Colazione da Tiffany con una ragazza moderna


Oggi la nostra lista ci ha riservato due attività: giochi vari (Yatzee, backgammon e mezza partita di Monopoli) e serata cinema. Per l’occasione abbiamo fatto i popcorn e ci siamo concesse Pringles e Coca Cola.

Avevamo convenuto di vedere un classico: Colazione da Tiffany. E così è stato. Premetto che anche io me lo ricordavo meglio. Peraltro davvero non ricordavo il lieto fine (forse perché nel romanzo non c’è e la mia lettura è più recente della visione). Ma certamente non mi aspettavo da mia figlia tanta indignazione.

“È il film peggiore che abbia mai visto. È offensivo!”. Perché? “Perché lei siccome è bella fa la stupida e lui si crede superiore a lei. Ecco, lo senti? Ha detto proprio ‘mi appartieni’!”. Io ho provato senza convinzione a perorare la causa del romanticismo, ma la mia millennial mi ha stroncato: “E che romanticismo sarebbe? Ti sembra che lui la consideri al suo stesso livello? Ma dài. Piuttosto che stare con uno così, meglio niente”.

Non saprei onestamente darle del tutto torto. Affascinante quanto si vuole, l’eterea Audrey, ma non si può esattamente considerare un esempio di empowement femminile.

Se penso a quanto ho sospirato da ragazza su questo film… “Ma nel senso che avresti voluto essere lei?”. Chiede mia figlia, sinceramente sbigottita. Beh, il tubino nero, l’innata eleganza, lo charme, le paturnie… Suvvia, certo. “Con tutto il rispetto, mamma, non mi meraviglia che tu oggi stia messa così”. Così come? No, non lo chiedo. Cerco piuttosto di chiudere con una nota di ottimismo: Figlia, sono ragionevolmente certa che nella vita sarai più felice di me. “Oddio, non è che ci voglia molto”. Non avevo chiesto, però, non è giusto.

Mantenere la distanza di sicurezza


Improvvisamente mi trovo un intero Paese che si affanna a sperimentare modi creativi per fare quello che cerco di fare da almeno un anno, nell’educazione di mia figlia e nelle relazioni in genere: mantenere la giusta distanza.

Vivo insomma immersa in un’immensa metafora. Troppo vicino, troppo lontano. Troppo presente, troppo assente. Troppo espansiva, troppo distaccata. Sono mesi che oscillo, soprattutto da madre, tra questi poli. Salvo brevi ed episodici intervalli, mi pare di essere costantemente alla distanza sbagliata da questa meravigliosa dodicenne, che vuole fare da sé, ma vuole anche essere appoggiata al bisogno, che sente l’urgenza di essere coccolata giusto la sera che io vorrei chiudermi in camera al buio, che ha bisogno di parlare quando io sono in trasferta, tra una riunione e l’altra. Ma se poi in un sabato stranamente libero come oggi le propongo di fare qualcosa insieme, mi dice che in realtà pensava di fare una passeggiata con un’amica (una di quelle che in questi giorni di scuole chiuse pascola ore e ore a casa mia) e al limite di studiare un po’.

Adesso non sono solo io a sentirmi fuori posto e a esitare tra opzioni diverse. Lavorare da casa si può? Si deve? Sarà il caso di annullare una festa di compleanno? E una cena con due amiche?

Vado al museo, approfittando della subitanea sparizione dei turisti? Io alla tentazione di andare a S.Pietro a guardarmi la Pietà senza neanche un minuto di fila ai controlli non ho resistito. Ma la gita lampo a Firenze che avevo seriamente considerato per oggi, alla fine non me la sono sentita di farla. Un po’ per la spesa, un po’ per lo scarso entusiasmo di Meryem, ma un po’ anche perché mettersi proprio a viaggiare compulsivamente non mi pare coerente con quel minimo di buon senso che è richiesto a noi cittadini.

La verità però è che su come educare i figli sono stati scritti mille manuali – che non servono naturalmente né a evitare errori né tanto meno a sapere cosa fare nelle diverse circostanze, ma almeno a posteriori aiutano a capire perché hai sbagliato (perché tanto si sbaglia, l’ho già detto?). Invece su come vivere in un tempo di epidemia, c’è poca bibliografia e tutta piuttosto datata.

Dare tutto


“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Fin da piccola questa frase biblica e evangelica mi è familiare e fino a stasera ho sotto sotto dato per scontato che fosse un effetto retorico, una ridondanza espressiva.

Stasera improvvisamente, dopo una lunga sessione di confronto con mia figlia, ho colto tutta la ricchezza semantica dell’espressione. Oggi davvero ho, in piena consapevolezza, amato con il cuore, come è facile che sia, ma facendo appello a tutte le capacità della mia mente e anche alla mia anima, per lasciarmi ispirare nella creatività della relazione con lei.

Che un figlio tocchi il cuore è una banalità e una legge di natura. Che fare il genitore richieda molto lavoro di mente e ogni forma disponibile di intelligenza pure non è una novità. Ma davvero questa ragazza terribile e straordinaria che è mia figlia è anche padrona della mia anima. Cosa sia l’anima esattamente non saprei spiegarlo stasera se non così: quella terza parte di me che ama Meryem con tutta l’intensità possibile.

Mediazioni di settembre


Le pile di libri scolastici sono ancora sul pavimento del salone. Mi ha assicurato che quest’anno sarà più ordinata e che a un certo punto li sposterà. Del resto la sua camera ha bisogno di un restyling, non ha mica più 11 anni (ne ha 12).

Come distinguere quello che mi esaspera perché è un atteggiamento da correggere da quello che mi esaspera perché lei è diversa da me? Togliersi tutti i compiti subito è riposare dopo è necessariamente meglio di riposare prima di studiare? I miei dubbi si sprecano, in questa genitorialità esercitata anche via Whatsapp.

Ha 12 anni, mi dice qualche madre di adolescwlente vero, non ti illudere. Il bello deve arrivare. Finché non arriva mi godo la sua premura, la sua dolcezza, la sua risata senza ombre.

Certe volte si discute, certo. E io a volte parto per la tangente. “Ma come ci siamo arrivate a parlare di questo?”, mi interrompe lei a un tratto. E io, che mi ero sentita brevemente illuminata, mi rivedo nelle vesti di vecchia rimbambita che parla da sola.

Tre madri. 1) Quella testarda


P. è snella e elegante, ha gli occhi truccati con cura e i capelli raccolti. Entrando domina lo spazio intorno a sé, si siede con grazia e sorride. Non c’è rabbia né durezza nel suo racconto. Solo la tranquilla determinazione di chi ce l’ha fatta. Il vero viaggio P. l’ha iniziato da bambina. Rimasta orfana dei genitori, la nonna la promette in sposa, ma lei si rifiuta. “Sono testarda”, ripeterà spesso nel suo racconto. Quella prima testardaggine la porta a vivere da sola per le strade di una metropoli africana più o meno all’età di mia figlia, 12 o 13 anni. Si mantiene facendo lavoretti di sartoria e vendendo qua e là prodotti vari.

Anni dopo viene avvicinata da una maman. Le offre di andare in Europa a lavorare guadagnando meglio. Ingenuamente accetta. Si ritrova in Libia, nel ghetto degli africani. È un mercato anche quello. La maman la vende a un uomo che la deve introdurre al mestiere. Per sei mesi si rifiuta. Poi deve cedere, ma ha in mente di scappare alla prima occasione. Conosce J., un “cliente gentile” che le promette di aiutarla, le dice di avere pazienza ancora un poco. Intanto P. resta incinta di J., il suo amore romantico in un ghetto di squallore. La cosa è evidentemente incompatibile con il lavoro: chiamano un medico per farla abortire. Ma P. non è disposta ad accettarlo e, disperata, si dà alla fuga.

I libici la catturano e finisce in carcere. Una di quelle carceri su cui le Nazioni Unite scrivono i rapporti. Su quelle pagine che non si riesce a leggere fino in fondo è scritto meno della verità. P. viene violentata da uno o più soldati, notte dopo notte. Anche se è incinta. Una notte i soldati sono ubriachi, o forse drogati. Riesce a rubare il telefono e comporre il numero di J., che ricorda a memoria. Lui riesce a trovare i soldi necessari a pagare le guardie per la sua evasione. La nasconde di nuovo nel ghetto, in attesa dell’occasione di imbarcarsi. Perché J. i soldi li fa così: organizzando carichi di disperati. Questa volta però si imbarcherà anche lui.

Ora P. pensa che J. forse non fosse un principe azzurro. Forse voleva usarla per avere i documenti e, chissà, magari l’avrebbe sfruttata anche in seguito. “Ma non riesco a togliermelo dalla testa. È comunque il padre di mia figlia…”, sente il bisogno di giustificarsi. E comunque J. è annegato quando il loro barcone si è capovolto. P. non sa nuotare. Dio e gli italiani hanno salvato lei e la sua bimba dagli occhi grandi, che nascerà poco tempo dopo lo sbarco.

“È molto intelligente”, dice P. fiera. Domani comincia un altro capitolo. Un nuovo lavoro come cameriera, presto l’uscita dal centro d’accoglienza. Avanti, solo avanti. “Ce la faremo. Sono testarda, io”.

Uguali


“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Se leggiamo questa frase così, in automatico, specialmente in questi giorni di commemorazioni, immagino che nessuno abbia obiezioni sostanziali. 

Credo che sappiamo tutti, però, che non è così. Non tutti gli esseri umani nascono liberi e tanto meno uguali in dignità e diritti. Certe volte, in questi giorni (non più tardi di ieri sera) mi sono chiesta se davvero vorremmo essere uguali agli altri. Perché alla fine nascere privilegiati in sostanza è proprio questo: avere molto di più degli altri, indiscutibilmente. Io credo che quando parliamo di diritti umani, con le migliori intenzioni, fondamentalmente intendiamo che gli altri, tutti gli altri, dovrebbero aver diritto (idealmente) a un minimo, posto che noi evidentemente abbiamo assai di più.

In Italia negli ultimi 13 mesi sono nati due bambini. Una, che chiameremo Maryam, è nata in Sicilia, poco dopo che la sua mamma, Hope, è stata soccorsa nel Mediterraneo. Il suo fratellino invece è nato a Roma, di 30 settimane, alcuni giorni fa. E’ ancora in terapia intensiva neonatale.

Su questo blog ho incontrato e fatto amicizia con tante madri, anche con qualcuna che ha avuto l’esperienza di una nascita prima del termine, delle ansie e delle oggettive difficoltà che ne derivano. Però nessuna di quelle mamme, incinta di sette mesi, si è sentita dire che doveva passare la notte per strada, per giunta con una bambina di 13 mesi. Nessuna ha visto il padre dei suoi figli dormire lui per strada, per mesi, perché il sistema di accoglienza, che infine li ha espulsi e basta, considera una pretesa eccessiva che due genitori vivano insieme, con i loro bambini piccoli. 

Maryam a 13 mesi probabilmente non ha avuto un’esperienza paragonabile a quella di mia figlia alla stessa età. Sua madre non ha avuto un’esperienza lontanamente paragonabile a quella mia o delle mie amiche che hanno avuto figli. Anche soprassedendo sulla sua esperienza precedente e soffermandosi solo sulla maternità, credo di poterlo affermare con certezza. Io e Hope non siamo uguali in dignità e diritti.

Immagino come commentereste qui se vi raccontassi che mia figlia, a 13 mesi, è stata buttata in mezzo a una strada una notte che aveva la febbre. Se vi dicessi che gli assistenti sociali mi hanno detto che purtroppo anche se alcuni posti ci sono, io non rientro più tra quelli che possono accedervi.  Delle regole debbono pur esserci e su queste la maggior parte degli italiani sono d’accordo.

Hope ha un permesso di soggiorno valido e così suo marito, ma questo non dovrebbe neppure essere necessario precisarlo. Se pure non lo avesse, questo non toglierebbe alcunché alla sua natura di essere umano. Come pure non dovrebbe essere rilevante dire la nazionalità di Hope, la sua religione, il colore della sua pelle. Non dovrebbe essere rilevante se nella sua vita ha commesso reati (non ne ha commessi), se ha pagato o meno le tasse dovute (le ha pagate).

Tutti gli esseri umani vuol dire tutti. Io mi chiedo davvero se ci rendiamo conto del significato letterale di quella frase.

Il nostro Parlamento ha votato una nuova legge che rende le persone un po’ meno uguali, certamente in diritti e sicuramente anche in dignità. Una legge che rivela una visione del mondo che divide con enfasi in vincenti e perdenti, in cui la paura di cadere tra i perdenti rende molti di noi sempre più meschini e cinici. Così perdiamo quasi tutti e finiamo per affocare nel mare di bugie pietose che ci raccontiamo tutte le mattine.

Ho sempre creduto che la dignità degli altri sia il fondamento della mia libertà
Melania Mazzucco, Io sono con te

Rispetto


Ieri alla prima riunione della nuova scuola di mia figlia è successo un episodio un po’ sgradevole, che mi ha fatto riflettere. Non vi parlo dell’episodio in sé, ma vorrei condividere invece qualche riflessione che ne è nata.

Ogni genitore consapevole sa benissimo che l’uso del telefono, e dei social in modo particolare, è un banco di prova rilevante rispetto all’educazione dei nostri figli. E secondo me non soltanto per la potenziale pericolosità per sé e per gli altri, ma per le sfide che pone – anche a un adulto – avere costantemente a portata di mano un apparecchio simile: gestione del tempo, dell’attenzione, in qualche caso anche del budget, ma soprattutto delle relazioni.

E qui viene il mio punto. Io temo che l’uso dei social abbia in qualche modo cambiato non tanto e non solo le nuove generazioni, ma noi genitori. Discutere su Facebook e su Whatsapp ha forse privato alcuni di noi del saggio principio di pensare prima di parlare, di rapportarsi in modo differente se ci rivolgiamo a un’amica di infanzia o a una persona che incontriamo per la prima volta, ma anche in base alla gravità dell’argomento, al contesto, all’età dell’interlocutore e via discorrendo. Sui social un commento vale l’altro, una voce vale l’altra e l’identità è ridotta a una minuscola immagine di profilo. Questo evidentemente non autorizza, anche nei social, a dimenticarsene. Ma in qualche modo il fluire delle conversazione tende a prescindere dagli interlocutori.

Porsi nel modo più adeguato nei diversi contesti e avere sempre rispetto del proprio interlocutore, nella forma più pertinente (scelta del linguaggio, tono di voce, persino silenzio se è il caso) è esattamente il centro di quello che sto cercando di insegnare a mia figlia in questa fase. Così come la cura delle relazioni, che è il vero cuore della sua crescita in questo momento. Perciò sono contenta che lei si confronti con me per parlare di discussioni, litigi, incomprensioni con gli amici. Parliamo ovviamente anche del linguaggio e del peso che ha.

Ma considererei un grande fallimento se mia figlia, pur convinta di essere nel giusto, apostrofasse un gruppo di persone appena conosciute con i toni con cui io e altri genitori siamo stati apostrofati ieri (no, non da una docente, grazie a Dio). Perché fare delle accuse alla cieca, anche in buon italiano e senza parolacce, significa mettersi su un piedistallo e non avere alcun rispetto del proprio interlocutore.