The game


Quando sono andata in classe di mia figlia a parlare di rifugiati, a un certo punto mi sono lasciata prendere la mano dalla descrizione dei tentativi di salto delle celebri reti che separano il Marocco dalle enclavi spagnole di Ceuta e Mililla. In effetti se avete mai visto un documentario sul tema, o anche un breve video tipo questo, è difficile non pensare a quei tentativi tragici e disperati come a qualcosa di epico, proprio nel senso di degno di essere celebrato da un poema. Giustamente il maestro mi ha richiamato all’ordine: “Non vorrei che i ragazzi pensassero a questo come una specie di videogioco”, ha osservato.

Già, giusto. In effetti in Europa tanti la vedono così. Una specie di immensa partita a guardie e ladri, dove le guardie escogitano barriere di tipo sempre più sofisticato e loro, i “ladri”, i migranti, aguzzano l’ingegno per aggirarle acrobaticamente, rischiando il tutto per tutto. Ho corretto il tiro, ma mi è rimasto una specie di pensiero inespresso in un angolo della mente.

Oggi ho guardato il video che cerco di inserire qui sotto e improvvisamente ho messo a fuoco quel pensiero. Certo, questi tentativi sono serissimi, drammatici, disperati, costano continuamente la vita a tante persone. Ma i primi a leggerli – amaramente, ma anche ironicamente – come un folle e insensato gioco sono proprio loro, i giovani protagonisti. Giovanissimi, poco più che adolescenti, che provano a passare frontiere per 23, 40, 70 volte con la caparbietà con cui i loro coetanei ritentano i livelli di un videogame ogni volta che falliscono. “The game”, “my game”: così lo chiamano. No, non si divertono. Le botte sono reali. La paura è reale. Ma è comunque preferibile al buio piatto delle vite senza futuro a cui dovrebbero rassegnarsi se non provassero. Li spinge la disperazione, sì, ma anche la forza della loro commovente gioventù, che li fa ballare al suono dei video di Youtube all’incerta luce dei falò.

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Pensieri agitati


Se dico sostituzione etnica che pensate? Se si googola, tutta la prima schermata è occupata da deliranti teorie complottistiche sull’immigrazione ai danni dei popoli europei, argomentate da Magdi Allam e simili.

Ma gli scambi di popoli, ratificati da trattati internazionali, si sono fatti eccome. Tra Grecia e Turchia, ad esempio, e gli strascichi sono vivi ancora oggi. I cristiani dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco.

Per guardare ancora più vicino a casa nostra (anzi, dentro), il Trattato di Parigi del 1947 prevedeva la perdita automatica della cittadinanza per tutti i cittadini italiani che, al 10 giugno 1940, erano domiciliati nel territorio ceduto alla Jugoslavia, fatta salva la facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro il termine di un anno dall’entrata in vigore del trattato stesso. Alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, peraltro, si dava facoltà di esigere il trasferimento in Italia dei cittadini che avessero esercitato l’opzione suddetta, entro un ulteriore anno. Tale clausola, di cui la Jugoslavia si avvalse, determinò l’abbandono della propria terra da parte di chi avesse optato per la cittadinanza italiana e chi emigrava non poteva portare con sé né denaro né beni mobili. Chi non rientrava in Italia rischiava di rimanere apolide. I confini li sposta la guerra (o gli accordi tra potenti che la seguono), i cittadini devono cambiare di conseguenza. Altrimenti, si spostassero.

Questi cupi pensieri di confine e conflittualità etnico-religiose mi vengono in mente oggi a proposito di un altro confine assai rilevante per i rifugiati oggi: quello tra Turchia e Siria. Leggo dell’intervento turco nell’area curda (non saprei come definirla: territorio occupato dai curdi? difeso dai curdi? a alta densità curda?), con relativa strage di civili e di militari. E allora mi viene in mente che domani, chissà, quella zona “pacificata” potrebbe diventare la “safe area” della Siria dove far tornare i rifugiati siriani dal Libano e dalla Turchia, un obiettivo che quei due Stati certamente condividono con l’Unione Europea. Il risultato sarebbe una sostituzione etnica, di fatto. Uno scambio di popolazioni, in un certo senso. Con la differenza che non mi è ben chiaro dove dovrebbero cercare asilo o chiedere cittadinanza i curdi. A occhio non in Turchia.

Mi torna in mente anche Ritorno a Haifa, di Ghassan Kanafani. Lo avete letto? Quando si sostituiscono vittime con altre vittime, intrecciando e aggrovigliando soprusi e sofferenze, non finisce mai bene.

Un pigmeo in 5 F


Chissà cosa si aspettava il Maestro Flavio quando mi ha chiesto di portare un rifugiato nella classe di mia figlia. Forse più o meno quello che mi aspettavo anche io: un racconto di viaggio intenso, un incontro faccia a faccia con una persona precisa, che sfidasse le definizioni frettolose e spesso offensive della televisione. Quando ho chiesto a Franck, mi sentivo di andare sul sicuro. Tante volte abbiamo incontrato insieme studenti universitari, ragazzi delle scuole, gruppi.

Invece mi sento di dire che l’incontro di oggi è andato molto oltre. Franck ha parlato naturalmente della sua esperienza di rifugiato, dei motivi e delle drammatiche circostanze della sua fuga, del viaggio nella stiva, dei giorni passati a dormire a Termini con troppa paura per chiedere informazione ai bianchi che vedeva passare tutto intorno. Ma ai nostri figli ha fatto se possibile un regalo più grande. Ha parlato della sua infanzia nella foresta, di riti di iniziazione, di totem. Ha fatto capire lo sforzo immenso di conciliare la visione del mondo di sua madre, che vive ancora in quel villaggio pigmeo, e la sua, quella di sua moglie – ancora diversa – e gli italiani che conosce giocando a calcetto a Mentana. Lo sforzo, le contraddizioni, le incomprensioni, ma anche l’immensa ricchezza di esperienze che porta con sé. Ha fatto scintillare in una classe di bambini attentissimi tutta la vertiginosa ricchezza del mondo e di ciascuna vita.

Non ha fatto sconti, Franck. Ha raccontato del carcere, persino delle torture. Ma abbiamo anche riso molto insieme e credo che tutti abbiamo imparato moltissimo, me compresa. Abbiamo scoperto molte cose in comune (a partire dai difficili rapporti tra suocera e nuora, un topos universale che pare attraversale trasversalmente tutte le latitudini!), ma anche colto l’irriducibile diversità di ogni cultura, pur nella bellezza sempre nuova delle interazioni.

Oggi ho pensato molto a una frase di Papa Francesco, un Papa che in questi cinque anni varie volte ha parlato direttamente ai rifugiati: “Perdonate la chiusura e l’indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede: trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono”.

Ma una cosa così penso che possa capirla davvero solo chi dedica un po’ di tempo ad ascoltare le persone. Senza fretta, senza smania di integrarle o spiegare loro come si vive, senza la presunzione di ottenere un risultato o di raggiungere un indicatore. Ho pensato alla visita di Papa Francesco al Centro Astalli, il giorno prima che Meryem iniziasse la prima elementare, e quello strano miracolo per cui pareva che lui avesse per tutti tutto il tempo del mondo. “Siate curiosi”, ha raccomandato Franck a sua figlia e i suoi compagni prima di andare via. “E non abbiate paura. la paura è normale, ma conoscendosi si supera, no?”. Sono gocce, lo so, rispetto ai messaggi di tutt’altro segno che diamo ogni giorno a questi bambini della Fortezza Europa. Ma restano gocce importanti, che spero conservino nel cuore a lungo. E che magari un giorno, quando saranno cresciuti, susciteranno qualche domanda, qualche dubbio.

 

Cercando le parole


Qualche pomeriggio fa mi sono trovata, come d’abitudine, a fare una lezione a un master. Ci vado da anni, mi piace. Ho quattro ore di tempo, un gruppo di giovani solitamente interessati e entusiasti. E’ un periodo un po’ così, come avrete capito, e quella lezione la vedevo come un momento terapeutico. La so fare. Mi piace farla. Sono partita con un certo ottimismo e entusiasmo.

Quando sono uscita dall’aula, con il buio che ormai era calato su una Roma piovosa, non ero soddisfatta. Non posso dire che non sia andata bene. Alcuni ragazzi mi hanno trattenuto dopo la fine, parevano contenti e curiosi di saperne di più. Ma qualcosa mi ha preso in contropiede, a un certo punto. Qualcuno, più che altro. Uno studente a cui forse non ho saputo rispondere come avrei dovuto. Ci provo qui, adesso.

Come ti ho detto alla fine della lezione, non stavo cercando di convincerti. Tu hai sorriso, garbato, e hai detto qualcosa sul fatto che un po’ di contraddittorio è una buona cosa. Ma la verità è che non avrei mai pensato che ci fosse bisogno di convincere un ragazzo come te, iscritto a un master in cooperazione e politica internazionale. Tu, seduto lì in seconda fila, pronto ad obiettare punto su punto persino sulla definizione di rifugiato, hai portato un po’ della realtà lì fuori nel mio piccolo mondo ben protetto, quello in cui credevo di poter abbassare le difese, l’unico in cui in passato mi sono sentita un po’ vincente.

In tutta onestà, non credo che tu abbia ragione a dire che la migrazione deve essere prevenuta con ogni mezzo e so che non hai ragione quando sostieni che è stato necessario istituire gli hotspot a causa del massiccio arrivo di terroristi sui barconi.  Ma saperlo non mi fa sentire meglio. Ingenuamente ho pensato che la bruttezza e il cinismo delle politiche europee fosse dovuto in larga misura alla vecchiaia di questo continente. Un manipolo di vecchi egoisti e spaventati, che chiudono la porta a doppia mandata e sono pronti a difendere con le armi la più piccola e insignificante manifestazione del proprio privilegio. Però guardando te mi ricordo del giovane funzionario della Commissione Europea che per primo mi ha illustrato quei documenti sconcertanti da cui sono poi derivate tante insensate assurdità. Giovane, vincente, ottimista, efficiente. Lontano mille miglia dalla vita della maggioranza delle persone. Non solo di chi arriva sui barconi, ma anche della mia. 

Dopo le elezioni mia figlia mi ha chiesto se hanno vinto i buoni o i cattivi. Ci ho tenuto a spiegarle che non c’è il bianco e il nero. Che la vita non è un film western. Che chi la pensa diversamente da me non è cattivo per questo. Poi, mentre io ero a Bruxelles, lei ha sentito un discorso di Salvini in tv. Se prima quindi aveva solo capito che chi la pensa in modo più simile a me ha perso, ora non ha potuto non rendersi conto che uno di quelli che ha vinto offende e calunnia pubblicamente suo padre, tanti nostri amici e, in qualche misura, anche me e che un certo numero di persone lo applaude e crede che abbia ragione. 

Penso però anche a quanti ragazzi come lei crescono nella distanza da ogni realtà difficile, nell’estraneità che facilmente diventa convinzione di superiorità. Non necessariamente e esplicitamente razziale, ma di stile di vita, di classe sociale, di accesso o non accesso alle opportunità. Forse anche lei, chissà, un giorno si chiederà se davvero vuole restare perdente, avendo eventualmente la possibilità di scegliere di non esserlo. Chi può dirlo? 

Io intanto domani vado a raccontare il mio lavoro nella classe di mia figlia e un amico rifugiato verrà insieme a me. Continuo a cercare le parole e la convinzione per dirle. 

Imparare


Aspetto il 75 a Termini. Smanetto con lo smartphone. “Come stai?”. “Bene, grazie”, rispondo in automatico e sorrido esitante. Lo conosco? Mi pare di sì, ma non metto a fuoco. Poi riconosco la voce di un giovane ospite di uno dei nostri centri di accoglienza. Era nell’ufficio accanto al mio qualche giorno fa, per un colloquio che io ascoltavo, mio malgrado, attraverso il vetro. Chiacchieriamo, aspettando il 75 che non c’è. Realizzo che avrei dovuto riconoscerlo prima. L’ho sentito parlare in pubblico alla manifestazione del 25 aprile a San Saba, cantare a un concerto al Centro lo scorso settembre. L’ho persino fotografato mentre ascoltava attento una vecchietta del quartiere. Però non l’avevo riconosciuto e un po’ me ne vergogno. Lui invece si ricorda di me e di Meryem.

Parla un italiano fluido e, mi dice, varie altre lingue. Ha perso qualche occasione per questioni di documenti, ma ora è tutto a posto. Lavora come addetto alla sicurezza in un grande magazzino aperto recentemente, di cui apprezza persino la piccola esposizione di reperti archeologici.

Realizzo che questo giovane quasi trentenne da 4 anni non ha una camera tutta per sé. Non se ne lamenta, ma ammette che è faticoso. Però, paradossalmente, ora che si avvicina il momento dell’autonomia, ne ha paura. Teme la solitudine. E per la prima volta si è sentito vulnerabile.

“Ho attraversato il mare, sono stato giorni su quel barcone nel buio e mi è sempre parso di stare bene. Ero tranquillo, sempre”. Ma a dicembre, per la prima volta, ha avuto un attacco di panico. Ora va meglio, ma si sente insicuro.

Ha bisogno di parlare e in realtà anche io. Vengo da una trasferta un po’ solitaria. Finiamo a parlare dei miei studi e dell’ebraico, lingua resuscitata. “Non ne sapevo niente. Che cosa interessante. Oggi ho imparato qualcosa”. Anche io, forse. Basta così poco.

Per cambiare l’ordine delle cose. Riflessioni sparse a caldo


Avevo visto il film di Andrea Segre e ve ne avevo anche parlato qui. Mi interessava l’idea che da quel film scaturisse una proposta e per questa ragione ieri ho passato la giornata (del mio compleanno, di domenica) qui. Non me ne sono pentita, anche se – come è ovvio che sia – una carrellata di interventi diversissimi e di parole dette mi ha lasciato più dubbi e domande che euforia o appagamento. Il che, evidentemente, è normale per la mia età e per “il cumulo delle memorie” che incombe sulla mia testa. Vorrei comunque fermare qualche punto su cui ho bisogno di pensare ancora. In ordine sparso, senza pretesa di priorità.

  1. Integrazione come comune rivendicazione. Gli interventi che hanno suscitato più entusiasmo ieri sono stati quelli che richiamavano ad esperienze di lotta comune, di rivendicazione comune. “Siamo dalla stessa parte”. L’analisi, in termini ampi, convince. Ne ha parlato bene Nicoletta Dentico. In una prospettiva macro certamente siamo tutti dalla stessa parte, quella degli sfruttati. E’ importante portarlo a coscienza. Ma non posso fare a meno di notare che l’esperienza di “fare cose insieme” sembra convincere molto di più quando è un “fare contro”. Altre esperienze, che pure sono state richiamate (il volontariato di Legambiente e altre proposte simili), mi è parso che scaldassero molto meno i cuori e hanno fatto alzare qualche sopracciglio. Questo, dopo tanti anni, mi fa pensare e mi fa sorgere il dubbio che se lo schierarsi insieme contro diventa l’unica dimensione, si rischia di non centrare il cuore della questione. Non fraintendetemi, scendere insieme in piazza è bello, gratificante, sperabilmente tornerà a essere anche utile. Ma partecipazione politica attiva è anche molto altro, che richiede mediazioni, fatica, insuccessi, fraintendimenti, chiarimenti e ancora fraintendimenti. Sono convinta che chi ha parlato ieri lo abbia ben presente, nella pratica quotidiana. Ma serve davvero un minimo di approfondimento in più su questo punto.
  2. L’accoglienza come “insieme che giustifica”. Questa prospettiva è interessante e merita un po’ di riflessione. I migranti che arrivano spontaneamente sono legittimati a restare solo se nella procedura d’asilo e l’accoglienza diventa sempre più requisito di fatto per restarci. E’ come se la prospettiva si fosse capovolta: l’accoglienza non è più opportunità per chi ne ha bisogno, ma essa stessa via d’accesso all’opportunità di essere, sia pur temporaneamente, “legali”. Non direi che sia proprio formalmente così (è possibile fare richiesta d’asilo senza usufruire dell’accoglienza), ma certo è vero che l’esclusione dall’accoglienza complica anche la procedura. Le implicazioni di questa prospettiva sono varie. Una molto evidente è il malessere degli operatori dell’accoglienza, che si sentono a disagio con il loro ruolo al punto da chiedersi quale sia (bancomat? controllore? o cosa?). Qualcuno ha rimarcato come l’operatore dell’accoglienza non possa essere “neolaureato”, da più parti si è fatto cenno al precariato, alla contrattualizzazione inadeguata, eccetera. Io farei un passo indietro e direi che il moltiplicarsi degli operatori dell’accoglienza è potenzialmente una grande opportunità. Certamente gli obiettivi del sistema di accoglienza rischiano di essere poco chiari a chi la fa. Non so se questo sia da attribuirsi alla scarsa formazione dell’operatore: io personalmente non sono convinta che l’operatore dell’accoglienza debba necessariamente essere un professionista con specializzazione e consolidata esperienza. Se diciamo che l’accoglienza deve essere molto più fortemente integrata nel welfare ordinario, l’operatore dell’accoglienza deve soprattutto essere un facilitatore, un problem solver, ma più ancora un membro attivo della sua comunità, un cittadino credibile che, possibilmente anche in quanto tale, ha gli elementi di formazione specifica utili a capire di cosa si parla. La responsabilità dell’accoglienza è pubblica (nel senso di statale), l’interfaccia dovrebbe essere curata professionalmente dalla cittadinanza (e quindi, in questo senso, pubblica anch’essa, non privata). Capisco che questo concetto non sia molto chiaro, mi piacerebbe parlarne ancora.
  3. Di chi parliamo? Ieri per me è stato chiarissimo che ciascuno faceva riferimento a una porzione specifica dell’insieme astratto “migranti”, quella di cui aveva diretta esperienza. Tutte categorie esistenti in Italia, certe volte esistenti nell’esperienza della stessa persona a mesi o a anni di distanza: giovani lavoratori nel pieno delle forze, persone gravemente traumatizzate con importanti disagi psicologici e cognitivi, vittime, eroi, attivisti, persone passive o passivizzate. Resto convinta che le definizioni, che sono e restano delle trappole, restano inevitabili e persino utili, a condizione che rimaniamo consapevoli del fatto che sono sempre relative e che inevitabilmente le definizioni stesse che scegliamo finiscono per modificare la realtà, in un senso o nell’altro. La complessità non deve essere mai essere persa di vista. Mi ha fatto riflettere che ieri sia stato affermato che molti migranti che sbarcano in Italia “non sono migranti forzati” (forse si intendeva “non sono rifugiati ai sensi della definizione della Convenzione di Ginevra”? O, concetto ancora diverso, “se avessero avuto la possibilità di scegliere non avrebbero chiesto protezione internazionale”?) e, poche ore prima, che quando un giovane ghanese, straziato fisicamente e psicologicamente dall’esperienza in Libia, rinuncia a proseguire il suo percorso migratorio, il suo rimpatrio “non ha nulla di volontario”.  Sul concetto di volontarietà della migrazione, anche quella che ha motivazioni economiche, si potrebbero scrivere e sono stati scritti volumi. Così come sul fatto che anche quando la migrazione è davvero volontaria, prodotto di una scelta soppesata e consapevole rispetto a una reale alternativa tra restare e partire, è molte volte traumatica. Tutta questa “filosofia” non risolve le questioni pratiche, ma magari aiuta a sentirci meno saccenti…
  4. Permesso di soggiorno per tutti, accoglienza per tutti. A un certo punto è stato esplicitato che questo era l’obiettivo ultimo dell’assemblea e che bisognava iniziare a definire la pratica concreta per riuscire ad arrivarci. Io capisco il senso universalmente valido della frase, ma vorrei più di questo, come obiettivo ultimo. Vorrei che il senso ultimo fosse nuova cittadinanza comune, comunità capaci di promuovere lo sviluppo umano integrale di tutti. Il punto è davvero al di là del rilascio del permesso di soggiorno, anche se nelle pratiche per arrivarci da questo punto non si può prescindere.
  5. Vincere stereotipi con altri stereotipi? Ho sofferto un po’ per una frase di Annalisa Camilli, nella sua relazione di apertura, che faceva riferimento al fatto che le parole dell’accoglienza sono mutuate da organizzazioni cattoliche “che hanno chiaramente un approccio più assistenzialista”. Mi è ovviamente chiaro cosa si intendeva dire e in una comunicazione sintetica e veloce un buon grado di approssimazione può passare, ma non posso fare a meno di notare che anche in questo caso le definizioni hanno la loro importanza. Una certa impronta assistenzialistica caratterizza certamente moltissime manifestazioni del welfare e del volontariato italiano, non necessariamente cattolico (anzi!). Può essere attribuibile a un tratto culturale riconducibile alla storia della pratica cattolica in Italia, ma la dottrina sociale della Chiesa Cattolica è una cosa diversa ed è a quella che le principali organizzazioni cattoliche si ispirano, non da oggi. Altrettanto falso mi pare dire che le organizzazioni cattoliche in genere “non si interrogano sulle cause” (della povertà, delle migrazioni…) e puntano sulla solidarietà più che sulla giustizia. Più in generale, mi ha disturbato l’assunto (non detto, ma a volte “ammiccato”) che questa riflessione per essere credibile debba essere portata avanti da “non credenti” (passatemi la definizione approssimativa) o da persone che ovviamente non attribuiscono alcuna rilevanza alla dimensione religiosa, in quanto non pertinente né utile ai temi trattati (addirittura, potenzialmente deleteria, abbiamo visto). Lo stesso atteggiamento nel mondo relativo alla migrazione quasi a tutti i livelli, anche istituzionali (non a caso al dialogo interreligioso si finisce per dare un’accezione poliziesca – ad es. il controllo degli imam – o di belle parole di circostanza per gli incontri ufficiali). Cosa intendo con questo? Che se si vuole riflettere sul concetto di comunità, di vivere insieme e di agire insieme, bisogna anche a un certo punto porsi il tema del pregiudizio e dello stereotipo in generale. Non solo di quelli culturalmente attraenti per queste platee (che pure è molto utile evidenziare e contrastare), come  il colonialismo e il sessismo…

I valori non negoziabili (di noi gorilla)


Xavier Hubert Brierre è un fotografo francese che ha osservato (e raccontato in un video, questo) come si comportano gli animali selvatici quando si trovano di fronte alla propria immagine riflessa in uno specchio. Dopo la pubblicazione del piano integrazione e successive interviste e dichiarazioni a chiosa del documento generosamente elargite ai media dal Ministro Minniti, il pensiero è corso a una sequenza del video e, più precisamente, al moto di aggressività del gorilla che salta addosso alla propria immagine.

Due infatti sarebbero i valori non negoziabili della società italiana, severamente sottolineati dal Ministro in più occasioni. Quelli su cui nessuno di noi è disposto a transigere. La parità tra uomo e donna e la laicità dello Stato.

Pausa di silenzio.

Ma sul serio? Viviamo in un Paese in cui la ministra della pubblica istruzione esorta “le mamme” a rassegnarsi alla necessità di andare a prendere i figli a scuola fino a 14 anni. In un Paese costituito faticosamente a spese dello Stato della Chiesa e in cui il Vaticano è presenza politica assolutamente rilevante (che io sappia la chiesa cattolica romana è ad oggi l’unica fede religiosa dotata di potere temporale riconosciuto da tutta la comunità internazionale). E taccio, per pudore, di tutto ciò che avviene ad opera di attori non statali (femminicidi, discriminazioni di ogni genere, commistioni e ingerenze continue del potere religioso nella vita politica e civile). Davvero siamo nella posizione di puntare il dito verso gli stranieri che potenzialmente potrebbero non condividere pienamente questi valori?

Non sarebbe più onesto dire che tutti noi italiani, insieme agli stranieri, vogliamo impegnarci ogni giorno perché questi valori fondamentali non restino, come purtroppo è oggi, sostanzialmente lettera morta? E, mi sento di dire, che probabilmente l’esperienza e il punto di vista di cittadini di Paesi in cui capi di Stato donne sono la norma, o comunque meno rari che in Italia, e dove la presenza di più comunità religiose nel tempo ha insegnato davvero qualcosa potrebbe esserci davvero preziosa.

Sempre che siamo disposti a guardare al di là dello specchio, si intende.