Zoom


Si… può… fare! Passato il primo momento di disorientamento e scetticismo, mi trovo circondata di entusiasti della piattaforma. Specialmente per organizzare eventi, conferenze, corsi.

Ora, c’è indubbiamente una certa ebbrezza nel vedere che per partecipare a qualcosa che interessa basta cliccare dal proprio divano. I tempi si incastrano assai meglio nel virtuale. E poi certo, ci si sente, se l’organizzatore è democratico ci si vede anche. L’ho apprezzato, all’inizio, quel senso di vicinanza. Scattavamo foto ricordo, persino.

C’è un però. Forse più di uno, ma uno più grande degli altri. Chi parla non solo si ascolta, ma si guarda pure. Ed ecco che, come per magia, scatta l’effetto predica. Ho visto relatori normali trasformarsi in retori pomposi, innamorati del suono della propria voce.

Insomma, secondo me su può certo fare ma non necessariamente ci migliora. E ora vi lascio, ho un corso su Zoom.

Ah, per la cronaca: prevedo che queste videolezioni continueranno ad essere proposte anche in futuro, ma dell’adesione massiccia non mi sentirei di scommettere.

Io il mio l’ho fatto


In questi giorni, per questioni di lavoro ma non solo, mi trovo a rimuginare sul concetto di come non solo le persone, ma anche le istruzioni si difendono quando si trovano in difficoltà. Sono i tempi di crisi quelli che più di altri richiedono soluzioni complesse. Collaborazione, integrazione. Ma è pur vero che quando si è in affanno si ha bisogno di circoscrivere il proprio impegno, per non essere sopraffatti. Da qui a darsi un compito parziale e assolversi da ogni altro più oneroso ragionamento il passo è breve.

Breve e comprensibile. Persino legittimo. Sano, in un certo senso. Pure io se non riesco a fare quello che mi sono imposta (magari irrealisticamente) mi dico di concentrarmi su quello che invece sono riuscita a fare, per non abbattermi del tutto. Me lo ripetono da quando sono entrata nel mondo del lavoro: l’ottimo è nemico del bene.

Però la conseguenza è che si creano dei vuoti di responsabilità. Anche grandi e gravi. Se ciascuno dice “io arrivo fin qui, presumo che al resto penserà qualcun altro”, dietro quella presunzione che non abbiamo l’energia di approfondire si apre una voragine.

A livello di politiche, tipicamente la parte scoperta ha a che fare con qualcosa di “sociale”. Essere homeless non è mica una malattia, la medicina non può dare una casa a chi non ce l’ha. Ma curare con farmaci la polmonite di chi continua a dormire sotto un ponte è inutile se non dannoso. La scuola fa didattica a distanza, mica si può preoccupare di chi ha i dispositivi o la connessione. Men che meno di questioni organizzative delle singole famiglie. Però poi tanti restano esclusi e il mandato costituzionale della scuola pubblica è almeno in parte disatteso.

Ciascuno può aggiungere esempi a piacere. Ma il punto non è criticare per sport, recriminare o peggio identificare colpevoli veri o presunti. Quello che mi chiedo è: farsi venire dubbi e magari cercare qualche soluzione diversa da quelle già pensate è ancora possibile? O siamo tutti troppo spaventati, angosciati, preoccupati di dimostrare che noi stiamo facendo già tutto quello che è umanamente legittimo aspettarsi?

Perché io mi rendo conto che oggi più che mai fare una critica pare un atto di violenza. Ma non sarebbe davvero questa la mia intenzione. Siamo feriti come società, non solo come singoli. Tanti, troppi aspetti spariscono perché “ben altro” è la priorità. Ma come possiamo cercare di incontrarci su un piano diverso da quello dell'”andrà tutto bene”?

Perché qui non si tratta di avere fede e aspettare l’arcobaleno. Si tratta di individuare presto un modo realistico per contribuire tutti, davvero, a individuare vie nuove per un percorso molto molto lungo e impervio. E vigilare tutti perché nessuno sia dimenticato o lasciato indietro.

Gentilezza


Negli ultimi due giorni per lavoro ho dovuto fare molte telefonate, per lo più a persone mai viste. Non ho simpatia per il telefono, chi mi conosce un po’ lo sa. Sono sulle spine anche quando devo telefonare a una persona amica. In questo caso c’era l’aggravante del contenuto della telefonata, potenzialmente una seccatura per chi la riceveva, in un momento in cui di seccature nessuno sente particolarmente la mancanza.

Devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa. Quasi tutti sono stati straordinariamente gentili. Ho provato a immaginare i volti di questi funzionari, molti in smartworking, ma qualcuno in ufficio. Qualcuno con un accento spiccatamente meridionale anche se in servizio nelle regioni più settentrionali del Paese.

Alcuni hanno condiviso preoccupazioni e dubbi e ancora una volta, come tante volte negli scorsi mesi, mi sono sorpresa a pensare che a formulare un giudizio impietoso a volte ci si mette un attimo, ma non si rende necessariamente giustizia alla complessità delle situazioni. Queste sono le persone che si confrontano ogni giorno con i problemi che conosco da tanti anni. Più precisamente, sono le persone che si trovano a gestire concretamente le conseguenze di decisioni politiche che non sono prese da loro e che non necessariamente capiscono o condividono. Ma gestirle e applicarle è precisamente il loro lavoro.

Nel farlo si assumono responsabilità gravissime, di cui spesso non colgono pienamente la portata. Fanno probabilmente, come tutti ma con conseguenze più immediate e devastanti, anche molti errori. Ma in questi giorni, anche più degli altri giorni, penso che questi funzionari meritino rispetto e gentilezza. Anche se non è a loro che di solito va la nostra empatia, sono di solito brave persone, sfinite e sole. Da operatrice di ong ho sempre pensato di lavorare molto di più e molto meglio di un funzionario pubblico. Posso/potevo lavorare probabilmente con maggior soddisfazione e motivazione, ma dubito di aver lavorato più di loro.

Passaggi


Il tempo continua a passare e anche se tutto a tratti pare immobile ci sono impercettibili evoluzioni che lasciano intendere che una sorta di traiettoria ci sia, che non siamo solamente tumulati qui in un buco spazio-temporale.

Ieri, ad esempio, Meryem mi ha chiesto di passare un paio di giorni dal papà con le sorelline, cosa che magari non fa a cadenza fissa, ma certo in tempi normali fa tutte le volte che ne ha voglia. Così è andata: l’effetto che mi fa è quello di una distanza paragonabile a quando ha passato l’estate in Turchia. Ma magari invece piano piano tornerà normale amministrazione.

Ho faticosamente finito un articoletto e sono divisa tra sentimenti contrastanti. Da un lato, mi verrebbe da dire che ho dimostrato che ormai il gioco non vale la candela. Dall’altro, due mail ricevute mi hanno dato indietro il gusto di qualcosa che avevo quasi dimenticato e che non saprei nemmeno definire del tutto. Qualcuno lo definirebbe il piacere un po’ snob di sapere che pochi ti capiscono, ma quei pochi continuano a farlo. Credo che sia paragonabile a quando una persona che vive lontano dal suo Paese da tanto tempo si trova a riassaggiare un cibo che si mangia solo lì. Quel misto di nostalgia e struggimento, con il retrogusto un po’ amaro del rimpianto.

In questo tempo mia figlia cresce. Leggo che siamo stati bravi a crescere bene questa generazione che improvvisamente si dimostra empatica e resiliente. Mah. Continuo a credere che il merito dei genitori sia ben arduo da misurare e sia ampiamente controbilanciato dalle fesserie imperdonabili. Sulla generazione intera non mi sbilancio, ma non sono sorpresa di vedere emergere forti in Meryem le sue qualità migliori: la responsabilità e la solarità, a cui aggiungo l’indulgenza nei miei confronti, che non è una qualità di per sé, ma di questi tempi è sicuramente un’abilità apprezzabile per la sua e mia salute mentale.

Il mondo là fuori magari è lontano, ma c’è. Il lavoro di tanto in tanto me lo riporta nel telefono e sullo schermo del computer e anche solo per questo non dovrei disprezzare le opportunità che ho.

Efficienza


Paradossalmente in queste giornate a casa, persino in quelle di festa, il tempo sembra non bastare mai. Il problema forse è che cerco di aggrapparmi alle cose che voglio fare, perché ho bisogno di dirmi che ho combinato qualcosa che abbia un senso per me. Però poi non riesco a arrivare al risultato e mi sorprendo a rimproverarmi: “Ma chi te l’ha fatto fare?”.

Però, per guardare il bicchiere mezzo pieno, posso dire di aver cominciato a scrivere un articoletto biblico come ai vecchi tempi. Faccio una fatica mostruosa, non capisco quando ho perso la facoltà miracolosa che mi permetteva di produrre quasi senza sforzo quello che mi divertiva. Però non ho smesso e anzi, considerando la lunghezza media dei miei articoli accademici (“ungarettiana”, mi definisce il mio capo e non è un complimento) potrei dire di essere arrivata a un terzo, se non a metà dell’opera.

Ho passato due volte l’aspirapolvere e lavato almeno un minimo i pavimenti. Questa attività, oltre a venirmi malissimo, la trovo deprimente perché l’averla fatta non significa che non dovrai rifarla, anche a breve.

Ho cucinato con Meryem cudduraci, gute e pastiera, un tripudio di pasticceria pasquale in cui in tempi normali non mi sarei cimentata per nulla al mondo. Ho fatto anche una discreta focaccia.

Ho ripreso un po’ a studiare principalmente perché mi angosciava non riuscire granché a leggere libri. Ho la fortuna di avere un caro amico che mi rifornisce quotidianamente di giornali, ma anche quelli li sfoglio o poco più.

Mi manca molto una buona, lunga conversazione. Ne sento proprio un bisogno fisico. Ma le telefonate, anche quelle piene di affetto che mi fanno sinceramente piacere, alla fine percorrono binari un po’ obbligati. Servono ad attenuare un po’ questa solitudine feroce, ma parlare con libertà e senza confini è un’altra cosa. Che mi manca, a dirla tutta, da molto prima dell’inizio della quarantena.

Non mi abbandona la sensazione che indietro non si torna. Ho perso anche la capacità di nutrirmi di conversazioni? O forse è solo un po’ arrugginita, come quella di studiare cose inutili? Temo che, per una cosa e per l’altra, mi difetti la fiducia in me stessa e di conseguenza la convinzione che ne valga la pena.

Stare


L’inattività inizia a farsi sentire sul fisico. Mi viene il fiatone quando vado a buttare la spazzatura, mi sento fiacca e più mi affloscio sul letto e sul divano più mi sento fiacca. Fino alle settimana scorsa facevo 20 minuti di ginnastica ogni giorno. Poi ho mollato e basta.

Io ho bisogno di disciplina, anche in tempi normali. Però come sempre finisco per eccedere e allora mi autorizzo a far saltare tutto. Sulla sveglia ancora non ho ceduto: è troppo importante per il mio bioritmo. L’ho spostata dalle 6:45 alle 7:30 e le prime ore della mattina restano quelle in cui mi sento meglio: più attiva, più positiva, quasi in pace con me stessa. Persino produttiva, a tratti.

Un altro risultato di questi giorni è stato sistemare un po’ la mia camera. Non completamente e efficacemente come la cucina, ma ho affrontato scatoloni sospesi e buttato parecchie cianfrusaglie. Mi ha fatto sentire meglio.

Il tema resta sempre quello: fare spazio per stare. Fare spazio nella mente per i pensieri ingombranti, in primo luogo. Per i primi lutti e per le altre brutte notizie: per quanto geograficamente favorita, arrivano. Per i dubbi e le preoccupazioni: che voglio fare “da grande”? Quanto cambiamento sarà obbligato e quanto invece sarà cercato, voluto e spinto da me? Ancora? Sì, ancora. L’anno scorso ho cambiato alcune cose importanti, ma per quanto il pensiero mi angosci, il processo è ben lungi dall’essere concluso. Chissà poi se si conclude davvero, poi.

Bisognerà anche far spazio nel mio tempo, in futuro, buttando via incombenze e abitudini non (più) necessarie e rivedendo le priorità. Mi rendo conto di non avere mai tempo per quello che non mi angoscia nell’immediato. E allora finisce che il tempo si satura di incombenze.

Vedete quindi che, per fortuna, ho già la testa fuori. Dò per scontato un dopo. È un privilegio, che spero continui.