(Cambiamo) l’ordine delle cose


Ho visto ieri in anteprima al Senato “L’ordine delle cose” di Andrea Segre. Stamattina, attenendomi alle istruzioni del regista, ho letto il pamphlet scaricabile dal sito del film. La prima cosa che voglio dirvi è che questo non è solo un film, è un invito, anche piuttosto impegnativo. Però la prima cosa da fare, senza dubbio, è vedere il film. Qui trovate il calendario delle uscite.

Lo so, anche il primo passo è impegnativo. Il tempo è poco, quando vado al cinema (sempre più raramente) cerco l’evasione, perché amareggiarmi con questi temi anche i momenti di relax, l’amica con cui esco non è interessata…. Le so tutte, queste scuse. Le uso tutte. Però stavolta non usatele. Specialmente se siete tra quelli che in questi mesi, in questi anni, osservano costernati e increduli quello che accade e vorrebbero credere che un’alternativa c’è, andate al cinema. Se nella vostra città non proiettano il film, chiedete che lo facciano. Peraltro è un film bellissimo, ben girato, ben recitato. Ma davvero, non è questo di cui voglio parlarvi, mica sono un critico cinematografico.

Questo film se fosse ambientato negli anni nel nazismo sarebbe solo commovente. Diremmo che ha saputo cogliere con poesia e intelligenza la banalità del male. Però questo film non è ambientato negli anni del nazismo. Purtroppo non è ambientato neanche nel futuro prossimo, come probabilmente era nelle intenzioni di chi l’ha pensato. E’ ambientato nel presente, nel quotidiano di tutti noi.

Non voglio dirvi altro di questo film, a parte un’ultima precisazione. Nonostante le apparenze, non parla di migranti. Parla di noi. Quando dico noi intendo davvero noi tutti, non solo “i politici cattivi”. Noi che cresciamo i nostri figli, noi che andiamo al lavoro tutte le mattine, noi che ci concediamo un weekend romantico e sorridiamo davanti a un regalo inaspettato. Per questo, se ci lasciasse così, nel buio di una sala a leggere i titoli di coda, sarebbe un film davvero crudele.

Invece no, al film segue una proposta. Se l’emergenza è culturale, non bastano i gesti simbolici, non bastano i proclami, né le manifestazioni. Prima bisogna pensare, molto. Mettere insieme la potenza del pensiero di tutti per cercare una prospettiva veramente nuova. Per questo, una volta visto il film (non barate, non sareste davvero utili alla causa), leggete il pamphlet (io ho apprezzato particolarmente l’introduzione di Andrea Segre e il contributo di Igiaba Scego). Poi pensate e contribuite alla riflessione comune inviando un commento sul sito. E vediamo dove questo ci porta. Io ho bisogno di credere che ci porti lontano. O almeno un passo più in là.

Le migrazioni in vacanza (reloaded)


Il tema delle migrazioni è stato uno dei fili conduttori della vacanza in Grecia, forse perché, a guardare bene, le tracce delle migrazioni sono ovunque, quando si guarda con un minimo di attenzione. Sono stati almeno tre i filoni della nostra riflessione di viaggio, in riferimento a tre diversi momenti storici.

  1. Le migrazioni antiche. Questo è stato forse il tema più inaspettato, almeno per me. Leggendo i testi delle domande fatte all’oracolo di Dodona, nel grazioso (e assai poco frequentato) museo archeologico di Ioannina, ci ha sorpreso che svariate di esse riguardassero potenziali migrazioni. “Devo trasferirmi a Crotone con la mia famiglia? I miei affari avranno successo?”. Sarà la deformazione professionale, ma per la prima volta mi sono immaginata le colonizzazioni greche in una luce molto diversa: non arditi civilizzatori di terre lontane, ma padri di famiglia alla ricerca di un futuro per sé e per i propri figli. Uomini pieni di dubbi e di paure, non sorridenti piantatori di bandierine.
  2. La diaspora degli ebrei sefarditi. Nel 1492, lo stesso anno della cosiddetta “scoperta” dell’America, iniziava l’esodo degli ebrei prima dalla penisola iberica e poi dall’Italia meridionale. Una parte importante di loro è arrivato in Grecia. A Ioannina abbiamo incontrato Allegra Matsa, discendente di una famiglia originaria di Siracusa. In una sinagoga molto grande (che non era neanche l’unica della città) ha ripercorso per noi la storia di una comunità ormai ridotta a poche decine di unità. Mi ha colpito sentire che a Ioannina si fermò la parte più povera dell’esodo sefardita: i mercanti, gli intellettuali e le élite fin da subito proseguirono per Salonicco o per Istanbul. Anche allora i rifugiati non erano tutti uguali, evidentemente. C’è stato un tempo in cui la popolazione di Ioannina era composta in parti più o meno equivalenti da ebrei, cristiani e musulmani: a questa convivenza è dedicato il piccolo ma significativo Museo Etnografico che si trova all’interno della moschea Arslan Pasa. Peraltro l’edificio in sé merita senza alcun dubbio una visita.
    Sul tragico epilogo di molte comunità ebraiche d’Europa in Germania avevamo già avuto di riflettere molto, ma in Grecia si toccano con mano le conseguenze irreversibili del genocidio nazista.
    Sulle pareti della sinagoga di Ioannina sono iscritti 1.832 nomi di ebrei deportati (la comunità contava all’epoca 2.000 persone). Era il 25 marzo 1944, mancavano solo 6 mesi alla liberazione, ma quei 6 mesi hanno cambiato per sempre la storia degli ebrei in città e in Grecia. Di tutte queste persone si sarebbe perso anche il ricordo, visto che gli archivi furono bruciati dai nazisti, se non fosse stato per lo straordinario sforzo di Michael Naoum Matsas, uno dei pochi sopravvissuti, che ricostruì la lista completa sulla sola base della sua memoria. L’edificio della sinagoga fu salvato dalla distruzione perché il vescovo e il sindaco chiesero e ottennero dai tedeschi di utilizzarlo come biblioteca.
    Un’altra visita importante per la memoria del genocidio degli ebrei è stato il Museo ebraico di Salonicco. Lì la storia fu, se possibile, ancora più amara che a Ioannina. In una calda giornata del luglio 1942 tutti gli uomini della comunità di età dai 18 ai 45 anni furono riuniti nella piazza della Libertà. Durante tutto il pomeriggio li si obbligò a compiere esercizi fisici sotto minaccia delle armi. In meno di 10 settimane il 12% di questi morirono a causa del deperimento e della malattia. La comunità tessalonicese, aiutata da quella ateniese, riuscì a raccogliere 2 miliardi della somma di 3,5 miliardi di dracme richiesta dai tedeschi per il rilascio dei lavoratori forzati. I tedeschi accettarono di liberarli, ma esigettero in controparte l’abbandono del “cimitero ebraico di Salonicco”, dove vi erano dalle 300.000 alle 500.000 tombe, memoria storica della Gerusalemme dei Balcani. Gli ebrei iniziarono il trasferimento delle tombe verso due terreni che erano stati loro concessi in periferia, ma le autorità comunali, prendendo a pretesto la lentezza delle operazioni, decisero di assumere la gestione dell’operazione. Cinquecento operai greci, pagati dal comune, effettuarono la distruzione delle tombe. Il cimitero non tardò a trasformarsi in una vasta cava, dove i greci ed i tedeschi andavano a cercare pietre da utilizzare come materiale di costruzione. In città diverse chiese e edifici sono stati edificati con quelle lapidi. Al posto dell’antico cimitero oggi sorge l’Università di Salonicco. Il monumento che ricorda la deportazione degli ebrei da Salonicco fu costruito solo nel 1997, in periferia. Gli amministratori dell’Università Aristotele hanno sempre rifiutato di erigere un qualsiasi monumento per ricordare la presenza dell’antico cimitero ebraico sotto le fondamenta degli edifici.
  3. Lo scambio delle popolazioni tra Grecia e Turchia. Ne avevo sentito vagamente parlare, per accenni e in modo piuttosto leggero, ad esempio in questo film, o in questo giallo. Ma a Salonicco per la prima volta ho cercato di saperne di più, colpita da una evidenza sorprendente e abbastanza triste: quasi ogni traccia della secolare storia ottomana della città è stata cancellata, oppure versa nel più totale abbandono. La città, pur affascinante, ancora oggi all’occhio del visitatore attento appare, in qualche misura, ferita.
    In estrema sintesi, nel 1923 i cristiani greci dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco. Parliamo del trasferimento forzato di ben due milioni di persone le cui comunità, in molti casi, vantavano una storia plurisecolare. Parliamo soprattutto della fine traumatica di una convivenza che certamente non fu sempre e ovunque felice, ma che era parte integrante della cultura e dell’anima di quelle terre. Anche in questo caso, come altrove in Europa, si ritenne che l’ “omogeneità” della popolazione dei nuovi stati fosse una garanzia di stabilità per il futuro. Certamente fu l’inizio di grandi difficoltà da una parte e dall’altra (l’assimilazione dei nuovi arrivati non fu così indolore) e anche di un certo rafforzamento di identità contrapposte, con quella religiosa che si salda a quella nazionale, che ha portato nuovi e duraturi conflitti. Io credo, avendo imparato ad apprezzare e amare un po’ entrambi i Paesi, che questa decisione abbia impoverito e penalizzato sia la Grecia che la Turchia, prevenendo probabilmente ostilità gravi nell’immediato, ma gettando le basi per una reciproca estraneità (se non attivo odio e rancore) del tutto in contraddizione con la storia.

Parlando con un simpatico autista Uber delle prospettive dell’Europa, mi ha colpito il fatto che lui insistesse a dire che un tedesco o un nord europeo in genere non ha proprio gli strumenti culturali per capire un greco, un po’ per i pregiudizi (“Dicono che non lavoriamo, io lavoro 12 ore al giorno, in condizioni che nessuno di loro potrebbe sopportare”), un po’ per diversa mentalità. Questo discorso, tutt’altro che raro, dimostra in primo luogo che certamente i pregiudizi sono reciproci. Ma fa anche riflettere sul fatto che in Europa sembriamo aver perso la capacità, se mai a sprazzi l’abbiamo avuta (a me piace pensare che a tratti, in alcuni territori, ci fosse), di trarre vantaggio dalle nostre indiscutibili differenze. Eppure l’unico futuro possibile è un futuro insieme. Vale per l’Europa, vale per ciascuno dei quartieri in cui viviamo.

Che dire? (su via Curtatone)


Ho pensato a lungo se scrivere questo post, decisamente non necessario. Su internet potete leggere molti articoli belli, ispirati, utili, documentati. Sotto ve ne linko qualcuno. Ma sapete, oggi volevo iniziare a scrivere un altro post sul viaggio di questa estate e poi mi sono detta che alcuni dei quattro gatti che mi leggono forse si aspettano un commento sull’orrendo sgombero protratto e violento di cui siamo stati testimoni qui a Roma.

In queste ore si legge un po’ di tutto, le tifoserie si scatenano, il web pullula di specialisti di sociologia e di diritto internazionale. “La gente valuta per quel che sa”, mi si obiettava ieri in una conversazione su Facebook. E ancora una volta, purtroppo, sa molto poco e soprattutto non sa cosa credere, in questa gara a pubblicare immagini, video, frammenti, istantanee. Questa estate, in un istruttivo video su come editare le foto per Instagram, una frase di Chiara mi è rimasta impressa: “lo stile di Instagram chiede foto con una prospettiva molto dritta e molto piatta”. Ecco, tutti i media ormai chiedono questo: narrazioni estrapolate, lineari e piatte, senza prima e dopo. Magari virate sulle tinte pastello dei buoni sentimenti, oppure molto sature di dramma, sangue, enfasi.

Prima di lasciarvi con qualche consiglio di lettura, aggiungo solo qualche osservazione.

  1. Lo so che i rifugiati, specie se vivono in condizioni analoghe, vi sembrano tutti uguali e considerare particolari come quando sono arrivati in Italia, se parlano la lingua e che storia pregressa con l’Italia hanno vi pare una distinzione di lana caprina. Però fa tutta la differenza del mondo. Se volete cercare davvero di capire, queste cose dovreste saperle. Perché spiegano l’adeguatezza o l’inadeguatezza delle soluzioni possibili, ma anche la profondità delle responsabilità politiche del singolo episodio. Ieri ho incontrato un vecchio amico, membro del comitato che coordinava l’occupazione di via Curtatone: ci siamo conosciuti al centro di accoglienza in cui lavoravo e da cui lui è uscito nel 2003. La maggior parte delle persone sgomberate da quel luogo ci vivevano da tre o quattro anni. Alcuni bambini ci sono nati.
  2. Con questo non voglio dire che era giusto e bello che centinaia di persone vivessero in uno stabile occupato. Non sarebbe mai dovuto succedere. Eppure succede, in tante altre strutture in città, di cui la Regione ha fatto una precisa lista già da tempo, corredata da stanziamenti di fondi al comune per ampliare l’edilizia popolare.
  3. No, non incomincerò anche io con l’elenco delle responsabilità in ordine decrescente. Credo che con le giuste letture ognuno possa farsi il suo. Lasciatemi sono dire che in queste circostanze più di altre si tocca con mano l’inadeguatezza, lo squallore e il cinismo della politica. Tutta. Chi ha potere è squallido nel molto, in larga scala e con la spudoratezza di chi è sicuro dell’impunità; ma chi non ha potere è squallido nel poco, nei protagonismi e nelle strumentalizzazioni di bassa lega. Scusate se sono amara, ma oggi mi pare così.
  4. Che possiamo fare noi? Sarò franca. Non basta l’indignazione su Facebook, ma anche andare a portare panini serve più a gratificare il nostro spirito da crocerossina dell’800 che altro (senza offesa per il bellissimo e utilissimo volontariato di Roma, si intende). Non lasciate che questi episodi siano dimenticati dopo il prossimo titolone. Leggete, informatevi, chiedete, capite. E cominciamo a pretendere una politica degna di questo nome. Come? Ditemelo voi. Sono tutta orecchi.

Letture

Annalisa Camilli, Sgomberare gli sgomberati, il fallimento dell’accoglienza a Roma
Centro Astalli, Sgombero di rifugiati a Roma: risposta inadeguata a problemi complessi

Gianni Del Bufalo, Migranti e topi
Eleonora Camilli, Famiglie senza casa accampate in basilica: “Qui finché non ci ascoltano” (per completezza)
Michele Smargiassi, La carezza e la violenza. Una guerra di immagini

La foto del post è di Eleonora Camilli.

Noi, loro


Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Certamente. Ma è anche vero che per far cadere un albero ci vuole pochissimo tempo, per farlo crescere molto molto di più. Quindi non si tratta solo di rumore, si tratta di danneggiamento del lavorio paziente di tanti altri.

La fiducia necessita di tempi lunghi. Ma per la diffidenza basta un attimo.

Tutto questo per dire che viviamo dei tempi difficili, in cui credo davvero che se non siamo nella posizione di migliorare le cose almeno sarebbe nostro preciso dovere non peggiorarle. Se non possiamo far sentire meno isolato e additato il capro espiatorio di turno, almeno dovremmo astenerci dal dare manforte a chi moltiplica la violenza.

La violenza fisica è solo l’ultimo anello di una lunga catena che costruisce per alcuni una posizione di inferiorità. Argomenti apparentemente razionali, spesso suffragati da sondaggi e numeri, ma che in realtà servono specialmente ad argomentare una diversità sostanziale, che giustifica “le maniere forti”. Una connessione tra una categoria di persone generica (e per generica intendo banalmente che include centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di singoli individui), a prescindere da cosa il singolo membro della categoria sia o faccia, e un’alterità, una sostanziale estraneità.

Loro. Loro pensano che. Loro vogliono. Loro. Non noi. Contro di noi. Non saremo disposti a tollerare che loro… Non c’è posto per loro, non cederemo di un millimetro. Anche se quei loro, finché qualcuno ce l’ha fatto notare, erano solo i miei vicini di casa, i compagni di classe di mia figlia, le persone che incrocio ogni mattina per strada.

Ieri un giurista di cui ho immensa stima, Lorenzo Trucco, ci ha ricordato ciò che scriveva Norberto Bobbio nel 1992 su La Stampa. Lo ricordo anche a voi, perché ci riflettiate con me.

L’essenza della democrazia è esattamente l’opposto del razzismo. Nonostante la continua sofferenza di essere costretti a vivere in una democrazia sgangheratissima come la nostra, non ci stancheremo mai di mettere in evidenza i pregi dello stato democratico, malgrado le sue magagne, rispetto a tutte le forme di governo. Democrazia e razzismo, in tutte le sue manifestazioni, sono incompatibili per almeno due ragioni.

La democrazia è fondata su valori universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’altro, la tolleranza, e soprattutto la non violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, anche violento.
In secondo luogo la democrazia è inclusiva, nel senso che tende ad includere coloro che stanno fuori per allargare ad altri i propri benefici.

Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso ad oggi, è stato un processo graduale d’inclusione dei diversi.
Il dispotismo è esclusivo: tende, se mai, a escludere i già inclusi.
Naturalmente non si può includere tutto e tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, ma una democrazia non può essere “esclusiva” senza rinunciare ad essere una “società aperta”, ossia senza negare se stessa.

 

Due cose che devo proprio dire


Chi mi conosce lo sa. Quando sento parlare il nostro attuale ministro degli Interni (o ne leggo le dichiarazioni) perdo di lucidità. Per questa ragione cerco, con scarso successo, di non commentare troppo quello che dice e quello che fa. Però due cose le devo commentare per forza, anche perché sento ormai riecheggiare le sue parole nei luoghi che frequento, ripetute e amplificate dalle bocche più insospettabili. Io so bene che nessuna campagna, neanche questa pur bellissima e coraggiosissima che stiamo caparbiamente portando avanti in tutta Italia, può granché contro quello che, ripetuto ogni sera in televisione, diventa verità anche solo per sfinimento di ascolto passivo. Figuriamoci un post di Chiara Peri.

Però concedetemi due citazioni e due commenti.

«I dati indicano che, nel 2016, i flussi di migranti della rotta balcanica occidentale sono diminuiti dell’86 per cento, quelli della rotta balcanica orientale del 72 e, al contrario, quelli del Mediterraneo centrale aumentati del 18. Questo significa che lo sforzo finanziario assunto dall’Europa con la Turchia, 6 miliardi di euro, ha consentito di arrestare di fatto il flusso dai Balcani e che la partita si gioca dunque di fronte alle nostre coste. Bene. C’è un ulteriore dato che indica come il 90 per cento dei flussi del Mediterraneo arrivi dalla Libia. E questo consente di focalizzare ancora di più l’origine del problema»
La “partita” a cui si fa riferimento suona come una specie di partita a Risiko. Mi pare ovvio che il Ministro consideri un successo l’arresto del “flusso dai Balcani”, anche se è stato uno sforzo finanziario. Denaro ben speso, pago pretendo. Ma ci ricordiamo di chi era composto quel flusso? Migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalle bombe. Quel flusso oggi non arriva più, eppure il Siria si continua a morire. Oggi una mia collega ha accompagnato dal Papa un bambino, una goccia di quel flusso, che ha perso il papà a causa di una bomba. Di questo si parla, non di una nube tossica. E quell’impegno finanziario scellerato, di cui non si riesce neanche a sapere con chiarezza chi si è preso la responsabilità, non si limita a bloccare milioni di rifugiati in Turchia, il paese che da solo già ne ospita un numero più alto di tutta l’Europa impastata insieme. No, quell’impgno finanziario rimanda indietro chi è arrivato e soprattutto sigilla i confini di un paese in guerra che noi, con la nostra crescente esportazione di armi, contribuiamo con ogni probabilità a tenere ben viva.
Ma il flusso dalla Libia, mi direte, è tutt’altro. Vero. Ma non è meno urgente, disperato e sacrosantamente legittimo. Vedo sopraccigli che si alzano. Ok, possiamo discuterne, in un altro momento. Però una cosa è certa. Il “flusso” dalla Libia non è composto di libici. Quindi non insultiamo la nostra intelligenza dicendo che l’origine del problema è in Libia. L’origine del problema è nei conflitti, più o meno dimenticati, nelle dittature che spesso ci conviene appoggiare, nelle carceri sotterranee di cui tanti amici africani mi parlano, nella corruzione che si mangia tutto, nella rapina sistematica a cui pochi potenti sottopongono un continente intero, le sue risorse naturali, il suo ambiente. In Libia, semmai, è la presunta soluzione del “problema”. Una soluzione che sa di violenza, di detenzione, di tortura. L’abbiamo già visto questo film. Non fraintendetemi, la pace il Libia sarebbe una cosa meravigliosa e sacrosanta. Anche lì c’è un popolo che soffre. Ma non mi convincerete mai che la via per la pace passa per la violenza riservata a altri per compiacere chi paga per il servizio.

«Le statistiche ci dicono che i reati, tutti i reati, sono in diminuzione, ma la sicurezza non è una statistica, è un sentimento. E il sentimento di insicurezza avvertito dai cittadini non va mai sottovalutato»
Questo per me è il punto più grave. Il sentimento di sicurezza non si contrasta inasprendo le misure di sicurezza contro chi qualcuno percepisce essere pericoloso, adottando misure di urgenza che non trovano alcuna giustificazione in quel che accade davvero. Il sentimento di sicurezza si costruisce con l’educazione, con la bellezza, con le iniziative che creano rapporti di rispetto, amicizia e solidarietà tra vicini di casa, concittadini, colleghi, compagni di scuola. Ricucendo quello che le trasmissioni della televisione, con le loro urla scomposte, non fanno che distruggere: la coesione sociale, la comune cittadinanza. Sono processi lunghi, i cui risultati numerici non si portano a casa in poche settimane. Certamente contare le espulsioni, legittime o meno che siano (nella sostanza, quando non proprio nella forma), è più facile e fa un effetto migliore sul momento. Ma tutta questa violenza implicita o esplicita che frutti porterà? Se crea sentimenti, dubito che siano buoni sentimenti. Qualche sentimento lo vedo ogni tanto negli occhi di chi queste violenze già comincia a subirle (e che un po’ le ha sempre subite, diciamocelo): paura, rabbia, umiliazione, vergogna, frustrazione, esasperazione. Un sentimento di sicurezza non l’ho visto mai.

Una storia di donne


Quando incontro P. la potrei scambiare per una delle studentesse del Master dell’Università di S. Francisco che sto aspettando in un pomeriggio piovoso davanti alla porta verde della mensa del Centro Astalli. Inglese fluente, coda di cavallo, sorriso sicuro. Chiacchieriamo con naturalezza, mentre aspettiamo gli altri. Solo che quello che mi racconta è – manco a dirlo – straordinario. “Sembra un romanzo!”, non mi trattengo dal commentare (anni e anni di esperienza non mi hanno tolto quel tipico stupore un po’ stupido di chi è nuovo a questi racconti e di cui mi pento fino a un certo punto). Lei mi sorride e risponde quello che risponderei io: “Chissà, magari un giorno lo scriverò”.

P. è tibetana e a 15 anni è fuggita, da sola, in India. Di quella parte della sua vita, senza troppe remore ma anche senza indulgere in particolari macabri, mi traccia un quadro inequivocabile. Il padre ex parlamentare, la repressione cinese, le violenze arrivate inaspettate al villaggio, la madre incinta che per le percosse dei militari perde il suo bambino, il fratello minore oggi in carcere, la paura e la diffidenza che la trattiene ancora qui, a Roma, oggi, dal frequentare i suoi connazionali. Non si sa mai. Anche dopo anni la notizia che lei è qui potrebbe nuocere a chi è rimasto.

Il viaggio attraverso le montagne fino al Nepal e il primo arrivo in un campo profughi un po’ in disarmo P. lo liquida rapidamente (ed è la prima cosa che mi racconta), ma ci sarebbe certo molto da aggiungere. A un certo punto lascia il campo e trova riparo in un monastero buddhista. Lì incontra una signora indiana che, con generosità assoluta, la prende con sé e la porta a Calcutta.

Da oggi pomeriggio non riesco a smettere di pensare a questa donna speciale. “Ha fatto di me quella che sono oggi”, dice P. con semplicità. “Mi ha insegnato a leggere a scrivere, mi ha mandato alle scuole migliori, mi ha fatto studiare l’inglese. Mi ha insegnato ad apprezzare un’opera d’arte. Amava Frida Kahlo e mi ha trasmesso la sua passione. Leggevamo Shakespeare e proprio grazie ai versi del Giulio Cesare ho iniziato a sognare di venire in Italia”. La donna è anziana, sente la fine avvicinarsi. P. lavora in un call center, ma il suo futuro è appeso a un filo. “E’ stata lei a incoraggiarmi. Mi diceva: Se la vuoi davvero, la tua occasione, prendila! Puoi farcela”.

Sorride, P., quando mi dice che l’Italia dove è arrivata non aveva nulla a che fare con il suo sogno pieno di storia e di arte. “Non avevo idea che per gli stranieri qui fosse così difficile. I primi mesi sono stati davvero duri. Dopo pochi giorni mi hanno rapinato per strada e mi hanno preso i pochi soldi che avevo. Sono stata costretta a vendere l’anello che mi aveva dato mia madre, il ricordo più prezioso che conservavo di lei. Ma non c’era alternativa”. Il corso di italiano per lei è stata l’opportunità più grande. “Sono arrivata qui, al Centro Astalli, e sono davvero grata per questo. Ora ho un avvocato che mi segue e tutto va molto meglio”. P. abita presso una famiglia del Bangladesh e si mantiene con un lavoretto in pizzeria. “Certo, non ha nulla a che fare con quello che ho studiato. Ma sono al sicuro. Voi qui in Italia siete così fortunati: potete dire quello che volete, non conoscete la paura. Io oggi sono tranquilla e davvero non potrei chiedere di più”.

Io credo, e lo ho detto anche a lei, che P. dovrebbe assolutamente chiedere di più, invece. Dovrebbe tornare a coltivare le evidenti ricchezze della sua anima, quelle così ben nutrite dalla generosità di una signora incontrata per caso. Voglio credere che altre strade possano aprirsi per questa giovane donna coraggiosa e entusiasta, per il bene suo e di questo Paese sgangherato ma sicuro che oggi la accoglie.

Oggi P. ha avuto il suo piccolo regalo. Una delle studentesse americane che abbiamo incontrato insieme parlava nepali e le due si sono messe a chiacchierare fitto. Guardandole non ho potuto fare a meno di pensare che sarebbe così naturale se fossero compagne di università, coinquiline, colleghe. Al momento vivono due vite completamente diverse. Ma un giorno, chissà.

 

Facciamo un test?


Oggi pomeriggio ho visto un video del Consiglio dell’Unione Europea che mi ha scosso molto. Un video ufficiale, di un’istituzione che si suppone mi rappresenti. Si tratta di uno spot che visualizza 12 mesi di lotta contro gli immigrati, con ogni mezzo (lo potete scaricare da qui). Che celebra l’accordo con la Turchia, la chiusura delle frontiere interne, il sovvenzionamento della guardia costiera libica. Abbiamo ripreso il controllo dei nostri confini, stiamo tenendo fuori gli elementi ostili, le “migrazioni illegali”. Tutto, badate bene, è migrazione illegale in questo video: anche i siriani in fuga da Aleppo e dal resto della Siria devastata. Anche i bambini torturati in Libia, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite uscito ieri.

Vorrei da voi una risposta onesta a queste domande, qui nei commenti o su Facebook, come vi pare. Sul serio vorrei capire.

  1. Sei a conoscenza del fatto che l’Italia, in linea con l’Europa, ritiene che la via principale per affrontare le migrazioni sia evitare che le persone arrivino, anche bloccandole o rimandandole in Turchia, Libia, Sudan? (vedi prime dichiarazioni del nuovo ministro dell’Interno Minniti).
  2. Sei d’accordo?
  3. Credi che le condizioni di vita di un migrante in uno di questi tre Paesi (potete far riferimento al rapporto linkato sopra, a titolo esemplificativo) sarebbero accettabili per te e per la tua famiglia?

E con questo mi ritiro a guardare qualche serie scema su Netflix. Ma mi piacerebbe davvero che rispondeste.