Pensieri sulle donne


8 marzo, domani. Fin da questa mattina su Facebook si anima il dibattito: sciopero sì, sciopero no, sciopero come, sciopero perché. Non mi appassiono. Forse non è il momento, non tocca le mie corde di oggi. Alla grande manifestazione contro la violenza sulle donne non solo sono andata, ma ho portato Meryem. La mia più grande sfida personale, su questo terreno, è la sua educazione. Quella che più mi impensierisce. Sarà mia figlia a esprimere in un modo o nell’altro, attraverso le sue scelte e il suo futuro, cosa davvero penso della parità di genere. Cosa le ho fatto vedere con il mio esempio, cosa ho saputo raccontarle, cosa per me, davvero, è stato importante.

Per questo stamattina pensavo a quali figure di donne mi hanno ispirato e mi ispirano. Una ce l’avevo davanti: Emma Bonino. La mia ammirazione va al di là della politica. Una donna seria, competente, determinata. Una donna che si è guadagnata rispetto trasversale con la propria credibilità personale e con la sua prontezza ad assumersi responsabilità. Dignitosa e trasparente nella malattia, serena nei confronti della propria fragilità fisica e, allo stesso tempo, capace di lanciarsi in sfide di lunga prospettiva con un’energia inflessibile. La guardavo oggi abbracciare con trasporto le donne che aveva invitato lei stessa alla Sala Stampa Estera. Mi sono chiesta quanto di questo calore le sia spontaneo da sempre e quanto sia una capacità acquisita perché ritenuta necessaria. Poco importa, in fin dei conti. Quali doti, precisamente, vedo in lei? La combinazione vincente tra trasporto e disciplina. Il primo lo ho spesso, la seconda il più delle volte mi manca.

Se penso a una donna che ha segnato la mia vita professionale non posso fare a meno di pensare a Lệ Quyên Ngô Đình. Ho immaginato di vederla seduta oggi in quel panel di donne forti e determinate. Forse ci sarebbe stata, forse no. Anche nel suo caso, l’insegnamento principale per me era la disciplina. Fu lei a dirmi che sgombrare la mente da tutto ciò che può essere delegato ad altri è l’unico modo per preservare la capacità di dare un contributo di pensiero. Mi sono sentita il giovane ricco che va via triste quando Gesù gli dice di donare tutto ai poveri. Sapevo che non avrei mai potuto farlo, per diverse ottime ragioni. Non ultima che non sono capace di fare una cosa sola. Ma se penso a lei vedo soprattutto eleganza, ironia e capacità di farsi rispettare, persino temere.

L’autorevolezza. Il mio pensiero di oggi, alla fin fine, sembra ruotare molto intorno a questo concetto. Agitu Idea Gudeta senza dubbio ce l’ha. L’energia, la competenza e la ricchezza che esprime questa donna solare è dirompente. Mi ha colpito immaginare lei, professionista, attivista, apparentemente sempre pronta a far sentire la sua voce forte e chiara, mentre passa in silenzio con le sue capre in una valle trentina, osservata con diffidenza dai Mocheni. “Sono immigrati anche loro”, scherza lei. “Una volta che mi sono guadagnata la loro fiducia tutto è andato bene. E così io, nata in un Paese saccheggiato senza vergogna dalle multinazionali, qui in Italia produco per cibo buono, capovolgendo il concetto di economia basata esclusivamente sul profitto. Io punto sulla felicità”.

Habiba e Princess, che pure hanno parlato oggi, incarnano invece la resilienza. La dignità profonda anche nella sofferenza estrema. La tenacia. La fiducia nella capacità di fare la differenza, anche per gli altri. Vederle alla destra e alla sinistra di Emma Bonino mi ha fatto pensare alla profonda bellezza di una battaglia, anche quando è apparentemente impari. Princess non risolverà il problema della tratta e della violenza, di cui è stata vittima in prima persona: ma molte decine di ragazze attraverso il suo impegno e il suo lavoro hanno visto qui in Italia un’alternativa alla prospettiva di schiavitù a cui quasi tutte loro credono di essere condannate, specialmente quelle che non sono mai andate a scuola. Habiba non riuscirà a aiutare tutte le persone che vede e che incontra, ma oggi dopo la conferenza ha accompagnato un ragazzo in ospedale e già che si trovava è passata al Cenro Astalli a prendere una giacca pesante, perché lui ieri tremava di freddo. E quando un altro ragazzo africano oggi le ha chiesto più informazioni su Makì, chiedendo se forse può dare un lavoretto anche a lui, lei si è voltata, gli ha fatto un sorriso e ha chiesto: “Sai cucinare? No? Beh, imparerai”. Trovo in loro e in molte donne rifugiate che ho incontrato quella miracolosa capacità di non spezzarsi, di non rannicchiarsi in se stesse davanti al dolore ma di continuare a slanciarsi con generosità verso gli altri. Penso a quante volte mi convinco che la soluzione ai miei dolori sia chiudere gli occhi, a quante mattine mi sveglio con la tentazione di nascondermi in una stanza buia e non uscire. E al fatto che mai, in tutti questi anni, l’ho fatto davvero.

Questo mi fa venire in mente un ultimo punto, che alla fine mi riporta a dove sono partita. Il senso dell’iniziativa di oggi era sottolineare che oggi in Italia essere donne significa ricchezza nella diversità: come è sempre stato, in fondo, ma in qualche modo ancora di più di prima. Riusciamo, in quanto donne, a fare sentire la nostra voce? Riusciamo a capire le ragioni delle une e delle altre senza appiccicarci reciprocamente etichette? Mi pare un obiettivo eccessivamente ambizioso. Mi accontenterei di molto meno. Mi accontenterei dei quattro desideri per mia figlia Meryem che esprimevo cinque anni fa a cui ne aggiungerei un quinto: che Meryem non si stanchi mai di meravigliarsi e di gioire per la straordinaria varietà e bellezza del mondo e di chi lo abita.

Qui un video (in cui per un attimo mi si vede anche)

L’nteresse superiore del bambino a essere detenuto


Quando mi sentite sospirare/inveire sui social rispetto al fatto che le norme e prassi sui rifugiati stanno cambiano a un ritmo forsennato e oggettivamente diffiile da seguire anche per il solito manipolo di addetto ai lavori, mi riferisco ad esempio a perle come quella del titolo.

La Commissione Europea ha appena sfornato un nuovo pacchetto in materia di rimpatri e respingimenti in frontiera, con calorosi consigli per gli Stati membri (specie quelli, come il nostro, maggiormente interessati da arrivi di migranti forzati) a non andare troppo per il sottile. I minori non accompagnati si possono rimpatriare e per farlo bisogna accertarsi che non scappino, quindi sarebbe meglio metterli in un centro di detenzione. Certo, lo stato ha pur sempre l’opzione di concedere un permesso di soggiorno al minore e “rimandare il rimpatrio” (il documento descrive la cosa esattamente in questi termini). Ma tutto va deciso rapidamente “nel superiore interesse del minore”. E se l’opinione di chi giudica è che il bambino starebbe meglio a casa sua, via, si procede. La detenzione è per il suo bene.

Tanto per la cronaca, non sono solo io a essere preoccupata.

Chiudo dicendo che se in qualche modo ci siamo assefatti (male!) alle peggiori violazioni possibili nei confronti di migranti adulti (e tanto più se uomini… alla faccia delle pari opportunità), almeno fino a qualche tempo fa c’era una paternalistica e ipocrita remora (ma pur sempre una remora) a rimuovere bambini soli dal nostro territorio come se si trattasse di auto in sosta vietata, rigettandoli nel nulla di violenza e di abbandono da cui certamente provengono. La Gran Bretagna ha aperto una pista nell’esplicita chiusura dei confini ai minori non accompagnati (ma tanti Stati, Italia inclusa, respingevano da anni senza mettere manifesti appena ne avevano l’occasione).

Le parole contano, però. Il linguaggio degli ultimi documenti della Commissione Europea (ma anche del memorandum tra Italia e Libia) dice tutto della barbarie che stiamo lasciando agire senza sostanziali obiezioni. Quello è diventato il nostro linguaggio e il nostro pensiero di europei. Ci pensate?

P.S. La vignetta, come quasi sempre in questi casi, è di Mauro Biani

Bluff


Forse sono un po’ stanca, ma certe volte mi trovo a fissare il vuoto e a farmi domande sgradevoli. Tipo quella che mi si è attaccata alla mente l’altro ieri e che non riuscivo neanche a mettere bene a fuoco. Più che una domanda, un dubbio: ma non sarà che in tutto questo affannarsi sulle emergenze vere o presunte in tema di migrazioni forzate ci sfugge l’essenziale? Non sarà che, in fin dei conti, ci capiamo assai meno di quanto vogliamo ammettere?

Anni fa era tutto più chiaro. I rifugiati erano un tema di nicchia, che non scaldava gli animi e non infiammava nessuno o quasi. Oggi è vero il contrario. Le persone che sbarcano sulle nostre coste sembrano il centro di ogni questione, la trasformazione più rilevante per il nostro Paese, la giustificazione per provvedimenti urgenti e gravi, ma anche per mettere in forse principi universali che forse “non ci possiamo più permettere”.

Eppure, sia pure aumentati nel tempo, quegli arrivi restano in termini assoluti ben poca cosa. Non sono mai arrivati nemmeno a duecentomila in un anno. I turisti in Italia nel 2016 sono stati 81,6 milioni. I migranti un po’ più di 5 milioni. Si cerca di argomentare che non rifugiati, ma migranti economici sono quelli che sono soccorsi in mare (sempre meno) e che invece cerchiamo di trattenere o ributtare nel Sahara con accordi improbabili. Può essere che una parte (non tutti!) di quei meno di 200.000 rientrino meglio nella definizione di migrante che in quella antiquata di rifugiato, non voglio qui entrare nel merito. Ma una cosa è certa: questo manipolo di persone particolarmente disperate non sono la totalità delle migrazioni, costituendone anzi una percentuale abbastanza irrilevante.

Ma davvero noi pretendiamo di ristrutturare tutti i meccanismo della cooperazione internazionale e, più ampiamente, la nostra politica estera in Africa e altrove al solo scopo di impedire che quei meno di duecentomila arrivino? Ma non ci viene il sospetto che la posta in gioco per il nostro futuro sia di ben altra scala?

Insomma, non sarà che ci stanno prendendo in giro? Non fraintendetemi: il diritto d’asilo è importante, va difeso, i rifugiati mi stanno a cuore. Ma il tema è sempre stato e ancora oggi è molto molto più ampio di così.

Ora posso guardarti negli occhi


Gli occhi di S. sono straordinari, per tutta l’intervista non riesco a smettere di guardarli. Chiari e profondi, uno sguardo vellutato e dolce. Le domande che volevo farle non riguardavano la sua storia in Camerun, ma lei insiste per raccontarmela lo stesso. “Altrimenti non capisci”, spiega. E ha ragione, pienamente. Io da lei voglio sapere cosa pensa del programma di ospitalità nei conventi di Roma in cui è inserita, in cosa lo trova utile e efficace, cosa cambierebbe. Ma lei mi vuole raccontare altro. Ci tiene a spiegarmi come questa esperienza ha trasformato completamente la sua vita, al di là di qualunque indicatore raggiunto o meno.

Il padre di S. la ha data in sposa a 15 anni a un uomo molto più grande di lei. Un uomo potente, ricco. Un uomo che lei non voleva e che ha messo fine per sempre al suo sogno di studiare. Un dolore enorme, insopportabile anche per sua madre (“è morta per il dispiacere”, sussurra S.). Inizia una vita fatta di lussi, ma anche di umiliazione. Il marito a un certo punto decide di convertirsi all’islam e la condizione di S. non fa che peggiorare. “Tu ora mi vedi così. Posso guardarti negli occhi, parlare a te, parlare anche davanti a cento persone. Io non ero così, prima. Non mi mancava nulla, ma non valevo nulla. Vivevo con gli occhi bassi. Non mi era permesso di fare alcuna scelta, non potevo uscire, non potevo studiare, non potevo avere un’opinione, non potevo crescere mia figlia secondo i miei valori. Sono arrivata al punto che desideravo solo morire. Credevo che la vita non avesse più nulla da darmi”.

In Italia tutto è diverso. In teoria manca tutto: i soldi, una casa, una prospettiva professionale. “Ma io ho ricominciato a vivere qui, con voi. So che tanti di quelli che sono arrivati si sono persi. Ma io no, io ho ritrovato me stessa. Ho ritrovato la gioia di vivere. Ho incontrato persone che mi guardavano con attenzione, con amore. Che mi telefonavano per sapere se avevo bisogno di qualcosa. Che mi incoraggiano quando ho paura. Ho subito due interventi alla colonna vertebrale e la prima volta ero tranquilla, ma la seconda volta… La seconda volta ero terrorizzata. Lei [l’operatrice del progetto] mi ha chiamato, mi ha incoraggiato. Dopo aver parlato con lei ero pronta ad operarmi subito. Poi mi ha chiesto persino se avevo bisogno di aiuto, per salire le scale o per andare da qualche parte. A me, proprio a me. Non so spiegarti quanto mi sono sentita importante. Cosa è speciale in questo programma di accoglienza? L’amore. Le suore mi hanno accolto in tutto e per tutto, mi rispettano, mi conoscono. Mi danno una libertà che nella mia vita non avevo mai conosciuto. Accettano che i miei amici mi vengano a trovare, perché io ho tanti amici adesso. Posso chiedere il loro consiglio in qualunque momento. Quando mi parlano mi sento piena, orgogliosa. Mi sento come il Presidente di uno Stato.

Qualche tempo fa ho visto molti ragazzi africani che dormono per strada vicino alla stazione Termini. Sono andata a parlare con loro, a sentire di cosa hanno bisogno. Molti si sono lamentati perché alla mensa della Caritas possono mangiare solo pasta. Io allora ho detto che se vogliono vivere in Italia non devono lamentarsi, devono abituarsi a un cibo diverso ed essere grati perché hanno almeno quello. Anche io, in questi anni, ho fatto così. Ma poi ho pensato che niente dà gioia come il cibo di casa. Ne ho parlato con le suore, che mi hanno incoraggiato. E allora ho fatto la spesa e ho cucinato una cena africana per 350 persone. Abbiamo dato loro un sorriso. Anche quello conta”.

E se ne va sorridendo, S. La strada è ancora lunga, ma lei continua a camminare.

P.S. Quella nella foto non è lei, ovviamente.

Una storia di donne


Quando incontro P. la potrei scambiare per una delle studentesse del Master dell’Università di S. Francisco che sto aspettando in un pomeriggio piovoso davanti alla porta verde della mensa del Centro Astalli. Inglese fluente, coda di cavallo, sorriso sicuro. Chiacchieriamo con naturalezza, mentre aspettiamo gli altri. Solo che quello che mi racconta è – manco a dirlo – straordinario. “Sembra un romanzo!”, non mi trattengo dal commentare (anni e anni di esperienza non mi hanno tolto quel tipico stupore un po’ stupido di chi è nuovo a questi racconti e di cui mi pento fino a un certo punto). Lei mi sorride e risponde quello che risponderei io: “Chissà, magari un giorno lo scriverò”.

P. è tibetana e a 15 anni è fuggita, da sola, in India. Di quella parte della sua vita, senza troppe remore ma anche senza indulgere in particolari macabri, mi traccia un quadro inequivocabile. Il padre ex parlamentare, la repressione cinese, le violenze arrivate inaspettate al villaggio, la madre incinta che per le percosse dei militari perde il suo bambino, il fratello minore oggi in carcere, la paura e la diffidenza che la trattiene ancora qui, a Roma, oggi, dal frequentare i suoi connazionali. Non si sa mai. Anche dopo anni la notizia che lei è qui potrebbe nuocere a chi è rimasto.

Il viaggio attraverso le montagne fino al Nepal e il primo arrivo in un campo profughi un po’ in disarmo P. lo liquida rapidamente (ed è la prima cosa che mi racconta), ma ci sarebbe certo molto da aggiungere. A un certo punto lascia il campo e trova riparo in un monastero buddhista. Lì incontra una signora indiana che, con generosità assoluta, la prende con sé e la porta a Calcutta.

Da oggi pomeriggio non riesco a smettere di pensare a questa donna speciale. “Ha fatto di me quella che sono oggi”, dice P. con semplicità. “Mi ha insegnato a leggere a scrivere, mi ha mandato alle scuole migliori, mi ha fatto studiare l’inglese. Mi ha insegnato ad apprezzare un’opera d’arte. Amava Frida Kahlo e mi ha trasmesso la sua passione. Leggevamo Shakespeare e proprio grazie ai versi del Giulio Cesare ho iniziato a sognare di venire in Italia”. La donna è anziana, sente la fine avvicinarsi. P. lavora in un call center, ma il suo futuro è appeso a un filo. “E’ stata lei a incoraggiarmi. Mi diceva: Se la vuoi davvero, la tua occasione, prendila! Puoi farcela”.

Sorride, P., quando mi dice che l’Italia dove è arrivata non aveva nulla a che fare con il suo sogno pieno di storia e di arte. “Non avevo idea che per gli stranieri qui fosse così difficile. I primi mesi sono stati davvero duri. Dopo pochi giorni mi hanno rapinato per strada e mi hanno preso i pochi soldi che avevo. Sono stata costretta a vendere l’anello che mi aveva dato mia madre, il ricordo più prezioso che conservavo di lei. Ma non c’era alternativa”. Il corso di italiano per lei è stata l’opportunità più grande. “Sono arrivata qui, al Centro Astalli, e sono davvero grata per questo. Ora ho un avvocato che mi segue e tutto va molto meglio”. P. abita presso una famiglia del Bangladesh e si mantiene con un lavoretto in pizzeria. “Certo, non ha nulla a che fare con quello che ho studiato. Ma sono al sicuro. Voi qui in Italia siete così fortunati: potete dire quello che volete, non conoscete la paura. Io oggi sono tranquilla e davvero non potrei chiedere di più”.

Io credo, e lo ho detto anche a lei, che P. dovrebbe assolutamente chiedere di più, invece. Dovrebbe tornare a coltivare le evidenti ricchezze della sua anima, quelle così ben nutrite dalla generosità di una signora incontrata per caso. Voglio credere che altre strade possano aprirsi per questa giovane donna coraggiosa e entusiasta, per il bene suo e di questo Paese sgangherato ma sicuro che oggi la accoglie.

Oggi P. ha avuto il suo piccolo regalo. Una delle studentesse americane che abbiamo incontrato insieme parlava nepali e le due si sono messe a chiacchierare fitto. Guardandole non ho potuto fare a meno di pensare che sarebbe così naturale se fossero compagne di università, coinquiline, colleghe. Al momento vivono due vite completamente diverse. Ma un giorno, chissà.

 

Facciamo un test?


Oggi pomeriggio ho visto un video del Consiglio dell’Unione Europea che mi ha scosso molto. Un video ufficiale, di un’istituzione che si suppone mi rappresenti. Si tratta di uno spot che visualizza 12 mesi di lotta contro gli immigrati, con ogni mezzo (lo potete scaricare da qui). Che celebra l’accordo con la Turchia, la chiusura delle frontiere interne, il sovvenzionamento della guardia costiera libica. Abbiamo ripreso il controllo dei nostri confini, stiamo tenendo fuori gli elementi ostili, le “migrazioni illegali”. Tutto, badate bene, è migrazione illegale in questo video: anche i siriani in fuga da Aleppo e dal resto della Siria devastata. Anche i bambini torturati in Libia, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite uscito ieri.

Vorrei da voi una risposta onesta a queste domande, qui nei commenti o su Facebook, come vi pare. Sul serio vorrei capire.

  1. Sei a conoscenza del fatto che l’Italia, in linea con l’Europa, ritiene che la via principale per affrontare le migrazioni sia evitare che le persone arrivino, anche bloccandole o rimandandole in Turchia, Libia, Sudan? (vedi prime dichiarazioni del nuovo ministro dell’Interno Minniti).
  2. Sei d’accordo?
  3. Credi che le condizioni di vita di un migrante in uno di questi tre Paesi (potete far riferimento al rapporto linkato sopra, a titolo esemplificativo) sarebbero accettabili per te e per la tua famiglia?

E con questo mi ritiro a guardare qualche serie scema su Netflix. Ma mi piacerebbe davvero che rispondeste.

In parole povere


“Non ci sono criticità”. Questa frase, in bocca a un prefetto responsabile di un pezzetto dell’immane e magmatica macchina che giorno dopo giorno incombe sui migranti, li mastica e li sputa, mi ha colpito per due ottime ragioni. In primo luogo, ovviamente, perché è una falsità evidente. Ma anche perché, paradossalmente, non credevo del tutto alla malafede di chi la pronunciava.

Questo mi ha fatto ripensare all’ultimo bellissimo film di Ken Loach. Le procedure, i protocolli, fanno sì che la persona che li applica perda la cognizione precisa dell’impatto di quelle procedure, di cui il singolo non è che un ingranaggio insignificante, abbia in effetti sulla vita delle persone interessate, degli “utenti”. La colpa non è di chi le applica, ma delle procedure inique, si potrebbe argomentare. Vero. E servono, quelle procedure, per difendere i singoli operatori dal peso insostenibile della responsabilità di una, cento, mille vite altrui. Vero anche questo.

Eppure credo che ci sia un momento in cui si dovrebbe essere capaci di chiamare le cose con il loro nome, di descrivere cosa stiamo facendo, in parole povere. Se applico una direttivo e persino, zelantemente, ne do un’interpretazione più restrittiva “per sicurezza”, per ridurre il margine di errore, potrebbe essere che sia io, proprio io a trasformare in un incubo la vita di un bambino, una donna, un giovane uomo. Persone che credevano di aver già vissuto il peggio sulle rotte del terrore, nella stiva di un barcone, nei centri di detenzione dove solo l’arbitrio distingue la vita dalla morte. E invece no. Io, nella mia efficienza, potrei essere la mano che spranga l’ultima porta, il sorriso distaccato che infrange l’ultima speranza, il modulo che preclude la vita normale.

Ricordate questa storia? Queste? Oggi storie così si moltiplicano. Storie che ai dolori inflitti dalla vita aggiungono la violenza cieca di una burocrazia che allunga la lista dei requisiti, restringe le maglie, moltiplica i moduli e le autorizzazioni. E che, soprattutto, vuole prove. Obiettive, costose, invasive, assurde. Chiedere a due genitori salvati dal mare con il loro bambino in braccio di pagare un test del DNA per dimostrare che non sono degli impostori e farlo non in un caso, eccezionalmente, in un caso particolare, ma sistematicamente, caparbiamente, anche a distanza di mesi o di anni dall’arrivo, anche in presenza di documenti (perché, si sa, i documenti potrebbero essere falsi) non vuol dire essere scrupolosi. Vuol dire solo essere capaci di non guardare negli occhi quei bambini, quella madri, quei padri.

Sospiriamo, diciamo che non possiamo nulla davanti alle ingiustizie del mondo. Ci commuoviamo anche, a proposito e a sproposito. Ma quando abbiamo in mano, ciascuno nel suo campo, il nostro timbro rosso, come lo usiamo? (Non ho potuto fare a meno di pensare a questo bellissimo cortometraggio degli amici Artigiani Digitali).