Cadute di stile

Stamattina mi è stato segnalato l’articolo che illustra il post e il primo impulso è stato ignorarlo. Parla della scuola di mia figlia e di una questione che ho cercato di approfondire, soprattutto (ma non solo) negli ultimi due giorni, anche perché la sanzione disciplinare di cui si parla interessa anche Meryem. Ma poi l’ho letto e credo non sia del tutto ozioso condividere con voi alcune considerazioni.

Prima vi chiarisco il mio punto di osservazione, per dir così. Sono madre di una quindicenne che ha partecipato all’occupazione della sua scuola. Ne abbiamo parlato, e ho ritenuto, per le motivazioni che mi portava e per il suo percorso complessivo, di non vietarle di partecipare. Aggiungo che Meryem quest’anno è rappresentante della sua classe e io sono rappresentante dei genitori. Non per una strategia di presenzialismo familiare, ma perché nonostante le plurime delusioni vissute continuo a credere che interessarsi e partecipare nella scuola sia importante e, soprattutto laddove tutti si tirano indietro, sia anche una responsabilità. Responsabilità direi che è la parola chiave di questo post e forse mi azzarderei anche a dire che è uno dei valori che ritengo particolarmente importante trasmettere a mia figlia.

I fatti 

Dopo l’occupazione gli studenti, non ritenendo giusto che le responsabilità dell’occupazione ricadessero solo sui pochi che risultavano formalmente organizzatori, hanno preparato un documento dove chi aveva partecipato all’occupazione poteva firmare per esplicitare la propria adesione. La raccolta delle firme, che erano circa 500, è stata portata alla Preside dai rappresentanti degli studenti l’ultimo giorno prima delle vacanze. 

A gennaio si è tenuto un Collegio dei Docenti in cui, preso atto della raccolta firme, si è concluso  che la Preside, a coloro che avevano dichiarato di aver partecipato all’occupazione, emettesse in questo Primo Quadrimestre un richiamo scritto ( cd richiamo scritto del Dirigente Scolastico), cioè  una nota disciplinare del DS sul registro elettronico, e si prevedesse l’esclusione dai viaggi di istruzione e la partecipazione per 3 giorni al Progetto Colori. Il Progetto  Colori è un progetto creato dopo l’occupazione dell’anno scorso che prevede la ripittura e la riqualifica dei muri della scuola sotto la supervisione di una docente di storia dell’arte.

Sono cominciate a arrivare le prime note e – qui la fonte è la rappresentante dei genitori al consiglio di istituto, che conosce la giornalista di Repubblica autrice dell’articolo – un genitore, che ha voluto rimanere anonimo, ha mandato alla redazione la nota ricevuta dal figlio/dalla figlia, denunciando l’assurdità del provvedimento.

E qui faccio io qualche considerazione.

Non ho maturato, in questi due anni, una particolare stima per la dirigenza della scuola di mia figlia, che mi pare piuttosto rigida e improntata allo… scarico di responsabilità, più che alla promozione di scelte educative sensate. In questo caso particolare, penso che sarebbe stata auspicabile un po’ di comunicazione con le famiglie (la decisione del collegio dei docenti ad esempio poteva essere condivisa con i rappresentanti dei genitori) e magari dei toni un po’ diversi nel comminare la sanzione, onde evitare l’inevitabile effetto collaterale di trasmettere il messaggio che solo i fessi che si sono assunti la responsabilità saranno puniti e dunque i furbi che non l’hanno fatto risultano vincenti.

Tuttavia sono anche convinta che la sanzione ci dovesse essere: l’occupazione non è un’attività ricreativa ed è giusto che se si sceglie di violare le regole (fosse anche per una causa ritenuta importante) lo si faccia disposti ad assumersene le conseguenze. Peraltro, a parte i viaggi di istruzione che continuo a credere che non dovrebbero essere considerati un premio da meritarsi, ma parte integrante della didattica – e tuttavia su questo anche molti docenti la pensano di fatto come la dirigente e anche il modo in cui sono organizzati smentisce talora la mia convinzione – stavolta la “punizione” mi pare sensata, proporzionata e infatti gli studenti che hanno firmato non ne sono affatto turbati. Peraltro i loro rappresentanti li hanno informati regolarmente e tempestivamente di tutti i passaggi tramite chat e collettivi vari.

Temo che la figura peggiore in questa vicenda la facciamo noi genitori. Tra chi minaccia denunce perché il documento firmato da minorenni non ha valore legale, chi sostiene che suo figlio/a è stato costretto a firmare con la violenza e chi chiama conoscenti per fare pubblicare anonimamente notizie fantasiose, o quanto meno abbastanza distorte, il quadretto che se ne ricava è decisamente poco edificante.

Incidentalmente, mi fa specie che Raimo, di cui ho in generale una certa stima, si sia lanciato (ammesso che sia vero, poi, e che le parole siano davvero sue) a denunciare che l’attività proposta sarebbe addirittura in contraddizione con ogni principio pedagogico. Suvvia. A me pare molto più in contraddizione con i principi pedagogici insegnare ai nostri figli che in fondo nulla comporta alcuna responsabilità, che rivendicare la propria adesione a una protesta è da idioti, che si possono aggirare eventuali sanzioni facendo la voce grossa e chiamando gli amici giornalisti per ridicolizzare chi non li ha.

I ragazzi, sia pure nell’ingenuità della loro età, un po’ di politica provano a farla. Condividere le decisioni come gruppo, perdere tempo e fatica per informare il più possibile i partecipanti attraverso i rappresentanti di classe e assumersi le conseguenze delle proprie azioni (gli studenti hanno organizzato di loro iniziativa una colletta per contribuire a riparare i danni dell’occupazione) mi paiono tutti atti politici, in cui il concetto di bene comune pare avere un peso.

Noi genitori al contrario ci siamo ricordati di avere dei rappresentanti solo per “chiedere conto” della nota arrivata sul registro a nostro/a figlio/a e poi qualcuno, non ritenendo realistico ottenere riparazione al torto attraverso la strada della class action, ha ritenuto più efficace attivare le proprie conoscenze facendo uso personale di un quotidiano nazionale (che si presta a pubblicare una non notizia, senza praticamente nessun approfondimento). In ciascuna di queste azioni si riflette tutto lo squallore che io continuo a sperare che non sia una deriva inevitabile.

E forse non lo sarà, se non calpestiamo il positivo che viene dai nostri giovani, ma magari lo aiutiamo a venir fuori e a crescere, strappando qualche erbaccia che lo soffoca. Io credo che questo sarebbe il nostro preciso dovere di genitori, di insegnanti e di cittadini in generale. Certo, è un lavoro molto più faticoso di fare i tifosi, i sindacalisti o gli addestratori dei nostri figli. Ma questo ci è richiesto.

2 pensieri riguardo “Cadute di stile”

  1. Guarda non conosco nello specifico i fatti, ma qui nella scuola dei miei figli a Bruxelles, per un motivo completamente diverso, abbiamo avuto UN papà che unilateralmente ha deciso di chiamare la stampa per “denunciare” una decisione riguardo il dopo-scuola che era ancora in corso di contrattazione e martedì prossimo ci sarebbe stata anche un’assemblea aperta a tutti, con tutti gli attori presenti… ma ovviamente è saltato tutto. Da un lato mandiamo i figli a scuola per imparare a conoscere le materie ma anche soprattutto la società e la socialità, dall’altro ci comportiamo come se la scuola dovesse seguire LA NOSTRA idea di società e socialità. Sono andato fuori tema, ma manco troppo. Comunque sottoscrivo ogni concetto espresso: dal rispetto e fiducia alle scelte politiche dei figli, alle responsabilità assunte e alla deriva che sta appiattendo il nostro paese (lo dico da expat ormai) sempre di più. Ti leggo sempre con piacere, buon 2023!

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