Noi, loro


Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Certamente. Ma è anche vero che per far cadere un albero ci vuole pochissimo tempo, per farlo crescere molto molto di più. Quindi non si tratta solo di rumore, si tratta di danneggiamento del lavorio paziente di tanti altri.

La fiducia necessita di tempi lunghi. Ma per la diffidenza basta un attimo.

Tutto questo per dire che viviamo dei tempi difficili, in cui credo davvero che se non siamo nella posizione di migliorare le cose almeno sarebbe nostro preciso dovere non peggiorarle. Se non possiamo far sentire meno isolato e additato il capro espiatorio di turno, almeno dovremmo astenerci dal dare manforte a chi moltiplica la violenza.

La violenza fisica è solo l’ultimo anello di una lunga catena che costruisce per alcuni una posizione di inferiorità. Argomenti apparentemente razionali, spesso suffragati da sondaggi e numeri, ma che in realtà servono specialmente ad argomentare una diversità sostanziale, che giustifica “le maniere forti”. Una connessione tra una categoria di persone generica (e per generica intendo banalmente che include centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di singoli individui), a prescindere da cosa il singolo membro della categoria sia o faccia, e un’alterità, una sostanziale estraneità.

Loro. Loro pensano che. Loro vogliono. Loro. Non noi. Contro di noi. Non saremo disposti a tollerare che loro… Non c’è posto per loro, non cederemo di un millimetro. Anche se quei loro, finché qualcuno ce l’ha fatto notare, erano solo i miei vicini di casa, i compagni di classe di mia figlia, le persone che incrocio ogni mattina per strada.

Ieri un giurista di cui ho immensa stima, Lorenzo Trucco, ci ha ricordato ciò che scriveva Norberto Bobbio nel 1992 su La Stampa. Lo ricordo anche a voi, perché ci riflettiate con me.

L’essenza della democrazia è esattamente l’opposto del razzismo. Nonostante la continua sofferenza di essere costretti a vivere in una democrazia sgangheratissima come la nostra, non ci stancheremo mai di mettere in evidenza i pregi dello stato democratico, malgrado le sue magagne, rispetto a tutte le forme di governo. Democrazia e razzismo, in tutte le sue manifestazioni, sono incompatibili per almeno due ragioni.

La democrazia è fondata su valori universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’altro, la tolleranza, e soprattutto la non violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, anche violento.
In secondo luogo la democrazia è inclusiva, nel senso che tende ad includere coloro che stanno fuori per allargare ad altri i propri benefici.

Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso ad oggi, è stato un processo graduale d’inclusione dei diversi.
Il dispotismo è esclusivo: tende, se mai, a escludere i già inclusi.
Naturalmente non si può includere tutto e tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, ma una democrazia non può essere “esclusiva” senza rinunciare ad essere una “società aperta”, ossia senza negare se stessa.

 

Due cose che devo proprio dire


Chi mi conosce lo sa. Quando sento parlare il nostro attuale ministro degli Interni (o ne leggo le dichiarazioni) perdo di lucidità. Per questa ragione cerco, con scarso successo, di non commentare troppo quello che dice e quello che fa. Però due cose le devo commentare per forza, anche perché sento ormai riecheggiare le sue parole nei luoghi che frequento, ripetute e amplificate dalle bocche più insospettabili. Io so bene che nessuna campagna, neanche questa pur bellissima e coraggiosissima che stiamo caparbiamente portando avanti in tutta Italia, può granché contro quello che, ripetuto ogni sera in televisione, diventa verità anche solo per sfinimento di ascolto passivo. Figuriamoci un post di Chiara Peri.

Però concedetemi due citazioni e due commenti.

«I dati indicano che, nel 2016, i flussi di migranti della rotta balcanica occidentale sono diminuiti dell’86 per cento, quelli della rotta balcanica orientale del 72 e, al contrario, quelli del Mediterraneo centrale aumentati del 18. Questo significa che lo sforzo finanziario assunto dall’Europa con la Turchia, 6 miliardi di euro, ha consentito di arrestare di fatto il flusso dai Balcani e che la partita si gioca dunque di fronte alle nostre coste. Bene. C’è un ulteriore dato che indica come il 90 per cento dei flussi del Mediterraneo arrivi dalla Libia. E questo consente di focalizzare ancora di più l’origine del problema»
La “partita” a cui si fa riferimento suona come una specie di partita a Risiko. Mi pare ovvio che il Ministro consideri un successo l’arresto del “flusso dai Balcani”, anche se è stato uno sforzo finanziario. Denaro ben speso, pago pretendo. Ma ci ricordiamo di chi era composto quel flusso? Migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalle bombe. Quel flusso oggi non arriva più, eppure il Siria si continua a morire. Oggi una mia collega ha accompagnato dal Papa un bambino, una goccia di quel flusso, che ha perso il papà a causa di una bomba. Di questo si parla, non di una nube tossica. E quell’impegno finanziario scellerato, di cui non si riesce neanche a sapere con chiarezza chi si è preso la responsabilità, non si limita a bloccare milioni di rifugiati in Turchia, il paese che da solo già ne ospita un numero più alto di tutta l’Europa impastata insieme. No, quell’impgno finanziario rimanda indietro chi è arrivato e soprattutto sigilla i confini di un paese in guerra che noi, con la nostra crescente esportazione di armi, contribuiamo con ogni probabilità a tenere ben viva.
Ma il flusso dalla Libia, mi direte, è tutt’altro. Vero. Ma non è meno urgente, disperato e sacrosantamente legittimo. Vedo sopraccigli che si alzano. Ok, possiamo discuterne, in un altro momento. Però una cosa è certa. Il “flusso” dalla Libia non è composto di libici. Quindi non insultiamo la nostra intelligenza dicendo che l’origine del problema è in Libia. L’origine del problema è nei conflitti, più o meno dimenticati, nelle dittature che spesso ci conviene appoggiare, nelle carceri sotterranee di cui tanti amici africani mi parlano, nella corruzione che si mangia tutto, nella rapina sistematica a cui pochi potenti sottopongono un continente intero, le sue risorse naturali, il suo ambiente. In Libia, semmai, è la presunta soluzione del “problema”. Una soluzione che sa di violenza, di detenzione, di tortura. L’abbiamo già visto questo film. Non fraintendetemi, la pace il Libia sarebbe una cosa meravigliosa e sacrosanta. Anche lì c’è un popolo che soffre. Ma non mi convincerete mai che la via per la pace passa per la violenza riservata a altri per compiacere chi paga per il servizio.

«Le statistiche ci dicono che i reati, tutti i reati, sono in diminuzione, ma la sicurezza non è una statistica, è un sentimento. E il sentimento di insicurezza avvertito dai cittadini non va mai sottovalutato»
Questo per me è il punto più grave. Il sentimento di sicurezza non si contrasta inasprendo le misure di sicurezza contro chi qualcuno percepisce essere pericoloso, adottando misure di urgenza che non trovano alcuna giustificazione in quel che accade davvero. Il sentimento di sicurezza si costruisce con l’educazione, con la bellezza, con le iniziative che creano rapporti di rispetto, amicizia e solidarietà tra vicini di casa, concittadini, colleghi, compagni di scuola. Ricucendo quello che le trasmissioni della televisione, con le loro urla scomposte, non fanno che distruggere: la coesione sociale, la comune cittadinanza. Sono processi lunghi, i cui risultati numerici non si portano a casa in poche settimane. Certamente contare le espulsioni, legittime o meno che siano (nella sostanza, quando non proprio nella forma), è più facile e fa un effetto migliore sul momento. Ma tutta questa violenza implicita o esplicita che frutti porterà? Se crea sentimenti, dubito che siano buoni sentimenti. Qualche sentimento lo vedo ogni tanto negli occhi di chi queste violenze già comincia a subirle (e che un po’ le ha sempre subite, diciamocelo): paura, rabbia, umiliazione, vergogna, frustrazione, esasperazione. Un sentimento di sicurezza non l’ho visto mai.

La metafora del tram


Voi mi dovete scusare se è molto che non scrivo. Non è che non ho nulla da condividere, anzi. La verità è che in queste settimane ho pensieri densi, aggrovigliati e piuttosto cupi e non riesco del tutto a trovare il bandolo della matassa. Certo, potrei parlare d’altro. C’è sempre molto altro di cui scrivere e sono certa che anche a voi piacerebbe leggerlo, quel nostro altro: Meryem che canta, la primavera che esplode, il roseto comunale che ha riaperto. E Roma, Roma, Roma. Però non posso fare a meno di scrivere di cose meno piacevoli.

L’altra mattina ero su un tram moderatamente affollato e ho avuto una specie di folgorazione. Non so se avete presente i tram di Roma (e anche alcuni autobus, a dire il vero), che per qualche misterioso motivo lasciano lunghi tratti del corridoio sprovvisti di qualsivoglia appiglio per chi viaggia in piedi, a parte lo schienale dei sedili. Chi è salito prima e si è seduto – o è riuscito a farsi cedere il posto – ha una percezione dello spazio del tutto diversa. Per il fatto di esserci seduto sopra, quel posto è diventato il suo posto. Ci poggia intorno borse e buste. Allarga le braccia, appoggia la schiena allo schienale. Ecco, lo schienale. Su quello schienale talora si aggrappano le mani del viaggiatore in piedi, del viaggiatore senza posto a sedere. Il viaggiatore seduto sbuffa, prima impercettibilmente, poi più convintamente. Il viaggiatore in piedi ogni tanto stacca le mani, improvvisando ardite pose da surfista, salvo poi riaggrapparsi precipitosamente alla prima frenata. Altro sbuffo. E poi capita che la tracolla della borsa del viaggiatore in piedi scivoli dalla sua spalla e vada a toccare il braccio del viaggiatore seduto. Questo supera il confine di quello che il viaggiatore seduto tollera e in genere a questo punto scatta la protesta verbale.

Perché vi racconto tutto questo? Perché questa situazione, pur comprensibile e anche frequente, è illogica: il viaggiatore seduto non ha pagato di più di quello che viaggia in piedi, non ha meriti particolari e naturalmente il posto che occupa e rivendica, ampliandone via via i confini, non è affatto suo. Soprattutto, si potrebbe vedere la cosa da un punto di vista del tutto diverso: i passeggeri di quella vettura sono un’unica comunità viaggiante e se cooperano tra loro tutti se ne avvantaggiano. Se il viaggiatore seduto fa posare le borse voluminose anche a chi sta in piedi nel “suo” spazio, si sta tutti più larghi e comodi. Se i viaggiatori in piedi si scambiano di posto per facilitare il passaggio di chi deve scendere, le porte si chiudono prima e si riparte senza ritardo, con vantaggio di tutti. E così via. Questa piccola ordinaria solidarietà, meglio se anche sorridente, si verifica continuamente, sui mezzi pubblici di Roma (ed è uno dei motivi per cui continua a piacermi usarli).

Ecco, stasera per parlare di politica nazionale e internazionale potrei cavarmela con questa metafora. Ma una cosa devo aggiungerla, a costo di appesantire il post. Vedo con sgomento moltiplicarsi l’insofferenza, l’aggressività, persino la violenza vera e propria. Vedo soprattutto aumentare i silenzi, le alzate di spalle, l’indifferenza. Capisco la tentazione di farsi i fatti propri, di non immischiarsi, specialmente quando si ha la sensazione che persino noi abbiamo tutto da perdere difendendo chi, per ora diverso da noi, viene attaccato. Io stessa ieri, davanti a un poliziotto in borghese che mi sbraitava addosso senza apparente motivo, ho preferito risalire in silenzio sul mio tram e non vedere come sarebbe finita per un gruppetto di trenta ragazzi africani che venivano accerchiati di un numero sproporzionato di poliziotti in tenuta antisommossa. Non ne vado fiera, anche se rimanendo non avrei cambiato le cose.

Alla fine tutti, a cena o al bar, nella tranquillità del nostro salotto o nel corridioi di scuola, troviamo più comodo annuire distrattamente e non contraddire chi ripete, magari in buona fede, quello che sente ogni sera il tv. Perché quel qualcuno è un amico, un conoscente, tuo suocero, il tuo giornalaio, il tuo barista, la signora gentile che porta a spasso il cane nel parco sotto casa tua. Perché polemizzare?

Però bisognerebbe dirlo che così facendo stiamo accettando tutto. Attacchi vigliacchi e insinuazioni contro chiunque, commenti apertamente razzisti, retate, leggi che teorizzano che il decoro viene prima di tutto e che la povertà si combatte allontanando i poveri dai centri storici. E così ieri è morto un uomo, un uomo senegalese di 54 anni, nel corso di un’operazione che anche oggi viene celebrata come un grande successo di ripristino della legalità e della pulizia. Magari è stata una tragica casualità. Magari non c’è nessun rapporto tra la retata e la morte di quell’uomo, stremato da una vita di stenti e di esclusione. Però poche ore dopo i 30 ragazzi sconvolti e indignati per l’accaduto si sono visti schierati davanti un numero spropositato di uomini armati. E nella celebrazione del grande successo per l’operazione ci si poteva aspettare di trovare una pubblica espressione di cordoglio per la perdita di un concittadino, di una persona che viveva in questa città da molti anni, con fatica.

E intanto qualcuno suggerisce che distribuire pasti per i senza tetto aumenta la spazzatura parchi e quindi bisognerebbe evitare di farlo, almeno la sera, per non sovraccaricare di lavoro il servizio giardini.

Tutti abbiamo diritto a una città più bella e più pulita. Ma quel “tutti” comprende anche chi, per potersela godere, dovrebbe avere anche accesso a una vita dignitosa e vivibile quanto la nostra. Questo risultato non si ottiene né con le retate, né insinuando che chi è emarginato un po’ se l’è cercata, come usa fare ora più che mai.

Chi puzza, chi non rientra negli schemi, chi non si adegua, chi non capisce, chi non sa compilare un modulo, chi non ha i requisiti richiesti è un fastidio, per tutti noi e per chi ha la responsabilità di governare. Dei secondi e della loro vigliaccheria oggi non mi va di parlare. Ma almeno noi, che siamo seduti su quel sedile del tram, pensiamoci due volte prima di sbuffare. Perché magari sul prossimo tram che prenderemo troveremo tutti i posti occupati.

 

Pensieri sulle donne


8 marzo, domani. Fin da questa mattina su Facebook si anima il dibattito: sciopero sì, sciopero no, sciopero come, sciopero perché. Non mi appassiono. Forse non è il momento, non tocca le mie corde di oggi. Alla grande manifestazione contro la violenza sulle donne non solo sono andata, ma ho portato Meryem. La mia più grande sfida personale, su questo terreno, è la sua educazione. Quella che più mi impensierisce. Sarà mia figlia a esprimere in un modo o nell’altro, attraverso le sue scelte e il suo futuro, cosa davvero penso della parità di genere. Cosa le ho fatto vedere con il mio esempio, cosa ho saputo raccontarle, cosa per me, davvero, è stato importante.

Per questo stamattina pensavo a quali figure di donne mi hanno ispirato e mi ispirano. Una ce l’avevo davanti: Emma Bonino. La mia ammirazione va al di là della politica. Una donna seria, competente, determinata. Una donna che si è guadagnata rispetto trasversale con la propria credibilità personale e con la sua prontezza ad assumersi responsabilità. Dignitosa e trasparente nella malattia, serena nei confronti della propria fragilità fisica e, allo stesso tempo, capace di lanciarsi in sfide di lunga prospettiva con un’energia inflessibile. La guardavo oggi abbracciare con trasporto le donne che aveva invitato lei stessa alla Sala Stampa Estera. Mi sono chiesta quanto di questo calore le sia spontaneo da sempre e quanto sia una capacità acquisita perché ritenuta necessaria. Poco importa, in fin dei conti. Quali doti, precisamente, vedo in lei? La combinazione vincente tra trasporto e disciplina. Il primo lo ho spesso, la seconda il più delle volte mi manca.

Se penso a una donna che ha segnato la mia vita professionale non posso fare a meno di pensare a Lệ Quyên Ngô Đình. Ho immaginato di vederla seduta oggi in quel panel di donne forti e determinate. Forse ci sarebbe stata, forse no. Anche nel suo caso, l’insegnamento principale per me era la disciplina. Fu lei a dirmi che sgombrare la mente da tutto ciò che può essere delegato ad altri è l’unico modo per preservare la capacità di dare un contributo di pensiero. Mi sono sentita il giovane ricco che va via triste quando Gesù gli dice di donare tutto ai poveri. Sapevo che non avrei mai potuto farlo, per diverse ottime ragioni. Non ultima che non sono capace di fare una cosa sola. Ma se penso a lei vedo soprattutto eleganza, ironia e capacità di farsi rispettare, persino temere.

L’autorevolezza. Il mio pensiero di oggi, alla fin fine, sembra ruotare molto intorno a questo concetto. Agitu Idea Gudeta senza dubbio ce l’ha. L’energia, la competenza e la ricchezza che esprime questa donna solare è dirompente. Mi ha colpito immaginare lei, professionista, attivista, apparentemente sempre pronta a far sentire la sua voce forte e chiara, mentre passa in silenzio con le sue capre in una valle trentina, osservata con diffidenza dai Mocheni. “Sono immigrati anche loro”, scherza lei. “Una volta che mi sono guadagnata la loro fiducia tutto è andato bene. E così io, nata in un Paese saccheggiato senza vergogna dalle multinazionali, qui in Italia produco per cibo buono, capovolgendo il concetto di economia basata esclusivamente sul profitto. Io punto sulla felicità”.

Habiba e Princess, che pure hanno parlato oggi, incarnano invece la resilienza. La dignità profonda anche nella sofferenza estrema. La tenacia. La fiducia nella capacità di fare la differenza, anche per gli altri. Vederle alla destra e alla sinistra di Emma Bonino mi ha fatto pensare alla profonda bellezza di una battaglia, anche quando è apparentemente impari. Princess non risolverà il problema della tratta e della violenza, di cui è stata vittima in prima persona: ma molte decine di ragazze attraverso il suo impegno e il suo lavoro hanno visto qui in Italia un’alternativa alla prospettiva di schiavitù a cui quasi tutte loro credono di essere condannate, specialmente quelle che non sono mai andate a scuola. Habiba non riuscirà a aiutare tutte le persone che vede e che incontra, ma oggi dopo la conferenza ha accompagnato un ragazzo in ospedale e già che si trovava è passata al Cenro Astalli a prendere una giacca pesante, perché lui ieri tremava di freddo. E quando un altro ragazzo africano oggi le ha chiesto più informazioni su Makì, chiedendo se forse può dare un lavoretto anche a lui, lei si è voltata, gli ha fatto un sorriso e ha chiesto: “Sai cucinare? No? Beh, imparerai”. Trovo in loro e in molte donne rifugiate che ho incontrato quella miracolosa capacità di non spezzarsi, di non rannicchiarsi in se stesse davanti al dolore ma di continuare a slanciarsi con generosità verso gli altri. Penso a quante volte mi convinco che la soluzione ai miei dolori sia chiudere gli occhi, a quante mattine mi sveglio con la tentazione di nascondermi in una stanza buia e non uscire. E al fatto che mai, in tutti questi anni, l’ho fatto davvero.

Questo mi fa venire in mente un ultimo punto, che alla fine mi riporta a dove sono partita. Il senso dell’iniziativa di oggi era sottolineare che oggi in Italia essere donne significa ricchezza nella diversità: come è sempre stato, in fondo, ma in qualche modo ancora di più di prima. Riusciamo, in quanto donne, a fare sentire la nostra voce? Riusciamo a capire le ragioni delle une e delle altre senza appiccicarci reciprocamente etichette? Mi pare un obiettivo eccessivamente ambizioso. Mi accontenterei di molto meno. Mi accontenterei dei quattro desideri per mia figlia Meryem che esprimevo cinque anni fa a cui ne aggiungerei un quinto: che Meryem non si stanchi mai di meravigliarsi e di gioire per la straordinaria varietà e bellezza del mondo e di chi lo abita.

Qui un video (in cui per un attimo mi si vede anche)

L’nteresse superiore del bambino a essere detenuto


Quando mi sentite sospirare/inveire sui social rispetto al fatto che le norme e prassi sui rifugiati stanno cambiano a un ritmo forsennato e oggettivamente diffiile da seguire anche per il solito manipolo di addetto ai lavori, mi riferisco ad esempio a perle come quella del titolo.

La Commissione Europea ha appena sfornato un nuovo pacchetto in materia di rimpatri e respingimenti in frontiera, con calorosi consigli per gli Stati membri (specie quelli, come il nostro, maggiormente interessati da arrivi di migranti forzati) a non andare troppo per il sottile. I minori non accompagnati si possono rimpatriare e per farlo bisogna accertarsi che non scappino, quindi sarebbe meglio metterli in un centro di detenzione. Certo, lo stato ha pur sempre l’opzione di concedere un permesso di soggiorno al minore e “rimandare il rimpatrio” (il documento descrive la cosa esattamente in questi termini). Ma tutto va deciso rapidamente “nel superiore interesse del minore”. E se l’opinione di chi giudica è che il bambino starebbe meglio a casa sua, via, si procede. La detenzione è per il suo bene.

Tanto per la cronaca, non sono solo io a essere preoccupata.

Chiudo dicendo che se in qualche modo ci siamo assefatti (male!) alle peggiori violazioni possibili nei confronti di migranti adulti (e tanto più se uomini… alla faccia delle pari opportunità), almeno fino a qualche tempo fa c’era una paternalistica e ipocrita remora (ma pur sempre una remora) a rimuovere bambini soli dal nostro territorio come se si trattasse di auto in sosta vietata, rigettandoli nel nulla di violenza e di abbandono da cui certamente provengono. La Gran Bretagna ha aperto una pista nell’esplicita chiusura dei confini ai minori non accompagnati (ma tanti Stati, Italia inclusa, respingevano da anni senza mettere manifesti appena ne avevano l’occasione).

Le parole contano, però. Il linguaggio degli ultimi documenti della Commissione Europea (ma anche del memorandum tra Italia e Libia) dice tutto della barbarie che stiamo lasciando agire senza sostanziali obiezioni. Quello è diventato il nostro linguaggio e il nostro pensiero di europei. Ci pensate?

P.S. La vignetta, come quasi sempre in questi casi, è di Mauro Biani

Bluff


Forse sono un po’ stanca, ma certe volte mi trovo a fissare il vuoto e a farmi domande sgradevoli. Tipo quella che mi si è attaccata alla mente l’altro ieri e che non riuscivo neanche a mettere bene a fuoco. Più che una domanda, un dubbio: ma non sarà che in tutto questo affannarsi sulle emergenze vere o presunte in tema di migrazioni forzate ci sfugge l’essenziale? Non sarà che, in fin dei conti, ci capiamo assai meno di quanto vogliamo ammettere?

Anni fa era tutto più chiaro. I rifugiati erano un tema di nicchia, che non scaldava gli animi e non infiammava nessuno o quasi. Oggi è vero il contrario. Le persone che sbarcano sulle nostre coste sembrano il centro di ogni questione, la trasformazione più rilevante per il nostro Paese, la giustificazione per provvedimenti urgenti e gravi, ma anche per mettere in forse principi universali che forse “non ci possiamo più permettere”.

Eppure, sia pure aumentati nel tempo, quegli arrivi restano in termini assoluti ben poca cosa. Non sono mai arrivati nemmeno a duecentomila in un anno. I turisti in Italia nel 2016 sono stati 81,6 milioni. I migranti un po’ più di 5 milioni. Si cerca di argomentare che non rifugiati, ma migranti economici sono quelli che sono soccorsi in mare (sempre meno) e che invece cerchiamo di trattenere o ributtare nel Sahara con accordi improbabili. Può essere che una parte (non tutti!) di quei meno di 200.000 rientrino meglio nella definizione di migrante che in quella antiquata di rifugiato, non voglio qui entrare nel merito. Ma una cosa è certa: questo manipolo di persone particolarmente disperate non sono la totalità delle migrazioni, costituendone anzi una percentuale abbastanza irrilevante.

Ma davvero noi pretendiamo di ristrutturare tutti i meccanismo della cooperazione internazionale e, più ampiamente, la nostra politica estera in Africa e altrove al solo scopo di impedire che quei meno di duecentomila arrivino? Ma non ci viene il sospetto che la posta in gioco per il nostro futuro sia di ben altra scala?

Insomma, non sarà che ci stanno prendendo in giro? Non fraintendetemi: il diritto d’asilo è importante, va difeso, i rifugiati mi stanno a cuore. Ma il tema è sempre stato e ancora oggi è molto molto più ampio di così.

Ora posso guardarti negli occhi


Gli occhi di S. sono straordinari, per tutta l’intervista non riesco a smettere di guardarli. Chiari e profondi, uno sguardo vellutato e dolce. Le domande che volevo farle non riguardavano la sua storia in Camerun, ma lei insiste per raccontarmela lo stesso. “Altrimenti non capisci”, spiega. E ha ragione, pienamente. Io da lei voglio sapere cosa pensa del programma di ospitalità nei conventi di Roma in cui è inserita, in cosa lo trova utile e efficace, cosa cambierebbe. Ma lei mi vuole raccontare altro. Ci tiene a spiegarmi come questa esperienza ha trasformato completamente la sua vita, al di là di qualunque indicatore raggiunto o meno.

Il padre di S. la ha data in sposa a 15 anni a un uomo molto più grande di lei. Un uomo potente, ricco. Un uomo che lei non voleva e che ha messo fine per sempre al suo sogno di studiare. Un dolore enorme, insopportabile anche per sua madre (“è morta per il dispiacere”, sussurra S.). Inizia una vita fatta di lussi, ma anche di umiliazione. Il marito a un certo punto decide di convertirsi all’islam e la condizione di S. non fa che peggiorare. “Tu ora mi vedi così. Posso guardarti negli occhi, parlare a te, parlare anche davanti a cento persone. Io non ero così, prima. Non mi mancava nulla, ma non valevo nulla. Vivevo con gli occhi bassi. Non mi era permesso di fare alcuna scelta, non potevo uscire, non potevo studiare, non potevo avere un’opinione, non potevo crescere mia figlia secondo i miei valori. Sono arrivata al punto che desideravo solo morire. Credevo che la vita non avesse più nulla da darmi”.

In Italia tutto è diverso. In teoria manca tutto: i soldi, una casa, una prospettiva professionale. “Ma io ho ricominciato a vivere qui, con voi. So che tanti di quelli che sono arrivati si sono persi. Ma io no, io ho ritrovato me stessa. Ho ritrovato la gioia di vivere. Ho incontrato persone che mi guardavano con attenzione, con amore. Che mi telefonavano per sapere se avevo bisogno di qualcosa. Che mi incoraggiano quando ho paura. Ho subito due interventi alla colonna vertebrale e la prima volta ero tranquilla, ma la seconda volta… La seconda volta ero terrorizzata. Lei [l’operatrice del progetto] mi ha chiamato, mi ha incoraggiato. Dopo aver parlato con lei ero pronta ad operarmi subito. Poi mi ha chiesto persino se avevo bisogno di aiuto, per salire le scale o per andare da qualche parte. A me, proprio a me. Non so spiegarti quanto mi sono sentita importante. Cosa è speciale in questo programma di accoglienza? L’amore. Le suore mi hanno accolto in tutto e per tutto, mi rispettano, mi conoscono. Mi danno una libertà che nella mia vita non avevo mai conosciuto. Accettano che i miei amici mi vengano a trovare, perché io ho tanti amici adesso. Posso chiedere il loro consiglio in qualunque momento. Quando mi parlano mi sento piena, orgogliosa. Mi sento come il Presidente di uno Stato.

Qualche tempo fa ho visto molti ragazzi africani che dormono per strada vicino alla stazione Termini. Sono andata a parlare con loro, a sentire di cosa hanno bisogno. Molti si sono lamentati perché alla mensa della Caritas possono mangiare solo pasta. Io allora ho detto che se vogliono vivere in Italia non devono lamentarsi, devono abituarsi a un cibo diverso ed essere grati perché hanno almeno quello. Anche io, in questi anni, ho fatto così. Ma poi ho pensato che niente dà gioia come il cibo di casa. Ne ho parlato con le suore, che mi hanno incoraggiato. E allora ho fatto la spesa e ho cucinato una cena africana per 350 persone. Abbiamo dato loro un sorriso. Anche quello conta”.

E se ne va sorridendo, S. La strada è ancora lunga, ma lei continua a camminare.

P.S. Quella nella foto non è lei, ovviamente.