Per cambiare l’ordine delle cose. Riflessioni sparse a caldo


Avevo visto il film di Andrea Segre e ve ne avevo anche parlato qui. Mi interessava l’idea che da quel film scaturisse una proposta e per questa ragione ieri ho passato la giornata (del mio compleanno, di domenica) qui. Non me ne sono pentita, anche se – come è ovvio che sia – una carrellata di interventi diversissimi e di parole dette mi ha lasciato più dubbi e domande che euforia o appagamento. Il che, evidentemente, è normale per la mia età e per “il cumulo delle memorie” che incombe sulla mia testa. Vorrei comunque fermare qualche punto su cui ho bisogno di pensare ancora. In ordine sparso, senza pretesa di priorità.

  1. Integrazione come comune rivendicazione. Gli interventi che hanno suscitato più entusiasmo ieri sono stati quelli che richiamavano ad esperienze di lotta comune, di rivendicazione comune. “Siamo dalla stessa parte”. L’analisi, in termini ampi, convince. Ne ha parlato bene Nicoletta Dentico. In una prospettiva macro certamente siamo tutti dalla stessa parte, quella degli sfruttati. E’ importante portarlo a coscienza. Ma non posso fare a meno di notare che l’esperienza di “fare cose insieme” sembra convincere molto di più quando è un “fare contro”. Altre esperienze, che pure sono state richiamate (il volontariato di Legambiente e altre proposte simili), mi è parso che scaldassero molto meno i cuori e hanno fatto alzare qualche sopracciglio. Questo, dopo tanti anni, mi fa pensare e mi fa sorgere il dubbio che se lo schierarsi insieme contro diventa l’unica dimensione, si rischia di non centrare il cuore della questione. Non fraintendetemi, scendere insieme in piazza è bello, gratificante, sperabilmente tornerà a essere anche utile. Ma partecipazione politica attiva è anche molto altro, che richiede mediazioni, fatica, insuccessi, fraintendimenti, chiarimenti e ancora fraintendimenti. Sono convinta che chi ha parlato ieri lo abbia ben presente, nella pratica quotidiana. Ma serve davvero un minimo di approfondimento in più su questo punto.
  2. L’accoglienza come “insieme che giustifica”. Questa prospettiva è interessante e merita un po’ di riflessione. I migranti che arrivano spontaneamente sono legittimati a restare solo se nella procedura d’asilo e l’accoglienza diventa sempre più requisito di fatto per restarci. E’ come se la prospettiva si fosse capovolta: l’accoglienza non è più opportunità per chi ne ha bisogno, ma essa stessa via d’accesso all’opportunità di essere, sia pur temporaneamente, “legali”. Non direi che sia proprio formalmente così (è possibile fare richiesta d’asilo senza usufruire dell’accoglienza), ma certo è vero che l’esclusione dall’accoglienza complica anche la procedura. Le implicazioni di questa prospettiva sono varie. Una molto evidente è il malessere degli operatori dell’accoglienza, che si sentono a disagio con il loro ruolo al punto da chiedersi quale sia (bancomat? controllore? o cosa?). Qualcuno ha rimarcato come l’operatore dell’accoglienza non possa essere “neolaureato”, da più parti si è fatto cenno al precariato, alla contrattualizzazione inadeguata, eccetera. Io farei un passo indietro e direi che il moltiplicarsi degli operatori dell’accoglienza è potenzialmente una grande opportunità. Certamente gli obiettivi del sistema di accoglienza rischiano di essere poco chiari a chi la fa. Non so se questo sia da attribuirsi alla scarsa formazione dell’operatore: io personalmente non sono convinta che l’operatore dell’accoglienza debba necessariamente essere un professionista con specializzazione e consolidata esperienza. Se diciamo che l’accoglienza deve essere molto più fortemente integrata nel welfare ordinario, l’operatore dell’accoglienza deve soprattutto essere un facilitatore, un problem solver, ma più ancora un membro attivo della sua comunità, un cittadino credibile che, possibilmente anche in quanto tale, ha gli elementi di formazione specifica utili a capire di cosa si parla. La responsabilità dell’accoglienza è pubblica (nel senso di statale), l’interfaccia dovrebbe essere curata professionalmente dalla cittadinanza (e quindi, in questo senso, pubblica anch’essa, non privata). Capisco che questo concetto non sia molto chiaro, mi piacerebbe parlarne ancora.
  3. Di chi parliamo? Ieri per me è stato chiarissimo che ciascuno faceva riferimento a una porzione specifica dell’insieme astratto “migranti”, quella di cui aveva diretta esperienza. Tutte categorie esistenti in Italia, certe volte esistenti nell’esperienza della stessa persona a mesi o a anni di distanza: giovani lavoratori nel pieno delle forze, persone gravemente traumatizzate con importanti disagi psicologici e cognitivi, vittime, eroi, attivisti, persone passive o passivizzate. Resto convinta che le definizioni, che sono e restano delle trappole, restano inevitabili e persino utili, a condizione che rimaniamo consapevoli del fatto che sono sempre relative e che inevitabilmente le definizioni stesse che scegliamo finiscono per modificare la realtà, in un senso o nell’altro. La complessità non deve essere mai essere persa di vista. Mi ha fatto riflettere che ieri sia stato affermato che molti migranti che sbarcano in Italia “non sono migranti forzati” (forse si intendeva “non sono rifugiati ai sensi della definizione della Convenzione di Ginevra”? O, concetto ancora diverso, “se avessero avuto la possibilità di scegliere non avrebbero chiesto protezione internazionale”?) e, poche ore prima, che quando un giovane ghanese, straziato fisicamente e psicologicamente dall’esperienza in Libia, rinuncia a proseguire il suo percorso migratorio, il suo rimpatrio “non ha nulla di volontario”.  Sul concetto di volontarietà della migrazione, anche quella che ha motivazioni economiche, si potrebbero scrivere e sono stati scritti volumi. Così come sul fatto che anche quando la migrazione è davvero volontaria, prodotto di una scelta soppesata e consapevole rispetto a una reale alternativa tra restare e partire, è molte volte traumatica. Tutta questa “filosofia” non risolve le questioni pratiche, ma magari aiuta a sentirci meno saccenti…
  4. Permesso di soggiorno per tutti, accoglienza per tutti. A un certo punto è stato esplicitato che questo era l’obiettivo ultimo dell’assemblea e che bisognava iniziare a definire la pratica concreta per riuscire ad arrivarci. Io capisco il senso universalmente valido della frase, ma vorrei più di questo, come obiettivo ultimo. Vorrei che il senso ultimo fosse nuova cittadinanza comune, comunità capaci di promuovere lo sviluppo umano integrale di tutti. Il punto è davvero al di là del rilascio del permesso di soggiorno, anche se nelle pratiche per arrivarci da questo punto non si può prescindere.
  5. Vincere stereotipi con altri stereotipi? Ho sofferto un po’ per una frase di Annalisa Camilli, nella sua relazione di apertura, che faceva riferimento al fatto che le parole dell’accoglienza sono mutuate da organizzazioni cattoliche “che hanno chiaramente un approccio più assistenzialista”. Mi è ovviamente chiaro cosa si intendeva dire e in una comunicazione sintetica e veloce un buon grado di approssimazione può passare, ma non posso fare a meno di notare che anche in questo caso le definizioni hanno la loro importanza. Una certa impronta assistenzialistica caratterizza certamente moltissime manifestazioni del welfare e del volontariato italiano, non necessariamente cattolico (anzi!). Può essere attribuibile a un tratto culturale riconducibile alla storia della pratica cattolica in Italia, ma la dottrina sociale della Chiesa Cattolica è una cosa diversa ed è a quella che le principali organizzazioni cattoliche si ispirano, non da oggi. Altrettanto falso mi pare dire che le organizzazioni cattoliche in genere “non si interrogano sulle cause” (della povertà, delle migrazioni…) e puntano sulla solidarietà più che sulla giustizia. Più in generale, mi ha disturbato l’assunto (non detto, ma a volte “ammiccato”) che questa riflessione per essere credibile debba essere portata avanti da “non credenti” (passatemi la definizione approssimativa) o da persone che ovviamente non attribuiscono alcuna rilevanza alla dimensione religiosa, in quanto non pertinente né utile ai temi trattati (addirittura, potenzialmente deleteria, abbiamo visto). Lo stesso atteggiamento nel mondo relativo alla migrazione quasi a tutti i livelli, anche istituzionali (non a caso al dialogo interreligioso si finisce per dare un’accezione poliziesca – ad es. il controllo degli imam – o di belle parole di circostanza per gli incontri ufficiali). Cosa intendo con questo? Che se si vuole riflettere sul concetto di comunità, di vivere insieme e di agire insieme, bisogna anche a un certo punto porsi il tema del pregiudizio e dello stereotipo in generale. Non solo di quelli culturalmente attraenti per queste platee (che pure è molto utile evidenziare e contrastare), come  il colonialismo e il sessismo…

I valori non negoziabili (di noi gorilla)


Xavier Hubert Brierre è un fotografo francese che ha osservato (e raccontato in un video, questo) come si comportano gli animali selvatici quando si trovano di fronte alla propria immagine riflessa in uno specchio. Dopo la pubblicazione del piano integrazione e successive interviste e dichiarazioni a chiosa del documento generosamente elargite ai media dal Ministro Minniti, il pensiero è corso a una sequenza del video e, più precisamente, al moto di aggressività del gorilla che salta addosso alla propria immagine.

Due infatti sarebbero i valori non negoziabili della società italiana, severamente sottolineati dal Ministro in più occasioni. Quelli su cui nessuno di noi è disposto a transigere. La parità tra uomo e donna e la laicità dello Stato.

Pausa di silenzio.

Ma sul serio? Viviamo in un Paese in cui la ministra della pubblica istruzione esorta “le mamme” a rassegnarsi alla necessità di andare a prendere i figli a scuola fino a 14 anni. In un Paese costituito faticosamente a spese dello Stato della Chiesa e in cui il Vaticano è presenza politica assolutamente rilevante (che io sappia la chiesa cattolica romana è ad oggi l’unica fede religiosa dotata di potere temporale riconosciuto da tutta la comunità internazionale). E taccio, per pudore, di tutto ciò che avviene ad opera di attori non statali (femminicidi, discriminazioni di ogni genere, commistioni e ingerenze continue del potere religioso nella vita politica e civile). Davvero siamo nella posizione di puntare il dito verso gli stranieri che potenzialmente potrebbero non condividere pienamente questi valori?

Non sarebbe più onesto dire che tutti noi italiani, insieme agli stranieri, vogliamo impegnarci ogni giorno perché questi valori fondamentali non restino, come purtroppo è oggi, sostanzialmente lettera morta? E, mi sento di dire, che probabilmente l’esperienza e il punto di vista di cittadini di Paesi in cui capi di Stato donne sono la norma, o comunque meno rari che in Italia, e dove la presenza di più comunità religiose nel tempo ha insegnato davvero qualcosa potrebbe esserci davvero preziosa.

Sempre che siamo disposti a guardare al di là dello specchio, si intende.

Stiamo sbagliando qualcosa


Stamattina stavo pianificando un bel post criptico e esistenziale dove andare a riporre quello che ho rimuginato in un intero fine settimana. Poi però ho pensato che fosse assai più utile farvi leggere questo comunicato.

Leggendo questa storia, al di là dell’emozione e della giusta indignazione, io mi faccio molte domande. Ma, ripensandoci ancora, credo che non le scriverò qui.

Mi piacerebbe sapere se ve ne fate anche voi e, esattamente, quali.

Rifugiato non basta


Mai come negli ultimi mesi mi imbatto a ogni piè sospinto in esperti di diritto d’asilo: tassisti, baristi, utenti dei mezzi pubblici, negozianti, insegnanti, giornalisti (in prima fila) e via discorrendo. Quello che mi lascia più perplessa non è tanto la rapida propagazione di questa competenza, una volta piuttosto di nicchia: qualcosa di analogo avviene, per dire, quando in tempi di mondiali di calcio scopriamo folle di commissari tecnici potenziali tra i nostri amici, conoscenti e familiari. Mi sorprende e mi preoccupa di più notare che anche gli esperti tradizionali, quelli che lo fanno per mestiere e che si fregiano di etichette specifiche, sembrano aver adeguato in alcuni punti la propria competenza a quella, diciamo così, più popolare.

A un certo punto, ad esempio, è cominciata ad andare per la maggiore la definizione che prevede che il “vero rifugiato” sia solo chi scappa da un Paese in guerra. Se ne dedurrebbe che, dato che nel 1933 in Germania non piovevano ancora le bombe, Albert Einstein e le altre vittime dell’antisemitismo non debbano essere considerate rifugiati. Per quanto sembri assurdo, l’obiezione “Ma in … non c’è mica la guerra” resta tra le più diffuse, non solo nei bar, ma anche in sedi internazionali cruciali e autorevoli. Magari è formulata in modo un po’ più sottile, sotto forma di liste di nazionalità dei potenziali rifugiati (che implicano quindi che persone di altre nazionalità rifugiati non possono essere).

Un’altra teoria argomentata in vario modo in qualunque piazza di quartiere è quella che prevede una sorta di incompatibilità tra lo status di rifugiato e la condizione di giovinezza e salute. Un giovane vigoroso, evidentemente, non è un rifugiato: sta solo provando a fare il furbo. Dante quando andò in esilio aveva meno di 40 anni. Per fortuna erano altri tempi.

Rifugiato non basta, dunque. Per non essere considerato un impostore, un criminale o semplicemente un nulla che può sparire nel deserto, nel mare o in un carcere libico senza che nessuno ne abbia responsabilità, il rifugiato deve essere almeno vulnerabile: donna sola, donna incinta, bambino o, se maschio adulto, almeno anziano, gravemente invalido, malato.

Se sentissi queste cose solo sull’autobus o al bar sospirerei e penserei che c’è tanto lavoro di informazione da fare. Purtroppo, però, queste cose le sento e le vedo scritte in sedi assai diverse. Questo mi sconforta e mi preoccupa molto.

Memoria


3 ottobre, oggi. Non ho bisogno di ripercorrere i ricordi su Facebook per ripensare a quella mattina di quattro anni fa e alla data di oggi che, in un certo senso, ha segnato uno spartiacque tra un prima e un dopo.

Il mondo, nel frattempo, sembra cambiato. Molti a quel naufragio, o a quelli successivi, non pensano quasi più. La memoria è lontana, non morde. Addirittura ci si compiace del fatto che i mari, oggi, sarebbero più sicuri (è vero il contrario e purtroppo non riuscire ad arrivare al mare non necessariamente rende le persone più sicure. E le persone contano più dei mari e più dei confini).

Restano attuali queste parole del Papa: “Mi viene la parola vergogna. E’ una vergogna”. Le tragedie, diceva in quel breve discorso, si prevengono solo con una decisa collaborazione di tutti. In questi anni è mancata, e continua sostanzialmente a mancare. Più ancora manca la volontà di prevenire tragedie. Lo sforzo e l’urgenza è piuttosto far sì che non ci riguardino.

(Cambiamo) l’ordine delle cose


Ho visto ieri in anteprima al Senato “L’ordine delle cose” di Andrea Segre. Stamattina, attenendomi alle istruzioni del regista, ho letto il pamphlet scaricabile dal sito del film. La prima cosa che voglio dirvi è che questo non è solo un film, è un invito, anche piuttosto impegnativo. Però la prima cosa da fare, senza dubbio, è vedere il film. Qui trovate il calendario delle uscite.

Lo so, anche il primo passo è impegnativo. Il tempo è poco, quando vado al cinema (sempre più raramente) cerco l’evasione, perché amareggiarmi con questi temi anche i momenti di relax, l’amica con cui esco non è interessata…. Le so tutte, queste scuse. Le uso tutte. Però stavolta non usatele. Specialmente se siete tra quelli che in questi mesi, in questi anni, osservano costernati e increduli quello che accade e vorrebbero credere che un’alternativa c’è, andate al cinema. Se nella vostra città non proiettano il film, chiedete che lo facciano. Peraltro è un film bellissimo, ben girato, ben recitato. Ma davvero, non è questo di cui voglio parlarvi, mica sono un critico cinematografico.

Questo film se fosse ambientato negli anni nel nazismo sarebbe solo commovente. Diremmo che ha saputo cogliere con poesia e intelligenza la banalità del male. Però questo film non è ambientato negli anni del nazismo. Purtroppo non è ambientato neanche nel futuro prossimo, come probabilmente era nelle intenzioni di chi l’ha pensato. E’ ambientato nel presente, nel quotidiano di tutti noi.

Non voglio dirvi altro di questo film, a parte un’ultima precisazione. Nonostante le apparenze, non parla di migranti. Parla di noi. Quando dico noi intendo davvero noi tutti, non solo “i politici cattivi”. Noi che cresciamo i nostri figli, noi che andiamo al lavoro tutte le mattine, noi che ci concediamo un weekend romantico e sorridiamo davanti a un regalo inaspettato. Per questo, se ci lasciasse così, nel buio di una sala a leggere i titoli di coda, sarebbe un film davvero crudele.

Invece no, al film segue una proposta. Se l’emergenza è culturale, non bastano i gesti simbolici, non bastano i proclami, né le manifestazioni. Prima bisogna pensare, molto. Mettere insieme la potenza del pensiero di tutti per cercare una prospettiva veramente nuova. Per questo, una volta visto il film (non barate, non sareste davvero utili alla causa), leggete il pamphlet (io ho apprezzato particolarmente l’introduzione di Andrea Segre e il contributo di Igiaba Scego). Poi pensate e contribuite alla riflessione comune inviando un commento sul sito. E vediamo dove questo ci porta. Io ho bisogno di credere che ci porti lontano. O almeno un passo più in là.

Le migrazioni in vacanza (reloaded)


Il tema delle migrazioni è stato uno dei fili conduttori della vacanza in Grecia, forse perché, a guardare bene, le tracce delle migrazioni sono ovunque, quando si guarda con un minimo di attenzione. Sono stati almeno tre i filoni della nostra riflessione di viaggio, in riferimento a tre diversi momenti storici.

  1. Le migrazioni antiche. Questo è stato forse il tema più inaspettato, almeno per me. Leggendo i testi delle domande fatte all’oracolo di Dodona, nel grazioso (e assai poco frequentato) museo archeologico di Ioannina, ci ha sorpreso che svariate di esse riguardassero potenziali migrazioni. “Devo trasferirmi a Crotone con la mia famiglia? I miei affari avranno successo?”. Sarà la deformazione professionale, ma per la prima volta mi sono immaginata le colonizzazioni greche in una luce molto diversa: non arditi civilizzatori di terre lontane, ma padri di famiglia alla ricerca di un futuro per sé e per i propri figli. Uomini pieni di dubbi e di paure, non sorridenti piantatori di bandierine.
  2. La diaspora degli ebrei sefarditi. Nel 1492, lo stesso anno della cosiddetta “scoperta” dell’America, iniziava l’esodo degli ebrei prima dalla penisola iberica e poi dall’Italia meridionale. Una parte importante di loro è arrivato in Grecia. A Ioannina abbiamo incontrato Allegra Matsa, discendente di una famiglia originaria di Siracusa. In una sinagoga molto grande (che non era neanche l’unica della città) ha ripercorso per noi la storia di una comunità ormai ridotta a poche decine di unità. Mi ha colpito sentire che a Ioannina si fermò la parte più povera dell’esodo sefardita: i mercanti, gli intellettuali e le élite fin da subito proseguirono per Salonicco o per Istanbul. Anche allora i rifugiati non erano tutti uguali, evidentemente. C’è stato un tempo in cui la popolazione di Ioannina era composta in parti più o meno equivalenti da ebrei, cristiani e musulmani: a questa convivenza è dedicato il piccolo ma significativo Museo Etnografico che si trova all’interno della moschea Arslan Pasa. Peraltro l’edificio in sé merita senza alcun dubbio una visita.
    Sul tragico epilogo di molte comunità ebraiche d’Europa in Germania avevamo già avuto di riflettere molto, ma in Grecia si toccano con mano le conseguenze irreversibili del genocidio nazista.
    Sulle pareti della sinagoga di Ioannina sono iscritti 1.832 nomi di ebrei deportati (la comunità contava all’epoca 2.000 persone). Era il 25 marzo 1944, mancavano solo 6 mesi alla liberazione, ma quei 6 mesi hanno cambiato per sempre la storia degli ebrei in città e in Grecia. Di tutte queste persone si sarebbe perso anche il ricordo, visto che gli archivi furono bruciati dai nazisti, se non fosse stato per lo straordinario sforzo di Michael Naoum Matsas, uno dei pochi sopravvissuti, che ricostruì la lista completa sulla sola base della sua memoria. L’edificio della sinagoga fu salvato dalla distruzione perché il vescovo e il sindaco chiesero e ottennero dai tedeschi di utilizzarlo come biblioteca.
    Un’altra visita importante per la memoria del genocidio degli ebrei è stato il Museo ebraico di Salonicco. Lì la storia fu, se possibile, ancora più amara che a Ioannina. In una calda giornata del luglio 1942 tutti gli uomini della comunità di età dai 18 ai 45 anni furono riuniti nella piazza della Libertà. Durante tutto il pomeriggio li si obbligò a compiere esercizi fisici sotto minaccia delle armi. In meno di 10 settimane il 12% di questi morirono a causa del deperimento e della malattia. La comunità tessalonicese, aiutata da quella ateniese, riuscì a raccogliere 2 miliardi della somma di 3,5 miliardi di dracme richiesta dai tedeschi per il rilascio dei lavoratori forzati. I tedeschi accettarono di liberarli, ma esigettero in controparte l’abbandono del “cimitero ebraico di Salonicco”, dove vi erano dalle 300.000 alle 500.000 tombe, memoria storica della Gerusalemme dei Balcani. Gli ebrei iniziarono il trasferimento delle tombe verso due terreni che erano stati loro concessi in periferia, ma le autorità comunali, prendendo a pretesto la lentezza delle operazioni, decisero di assumere la gestione dell’operazione. Cinquecento operai greci, pagati dal comune, effettuarono la distruzione delle tombe. Il cimitero non tardò a trasformarsi in una vasta cava, dove i greci ed i tedeschi andavano a cercare pietre da utilizzare come materiale di costruzione. In città diverse chiese e edifici sono stati edificati con quelle lapidi. Al posto dell’antico cimitero oggi sorge l’Università di Salonicco. Il monumento che ricorda la deportazione degli ebrei da Salonicco fu costruito solo nel 1997, in periferia. Gli amministratori dell’Università Aristotele hanno sempre rifiutato di erigere un qualsiasi monumento per ricordare la presenza dell’antico cimitero ebraico sotto le fondamenta degli edifici.
  3. Lo scambio delle popolazioni tra Grecia e Turchia. Ne avevo sentito vagamente parlare, per accenni e in modo piuttosto leggero, ad esempio in questo film, o in questo giallo. Ma a Salonicco per la prima volta ho cercato di saperne di più, colpita da una evidenza sorprendente e abbastanza triste: quasi ogni traccia della secolare storia ottomana della città è stata cancellata, oppure versa nel più totale abbandono. La città, pur affascinante, ancora oggi all’occhio del visitatore attento appare, in qualche misura, ferita.
    In estrema sintesi, nel 1923 i cristiani greci dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco. Parliamo del trasferimento forzato di ben due milioni di persone le cui comunità, in molti casi, vantavano una storia plurisecolare. Parliamo soprattutto della fine traumatica di una convivenza che certamente non fu sempre e ovunque felice, ma che era parte integrante della cultura e dell’anima di quelle terre. Anche in questo caso, come altrove in Europa, si ritenne che l’ “omogeneità” della popolazione dei nuovi stati fosse una garanzia di stabilità per il futuro. Certamente fu l’inizio di grandi difficoltà da una parte e dall’altra (l’assimilazione dei nuovi arrivati non fu così indolore) e anche di un certo rafforzamento di identità contrapposte, con quella religiosa che si salda a quella nazionale, che ha portato nuovi e duraturi conflitti. Io credo, avendo imparato ad apprezzare e amare un po’ entrambi i Paesi, che questa decisione abbia impoverito e penalizzato sia la Grecia che la Turchia, prevenendo probabilmente ostilità gravi nell’immediato, ma gettando le basi per una reciproca estraneità (se non attivo odio e rancore) del tutto in contraddizione con la storia.

Parlando con un simpatico autista Uber delle prospettive dell’Europa, mi ha colpito il fatto che lui insistesse a dire che un tedesco o un nord europeo in genere non ha proprio gli strumenti culturali per capire un greco, un po’ per i pregiudizi (“Dicono che non lavoriamo, io lavoro 12 ore al giorno, in condizioni che nessuno di loro potrebbe sopportare”), un po’ per diversa mentalità. Questo discorso, tutt’altro che raro, dimostra in primo luogo che certamente i pregiudizi sono reciproci. Ma fa anche riflettere sul fatto che in Europa sembriamo aver perso la capacità, se mai a sprazzi l’abbiamo avuta (a me piace pensare che a tratti, in alcuni territori, ci fosse), di trarre vantaggio dalle nostre indiscutibili differenze. Eppure l’unico futuro possibile è un futuro insieme. Vale per l’Europa, vale per ciascuno dei quartieri in cui viviamo.