Noi, loro


Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Certamente. Ma è anche vero che per far cadere un albero ci vuole pochissimo tempo, per farlo crescere molto molto di più. Quindi non si tratta solo di rumore, si tratta di danneggiamento del lavorio paziente di tanti altri.

La fiducia necessita di tempi lunghi. Ma per la diffidenza basta un attimo.

Tutto questo per dire che viviamo dei tempi difficili, in cui credo davvero che se non siamo nella posizione di migliorare le cose almeno sarebbe nostro preciso dovere non peggiorarle. Se non possiamo far sentire meno isolato e additato il capro espiatorio di turno, almeno dovremmo astenerci dal dare manforte a chi moltiplica la violenza.

La violenza fisica è solo l’ultimo anello di una lunga catena che costruisce per alcuni una posizione di inferiorità. Argomenti apparentemente razionali, spesso suffragati da sondaggi e numeri, ma che in realtà servono specialmente ad argomentare una diversità sostanziale, che giustifica “le maniere forti”. Una connessione tra una categoria di persone generica (e per generica intendo banalmente che include centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di singoli individui), a prescindere da cosa il singolo membro della categoria sia o faccia, e un’alterità, una sostanziale estraneità.

Loro. Loro pensano che. Loro vogliono. Loro. Non noi. Contro di noi. Non saremo disposti a tollerare che loro… Non c’è posto per loro, non cederemo di un millimetro. Anche se quei loro, finché qualcuno ce l’ha fatto notare, erano solo i miei vicini di casa, i compagni di classe di mia figlia, le persone che incrocio ogni mattina per strada.

Ieri un giurista di cui ho immensa stima, Lorenzo Trucco, ci ha ricordato ciò che scriveva Norberto Bobbio nel 1992 su La Stampa. Lo ricordo anche a voi, perché ci riflettiate con me.

L’essenza della democrazia è esattamente l’opposto del razzismo. Nonostante la continua sofferenza di essere costretti a vivere in una democrazia sgangheratissima come la nostra, non ci stancheremo mai di mettere in evidenza i pregi dello stato democratico, malgrado le sue magagne, rispetto a tutte le forme di governo. Democrazia e razzismo, in tutte le sue manifestazioni, sono incompatibili per almeno due ragioni.

La democrazia è fondata su valori universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’altro, la tolleranza, e soprattutto la non violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, anche violento.
In secondo luogo la democrazia è inclusiva, nel senso che tende ad includere coloro che stanno fuori per allargare ad altri i propri benefici.

Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso ad oggi, è stato un processo graduale d’inclusione dei diversi.
Il dispotismo è esclusivo: tende, se mai, a escludere i già inclusi.
Naturalmente non si può includere tutto e tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, ma una democrazia non può essere “esclusiva” senza rinunciare ad essere una “società aperta”, ossia senza negare se stessa.

 

Due cose che devo proprio dire


Chi mi conosce lo sa. Quando sento parlare il nostro attuale ministro degli Interni (o ne leggo le dichiarazioni) perdo di lucidità. Per questa ragione cerco, con scarso successo, di non commentare troppo quello che dice e quello che fa. Però due cose le devo commentare per forza, anche perché sento ormai riecheggiare le sue parole nei luoghi che frequento, ripetute e amplificate dalle bocche più insospettabili. Io so bene che nessuna campagna, neanche questa pur bellissima e coraggiosissima che stiamo caparbiamente portando avanti in tutta Italia, può granché contro quello che, ripetuto ogni sera in televisione, diventa verità anche solo per sfinimento di ascolto passivo. Figuriamoci un post di Chiara Peri.

Però concedetemi due citazioni e due commenti.

«I dati indicano che, nel 2016, i flussi di migranti della rotta balcanica occidentale sono diminuiti dell’86 per cento, quelli della rotta balcanica orientale del 72 e, al contrario, quelli del Mediterraneo centrale aumentati del 18. Questo significa che lo sforzo finanziario assunto dall’Europa con la Turchia, 6 miliardi di euro, ha consentito di arrestare di fatto il flusso dai Balcani e che la partita si gioca dunque di fronte alle nostre coste. Bene. C’è un ulteriore dato che indica come il 90 per cento dei flussi del Mediterraneo arrivi dalla Libia. E questo consente di focalizzare ancora di più l’origine del problema»
La “partita” a cui si fa riferimento suona come una specie di partita a Risiko. Mi pare ovvio che il Ministro consideri un successo l’arresto del “flusso dai Balcani”, anche se è stato uno sforzo finanziario. Denaro ben speso, pago pretendo. Ma ci ricordiamo di chi era composto quel flusso? Migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalle bombe. Quel flusso oggi non arriva più, eppure il Siria si continua a morire. Oggi una mia collega ha accompagnato dal Papa un bambino, una goccia di quel flusso, che ha perso il papà a causa di una bomba. Di questo si parla, non di una nube tossica. E quell’impegno finanziario scellerato, di cui non si riesce neanche a sapere con chiarezza chi si è preso la responsabilità, non si limita a bloccare milioni di rifugiati in Turchia, il paese che da solo già ne ospita un numero più alto di tutta l’Europa impastata insieme. No, quell’impgno finanziario rimanda indietro chi è arrivato e soprattutto sigilla i confini di un paese in guerra che noi, con la nostra crescente esportazione di armi, contribuiamo con ogni probabilità a tenere ben viva.
Ma il flusso dalla Libia, mi direte, è tutt’altro. Vero. Ma non è meno urgente, disperato e sacrosantamente legittimo. Vedo sopraccigli che si alzano. Ok, possiamo discuterne, in un altro momento. Però una cosa è certa. Il “flusso” dalla Libia non è composto di libici. Quindi non insultiamo la nostra intelligenza dicendo che l’origine del problema è in Libia. L’origine del problema è nei conflitti, più o meno dimenticati, nelle dittature che spesso ci conviene appoggiare, nelle carceri sotterranee di cui tanti amici africani mi parlano, nella corruzione che si mangia tutto, nella rapina sistematica a cui pochi potenti sottopongono un continente intero, le sue risorse naturali, il suo ambiente. In Libia, semmai, è la presunta soluzione del “problema”. Una soluzione che sa di violenza, di detenzione, di tortura. L’abbiamo già visto questo film. Non fraintendetemi, la pace il Libia sarebbe una cosa meravigliosa e sacrosanta. Anche lì c’è un popolo che soffre. Ma non mi convincerete mai che la via per la pace passa per la violenza riservata a altri per compiacere chi paga per il servizio.

«Le statistiche ci dicono che i reati, tutti i reati, sono in diminuzione, ma la sicurezza non è una statistica, è un sentimento. E il sentimento di insicurezza avvertito dai cittadini non va mai sottovalutato»
Questo per me è il punto più grave. Il sentimento di sicurezza non si contrasta inasprendo le misure di sicurezza contro chi qualcuno percepisce essere pericoloso, adottando misure di urgenza che non trovano alcuna giustificazione in quel che accade davvero. Il sentimento di sicurezza si costruisce con l’educazione, con la bellezza, con le iniziative che creano rapporti di rispetto, amicizia e solidarietà tra vicini di casa, concittadini, colleghi, compagni di scuola. Ricucendo quello che le trasmissioni della televisione, con le loro urla scomposte, non fanno che distruggere: la coesione sociale, la comune cittadinanza. Sono processi lunghi, i cui risultati numerici non si portano a casa in poche settimane. Certamente contare le espulsioni, legittime o meno che siano (nella sostanza, quando non proprio nella forma), è più facile e fa un effetto migliore sul momento. Ma tutta questa violenza implicita o esplicita che frutti porterà? Se crea sentimenti, dubito che siano buoni sentimenti. Qualche sentimento lo vedo ogni tanto negli occhi di chi queste violenze già comincia a subirle (e che un po’ le ha sempre subite, diciamocelo): paura, rabbia, umiliazione, vergogna, frustrazione, esasperazione. Un sentimento di sicurezza non l’ho visto mai.

Una storia di donne


Quando incontro P. la potrei scambiare per una delle studentesse del Master dell’Università di S. Francisco che sto aspettando in un pomeriggio piovoso davanti alla porta verde della mensa del Centro Astalli. Inglese fluente, coda di cavallo, sorriso sicuro. Chiacchieriamo con naturalezza, mentre aspettiamo gli altri. Solo che quello che mi racconta è – manco a dirlo – straordinario. “Sembra un romanzo!”, non mi trattengo dal commentare (anni e anni di esperienza non mi hanno tolto quel tipico stupore un po’ stupido di chi è nuovo a questi racconti e di cui mi pento fino a un certo punto). Lei mi sorride e risponde quello che risponderei io: “Chissà, magari un giorno lo scriverò”.

P. è tibetana e a 15 anni è fuggita, da sola, in India. Di quella parte della sua vita, senza troppe remore ma anche senza indulgere in particolari macabri, mi traccia un quadro inequivocabile. Il padre ex parlamentare, la repressione cinese, le violenze arrivate inaspettate al villaggio, la madre incinta che per le percosse dei militari perde il suo bambino, il fratello minore oggi in carcere, la paura e la diffidenza che la trattiene ancora qui, a Roma, oggi, dal frequentare i suoi connazionali. Non si sa mai. Anche dopo anni la notizia che lei è qui potrebbe nuocere a chi è rimasto.

Il viaggio attraverso le montagne fino al Nepal e il primo arrivo in un campo profughi un po’ in disarmo P. lo liquida rapidamente (ed è la prima cosa che mi racconta), ma ci sarebbe certo molto da aggiungere. A un certo punto lascia il campo e trova riparo in un monastero buddhista. Lì incontra una signora indiana che, con generosità assoluta, la prende con sé e la porta a Calcutta.

Da oggi pomeriggio non riesco a smettere di pensare a questa donna speciale. “Ha fatto di me quella che sono oggi”, dice P. con semplicità. “Mi ha insegnato a leggere a scrivere, mi ha mandato alle scuole migliori, mi ha fatto studiare l’inglese. Mi ha insegnato ad apprezzare un’opera d’arte. Amava Frida Kahlo e mi ha trasmesso la sua passione. Leggevamo Shakespeare e proprio grazie ai versi del Giulio Cesare ho iniziato a sognare di venire in Italia”. La donna è anziana, sente la fine avvicinarsi. P. lavora in un call center, ma il suo futuro è appeso a un filo. “E’ stata lei a incoraggiarmi. Mi diceva: Se la vuoi davvero, la tua occasione, prendila! Puoi farcela”.

Sorride, P., quando mi dice che l’Italia dove è arrivata non aveva nulla a che fare con il suo sogno pieno di storia e di arte. “Non avevo idea che per gli stranieri qui fosse così difficile. I primi mesi sono stati davvero duri. Dopo pochi giorni mi hanno rapinato per strada e mi hanno preso i pochi soldi che avevo. Sono stata costretta a vendere l’anello che mi aveva dato mia madre, il ricordo più prezioso che conservavo di lei. Ma non c’era alternativa”. Il corso di italiano per lei è stata l’opportunità più grande. “Sono arrivata qui, al Centro Astalli, e sono davvero grata per questo. Ora ho un avvocato che mi segue e tutto va molto meglio”. P. abita presso una famiglia del Bangladesh e si mantiene con un lavoretto in pizzeria. “Certo, non ha nulla a che fare con quello che ho studiato. Ma sono al sicuro. Voi qui in Italia siete così fortunati: potete dire quello che volete, non conoscete la paura. Io oggi sono tranquilla e davvero non potrei chiedere di più”.

Io credo, e lo ho detto anche a lei, che P. dovrebbe assolutamente chiedere di più, invece. Dovrebbe tornare a coltivare le evidenti ricchezze della sua anima, quelle così ben nutrite dalla generosità di una signora incontrata per caso. Voglio credere che altre strade possano aprirsi per questa giovane donna coraggiosa e entusiasta, per il bene suo e di questo Paese sgangherato ma sicuro che oggi la accoglie.

Oggi P. ha avuto il suo piccolo regalo. Una delle studentesse americane che abbiamo incontrato insieme parlava nepali e le due si sono messe a chiacchierare fitto. Guardandole non ho potuto fare a meno di pensare che sarebbe così naturale se fossero compagne di università, coinquiline, colleghe. Al momento vivono due vite completamente diverse. Ma un giorno, chissà.

 

Facciamo un test?


Oggi pomeriggio ho visto un video del Consiglio dell’Unione Europea che mi ha scosso molto. Un video ufficiale, di un’istituzione che si suppone mi rappresenti. Si tratta di uno spot che visualizza 12 mesi di lotta contro gli immigrati, con ogni mezzo (lo potete scaricare da qui). Che celebra l’accordo con la Turchia, la chiusura delle frontiere interne, il sovvenzionamento della guardia costiera libica. Abbiamo ripreso il controllo dei nostri confini, stiamo tenendo fuori gli elementi ostili, le “migrazioni illegali”. Tutto, badate bene, è migrazione illegale in questo video: anche i siriani in fuga da Aleppo e dal resto della Siria devastata. Anche i bambini torturati in Libia, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite uscito ieri.

Vorrei da voi una risposta onesta a queste domande, qui nei commenti o su Facebook, come vi pare. Sul serio vorrei capire.

  1. Sei a conoscenza del fatto che l’Italia, in linea con l’Europa, ritiene che la via principale per affrontare le migrazioni sia evitare che le persone arrivino, anche bloccandole o rimandandole in Turchia, Libia, Sudan? (vedi prime dichiarazioni del nuovo ministro dell’Interno Minniti).
  2. Sei d’accordo?
  3. Credi che le condizioni di vita di un migrante in uno di questi tre Paesi (potete far riferimento al rapporto linkato sopra, a titolo esemplificativo) sarebbero accettabili per te e per la tua famiglia?

E con questo mi ritiro a guardare qualche serie scema su Netflix. Ma mi piacerebbe davvero che rispondeste.

Sbarchi, bugie e videotapes


In questi giorni mi pare davvero che sia in corso una gara a chi le spara più grosse su migranti e rifugiati. Certo, è sempre stato così. Ma ormai stiamo raggiungendo vette finora ineguagliate. Non ho il tempo nemmeno di elencare tutte le assurdità che risuonano non solo sugli autobus e nei bar (magari!), ma che – veicolate dai politici – rimbalzano anche sui quotidiani.

Inizierò con un piccolo florilegio. La mia principale fonte di ispirazione, stamattina, è un post del blog di Beppe Grillo. In genere non lo leggo, così come mi astengo rigorosamente dalla visione di dibattiti televisivi sul tema. Ma stavolta un titolo di Repubblica mi ha tentato e ho ceduto.

  • Coincidenze? Non credo. Il post, intitolato “Da quando c’è Renzi gli sbarchi in Italia sono triplicati”, inizia così: Da quando governa Renzi il numero degli sbarchi (e dei morti purtroppo) è triplicato. Fatalità? Coincidenza? No, semplicemente politiche sbagliate. L’affermazione è corredata da apposito grafico, che registra gli aumenti degli sbarchi dal 2013, fino al picco del 2014 e il lieve calo del 2015. Ora, io posso capire che noi italiani siamo affetti da un certo campanilismo, ma seriamente nessuno si ricorda che nel mondo a partire dal 2013 si sono verificati eventi leggermente più significativi dell’insediamento del governo Renzi, tipo la guerra di Siria, l’espansione dell’ISIS in Nord Africa, eccetera eccetera? Sui numeri mondiali delle migrazioni forzate negli anni in questione, rimando ai rapporti dell’UNHCR. Sulle politiche, in effetti l’aumento del numero degli sbarcati è in buona parte imputabile all’avvio, alla fine del 2013, dell’operazione Mare Nostrum. Il governo (allora ancora Letta) dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa, prese la coraggiosa decisione di avviare e finanziare un’azione di soccorso in mare che ha salvato da morte certa più di 150.000 persone. Da quando è stata interrotta è comunque continuata, su scala ridotta (da cui l’aumento dei morti), l’attività di soccorso sistematico. Se questa è una politica “sbagliata” si può discutere (io la considero una delle poche politiche di cui noi italiani possiamo essere fieri), ma una cosa è certa: non è imputabile al governo Renzi.
  • Prima arrivavano in Grecia, ora arrivano tutti da noi. Continuo a citare dal post di cui sopra: C’è la firma di Renzi sull’accordo con la Turchia che è servito a spostare gli sbarchi dalla rotta balcanica, quella che portava direttamente alla Germania, a quella mediterranea che oggi porta di nuovo verso l’Italia. Su quel capolavoro di violazione del diritto internazionale che è l’accordo con la Turchia  la firma di Renzi direi che non c’è (visto che è un trattato tra UE e Turchia), ma questa possiamo considerarla una licenza poetica: lui, come gli altri leader europei, certo lo hanno approvato e ne saranno pure soddisfatti. Il numero dei rifugiati siriani che arrivano in Grecia è certamente diminuito (a che prezzo, da ogni punto di vista?). Ma una cosa è sicura: quelle persone che non possono più partire per la Grecia o che dalla Grecia sono rimandate in Turchia certo oggi non stanno arrivando dalla Libia. Come lo so? Basta guardare le nazionalità degli sbarcati: i siriani non arrivano da quella rotta dal 2014 e difficilmente riusciranno a breve a riprendere ad arrivare in massa per quella via. Aggiungerei che dal 2014 al 2015 gli sbarchi in Italia non sono aumentati, ma diminuiti, come mostra chiaramente il grafico che illustra l’articolo. Aggiungo che i primi dati per il 2016 confermano che il flusso verso l’Italia non è aumentato neppure quest’anno. Insomma, di che stiamo parlando?
  • Eh, ma quando comnadava Assad (/Gheddafi/nome di dittatore a scelta) era meglio. Questa non viene dal blog grillino, ma da conversazioni e prese di posizione a margine della mostra Nome in codice Caesar, che si è tenuta al MAXXI di Roma. Scusate, ma meglio per chi, esattamente? Meglio da che punto di vista? Certamente non meglio per chi veniva (e viene) sistematicamente torturato. Non per chi si trovava o si trova figli spariti o uccisi senza neanche una spiegazione. Meglio per noi perché se le persone muoiono in carcere nel loro Paese non riescono a fuggire in Europa e non ci infastidiscono? Meglio essere complici di stragi di civili che dover mettere impegno e lungimiranza per progettare una società più aperta e inclusiva?
  • Queste ONG che fanno affari con l’accoglienza mentono per interesse: meglio aiutarli a casa loro! Potrei anche essere d’accordo sul fatto che ciascuno dovrebbe avere il diritto di vivere a casa sua in dignità e sicurezza (diritto, non obbligo!) e che l’unica strategia intelligente per gestire meglio le migrazioni (che ovviamente non si devono né si potrebbero eliminare) sarebbe combattere le cause della migrazione forzata. Peccato che questo non pare proprio che siamo disposti a farlo: significherebbe, tanto per dirne una, rinunciare ai grandi profitti che vengono dall’export di armi da guerra (si veda qui). E taccio del coltan in Congo, dal land grabbing e di tanti altri casi in cui le cause delle migrazioni e le relative responsabilità non sono così misteriose. Certo, se per “aiutarli a casa loro” intendiamo vendere oltre alle armi anche la strumentazione tecnologica per militarizzare i confini, costruire centri di detenzione, mettere mine e usare droni per arrestare la gente in fuga, è un’altra storia. Ma ci vuole un bel pelo sullo stomaco per chiamarla cooperazione.

Annaspando


Lo so, è molto che non scrivo. In realtà non solo ho troppo da fare e spesso sono anche in trasferta: è che mi sentivo in dovere di scrivere un post importante, significativo. Però nulla, nemmeno stasera riesco a mettere in ordine  i miei pensieri, a dare priorità ad alcuni rispetto ad altri.

Oggi curiosamente, incontrando una persona in ufficio per la prima volta, mi è scappato detto che il mio non è un lavoro. E’ la mia vita, una militanza, certamente qualcosa che va oltre, molto oltre qualunque contratto. Non è stato molto professionale spiattellarlo così. Ma capitemi almeno voi che leggete. Sono talmente travolta da bugie, calunnie e propaganda di bassa lega sui rifugiati che certe volte mi pare di vivere in un brutto sogno. Spegni la tv, direte voi. Ecco, l’ho fatto. L’ho fatto ancora una volta pochi minuti fa. Peccato che il collegamento, in diretta, fosse con il mio quartiere, Monteverde. Da un marciapiede di fronte al nostro centro di accoglienza, alla nostra scuola di italiano. Peccato che le vicende che hanno dato la stura a questa ulteriore ondata di xenofobia becera siano già state tempestivamente commentate su Facebook da miei conoscenti e forse persino miei amici, che naturalmente non hanno nulla contro ma…. Ma. Il “ma” è quello che conta e che apre un rubinetto in cui il flusso di inesattezze, bugie e vere e proprie calunnie dette in malafede da qualcuno sono ormai indistinguibili. Ci sguazzano i media, nella pozza sporca che si crea. Ci sguazziamo anche noi, spruzzandola un po’ in giro sui social.

C’è di peggio. I discorsi melliflui, apparentemente composti e razionali, dei politici.Non parlo di Salvini, evidentemente. Parlo di ministri della Repubblica: Alfano, Orlando. Se si deve dare l’idea di controllare la situazione, un prezzo va pagato. O piuttosto, va fatto pagare a qualcuno. Si sa, va così. Bisogna guardare alla sostenibilità generale, non tanto al caso singolo. Ai numeri, ai flussi, ai fenomeni, meglio se ai macrofenomeni. Tutto, pur di guardare le persone negli occhi. E’ la situazione che lo richiede.

Ma c’è un ultimo punto, che personalmente mi fa più male. Davanti a una situazione di sempre più palese scollamento tra prassi e garanzie costituzionali (altro che riforma e referendum: qui si parla proprio dell’abc dei principi fondamentali), sui giornali a cui si guardava per le critiche più nette, per i reportage più coraggiosi, appaiono articoli sottili, documentati, filosofici e visionari. In qualche modo, in un mondo diverso da questo, anche condivisibili. Ma maledettamente ambigui, come questo. Perché anche se gli intenti sono evidentemente antitetici rispetto a quelli dell’autore, temo che quanto è scritto sarebbe condiviso dal Ministro Alfano. Che ne trarrebbe, si intende, conclusioni assai diverse. Ma il disagio resta. Alla fine, come si diceva all’ultimo staff di Astalli, noi Mafia Capitale la stiamo pagando adesso. E non perché ne siamo stati toccati in alcun modo, ci mancherebbe pure. Ma per la mancanza di fiducia sempre più tangibile di chi su questi temi cerca di fare ragionamento e cultura: in fondo noi facciamo accoglienza, quindi siamo potenzialmente interessati, sospetti, comunque non affidabili. Questa per noi, che ci sporchiamo le mani da tanti anni gomito a gomito con i rifugiati, pur con tutte le nostre mancanze e insufficienze, davvero (senza retorica) piangendo e ridendo con loro e talora mandandoci al diavolo, è probabilmente la beffa più grande.

 

Le migrazioni in vacanza


Con il lavoro che faccio e con la gente che frequento (incluso suo padre!), mia figlia sente parlare di migranti e di rifugiati da quando ha memoria (e anche prima, in effetti). Non la ha dunque sorpresa affatto la mia scelta di andare a Bremerhaven, città portuale nella Germania del Nord, con il preciso scopo di visitare il museo delle Migrazioni, la Deutsches Auswanderer Haus. L’ha invece molto stupita quello che ha trovato. “Non sembra affatto un museo!”, ha continuato ad esclamare entusiasta, anche in seguito. In effetti tutta la visita è un’esperienza, intensa, coinvolgente e sorprendente.

In biglietteria ciascun visitatore riceve una carta magnetica abbinata alla storia di due persone: un cittadino europeo emigrato dal molo di Bremerhaven verso l’America e una persona immigrata in Germania a partire dal dopoguerra. Il percorso infatti è diviso in due parti: una racconta vividamente la storia delle migrazione europea e una seconda invece è dedicata alla storia delle migrazioni verso la Germania. In molti punti del percorso, avvicinando la propria carta alle apposite postazioni, è possibile ascoltare particolari della storia della persona che stiamo imparando a conoscere, oltre a diverse integrazioni audio del percorso espositivo. Il tutto è in tedesco o in inglese e ho notato che in biglietteria hanno avuto l’attenzione di assegnare a me e a Meryem personaggi in cui potessimo meglio identificarci, per età.

La prima parte è certamente la più scenografica. La ricostruzione del molo, con gli audio degli addii in tutte le lingue parlate dai migranti e poi la salita sulla passerella della nave sono un inizio di forte impatto. Un altro aspetto interessantissimo è la ricostruzione degli interni delle varie navi, inclusi rumori e odori. A tratto geniali le soluzioni ideate per i pannelli espositivi: particolarmente notevoli quelli consultabili solo sedendosi sulla latrina del piroscafo o girando i rubinetti dei lavabi dei bagni. Notevole anche la ricostruzione dell’arrivo a Ellis Island, con le panchine per l’attesa e il questionario a cui sottoporsi. Nonostante l’ostacolo della lingua, Meryem è rimasta incantata da tutta l’esperienza, potenzialmente ricchissima per quantità di biografie, informazioni, storie di vita (noi ci siamo limitate ai “nostri” personaggi, per non appesantire troppo i tempi della visita).

La seconda parte è concepita come una piccola caccia al tesoro, in cui si devono rintracciare negli stand appositi gli oggetti attraverso i quali si raccontano le storie di migrazioni in Germania: album di foto di famiglia, oggetti personali, documenti. Meryem qui ha avuto da ridire sul fatto che i finti Levis’ cuciti dalla “sua” immigrata vietnamita fossero in mostra altrove, rimpiazzati da una borsa jeans, ma per il resto il tempo è volato e siamo uscite dalle sale appagate e affamate.

E qui il museo ci ha sorpreso ancora, con una caffetteria in assoluta continuità con il percorso espositivo. Su ogni tavolo veniva infatti illustrato un piatto portato dai migranti in Europa e oggi entrato nelle nostre abitudini: la pizza, la paella, il gulasch e, ovviamente, il kebab (che poi era abbinato al tavolo dove ci eravamo sedute prima di notare il tutto!). Abbiamo quindi concluso la visita con cibo buono, prezzi ragionevoli e servizio molto cortese.  La fama di questo museo è, per quanto abbiamo potuto sperimentare noi, assolutamente meritata!