Premettendo che non l’ho visto


Non ho mai seguito una sola puntata di Propaganda Live. Eppure apprezzo moltissimo alcuni dei protagonisti e non si contano ormai le persone che, conoscendomi, giurano che mi piacerebbe molto. È peraltro forse l’unica trasmissione dove si parla sistematicamente di temi che mi interessano. Eppure.

Inizialmente mi dicevo che era solo perché io la televisione ormai non la guardo quasi più e la sera ormai è consacrata al Netflix con la figlia. Però non è motivo sufficiente. Anzi, a rigore, Propaganda Live poteva diventare un abitudine anche per noi, un diversivo settimanale.

Una volta un’amica mi parlava in termini entusiastici di come il primo lockdown fosse stato illuminato da Propaganda, di quando non ne avrebbe mai fatto a meno, come fosse un ritrovo di amici. Lì mi è suonato un campanello. Non è che non mi fosse capitato di vederlo. Avevo attivamente delle resistenze a farlo. E una di quelle resistenze, la principale, aveva radici lontane.

Sul momento all’amica ho risposto di impulso che io, nata e cresciuta a Monteverde, a certi gruppi di amici intelligenti, brillanti e di sinistra avevo avuto una certa sovraesposizione e che forse adesso mi danno un po’ di allergia. Per i non romani, Monteverde è quartiere già da diversi decenni piuttosto radical chic e autocompiaciuto.

Poi le polemiche dei giorni scorsi mi hanno fatto mettere meglio a fuoco un aspetto. Da quel che vedo da filmati e condivisioni, Propaganda Live riproduce sullo schermo una dinamica da gruppo di amici, appunto. Sulla parità o non parità di genere non mi pronuncio, anche se confesso che come donna l’idea di beccarmi uno spiegone a settimana non mi entusiasma a prescindere (anche se stimo molto Marco Damilano). Certamente però quell’idea di gruppo mi rimanda, a torto o a ragione, ai gruppi di sinistra del mio liceo monteverdino. E quei gruppi nella mia esperienza non erano inclusivi, o per lo meno non lo sono mai stati nei miei confronti.

Essere una ragazza non particolarmente carina non aiutava, ma non era quello il punto, capisco ora (all’epoca mi pareva che quello fosse il punto fondamentale). Io soprattutto non ero socialmente e culturalmente coerente con quel gruppo. Non era tanto una questione di soldi, ma di stile di vita: ero diligente, abbastanza cattolica, avevo un orario preciso di rientro serale, non fumavo, ero mediamente timida. Avevo, insomma, le mie rigidità. Come spesso mi è successo nelle frequentazioni sociali successive, “non c’entravo niente con quelle persone”. E quel gruppo le persone diverse non faceva neanche la fatica di escluderle: non le vedeva proprio.

Ora io non voglio insinuare che la redazione di Propaganda Live sia uguale al circolo della FIGC che tentai invano di frequentare in alcune occasioni. Voglio solo dire che c’è qualcosa in quell’atmosfera di intesa che si respira che mi rimanda a quella sensazione di sostanziale impossibilità di partecipare, che semplificando un po’ è il motivo principale per cui non ho mai fatto politica attiva, pur avendolo a tratti desiderato. Proiezioni, mi rendo conto. Ma sufficienti a non farmi venire voglia di accendere la TV il venerdì sera.

Due anni dopo


Due anni fa ho cambiato lavoro. Dopo 19 anni. Ho attraversato un periodo, breve, in cui quasi tutto mi pareva possibile. Se ero riuscita a prendere quella decisione, anche il resto pareva meno inverosimile. Ho fantasticato di avere un lavoro con lunghe trasferte all’estero. Persino di iniziare una relazione. Poi mi sono svegliata, ed ero sempre io. In un posto di lavoro diverso, con colleghi diversi, ma sempre la vecchia Chiara Peri.

È stata un po’ una delusione. E poi ci si è messo pure il Co-vid, il lockdown, la figlia diventata adolescente. Ho reagito come mi viene naturale: ho cercato cose improbabili. Un corso di turco online, diversi seminari di tarocchi, danze Bollywood, un gatto (che a più riprese giuravo che non avrei avuto), un tatuaggio importante, una tela di Mr Klevra in salotto. Persino una breve incursione su Tinder.

Ho iniziato a andare da una psicoanalista. Non sapevo bene perché e forse anche adesso non l’ho capito bene. Ma ho voluto sentirmi meglio. Concedermi un lusso, anche.

Ieri mi sono presa un tempo per pensare a quella porta che ho chiuso due anni fa. Molti mi chiedono se mi sia pentita e la risposta è no. Il che non vuol dire che dietro quella porta non abbia lasciato molti ricordi importanti e alcune persone care (ormai pochine, a dire il vero). Ma da tempo il mio posto non era lì.

Mi ha commosso, negli ultimi giorni, sentirmi dire che alcuni mi ricordano come insegnante/formatrice. Spesso mi è piaciuto insegnare. Soprattutto mi fa piacere che mi venga riconosciuto che sono appassionata. Mi auguro di non smettere mai di esserlo. Curiosa e appassionata. Se mi auguro qualcosa, nei prossimi anni, è di avere di nuovo l’opportunità di trasmettere a qualcuno un pizzico di passione per qualcosa.

Displaced


Il cimitero dove è sepolto mio padre è su un confine. Lui su quel confine non è morto, come avviene oggi a tante persone, ma ci è nato. A Gorizia. Ne è fuggito da giovane, per studiare, realizzarsi, essere libero. Ma un pezzo del suo cuore è rimasto lì ed era giusto che lì tornasse.

Suo padre quel confine lo ha visto cambiare più volte. Ha combattuto due guerre mondiali, una da una parte e una dall’altra. Lui non ha varcato il confine, è il confine che ha varcato lui. Non in modo indolore. La sua lingua materna è stata proibita, suo figlio non la conosceva. Il suo cognome non è diventato il mio, è stato mutilato per decreto prefettizio.

Da quello stesso confine è entrato in Europa, clandestinamente, il padre di mia figlia, 21 anni fa. Anche lui parla male la lingua di sua madre e suo padre: il curdo in Turchia era proibito. Di Gorizia ricorda la gentilezza dei poliziotti, che gli hanno offerto sigarette e un panino, e le scritte sulle pareti della stanza dove gli stranieri come lui venivano trattenuti prima di ricevere il foglio di espulsione che consentiva loro di riprendere il cammino verso il nord: “Coraggio, fratelli, siete in Europa”.

Mi pare che ci sia un filo nella mia vita che mi riporta costantemente ai confini e al loro impatto sulla vita delle persone. Ai confini geografici, a quelli culturali, a quelli esterni e a quelli interni. Penso ai confini finti dell’Africa, tracciati con la squadra. Alle linee rette che danno un illusorio senso di ordine. Dentro, fuori. Bianco, nero. Sì, no. Quella rassicurante logica binaria, che piace tanto ai computer, ma è così incompatibile con la complessità di sentimenti, di identità, di relazioni. Incompatibile con la vita, in pratica.

Bisognerebbe parlarne


Ieri dicevo al mio amico Pietro che mi pare che sulla questione della scuola in presenza adesso non ci siano proprio le condizioni per confrontarsi. Siamo tutti troppo arrabbiati e esasperati, ciascuno per le sue ottime ragioni. Nelle conversazioni sui social si finisce per etichettarsi come caricature delle idee che ciascuno argomenta. Si esibiscono dati scientifici tanto quanto la loro mancanza per dimostrare la correttezza di tesi di cui ci siamo già convinti.

La verità è che di questa situazione nessuno ha modo di capire davvero un granché. Della pandemia, certo, ma soprattutto delle enormi implicazioni che ha sulla nostra vita e su quella delle persone che amiamo. E, a essere del tutto onesti, la situazione è spaventosa anche perché porta al pettine con grande evidenza i punti di rottura del sistema, quelle cose su cui non si sono fatti progressi da troppo tempo perché non considerate priorità.

Un esempio per tutti: non c’è modo di dimostrare che la DAD non funzioni, né che funzioni, al di là del limitato osservatorio dell’esperienza diretta nostra e dei nostri conoscenti. Ma è pur vero che, in generale, non c’è modo di valutare l’efficacia della didattica della scuola italiana, in generale. Ci sono alcuni indicatori (abbandono scolastico, registrazioni assai discutibili dei test Invalsi), ma nel complesso si è alla preistoria e non c’è stata una volontà reale di parlarne al di là degli schieramenti ideologici e dei circoli dei portatori di interesse.

La visione della serie Sanpa mi ha fatto pensare a quanto manchi, certo in Italia, ma forse un po’ in generale, un dibattito serio e critico sulle grandi trasformazioni sociali, non inquinato dalle logiche più immediate del consenso e del potere. La scuola, la genitorialità, la famiglia, la droga, la salute mentale… Di molte cose sarebbe importante parlare, molte esperienze dolorose fatte singolarmente e collettivamente restano confinate all’aneddotica, alla polemica sterile e polarizzata, senza che se ne tragga alcun vantaggio.

Al lavoro sono stata coinvolta nella redazione di una nuova rivista, Dromo, che si pone proprio come luogo di osservazione e analisi dei cambiamenti, soprattutto dal punto di vista di chi opera come professionista della “cura” (psicologi, assistenti e operatori sociali, medici, operatori della giustizia, ma anche insegnanti e secondo me genitori). Mi fa piacere di avere questa opportunità, piccola, a suo modo limitata, ma che mi restituisce un po’ di cibo per la mente e un pizzico di utopia.

Il primo numero è online qui: https://www.dromorivista.it. Mi piacerebbe sapere che ne pensate.

Toccare con mano


Sono un paio di giorni che medito di scrivere post frivoli, tipo “Cose che ho imparato da quando ho un gatto” o “Le migliori e peggiori serie Netflix della quarantena”. E nei prossimi giorni magari lo farò. Però stamattina ho aperto, dopo un po’ di tempo, il blog dell’ex maestro di Meryem e mi è caduto l’occhio su una frase:

“Cari bambini, la cosa più ingiusta che possa capitare a un bambino della vostra età è togliergli la possibilità di entrare ogni giorno in classe”.

Quanto è vero e credo che mai come in questo momento tutti lo abbiamo ben presente. Tocchiamo con mano nei nostri figli gli effetti immediati di questa ingiustizia e la tolleriamo a stento solo perché crediamo che questa situazione sarà temporanea.

Ora immaginate se ci dicessero che i nostri figli non potranno andare a scuola per altri 4 o 5 anni e che non ci sarà nessuna forma di didattica a distanza. Io credo che molti comincerebbero seriamente a considerare di trasferirsi all’estero.

Secondo l’ultimo report dell’UNHCR, su un totale di 7,1 milioni di bambini rifugiati in età scolare, frequentano la scuola 3,7 milioni. Il 37% dei bambini delle elementari, quelli di cui parla il maestro Flavio, non ha la possibilità di entrare in una classe. Se saliamo all’età di mia figlia, meno di uno su quattro va a scuola (24% del totale).

Sono situazioni che si protraggono per anni, a volte per decenni, bruciando generazioni intere e scavando baratri di ingiustizia e disuguaglianza. Questi bambini dimenticati, peraltro, non vivono necessariamente lontano da noi: molti ad esempio sono in Grecia.

Non posso fare a meno di pensare che in questo momento siamo nelle migliori condizioni possibili per sentire sulla nostra pelle l’enormità di questa ingiustizia. Non sarebbe bello se le tante energie positive di maestri e educatori potessero raggiungere anche qualcuno di questi bambini rifugiati?

Io il mio l’ho fatto


In questi giorni, per questioni di lavoro ma non solo, mi trovo a rimuginare sul concetto di come non solo le persone, ma anche le istruzioni si difendono quando si trovano in difficoltà. Sono i tempi di crisi quelli che più di altri richiedono soluzioni complesse. Collaborazione, integrazione. Ma è pur vero che quando si è in affanno si ha bisogno di circoscrivere il proprio impegno, per non essere sopraffatti. Da qui a darsi un compito parziale e assolversi da ogni altro più oneroso ragionamento il passo è breve.

Breve e comprensibile. Persino legittimo. Sano, in un certo senso. Pure io se non riesco a fare quello che mi sono imposta (magari irrealisticamente) mi dico di concentrarmi su quello che invece sono riuscita a fare, per non abbattermi del tutto. Me lo ripetono da quando sono entrata nel mondo del lavoro: l’ottimo è nemico del bene.

Però la conseguenza è che si creano dei vuoti di responsabilità. Anche grandi e gravi. Se ciascuno dice “io arrivo fin qui, presumo che al resto penserà qualcun altro”, dietro quella presunzione che non abbiamo l’energia di approfondire si apre una voragine.

A livello di politiche, tipicamente la parte scoperta ha a che fare con qualcosa di “sociale”. Essere homeless non è mica una malattia, la medicina non può dare una casa a chi non ce l’ha. Ma curare con farmaci la polmonite di chi continua a dormire sotto un ponte è inutile se non dannoso. La scuola fa didattica a distanza, mica si può preoccupare di chi ha i dispositivi o la connessione. Men che meno di questioni organizzative delle singole famiglie. Però poi tanti restano esclusi e il mandato costituzionale della scuola pubblica è almeno in parte disatteso.

Ciascuno può aggiungere esempi a piacere. Ma il punto non è criticare per sport, recriminare o peggio identificare colpevoli veri o presunti. Quello che mi chiedo è: farsi venire dubbi e magari cercare qualche soluzione diversa da quelle già pensate è ancora possibile? O siamo tutti troppo spaventati, angosciati, preoccupati di dimostrare che noi stiamo facendo già tutto quello che è umanamente legittimo aspettarsi?

Perché io mi rendo conto che oggi più che mai fare una critica pare un atto di violenza. Ma non sarebbe davvero questa la mia intenzione. Siamo feriti come società, non solo come singoli. Tanti, troppi aspetti spariscono perché “ben altro” è la priorità. Ma come possiamo cercare di incontrarci su un piano diverso da quello dell'”andrà tutto bene”?

Perché qui non si tratta di avere fede e aspettare l’arcobaleno. Si tratta di individuare presto un modo realistico per contribuire tutti, davvero, a individuare vie nuove per un percorso molto molto lungo e impervio. E vigilare tutti perché nessuno sia dimenticato o lasciato indietro.

Gentilezza


Negli ultimi due giorni per lavoro ho dovuto fare molte telefonate, per lo più a persone mai viste. Non ho simpatia per il telefono, chi mi conosce un po’ lo sa. Sono sulle spine anche quando devo telefonare a una persona amica. In questo caso c’era l’aggravante del contenuto della telefonata, potenzialmente una seccatura per chi la riceveva, in un momento in cui di seccature nessuno sente particolarmente la mancanza.

Devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa. Quasi tutti sono stati straordinariamente gentili. Ho provato a immaginare i volti di questi funzionari, molti in smartworking, ma qualcuno in ufficio. Qualcuno con un accento spiccatamente meridionale anche se in servizio nelle regioni più settentrionali del Paese.

Alcuni hanno condiviso preoccupazioni e dubbi e ancora una volta, come tante volte negli scorsi mesi, mi sono sorpresa a pensare che a formulare un giudizio impietoso a volte ci si mette un attimo, ma non si rende necessariamente giustizia alla complessità delle situazioni. Queste sono le persone che si confrontano ogni giorno con i problemi che conosco da tanti anni. Più precisamente, sono le persone che si trovano a gestire concretamente le conseguenze di decisioni politiche che non sono prese da loro e che non necessariamente capiscono o condividono. Ma gestirle e applicarle è precisamente il loro lavoro.

Nel farlo si assumono responsabilità gravissime, di cui spesso non colgono pienamente la portata. Fanno probabilmente, come tutti ma con conseguenze più immediate e devastanti, anche molti errori. Ma in questi giorni, anche più degli altri giorni, penso che questi funzionari meritino rispetto e gentilezza. Anche se non è a loro che di solito va la nostra empatia, sono di solito brave persone, sfinite e sole. Da operatrice di ong ho sempre pensato di lavorare molto di più e molto meglio di un funzionario pubblico. Posso/potevo lavorare probabilmente con maggior soddisfazione e motivazione, ma dubito di aver lavorato più di loro.

Passaggi


Il tempo continua a passare e anche se tutto a tratti pare immobile ci sono impercettibili evoluzioni che lasciano intendere che una sorta di traiettoria ci sia, che non siamo solamente tumulati qui in un buco spazio-temporale.

Ieri, ad esempio, Meryem mi ha chiesto di passare un paio di giorni dal papà con le sorelline, cosa che magari non fa a cadenza fissa, ma certo in tempi normali fa tutte le volte che ne ha voglia. Così è andata: l’effetto che mi fa è quello di una distanza paragonabile a quando ha passato l’estate in Turchia. Ma magari invece piano piano tornerà normale amministrazione.

Ho faticosamente finito un articoletto e sono divisa tra sentimenti contrastanti. Da un lato, mi verrebbe da dire che ho dimostrato che ormai il gioco non vale la candela. Dall’altro, due mail ricevute mi hanno dato indietro il gusto di qualcosa che avevo quasi dimenticato e che non saprei nemmeno definire del tutto. Qualcuno lo definirebbe il piacere un po’ snob di sapere che pochi ti capiscono, ma quei pochi continuano a farlo. Credo che sia paragonabile a quando una persona che vive lontano dal suo Paese da tanto tempo si trova a riassaggiare un cibo che si mangia solo lì. Quel misto di nostalgia e struggimento, con il retrogusto un po’ amaro del rimpianto.

In questo tempo mia figlia cresce. Leggo che siamo stati bravi a crescere bene questa generazione che improvvisamente si dimostra empatica e resiliente. Mah. Continuo a credere che il merito dei genitori sia ben arduo da misurare e sia ampiamente controbilanciato dalle fesserie imperdonabili. Sulla generazione intera non mi sbilancio, ma non sono sorpresa di vedere emergere forti in Meryem le sue qualità migliori: la responsabilità e la solarità, a cui aggiungo l’indulgenza nei miei confronti, che non è una qualità di per sé, ma di questi tempi è sicuramente un’abilità apprezzabile per la sua e mia salute mentale.

Il mondo là fuori magari è lontano, ma c’è. Il lavoro di tanto in tanto me lo riporta nel telefono e sullo schermo del computer e anche solo per questo non dovrei disprezzare le opportunità che ho.

Mantenere la distanza di sicurezza


Improvvisamente mi trovo un intero Paese che si affanna a sperimentare modi creativi per fare quello che cerco di fare da almeno un anno, nell’educazione di mia figlia e nelle relazioni in genere: mantenere la giusta distanza.

Vivo insomma immersa in un’immensa metafora. Troppo vicino, troppo lontano. Troppo presente, troppo assente. Troppo espansiva, troppo distaccata. Sono mesi che oscillo, soprattutto da madre, tra questi poli. Salvo brevi ed episodici intervalli, mi pare di essere costantemente alla distanza sbagliata da questa meravigliosa dodicenne, che vuole fare da sé, ma vuole anche essere appoggiata al bisogno, che sente l’urgenza di essere coccolata giusto la sera che io vorrei chiudermi in camera al buio, che ha bisogno di parlare quando io sono in trasferta, tra una riunione e l’altra. Ma se poi in un sabato stranamente libero come oggi le propongo di fare qualcosa insieme, mi dice che in realtà pensava di fare una passeggiata con un’amica (una di quelle che in questi giorni di scuole chiuse pascola ore e ore a casa mia) e al limite di studiare un po’.

Adesso non sono solo io a sentirmi fuori posto e a esitare tra opzioni diverse. Lavorare da casa si può? Si deve? Sarà il caso di annullare una festa di compleanno? E una cena con due amiche?

Vado al museo, approfittando della subitanea sparizione dei turisti? Io alla tentazione di andare a S.Pietro a guardarmi la Pietà senza neanche un minuto di fila ai controlli non ho resistito. Ma la gita lampo a Firenze che avevo seriamente considerato per oggi, alla fine non me la sono sentita di farla. Un po’ per la spesa, un po’ per lo scarso entusiasmo di Meryem, ma un po’ anche perché mettersi proprio a viaggiare compulsivamente non mi pare coerente con quel minimo di buon senso che è richiesto a noi cittadini.

La verità però è che su come educare i figli sono stati scritti mille manuali – che non servono naturalmente né a evitare errori né tanto meno a sapere cosa fare nelle diverse circostanze, ma almeno a posteriori aiutano a capire perché hai sbagliato (perché tanto si sbaglia, l’ho già detto?). Invece su come vivere in un tempo di epidemia, c’è poca bibliografia e tutta piuttosto datata.

Punizioni e ricompense


Ieri facevo una considerazione un po’ avvilente: se nell’educazione dei figli le punizioni sembrano – giustamente – superate, mi pare però che siano all’ordine del giorno nelle mie relazioni adulte e in particolare, ahimè, in quelle che mi vedono interagire con gli uomini. Non mi riferisco, evidentemente, solo o soprattutto ai legami sentimentali (sono peraltro single), ma alle relazioni in genere, in cui non mi abbandona la spiacevole sensazione di essere premiata se “mi comporto bene” e messa in punizione se non obbedisco come una brava bambina di altri tempi.

Per giustizia mi sento di precisare che magari è un momento che mi vede particolarmente insofferente e che probabilmente anche io ci metto del mio: nonostante il preteso senso critico, sono stata educata a essere obbediente e anche a sentirmi dire brava. Questo imprinting evidentemente si ripercuote su come mi pongo al lavoro e nella vita.

Le ricompense però ci sono, indubbiamente, e non sono le gentili concessioni che lascia cadere il maschio di turno, ma le piccole inaspettate meraviglie che illuminano le giornate. Giusto pochi minuti fa, aspettando il tram, una giovane madre radiosa rideva con la sua bimba di pochi mesi, intenta a scalciare via con efficace energia la copertina dall’ovetto. La manina scura della piccola sulla lana gialla, gli occhi ridenti di una ragazza che la copre di nuovo senza stizza o stanchezza. Questa immagine mi ha illuminato la giornata.