Termini


Lunedì sera il nostro treno è arrivato a Termini a mezzanotte passata. Mentre facevamo la fila per un taxi, io avevo lo sguardo fisso alla carreggiata davanti a noi, dove le vetture bianche arrivavano per fortuna in rapida successione, talora sollevando alti spruzzi dalla pozzanghere della pioggia che evidentemente aveva bagnato la città in nostra assenza. Meryem invece guardava la fila di persone sdraiate lungo le porte dell’atrio. “Ma noi lasciamo tutti loro a dormire per strada ogni sera?”. Stavo per cominciare con il discorsetto sul fatto che magari per alcuni di loro è una scelta, che aiutarli non è così semplice, eccetera eccetera. Ma mi sono fermata in tempo. Chi vogliamo prendere in giro? Sì, è esattamente così. Noi ogni sera li lasciamo lì.

Ogni sera, a quanto ne so, lasciamo lì sempre più persone, perché è sempre più facile non avere diritto ad altro, non avere altra possibilità. E magari ci limitassimo a questo. Ieri, tornando a casa con l’autobus, un uomo in sedia a rotelle, palesemente senza dimora, ha cominciato a insultare alcuni passeggeri. “Pezzi di merda, scendete”, li apostrofava con voce impastata. A un certo punto ha persino allungato la mano contro un ragazzo, gridando: “Chi sei? Chi sei tu?”. Lui ha fatto un passo indietro e poi è sceso alla fermata successiva. Un signore che era in piedi lì accanto senza parere ha fatto un passetto in avanti, frapponendosi tra i due. Meryem mi ha guardato in attesa di un commento, che questa volta ho fatto. Sappiamo che molte persone non sono lucide e le condizioni in cui vivono non aiutano certo. In questi casi, semplicemente, è prudente allontanarsi senza dire niente.

Meryem ha annuito sospirando. Sa benissimo che vivere in strada è difficile, non solo per il freddo. Ha conosciuto Chiara, una signora dai capelli bianchi, che viveva per strada nel nostro quartiere. La scuola di Meryem le ha dato la possibilità di appoggiarsi in un capanno per gli attrezzi nel cortile e i bambini la conoscono e le vogliono bene. Le hanno chiesto qualcosa della sua vita faticosa e se qualcuno la deride si indignano. Chiara ha un nome, è parte della comunità. Ma tutti gli altri?

Mia figlia, a 11 anni, non fa fatica a capire che vivere ai margini annebbia la mente, fa perdere la dignità e il senso del limite. Sono sicura che se le dicessi che, su un autobus come quello su cui eravamo noi ieri, due persone senza fissa dimora si sono messe a discutere e a insultarsi senza particolare ragione e poi, scesi dall’autobus, uno dei due ha dato una coltellata all’altro urlandogli “italiano di merda” (era georgiano, per la cronaca), sospirerebbe, magari ne sarebbe turbata, ma non penserebbe che l’accoltellatore è un “terrorista” e l’altro un “cittadino innocente”. Magari si chiederebbe perché abbiamo lasciato entrambi a dormire per strada nel degrado feroce che esiste a Roma come in tante altre città del mondo, ma qui sembra dilagare.

Il nostro ministro dell’interno, a quanto pare, ha preferito dare un’altra versione dei fatti. Sguaiata, offensiva, pretestuosa. Altri – che peraltro questa città amministrano – rispondono in modo altrettanto pretestuoso, rivelando come sempre superficialità e vigliaccheria, pronti a schivare qualunque responsabilità.

Io continuo a insegnare a mia figlia quello che mi pare essenziale, e ciò che il senso di comunità è l’unica cosa che sostiene noi uomini, in tutto il mondo e anche sui mezzi pubblici di Roma. Tutto il resto è rumore.

Perdere tutto senza perdersi


Sto iniziando a mettere via le carte, i libri e le foto accumulate nel mio ufficio in tutti questi anni di lavoro. Ne ho trovato uno che vi trascrivo qui, ripensando all’autrice, che ci ha lasciato sette anni fa.
Trascrivendo oggi queste parole, mi pare che mi parlino oggi più di sette anni fa. Mi parlano di lei, mi parlano di tante persone care, ma mi parlano anche di me e del “lungo e dolente viaggio” degli ultimi sette anni.

Cosa sono le migrazioni forzate, l’esilio se non – innanzitutto ed essenzialmente – una prova? Forse la più estrema a cui l’uomo sia chiamato.
Un salto nel vuoto, un viaggio in fondo alla notte, in fondo a se stessi.
Con l’irrinunciabile fardello di tribolazioni e tradimenti, la desolante visione di opportunismi e di viltà. E al fianco sempre, inesorabile, la morte. Nell’opprimente peso di un giorno senza cielo, in attesa di un velato e lontanissimo domani.
Alla fine del viaggio, lungo come un tunnel senza luce, si può tuttavia scoprire la gemma preziosa, il fiore nascosto: la libertà dalla paura, dai legami materiali, da quelli affettivi.
E approdare a una riva che ci scopre nuovi, diversi. Forse migliori. Sebbene questo viaggio non sia e non possa essere stato scelto, voluto.
In questo tuffo nell’abisso profondo, oscuro della vita, per chi non vuole essere vittima della storia prima ancora che degli uomini, unica bussola a cui ancorarsi è la ricerca di assoluto, il gusto dell’eccellenza, là dove il destino ti conduce. Anche dall’altra parte del mondo.
Avanzando, capaci di guardarsi indietro senza essere risucchiati. Fedeli ma non prigionieri del passato. In equilibrio solitario fra più mondi, dimensioni. Con un tempo, prezioso, da rielaborare nel silenzio meditativo, orante della crescita interiore.
Per comprendere, infine, dopo un lungo e dolente viaggio, che si può perdere tutto e non perdersi. Innervata di senso, la vita può così nuovamente fluire verso il suo destino.

Ngô Đình Lệ Quyên

Dakar, 30 novembre 2010

Cambiamenti


Ci siamo quasi. Tra meno di un mese lascio il mio lavoro al Centro Astalli. Se guardo indietro, specialmente all’ultimo anno, vedo una bella scarpinata. In salita, a tratti. Ma sono soddisfatta di averla fatta. Sono arrivata alla prima tappa, quella da cui parte la strada che non mi aspetto e che non ho programmato.

In tanti mi hanno chiesto in questi giorni cosa mi ha spinto. La risposta è banale, naturalmente. Avevo voglia di stare meglio e di smettere di dire “ormai”. Con una straordinaria ragazza di 11 anni a casa e che vive con gli occhi ben puntati su di me, mi sento la grande responsabilità di dimostrarle, con l’esempio, che la vita è bella e significativa (ne parlavo qui).

Questo è il mese dei saluti, dei ricordi, dei momenti di puro terrore. Anche delle delusioni e delle amarezze, perché per quanto mi sforzi mi spuntano aspettative da tutte le parti. E le aspettative sono la trappola più grande, una specie di garanzia di infelicità. Lo so benissimo, eppure continuo a immaginarmi cose. Sono fatta così.

Però è anche il mese in cui inaspettatamente mi arrivano messaggi commoventi, complimenti, manifestazioni di affetto. Cerco di godermi tutto. La bellezza mi piove intorno ovunque, anche nei giorni in cui l’anima è nuvolosa.

E si avvicina anche la Pasqua. Quale momento più propizio per i passaggi? Penso a una domenica di Pasqua in cui ho immerso gli occhi nell’affresco della Resurrezione a San Salvatore in Chora. A una notte di Pasqua passata a malincuore sotto la doccia in una stanza di albergo a Baghdad, lavando via la delusione sotto un getto bollente. Alla liturgia bizantina e a tutto quello che significa per me, da Giona alle porte degli Inferi. Un paio di settimane fa, a Firenze, ho visto un bellissimo particolare di un affresco del Beato Angelico, con un diavolo spiaccicato sotto quelle porte, tipo Wile Coyote. I cambiamenti non sono del tutto indolori. Una parte di noi fatalmente resta spiaccicata. Ma nel quadro generale vale la pena.

Una cena incompiuta


Oggi, festa della donna, il ricordo e la gratitudine per una delle donne più notevoli che ho incontrato mi accompagna fin da stamattina. Un esercizio del mio corso di scrittura mi chiedeva di scrivere un racconto in forma di menu. Con tutti i limiti di una costruzione un po’ artificiosa, lo condivido con voi.

Antipasto: aspic di autorità
Bello, ma non invitante. Un antipasto così suggerisce abilità tecnica, persino maestria. Ma non fa venire l’acquolina in bocca e certamente non mette a proprio agio i commensali. Quando Le Quyen entrava in una stanza, si faceva silenzio. Quando prendeva la parola, con il suo italiano impeccabile e privo di qualunque inflessione, gli interlocutori immediatamente scoprivano di vergognarsi del loro accento romano. Il che risultava in fondo assurdo in un ambiente come quello delle politiche sociali della Capitale, fatto da sempre di amici di amici, parroci volenterosi, personaggi avvezzi a galleggiare tra gli impicci senza sottigliezze, ostentando maschio cinismo con il contrappunto di battute volgarotte. Come ci era piovuta in quelle stanze un’algida vietnamita dal nome impronunciabile, che ostentatamente dava del lei anche ai suoi sottoposti? In un mondo opaco e fiero di esserlo, Le Quyen suggeriva fredda trasparenza, ma anche un che di misterioso. Su di lei nessuno osava nemmeno fare pettegolezzi. Gente abituata a afferrare il cibo con le mani, esitava ad accostare la forchetta a una come lei.

Primo: Maltagliati di progetto
Anche come coordinatrice di progetto Le Quyen si rivelava anomala rispetto ai capi a cui ero abituata. Non si limitava a firmare verbali e a lasciar cadere di tanto in tanto commenti e decisioni. Lei, senza mai uscire dal suo ruolo, governava ogni dettaglio. Sorse un problema. Lo analizzammo. Approfondimmo e, come spesso capita, individuammo la causa in un corto circuito tra regole europee e regole nazionali, tra teoria e realtà dei fatti. Non se ne usciva. Quei soldi non potevano essere spesi come avevamo pensato e come il buon senso richiedeva. Si può rimodulare, ci assicuravano i funzionari. Spostateli su altro. Vi conviene pure, perché invece di pagare contributi alle persone magari ci comprate materiale per i vostri enti, cancelleria, persino attrezzature, via. Chiuderemmo un occhio. Lei non prese in considerazione quella possibilità. “Se non si possono spendere secondo la logica del progetto, non li spenderemo. Ma spiegheremo perché non li abbiamo spesi”. Al convegno finale, alla presenza delle autorità, quella parte dell’intervento toccava a me. Nei dieci minuti che avevo, con parole asciutte ma inequivoche, spiegai l’assurdo burocratico che aveva reso impossibile quella parte di lavoro, evidenziandone le conseguenze. Mi sedetti di nuovo al mio posto e vidi Le Quyen che lasciava il suo per venirmi a sussurrare all’orecchio: “Lei sa parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”.

Secondi
Spezzatino di ricerca in salsa emiliana
Nel progetto successivo ci trovammo di colpo sullo stesso piano. Eravamo due degli esperti di un eterogeneo gruppo di ricerca che cuciva insieme l’Italia e le competenze: psichiatri, psicologi, giuristi, amministratori, operatori sociali. Anche lo stile di lavoro distava parecchio dalla formalità con cui Le Quyen lavorava di solito. Per dieci mesi ci trovammo tutti sulla stessa barca, in una sorta di riunione continua e itinerante che ci faceva spostare a gruppetti su e giù per l’Italia, tutti compagni di viaggio di tutti, a prescindere da gerarchie e retribuzioni. Ci trovavamo immersi in discussioni di metodo e di concetto sui banconi di legno di una pizzeria al taglio, o nella saletta sul retro di una trattoria di provincia. Solo in occasione della cena finale, davanti a solenni e succosi tortelli di zucca, sostituimmo le lattine di Peroni con del vino decente. Ammirai la flessibilità di Le Quyen, che non aveva mostrato alcun disagio nel deporre del tutto le forme e lo stile in cui credeva. Fiutava la sostanza del lavoro e nel giro di qualche giorno prese a dare del tu a tutti, me compresa. Ci trovammo a scrivere un capitolo a quattro mani, senza tempo né modo di fare editing e revisioni. La vidi esitare per un attimo, ma concordammo di provare. Scoprimmo di avere uno stile di scrittura pressoché identico: nessuno alla fine era in grado di individuare quale parte avesse scritto una e quale l’altra. Quando lessi l’approvazione nel suo sguardo, provai un senso di vertigine che mi mancava da tempo. Il gusto appagante del successo. Qualche settimana dopo, nel suo ufficio, mi disse una frase a cui ho ripensato spesso: “Noi non scippiamo risorse umane ai nostri partner, ma se decidessi di cambiare lavoro tu qui avrai sempre un posto”.

Grigliata di concorso
Ero su un treno per raggiungere il resto del gruppo di ricerca a Parma quando ho saputo l’esito del concorso universitario che avevo tentato mesi prima. L’ultimo, il più promettente e il più umiliante della mia carriera. Leggevo sullo schermo del cellulare il verbale in cui senza alcun pudore i commissari decretavano che, in barba a qualunque oggettivo merito, il vincitore era l’unico candidato che non aveva alcuna qualifica per la posizione. Me lo aspettavo, ma era un pugno nello stomaco lo stesso. Tra i messaggi che arrivavano tra una galleria e l’altra c’era quello di Le Quyen: “Ti aspettiamo. Non farti il sangue amaro”. La sera passeggiammo insieme sotto i portici. Per la prima volta mi raccontò qualcosa di personale. Era un frammento, che navigava su un passato di cui non sapevo quasi nulla. Ma lo presi così, in un solo boccone. “Ero assistente universitaria di diritto internazionale, quando misero a concorso il posto era come se ci fosse scritto sopra il mio nome. Però la cittadinanza italiana non arrivò. Forse fu solo un disguido, forse no. Ma quel giorno quella strada per me si è chiusa per sempre”. Le Quyen aveva ottenuto la cittadinanza italiana solo 4 anni prima, 45 anni dopo il suo arrivo a Roma. Non me lo disse quella sera e probabilmente io avrei pensato che scherzasse.
Pur diversissima dai migranti forzati di cui ci occupavamo per lavoro, anche Le Quyen era una rifugiata. La sua cultura, la sua estrazione chiaramente aristocratica che tradiva nel portamento e nel gusto impeccabile, non la metteva al riparo dagli incubi burocratici che riguardano tutti gli stranieri a cui tocca in sorte di vivere in Italia e neanche dalle meschinità di chi misura il proprio potere tramutando il più banale diritto in una concessione da negare a proprio piacimento. Un suo collaboratore un giorno mi raccontava esterrefatto che per un normale rinnovo della carta di identità Le Quyen non aveva esitato a intavolare una questione diplomatica. Aveva ritirato il documento allo sportello e, dopo una rapida occhiata, lo aveva restituito. “C’è un errore”, aveva affermato sicura. “Io non sono nata a Ho Chi Minh. Sono nata a Saigon”. “Ma la città non si chiama così dal 1975!”, aveva ribattuto l’addetto. “E io sono nata prima del 1975”, era stata la laconica risposta. Non so come si sia risolta la cosa, ma certamente si trascinò di ufficio in ufficio e di ricorso in ricorso per diverso tempo, fino alle stanze del Ministero dell’Interno. “Ma ti pare che uno monta un casino così per un nome?”, commentava il collega. Per Le Quyen in effetti era l’unica cosa possibile. Teneva ai nomi in generale, ma a quel nome in particolare. In un certo senso quel nome era la sua storia. Ma anche io lo capii più tardi, quando scoprii chi era e da cosa fuggiva.

Contorni: Frivolezze e sformatini di autoironia
Esaurito il penoso argomento del concorso universitario, quella sera, sotto i portici chiacchierammo di cose più leggere. Di vestiti, prima di tutto. Scherzavamo sulla difficoltà di scegliere un outfit adeguato al nostro ambiente di lavoro, centri di accoglienza e mense frequentate da decine di uomini soli, per lo più di religione musulmana. Ogni volta che arrivava una nuova tirocinante, magari americana, ci dovevamo lanciare in imbarazzanti istruzioni per l’uso. Io per far prima usavo i cartelli per i turisti in chiesa: no pantaloncini, no braccia nude, no minigonne. Lei aveva scritto un decalogo, che iniziava con un programmatico “coprente, ma non fasciante”, il requisito del capo di abbigliamento idoneo a un’operatrice sociale donna. “Per gli uomini ottenere un minimo di buon gusto è ancora più difficile”, osservava lei. “Alla fine te li trovi tutti vestiti come preti in borghese. Certo, non rischiano avances sgradite. Però che depressione!”.

Le Quyen era sempre straordinariamente elegante. Mi confessò che per trovare abiti adatti alla sua corporatura minutissima che non fossero decorati con unicorni e Topolino si riforniva a Parigi. “Ci vai spesso?” “Sì, per lavoro. E non solo”, si affrettò ad aggiungere, quasi che il pensiero di avermi detto una mezza bugia le risultasse quella sera insopportabile. Tempo dopo, capii che a Parigi viveva ancora sua madre e che Le Quyen la assisteva nelle ultime fasi di una penosa malattia. Una sera, in ufficio, con un sorriso stanco mi disse che riconciliarsi con il proprio passato è una grazia per pochi. Anche in quell’occasione, credetti di poter immaginare quello di cui parlava. In effetti non potevo. Aveva appena fatto trasferire a Roma sua madre, in un ospedale dove si sarebbe spenta di lì a poco. Nota come Madame Nhu, quella donna era stata responsabile di alcune delle pagine più sanguinose e terribili della storia recente La stampa le aveva dato molti soprannomi: “la Lucrezia Borgia d’Oriente”, “Dragon Lady”, “Mata Hari dell’Asia”. Non ho mai sentito Le Quyen chiamarla in nessun modo. In certi momenti vedevo che sulle sue spalle si posavano ombre pesanti. Lei comunque pareva in grado di sopportare tutto.

Un giorno dovetti annullare una riunione perché mi ero bucata un piede con un cancello di ferro. La dinamica dell’incidente era stata abbastanza surreale e, tornata dal pronto soccorso, ne avevo scritto un gustoso reportage sul mio blog. Quella sera allegai al messaggio con cui chiedevo di rimandare l’appuntamento il link del racconto. Le avevo già confessato il mio hobby di scrivere e ero certa che avrebbe apprezzato l’umorismo. Seppi poi che aveva girato il link anche alla sua collaboratrice con cui dovevamo vederci, accompagnandolo con un invito: “Anna Clara, lei che è così precisa e così seria, provi ogni tanto a prenderla a ridere come fa Chiara. Gli imprevisti ci saranno sempre!”. Quella frase diede inizio a una amicizia bella e profonda tra me e la collega troppo seria. Ogni anno ci imponiamo di renderci ridicole insieme in pubblico almeno una volta, andando a cena travestite a Carnevale.

Amaro
Potevano essere ben altri i frutti di un incontro con una donna come Le Quyen. A qualcuno stavamo lavorando. Eravamo immerse in un progetto impegnativo e importante, che ci assorbiva quasi del tutto e richiedeva spesso riunioni di confronto per aggiustare la strategia. Un giorno Le Quyen, vedendomi distratta, mi fulminò con lo sguardo: “Fai troppe cose”. Cercai di spiegarle che non potevo fare altrimenti, che da noi il lavoro richiedeva che tutti facessero tutto. “Tu devi pretendere di tenere la testa libera per pensare. Non tutti possono fare tutto”. Me ne andai triste da quell’incontro, perché sapevo che aveva ragione e anche che io non avevo né la sicurezza né l’autorità per cambiare le cose.

Una mattina ero a una riunione in Prefettura. Doveva esserci anche lei, ma stranamente tardava. Le ho scritto un messaggio: “Arrivi?”. Nessuna risposta. La riunione iniziò e finì senza Le Quyen. Tornata in ufficio ricevetti una telefonata di Anna Clara. “Un incidente, sulla Pontina. È morta, è morta sul colpo”. Corsi fuori dall’ufficio in cerca d’aria. Poi ci tornai, naturalmente, obbediente come al solito. Tutto continuava: il progetto che lei non avrebbe più coordinato, la routine caotica e a volte insensata del mio lavoro, il blu del cielo di Roma tra vie delle Zoccolette e piazza del Collegio Romano. Ai funerali non mi diedero il permesso di andare. Ci passarono i miei capi, a fare presenza. Io dovevo fare altro, una lunga lista di cose che avrebbe potuto fare chiunque altro.

Nei giorni immediatamente seguenti vidi sui giornali la foto di Le Quyen che a due anni scendeva dall’aereo che l’aveva portata a Roma dopo il colpo di Stato in cui erano stati assassinati suo zio, presidente del Vietnam del Sud, e suo padre. Su quell’aereo viaggiava sola con due fratelli, perché la madre e la sorella maggiore erano in viaggio diplomatico negli Stati Uniti. Quella sorella maggiore, bella e vistosa come una diva del cinema, sarebbe poi morta a soli 22 anni in un incidente automobilistico in Francia. Le Quyen prese un’altra strada, fatta di studi e rigore. Certo anche di molto altro, che il più delle volte preferiva tenere per sé. Quella mattina di aprile il suo motorino è scivolato sotto un pulmino che portava a scuola 23 bambini rom. Un destino di famiglia, con un tocco delle sue scelte.

Al suo funerale è stata letta una frase. Non c’ero, ma quando l’ho trovata citata l’ho riconosciuta subito. L’aveva scritta per una conferenza a Dakar e vi avevo colto una libertà e rilassatezza quasi poetica, che mancava in altri suoi scritti: “Cieli, mari e terre ignoti, ove perdersi, cercarsi per infine, dopo aver pagato un alto tributo al tempo, ritrovarsi. Scoprendosi nuovi, diversi. Forse migliori?”.

Latte e tè


La mia famiglia di origine dimostra, per il latte, un’avversione più o meno violenta. Mio padre ogni mattina buttava giù in un unico sorso, come una medicina, una tazza di caffellatte scurissimo, con tre o quattro cucchiaini abbondanti di zucchero. Quando è toccato a me prepararglielo, nella tazza di porcellana bruna con i maiali a rilievo che avevo comprato per lui in Inghilterra, ho imparato che il tocco di latte era poco più che simbolico, insufficiente a cambiare in modo significativo il contenuto della moka da quattro che costituiva il grosso della bevanda. A parte quella formalità mattutina, gli unici latticini per lui ammissibili erano i formaggi molto stagionati. Niente ricotta, niente mozzarella. Men che meno yogurt o frullati. Una mattina durante le vacanze di Pasqua a Reggio Calabria, noi figlie aspettavamo con ansia una gita che ci era stata promessa, ma lui faceva resistenza passiva, rifiutandosi di alzarsi dal letto. Mia sorella, per vendicarsi, corse in cucina da mio zio dicendo che nostro padre si era svegliato con una voglia improvvisa di frullato di banane. Il nostro premuroso ospite si presentò in camera con un bicchierone pieno fino all’orlo di un composto biancastro e spumoso, la materializzazione precisa di tutti i sapori e le consistenze che mio padre più detestava. Ammirai in quella circostanza lo stoicismo con cui tracannò la detestabile colazione, un po’ per non deludere mio zio e un po’ perché gli scherzi, per mio padre, erano una cosa serissima: se veniva gabbato, ci stava, salvo poi pensare a come renderci pan per focaccia.

Le mie sorelle schifavano il latte, tutte. Smettere di fare colazione con il latte era stato per tutte e quattro il primo atto di reale indipendenza. Mia sorella Marina, in particolare, marcava la sua presenza in casa lasciando sul fornello il pentolino di metallo con il suo tè. Accesa o spenta che fosse la fiamma sottostante, il pentolino ci ricordava che lei e il suo Earl Grey c’erano e contavano. Non bisognava toccarlo, quel pentolino. Guai a lavarlo. Doveva conservare la patina e l’aroma, soprattutto doveva conservare il fascino esclusivo e speciale che mia sorella costruiva tutto intorno a sé. La sua tazza era alta e sottile, con un motivo di campagna inglese dipinto a tinte tenui. La teneva in bilico sul bordo del tavolo su cui lavorava, oppure la dimenticava qua e là, accanto al telefono, sugli scaffali della libreria, persino in bagno. In tempi in cui il take away usava poco o nulla, mia sorella che girava per la casa con in mano il tè suonava ai miei occhi un vezzo straordinario e sopra le righe. Qualche volte la raggiungevo al tavolo dove faceva le traduzioni e dividevamo ciambellone o biscottini da tè. Questi ultimi, una volta immersi nel liquido caldo, spandevano cioccolato fuso, che tentavo di raccogliere sul bordo della tazza con il cucchiaino. A lei non capitava, anche perché il suo tè era tiepido per definizione. Io già allora le bevande calde le amavo bollenti, non so se per la carezza incandescente e vagamente dolorosa che lasciano sulla lingua o perché mi è sempre mancata la pazienza di aspettare.

Il tè piaceva anche a me, ma era una bevanda da pomeriggio. Con la mia amica Giovanna ce lo preparavamo secondo una formula che io dicevo di aver imparato in montagna, in Val di Fassa. Non so se fosse vero o millantassi, non lo ricordo più. Consisteva nel mescolare lo zucchero con il succo di limone in una pappetta allo stesso tempo pungente e dolce, perfettamente omogenea, e poi versarci sopra il liquido caldo, che spesso formava una schiumetta bianca. Poi ci siedevamo in sala da pranzo, scostavamo la tovaglia di lana pesante che copriva il tavolo, tiravamo fuori la scatola di latta con i biscotti e ci dedicavamo con aria solenne alla nostra merenda. I cucchiaini tintinnavano nel silenzio della casa quasi vuota, mio padre chiuso tra le sue carte, mia madre a letto a riposare. In quel periodo riposava spesso, mia madre. Era malata, non bisognava disturbarla. Conservo fugaci immagini di lei che mi saluta con la mano dalla sua camera da letto, riflessa nello specchio rotondo e sempre leggermente appannato. D’estate il mare non andava più bene, per quello andavamo in montagna, sulle Dolomiti. E poteva ben essere che, per distrarmi dalla noia, una cuoca della pensione mi avesse insegnato il trucco del limone nel tè. Era bastato quel piccolo espediente a riempire di cerimonie tanti pomeriggi solitari.

Ma fin da piccola la mia bevanda era il latte e al latte sono rimasta fedele in tutte le stagioni della vita. Tranne una breve parentesi dell’infanzia, quando dopo il disastro di Chernobyl pareva che bere latte fresco facesse male. Le mie colazioni per un po’ quindi consistettero in acqua calda con il cacao. Non so perché quella scelta ai miei paresse sensata. Forse per non cambiare di troppo le mie abitudini, la mia routine quotidiana che partiva dalla scatolina rossa e bianca del cacao Van Houten, quello buono, di qualità superiore, comprato al Vaticano e non dal signor Pietro sotto casa. Il cacao quindi rimase, ma sciolto in acqua non era particolarmente buono. Formava grumi amari e si depositava come un alone di sporcizia sul biscotto che ci intingevo. Non ricordo di aver mai protestato per quella colazione emergenziale, forse intimidita dagli scenari apocalittici che ci venivano prospettati a scuola e a cui noi bambini aggiungevamo del nostro: radiazioni, nubi tossiche, mucche deformi, frutti velenosi. Quella stagione di paura, a torto o a ragione, finì e il latte tornò nella mia tazza.

La bollitura mattutina è uno dei miei ricordi più remoti. Gli odori, tutti diversi, del latte sul fuoco mi richiamano ancora oggi un senso di orgoglio e responsabilità. Messa a sorvegliare il pentolino sulla fiamma, mi concentro ad occhi chiusi. Prima si sente un aroma fresco, freddo, misto a una punta di acido. Ma presto, con il calore, si stempera in un crescendo di note dolci, mentre la superficie si tende in piegoline via via più fitte. A un certo punto il naso si riempie di un vapore denso e consistente, che ha già un sapore palpabile di appagamento. A quel punto è necessario riaprire gli occhi, perché il liquido inizia a sollevarsi e una specie di goccia guizzante e rapidissima inizia a descrivere il bordo del recipriente. Quando il giro finisce, il liquido salterà su come in tempesta e traboccherà sul fornello, bruciandosi. E allora io devo essere veloce e spegnere il gas in quel momento preciso che precede di alcuni secondi il troppo tardi e segue il troppo presto. Il mio naso difficilmente sbaglia, per questo mia mamma mi lascia sola davanti al fuoco. Il premio è il cioccolato caldo, il liquido candido filtrato attraverso il colino che scioglie uniformemente il vulcano di polvere di cacao. Tutt’altra storia rispetto all’acquosa bevanda sostitutiva.

Anche oggi il latte mi accompagna ogni mattina, con un cucchiaino di Nescafé. Mi siedo, intingo qualche biscotto. La colazione in piedi al bar con il cornetto non fa per me. Mi lascia un senso di insoddisfazione, di incompiuto. E’ una mezza punizione per aver dimenticato di comprare il latte la sera prima. “Che popolo è quello che fa colazione in piedi?”, si lamenta spesso Nizam, che da quando vive in Italia sorseggia cappuccini al bancone. Le colazioni turche sono un’altra cosa, ma non sono per tutti i giorni. Io, nel mio piccolo, mescolo il mio latte e il mio caffè sempre alla stessa ora. Uso anche la stessa tazza, un mug ormai scolorito che ha dipinto per me un’amica e che sentenzia: “Non tutti quelli che vagano sono persi”. Ormai il latte lo scaldo al microonde, si fa prima. Peccato per la catena di profumi. Del resto crescendo ho scoperto che bollire il latte pastorizzato non è affatto necessario. Anzi, è sconsigliabile.

Accanto alla mia tazza, scaldo quella di mia figlia. Anche lei, dopo un periodo di ribellione a base di succo di frutta, è tornata a fare colazione con il latte. Chissà se al liceo si emanciperà dai latticini come le mie sorelle o se avranno la meglio i geni di suo padre, mungitore di mucche. Per nove mesi l’ho allattata al seno con una facilità che mi ha sinceramente sorpreso. Mia madre non aveva latte, non l’ha mai avuto per nessuna di noi cinque sorelle. La prospettiva delle mie sorelle maggiori, in particolare le due gemelle, a rischio di morire di fame era un elemento ricorrente dei racconti eroici della gioventù dei miei genitori, disposti a qualunque sacrificio per il nostro bene. In quell’occasione, in particolare, si era trattato di pagare a un’avida e sprezzante balia l’equivalente della somma dei loro stipendi. Se quell’esperienza era costata davvero ai miei la metà delle umiliazioni che raccontavano, non c’era da meravigliarsi che il latte fosse andato di traverso a loro e a tutto il resto della famiglia. Io, nata negli anni Settanta, ero sopravvissuta con assai meno difficoltà e drammi grazie a più accessibili biberon di latte artificiale. Mia sorella Vittoria, diventata madre prima di me, aveva involontariamente contribuito alla mia convinzione che l’allattamento fosse un’impresa ardua ed eroica: il più piccolo dei suoi figli, in particolare, addentava a sangue il capezzolo e quelle immagini vagamente vampiresche finivano per turbare l’atmosfera di ovattata serenità che lei si impegnava a creare ad ogni pasto del bebè. Quando è toccato a me sono rimasta sorpresa da quanto mia figlia rendesse le cose facili. Niente biberon da scegliere, niente temperatura da verificare, niente attrezzatura da portare in giro. Mangiava e basta, senza drammi né particolari rituali: una volta l’ho allattata persino in un commissariato di polizia. A un certo punto, sempre senza patimenti e cerimonie, ha smesso di prendere il latte. Mi ha guardato, ha girato la testa dall’altra parte e non ha più chiesto il seno. Quando si dice una separazione consensuale.

Latte, yogurt, budini mi sono sempre stati propizi, ancora oggi mi richiamano bei ricordi. Lo yogurt ho iniziato a mangiarlo all’università. Me lo davano a mensa e mi scocciava di lasciarlo perché era compreso nel prezzo. Giorno dopo giorno, nel casermone di via De Lollis, ho iniziato a farmelo piacere, cucchiaino dopo cucchiaino. Appena due anni dopo, nella primavera del mio primo fidanzamento, io e il mio amore biondo passavamo la pausa pranzo seduti sulla fontana di marmo gelido di piazzale Aldo Moro, lontani dalle file e dalle chiacchiere dei compagni di corso. Lui apriva la sua borsa a tracolla di tela grigia ed estraeva due yogurt e due cucchiaini. Ci pareva il giusto contrappunto ai nostri baci, noi che campavamo di amore e di poesia. Per qualche mese ci compiacemmo di quella immagine di sobrietà e leggerezza. Poi tornammo a mangiare davvero.

Yogurt e budini però continuarono ad accompagnare la mia vita amorosa e il percorso della mia indipendenza. Persino i primi viaggi sull’altra sponda del Mediterraneo. La pennellata densa di yogurt a stemperare il sugo rosso dell’Iskender Kebab, il piatto di carne arrostita che i turchi dedicano a Alessandro Magno. Il budino pallido del venditore ambulante per le strade di Ramallah, mangiato con un unico cucchiaino condiviso con gli altri clienti e sciacquato malamente in un bicchiere di vetro, quando l’indignazione e la solidarietà erano più forti nel nostro cuore appassionato delle più elementari norme igieniche. Il sutlac, il budino di riso delle pasticcerie di Istanbul, con sopra una crosticina bruciata che si deve spezzare con un gesto deciso per poter affondare nella crema profumata di vaniglia sottostante. Oggi, che non ho bisogno di dimostrare attivismo e originalità in ogni momento e ho ritrovato il gusto di passare una serata pigra sul divano davanti a una serie tv, mi piace accompagnarla con le cucchiaiate di uno yogurt cremoso che non avrei mai trovato nel frigorifero dei miei genitori.

I mormoni e il diritto di contare


Ieri sono andata a visitare il nuovo tempio dei mormoni a Roma, un edificio monumentale e per molti versi assai spiazzante. Sarebbe troppo facile, ma non originale e neppure utile, ironizzare sullo sfarzo, sulla traduzione della bellezza “tipicamente italiana” in categorie che non hanno nulla di culturalmente europeo (dal pattern della piazza del Campidoglio riprodotto qua e là a casaccio tipo logo commerciale ai dipinti che si ispirano, più che all’arte figurativa in sé, alla riproduzione di fotogrammi di pellicole cnematografiche). Ma non è questo in realtà che mi ha colpito davvero e condivido con il mio amico Renzo il fastidio per la facile ironia con cui sui giornali viene descritto questo luogo di culto e questa comunità religiosa, specialmente considerando che anche il cattolicesimo in Italia offre manifestazioni non meno pacchiane, sfarzose e risibili se viste in una certa ottica.

Io credo che il punto sia un altro e che non vada preso sotto gramba. Quello che ho visto ieri è una struttura enorma che pullulava di membri della comunità di ogni età (e in una certa misura vari anche per provenienza, anche se ovviamente i “missionari” statunitensi facevano la parte del leone) che erano lì a servizio, dedicati con gioia alla buona riuscita delle visite. Dimostravano tutti entusiamo e convinzione. Approfondendo quel minimo i contenuti del messaggio religioso, salta all’occhio che la comunuità dei fratelli è tangibile e concretamente presente nelle scelte quotidiane dei membri della chiesa, a partire dalla decima dello stipendio che tutti versano. Ma d’altro canto la comunità offre aiuto, supporto, sostegno, effettivo contatto umano. Non posso fare a meno di osservare che molte persone nel mondo avvertono il bisogno di una comunità meno evanescente, che se e quando si presenta una necessità qualunque esista e si materializzi in persone fisiche a cui potersi rivolgere.

Non mi fraintendete. Non voglio mica dire che se uno si sente solo deve farsi mormone. Affatto. Però io penso che questo elemento sia un punto di forza del loro messaggio. Esistono certamente altri modi di creare lo stesso senso di comunità effettiva, diversissimi tra loro, di quasi qualsiasi etichetta religiosa o non religiosa. E ho la sensazione he tutte queste forme, dalle comunità di famiglie che ho avuto modo di incrociare attraverso il mondo gesuitico ai kibbutzim israeliani (ma mettiamoci pure la Comunità di S. Egidio e tutte le altre comunità che richiedono dai membri non una simpatia generale, ma precise scelte di vita), sia guardata più o meno con analogo dubbio e sospetto dalla comunicazione mainstream.

Lo stesso giorno della visita al tempio con Meryem ho guardato un bellissimo film, Il diritto di contare (che raccomando caldamente per vari motivi). Inevitabilmente, visti i pensieri che rimuginavo da qualche ora, ho notato un aspetto della storia a cui forse non avrei fatto attenzione altrimenti. Le tre donne afroamericane che si affermano con la loro competenza e tenacia in un’America degli anni ’60 ancora – incredibilmente, certamente per mia figlia – segrazionista facevano parte di una comunità religiosa che le apprezzava e le sosteneva. Se fossero state ciascuna da sola davanti alle proprie sfide personali, ce l’avrebbero fatta lo stesso? Certamente no, senza voler evidentemente sminuire la capacità delle singole. Il titolo è molto bello e ha molte sfumature diverse. Certamente si trattava di tre donne che, a dispetto di tutto, per qualcuno contavano già: per i loro familiari, ovviamente, ma anche per la loro comunità.

Se guardo alla mia esperienza, in un contesto apparentemente preoccupato di non invadere la tua privacy (salvo calpestarla di continuo con le più svariate scuse, evidentemente), vedo con chiarezza che quella che io ho imparato a chiamare libertà ha un prezzo alto. Nessuno mi controlla, nessuno mi giudica, ma sono spesso sola con le mie fatiche, le mie decisioni e le mie responsabilità. Dopo che ho partorito sono rimasta sola chiusa a casa per alcuni giorni, più o meno paralizzata dalla paura. Mia madre, che ho sentito al telefono a un certo punto, mi ha detto che non mi aveva chiamato prima e non era passata a trovarmi per non disturbare. Sono certa che fosse assolutamente vero e io stessa ho ben chiara la preoccupazione di “esserci troppo”, di soffocare la legittima e sana indipendenza di mia figlia.

Aggiungerei che le comunità che conosciamo e di cui mia madre e tanti altri hanno fatto e fanno esperienza (religiose, sociali, il villaggio, il clan, la famiglia mediterranea, ecc…) non sono, diciamocelo, i luoghi in cui solitamente e normalmente si fiorisce e ci si sviluppa. Io stessa sono fuggita dall’unica parvenza di comunità religiosa tangibile, la parrocchia, esattamente perché avvertivo forte il desiderio di quella comunità di tenermi al guinzaglio, di non incoraggiarmi ad uscire verso l’esterno, di limitarmi. Meglio soli che male accompagnati. Meglio nulla che una comunità che soffoca e opprime, che costringe in categorie e arriva a mutilare i suoi membri, almeno simbolicamente (quando non fisicamente).

Però. C’è un però. Vivere soli contro il mondo non solo è difficile, ma alla lunga non rende felici. Possibile che non possano esistere delle comunità presenti senza opprimere, rispettose della diversità individuale, libere dalla sete di potere, ma anche fisicamente e affettivamente presenti e non meramente ideali e intangibili? Io questo weekend lo termino rimuginando questa domanda.

Pensarci prima


A volte è bene dire: “Ok, no. Io non me l’accollo”.

Oggi, casualmente, mi è tornato in mente un momento preciso di quasi 7 anni fa. Ho accarezzato l’idea di cambiare bruscamente vita professionale e candidarmi per fare la commessa in un negozio di giocattoli. Poi, come tante cose che mi hanno attraversato la mente e anche entusiasmato per un po’, è stata accantonata. Mi sono riletta i pareri e i consigli datimi all’epoca da alcuni amici con cui mi ero consultata. E’ un esercizio interessante.

Mi affascina sempre la mia capacità di rimuovere pezzi importanti di vita vissuta solo perché il mio interesse è catturato da qualcos’altro. Da quando ho iniziato a lavorare un po’ sulla scrittura autobiografica, però, mi colgono una specie di folgorazioni. Capisco che, anche nel caos ingovernabile della mia vita, alcuni meccanismi si ripetono. Io, la paladina dell’imprevedibile e dell’improbabile, devo ammettere che alcuni cataclismi in effetti sarebbero stati prevedibili, se non fossi stata sempre così distratta da altro. Magari non evitabili, ma almeno prevedibili sì.

E se fosse arrivata la stagione, a 46 anni suonati, di “pensarci prima”? Di imparare dall’esperienza. almeno un pochino?

Una volta ho letto un brano di Elif Shafak, una scrittrice che amo molto, in cui lei si descriveva intenta a interagire animatamente con il suo harem interiore, composto dalle molte diversissime versione di se stessa contenute in lei. Questa immagine mi ha molto colpita, l’ho sentita davvero mia. So bene che significa una animata discussione tra donne, magari intimamente legate tra loro.

Ecco, da qualche giorno a questa parte io sento che dentro di me è in corso un litigio senza esclusione di colpi. Però questa volta, invece che lasciare che la me stessa che si ritiene più competente in materia detti la linea con la consueta prepotenza, intendo provare a sentire le ragioni di tutte le altre. Poi magari l’ultima parola ce l’avrà la me stessa intransigente, che ha bisogno di sentirsi salda su due e tre questioncine di principio che la toccano pericolosamente da vicino e che già ha messo su il broncio. Ma almeno le altre, quelle che sono consapevoli della fragilità e relatività di quelle questioni, potranno dire la loro.

Si apra il dibattito.