Gentilezza


Negli ultimi due giorni per lavoro ho dovuto fare molte telefonate, per lo più a persone mai viste. Non ho simpatia per il telefono, chi mi conosce un po’ lo sa. Sono sulle spine anche quando devo telefonare a una persona amica. In questo caso c’era l’aggravante del contenuto della telefonata, potenzialmente una seccatura per chi la riceveva, in un momento in cui di seccature nessuno sente particolarmente la mancanza.

Devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa. Quasi tutti sono stati straordinariamente gentili. Ho provato a immaginare i volti di questi funzionari, molti in smartworking, ma qualcuno in ufficio. Qualcuno con un accento spiccatamente meridionale anche se in servizio nelle regioni più settentrionali del Paese.

Alcuni hanno condiviso preoccupazioni e dubbi e ancora una volta, come tante volte negli scorsi mesi, mi sono sorpresa a pensare che a formulare un giudizio impietoso a volte ci si mette un attimo, ma non si rende necessariamente giustizia alla complessità delle situazioni. Queste sono le persone che si confrontano ogni giorno con i problemi che conosco da tanti anni. Più precisamente, sono le persone che si trovano a gestire concretamente le conseguenze di decisioni politiche che non sono prese da loro e che non necessariamente capiscono o condividono. Ma gestirle e applicarle è precisamente il loro lavoro.

Nel farlo si assumono responsabilità gravissime, di cui spesso non colgono pienamente la portata. Fanno probabilmente, come tutti ma con conseguenze più immediate e devastanti, anche molti errori. Ma in questi giorni, anche più degli altri giorni, penso che questi funzionari meritino rispetto e gentilezza. Anche se non è a loro che di solito va la nostra empatia, sono di solito brave persone, sfinite e sole. Da operatrice di ong ho sempre pensato di lavorare molto di più e molto meglio di un funzionario pubblico. Posso/potevo lavorare probabilmente con maggior soddisfazione e motivazione, ma dubito di aver lavorato più di loro.

Passaggi


Il tempo continua a passare e anche se tutto a tratti pare immobile ci sono impercettibili evoluzioni che lasciano intendere che una sorta di traiettoria ci sia, che non siamo solamente tumulati qui in un buco spazio-temporale.

Ieri, ad esempio, Meryem mi ha chiesto di passare un paio di giorni dal papà con le sorelline, cosa che magari non fa a cadenza fissa, ma certo in tempi normali fa tutte le volte che ne ha voglia. Così è andata: l’effetto che mi fa è quello di una distanza paragonabile a quando ha passato l’estate in Turchia. Ma magari invece piano piano tornerà normale amministrazione.

Ho faticosamente finito un articoletto e sono divisa tra sentimenti contrastanti. Da un lato, mi verrebbe da dire che ho dimostrato che ormai il gioco non vale la candela. Dall’altro, due mail ricevute mi hanno dato indietro il gusto di qualcosa che avevo quasi dimenticato e che non saprei nemmeno definire del tutto. Qualcuno lo definirebbe il piacere un po’ snob di sapere che pochi ti capiscono, ma quei pochi continuano a farlo. Credo che sia paragonabile a quando una persona che vive lontano dal suo Paese da tanto tempo si trova a riassaggiare un cibo che si mangia solo lì. Quel misto di nostalgia e struggimento, con il retrogusto un po’ amaro del rimpianto.

In questo tempo mia figlia cresce. Leggo che siamo stati bravi a crescere bene questa generazione che improvvisamente si dimostra empatica e resiliente. Mah. Continuo a credere che il merito dei genitori sia ben arduo da misurare e sia ampiamente controbilanciato dalle fesserie imperdonabili. Sulla generazione intera non mi sbilancio, ma non sono sorpresa di vedere emergere forti in Meryem le sue qualità migliori: la responsabilità e la solarità, a cui aggiungo l’indulgenza nei miei confronti, che non è una qualità di per sé, ma di questi tempi è sicuramente un’abilità apprezzabile per la sua e mia salute mentale.

Il mondo là fuori magari è lontano, ma c’è. Il lavoro di tanto in tanto me lo riporta nel telefono e sullo schermo del computer e anche solo per questo non dovrei disprezzare le opportunità che ho.

Efficienza


Paradossalmente in queste giornate a casa, persino in quelle di festa, il tempo sembra non bastare mai. Il problema forse è che cerco di aggrapparmi alle cose che voglio fare, perché ho bisogno di dirmi che ho combinato qualcosa che abbia un senso per me. Però poi non riesco a arrivare al risultato e mi sorprendo a rimproverarmi: “Ma chi te l’ha fatto fare?”.

Però, per guardare il bicchiere mezzo pieno, posso dire di aver cominciato a scrivere un articoletto biblico come ai vecchi tempi. Faccio una fatica mostruosa, non capisco quando ho perso la facoltà miracolosa che mi permetteva di produrre quasi senza sforzo quello che mi divertiva. Però non ho smesso e anzi, considerando la lunghezza media dei miei articoli accademici (“ungarettiana”, mi definisce il mio capo e non è un complimento) potrei dire di essere arrivata a un terzo, se non a metà dell’opera.

Ho passato due volte l’aspirapolvere e lavato almeno un minimo i pavimenti. Questa attività, oltre a venirmi malissimo, la trovo deprimente perché l’averla fatta non significa che non dovrai rifarla, anche a breve.

Ho cucinato con Meryem cudduraci, gute e pastiera, un tripudio di pasticceria pasquale in cui in tempi normali non mi sarei cimentata per nulla al mondo. Ho fatto anche una discreta focaccia.

Ho ripreso un po’ a studiare principalmente perché mi angosciava non riuscire granché a leggere libri. Ho la fortuna di avere un caro amico che mi rifornisce quotidianamente di giornali, ma anche quelli li sfoglio o poco più.

Mi manca molto una buona, lunga conversazione. Ne sento proprio un bisogno fisico. Ma le telefonate, anche quelle piene di affetto che mi fanno sinceramente piacere, alla fine percorrono binari un po’ obbligati. Servono ad attenuare un po’ questa solitudine feroce, ma parlare con libertà e senza confini è un’altra cosa. Che mi manca, a dirla tutta, da molto prima dell’inizio della quarantena.

Non mi abbandona la sensazione che indietro non si torna. Ho perso anche la capacità di nutrirmi di conversazioni? O forse è solo un po’ arrugginita, come quella di studiare cose inutili? Temo che, per una cosa e per l’altra, mi difetti la fiducia in me stessa e di conseguenza la convinzione che ne valga la pena.

Recuperare


Ci sono volute diverse ore, ma oggi con Meryem abbiamo risistemato la cucina, recuperando un sacco di superfici ingombre e inutilizzabili. Stamattina, ridendo in webcam, mia madre mi ha detto che sono irrecuperabile. Ieri, facendo un giochino che consisteva nel rispondere a domande con titoli di libri letti, alla domanda “Cosa pensano gli altri quando ti vedono?” ho abbinato un bel libro di Melania Mazzucco, Sei come sei.

Sono come sono. ” Si può sempre cambiare”, mi ha detto un amico tempo fa. Io sinceramente credo che, con il giusto supporto, posso cambiare le cose, recuperare ripiani ingombri, migliorare le condizioni in cui vivo. Ma io non penso di poter diventare diversa. Non lo vorrei neanche, probabilmente.

Negli ultimi mesi ho incassato critiche esplicite o implicite, che mi hanno ferito più di quanto credessi, sul lavoro e nelle relazioni personali. Mia figlia giusto ieri, spietata come solo lei sa essere con me, ha commentato che sono abituata a sentirmi dare ragione dei miei amici. Magari è per quello che faccio fatica.

Il che mi porta a pensare che quando uscirò di qui ho davvero bisogno di recuperare gli amici. Di farmene di nuovi, se riesco. Di cambiare posizione, però, in queste amicizie vecchie e nuove. Perché non mi importa che mi si dia ragione, specialmente quando ho torto. Alla domanda del giochino che chiedeva di esprimere un solo desiderio, ho abbinato un altro libro di Melania: Lei così amata.

Quarantena


Nel giro di poche ore, senza che ce ne rendessimo del tutto conto, ci siamo trovate chiuse in casa. Io e Meryem, che da quando è nata abbiamo vissuto il nostro rapporto madre figlia all’insegna dell’andare in giro, dal friendsurfing a tutti i viaggi estivi, più tutti i percorsi sui mezzi pubblici di Roma in lungo e in largo.

Quante volte sono stata accusata di sballottarla troppo, quando era piccola. Ma io quando la vedevo dormire ogni sera in un letto diverso, senza provare il minimo disagio, ero fierissima di lei. Per me la vacanza itinerante, diametralmente opposta rispetto al mese al mare dei miei genitori, era il massimo della felicità, che avevo pienamente vissuto solo a 18 anni, in una strampalata vacanza last minute in Gran Bretagna. Che Meryem potesse avere questo sempre mi faceva sentire come se le dessi le pastarelle dopo ogni pasto e non solo la domenica. Magari è troppo. Poi si stufa. Diventerà una che si spalma sulla spiaggia un mese per riposarsi. Ma ancora se la gode.

E ora? Ironico contrappasso. Noi, “zingare” di natura, chiuse tra quattro mura. Io vacillo, più di lei. Ogni tanto scoppiano litigi furibondi, brevi e violenti, che ci lasciano spossate e costernate. Poi niente, si ricomincia. Abbiamo ben chiaro che siamo una la forza dell’altra.

Lei ha fatto una lista di attività che deve fare, le ha numerate e ogni tanto ne estrae a sorte una. Mi è parso un modo ingegnoso di mantenere un pizzico di inaspettato in questo abisso grigio. Oggi abbiamo fatto un’altra lista, quelle di attività piacevoli da fare insieme. Abbiamo estratto la prima, la n. 13. Yoga. Ho messo il video di Claudia Porta su Youtube e abbiamo ripensato a quando siamo andate da lei in Provenza, tanti anni fa, e abbiamo passato giornate intere in piscina. I ricordi nessuno ce li toglie.

Questo isolamento è impietoso, ci lascia con quello che abbiamo davvero. Non si può barare. Davanti agli occhi si staglia tutto quello che non ho. Chi manca, soprattutto.

Poi però, come nel silenzio si sentono più chiaramente gli uccelli cantare, così riesco più chiaramente a cogliere i dolori degli altri. In una telefonata, in un whatsapp, in uno stato di Facebook. Non solo degli amici stretti, ma anche di tanti altri. Allora penso a quanti pesi tutti siamo abituati a portare in giro con disinvoltura, ben nascosti dietro tutto quello che c’è da fare e da pensare. Ora sembra emergere tutto, lentamente e inesorabilmente. È così per me, è così un po’ per tutti.

Per ora cerco di darmi disciplina, orari, obiettivi. Unità di misura per delimitare questo caos di indefinitezza, senza veri termini temporali. Ma forse ha ragione Barbara Damiano: il punto in realtà è imparare a cambiare passo. Imparare a cambiare anche noi. Ancora una volta, tutti insieme, ciascuno nella sua solitudine.