E se fossi un budino?


L’altro giorno mi è tornata in mente una barzelletta un po’ stupida, che non starò a raccontarvi, ma che una volta mi divertiva molto. Il motivo per cui la cito è che esprime bene un’intuizione che ho avuto nei giorni scorsi, dopo momenti di rabbia contro me stessa: e se non fossi poi così forte e inscalfibile come mi piacerebbe essere? Beh, non ci sarebbe niente di male. Forse con l’età mi sono rammollita. Forse sono gli ormoni della premenopausa. Forse sono solo un po’ provata dopo un anno faticoso. Magari è l’effetto accumulo, vai a sapere. Sia quel che sia, questa è la realtà. Molte cose mi feriscono. Mi trovo a espormi nelle discussioni come quando ero giovane e arrogante (almeno su alcuni selezionati argomenti) e poi mi trovo in un angolo a leccarmi le ferite. In un paio di occasioni nemmeno l’imbarazzo mi aiutava a trattenere le lacrime.

Aggiungo un’altra considerazione. Ma chi l’ha detto che bisogna spingersi fuori dalla confort zone? Ma se invece ogni tanto mi avvolgessi in una coperta reale o metaforica e me ne rimanessi dove sono? Sarebbe tanto riprovevole?

3 ottobre


Ieri cercavo con una certa difficoltà di esprimere un concetto che in realtà non è completamente chiaro neanche a me stessa: anche se ho cambiato lavoro, non senza qualche scossone, alcuni passaggi della mia “vita precedente” sono parte di me. Uno è il 3 ottobre.

Quel 3 ottobre, di 9 anni fa. Tanti fatti che riguardano i rifugiati hanno scosso l’opinione pubblica, negli anni a seguire. Ma io penso che per chiunque fosse in qualche misura direttamente coinvolto nell’accoglienza di rifugiati in quel periodo il 3 ottobre abbia lo stesso impatto emotivo dell’11 settembre. Esagero? No, direi che è quasi poco.

Anche il 3 ottobre ha segnato un prima e un dopo. Ha negli anni, quel 3 ottobre, provocato uno strascico infinito di altre morti, una vera guerra che si combatte anche oggi nel Mediterraneo. Ma soprattutto di quel giorno ricordo l’attonito dolore con cui in tanti abbiamo pensato: “Non è possibile”. Lo strazio degli amici e dei familiari delle vittime, che erano nei nostri centri di accoglienza (donne, soprattutto). Lo spettacolo osceno di quelle bare, troppe. Troppe per un cimitero, troppe per un’isola, troppe per la nostra coscienza.

La mattina del 4 ottobre, senza quasi dovercelo dire, ci siamo trovati nella cappellina di via degli Astalli. Davanti a certe enormità mi tornava in mente la frase di Pedro Arrupe: pregate, perché per certe cose non c’è soluzione umana che basti. Eppure questo non ci esime dal cercarle, le soluzioni. Anche se non sono sufficienti, sono comunque indispensabili. L’operazione Mare Nostrum fu una risposta. Chi ha poi parlato di pull factor non ha mai conosciuto quel rifugiato che anni dopo, a un incontro pubblico all’università Gregoriana, ha voluto stringere la mano a Enrico Letta e dirgli, semplicemente: “Se non fosse stato per quella sua decisione, io ora sarei morto”.

Non riesco a dissertare di rifugiati in teoria. La prendi troppo sul personale, mi è stato detto. È personale. Non può essere altrimenti. È una questione tra persone, appunto. Quei morti sono nostri, dovremmo almeno piangerli, dissero con parole diverse Giusi Niccolini e Papa Francesco. Oggi direi che dovremmo esigere di smettere di uccidere, nel deserto, in Libia e in mare, con i nostri soldi pubblici e la nostra ipocrisia.

Domani è 3 ottobre. Si dovrebbe fare memoria, in tutte le scuole, di quel naufragio e di quello che ne è seguito. Fuori dalle scuole, vi chiedo di ricordarvi almeno un momento di che giorno è. Magari guardatevi L’ordine delle cose di Andrea Segre. Se lo avete già guardato, riguardatelo con qualcuno che non lo ha visto. Parlatene. La memoria si tiene viva se ci ricordiamo di ritirarla dentro nella quotidianità, almeno ogni tanto.

Sconfitta


Scrivendo il titolo di questo post mi sono resa conto che è ambiguo. Intendevo il sostantivo o l’aggettivo? In realtà il primo, forse. Ma mi sento anche molto sconfitta personalmente.

Ho letto molta soddisfazione qua e là in merito al vertice di ieri a Malta. Una soddisfazione che posso capire: almeno adesso l’Italia ai tavoli si presenta. Però non posso fare a meno di constatare, anche in questa circostanza, che una volta fatto precipitare il livello della discussione politica e pubblica, questo resta infimo comunque, a meno di decidere di fare un lavoro immenso che nessuno si sogna di cominciare.

Non mi pare che nessuno oggi si scandalizzi davanti a affermazioni del tipo: “La soluzione definitiva è che non partano più o che siano rimpatriati”. Solo io colgo la violenza di una frase così (ammesso e non concesso, naturalmente, che sia stata fedelmente riportata)? Anche il tema delle sanzioni agli Stati che si oppongono alla redistribuzione di migranti suona pericolosamente simile ai provvedimenti obbligatori per lo smaltimento dei rifiuti.

Mi fa paura la leggerezza con cui ogni componente di realtà della questione venga spazzata via da frasi fatte, che sembrano l’esito asettico di un’analisi dei sondaggi che continuano a incalzarci di giorno in giorno: il consenso scende, il consenso sale, come gli indici di borsa che del resto non ho mai capito.

Come si può pensare qualcosa, concertare una politica complessa, se il navigatore del leader di turno si deve resettare freneticamente a ogni soffio di vento?

In ogni caso, non riesco a convincermi che la cosa sia affar mio. In questo consiste la sconfitta. In fondo un po’ in altri tempi credevo che capire, spiegare, porsi domande potesse avere una sua utilità. Oggi, se devo essere onesta, non ci credo. Domani chissà.

P.S. L’immagine si riferisce al bellissimo spettacolo Xenos di Akram Khan

Mediazioni di settembre


Le pile di libri scolastici sono ancora sul pavimento del salone. Mi ha assicurato che quest’anno sarà più ordinata e che a un certo punto li sposterà. Del resto la sua camera ha bisogno di un restyling, non ha mica più 11 anni (ne ha 12).

Come distinguere quello che mi esaspera perché è un atteggiamento da correggere da quello che mi esaspera perché lei è diversa da me? Togliersi tutti i compiti subito è riposare dopo è necessariamente meglio di riposare prima di studiare? I miei dubbi si sprecano, in questa genitorialità esercitata anche via Whatsapp.

Ha 12 anni, mi dice qualche madre di adolescwlente vero, non ti illudere. Il bello deve arrivare. Finché non arriva mi godo la sua premura, la sua dolcezza, la sua risata senza ombre.

Certe volte si discute, certo. E io a volte parto per la tangente. “Ma come ci siamo arrivate a parlare di questo?”, mi interrompe lei a un tratto. E io, che mi ero sentita brevemente illuminata, mi rivedo nelle vesti di vecchia rimbambita che parla da sola.

Testa e pancia


Stamattina aprendo l’armadio ho pensato: “Al diavolo. Mi metto quei pantaloni e quella maglia che stanno lì, poco utilizzati, perché quando li metto mi viene in mente solo il giorno per cui li avevo comprati”. Ma sono forte, io, ieri al lavoro è andata bene e quell’insicurezza che mi è saltata al collo più volte in questi 5 mesi quasi non la avverto più.

Quasi. Però poi, sotto sotto, ho sentito un fondo di malinconia per tutta la giornata. Quei vestiti scelti con entusiasmo mi ricordano aspettative deluse, energia sprecata. “Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci”. Basta davvero sapere che è giusto e ragionevole per non ritrovarsi a farlo?

Stasera ripenso ai miei cani e ai miei porci, a quanto ostinato affetto ho dedicato agli uni e agli altri. Se me li trovassi davanti di nuovo, non escludo che mi frugherei in tasca alla ricerca di una cosa santa o di una perla. Ho fatto male? Forse no. Ma farei del male a me stessa, oggi, a continuare a guardarmi indietro. Rischierei di ritrovarmi trasformata in una statua di sale.

Vado avanti, quindi. Non perché “me lo merito”, come mi ha affettuosamente detto qualcuno, ma più banalmente perché è lì che si va quando si mette un passo davanti all’altro. E così sia.

Berlino e me


Quando mi sono trovata abbastanza inaspettatamente a immaginare una vacanza estiva senza mia figlia, non c’è voluto molto per pensare a Berlino. Mi ci voleva un posto dove sto bene, che mi occupasse sufficientemente la testa con pensieri nuovi per non lasciare troppo spazio a quelli vecchi e, allo stesso tempo, non richiedesse sforzi eccessivi, di nessun genere.

Berlino è una delle città dove ho bei ricordi del passato, un posto dove sono tornata più volte, in fasi molto diverse della mia vita e che ho trovato allo stesso tempo familiare e nuova ogni singola volta. Un posto dove capisco un po’ ma non tutto delle lingue più parlate per strada, tedesco e turco, e il ronzio delle conversazioni tra sconosciuti mi è familiare senza davvero distrarmi.

Berlino è dove ho parlato per la prima volta a un convegno in una lingua diversa dalla mia e quell’intervento è diventato un articolo per una rivista che all’epoca consideravo molto fica. Berlino è dove ho comprato un bracciale realizzato piegando una forchetta e un cappello assurdo che in realtà ho messo pochissimo, ma che ho ancora in un cassetto. Berlino è un viaggio fatto solo per andare a un concerto al Tempodrom. Berlino è sempre stata una fantasia di vita possibile e anche un posto dove riabbracciare vecchi amici. Berlino è la prima sala del Pergamon e il segreto piacere di pensarla più importante e bella delle altre, che tutti guardano a bocca aperta.

Anche questa volta Berlino è stata gentile. Sole, nuvolette, cielo azzurro. Percorsi facili, un letto comodo. La sensazione di camminare per strada da sola, anche di sera, vedendo quanto è normale farlo.

Berlino non è proprio Germania, mi dice qualcuno. Certamente Berlino non è un luogo comune. Le spaccature della storia l’hanno resa più elastica. Non credo che ci vivrei, sono troppo romana ormai. Ma starci mi piace sempre moltissimo.

Tre madri 3. Quella divisa a metà


B. è un’altra delle donne forti che incontro a Ottati. In carcere in Libia c’è stata con il marito e con due gemelli nati da poco. Ha lottato come una leonessa per arrivare qui e anche oggi non è disposta a cedere di un millimetro. Se c’è da andare a prendere per un orecchio il marito che tarda al bar, lo fa. Se c’è da affrontare una scalinata spingendo sotto il sole il passeggino gemellare, lo fa. Viso largo, sguardo duro.

Ma poi le chiedo se sente la famiglia in Ghana e le trema la voce. “Sì, sento mia madre, vedova e invalida. Con lei sta mia figlia, la più grande. Ha 13 anni. Ci pensa lei”. Ci guardiamo. Silenzio. Si affretta ad aggiungere che 11 anni fa, quando lei e il marito sono andati in Libia a cercare lavoro, non aveva idea che non sarebbero più riusciti a tornare indietro. Lei aveva due anni, il viaggio molto pericoloso. Sembrava ragionevole lasciarla alla nonna. “Se solo avessi immaginato, non l’avrei mai lasciata. Mai”.

Per B. il dolore più grande è quella ragazza diventata adulta troppo presto, che non la aspetta più e che per strada non la riconoscerebbe. Più della Libia, più delle violenze, più delle incertezze del futuro, quella figlia incolume ma perduta le pesa sul cuore.