Com’è Rimini?


Questa estate è un po’ fuori fuoco. Non saprei come dirlo meglio. Non è che i programmi saltino del tutto, ma certo hanno una tendenza a deformarsi, storcersi, perdere l’asse immaginato per prendere tutt’altra piega. Il tutto per dire che alla fine ho rinunciato a replicare la fortunata settimana a Ventotene dello scorso anno e, presa da un subitaneo impulso, sono andata a Rimini.

La cosa ha suscitato un certo stupore in chi mi frequenta. “Ma come ci siete finite voi due sulla riviera romagnola?”, hanno chiesto alcuni. Mah, ci siamo finite più o meno come siamo finite in Kurdistan o in giro per la Germania: senza pensarci troppo.

Com’è Rimini? Per me è stato il luogo geografico in cui la prospettiva di Meryem si è bruscamente divaricata dalla mia, intanto. Per una combinazione fatale tra mie esitazioni e sue ribellioni, ho finito per rinunciare alla gita a Ravenna (con molto dispiacere). Non ho rinunciato alla visita al Tempio Malatestiano e alla passeggiata per il borgo, grazioso davvero, tuttavia l’atmosfera anche in quel caso è stata un po’ guastata da un velo di mugugno.

Per il resto, Rimini è come me la descrivono: carina, accogliente, fantasiosa. La gentilezza verso il turista regna sovrana. E non con quel vago retrogusto di presa per il culo che a Roma non manca mai nei rapporti tra cliente e avventore, anche quando sono felici. Proprio gentilezza, lineare e aperta, misurata ma non asettica. Mi è piaciuta.

L’affollamento, che temevo (Rimini per la mia famiglia era addotto come simbolo del carnaio in spiaggia da evitare a ogni costo), era reso relativo dall’immensità delle spiagge. O forse anche da un calo di presenze? Non so dire. In stabilimento siamo andate due volte, una a San Giuliano e una a Rimini centro (bagni 24). Un’esperienza interessante, più costosa di quello che mi aspettavo nel primo caso e assai meno costosa di quanto mi aspettassi nel secondo. In futuro non la eviterei necessariamente, ma neanche insisterei per rifarla.

Concludo dicendo, con il cuore in mano, che una terra così ospitale e accogliente si meriterebbe un mare degno di questo nome. Va bene l’atmosfera, la suggestione, le attività, la comodità, i servizi, il cibo (sublime)… ma andare al mare nonostante il mare continua a parermi un po’ bizzarro. Non credo mi ci abituerei.

Passioni


Alcuni mesi fa, un’insegnante della scuola di italiano del Centro Astalli si è trovata a spiegare a una classe di giovani rifugiati abbastanza digiuni di italiano il significato della parola “passione”. Dopo essersi variamente prodigata con gesti, esempi e disegni, ha chiesto a ciascuno degli studenti di scrivere una frase utilizzando la nuova parola, per verificare che avessero davvero capito. I quaderni si sono riempiti di menzioni di cantanti, squadre di calcio, ragazze e cibi. Girando tra i banchi, all’insegnante cade l’occhio sulla frase di un ragazzo più giovane degli altri, che aveva scritto in bella calligrafia: “La mia passione è il Corano”.

Questo episodio, che non ha mancato di procurare all’insegnante dubbi e persino un po’ di allarme, mi è tornato in mente all’improvviso una sera della settimana scorsa, quando ho ripreso in mano dopo un bel po’ di tempo la Bibbia ebraica e i relativi vocabolari e concordanze. Due ore dopo, rialzando la testa, mi è venuto un po’ da ridere: cosa direbbe la zelante volontaria del Centro Astalli se mi sentisse dire che, nonostante la lunga astinenza da queste cose, innegabilmente la mia passione è il testo ebraico dell’Antico Testamento (con incursioni nel Nuovo)? Solo che, a differenza di quella del sorridente e devoto ragazzino subsahariano, la mia è una passione travagliata e repressa, apparentemente innocente ma in grado  di trascinarmi in una specie di gorgo magnetico che scuote la mia ordinaria routine e l’immagine che ho di me stessa fino alle fondamenta. Quindi a tratti scoperchio il mio personale vaso di Pandora (filologico, non mistico) e a tratti lo richiudo con stizza. Ma non è forse il bello delle passioni il fatto di farci vivere pericolosamente sospesi sull’orlo di un precipizio? (No, in realtà: ma l’amore romantico a noi lo hanno insegnato così, con conseguenze peraltro devastanti per le nostre vite private. Avete letto questo? Ecco).

Recentemente, forse, anche mia figlia ha individuato una delle sue prime passioni personali. Dopo avermelo chiesto a lungo, una fortuita combinazione di circostanze mi ha indotto ad assecondare la sua voglia di prendere lezioni individuali di canto. Meryem ha praticato e pratica diligentemente vari sport, ma nessuno direi che abbia fatto scattare in lei “la scintilla”. E meno male, aggiungo io: questo mi ha risparmiato finora molte incombenze e molte seccature, non avendo io la vocazione dell’abnegata madre del piccolo atleta tanto ben celebrata da un celebre spot di P&G. Però questa cosa del canto mi pare che la stia prendendo molto sul serio. Vederla trattare di persona con la sua insegnante sul programma da svolgere e sugli argomenti da affrontare insieme è stata l’ennesima piccola epifania della mia esperienza di madre: dirò una banalità, ma si sta proprio facendo grande.

La guerra in vacanza


Un po’ me lo aspettavo, ma forse non ero comunque preparata: viaggiando per la Germania (e anche un po’ in Olanda!) la memoria della Seconda Guerra Mondiale è presente ovunque. Avevo scelto di non includere nel nostro itinerario visite a campi di concentramento, per questa prima volta. Ma comunque io e Meryem abbiamo avuto modo di parlare di guerra in più di un’occasione e la cosa l’ha colpita abbastanza. Credo che l’età fosse adeguata e quindi l’esperienza è stata importante. Mi ha fatto piacere poi che legasse la memoria della guerra in Europa a quello che sa della guerra in Siria.

I momenti più significativi della nostra vacanza da questo punto di vista sono stati il Memoriale di St. Nikolai ad Amburgo e, ovviamente, il Museo Ebraico di Berlino. Il primo è stato per Meryem estremamente interessante: siamo entrate nella cripta della chiesa distrutta un po’ scettiche, ma poi le foto e la documentazione ci hanno consentito davvero di fare un tuffo nella storia. Una delle cose che più ha colpito Meryem sono stati i volantini con la lista di cose che ogni famiglia doveva portare con sé al momento di trovare riparo nei rifugi in caso di bombardamento. Questo aspetto così concreto e quotidiano l’ha fatta pensare a cosa faremmo noi in una circostanza analoga. In qualche modo la documentazione del bombardamento della città in tutta la sua crudezza (poi richiamato, in altre tappe, da diversi altri memoriali meno monumentali, soprattutto le campane del duomo di Lubecca lasciate lì dove sono precipitate all’epoca) ci ha aiutato a uscire del tutto dallo raccontino “buoni contro cattivi” in cui si corre sempre il rischio di cadere. Anche i volantini con l’invito ad arrendersi lanciati dagli alleati hanno colpito molto Meryem, così come gli spartiti delle canzoni di propaganda in cui il bombardamento di Londra era motivo di gioia e marcette.

A un certo punto si è chiesta se sia stato più grave quello che ha fatto la Germania (iniziare la guerra e tentare di sterminare del tutto gli ebrei) o quello che hanno fatto gli Stati Uniti (lanciare la bomba atomica). Abbiamo poi convenuto che in guerra tutti arrivano a fare cose spaventose e abbiamo parlato di quanto sia difficile, anche molto dopo la fine di un conflitto, costruire una vera riconciliazione. Questa conversazione, avvenuta ad Amburgo in due tranche (complice una targa appesa a St. Pauli le avevo anche raccontato sommariamente la vicenda della nave Exodus, così abbiamo gettato le basi per parlare di Israele e Palestina…), è stata una delle più significative e intense che ci sia capitato di fare.

Il Museo Ebraico di Berlino è un’esperienza molto ricca e con aspetti diversi. La parte architettonica è incredibile ed evocativa. La parte storica davvero ricca e piena di spunti per coinvolgere i bambini. In una sala si possono scrivere dei desideri su bigliettini e poi attaccarli su un albero di melograno. Meryem ha scritto: “Vorrei che non ci fosse più la guerra”. Lo stesso desiderio lo ha appeso anche su una croce di legno nel duomo di Lubecca su cui i visitatori erano invitati a appendere le loro intenzioni di preghiera.

Tornati in Italia ha deciso di leggere Le valige di Auschwiz di Daniela Palumbo. Lo ha quasi finito e le sta piacendo molto. Mi ha detto che la sta aiutando a capire meglio alcune delle cose di cui abbiamo parlato durante il viaggio.

 

 

 

Un’estate in interrail


E anche questa volta, chiuso con qualche difficoltà l’Invicta Ranger ormai provato dal tempo e dall’uso, siamo tornate. Tre settimane di Eurosurfing sono davvero volate, molto più in fretta di quanto mi aspettassi. Credo che, potendo, ci saremmo fatte serenamente un’altra decina di giorni…

Fedeli agli intenti iniziali, abbiamo scorrazzato un pochino per Germania e Olanda, senza alcuna pretesa di visita esaustiva di alcuno dei luoghi raggiunti. Diciamo che siamo andate un po’ a orecchio e un po’ a casaccio, lasciandoci guidare dalle persone che abbiamo incontrato e dai suggerimenti di chi ci seguiva a distanza. In molti luoghi siamo state coccolate ospiti. Dove non avevamo un appoggio, abbiamo usato con soddisfazione Airbnb. Questa soluzione era molto adatta al nostro viaggio itinerante sia perché pagata in anticipo (fa sempre comodo), sia perché i nostri padroni di casa sono stati davvero gentili, amichevoli e prodighi di informazioni e di consigli. Credo che lo userò ancora e se voleste farlo anche voi, sentitevi liberi di usufruire del mio codice (se è il vostro primo utilizzo, avrete uno sconto di 30 euro).

L’interrail di per sé ci si addice moltissimo. Meryem ha amato molto l’avventura del treno di notte (nonostante la seccatura dei due controlli di frontiera con relativi bruschi risvegli… mi hanno fatto rimpiangere i tempi in cui si lasciava il passaporto al cuccettista!) e in generale ha apprezzato anche gli altri. Io mi sono innamorata della tratta Mainz-Bremen, che costeggia tutto il Reno con scorci davvero suggestivi. La tentazione era di scendere a ogni stazione, ma alla fine non ci siamo pentite della divisione del tempo che avevamo pianificato, se non per il fatto che ci sarebbe piaciuto averne molto di più.

Spero di raccontarvi, in almeno un post dedicato, gli highlight del nostro viaggio, da quelli in qualche misura attesi (il Museo delle Migrazioni di Bermerhaven) a quelli assolutamente inaspettati (la Badschiff Arena di Berlino). Per ora vi lascio con la descrizione sintetica dell’itinerario fatto e vi rimando al mio profilo Istagram per una carrellata di immagini (#interrail #inviaggioconmeryem).

Giorno 1: Roma-Monaco (viaggio di notte)
Giorno 2: Monaco (Museo della scienza e della tecnica, passeggiata in centro, birreria Hofbräuhaus, Englischer Garten)
Giorno 3: Monaco (Englischer Garten bis, pranzo bavarese) Stuttgart

Giorno 4: Stuttgart (municipio, torre della televisione, biblioteca nazionale, terme)
Giorno 5: Stuttgart (zoo Wilhelma)Mainz

Giorno 6: Mainz (Museo della stampa, cattedrale, vetrate di Chagall, museo delle navi romane, giro in macchina e gelato)
Giorno 7 : MainzBrema (giro per centro storico)
Giorno 8: Gita a Bremerhaven (Museo delle migrazioni, giro in barca nel porto), ritorno a Brema (con visita a zio curdo)
Giorno 9: Brema (essendo domenica, rappresentazione dei Musicanti di Brema sulla piazza della cattedrale; giro per il centro)Osnabruck (pizza, lavatrice e pernottamento)
Giorno 10: OsnabruckUtrecht (arrivo, sistemazione e spiaccicamento)
Giorno 11: Utrecht (centro, torre della cattedrale, giro per il centro)
Giorno 12: Utrecht (gita in bicicletta, campagne e mulini; museo dei treni, cena al ristorante Syr)
Giorno 13: UtrechtSchiermonnikoog

Giorno 14: Schiermonnikoog (giornata in bicicletta in giro per l’isola, spettacolo del Circus Salto)
Giorno 15: SchiermonnikoogAmburgo via Gottinga (il giorno di viaggio più lungo!), giro al centro di Amburgo, tunnel sotto l’Elba e cena portoghese
Giorno 16: Amburgo (a
 spasso, parco Planten un Blomen, ruota panoramica, battello sul fiume)

Giorno 17: Gita a Lüneburg
Giorno 18: Gita a Lubecca
Giorno 19: Amburgo- Berlino (Eastside Gallery, gelato, cena da amici)
Giorno 20: Berlino (Neues Museum, giro sull’autobus 100, Kudamm e dintorni, gelateria Erste Sahne-Otivm)
Giorno 21: Berlino (fattoria urbana, piscina nel fiume, pranzo giapponese, Museo ebraico)
Giorno 22: Berlino (colazione coi pancake e – ahimè – volo per) Roma.

Inutile fare l’elenco delle molte, moltissime cose che non abbiamo visto e non abbiamo fatto. Ma guardando indietro mi sento di dire che questo itinerario era un buon compromesso tra le esigenze mie e di Meryem, ci ha divertito e ci ha fatto pensare. Riuscire a incrociare persone diverse e anche bambini in alcuni giorni del viaggio è stato un valore aggiunto considerevole, che ci ha permesso di assaporare meglio i momenti a due. Mia figlia, nell’estate dei nove anni, si conferma una compagna di viaggio spettacolare. E’ curiosa, adattabile, mai lagnosa: queste doti compensano ampiamente quel certo non-so-che di adolescenza che comincia ad affacciarsi all’orizzonte… 🙂

Per ora è tutto. Grazie ancora a tutti i co-protagonisti, volontari e involontari, del nostro Eurosurfing 2016!

 

Eurosurfing: si parte!


Ancora una volta io e Meryem ci apprestiamo a una vacanza itinerante. Dopo la parentesi del viaggio in Turchia-Kurdistan dello scorso agosto, con compagnia quasi fissa, torniamo all’esperienza del friendsurfing, anche se un po’ riveduta e corretta.

La novità principale è che Meryem è cresciuta molto dalla prima edizione, tre anni fa. Oggi, salendo sul nostro treno notturno per Monaco, porterà anche lei uno zainetto e, in generale, il bagaglio sulle mie spalle si è un po’ alleggerito, in senso letterale e metaforico. Il mio zaino Invicta Ranger però è sempre quello, anche se ormai un po’ malridotto: lo stesso da quando sono adolescente, ancora non ho avuto cuore di sostituirlo.

L’altra novità è che l’itinerario si svolgerà praticamente tutto all’estero, in Germania e in Olanda. Cercheremo però di mantenere lo stesso spirito di visita non completamente turistica e anche questa volta l’itinerario (sia pur con qualche integrazione) è stato costruito a partire da alcuni incontri con amici che si trovano lì per lavoro, studio, scelta di vita.

Sentivo il bisogno di bere una sorsata di Europa, dopo quest’anno difficile, in cui il sogno Schengen che ha accompagnato tanta parte parte della mia giovinezza ha vacillato così fortemente. Ho voglia di guardare qualche piccolo particolare di bellezza, di capire meglio, di passeggiare verso nord.

E Meryem? Per lei sarà il primo interrail. Spero che se lo goda tutto e che apprezzi questa ulteriore opportunità di cogliere la varietà e la ricchezza di questo nostro vecchio continente, un mosaico di minoranze di cui non dovremmo mai dimenticare la magia.

P.S.: Come sempre saremo su Facebook, Instagram e Twitter. L’hashtag di riferimento è #inviaggioconmeryem

Sui gruppi


Quest’anno scolastico di Meryem, concluso brillantemente, è stato per me molto diverso dal precedente e mi ha portato, soprattutto nelle fasi finali, a qualche riflessione. I bambini crescono e i rapporti tra noi genitori finiscono per approfondirsi un minimo. E allora ho iniziato a notare un fenomeno curioso. Se da un lato di scelte relative all’allevamento dei pargoli si chiacchiera molto meno di prima (grazie a Dio, aggiungerei: di grandi dibattiti sui tormentoni della prima infanzia, dal pannolino al numero di parole conosciute, per tacere dell’allattamento e del cosleeping, direi che ne abbiamo tutti abbastanza), dall’altro le conseguenze delle scelte più propriamente educative e, in generale, dei valori che ispirano la quotidianità di genitori e famiglie, si fanno più evidenti.

Un punto mi brucia in particolare, perché per me – probabilmente anche per la configurazione della mia/nostra vita familiare – è assai rilevante. Io amo vedere mia figlia sviluppare una personalità propria, dei gusti suoi diversi dai miei, la incoraggio a fare le sue scelte (e assumersene le conseguenze, in modo proporzionato alla sua età). Ma ci capita abbastanza frequentemente di fare attività in gruppo, soprattutto gite ed escursioni che altrimenti, da sole, non faremmo. Il gruppo a cui ci aggreghiamo è molto diverso da noi, per età ed esigenze, e anche assai variegato al suo interno. Se c’è una cosa di cui sono davvero fiera è che – almeno finora – Meryem sembra aver pienamente recepito un paio di concetti chiave che sono la base della felice convivenza in queste situazioni.

  1. Quando si è in gruppo bisogna adattarsi, essere flessibili, ma soprattutto comprendere che le nostre esigenze personali, gusti, desideri devono necessariamente armonizzarsi con quelle degli altri. Questo non per “fare gregge” o annullare la nostra personalità nella massa anonima, ma semplicemente perché altrimenti qualunque attività abbiamo scelto di fare sarebbe resa impossibile dai guizzi di iniziativa dei singoli.
  2. Prendersi l’onere e la responsabilità di coordinare un gruppo, specie se numeroso, è comunque un compito ingrato, che merita rispetto e gratitudine. I direttori di gita sono più soggetti a errori e critiche degli altri, semplicemente perché si sono messi in gioco a servizio di tutti. Il mugugno e la rimostranza sono ovviamente ammessi, entro certi limiti, ma deve sempre prevalere uno spirito costruttivo e soprattutto la volontà di collaborare alla soluzione dei problemi che, inevitabilmente, si presenteranno. Criticare questo o quel dettaglio è facile, dalla comoda posizione di chi fruisce di un servizio. Ma neanche il genio dell’organizzazione può far funzionare un gruppo i cui componenti non decidano di concorrere alla buona riuscita dell’iniziativa, mettendo almeno a tratti da parte il proprio ego (vedi punto 1).

Dalla nostra posizione di famiglia “scomposta”, probabilmente io e Meryem siamo un po’ meno soggetto a quello che Bregantini (citando Alesina e Ichino) ha chiamato “familismo amorale” (ne parlavo qui): ““In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità”. In questi ultimi mesi mi sono sempre più convinta dell’importanza di difendere quel confine scivoloso di cui parlavo già 5 anni fa: “Mio figlio, se non proprio io, certamente merita di passare avanti in una lista d’attesa di ospedale. Mio figlio, se non proprio io, ovviamente è moralmente giustificato se si avvale di una raccomandazione. E’ tanto un bravo ragazzo. E poi in questo schifo di Paese altrimenti nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto vale. I nostri figli diventano la misura, sballata, di tutte le cose. Qualunque piccolo o grande illecito o abuso che facciamo entrare nelle nostre vite, ci pare molto più accettabile o persino lodevole se fatto per i figli, per assicurare loro un futuro migliore”. Sono passata e passo molte volte per fessa e/o perdente, in questi anni. Ogni volta che faccio un passo indietro, ogni volta che rispetto una regola o una fila, ogni volta che ricordo a mia figlia di farlo anche lei, anche se ha nove anni. Sono profondamente convinta che lei sia meravigliosa e meriti il meglio, certo. Ma il meglio è saper vivere insieme. Il meglio è il bene comune.

P.S. Quella nella foto è Meryem con due amici escursionisti. Potrebbe sembrare una famiglia, ma è “solo” un gruppo.

L’ego della mamma è come l’acqua


Quando frequentavo con una parvenza di regolarità una palestra, millenni orsono, lo facevo principalmente perché ero incappata in un istruttore bravo, con cui mi trovavo. Un giorno lui, che faceva il personal trainer, raccontò una cosa che mi colpì: molte delle ragazze e signore seguite da lui erano convinte, assolutamente a torto, di soffrire di ritenzione idrica. “E invece sono disidratate. Non bevono abbastanza!”. Ora non so dirvi precisamente i termini scientifici della questione, ma il suo punto era che a furia di sentire parlare di ritenzione idrica in tutte le pubblicità e articoli di riviste, frotte di donne avevano falsamente individuato il proprio problema e lo combattevano con zelo come pareva loro meglio (quindi male).

Questo aneddoto mi è tornato in mente oggi leggendo questo bell’articolo di Silvia Tropea. E che ci azzecca?, vi chiederete voi. Ve lo spiego. Alle donne un po’ stagionate (over 40, su) i messaggi, sul web e sulle riviste, lasciano intendere che la nostra autostima abbia un gran bisogno di essere rafforzata. Perché noi valiamo, lo sanno tutti. E sembrerebbe che siamo noi le uniche a non saperlo, a non accorgerci del nostro proprio splendore. Quindi ci va detto. Andiamo incoraggiate a esporci, a credere in noi stesse, a osare, a volerci bene e a non vergognarci di dimostrarlo.

Quando poi arriviamo alla maternità, i messaggi si combinano in formule curiose. Dobbiamo essere attente, ma non abnegate. Dobbiamo essere creative, ma anche simpaticamente imperfette. Dobbiamo splendere, non solo in quanto donne, ma anche in quanto madri, in un giusto mix di tradizione e innovazione. E anche di quanto siamo straordinariamente uniche come madri non dobbiamo vergognarci. Dobbiamo mettercelo bene in testa, ripetercelo di continuo. Non sia mai che cediamo alla tentazione di metterci in ombra.

Ecco, leggendo l’articolo di Silvia mi sorge un dubbio. Ma siamo certe che il nostro problema (assumendo che ne abbiamo uno, si intende) di donne e di madri sia una mancanza di autostima? L’esperienza dentro e fuori dal web mi dice piuttosto il contrario. Vedo donne prese e comprese nel rappresentarsi come madri: madri lavoratrici, madri emancipate, madri tradizionali di ritorno, madri intellettuali e documentate, madri empatiche, madri consapevoli di se stesse come donne. Madri, madri, madri. C’è chi “lo fa per gioco, c’è chi lo sceglie di professione”. Ma alla fine la tentazione numero uno , qualunque sia il nostro stile genitoriale (io ho citato quelli che mi sono più consoni, naturalmente), resta la stessa: che il nostro ego, ben lungi dall’essere sminuito, cresca e si esprima a dismisura, anche e soprattutto a scapito dei figli.

Allora vi dirò una cosa. Noi valiamo. Noi dobbiamo volerci bene e apprezzarci. Ma l’amore per gli altri, a partire da quello per i figli, dovrebbe sempre restare nella lista delle nostre priorità e orientare le nostre scelte concrete. A costo di fare, almeno una volta ogni tanto, un discreto passo indietro.