Ritrovarsi, radunarsi

“Mezzora. Bastava alzarsi MEZZORA prima!”. Marielou, nonostante 40 anni di Italia e una lunga frequentazione con le persone in questione, resta un po’ olandese dentro. Ci prova, ad imprimere una parvenza di razionalità ai programmi. Quello di ieri prevedeva il disciplinato arrivo di tutti i numerosi commensali – che somigliavano nell’insieme al famoso villaggio africano necessario a crescere un bambino, ultimamente evocato a più riprese nei blog mammeschi – a mezzogiorno in punto alla stazione di Oriolo Romano. Peccato che all’ora prevista ci fossimo solo io, Meryem e Rosaria. Tutto il piano di trasbordi in station wagon di 7 nuclei familiari sudanesi è andato a farsi benedire. Marielou in questi casi, almeno a parole, si lancia in azzardate analisi sociologiche: “Ci credo che l’Africa va a rotoli!”. Ma la verità – lo sa anche lei, ma ce lo ha ricordato Rosaria – è che le persone non le cambi. Meno male, dico io nei momenti di ottimismo. Altrimenti finiremmo col convincersi che c’è un modo solo di fare le cose, in questa infinita e travolgente varietà che è la vita. Dal più apparentemente prossimo consanguineo fratello o sorella, fino al rappresentante di un’alterità più evidente… se li ami, li accetti. E così, come avviene in questi casi, la giornata ha ripreso a scorrere più o meno sui binari immaginati. Però tre ore dopo.
La cosa davvero notevole della giornata di ieri erano i percorsi che ci avevano riportato lì, ancora una volta ospiti in una casa che ha visto snodi significativi delle vite di molti di noi. Almeno il quadro generale merita di essere raccontato. Marielou, detta un tempo l’Olandese Volante (faceva la hostess, da ragazza), da oltre 10 anni insegna italiano ai rifugiati alla scuola del Centro Astalli. Ha cominciato quando, per caso e per destino, ha incrociato me, all’epoca novellina di quel mondo. Ai primi studenti, sudanesi, si è legata in modo particolare. Perché erano i primi, perché lei stessa studiava arabo. Ma soprattutto perché quello era il tempo dell’occupazione dei magazzini della Stazione Tiburtina (“Hotel Africa” lo chiamò, in modo un po’ insultante, qualche giornalista) e del successivo, doloroso, sgombero. Un periodo di passioni, sbandamenti, dubbi, ma anche di intensa crescita – per me – professionale e personale.
Passarono gli anni e alcuni di quei giovani uomini si sistemarono, trovarono lavoro, si sposarono. All’arrivo delle mogli dal Sudan, le affidarono alla “maestra” Marielou. Perché imparassero la lingua, in primo luogo. Ma lei, come le è naturale, andò ben oltre. Accolse le ragazze, le accompagnò a conoscere il quartiere, la città, le moschee. Fu loro vicina, da mamma, sorella e amica, nei mesi in cui i matrimoni combinati a distanza diventavano convivenze reali in piccoli e modesti monolocali e poi nelle gravidanze e nascite dei figli. Ascoltò le loro confidenze, seguì lutti e gioie, piccoli e ahimè anche grandi drammi.
Ciò che più mi fa pensare è come Marielou ha saputo essere fedele a queste persone, anche quando (spesso, molto spesso) le loro scelte risultavano a lei del tutto estranee e persino dolorose. Ad esempio quando la prima donna che aveva conosciuto, a lei molto cara, ha deciso di tornare a vivere in Sudan con i bambini che Marielou, senza retorica o affettazione, definisce “i miei nipoti”. Perché in effetti lo sono. Li ha visti nascere, li ha iscritti all’asilo e accompagnati al parco e alle feste, tentando in tutti i modi di supportare una donna che faticava e soffriva, specialmente a causa di una cultura e uno stile di vita che in fondo non era preparata né disposta ad accettare. Eppure, ogni volta che la famigliola torna a trovare il papà in Italia, Marielou organizza un momento di festa, come quello di ieri.
L’adunata di Oriolo aveva ben poco di intimo, almeno in senso letterale. Eppure, nella sua bizzarria, mi ha dato il senso profondo della comunanza, nel rispetto vero, non esibito, delle reciproche diversità. Così è l’amicizia che mi lega a Marielou. Trattenuta, pudica, mai urlata nelle manifestazioni: ma quando sono con lei sento che qualcosa lega, delicatamente, le nostre anime. Difficile da spiegare.

4 thoughts on “Ritrovarsi, radunarsi”

  1. frequentandoti, sia pure a distanza, ne ho conosciute di persone bizzarre. Ma nessuna come Marielou. A dire la verità la conosco poco, e perciò è tanto più strano che proprio lei abbia trovato un posto preciso nel mio immaginario …
    Ai miei occhi Marielou è una sintesi tra la signorina Rottermaier, le gemelle Kessler e Madre teresa di Calcutta in salsa olandese.
    E – ma qui ci vorrebbe Freud – la associo per certi versi anche a mia madre: il suo amore per le piante e per il bello, la sua determinazione … decisionista, la sua cucina …
    E mi colpisce molto il vostro rapporto, fatto di piccole cose grandi e di molti, meravigliosi sottintesi. ecco, se mi dovessero chiedere chi è secondo me la tua amica più vicina, non penserei a nessuna delle tue coetanee, ma a Marielou.

    A margine, vorrei sottolineare un passaggio del tuo post: "Dal più apparentemente prossimo consanguineo fratello o sorella".  Più sorella, eh?
    P.S. A proposito, se sono sembrato invadente, ti prego di perdonarmi.
    P.

  2. E beh, per me si intendeva sorella. Ma per Rosaria, se non erro, sarebbe stato più calzante dire "fratello"! Comunque Pietro, no, non sei invadente. E sulla mia amicapiù vicina, anche se pare bizzarra, concordo: anche io direi che è Marielou.

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