Perfectoful


Oggi sono passata in tintoria. Avevo dimenticato il mio vestito colore tabacco lasciato lì quando, pur avendolo scelto per una serata molto speciale, lo avevo dovuto scartare perché macchiato. La macchia ora non c’è più, ma sono sparite anche tante altre cose in queste settimane.

Mi è sparito soprattutto il sorriso dalla faccia, quel sorriso che non mi sentivo sulle labbra da tanti anni. La sorpresa, l’aspettativa e anche quella inspiegabile sicurezza che provavo in quei momenti di un passato che mi pare remotissimo.

Ho riposto il vestito nell’armadio. Cercando la ricevuta nel portafoglio, senza trovarla, ho visto che invece un foglietto scritto in stampatello c’è ancora. Non l’ho aperto, fa troppo male.

Mi faccio forza o piuttosto mi forzo a essere assennata. Però non posso fare a meno di pensare che no, non è giusto. Non me lo meritavo nemmeno io. Certo utima nella fila di sconosciuti che hanno più diritto di me di piangere, ma lo stesso avrei voglia di urlare, di ribattere, di cambiare le cose.

Penso a una situazione diversissima, in quegli stessi giorni bui, in cui sono riuscita a dire a una persona: “No, non te ne andare così”. Vorrei tanto essere stata capace di dirlo anche una settimana prima. Magari non cambiava nulla. Oppure magari avrei saputo allora quello che ho realizzato troppo tardi: era l’ultima volta che ci vedevamo.

Di meno ma fa male


Probabilmente lo avrò già raccontato: c’è una canzone di Yehuda Poliker che mi accompagna almeno da un ventennio e il cui ritornello mi sorprendo a fischiettare per strada, specialmente in giornate come quella di oggi: “Fa male, ma di meno / Di meno, ma ancora fa male”.

Come a volte capita, in un momento in cui mi pareva di aver imboccato un percorso positivo e promettente, mi sono trovata sul muso una serie di porte che si chiudevano inaspettatamente. Una, forse più inspiegabile delle altre, mi ha fatto male sul serio.

Sono passate quasi due settimane da quel cambio di vento. Se avessi saputo, in quel momento, che il percorso al buio sarebbe stato così lungo, mi sarei scoraggiata anche di più di quanto non fossi allora. E invece, come dice la canzone, forse oggi fa un po’ meno male. Ci si abitua, forse ci si rassegna un po’. Le cose che non si possono cambiare si ingoiano. Quelle che martellano nella testa continuano a martellare, ma ogni tanto anche quello lo riesco a registrare come rumore di fondo.

Di meno, ma certamente fa male ancora. Tanto.

Kippur


Stamattina ascoltavo un po’ distrattamente il messaggio augurale del Rabbino capo Di Segni alla fine dello Yom Kippur e mi hanno colpito due frasi, persino un po’ banali e didascaliche, sul significato della festa. “Kippur è il giorno nel quale ciascuno deve completare un esame di coscienza che mette in discussione le scelte sbagliate fatte fino a quel momento. Nessun danno è irreparabile, nessuna colpa lascia una macchia perenne”.

Ho realizzato di colpo che questo concetto per me è sempre stato problematico e so anche perché, anche se ormai si supporrebbe che dovrei non esserne condizionata. Mio padre da piccola mi diceva sempre (o almeno così pare a me, magari me lo ha detto solo una volta in un momento di stizza o di sconforto, vai a sapere) che chiedere scusa è inutile, tanto ormai il danno è fatto.

Io ho sempre sinceramente creduto di essere pronta a perdonare e a dimenticare qualunque cosa, ma sotto sotto so che non è così. Ci sono episodi che ho percepito come torti nei miei confronti che non ho mai dimenticato e che in qualche misura hanno cambiato la storia di alcune mie relazioni (me ne viene in mente almeno una). Ma soprattutto ci sono cose fatte da me che ritengo irreparabili e da questa sensazione non riesco a liberarmi. Me ne sento addosso proprio la “macchia perenne”, per usare le parole di Di Segni.

È un po’ triste soprattutto pensare che, nonostante le dichiarazioni di intenti, non sono poi così capace di rimettermi in carreggiata, anche quando ho il sospetto di aver sbagliato. Più precisamente, se sono convinta di aver sbagliato mi lancio in scuse epocali, persino esagerate. Ma se non sono pienamente convinta, la strada non riesco a trovarla. Prevale quella sensazione di irrimediabile, di mancanza di speranza, che finisce per troncare ogni dialogo sul nascere.

Non ne vado fiera. Vorrei credere che nessun danno è irreparabile. A tratti vorrei anche essere quella che lo ripara, quel danno. Forse non ho abbastanza fede. Anzi, togliamo pure il forse.

Meno onore, grazie


“Questa cosa ti fa onore”. Una frase gentile, che voleva essere un complimento, o almeno un generico apprezzamento. Mi si è depositata in testa durante una telefonata, accompagnata da una crescente sensazione di scomodità. Ci sono voluti un paio di giorni per mettere a fuoco: io frasi così riferite a me non voglio più sentirle.

Queste cose che mi fanno onore sono anche quelle che più mi feriscono, mi affaticano, mi erodono quel naturale entusiasmo che è il vero nucleo vitale che mi tiene in piedi davanti agli urti della vita. Non voglio onore, voglio un po’ di felicità in più.

Avvicinandomi ai fatidici 50 anni il mio proposito chiaro è riuscire a fare a meno delle cose che mi fanno onore, così come del senso di dover mantenere a tutti i costi impegni presi, a prescindere dalle condizioni date. Voglio imparare a dire con più semplicità cosa desidero e a cercare di ottenerlo.

E così sia.

Intelligenza


Fin da piccola mi hanno detto che ero intelligente. Per tutta la giovinezza ho pensato di essere almeno intelligente, visto che non ero bella. Salvo poi capire che non ero più tanto sicura di esserlo.

Chi è intelligente è anche furbo? Perché evidentemente non lo sono. Cos’è poi questa famigerata intelligenza?

È intelligente passare una giornata immersa nei pensieri che avevo fin da ieri sera? Se la testa bastasse a non infilarsi nei vicoli ciechi, almeno sulla carta non dovrei stare qui a girare a vuoto. Eppure.

Una persona intelligente prende decisioni lungimiranti? Io cerco di prendere decisioni oneste, di essere fedele a me stessa, di prendere sul serio le responsabilità, ma anche di rispettare la diversità e di considerare quante cose necessariamente non so e non capisco. È intelligenza questa?

Quando mi sentivo intelligente giudicavo con sicurezza e dubitavo molto di meno. Ora che le mie mancanze mi sono più chiare dei miei punti di forza e il cumulo degli errori fatti mi avvolge inevitabilmente come una zavorra, mi sento meno intelligente. Però forse un po’ più umana.

Ripartire


“Ma ti rendi conto che luglio è quasi finito?” Sarà per il trauma della pandemia, come leggevo ieri in un articolo, sarà per il cambiamento climatico che ci prostra, ma quest’anno il tempo pare avere una densità tutta diversa. Corre, ma lascia solchi di stanchezza. In ufficio ci guardiamo con occhi assenti, tutto con il desiderio forte di mollare tutto, almeno per un po’. Per un bel po’.

Eppure, onestamente, credo che non sia questo il momento di lasciarsi andare. Piuttosto devo capire in cosa vale la pena di investire energia. Qualche settimana fa un’amica mi ha chiesto cosa accende ora il mio cuore, cosa mi fa sentire eccitata e entusiasta. Come direbbe Lucifer, che cosa desideri veramente? Io l’ho guardata sopra il mio pollo indiano superpiccante e ho risposto: “Nulla, temo”.

Non è da te, ha commentato lei preoccupata. Già, non è da me. E allora ci sto provando a rimettermi in movimento. Il mio metodo è sempre lo stesso: mi lancio in qualcosa di improbabile, smuovo le acque, rompo il meccanismo della prevedibilità e aspetto. Magari qualcosa succede. E magari anche stavolta ha funzionato.

Quindi ora bisogna essere conseguenti e provare a esplorare qualche strada nuova. Anche se fa caldo e il disincanto aleggia su di me insieme all’umido e alle zanzare di queste serate romane insolitamente silenziose.

Red


Questa era una buona sera per vedere Red con Meryem e sono stata contenta che me lo abbia proposto. Perché in almeno tre momenti nel corso della giornata, anche se non lo sapevo ancora, mi sono trovata a controllare il respiro per evitare che mi spuntasse la coda pelosa del panda rosso.

In uno di questi tre momenti, ad essere onesti, un artigliata verbale mi è sfuggita. Ma mi consola pensare che in fondo tanti lo sanno e questo film lo racconta proprio bene: essere donna e dunque figlia femmina e madre di figlia femmina non è uno scherzo.

Aspettative, docilità, obbedienza. La mia adolescenza è stata molto caratterizzata dal compiacere i miei genitori, abbastanza pedissequamente. Non so se ho davvero mai disobbedito, visto che quelle che ricordo come trasgressioni oggi fanno solo sorridere e difficilmente potrebbero essere considerate tali.

E quindi, almeno in alcuni aspetti rilevanti, a Meryem ho voluto dare la libertà e la leggerezza che io non ho mai conosciuto. Non me ne pento, ma non è una passeggiata. Non lo è stato in questo weekend che si è appena concluso, ma non lo è quasi mai, dalla scorsa estate. Perché, come dicono le serie americane, “it comes with a price”.

Proprio oggi leggevo del fatto che la corteccia cerebrale degli adolescenti non si sviluppa del tutto fino a 25 anni e dunque per quanto svegli siano, non ci si può aspettare che non siano avventati e a volte completamente fuori spazio tempo. Chissà se ho capito bene. Tuttavia una cosa è certa: a questa età la libertà non sono capaci di gestirla. Ma ciò non toglie che, guardando coraggiosamente avanti, questa libertà bisogna secondo me dargliela comunque, tenendosi pronti a raccogliere i cocci.

Ne ho raccolto un pochino di cocci negli ultimi mesi, ma questo ovviamente non mi dà il diritto di intromettermi. E allora guardo, consapevole di non capire, incapace di tenermi sul serio ad distanza, ma allo stesso tempo oggi accusata di essere stata poco accogliente se non addirittura scostante.

E poi si ricomincia, di errore in errore, soffiando via le nuvole rosa di polvere e di pelo che a volte ci offuscano la vista, sperando di essere capace di essere fiera di lei perché si allontana, essere capace di frenare il mio istinto di trattenerla e così di intrappolarla.

Mi guarderà mai con quella empatia e comprensione che il film lascia intravvedere? La cosa più dura è leggere il giudizio negli occhi degli adolescenti, il disprezzo noncurante di chi ti vede solo patetico. In quei momenti la zampata è sempre in agguato

Io, la rana


Qualche notte fa un sogno mi ha ricordato una storiella attribuita a Esopo e che mi è rimasta impressa fin dall’infanzia. Magari la conoscete, ne esistono anche alcune varianti. In breve, una rana sta per attraversare un fiume quando uno scorpione le chiede un passaggio sul suo dorso. La rana obietta però che lo scorpione dovrà astenersi dal pungerla, altrimenti affogheranno entrambi. “Ma ti pare?”, ribatte lo scorpione. E la rana lo fa salire. A metà traversata, lo scorpione punge la rana. Mentre entrambi, come correttamente quanto inutilmente previsto dalla rana, stanno affogando, la rana esasperata chiede allo scorpione: “Ma perché lo hai fatto? Vedi che così ci siamo condannati a morte certa tutti e due?”. E lo scorpione: “È la mia natura”.

Oggi improvvisamente, anche ripensando al sogno, mi è apparso con grande evidenza il fatto che la rana sono io. La rana, a pensarci bene, confida esageratamente non solo nella buona fede altrui, ma anche nella propria capacità di analisi. La rana aveva previsto tutto ed era convinta di aver preso le sue contromisure. Sotto sotto era sicura di averlo convinto, lo scorpione, di aver costruito un’alleanza con lui. Un’alleanza improbabile, certo, ma proprio per questo degna di nota. Non è una cosa da niente portarsi uno scorpione in groppa, ma lei sentiva di poterlo fare.

Peccato che poi, il più delle volte, le cose vanno effettivamente a scatafascio, alla faccia delle prospettive alternative e dell’acutezza della rana. Perché la natura dei ragionamenti non sa che farsene. Nella vita, presa dall’entusiasmo e da una certa arroganza intellettuale, mi sono caricata sulla schiena un certo numero di scorpioni. Tutti, come era facilmente prevedibile, mi hanno punto. Nonostante credessi di poter gestire i rischi, la realtà mi ha sempre smentito.

Quando mi deciderò a smettere di considerare gli scorpioni così interessanti e diventerò capace di lasciarli, senza astio ma con la necessaria freddezza, sull’altra riva?

Luoghi comuni


Non me la sono mai cavata troppo bene con le vicende sentimentali. Non con le mie e neppure con quelle altrui. Non ricordo, infatti, grandi confidenze in merito da parte delle mie amiche. Pescando proprio nella memoria, ricordo una notte di capodanno passata a girare un po’ a casaccio con una compagna di studi che aveva preso la decisione di mollare il suo fidanzato storico per concedersi di più e di meglio. Oggi sono sposati con un figlio quasi adolescente e di quella notte di ribellione ricordo poco (ma temo che non sia per la lieve sbronza, quanto per il fatto che ci fosse ben poco di memorabile).

Ho coltivato con fedeltà commovente fino al masochismo storici amori non corrisposti. Uno, in particolare, mi ha accompagnato per una parte significativa della mia giovinezza e si è distinto perché, almeno per un po’, qualcuno ha creduto che potesse anche avere una qualche forma di concretizzazione. “Vedrai, non dura”, mi disse un’amica quando lui si fidanzò con una bionda apparentemente distante mille miglia dalle profondità intellettuali che ero convinta che condividessimo. Decine di anni dopo sono ancora sposati e hanno due figli.

Forse capirete che i tormenti sentimentali degli adolescenti mi fanno agitare sulla sedia e che vorrei tanto non vederli e non sentirli. Ma questo al moderno genitore empatico pare non riesca proprio. E quindi mi barcameno a tentativi, come riesco, difendendomi come posso e selezionando i messaggi. Perché tirare fuori i luoghi comuni sui maschi per una zitella come me è fin troppo facile. A piccole dosi serve persino.

Ma una cosa mi preme riuscire a ripeterla comunque: di innamorarsi vale sempre la pena, che poi è un po’ come dire che di vivere vale sempre la pena. È facile dirlo quando gli uccellini cinguettano e tutto va per il meglio. In quel caso, anzi, a nessuno verrebbe in mente nemmeno di pensarlo, per quanto è autoevidente. È quando ti viene il dubbio di aver sempre frainteso, quando anche nei ricordi più dolci si insinua il dubbio, che è importante ricordarlo a se stessi.

Non rimpiango neanche un giorno speso ad amare, chi se lo meritava, ma anche chi ha abbondantemente dimostrato di non meritarselo. E, per giunta, sono fiera di non essermi fatta furba nel frattempo. Oddio, magari un pochino non guasterebbe. Diciamo che sono fiera di essere ancora capace di entusiasmarmi e di affezionarmi, a costo di sembrare ingenua, perché in fondo quello che mi fa sorridere da sola per strada, il più delle volte, val bene qualche doccia fredda di tanto in tanto.

La fine


C’è un momento, un momento preciso, in cui ogni cosa finisce. Il sentimento più impetuoso e doloroso, persino quello capace di trascinare detriti per anni, arriva a smorzarsi e a languire. Certe volte non è possibile dire quando questo sia avvenuto. Ce ne si rende conto a cose fatte, quando il dato di fatto ha rimpiazzato ogni senso del dovere o di artificioso rimpianto.

Altre volte invece, come è successo a me qualche giorno fa, il momento temporale e il contesto specifico sono chiari. Hanno un giorno e un’ora a cui possono essere ricondotti. Portano forse inevitabilmente a un calo di tensione, a uno spostamento di baricentro. E poi, settimane dopo, di guardi indietro e sospiri. Perché avere più energie è bello, ma quel sentimento manca maledettamente.

Mi immagino conversazioni di chiarimento che nessuno inizierà mai e di cui obiettivamente nessuno sente il bisogno. E anche solo immaginandole mi sento un nodo alla gola e ho voglia di piangere. Ma tanto non si verificheranno mai, quelle conversazioni.

Di meno, ma fa male. Fa male, ma di meno. Ho sempre amato questo verso di Poliker. Me lo fischietto da sola, camminando per strada, non andando a prendere nessuno a Termini.

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