Ventotto


Dei sei ragazzi seduti intorno al tavolino di un caffè accanto al palazzo del Comune di Agrigento, A. sembra il più giovane e anche il più indistinguibile per vestiario e discorsi dai suoi coetanei italiani. Sorride, aiuta gli amici a partecipare alla discussione traducendo qua e là. Man mano che si va avanti però l’argomento lo tocca maggiormente e passiamo dalla conversazione di circostanza al racconto, doloroso.

A. è arrivato dalla Nigeria da minorenne. “Non me ne sono mai andato da qui. Tanti hanno cercato fortuna a nord, all’estero… Io no. Ho seguito i consigli che mi davano. Mi sono impegnato”. Parla bene italiano. Ha preso la licenza media. Ha frequentato due anni di istituto turistico. Ne parla con orgoglio, ricordando sempre il nome completo dell’istituto. “Con i miei compagni mi trovavo bene. Qualche volta ci sentiamo ancora”. Gli è dispiaciuto di doverla lasciare, due anni fa, quella scuola, proprio quando poteva scegliere l’indirizzo. Ma la divisa costava, i libri pure e lui nel frattempo era uscito dalla comunità di accoglienza e aveva altre preoccupazioni più urgenti. Mantenersi, prima di tutto. Lo ha sempre fatto, lavorando in campagna, imparando a guidare il muletto e dandosi da fare. Anche ora lavora, in nero. Perché nel frattempo è arrivato il diniego della domanda di asilo. Il ricorso va per le lunghe e il permesso di soggiorno (il maledetto permesso di soggiorno, come lo chiamano in coro i suoi amici) è scaduto.

“I pensieri continuano ad andare lì. Certe volte mi sorprendo a parlare da solo”. Sorride un po’ esitante. Lo incoraggio. E cosa fai per sentirti meglio? “Cerco di restare concentrato. Ho trovato su internet delle frasi che mi aiutano. Vuoi vedere?”. Mi allunga il telefono aperto su delle schermate di meme motivazionali.

E poi gioca a calcio. Qui lo sguardo si riaccende, in un misto di orgoglio agrodolce. Mi racconta del mister che ha creduto in lui e delle partite in una squadra locale. Mi fa vedere un articolo di giornale di un po’ più di un anno fa che parla di lui, il goleador arrivato sul barcone. “Quell’anno sono stato capocannoniere, con 28 reti segnate. Il secondo, italiano, ne ha fatte 18”. Sul telefono scorre altre foto, di lui in divisa, in campo, abbracciato ai compagni di squadra. Io non riesco a smettere di pensare quanto sia crudele e insensato distruggere tutto questo per mera burocrazia.

Sospira, A., che non chiederebbe altro che poter finire gli studi, lavorare nel turismo di questa terra che ha imparato ad amare nonostante la sua asprezza, giocare a calcio con i colori del mister Peppe. Giusto la sera prima una professionista locale mi raccontava come il luogo sia adattissimo ai bambini e ai pensionati, ma un inferno di solitudine e fatica per i giovani. Questi giovani, A. come gli altri suoi amici, qui vorrebbero restare. Hanno fatto amicizia con i loro vicini, hanno rispetto per il luogo dove vivono e vorrebbero uguale rispetto e dignità. “Un ragazzo semplice e rispettoso delle nostre regole”: così il giornalista ha definito A. un anno fa. Gli faceva gli auguri. Glieli faccio anche io, augurandomi che non lo lasciamo solo e che il mio Paese smetta di far morire la gente non solo in mare, ma anche giorno dopo giorno dietro l’angolo delle nostre case.

Dodici anni


Dodici anni fa è nata mia figlia. Dodici anni fa, nel 2007, forse d’estate ma non ne sono sicura, F. è arrivato a Lampedusa. Uno studente universitario gambiano che cercava in Europa, come tanti suoi coetanei, democrazia e libertà. E, come molti suoi coetanei, vedeva questo perfettamente compatibile con una gran voglia di darsi da fare, di combinare qualcosa nella vita e anche di dare una mano alla sua mamma, vedova, rimasta in patria.

In questi dodici anni mia figlia è diventata la bella ragazza che qualcuno di voi conosce, grazie alle molte possibilità che ha avuto e avrà (che sono molte, anche se costantemente ho il timore che non siano abbastanza, perché per i nostri figli, come forse è naturale, quasi niente ci pare abbastanza). F. ha passato quasi 4 anni tra vari centri di accoglienza a Milano e dintorni. Ha seguito corsi, di lingua e poi professionali. Ha iniziato a giocare a calcio in una squadra.

“Ho seguito tutte le regole, sempre. Sono una brava persona”, mi ripete più volte mentre parliamo. Oggi è stanco, deluso, confuso. Più di ogni altra cosa si sente tradito. Quel diniego alla domanda d’asilo, confermato dopo il ricorso, F. ancora oggi non se lo spiega. “Mi sono detto tante volte che probabilmente non hanno capito. Magari l’interprete non traduceva bene. In Africa ci sono tante lingue”. Mi sono chiesta tante volte, nei giorni che sono seguiti a questa conversazione, se F. non sia arrivato troppo presto, prima che le commissioni prendessero consapevolezza della situazione in Gambia. Ma purtroppo la cosa non ha più importanza.

Ricevuto il diniego, F. va a Roma. Gli consigliano di riprovare a chiedere asilo. “36 volte sono andato in Questura”. La Questura di Roma per F. è un incubo, ancora oggi. Ricordi di allora si mischiano con ricordi più attuali. “Se torno lì mi arrestano. Vedi? C’è scritto qui”. Sul tagliandino strappato che mi porge in realtà non c’è scritto nulla del genere. Magari era un altro cedolino. Anche questo non cambia granché le cose.

A Roma non verrà mai riconvocato in commissione. F. allora ci rinuncia e si rimbocca le maniche. Va a sud, a lavorare nei campi. Rosarno, Castel Volturno, Foggia. Gli anni passano. Pochi euro al giorno, condizioni di vita durissime. “Foggia è il posto peggiore. Ogni tanto c’era un incendio e tutto bruciava”. Ma ci resta, F., a Foggia. Si spacca la schiena, manda qualche soldo a casa. “Non rompevo i coglioni a nessuno. Nessuno sapeva che esistevo”.

Solo che a un certo punto il fisico non regge più. Inizia a tossire sangue, non sta più in piedi. Gli amici gli consigliano di tornare a Roma a curarsi. Da dicembre F. dorme alla stazione Tiburtina. Lo curano, mi mostra pacchi di referti e uno zainetto che trabocca di medicine. Ma dorme per strada e non ha più un soldo. Con sua mamma, negli ultimi tempi prima che morisse, non è riuscito neanche a parlare al telefono. Non aveva più credito telefonico. Lo zainetto, come tutto il resto, glielo hanno comprato i volontari che lo aiutano.

Più di tutto, a F. brucia di non vedere futuro. “Dicono che devo fare un’operazione, ma ho detto di no. Che senso ha restare qui? Magari me ne vado in Spagna. O in Germania. Vediamo”. Guarda nel vuoto. Ci salutiamo. Non posso smettere di pensare a che spreco immenso si sia consumato in questi dodici anni. Questo e tanti altri. Tantissimi. Ma il numero non rende la cosa meno grave. E io non riesco a smettere di pensarci.

Perdere tutto senza perdersi


Sto iniziando a mettere via le carte, i libri e le foto accumulate nel mio ufficio in tutti questi anni di lavoro. Ne ho trovato uno che vi trascrivo qui, ripensando all’autrice, che ci ha lasciato sette anni fa.
Trascrivendo oggi queste parole, mi pare che mi parlino oggi più di sette anni fa. Mi parlano di lei, mi parlano di tante persone care, ma mi parlano anche di me e del “lungo e dolente viaggio” degli ultimi sette anni.

Cosa sono le migrazioni forzate, l’esilio se non – innanzitutto ed essenzialmente – una prova? Forse la più estrema a cui l’uomo sia chiamato.
Un salto nel vuoto, un viaggio in fondo alla notte, in fondo a se stessi.
Con l’irrinunciabile fardello di tribolazioni e tradimenti, la desolante visione di opportunismi e di viltà. E al fianco sempre, inesorabile, la morte. Nell’opprimente peso di un giorno senza cielo, in attesa di un velato e lontanissimo domani.
Alla fine del viaggio, lungo come un tunnel senza luce, si può tuttavia scoprire la gemma preziosa, il fiore nascosto: la libertà dalla paura, dai legami materiali, da quelli affettivi.
E approdare a una riva che ci scopre nuovi, diversi. Forse migliori. Sebbene questo viaggio non sia e non possa essere stato scelto, voluto.
In questo tuffo nell’abisso profondo, oscuro della vita, per chi non vuole essere vittima della storia prima ancora che degli uomini, unica bussola a cui ancorarsi è la ricerca di assoluto, il gusto dell’eccellenza, là dove il destino ti conduce. Anche dall’altra parte del mondo.
Avanzando, capaci di guardarsi indietro senza essere risucchiati. Fedeli ma non prigionieri del passato. In equilibrio solitario fra più mondi, dimensioni. Con un tempo, prezioso, da rielaborare nel silenzio meditativo, orante della crescita interiore.
Per comprendere, infine, dopo un lungo e dolente viaggio, che si può perdere tutto e non perdersi. Innervata di senso, la vita può così nuovamente fluire verso il suo destino.

Ngô Đình Lệ Quyên

Dakar, 30 novembre 2010

Uguali


“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Se leggiamo questa frase così, in automatico, specialmente in questi giorni di commemorazioni, immagino che nessuno abbia obiezioni sostanziali. 

Credo che sappiamo tutti, però, che non è così. Non tutti gli esseri umani nascono liberi e tanto meno uguali in dignità e diritti. Certe volte, in questi giorni (non più tardi di ieri sera) mi sono chiesta se davvero vorremmo essere uguali agli altri. Perché alla fine nascere privilegiati in sostanza è proprio questo: avere molto di più degli altri, indiscutibilmente. Io credo che quando parliamo di diritti umani, con le migliori intenzioni, fondamentalmente intendiamo che gli altri, tutti gli altri, dovrebbero aver diritto (idealmente) a un minimo, posto che noi evidentemente abbiamo assai di più.

In Italia negli ultimi 13 mesi sono nati due bambini. Una, che chiameremo Maryam, è nata in Sicilia, poco dopo che la sua mamma, Hope, è stata soccorsa nel Mediterraneo. Il suo fratellino invece è nato a Roma, di 30 settimane, alcuni giorni fa. E’ ancora in terapia intensiva neonatale.

Su questo blog ho incontrato e fatto amicizia con tante madri, anche con qualcuna che ha avuto l’esperienza di una nascita prima del termine, delle ansie e delle oggettive difficoltà che ne derivano. Però nessuna di quelle mamme, incinta di sette mesi, si è sentita dire che doveva passare la notte per strada, per giunta con una bambina di 13 mesi. Nessuna ha visto il padre dei suoi figli dormire lui per strada, per mesi, perché il sistema di accoglienza, che infine li ha espulsi e basta, considera una pretesa eccessiva che due genitori vivano insieme, con i loro bambini piccoli. 

Maryam a 13 mesi probabilmente non ha avuto un’esperienza paragonabile a quella di mia figlia alla stessa età. Sua madre non ha avuto un’esperienza lontanamente paragonabile a quella mia o delle mie amiche che hanno avuto figli. Anche soprassedendo sulla sua esperienza precedente e soffermandosi solo sulla maternità, credo di poterlo affermare con certezza. Io e Hope non siamo uguali in dignità e diritti.

Immagino come commentereste qui se vi raccontassi che mia figlia, a 13 mesi, è stata buttata in mezzo a una strada una notte che aveva la febbre. Se vi dicessi che gli assistenti sociali mi hanno detto che purtroppo anche se alcuni posti ci sono, io non rientro più tra quelli che possono accedervi.  Delle regole debbono pur esserci e su queste la maggior parte degli italiani sono d’accordo.

Hope ha un permesso di soggiorno valido e così suo marito, ma questo non dovrebbe neppure essere necessario precisarlo. Se pure non lo avesse, questo non toglierebbe alcunché alla sua natura di essere umano. Come pure non dovrebbe essere rilevante dire la nazionalità di Hope, la sua religione, il colore della sua pelle. Non dovrebbe essere rilevante se nella sua vita ha commesso reati (non ne ha commessi), se ha pagato o meno le tasse dovute (le ha pagate).

Tutti gli esseri umani vuol dire tutti. Io mi chiedo davvero se ci rendiamo conto del significato letterale di quella frase.

Il nostro Parlamento ha votato una nuova legge che rende le persone un po’ meno uguali, certamente in diritti e sicuramente anche in dignità. Una legge che rivela una visione del mondo che divide con enfasi in vincenti e perdenti, in cui la paura di cadere tra i perdenti rende molti di noi sempre più meschini e cinici. Così perdiamo quasi tutti e finiamo per affocare nel mare di bugie pietose che ci raccontiamo tutte le mattine.

Ho sempre creduto che la dignità degli altri sia il fondamento della mia libertà
Melania Mazzucco, Io sono con te

Respirare


La cosa che mi preoccupa di più di questo clima di “guerriglia” ideologica è che, al di là dei momenti in cui ci sentiamo accomunati a tanti altri che firmano un appello, siamo nei fatti sempre più soli. Ogni realtà, ogni persona, procede chiusa in una specie di bozzolo. Questa è la mia sensazione, tra noi che per lavoro ci occupiamo di questioni “calde” (migranti, rifugiati, ma anche alcuni altri temi). Aspettiamo che l’attacco arrivi e poi ci sarà l’immancabile strascico di opposti schieramenti: quelli per noi, quelli contro di noi. Ma in realtà né gli uni né gli altri scalfiranno davvero il nostro bozzolo. Le critiche e le accuse non serviranno a farci crescere, gli elogi di principio non ci rafforzeranno. Restiamo piccole realtà impenetrabili nella sostanza, sempre più isolate.

Ho detto spesso che è la solitudine la più grande vulnerabilità dei rifugiati. Ma la solitudine è la grande vulnerabilità di tutti, singoli e realtà sociali. La solitudine, anche se ammantata dall’entusiasmo di essere nel giusto, rende sterili. Lo so per esperienza personale. La solitudine può persino uccidere.

Penso alla solitudine degli anziani, ad esempio. Quella che si insinua poco alla volta, non per studiati abbandoni, ma per stanchezza e perdita di interesse. Quella che spinge una persona a ridursi a una serie di funzioni, perdendo la curiosità. Oggi mia madre, 92 anni, mi scrive, rispetto al fatto che mia figlia va due volte a settimana a mangiare da lei: “Oltre a tutto mi fa ringiovanire, perché mi tiene informata sulla scuola media. E poi stabilisce un collegamento anche tra noi”. Informarsi, capire cose, cercare collegamenti. Credo che non si possa descrivere meglio non solo la giovinezza, ma la vita piena.

Ascoltare, spiegare, stabilire relazioni, nel rispetto della complessità, ma anche dando valore alla semplicità e all’immediatezza delle cose. Combattere ostinatamente le nostre solitudini, che a volte sono affascinanti e persino attraenti, ma non saranno mai generative. Questo per me significa impegno civile e spero di trovarmi buone occasioni per praticarlo di più.

Divagazione (apparente)


Una donna di origine somala è cittadina di un Paese europeo. Non è stato facile, ma ha una casa, un lavoro e un passaporto. La sua vita, non da ieri, è lì. Questa storia inizia da quello che sembra un lieto fine.

E non continua neanche così male. Incontra un uomo, che ha la sua stessa origine, ed è arrivato da poco nel Paese dove lei è ormai di casa. Condividono molte cose di un passato che si sono lasciati entrambi alle spalle. Si intendono. Lui è stato riconosciuto rifugiato da un altro Paese europeo, diverso da quello in cui si incontrano. Si innamorano. Si sposano. Hanno tre bambini. La loro vita procede normalmente, con le difficoltà e le gioie di una famiglia comune.

A un certo punto però sorge un intoppo. Il governo del Paese in cui vivono si accorge che lui è rifugiato sì, ma altrove. Si è sposato, certo. Ha tre bambini piccoli. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti. Se ne deve andare. “Tornare” in un Paese dove non ha nulla se non un pezzo di carta. Non vuole separarsi dalla sua famiglia? Benissimo, questo è comprensibile. Ci mancherebbe. Ma che problema c’è? La signora è cittadina di un grande e rispettabile Paese europeo, così come i bambini. Hanno i loro passaporti. Possono andarsene tutti insieme, se tanto si amano. E buona fortuna a tutti.

Intanto, a una manciata di chilometri di distanza, si ripropone una situazione simile, a parti invertite. Lei, la moglie, ha partorito da poco. La bambina ha tre mesi appena. Il padre, suo marito, è cittadino del Paese in cui vivono. Lei “solo” rifugiata, riconosciuta da un altro Paese europeo. Anche in questo caso, il governo è chiaro: tanti auguri per la bimba, che è cittadina anche lei. Ma la madre deve andarsene. A lei la scelta. O il resto della famiglia lascia tutto e se ne va con lei in cerca di fortuna, oppure lei può lasciare la bimba al padre (si sa, crescere con un solo genitore è una cosa che capita sempre più spesso, ci fanno anche tante toccanti pubblicità) e andarsene.

Perché vi racconto questi due episodi, purtroppo assolutamente veri e ancora non risolti? Per farvi capire che da tempo, nella nostra Europa, è passato il concetto che non tutti i cittadini sono uguali, neppure quando hanno i pezzi di carta che li dichiarano tali. Neppure se intendiamo la parola cittadinanza in quel senso angusto e meschino di tessera di un club esclusivo. Perché ad alcuni quella tessera può essere ritirata, nella forma (come prevede in decreto Salvini, in alcuni specifici casi) o nella sostanza, come avviene ahimè tutti i giorni nel nostro Paese e anche in Paesi “più civili” del nostro. Provate a immaginare di essere nei panni dei genitori di cui vi ho parlato prima e che lo Stato di cui siete cittadini metta voi davanti alle opzioni descritte. Non credo che questo possa accadere, vero? Credo che la cosa farebbe notizia sui giornali. Ma a noi non può accadere, giusto? Perché noi siamo cittadini “veri”. (Sicuri? No, perché io ovviamente non credo di poter dire in tutta onestà che a me non potrebbe succedere, anche se il padre di Meryem è da due anni cittadino italiano).

Ciò detto il decreto legge che è stato approvato lunedì al Consiglio dei Ministri è terribile. Cambierà le cose drasticamente in peggio per moltissimi di noi. E quando dico “noi” non intendo una specifica categoria professionale o sociale. Intendo proprio noi, persone normali, mediamente oneste, che vivono con più o meno fatica in questo Paese.

Informatevi, in primo luogo spegnendo la televisione e disintossicandovi dai dibattiti. Poi cominciate a leggere cose sensate, iniziando da qui.

In trappola


Le notizie che si susseguono in queste ore hanno spazzato via ogni mia velleità di scrivere dei post sul viaggio in Spagna o su alcune altre cose che avrei voglia di condividere con voi. Sono talmente spiazzata che non riesco a commentare le recenti evoluzioni delle politiche su migrazione e asilo (possiamo chiamarle così?) neppure a voce, con gli amici più cari.

Eppure, anche sospendendo i commenti perché il groppo di rabbia, frustrazione e preoccupazione è troppo grande per essere dipanato in un tempo e in uno spazio ragionevoli, mi sento in dovere di fissare qui qualche informazione attendibile sui fatti di cui tanto si dibatte. Perché il dramma è proprio questo: la mistificazione ha raggiunto livelli tali che ormai nessuno ha più elementi per capire che succede. E’ sempre stato così? No, almeno non a questi livelli.

Scelgo a casaccio, in ordine sparso, un numero ragionevole di cose da scrivere. Se avete dubbi o domande fatemele, sono qui per dare chiarimenti.

  1. Il trattenimento di persone per giorni e giorni a bordo di una nave della Guardia Costiera è una misura legittima, o quantomeno giustificabile per ottenere interessamento e attenzione dagli altri Stati europei? No. Mille volte no. Anche a prescindere da chi erano quelle persone. E poi non prescindiamone: abbiamo bloccato per giorni delle donne che avevano subito violenza a stretto contatto con alcuni (gli ultimi) dei loro violentatori – che hanno denunciato allo sbarco, dimostrando una forza che stento persino a immaginare.
  2. Queste persone “affidate alla CEI” avevano l’obbligo di restare nel luogo in cui erano state destinate? Qualcuno aveva il dovere di sorvegliarle? No e no. Dei migranti sono sbarcati in Italia, hanno espresso la volontà di chiedere protezione, sono stati fotosegnalati. Hanno diritto, se non dispongono di altri mezzi, all’accoglienza per la durata della loro proceduta d’asilo. Lo Stato italiano ha arbitrariamente deciso che non voleva assumersi tale obbligo per questo gruppo di persone ed ha quindi stipulato un accordo con dei privati (i vescovi italiani) affinché provvedessero ad alleggerire lo Stato da questo onere. Ottenuto questo vantaggio meramente economico tenendo in ostaggio le persone di cui sopra, queste ultime hanno deciso di non avvalersi delle misure di accoglienza offerte. Come migliaia di altri migranti forzati prima di loro, specialmente eritrei. L’abbandono volontario della struttura di accoglienza non è un reato. Semmai è un impedimento per accedere alla procedura d’asilo, in Italia e altrove. Ma certamente non giustifica che queste persone vengano ricercate dalla Digos in giro per l’Italia.
  3. Il fatto che le persone ambiscano a spostarsi verso una grande città, oppure a lasciare l’Italia è la dimostrazione che non sono rifugiati? No, mille volte no. Sono stati fatti programmi europei per distribuire nei vari Stati gli eritrei proprio perché evidentemente bisognosi di protezione internazionale. Per essere rifugiati è necessario essere privi di volontà? E’ necessario ambire ad essere trattati come merci? E’ necessario essere passivi? Il fatto che questo accada da oltre dieci anni con assoluta sistematicità dimostra solo che la procedura che l’Unione Europea prevede è inefficace, insensata e inadeguata. Ci sono serissimi report in merito, redatti dalla stessa Commissione europea. Sul Regolamento di Dublino e sulla sua riforma ci sarebbe moltissimo da dire, ma non divaghiamo. Se una persona in fuga ambisce a raggiungere la sua famiglia o i suoi connazionali che già vivono in uno specifico Paese, questo non implica che è un impostore, che la guerra da cui fugge non esiste, che le persecuzioni di cui non di rado porta i segni evidenti addosso sono una bugia. Non mi pare difficile da capire. Se le regole europee non gli/le consentono di farlo in nessun caso magari dovremmo farci qualche domanda.
  4. Incitare le commissioni che esaminano le domande di asilo ad abbassare i numeri delle risposte positive a prescindere dalle persone che presentano domanda e della loro storia è gravemente inappropriato di per sé. Ma quando più persone, a torto o a ragione, ricevono un diniego, questo li trasforma in pericolosi clandestini? Ancora una volta no. Questo li mette, a causa della legge sull’immigrazione che abbiamo, praticamente per sempre nella condizione di non avere documenti. Quindi di lavorare in nero, di non pagare tasse, di essere sfruttati, di vivere in un giro di illegalità. Ma se da richiedenti asilo erano giornalisti perseguitati, donne che fuggono alla violenza estrema, contadini lasciati senza terra e senza diritti…. non diventano feroci criminali da un giorno all’altro. Certamente saranno più disperati, finiranno per strada, si troveranno con tutte le strade chiuse. Con tutto quello che questo comporta. Pensateci, possibilmente mettendovi nei panni di uno che ha perso tutto.

Mi fermo qui. Del nuovo decreto in preparazione preferisco non parlare ancora. Vi spiego però il titolo di questo post, citando un rifugiato maliano che ieri ho avuto la fortuna di ascoltare: “Italiani e migranti, veniamo tutti spinti sempre più verso i margini della società da una minoranza di privilegiati. Potremmo renderci conto che il nostro problema è lo stesso e darci la mano per rialzarci. Invece ci sbraniamo tra noi, non riusciamo da uscire da questa trappola in cui ci hanno fatto cadere”.

Link di letture attendibili per chi vuole portarsi avanti sul resto
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/stop-alla-protezione-umanitaria-arriva-la-scure-del-decreto-salvini
http://www.vita.it/it/article/2018/09/06/stop-fondi-sprar-salvini-non-blocchi-un-modello-daccoglienza-che-leuro/148932/
https://www.avvenire.it/amp/opinioni/pagine/ascoltiamo-chi-bussa-nella-nostra-notte?__twitter_impression=true