’aritmetica dei calcoli ordinari, non per la fisica dei massimi sistemi.

Un’altra caratteristica dei templi antichi che mi ha sempre affascinato è il loro essere comunicazione e passaggio tra passato, futuro e eterno presente. Se sono un tempio voglio essere una scala di Giacobbe che permette alle mie anime di passeggiare su e giù, voglio essere la pietra della fondazione che tiene a cuccia i mostri degli errori passati e degli incubi ricorrenti, ma che allo stesso tempo non li elimina del tutto perché non può esserci vita piena se non nell’equilibrio precario sul ciglio del caos. 

Da ragazza mi vedevo come una candela destinata a spegnersi sotto una campana di vetro. Nel mio tempo voglio una fiamma eterna che brucia di curiosità e passione. 

Quando sono entrata in quel tempio induista a Bangkok nessuno mi ha chiesto nulla, nessuno ha giudicato il mio abbigliamento. Però un uomo a torso nudo mi è venuto incontro, mi ha guardato negli occhi e mi ha segnato la fronte con una ditata di colore rosso. Così vorrei che fossero gli incontri nel mio tempio. Con le persone che lo attraversano per caso, così come con chi ha contribuito, volontariamente o meno, a costruirlo.

Di quando una ingenua insegnante di scrittura autobiografica usa come spunto per un esercizio una frase motivazionale trita e ritrita e incappa in una storica delle religioni.

Cose facili, cose difficili


Per anni la sola idea di mettermi a dieta mi è parsa superiore alle mie forze. Una fatica inutile e anche dannosa, visto che alla fine si vive una volta sola e a me mangiare, decisamente, piace. Era una delle molte cose che ritenevo senza dubbio utili, positive, vantaggiose, ma non sufficientemente necessarie da fare lo sforzo di farlo sul serio.

Poi, a un tratto, ho realizzato che era necessario farlo (con qualche spintarella, ma insomma, mi sono convinta). Non solo positivo, giusto per me… no, proprio necessario. Questo ha cambiato la mia prospettiva. Così ho fatto i passi necessari, quelli rimandati da anni, e ho iniziato il percorso.

A un mese di distanza mi sento di dire che non è ancora stato difficile come pensavo. Sto andando bene, mi impegno, ma non sono prostrata dal sacrificio. Sto imparando a gestire il lavoro in più e una gestione diversa della spesa e dei pasti. Mi porto il pranzo da casa in ufficio: non l’avevo mai fatto in tutti questi anni. 

Però ho capito una cosa: se voglio stare a dieta devo dirlo agli altri. Proprio dirlo, esplicitamente. Ho smesso di vergognarmene. Che poi non c’è motivo di vergognarsene, vero? Però, chissà perché, io me ne sono sempre vergognata.

Effetti collaterali: cucino di più. Non solo per me, scondito, ma anche per Meryem. La cosa mi dispiace meno di quanto credessi e lei mi fa un sacco di complimenti (povera figlia, a che standard l’avevo abituata). Altro effetto collaterale: dopo un anno dall’acquisto ho imparato ad usare la lavastoviglie. Per 12 mesi è stato un costoso soprammobile. Poi, a rischio di sembrare idiota, ho preso il toro per le corna e ho cercato di capire perché non funzionava. Esaurite le mie competenze personali, ho rotto le scatole a Nizam, che sbuffando alla fine si è applicato e ha risolto il mistero: il rubinetto dell’acqua era chiuso. Ora è aperto e io mi sento tutto sommato meno idiota di prima, visto che sono effettivamente in grado di far partire una lavastoviglie come il resto dell’umanità. 

Morale della favola: le cose che per me sono difficili, o addirittura insormontabili, lo sono perché non sono convinta che siano davvero necessarie. Se mi toccano davvero, in genere si rivelano abbastanza alla mia portata. 

Rispetto


Ieri alla prima riunione della nuova scuola di mia figlia è successo un episodio un po’ sgradevole, che mi ha fatto riflettere. Non vi parlo dell’episodio in sé, ma vorrei condividere invece qualche riflessione che ne è nata.

Ogni genitore consapevole sa benissimo che l’uso del telefono, e dei social in modo particolare, è un banco di prova rilevante rispetto all’educazione dei nostri figli. E secondo me non soltanto per la potenziale pericolosità per sé e per gli altri, ma per le sfide che pone – anche a un adulto – avere costantemente a portata di mano un apparecchio simile: gestione del tempo, dell’attenzione, in qualche caso anche del budget, ma soprattutto delle relazioni.

E qui viene il mio punto. Io temo che l’uso dei social abbia in qualche modo cambiato non tanto e non solo le nuove generazioni, ma noi genitori. Discutere su Facebook e su Whatsapp ha forse privato alcuni di noi del saggio principio di pensare prima di parlare, di rapportarsi in modo differente se ci rivolgiamo a un’amica di infanzia o a una persona che incontriamo per la prima volta, ma anche in base alla gravità dell’argomento, al contesto, all’età dell’interlocutore e via discorrendo. Sui social un commento vale l’altro, una voce vale l’altra e l’identità è ridotta a una minuscola immagine di profilo. Questo evidentemente non autorizza, anche nei social, a dimenticarsene. Ma in qualche modo il fluire delle conversazione tende a prescindere dagli interlocutori.

Porsi nel modo più adeguato nei diversi contesti e avere sempre rispetto del proprio interlocutore, nella forma più pertinente (scelta del linguaggio, tono di voce, persino silenzio se è il caso) è esattamente il centro di quello che sto cercando di insegnare a mia figlia in questa fase. Così come la cura delle relazioni, che è il vero cuore della sua crescita in questo momento. Perciò sono contenta che lei si confronti con me per parlare di discussioni, litigi, incomprensioni con gli amici. Parliamo ovviamente anche del linguaggio e del peso che ha.

Ma considererei un grande fallimento se mia figlia, pur convinta di essere nel giusto, apostrofasse un gruppo di persone appena conosciute con i toni con cui io e altri genitori siamo stati apostrofati ieri (no, non da una docente, grazie a Dio). Perché fare delle accuse alla cieca, anche in buon italiano e senza parolacce, significa mettersi su un piedistallo e non avere alcun rispetto del proprio interlocutore.

Respirare


La cosa che mi preoccupa di più di questo clima di “guerriglia” ideologica è che, al di là dei momenti in cui ci sentiamo accomunati a tanti altri che firmano un appello, siamo nei fatti sempre più soli. Ogni realtà, ogni persona, procede chiusa in una specie di bozzolo. Questa è la mia sensazione, tra noi che per lavoro ci occupiamo di questioni “calde” (migranti, rifugiati, ma anche alcuni altri temi). Aspettiamo che l’attacco arrivi e poi ci sarà l’immancabile strascico di opposti schieramenti: quelli per noi, quelli contro di noi. Ma in realtà né gli uni né gli altri scalfiranno davvero il nostro bozzolo. Le critiche e le accuse non serviranno a farci crescere, gli elogi di principio non ci rafforzeranno. Restiamo piccole realtà impenetrabili nella sostanza, sempre più isolate.

Ho detto spesso che è la solitudine la più grande vulnerabilità dei rifugiati. Ma la solitudine è la grande vulnerabilità di tutti, singoli e realtà sociali. La solitudine, anche se ammantata dall’entusiasmo di essere nel giusto, rende sterili. Lo so per esperienza personale. La solitudine può persino uccidere.

Penso alla solitudine degli anziani, ad esempio. Quella che si insinua poco alla volta, non per studiati abbandoni, ma per stanchezza e perdita di interesse. Quella che spinge una persona a ridursi a una serie di funzioni, perdendo la curiosità. Oggi mia madre, 92 anni, mi scrive, rispetto al fatto che mia figlia va due volte a settimana a mangiare da lei: “Oltre a tutto mi fa ringiovanire, perché mi tiene informata sulla scuola media. E poi stabilisce un collegamento anche tra noi”. Informarsi, capire cose, cercare collegamenti. Credo che non si possa descrivere meglio non solo la giovinezza, ma la vita piena.

Ascoltare, spiegare, stabilire relazioni, nel rispetto della complessità, ma anche dando valore alla semplicità e all’immediatezza delle cose. Combattere ostinatamente le nostre solitudini, che a volte sono affascinanti e persino attraenti, ma non saranno mai generative. Questo per me significa impegno civile e spero di trovarmi buone occasioni per praticarlo di più.

Divagazione (apparente)


Una donna di origine somala è cittadina di un Paese europeo. Non è stato facile, ma ha una casa, un lavoro e un passaporto. La sua vita, non da ieri, è lì. Questa storia inizia da quello che sembra un lieto fine.

E non continua neanche così male. Incontra un uomo, che ha la sua stessa origine, ed è arrivato da poco nel Paese dove lei è ormai di casa. Condividono molte cose di un passato che si sono lasciati entrambi alle spalle. Si intendono. Lui è stato riconosciuto rifugiato da un altro Paese europeo, diverso da quello in cui si incontrano. Si innamorano. Si sposano. Hanno tre bambini. La loro vita procede normalmente, con le difficoltà e le gioie di una famiglia comune.

A un certo punto però sorge un intoppo. Il governo del Paese in cui vivono si accorge che lui è rifugiato sì, ma altrove. Si è sposato, certo. Ha tre bambini piccoli. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti. Se ne deve andare. “Tornare” in un Paese dove non ha nulla se non un pezzo di carta. Non vuole separarsi dalla sua famiglia? Benissimo, questo è comprensibile. Ci mancherebbe. Ma che problema c’è? La signora è cittadina di un grande e rispettabile Paese europeo, così come i bambini. Hanno i loro passaporti. Possono andarsene tutti insieme, se tanto si amano. E buona fortuna a tutti.

Intanto, a una manciata di chilometri di distanza, si ripropone una situazione simile, a parti invertite. Lei, la moglie, ha partorito da poco. La bambina ha tre mesi appena. Il padre, suo marito, è cittadino del Paese in cui vivono. Lei “solo” rifugiata, riconosciuta da un altro Paese europeo. Anche in questo caso, il governo è chiaro: tanti auguri per la bimba, che è cittadina anche lei. Ma la madre deve andarsene. A lei la scelta. O il resto della famiglia lascia tutto e se ne va con lei in cerca di fortuna, oppure lei può lasciare la bimba al padre (si sa, crescere con un solo genitore è una cosa che capita sempre più spesso, ci fanno anche tante toccanti pubblicità) e andarsene.

Perché vi racconto questi due episodi, purtroppo assolutamente veri e ancora non risolti? Per farvi capire che da tempo, nella nostra Europa, è passato il concetto che non tutti i cittadini sono uguali, neppure quando hanno i pezzi di carta che li dichiarano tali. Neppure se intendiamo la parola cittadinanza in quel senso angusto e meschino di tessera di un club esclusivo. Perché ad alcuni quella tessera può essere ritirata, nella forma (come prevede in decreto Salvini, in alcuni specifici casi) o nella sostanza, come avviene ahimè tutti i giorni nel nostro Paese e anche in Paesi “più civili” del nostro. Provate a immaginare di essere nei panni dei genitori di cui vi ho parlato prima e che lo Stato di cui siete cittadini metta voi davanti alle opzioni descritte. Non credo che questo possa accadere, vero? Credo che la cosa farebbe notizia sui giornali. Ma a noi non può accadere, giusto? Perché noi siamo cittadini “veri”. (Sicuri? No, perché io ovviamente non credo di poter dire in tutta onestà che a me non potrebbe succedere, anche se il padre di Meryem è da due anni cittadino italiano).

Ciò detto il decreto legge che è stato approvato lunedì al Consiglio dei Ministri è terribile. Cambierà le cose drasticamente in peggio per moltissimi di noi. E quando dico “noi” non intendo una specifica categoria professionale o sociale. Intendo proprio noi, persone normali, mediamente oneste, che vivono con più o meno fatica in questo Paese.

Informatevi, in primo luogo spegnendo la televisione e disintossicandovi dai dibattiti. Poi cominciate a leggere cose sensate, iniziando da qui.

Ci vuole calma e sangue freddo


E’ iniziata la scuola media.

Al momento, dopo poco più di una settimana, l’entusiasmo ci sorregge e le premesse paiono buone. Spero di sapervi dire tra qualche mese se e quanto le mie aspettative fossero realistiche.

In realtà quindi non scrivo questo post per dare un contributo alla riflessione sulla qualità dell’istruzione pubblica. Lo scrivo solo per vantarmi di alcuni successi.

  1. A parte una scena isterica la prima mattina di scuola, ho dimostrato una straordinaria calma e compostezza nel far fronte al turbine di cambiamenti che mi ha travolto tipo fiume in piena.
  2. Non ho mai dimenticato le 2 merende, né il pranzo quando serviva (finora due volte). Non l’ho mai neanche lasciata senza cena. Sulla qualità dell’alimentazione ci sono ampi margini di miglioramento.
  3. Ho acquistato tutti i libri e quasi tutti i materiali che venivano chiesti in ordine sparso nei giorni successivi.
  4. Sono riuscita ad accedere al Registro Elettronico. Magari è stato un successo effimero, perché oggi non pare funzionare, ma conta comunque.
  5. Non ho ancora avuto alcuno scontro aspro sui vestiti, che le faccio preparare la sera prima. Tale preparazione è abbinata a sessioni di respirazione profonda e visualizzazioni positive da parte della sottoscritta, che mi impediscono di commentare le scelte operate, salvo poi reindirizzarle con garbo. Ieri mi sono beccata una rispostaccia anche così. Non ho sbraitato, le ho fatto notare che la risposta era fuori luogo, l’ho mandata a letto. Ho ricevuto scuse spontanee dopo un quarto d’ora. Se continuo così divento il Dalai Lama. Ma temo che non durerà.
  6. Oggi Meryem per la prima volta non mi ha dato alcuna conferma di essere arrivata a scuola sana e salva. Io mi concentro sul fatto che probabilmente ha lasciato il telefono a casa e non ho chiamato né scuola né la forza pubblica. (Update: non l’aveva lasciato a casa, l’aveva solo spento. E’ viva, è tutto ok).

Non è facile. Ma di questi tempi questa parte della mia vita è di gran lunga la più facile, felice e densa di soddisfazioni. (Il nuovo decreto sull’immigrazione va in Consiglio dei Ministri lunedì. Non credo di dover aggiungere altro).