Il diritto di dire “ma”



«Per alcune persone viene il giorno
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No.

Eppure quel rifiuto –
quel giusto No –
l’opprime per il resto della vita.»
Costantino Kavafis, Che fece… il gran rifiuto

“Che fece… il gran rifiuto” è una delle poesie di Kavafis che più spesso mi tornano in mente.

A volte, però, ancora più difficile che dire “no” è dire “ma”. Quel “ma” che incrina il consenso, interrompe il coro, introduce una domanda proprio quando tutti sembrano aver già scelto da che parte stare.

Mi è successo altre volte, occupandomi di immigrazione e di politiche sociali, soprattutto a Roma. Mi succede anche oggi davanti alla vicenda di Spin Time.

Nel moltiplicarsi degli appelli, delle mobilitazioni, delle raccolte fondi e delle dichiarazioni pubbliche sento il bisogno di formulare alcune perplessità. Non perché voglia sminuire il valore di un’esperienza che, per molti, ha rappresentato e rappresenta un luogo di accoglienza, mutualismo e produzione culturale. Al contrario. Proprio le esperienze che diventano simboliche meritano di essere osservate anche attraverso le domande che rimangono sullo sfondo.

La prima riguarda le famiglie che abitano Spin Time. Nella comunicazione pubblica il riferimento alle 126 famiglie è costante. È attraverso la loro presenza che si costruisce buona parte dell’appello alla solidarietà: impedire lo sgombero, difendere la comunità, salvare un’esperienza ritenuta preziosa.

Mi chiedo però quale sia oggi il ruolo effettivo degli abitanti nella trattativa e, soprattutto, quale sia l’obiettivo concreto perseguito rispetto al loro diritto all’abitare.

Dai comunicati, dalle assemblee pubbliche e dalle dichiarazioni istituzionali emerge con chiarezza una priorità: evitare che gli abitanti lascino Spin Time. Si parla di “no allo sgombero”, di salvare l’esperienza, di difendere un bene comune, di acquisire l’immobile affinché quella realtà possa continuare a esistere.

C’è uno slogan che ricorre nella campagna: “La soluzione per Spin Time è solo Spin Time.” È uno slogan potente. Ma proprio perché è potente merita di essere interrogato. Se lo si assume alla lettera, significa che non esistono soluzioni alternative: né per le famiglie, né per la comunità, né per le attività che quello spazio ospita. È un’affermazione molto forte, che finisce per far coincidere il diritto all’abitare, la tutela di una rete sociale e la sopravvivenza di uno specifico edificio.

È precisamente questa identificazione che mi lascia perplessa. Perché una politica abitativa dovrebbe sempre tenere aperta la possibilità di costruire soluzioni diverse, calibrate sui bisogni delle persone. E perché, se il valore di Spin Time risiede davvero nella sua capacità di generare comunità, solidarietà e innovazione sociale, ci si può domandare se quel valore sia interamente racchiuso in un immobile o possa trovare forme di continuità anche altrove.

Molto meno presente mi sembra un’altra prospettiva: discutere quali soluzioni abitative dignitose e durevoli potrebbero essere costruite qualora la permanenza nello stabile non fosse possibile, o se non fosse la soluzione più coerente con i bisogni di ogni singolo nucleo familiare. Nei discorsi pubblici restano sullo sfondo temi che, dal punto di vista delle politiche abitative, sarebbero centrali: la valutazione delle condizioni delle famiglie, i criteri di vulnerabilità, i percorsi di ricollocazione, l’accesso all’edilizia residenziale pubblica o ad altre forme di housing sociale, gli strumenti per evitare la dispersione delle reti comunitarie.

È possibile che questo lavoro esista e semplicemente non venga comunicato. Ma, limitandosi a ciò che è pubblico, l’impressione è diversa: la tutela degli abitanti coincide quasi integralmente con la tutela della loro permanenza nell’edificio.

È qui che, a mio avviso, emerge una distinzione decisiva. Una cosa è difendere il diritto delle persone ad avere una casa. Un’altra è assumere come obiettivo prioritario la conservazione di uno specifico luogo e di uno specifico modello di autogestione. Le due dimensioni possono certamente coesistere e persini coincidere, ma non sono la stessa cosa. E quando smettono di essere distinte, il diritto all’abitare rischia di apparire come inseparabile dalla sopravvivenza di quella particolare esperienza, anziché come un diritto da garantire anche attraverso altre soluzioni, qualora necessarie o preferibili, almeno per alcuni.

C’è poi una seconda riflessione.

Se Spin Time fosse semplicemente un’occupazione abitativa, sarebbe naturale che l’obiettivo fosse consentire agli attuali abitanti di restare il più a lungo possibile. Ma Spin Time rivendica da sempre qualcosa di diverso: non solo un luogo dove vivere, ma un modello sociale, culturale e politico, una comunità capace di produrre mutualismo, inclusione e solidarietà.

Ed è proprio per questo che mi pongo una domanda ulteriore.

Se quello spazio rappresenta davvero una risorsa collettiva, il suo valore non dovrebbe consistere nell’offrire una sistemazione permanente a chi oggi vi risiede, ma nel restare disponibile ad accogliere, di volta in volta, chi attraversa una condizione di grave emergenza abitativa. Un luogo di transizione — anche lungo, se necessario — capace di accompagnare ciascuno verso l’autonomia, per poi poter accogliere altri che si trovino nella stessa condizione di bisogno.

Non perché la vita comunitaria sia un ripiego. Al contrario. Ma una cosa è scegliere una comunità, un’altra è esservi costretti dall’assenza di alternative.

Anche per questo colpisce una contraddizione difficilmente ignorabile: mentre gli spazi destinati alle attività di Spin Time Labs sono stati progressivamente recuperati e valorizzati, la parte destinata all’abitare continua a presentare condizioni materiali molto più precarie.

Ed è forse qui che torno alla domanda iniziale: dov’è oggi la voce del Comitato degli occupanti? Quale ruolo ha nella definizione delle strategie, nelle interlocuzioni istituzionali, nelle scelte sul futuro dello stabile?

Nella comunicazione pubblica emergono con forza Action, Spin Time Labs, le reti di sostegno, gli amministratori, le personalità che si mobilitano. Molto meno si ascoltano, almeno dall’esterno, le persone che quello stabile lo abitano ogni giorno e il cui futuro dovrebbe essere il primo oggetto della discussione.

La straordinaria risposta della città è, di per sé, una buona notizia. Vedere migliaia di persone mobilitarsi, donare, partecipare, riconoscersi in una causa comune dice qualcosa di importante sul tessuto civico di Roma. Mi ha ricordato il Baobab di via Cupa. Anche allora la città seppe costruire una straordinaria rete di solidarietà attorno a un’esperienza percepita come indispensabile. Anche allora, tuttavia, mi sembrò necessario distinguere tra la solidarietà verso le persone e l’adesione a un determinato modello organizzativo, specialmente all’indomani di una stagione dolorosa e problematica per l’accoglienza a Roma come Mafia Capitale. Sono domande che mi accompagnano ancora oggi.

La raccolta fondi ha già raggiunto una cifra molto significativa. È possibile che servano risorse ancora maggiori e non ho elementi per giudicarlo. Mi domando però se, a questo punto, il suo valore principale non sia anche un altro. Più che raccogliere denaro, la campagna costruisce appartenenza. Ogni contributo, anche minimo, è un modo per dire: io ci sono. È uno straordinario strumento di mobilitazione civica, capace di trasformare una vicenda locale in una causa collettiva.

Ed è proprio perché mobilita così tante persone che credo debba poter convivere con le domande. Il consenso non dovrebbe chiedere l’unanimità, e la solidarietà non dovrebbe escludere il pensiero critico. La fiducia, del resto, non si esprime soltanto partecipando e non si costruisce solo con una comunicazione convincente. Si alimenta e si mantiene anche attraverso la trasparenza.

Per questo mi ha colpito un elemento della campagna GoFundMe. Come beneficiaria è indicata l’Associazione di Promozione Sociale Spin Time Labs. Ho verificato la denominazione e il codice fiscale riportati nella campagna e non sono riuscita a rintracciare l’associazione nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, né tra gli enti interessati dalle procedure di cancellazione. Non ne traggo conclusioni, né intendo suggerire che vi sia alcuna irregolarità. Ma quando si chiedono alla cittadinanza centinaia di migliaia di euro, credo sia naturale domandarsi quale sia il soggetto giuridico che raccoglie quelle risorse, quale sia il suo inquadramento, come i fondi saranno gestiti e rendicontati e quale sia il rapporto tra Spin Time Labs, Action, il Comitato degli occupanti e le altre realtà coinvolte.

Non sono domande mosse dalla diffidenza. Al contrario. Nascono dalla convinzione che proprio le esperienze che rivendicano il valore dei beni comuni, della partecipazione e della cittadinanza attiva debbano essere le prime a rendere pienamente leggibili la propria governance, le proprie responsabilità e i propri processi decisionali.

Cosa stiamo facendo


Stamattina un’amica, dalla Sicilia, mi segnala una notizia dell’ANSA, che vi riporto sinteticamente qui di seguito.

“Due autisti sono morti e 25 migranti sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, in un ìncidente stradale avvenuto l’autostrada A1, all’altezza di Fiano Romano (Roma). I migranti, una cinquantina circa, erano sull’autobus della Patti tour di Favara che ha un contratto con la Prefettura di Agrigento. Da Porto Empedocle era partito alle ore 10 di ieri per trasferire i migranti in Piemonte. Sul colpo è morto uno dei due autisti a bordo; l’altro, sbalzato dall’abitacolo, non è stato ancora ritrovato. Il bus ha avuto un impatto frontale con un mezzo pesante. I due autisti, entrambi italiani, sono morti. I migranti erano sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi. I due autisti morti avevano 35 e 32 anni. Tra i feriti due sono stati trasferiti in codice rosso al Gemelli ed all’Umberto I, otto in codice giallo distribuiti in vari ospedali. Altri 35 migranti sono stati visitati, ma non trasportati in ospedale perché illesi: sono stati quindi affidati alla prefettura”.

Gli incidenti, per loro natura, sono tragici e imprevedibili. In questo caso, però, credo che sia utile sottolineare alcune circostanze che sono impietosamente messe in luce dai nudi fatti riportati dall’agenzia.

Una cinquantina di migranti, sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa, sono stati prima trasferiti a Porto Empedocle e di lì venivano accompagnati, in pullman, in Piemonte. Non si tratta di un fatto eccezionale, ma di un normale meccanismo di distribuzione dei migranti che arrivano via mare in tutte le regioni di Italia. Tale distribuzione implica che i trasferimenti siano da mesi pressoché continui e dai porti della Sicilia (o della Calabria) si utilizzano pullman, con tutte le ore di viaggio che questo implica. Sulle modalità, i tempi e i criteri con cui lo smistamento (o il “riparto”, come viene spesso definito) è effettuato ci sarebbe molto da dire, ma lasciamo per ora da parte questo aspetto. Limitiamoci a notare che i migranti sbarcati a Lampedusa e spesso soccorsi in mare a valle di viaggi efficacemente descritti, ad esempio, nel bellissimo film di Garrone “Io, capitano”, vengono assegnati al centro di accoglienza a cui per legge hanno diritto dopo una serie di passaggi non ovvi, non sempre lineari, che talora prevedono trasferimenti da un porto all’altro (ho sentito usare il termine “stallo” per definire queste soste tecniche) e attese anche di giorni in sistemazioni di fortuna.

D’altro canto, perché questo avvenga, centinaia di altre persone, per lo più italiane (funzionari di Prefettura, poliziotti, medici e infermieri, operatori di agenzie europee e internazionali, mediatori, volontari, persone volenterose e – la cosa oggi ha la sua tragica rilevanza – autisti), sono soggette – chi più chi meno – a turni di lavoro impossibili, tensioni, conflitti, problemi da affrontare senza reali strumenti per risolverli, obblighi di legge da rispettare senza la possibilità concreta di farlo.

Io credo sia davvero disonesto dire che tutto questo avviene perché le persone che arrivano sono troppe. Mi rendo tuttavia conto che chi considera solo quello che viene riferito normalmente dai telegiornali non può che pensare questo. I numeri degli arrivi sono sicuramente alti (a ieri erano sbarcati in Italia 125.928 migranti, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno), ma nel 2016 in un anno le persone arrivate via mare sono state 181.436, quindi abbastanza in linea con la situazione attuale. Una situazione non si può valutare solo con i numeri, altri elementi vanno considerati. Ma certamente una diversità importante rispetto al 2016 riguarda il funzionamento e la capienza effettiva del sistema di accoglienza. I posti disponibili sono sempre di meno e ci sono ragioni che determinano questa situazione.

In questi anni sono state prese delle decisioni, politiche, che – contro ogni buon senso e razionalità di uso delle risorse economiche – hanno di fatto minato il molto di buono che era stato faticosamente costruito (sia pure a macchia di leoprado, con mille limiti, in modo incompiuto…) per una gestione intelligente delle migrazioni forzate. (Questo è un discorso lungo, ma per una battuta rapida sulla recentissima attualità ascoltate ad esempio questa intervista). Queste decisioni oggi presentano il conto, non solo per quello che subiscono i migranti (che pure ci riguarda, evidentemente), ma più direttamente nel quotidiano di molti cittadini, in molti più forme di prima.

L’arroganza di pochi governanti incapaci (o almeno non intenzionati) a valutare la realtà è sempre più pericolosa. Io vorrei almeno vedere l’indignazione di molti cittadini. Non solo la legittima commozione per la morte di una bambina. Ma la profonda indignazione, argomentata e motivata, nei confronti di chi si prende il lusso di dare per scontata la morte e la profonda sofferenza di sempre più persone (migranti, lavoratori, persone che prendono seriamente la legge e il senso dello Stato).

3 ottobre


Ieri cercavo con una certa difficoltà di esprimere un concetto che in realtà non è completamente chiaro neanche a me stessa: anche se ho cambiato lavoro, non senza qualche scossone, alcuni passaggi della mia “vita precedente” sono parte di me. Uno è il 3 ottobre.

Quel 3 ottobre, di 9 anni fa. Tanti fatti che riguardano i rifugiati hanno scosso l’opinione pubblica, negli anni a seguire. Ma io penso che per chiunque fosse in qualche misura direttamente coinvolto nell’accoglienza di rifugiati in quel periodo il 3 ottobre abbia lo stesso impatto emotivo dell’11 settembre. Esagero? No, direi che è quasi poco.

Anche il 3 ottobre ha segnato un prima e un dopo. Ha negli anni, quel 3 ottobre, provocato uno strascico infinito di altre morti, una vera guerra che si combatte anche oggi nel Mediterraneo. Ma soprattutto di quel giorno ricordo l’attonito dolore con cui in tanti abbiamo pensato: “Non è possibile”. Lo strazio degli amici e dei familiari delle vittime, che erano nei nostri centri di accoglienza (donne, soprattutto). Lo spettacolo osceno di quelle bare, troppe. Troppe per un cimitero, troppe per un’isola, troppe per la nostra coscienza.

La mattina del 4 ottobre, senza quasi dovercelo dire, ci siamo trovati nella cappellina di via degli Astalli. Davanti a certe enormità mi tornava in mente la frase di Pedro Arrupe: pregate, perché per certe cose non c’è soluzione umana che basti. Eppure questo non ci esime dal cercarle, le soluzioni. Anche se non sono sufficienti, sono comunque indispensabili. L’operazione Mare Nostrum fu una risposta. Chi ha poi parlato di pull factor non ha mai conosciuto quel rifugiato che anni dopo, a un incontro pubblico all’università Gregoriana, ha voluto stringere la mano a Enrico Letta e dirgli, semplicemente: “Se non fosse stato per quella sua decisione, io ora sarei morto”.

Non riesco a dissertare di rifugiati in teoria. La prendi troppo sul personale, mi è stato detto. È personale. Non può essere altrimenti. È una questione tra persone, appunto. Quei morti sono nostri, dovremmo almeno piangerli, dissero con parole diverse Giusi Niccolini e Papa Francesco. Oggi direi che dovremmo esigere di smettere di uccidere, nel deserto, in Libia e in mare, con i nostri soldi pubblici e la nostra ipocrisia.

Domani è 3 ottobre. Si dovrebbe fare memoria, in tutte le scuole, di quel naufragio e di quello che ne è seguito. Fuori dalle scuole, vi chiedo di ricordarvi almeno un momento di che giorno è. Magari guardatevi L’ordine delle cose di Andrea Segre. Se lo avete già guardato, riguardatelo con qualcuno che non lo ha visto. Parlatene. La memoria si tiene viva se ci ricordiamo di ritirarla dentro nella quotidianità, almeno ogni tanto.

Uguali


“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Se leggiamo questa frase così, in automatico, specialmente in questi giorni di commemorazioni, immagino che nessuno abbia obiezioni sostanziali. 

Credo che sappiamo tutti, però, che non è così. Non tutti gli esseri umani nascono liberi e tanto meno uguali in dignità e diritti. Certe volte, in questi giorni (non più tardi di ieri sera) mi sono chiesta se davvero vorremmo essere uguali agli altri. Perché alla fine nascere privilegiati in sostanza è proprio questo: avere molto di più degli altri, indiscutibilmente. Io credo che quando parliamo di diritti umani, con le migliori intenzioni, fondamentalmente intendiamo che gli altri, tutti gli altri, dovrebbero aver diritto (idealmente) a un minimo, posto che noi evidentemente abbiamo assai di più.

In Italia negli ultimi 13 mesi sono nati due bambini. Una, che chiameremo Maryam, è nata in Sicilia, poco dopo che la sua mamma, Hope, è stata soccorsa nel Mediterraneo. Il suo fratellino invece è nato a Roma, di 30 settimane, alcuni giorni fa. E’ ancora in terapia intensiva neonatale.

Su questo blog ho incontrato e fatto amicizia con tante madri, anche con qualcuna che ha avuto l’esperienza di una nascita prima del termine, delle ansie e delle oggettive difficoltà che ne derivano. Però nessuna di quelle mamme, incinta di sette mesi, si è sentita dire che doveva passare la notte per strada, per giunta con una bambina di 13 mesi. Nessuna ha visto il padre dei suoi figli dormire lui per strada, per mesi, perché il sistema di accoglienza, che infine li ha espulsi e basta, considera una pretesa eccessiva che due genitori vivano insieme, con i loro bambini piccoli. 

Maryam a 13 mesi probabilmente non ha avuto un’esperienza paragonabile a quella di mia figlia alla stessa età. Sua madre non ha avuto un’esperienza lontanamente paragonabile a quella mia o delle mie amiche che hanno avuto figli. Anche soprassedendo sulla sua esperienza precedente e soffermandosi solo sulla maternità, credo di poterlo affermare con certezza. Io e Hope non siamo uguali in dignità e diritti.

Immagino come commentereste qui se vi raccontassi che mia figlia, a 13 mesi, è stata buttata in mezzo a una strada una notte che aveva la febbre. Se vi dicessi che gli assistenti sociali mi hanno detto che purtroppo anche se alcuni posti ci sono, io non rientro più tra quelli che possono accedervi.  Delle regole debbono pur esserci e su queste la maggior parte degli italiani sono d’accordo.

Hope ha un permesso di soggiorno valido e così suo marito, ma questo non dovrebbe neppure essere necessario precisarlo. Se pure non lo avesse, questo non toglierebbe alcunché alla sua natura di essere umano. Come pure non dovrebbe essere rilevante dire la nazionalità di Hope, la sua religione, il colore della sua pelle. Non dovrebbe essere rilevante se nella sua vita ha commesso reati (non ne ha commessi), se ha pagato o meno le tasse dovute (le ha pagate).

Tutti gli esseri umani vuol dire tutti. Io mi chiedo davvero se ci rendiamo conto del significato letterale di quella frase.

Il nostro Parlamento ha votato una nuova legge che rende le persone un po’ meno uguali, certamente in diritti e sicuramente anche in dignità. Una legge che rivela una visione del mondo che divide con enfasi in vincenti e perdenti, in cui la paura di cadere tra i perdenti rende molti di noi sempre più meschini e cinici. Così perdiamo quasi tutti e finiamo per affocare nel mare di bugie pietose che ci raccontiamo tutte le mattine.

Ho sempre creduto che la dignità degli altri sia il fondamento della mia libertà
Melania Mazzucco, Io sono con te

Divagazione (apparente)


Una donna di origine somala è cittadina di un Paese europeo. Non è stato facile, ma ha una casa, un lavoro e un passaporto. La sua vita, non da ieri, è lì. Questa storia inizia da quello che sembra un lieto fine.

E non continua neanche così male. Incontra un uomo, che ha la sua stessa origine, ed è arrivato da poco nel Paese dove lei è ormai di casa. Condividono molte cose di un passato che si sono lasciati entrambi alle spalle. Si intendono. Lui è stato riconosciuto rifugiato da un altro Paese europeo, diverso da quello in cui si incontrano. Si innamorano. Si sposano. Hanno tre bambini. La loro vita procede normalmente, con le difficoltà e le gioie di una famiglia comune.

A un certo punto però sorge un intoppo. Il governo del Paese in cui vivono si accorge che lui è rifugiato sì, ma altrove. Si è sposato, certo. Ha tre bambini piccoli. Ma questo non cambia la sostanza dei fatti. Se ne deve andare. “Tornare” in un Paese dove non ha nulla se non un pezzo di carta. Non vuole separarsi dalla sua famiglia? Benissimo, questo è comprensibile. Ci mancherebbe. Ma che problema c’è? La signora è cittadina di un grande e rispettabile Paese europeo, così come i bambini. Hanno i loro passaporti. Possono andarsene tutti insieme, se tanto si amano. E buona fortuna a tutti.

Intanto, a una manciata di chilometri di distanza, si ripropone una situazione simile, a parti invertite. Lei, la moglie, ha partorito da poco. La bambina ha tre mesi appena. Il padre, suo marito, è cittadino del Paese in cui vivono. Lei “solo” rifugiata, riconosciuta da un altro Paese europeo. Anche in questo caso, il governo è chiaro: tanti auguri per la bimba, che è cittadina anche lei. Ma la madre deve andarsene. A lei la scelta. O il resto della famiglia lascia tutto e se ne va con lei in cerca di fortuna, oppure lei può lasciare la bimba al padre (si sa, crescere con un solo genitore è una cosa che capita sempre più spesso, ci fanno anche tante toccanti pubblicità) e andarsene.

Perché vi racconto questi due episodi, purtroppo assolutamente veri e ancora non risolti? Per farvi capire che da tempo, nella nostra Europa, è passato il concetto che non tutti i cittadini sono uguali, neppure quando hanno i pezzi di carta che li dichiarano tali. Neppure se intendiamo la parola cittadinanza in quel senso angusto e meschino di tessera di un club esclusivo. Perché ad alcuni quella tessera può essere ritirata, nella forma (come prevede in decreto Salvini, in alcuni specifici casi) o nella sostanza, come avviene ahimè tutti i giorni nel nostro Paese e anche in Paesi “più civili” del nostro. Provate a immaginare di essere nei panni dei genitori di cui vi ho parlato prima e che lo Stato di cui siete cittadini metta voi davanti alle opzioni descritte. Non credo che questo possa accadere, vero? Credo che la cosa farebbe notizia sui giornali. Ma a noi non può accadere, giusto? Perché noi siamo cittadini “veri”. (Sicuri? No, perché io ovviamente non credo di poter dire in tutta onestà che a me non potrebbe succedere, anche se il padre di Meryem è da due anni cittadino italiano).

Ciò detto il decreto legge che è stato approvato lunedì al Consiglio dei Ministri è terribile. Cambierà le cose drasticamente in peggio per moltissimi di noi. E quando dico “noi” non intendo una specifica categoria professionale o sociale. Intendo proprio noi, persone normali, mediamente oneste, che vivono con più o meno fatica in questo Paese.

Informatevi, in primo luogo spegnendo la televisione e disintossicandovi dai dibattiti. Poi cominciate a leggere cose sensate, iniziando da qui.

In trappola


Le notizie che si susseguono in queste ore hanno spazzato via ogni mia velleità di scrivere dei post sul viaggio in Spagna o su alcune altre cose che avrei voglia di condividere con voi. Sono talmente spiazzata che non riesco a commentare le recenti evoluzioni delle politiche su migrazione e asilo (possiamo chiamarle così?) neppure a voce, con gli amici più cari.

Eppure, anche sospendendo i commenti perché il groppo di rabbia, frustrazione e preoccupazione è troppo grande per essere dipanato in un tempo e in uno spazio ragionevoli, mi sento in dovere di fissare qui qualche informazione attendibile sui fatti di cui tanto si dibatte. Perché il dramma è proprio questo: la mistificazione ha raggiunto livelli tali che ormai nessuno ha più elementi per capire che succede. E’ sempre stato così? No, almeno non a questi livelli.

Scelgo a casaccio, in ordine sparso, un numero ragionevole di cose da scrivere. Se avete dubbi o domande fatemele, sono qui per dare chiarimenti.

  1. Il trattenimento di persone per giorni e giorni a bordo di una nave della Guardia Costiera è una misura legittima, o quantomeno giustificabile per ottenere interessamento e attenzione dagli altri Stati europei? No. Mille volte no. Anche a prescindere da chi erano quelle persone. E poi non prescindiamone: abbiamo bloccato per giorni delle donne che avevano subito violenza a stretto contatto con alcuni (gli ultimi) dei loro violentatori – che hanno denunciato allo sbarco, dimostrando una forza che stento persino a immaginare.
  2. Queste persone “affidate alla CEI” avevano l’obbligo di restare nel luogo in cui erano state destinate? Qualcuno aveva il dovere di sorvegliarle? No e no. Dei migranti sono sbarcati in Italia, hanno espresso la volontà di chiedere protezione, sono stati fotosegnalati. Hanno diritto, se non dispongono di altri mezzi, all’accoglienza per la durata della loro proceduta d’asilo. Lo Stato italiano ha arbitrariamente deciso che non voleva assumersi tale obbligo per questo gruppo di persone ed ha quindi stipulato un accordo con dei privati (i vescovi italiani) affinché provvedessero ad alleggerire lo Stato da questo onere. Ottenuto questo vantaggio meramente economico tenendo in ostaggio le persone di cui sopra, queste ultime hanno deciso di non avvalersi delle misure di accoglienza offerte. Come migliaia di altri migranti forzati prima di loro, specialmente eritrei. L’abbandono volontario della struttura di accoglienza non è un reato. Semmai è un impedimento per accedere alla procedura d’asilo, in Italia e altrove. Ma certamente non giustifica che queste persone vengano ricercate dalla Digos in giro per l’Italia.
  3. Il fatto che le persone ambiscano a spostarsi verso una grande città, oppure a lasciare l’Italia è la dimostrazione che non sono rifugiati? No, mille volte no. Sono stati fatti programmi europei per distribuire nei vari Stati gli eritrei proprio perché evidentemente bisognosi di protezione internazionale. Per essere rifugiati è necessario essere privi di volontà? E’ necessario ambire ad essere trattati come merci? E’ necessario essere passivi? Il fatto che questo accada da oltre dieci anni con assoluta sistematicità dimostra solo che la procedura che l’Unione Europea prevede è inefficace, insensata e inadeguata. Ci sono serissimi report in merito, redatti dalla stessa Commissione europea. Sul Regolamento di Dublino e sulla sua riforma ci sarebbe moltissimo da dire, ma non divaghiamo. Se una persona in fuga ambisce a raggiungere la sua famiglia o i suoi connazionali che già vivono in uno specifico Paese, questo non implica che è un impostore, che la guerra da cui fugge non esiste, che le persecuzioni di cui non di rado porta i segni evidenti addosso sono una bugia. Non mi pare difficile da capire. Se le regole europee non gli/le consentono di farlo in nessun caso magari dovremmo farci qualche domanda.
  4. Incitare le commissioni che esaminano le domande di asilo ad abbassare i numeri delle risposte positive a prescindere dalle persone che presentano domanda e della loro storia è gravemente inappropriato di per sé. Ma quando più persone, a torto o a ragione, ricevono un diniego, questo li trasforma in pericolosi clandestini? Ancora una volta no. Questo li mette, a causa della legge sull’immigrazione che abbiamo, praticamente per sempre nella condizione di non avere documenti. Quindi di lavorare in nero, di non pagare tasse, di essere sfruttati, di vivere in un giro di illegalità. Ma se da richiedenti asilo erano giornalisti perseguitati, donne che fuggono alla violenza estrema, contadini lasciati senza terra e senza diritti…. non diventano feroci criminali da un giorno all’altro. Certamente saranno più disperati, finiranno per strada, si troveranno con tutte le strade chiuse. Con tutto quello che questo comporta. Pensateci, possibilmente mettendovi nei panni di uno che ha perso tutto.

Mi fermo qui. Del nuovo decreto in preparazione preferisco non parlare ancora. Vi spiego però il titolo di questo post, citando un rifugiato maliano che ieri ho avuto la fortuna di ascoltare: “Italiani e migranti, veniamo tutti spinti sempre più verso i margini della società da una minoranza di privilegiati. Potremmo renderci conto che il nostro problema è lo stesso e darci la mano per rialzarci. Invece ci sbraniamo tra noi, non riusciamo da uscire da questa trappola in cui ci hanno fatto cadere”.

Link di letture attendibili per chi vuole portarsi avanti sul resto
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/stop-alla-protezione-umanitaria-arriva-la-scure-del-decreto-salvini
http://www.vita.it/it/article/2018/09/06/stop-fondi-sprar-salvini-non-blocchi-un-modello-daccoglienza-che-leuro/148932/
https://www.avvenire.it/amp/opinioni/pagine/ascoltiamo-chi-bussa-nella-nostra-notte?__twitter_impression=true

Come lo spiegherei a mia figlia


Con mia figlia Meryem, specialmente durante il nostro ultimo e felice viaggio in Spagna, riesco ormai a parlare di tutto. Certo, molte cose serve che gliele spieghi, ma lei ancora è abbastanza convinta che io abbia qualcosa da spiegarle. Il tutto per dirvi che non solo avrei voglia, ma mi sentirei anche in dovere di raccontare perché tutta questa storia della nave Diciotti e delle “soluzioni” che pare si stiano definendo mi pare surreale, ogni giorno di più. Ma l’esperienza mi insegna che non si può abusare dell’attenzione altrui, di questi tempi. Dunque tralasciamo tutti i perché e i percome, tralasciamo la normativa italiana e quella europea, tralasciamo pure le migrazioni. Ne ho parlato già tante volte, su questo blog, e tante altre volte ne parlerò. Limitiamoci all’essenziale.

  1. Non mi venite a chiedere le statistiche, vi prego, per giudicare se e quanto fosse giustificabile tenere 170 persone in ostaggio su una nave della Guardia Costiera. Non era giustificabile in ogni caso. Poi sì, possiamo aggiungere molti numeri verissimi che smentiscono le assurdità che i politici blaterano non da ieri, ma dal 2015 almeno. Ma l’esperienza mi insegna, ahimè, che ormai i numeri non servono quasi a nulla. Ciascuno se li capovolge come gli pare.
  2. Ma erano clandestini o rifugiati? Altra domanda irrilevante, se posta in questi termini. Se proprio non siamo disposti a pensare che i passeggeri della Diciotti siano persone come noi (e intendo proprio come noi, che ci aspettiamo giustamente assistenza e empatia anche dal personale della compagnia aerea se il nostro volo delle vacanze tarda più di due ore, specialmente se viaggiamo con dei bambini o con dei malati), almeno non facciamo i giuristi a metà. Chi arriva sul territorio italiano e desidera chiedere protezione può farlo. Sta poi allo Stato, con le sue procedure, accertare se sussiste il diritto ad averla. Ma per tutto il tempo che serve lo Stato ha l’obbligo di accogliere le persone, a prescindere da come la pensa il Ministro di turno o da cosa esige la sua campagna elettorale.
  3. Eh, ma la politica europea non funziona, è ingiusta. C’è chi lo sostiene da decenni e cerca di chiedere dei cambiamenti. Si può fare, è persino doveroso. Di più. E’ uno scandalo che non si sia già fatto. Ma intendiamoci: se il cambiamento significasse fregarsene tutti insieme delle convenzioni internazionali, della nostra storia e cultura giuridica di italiani e di europei, nonché delle regole democratiche in generale, non mi pare un progresso per nessuno.
  4. E qui veniamo al punto più importante. Davvero ho sentito un cittadino italiano (nonché ministro della Repubblica) sostenere che il “consenso”, comunque misurato, lo esime dall’osservare le leggi? Ecco, facciamo che ho sentito male (e continuo a sentire male ogni volta che riascolto il video). Perché questo in effetti è più grave e allarmante di tutto il resto. Il perché anche Meryem lo capisce da sola: sarebbe la fine di qualunque tutela per chiunque non sia perfettamente parte della “maggioranza”.

    Quando la maggioranza sostiene di avere sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia. Umberto Eco

P.S. E come dovrebbe reagire, questa minoranza, esattamente? Buona domanda, me la sto facendo anche io, sempre più insistentemente. Ma di questo ne riparliamo in un’altra occasione. Se avete idee e suggerimenti però scriveteli. Lo apprezzerei.

 

Cosa pensa l’Europa sulle migrazioni


L'”accordicchio” sulle migrazioni. Così hanno chiamato quello raggiunto ieri e direi che il termine rende il livello del negoziato, nella forma e nel merito. Leggerete tutto e il contrario di tutto sui giornali, ma suggerisco vivamente di fare riferimento al documento originale, questo.

Relativamente ai 12 punti sulle migrazioni, aggiungo solo qualche commento rapido.

Almeno 9 dei 12 punti (io direi pure 11) hanno a che fare, esplicitamente o implicitamente, con un unico obiettivo: impedire l’ingresso di persone al territorio, il più precocemente possibile e con qualunque mezzo. Incluso l’ulteriore supporto alla cosiddetta guardia costiera libica, attualmente indagata dalla corte dell’Aja (punto 2).

Scorrete i 12 punti e cercate di immaginare il costo economico di tutto ciò, coperto con denaro pubblico e quindi con le nostre tasse. Alcune cifre sono esplicitate (500 milioni di euro per il Trust Fund, 3 miliardi di euro alla Turchia – la cifra non c’è, ma a qusto ammonta la seconda tranche dell’accordo), molte altre no. Ma vi invito a farvi due conti di quanto possano costare le cose menzionate (dagli accordi bilaterali ai centri di trattenimento dei Paesi terzi). Almeno non mi venite a dire più che il problema sono i costi dell’accoglienza. L’ordine di grandezza di queste spese, che nonostante le belle paroline spese sulla cooperazione (pochine, peraltro, e tutte concentate nel punto 8) sono soprattutto di carattere militare, hanno una scala incomparabilmente superiore a qualunque spesa mai fatta per l’accoglienza.

Il filo conduttore è la deterrenza. “Eliminare gli incentivi per affrontare viaggi pericolosi”, siano essi dal Medio Oriente o dall’Africa in Europa, oppure da un Paese dell’Europa all’altro. Tradotto in altri termini, l’obiettivo è rendere i nostri Paesi europei luoghi così violenti e inospitali da rendere preferibile a chiunque restare altrove, anche se dove si trova non ha alcuna speranza. Utilizzando tutte le possibili misure legislative e amministrative, a livello europeo (la riforma del Sistema d’Asilo Europeo farà molto) e a livello nazionale. Via libera dunque alla fantasia degli Stati, che già è fervida, su misure che rendano la vita impossibile ai migranti e a chi li aiuta.

In estrema sintesi: abbiamo deciso di spendere ancora più soldi per esercitare in misura crescente la violenza e la discriminazione fuori e dentro i confini europei. Capisco facilmente come questo possa convenire politicamente e soprattutto economicamente ad alcuni, ma come molti degli altri possano credere che questo accrescerà la sicurezza per tutti noi mi è sinceramente incomprensibile.

Non ammetto


“Non conviene ammettere che la maggioranza di quelli che sbarcano in Italia sono migranti economici?”. In questa specie di incubo in cui mi sembra di vivere da qualche giorno, in cui falsità e approssimazione imperano ovunque (e non più solo nei talk show televisivi, ma in tutte le sedi istituzionali senza eccezione), persino tra “quelli come me” (leggi: gli sfigati che non solo si mangiano il fegato a sentire esternare tante pericolose idiozie, ma sono persino nuovamente additati come sospetti agenti di malaffare o nel migliore dei casi buonisti) sento esprimere questa posizione “di buon senso”.

No, l’ho già spiegato altre volte. Io non ammetto (come peraltro se stessi confessando una bugia detta in precedenza…) quello che credo sia falso. Neppure se può sembrare conveniente – e in questo caso non credo davvero che lo sia.

Premettendo che la migrazione tutta per me dovrebbe essere valorizzata e gestita come uno dei principali motori di civiltà del nostro mondo, pur non essendo mai priva di sfide, dolori, lacerazioni e conflitti, e quindi non sarò certo io quella che criminalizza chi si trasferisce per qualsivoglia ragione da uno Stato all’altro, per me c’è una differenza innegabile tra un italiano che cerca migliori opportunità lavorative all’estero (tipico esempio di migrante economico, peraltro numericamente in crescita) e chi lascia il suo Paese per cercare accesso ai diritti fondamentali. Per me vale la definizione di rifugiato della Costituzione italiana: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo”. Alla luce di questa definizione io credo di poter serenamente affermare di non aver mai incontrato “rifugiati finti”.

E a chi mi ha chiesto se penso che sia più efficace una battaglia per far considerare rifugiato chi rientra in tale definizione (ossia il circa cento per cento delle persone che sbarcano) oppure lottare perché coloro che si definirebbero allo stato attuale migranti economici possano entrare e restare legalmente, io ho risposto e rispondo anche qui che non vedo le due battaglie come alternative. In questo clima politico ma soprattutto culturale che mi atterrisce e mi fa orrore, io intendo lottare per un pieno rispetto del diritto d’asilo nello spirito della convenzione di Ginevra, della Costituzione Italiana e possibilmente aggiornato alla luce della realtà contemporanea e per una politica migratoria equa e lungimirante che preveda canali di ingresso esistenti, legali e accessibili e misure che rendano possibile un soggiorno sicuro e dignitoso per i migranti economici.

Per inciso, se le due cose andassero di pari passo tutto sarebbe molto più gestibile, economicamente conveniente e utile al progresso dell’Italia e dell’Europa da ogni punto di vista. E va da sé che se ci fossero canali legali molti, pur potendo accedere alla protezione internazionale, sceglierebbero quelli. Esattamente come succedeva prima di Schengen, quando quasi la totalità dei richiedenti asilo viaggiava ed entrava legalmente.

In difesa della complessità


Torno su un argomento che mi è caro (ne ho già scritto qui) e che ritengo estremamente importante. Partiamo da questo video, uno spettacolare TED talk della scrittrice Elif Shafak che merita di essere gustato tutto, parola per parola (no, trascrizioni italiane non ce ne sono, ma applicatevi che ne vale la pena).

Tra i molti punti che meritano di essere sottolineati in questa conferenza vi proporrei questi:

  • in questi tempi liquidi c’è un grande desiderio di semplicità, da cui i demagoghi di ogni risma traggono spudoratamente vantaggio;
  • anche se sembrano diversissimi tra loro, se considerati in questa prospettiva, un politico populista o nazionalista (ve ne viene in mente qualcuno, in questi giorni, cari connazionali?), un imam fondamentalista, un supremazista bianco sono tutti accomunati da un aperto disprezzo per la pluralità;
  • il dibattito pubblico, la comunicazione, persino il dibattito accademico pare ridotto alla mera opposizione binaria, pro o contro;
  • il concetto di identità singole (e magari contrapposte) è illusorio, qualsiasi nostra esperienza ci dice che noi viviamo e siamo molteplicità (di identità, di attaccamenti, di emozioni, di amori);
  • tutto concorrere a costruire e diffondere un clima di ansia e di paura, ma arriva un punto in cui ci si stanca di aver paura e da qui, forse, si può ripartire.

 

 

Vi lascio tre consigli di lettura, per iniziare a restituire complessità a narrazioni che quando vengono fatte sono puntualmente ridotte a un film western (buoni o cattivi). Ve le metto rispettando l’ordine di probabilità che questi temi hanno di presentarsi nella vostre conversazioni in famiglia e con gli amici e anche in ordine crescente di coraggio e determinazione che le letture in sé richiedono (l’ultima è in due tomi…).

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori. Mondadori 2018.

Nico Piro, Afghanistan missione incompiuta 2001-2015. Lantana 2016.

Alberto Elli, Storia della Chiesa Ortodossa Tawāḥedo d’Etiopia. Edizioni Terra Santa, 2017