Tor Bella


“Rex è scappato”, recita un foglio affisso sulla vetrina di un negozio, con foto a colori di un cane lupo. “E come dargli torto?”, mi viene da pensare. Ma è già uno scherzo, perché dopo dieci minuti abbondanti di cammino ormai mi trovo in un posto molto diverso da quello in cui mi ha sbarcato la metro C. Uscita dalla fermata di Torre Gaia confesso di aver avuto un attimo di sgomento e persino la fugace tentazione di girare sui tacchi e prendere un treno in direzione Roma Centro. Lì la Casilina non è più quella di Centocelle e Torpignattara, fiancheggiata di negozietti e di persone: è quasi autostrada. La attraverso faticosamente per scoprire subito dopo che non avrei dovuto farlo. Riattraverso e salgo le scale di ferro per scavalcare lo scatolone di cemento della stazione e sbarcare in una manciata di casette e stradine. Cammino un po’ nella direzione giusta ed eccomi di nuovo a una sorta di svincolo autostradale: questa è via di Tor Bella Monaca e dunque almeno ho il conforto di sapere che l’area geografica è quella giusta. Dopo questo ulteriore avventuroso attraversamento, sono tornata in una comunità abitata: un forno con tanti tipo di pane, pizza e dolci e ragazze sorridenti al balcone, negozi, anziani e bambini per le strade, una scuola colorata con un grande giardino. E il cartello che segnala la fuga di Rex, promettendo una ricompensa a chi lo riporterà ai padroni.

Andare a Tor Bella Monaca con i mezzi in un tardo pomeriggio invernale richiede a una di Roma “centro”come me una certa motivazione. Tor Bella Monaca non è solo, innegabilmente, “lontano”. Ha anche una brutta fama, ai limiti dello stigma. “Non ce la avrei mai mandata da sola!”, confesserà più tardi un po’ imbarazzato il fidanzato palermitano di una delle partecipanti all’incontro a cui sto andando. Però quello che vedo arrivando non ha nulla di sgradevole o di minaccioso. Sono io che mi muovo come se pestassi uova, ma molti mi sorridono, qualcuno mi saluta. Alla fermata dell’autobus una signora africana con figli al seguito chiacchiera con naturalezza con due “indigene”. “Da non non c’è razzismo”, mi diranno poi. E in effetti parrebbe proprio così. Mica una cosa da poco, di questi tempi.

Arrivo alla sede dello SPI, il sindacato dei pensionati, un po’ in anticipo. Alla parete la prima cosa che noto è un poster di Berlinguer. Mi accolgono calorosamente, mi offrono un tè in un bicchiere di plastica che mi ricorda un po’ i tempi ruggenti del Centro Ararat. Mi chiedono di me, del mio lavoro. “Dove avete la sede, voi?”. Vicino piazza Venezia. “Ma più precisamente?”. Ho un’illuminazione. Via degli Astalli, traversa di via delle Botteghe Oscure. La signora si rattrista visibilmente. “Io non ce posso più passa’ lì… mi hanno detto che adesso al posto di Rinascita ce sta un supermercato. E’ vero?”. Confermo, ahimè. Per fortuna la conversazione si rianima subito, nonostante la mia gaffe. Seguono aneddoti, racconti di vita quotidiana. “I mariti certe volte sono proprio da butta’ de sotto dar balcone!” “Ma tu sei al primo piano, nun se fa gnente!” “Eh, di sinusite soffro anche io, ma pe’ forza… da regazzetto, quanto me piaceva andare in motorino, con la camicia che si gonfiava cor vento… ah, bei tempi!”.

Quando si arriva a parlare del quartiere, si fanno seri, quasi solenni. “E’ il più bel quartiere di Roma. La gentaccia ci sta da tutte le parti, pure a Parioli. Solo che qua è per fame che la gente fa certe cose, altrove non so. A me quando qualcuno ci guarda storto perché abitiamo qua mi ribolle il sangue. Le cose buone ci sono, e pure tante. Solo che, per colpa di qualcuno…”. Già. Mi agito sulla sedia, sentendomi un po’ in colpa per il pensiero sul cane lupo. Un vecchietto con i capelli candidi mi sorride e mi fa: “Ma lo sai a chi somiglia, ‘sta ragazza? Alla responsabile dell’ATER, quella che mi ha dato le chiavi della mia casa. Proprio uguale!”.

In questo insolito e sorprendente contesto, una mezz’ora dopo, ho partecipato a una formazione sulla tecnica dell’incontro relazionale, strumento principale del community organizing. Uno degli elementi dell’incontro relazionale è lo storytelling: perché un nome si dimentica, ma ascoltando una storia le cose si ricordano, diventano vive. Ho biecamente approfittato del momento della simulazione a coppie per farmi raccontare un po’ di storie da una signora dai capelli rossi fiammanti, di cui in effetti non sono sicura di ricordare il nome. Quei venti minuti di racconti valevano il viaggio a Tor Bella Monaca. Ma ve li racconto la prossima volta.

Facciamo un test?


Oggi pomeriggio ho visto un video del Consiglio dell’Unione Europea che mi ha scosso molto. Un video ufficiale, di un’istituzione che si suppone mi rappresenti. Si tratta di uno spot che visualizza 12 mesi di lotta contro gli immigrati, con ogni mezzo (lo potete scaricare da qui). Che celebra l’accordo con la Turchia, la chiusura delle frontiere interne, il sovvenzionamento della guardia costiera libica. Abbiamo ripreso il controllo dei nostri confini, stiamo tenendo fuori gli elementi ostili, le “migrazioni illegali”. Tutto, badate bene, è migrazione illegale in questo video: anche i siriani in fuga da Aleppo e dal resto della Siria devastata. Anche i bambini torturati in Libia, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite uscito ieri.

Vorrei da voi una risposta onesta a queste domande, qui nei commenti o su Facebook, come vi pare. Sul serio vorrei capire.

  1. Sei a conoscenza del fatto che l’Italia, in linea con l’Europa, ritiene che la via principale per affrontare le migrazioni sia evitare che le persone arrivino, anche bloccandole o rimandandole in Turchia, Libia, Sudan? (vedi prime dichiarazioni del nuovo ministro dell’Interno Minniti).
  2. Sei d’accordo?
  3. Credi che le condizioni di vita di un migrante in uno di questi tre Paesi (potete far riferimento al rapporto linkato sopra, a titolo esemplificativo) sarebbero accettabili per te e per la tua famiglia?

E con questo mi ritiro a guardare qualche serie scema su Netflix. Ma mi piacerebbe davvero che rispondeste.

E ora?


“E quindi ora che succede? What’s next?”, chiedeva ieri sera una delle mie studentesse americane mentre io, approfittando di dieci minuti di pausa da me stessa concessi, cercavo di sbirciare i siti online per capire se il presidente del Consiglio del mio Paese fosse fosse anche formalmente dimissionario, dopo esserlo diventato mediaticamente una manciata di ore prima, in diretta tv.

Cosa succederà non saprei, ma certamente so cosa è successo ieri: per la prima volta dopo molto tempo sui social si è veramente litigato per motivi politici, diciamo così, e non solo tra schieramenti da sempre opposti su canali già battuti e percorsi, ma anche tra gruppi di amici, in famiglia, tra persone abituate a sentirsi, più o meno genericamente dalla stessa parte. Era prevedibile e, in qualche modo, potenzialmente positivo. Intendiamoci, il conflitto resta al 90% dietro una tastiera (Nizam, che votava la prima volta, era piuttosto deluso che ai nostri seggi nessuno urli, nessuno venga alle mani, nessuno minacci di prendere l’avversario a bastonate nel bel mezzo di una votazione: ma lui è abituato a tutt’altri standard) e certe volte è puerile, preconcetto e francamente fastidioso. Un numero preoccupante di sostenitori del sì non ha esitato un attimo a scagliarsi contro la larga maggioranza di italiani che ha fatto la scelta opposta, lanciando accuse di diverso genere ma che si potrebbero riassumere con il solito “siete idioti/non avete capito” a cui i nostri stessi politici ci hanno abituato in questi decenni di slogan da stadio di infimo livello.

Io tendo a pensare che al momento lo scenario sia molto più complesso di così. Non credo che l’Italia si divida in una pur cospicua minoranza di intelligenti interpreti della res publica e una maggioranza di stupidi caduti nella rete dei populisti cattivi. Mi pare che raccontare l’Italia così sia contribuire a costruire una profezia destinata poi, fatalmente, ad avverarsi. Certo, la complessità in politica non è necessariamente una bella notizia, anzi. Però, come sempre nella vita, è in sé interessante e potenzialmente sorprendente.

“Che alternative ci sono?”, mi dicono gli amici che hanno votato sì e non hanno perso, neanche temporaneamente, la capacità di scambiarsi civilmente delle opinioni. Ecco, il punto è esattamente questo. Al momento probabilmente nessuna. La scelta, se si andasse a votare oggi, sarebbe francamente tra il peggio e il molto molto peggio. Però sono anche convinto che una parte non irrilevante della popolazione ambirebbe seriamente se non al meglio (un meglio condiviso da molti è difficile da trovare e concordo che oggi fissarsi su un meglio duro e puro probabilmente è una velleità che non aiuterebbe il nostro Paese) almeno al molto meno peggio. Credo che la chiave di questa valutazione qualitativa dovrebbe essere la questione ad oggi più urgente (almeno secondo l’Istat), che proporrei di definire giustizia sociale.

La società assicura la giustizia sociale allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La giustizia sociale è connessa con il bene comune e con l’esercizio dell’autorità […]. Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona in ragione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato. L’eguale dignità delle persone richiede che si giunga ad una condizione più umana e giusta della vita. Infatti le troppe disuguaglianze economiche e sociali, tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale ed internazionale.

Qualcuno  ha anche declinato alcune delle condizioni necessarie alla realizzazione della giustizia sociale: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti”. No, lo so che state pensando. Questi non possono e non potranno essere i “4 punti per l’Italia di domani” che qualunque partito e movimento si sta già preparando a stampare su brochure con grafica accattivante e colori vivaci. La giustizia sociale è una visione, quella visione che nella politica sembra ormai sostituita tristemente dalle liste di cose da fare (che incidentalmente nulla dicono su perché e come quelle cose verrebbero fatte).

Ricordate che qualche anni fa vi ho parlato di questo libro? Concordo molto con quello che allora diceva il suo autore: quello che davvero ci manca e che è assolutamente urgente costruire è la capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte condiviso.

Si riuscirà in questo momento confuso a trovare chi, con spirito di servizio, si metta a costruire una alternativa credibile, non frettolosa e non limitata a un maldestro tentativo di cambiare l’etichetta a qualcos’altro? Il che non vuol dire, badate bene, che bisogna rottamare necessariamente quello che c’è. Ma senza una trasparenza su dove (davvero) si sta puntando lo sguardo dubito che si riesca a ricostruire la fiducia necessaria a sostenere un progetto politico.

In parole povere


“Non ci sono criticità”. Questa frase, in bocca a un prefetto responsabile di un pezzetto dell’immane e magmatica macchina che giorno dopo giorno incombe sui migranti, li mastica e li sputa, mi ha colpito per due ottime ragioni. In primo luogo, ovviamente, perché è una falsità evidente. Ma anche perché, paradossalmente, non credevo del tutto alla malafede di chi la pronunciava.

Questo mi ha fatto ripensare all’ultimo bellissimo film di Ken Loach. Le procedure, i protocolli, fanno sì che la persona che li applica perda la cognizione precisa dell’impatto di quelle procedure, di cui il singolo non è che un ingranaggio insignificante, abbia in effetti sulla vita delle persone interessate, degli “utenti”. La colpa non è di chi le applica, ma delle procedure inique, si potrebbe argomentare. Vero. E servono, quelle procedure, per difendere i singoli operatori dal peso insostenibile della responsabilità di una, cento, mille vite altrui. Vero anche questo.

Eppure credo che ci sia un momento in cui si dovrebbe essere capaci di chiamare le cose con il loro nome, di descrivere cosa stiamo facendo, in parole povere. Se applico una direttivo e persino, zelantemente, ne do un’interpretazione più restrittiva “per sicurezza”, per ridurre il margine di errore, potrebbe essere che sia io, proprio io a trasformare in un incubo la vita di un bambino, una donna, un giovane uomo. Persone che credevano di aver già vissuto il peggio sulle rotte del terrore, nella stiva di un barcone, nei centri di detenzione dove solo l’arbitrio distingue la vita dalla morte. E invece no. Io, nella mia efficienza, potrei essere la mano che spranga l’ultima porta, il sorriso distaccato che infrange l’ultima speranza, il modulo che preclude la vita normale.

Ricordate questa storia? Queste? Oggi storie così si moltiplicano. Storie che ai dolori inflitti dalla vita aggiungono la violenza cieca di una burocrazia che allunga la lista dei requisiti, restringe le maglie, moltiplica i moduli e le autorizzazioni. E che, soprattutto, vuole prove. Obiettive, costose, invasive, assurde. Chiedere a due genitori salvati dal mare con il loro bambino in braccio di pagare un test del DNA per dimostrare che non sono degli impostori e farlo non in un caso, eccezionalmente, in un caso particolare, ma sistematicamente, caparbiamente, anche a distanza di mesi o di anni dall’arrivo, anche in presenza di documenti (perché, si sa, i documenti potrebbero essere falsi) non vuol dire essere scrupolosi. Vuol dire solo essere capaci di non guardare negli occhi quei bambini, quella madri, quei padri.

Sospiriamo, diciamo che non possiamo nulla davanti alle ingiustizie del mondo. Ci commuoviamo anche, a proposito e a sproposito. Ma quando abbiamo in mano, ciascuno nel suo campo, il nostro timbro rosso, come lo usiamo? (Non ho potuto fare a meno di pensare a questo bellissimo cortometraggio degli amici Artigiani Digitali).

 

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.

Avvicinarsi a Pasolini


Nel lungo elenco di cose che per qualche motivo non ho finora conosciuto c’è la figura di Pasolini. Non ho letto i suoi romanzi, non ho visto i suoi film. Non ne ho mai saputo granché. Lo so che detto così suona eccessivo e che c’è un sottofondo di informazioni che una persona della mia età e vissuta negli ambienti che ho frequentato si ritrova comunque da qualche parte nella testa. Però in sostanza è così: a Pasolini non avevo mai pensato.

Sono andata allo spettacolo Sono Pasolini di Giovanna Marini soprattutto perché ci cantava mio cognato. E’ stata l’occasione per cominciare a capire qualcosa di più. Gli spettacoli di Giovanna Marini sono abbastanza didascalici e questo non faceva eccezione. Il pregio principale forse è stato di cominciare a raccontarmi Pasolini a partire dal Friuli, terra di mio padre e ciò nonostante a me ignota come e quanto l’artista in questione. Eppure alla fine i frammenti noti di due cose ignote hanno in qualche misura iniziato a combaciare, a suggerirmi pensieri, associazioni.

E poi la lettura di questo testo terribile, che inframezza i quadri dello spettacolo. Una lettura che suscita in me allo stesso tempo fascino intellettuale e consapevolezza che no, non è così, non è vero. Cioè, è un testo profondamente giusto e acuto politicamente e allo stesso tempo profondamente stonato dal punto di vista della relazione. Forse la cosa si spiega, tra l’altro, con il fatto che l’autore non è mai stato padre. Sarà una banalità e non mi riferisco meramente a una condizione biologica e/o anagrafica. Ma certo essere padre nello spirito non è esattamente la stessa cosa di essere genitore nella carne e nella quotidianità. Essere “padre quotidiano”, quotidiano come il pane per cui gli uomini pregano, con quella stessa spietatezza del “per sempre” di uno dei più bei versi di De André (“femmina un giorno e poi madre per sempre”) è diverso – non per forza di più o di meno, ma certo molto diverso – da essere educatore, ispiratore, mentore.

Eppure quella condanna della civiltà dei consumi, di quella “accettazione — tanto più colpevole quanto più inconsapevole — della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo”, mi colpisce in tutta la sua acutezza e fondatezza, ogni giorno di più. Oggi, in un’intervista, monsignor Tomasi parla di “soggettivismo esasperato” di cui l’Europa sta dando prova. Una cosa è sicura: questo tipo di connivente complicità e promozione di stragi oggi è di dimensioni sbalorditive soprattutto in quei Paesi in cui la qualità della vita è più alta.

Ieri sera, celebrando inconsapevolmente la vigilia dell’anniversario della morte, mi sono guardata su Netflix Pasolini, un delitto italiano. E ora comincio ad essere pronta ad avvicinarmi un po’ più direttamente alla sua opera.

P.S. Intanto mi sono letta anche questo.

Sbarchi, bugie e videotapes


In questi giorni mi pare davvero che sia in corso una gara a chi le spara più grosse su migranti e rifugiati. Certo, è sempre stato così. Ma ormai stiamo raggiungendo vette finora ineguagliate. Non ho il tempo nemmeno di elencare tutte le assurdità che risuonano non solo sugli autobus e nei bar (magari!), ma che – veicolate dai politici – rimbalzano anche sui quotidiani.

Inizierò con un piccolo florilegio. La mia principale fonte di ispirazione, stamattina, è un post del blog di Beppe Grillo. In genere non lo leggo, così come mi astengo rigorosamente dalla visione di dibattiti televisivi sul tema. Ma stavolta un titolo di Repubblica mi ha tentato e ho ceduto.

  • Coincidenze? Non credo. Il post, intitolato “Da quando c’è Renzi gli sbarchi in Italia sono triplicati”, inizia così: Da quando governa Renzi il numero degli sbarchi (e dei morti purtroppo) è triplicato. Fatalità? Coincidenza? No, semplicemente politiche sbagliate. L’affermazione è corredata da apposito grafico, che registra gli aumenti degli sbarchi dal 2013, fino al picco del 2014 e il lieve calo del 2015. Ora, io posso capire che noi italiani siamo affetti da un certo campanilismo, ma seriamente nessuno si ricorda che nel mondo a partire dal 2013 si sono verificati eventi leggermente più significativi dell’insediamento del governo Renzi, tipo la guerra di Siria, l’espansione dell’ISIS in Nord Africa, eccetera eccetera? Sui numeri mondiali delle migrazioni forzate negli anni in questione, rimando ai rapporti dell’UNHCR. Sulle politiche, in effetti l’aumento del numero degli sbarcati è in buona parte imputabile all’avvio, alla fine del 2013, dell’operazione Mare Nostrum. Il governo (allora ancora Letta) dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa, prese la coraggiosa decisione di avviare e finanziare un’azione di soccorso in mare che ha salvato da morte certa più di 150.000 persone. Da quando è stata interrotta è comunque continuata, su scala ridotta (da cui l’aumento dei morti), l’attività di soccorso sistematico. Se questa è una politica “sbagliata” si può discutere (io la considero una delle poche politiche di cui noi italiani possiamo essere fieri), ma una cosa è certa: non è imputabile al governo Renzi.
  • Prima arrivavano in Grecia, ora arrivano tutti da noi. Continuo a citare dal post di cui sopra: C’è la firma di Renzi sull’accordo con la Turchia che è servito a spostare gli sbarchi dalla rotta balcanica, quella che portava direttamente alla Germania, a quella mediterranea che oggi porta di nuovo verso l’Italia. Su quel capolavoro di violazione del diritto internazionale che è l’accordo con la Turchia  la firma di Renzi direi che non c’è (visto che è un trattato tra UE e Turchia), ma questa possiamo considerarla una licenza poetica: lui, come gli altri leader europei, certo lo hanno approvato e ne saranno pure soddisfatti. Il numero dei rifugiati siriani che arrivano in Grecia è certamente diminuito (a che prezzo, da ogni punto di vista?). Ma una cosa è sicura: quelle persone che non possono più partire per la Grecia o che dalla Grecia sono rimandate in Turchia certo oggi non stanno arrivando dalla Libia. Come lo so? Basta guardare le nazionalità degli sbarcati: i siriani non arrivano da quella rotta dal 2014 e difficilmente riusciranno a breve a riprendere ad arrivare in massa per quella via. Aggiungerei che dal 2014 al 2015 gli sbarchi in Italia non sono aumentati, ma diminuiti, come mostra chiaramente il grafico che illustra l’articolo. Aggiungo che i primi dati per il 2016 confermano che il flusso verso l’Italia non è aumentato neppure quest’anno. Insomma, di che stiamo parlando?
  • Eh, ma quando comnadava Assad (/Gheddafi/nome di dittatore a scelta) era meglio. Questa non viene dal blog grillino, ma da conversazioni e prese di posizione a margine della mostra Nome in codice Caesar, che si è tenuta al MAXXI di Roma. Scusate, ma meglio per chi, esattamente? Meglio da che punto di vista? Certamente non meglio per chi veniva (e viene) sistematicamente torturato. Non per chi si trovava o si trova figli spariti o uccisi senza neanche una spiegazione. Meglio per noi perché se le persone muoiono in carcere nel loro Paese non riescono a fuggire in Europa e non ci infastidiscono? Meglio essere complici di stragi di civili che dover mettere impegno e lungimiranza per progettare una società più aperta e inclusiva?
  • Queste ONG che fanno affari con l’accoglienza mentono per interesse: meglio aiutarli a casa loro! Potrei anche essere d’accordo sul fatto che ciascuno dovrebbe avere il diritto di vivere a casa sua in dignità e sicurezza (diritto, non obbligo!) e che l’unica strategia intelligente per gestire meglio le migrazioni (che ovviamente non si devono né si potrebbero eliminare) sarebbe combattere le cause della migrazione forzata. Peccato che questo non pare proprio che siamo disposti a farlo: significherebbe, tanto per dirne una, rinunciare ai grandi profitti che vengono dall’export di armi da guerra (si veda qui). E taccio del coltan in Congo, dal land grabbing e di tanti altri casi in cui le cause delle migrazioni e le relative responsabilità non sono così misteriose. Certo, se per “aiutarli a casa loro” intendiamo vendere oltre alle armi anche la strumentazione tecnologica per militarizzare i confini, costruire centri di detenzione, mettere mine e usare droni per arrestare la gente in fuga, è un’altra storia. Ma ci vuole un bel pelo sullo stomaco per chiamarla cooperazione.