Responsabilità


Oggi nessuno nega che sia una cosa necessaria educare i giovani alla responsabilità: alcuni, però, continuano a sostenere che si può fare senza dar loro responsabilità concrete, senza che abbiano la libertà di predisporre programmi, di prendere decisioni, di fare scelte, cioè di correre il rischio di sbagliare.
Mi chiedo piuttosto se spesso non sia l’adulto a temer di affrontare il grave compito di educatore e di accollarsi anche il rischio che ne deriva; se egli non preferisca gli schemi rigidi di regolamenti formali, che rendono più agevole la disciplina esterna, ma non sono atti a favorire una reale educazione alla responsabilità.
I giovani di un istituto possono essere educati alla responsabilità senza sindaco, giudice, elezioni, assemblea, assessori e banca?
Senza dubbio, ma a condizione che vi sia un sistema pedagogico adatto; il quale, però, è tutt’altro che facile a trovarsi. Come è possibile dare, giorno per giorno, concrete responsabilità a centinaia di adolescenti?
Come si può programmarne il graduale intensificarsi, adattandole alle diverse età e alle varie capacità di ognuno? E come, in pratica, si può realizzare ciò in modo che sia accetto anche ai ragazzi?
Il mio timore è che, se non si elabora un sistema di vita comunitaria quanto più possibile aderente alla realtà, si rischia facilmente di ricadere in quello che soddisfa gli adulti per la soluzione degli immediati problemi disciplinari, trascurando l’altro, basilare, della vera educazione.

da “Sognai la futura Città dei Ragazzi”, Mons. John Patrick Carroll-Abbing, 1945

Ieri ho visitato la Città dei Ragazzi, una realtà di cui avevo sentito molto parlare e dove ero anche stata una volta, svariati anni fa. Ma solo ieri in effetti mi sono presa il disturbo di capire meglio il progetto originario.

Come molte cose che possono insegnarci moltissimo anche oggi e che spesso non conosciamo, si tratta di un progetto nato nell’immediato dopoguerra. Un periodo in cui i profughi, bisognosi di tutto, e in buona parte minori soli erano italiani. All’epoca, a differenza di oggi, la memoria della guerra e della sua brutale ingiustizia era fresca e condivisa da tutti. All’epoca, come oggi, i profughi di ogni età vivevano per strada, cercando di racimolare il minimo indispensabile per vivere, senza avere accesso a percorsi di dignità e protezione.

Allora come oggi, le risposte a questi bisogni immensi e sotto gli occhi di tutti potevano essere  molto diverse tra loro. Meramente caritatevoli e assistenziali, profondamente asimmetriche tra chi dava e chi era costretto a ricevere. Oppure ispirate all’obiettivo della promozione umana, mai disgiunte dal profondo rispetto per le vittime innocenti di quella catastrofe voluta da altri.

Leggendo le righe che vi ho riportato sopra, trovo esposte con impietosa chiarezza le domande che oggi dovrebbe porsi la scuola e qualunque altro educatore, genitori in primo luogo.

Che ne pensate?

In difesa della complessità


Torno su un argomento che mi è caro (ne ho già scritto qui) e che ritengo estremamente importante. Partiamo da questo video, uno spettacolare TED talk della scrittrice Elif Shafak che merita di essere gustato tutto, parola per parola (no, trascrizioni italiane non ce ne sono, ma applicatevi che ne vale la pena).

Tra i molti punti che meritano di essere sottolineati in questa conferenza vi proporrei questi:

  • in questi tempi liquidi c’è un grande desiderio di semplicità, da cui i demagoghi di ogni risma traggono spudoratamente vantaggio;
  • anche se sembrano diversissimi tra loro, se considerati in questa prospettiva, un politico populista o nazionalista (ve ne viene in mente qualcuno, in questi giorni, cari connazionali?), un imam fondamentalista, un supremazista bianco sono tutti accomunati da un aperto disprezzo per la pluralità;
  • il dibattito pubblico, la comunicazione, persino il dibattito accademico pare ridotto alla mera opposizione binaria, pro o contro;
  • il concetto di identità singole (e magari contrapposte) è illusorio, qualsiasi nostra esperienza ci dice che noi viviamo e siamo molteplicità (di identità, di attaccamenti, di emozioni, di amori);
  • tutto concorrere a costruire e diffondere un clima di ansia e di paura, ma arriva un punto in cui ci si stanca di aver paura e da qui, forse, si può ripartire.

 

 

Vi lascio tre consigli di lettura, per iniziare a restituire complessità a narrazioni che quando vengono fatte sono puntualmente ridotte a un film western (buoni o cattivi). Ve le metto rispettando l’ordine di probabilità che questi temi hanno di presentarsi nella vostre conversazioni in famiglia e con gli amici e anche in ordine crescente di coraggio e determinazione che le letture in sé richiedono (l’ultima è in due tomi…).

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori. Mondadori 2018.

Nico Piro, Afghanistan missione incompiuta 2001-2015. Lantana 2016.

Alberto Elli, Storia della Chiesa Ortodossa Tawāḥedo d’Etiopia. Edizioni Terra Santa, 2017

Lavorare


Per il primo maggio, forse più degli anni precedenti (ma magari è solo una mia impressione), ho letto sui social aforismi, considerazioni, riflessioni sul lavoro. E allora mi sono fermata a pensarci un poco. Tra una cosa e l’altra, borse di studio, traduzioni e collaborazioni occasionali escluse, posso considerarmi una lavoratrice dall’inizio di questo millennio. Come stipendiata, dunque, ho raggiunto la maggiore età. Questo pensiero mi suscita considerazioni contrastanti.

Da un lato, ripensando a quel fatidico 2000, riconosco che ha costituito per me un gigantesco bivio. Ho preso (non solo quell’anno, ma soprattutto quell’anno) alcune decisioni che hanno in larga misura determinato la mia condizione attuale. Ho rimpianti? Direi proprio di sì. Enormi. Non passo tutto il mio tempo a chiedermi quanto sarebbe diversa la mia vita “se invece…”, ma non lo faccio solo perché sono convinta, in linea di principio, che non serva a niente. Però se avessi 50 centesimi per ogni volta che l’ho pensato certamente la mia capacità d’acquisto sarebbe ben maggiore di quella attuale.

Comunque io la pensi, devo dunque ammettere che quando ho iniziato a lavorare, peraltro nello stesso posto dove lavoro oggi, non ho mai pensato neanche per un attimo la frase: “Ho trovato lavoro”. Neppure quando questo impiego ha assunto una forma contrattuale stabile, 6 anni dopo, mi è venuto in mente di festeggiare questa tappa. Perché io, in effetti, IL lavoro non l’avevo ottenuto. Continuo dopo tutti questi anni a considerarmi una che non ha raggiunto un obiettivo professionale, una che ha fallito. La notizia era che nonostante questo avevo una mia collocazione, mi mantenevo, mi occupavo di questioni che mi stavano a cuore e mi stimolavano abbastanza, imparavo a fare cose, non mi annoiavo, mi barcamenavo anche a gestire questioni lontanissime dalle mie competenze e attitudini. Questo è in gran parte vero anche oggi.

Con il senno del poi, naturalmente, il mio è un lavoro a tutti gli effetti. Sarebbe l’ora di cominciare a considerarlo tale. Al momento, per varie ragioni che ogni tanto ho cercato di spiegare, è allo stesso un po’ di più e un po’ di meno di un lavoro per me. E’ piuttosto una condizione, un modo di essere quello che sono ora. Un contenitore sufficientemente flessibile per non starmi scomodo, la maggior parte del tempo.

Quello a cui ambivo, forse, non era un lavoro. Era la felicità, la mia personale idea di felicità. Magari solo un sogno di felicità, chi può dirlo. Ancora ne colgo qualche bagliore, ogni tanto, quando un amico mi spinge a riaprire quel vaso di Pandora che ho chiuso in un cassetto tanto tempo fa. Lo richiudo, diligente, ogni volta. Perché come lavoratrice, molto più che come donna o come studiosa, sono diligente, disciplinata, rispettosa dell’autorità. E tutte le volte che in un modulo mi viene richiesto scrivo “impiegata”.

Pensieri agitati


Se dico sostituzione etnica che pensate? Se si googola, tutta la prima schermata è occupata da deliranti teorie complottistiche sull’immigrazione ai danni dei popoli europei, argomentate da Magdi Allam e simili.

Ma gli scambi di popoli, ratificati da trattati internazionali, si sono fatti eccome. Tra Grecia e Turchia, ad esempio, e gli strascichi sono vivi ancora oggi. I cristiani dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco.

Per guardare ancora più vicino a casa nostra (anzi, dentro), il Trattato di Parigi del 1947 prevedeva la perdita automatica della cittadinanza per tutti i cittadini italiani che, al 10 giugno 1940, erano domiciliati nel territorio ceduto alla Jugoslavia, fatta salva la facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro il termine di un anno dall’entrata in vigore del trattato stesso. Alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, peraltro, si dava facoltà di esigere il trasferimento in Italia dei cittadini che avessero esercitato l’opzione suddetta, entro un ulteriore anno. Tale clausola, di cui la Jugoslavia si avvalse, determinò l’abbandono della propria terra da parte di chi avesse optato per la cittadinanza italiana e chi emigrava non poteva portare con sé né denaro né beni mobili. Chi non rientrava in Italia rischiava di rimanere apolide. I confini li sposta la guerra (o gli accordi tra potenti che la seguono), i cittadini devono cambiare di conseguenza. Altrimenti, si spostassero.

Questi cupi pensieri di confine e conflittualità etnico-religiose mi vengono in mente oggi a proposito di un altro confine assai rilevante per i rifugiati oggi: quello tra Turchia e Siria. Leggo dell’intervento turco nell’area curda (non saprei come definirla: territorio occupato dai curdi? difeso dai curdi? a alta densità curda?), con relativa strage di civili e di militari. E allora mi viene in mente che domani, chissà, quella zona “pacificata” potrebbe diventare la “safe area” della Siria dove far tornare i rifugiati siriani dal Libano e dalla Turchia, un obiettivo che quei due Stati certamente condividono con l’Unione Europea. Il risultato sarebbe una sostituzione etnica, di fatto. Uno scambio di popolazioni, in un certo senso. Con la differenza che non mi è ben chiaro dove dovrebbero cercare asilo o chiedere cittadinanza i curdi. A occhio non in Turchia.

Mi torna in mente anche Ritorno a Haifa, di Ghassan Kanafani. Lo avete letto? Quando si sostituiscono vittime con altre vittime, intrecciando e aggrovigliando soprusi e sofferenze, non finisce mai bene.

Imparare


Aspetto il 75 a Termini. Smanetto con lo smartphone. “Come stai?”. “Bene, grazie”, rispondo in automatico e sorrido esitante. Lo conosco? Mi pare di sì, ma non metto a fuoco. Poi riconosco la voce di un giovane ospite di uno dei nostri centri di accoglienza. Era nell’ufficio accanto al mio qualche giorno fa, per un colloquio che io ascoltavo, mio malgrado, attraverso il vetro. Chiacchieriamo, aspettando il 75 che non c’è. Realizzo che avrei dovuto riconoscerlo prima. L’ho sentito parlare in pubblico alla manifestazione del 25 aprile a San Saba, cantare a un concerto al Centro lo scorso settembre. L’ho persino fotografato mentre ascoltava attento una vecchietta del quartiere. Però non l’avevo riconosciuto e un po’ me ne vergogno. Lui invece si ricorda di me e di Meryem.

Parla un italiano fluido e, mi dice, varie altre lingue. Ha perso qualche occasione per questioni di documenti, ma ora è tutto a posto. Lavora come addetto alla sicurezza in un grande magazzino aperto recentemente, di cui apprezza persino la piccola esposizione di reperti archeologici.

Realizzo che questo giovane quasi trentenne da 4 anni non ha una camera tutta per sé. Non se ne lamenta, ma ammette che è faticoso. Però, paradossalmente, ora che si avvicina il momento dell’autonomia, ne ha paura. Teme la solitudine. E per la prima volta si è sentito vulnerabile.

“Ho attraversato il mare, sono stato giorni su quel barcone nel buio e mi è sempre parso di stare bene. Ero tranquillo, sempre”. Ma a dicembre, per la prima volta, ha avuto un attacco di panico. Ora va meglio, ma si sente insicuro.

Ha bisogno di parlare e in realtà anche io. Vengo da una trasferta un po’ solitaria. Finiamo a parlare dei miei studi e dell’ebraico, lingua resuscitata. “Non ne sapevo niente. Che cosa interessante. Oggi ho imparato qualcosa”. Anche io, forse. Basta così poco.

Cosa voglio dalla scuola media


E’ periodo di open day e di iscrizioni online. Il tempo lungo delle elementari è agli sgoccioli e io mi trovo una figlia che ha un aspetto completamente diverso da quando, alla vigilia del primo giorno delle elementari, me la portai nella Chiesa del Gesù ad incontrare Papa Francesco con 400 rifugiati. Allora indossava una gonnellina a quadretti bianchi e rosa e un cerchietto con un fiore di stoffa. Oggi è più alta di diverse mie amiche e porta quasi solo leggings (ma preferirebbe gli shorts).

Cosa mi aspetto dalla futura scuola di mia figlia? Cosa vorrei dai suoi futuri insegnanti? Mi sono riletta il post che scrivevo all’inizio della scuola elementare. Oggi, evidentemente, i miei pensieri vanno a preoccupazioni molto cupe, a situazioni in cui l’alleanza a cui mi riferivo nel post, quel sentirsi ideale dalla stessa parte, potrebbe essere seriamente compromesso. Ma cerco di concentrarmi sul positivo, come mi raccomanda sempre Meryem. Cosa sono le cose importanti che mi aspetto? Provo a fare un elenco in ordine sparso.

  1. Aprire a mia figlia porte di curiosità, soprattutto sulle moltissime cose e materie che io ignoro. Permetterle di scoprire cosa la appassiona, cosa conta per lei, per cosa vale la pena di impegnarsi. Contribuire a renderla libera, anche dai miei desideri e dai miei sogni su di lei.
  2. Offrirle una palestra in cui sperimentarsi con relazioni complesse ma sane, in cui riconoscere e distinguere i ruoli di ciascuno (incluso il suo), allenarsi a sopportare responsabilità e sconfitte, praticare le infinite e essenziali forme del rispetto, per se stessa e per gli altri. Lo so, questa è davvero difficile. Dico palestra, non campo aperto, perché dalla scuola mi aspetto anche un certo livello di protezione, proporzionato all’età di mia figlia e che naturalmente non mi solleva dalla necessità di educarla e proteggerla io, in prima persona. E mi arrischio persino un po’ più in là. La protezione che mi aspetto dalla scuola non dovrebbe essere affidata a una o due figure eroiche, possibilmente. Me lo immagino come un buon lavoro di squadra, dove a nessuno è chiesto di fare l’eroe, ma tutti sono chiamati ad essere seri e responsabili delle loro azioni.
  3. Insegnarle a fare le ricerche. Mi spiego. Insegnarle a cercare fonti diverse, leggerle e capirle, valutarle criticamente. Fare in modo che inizi a capire come farsi un’opinione e non essere in balia del primo che strilla più forte o del primo che confeziona il messaggio in maniera accattivante. Rendersi ben conto di quante cose non sa e avere qualche idea su come fare a saperne di più.
  4. Imparare a formulare dubbi e domande in modo intelligente e ad ascoltare davvero le risposte. E poi, se il caso, restare della propria opinione. O cambiarla. Imparare a discutere senza che ogni discussione si trasformi in una prevaricazione agìta o subìta, sia in presenza che online. Poi se imparasse anche a ordinare le idee e esporle con chiarezza e efficacia anche in pubblico, sarei molto contenta.

E voi? Che dite?

Lei così amata


Quante volte, finendo un libro – magari non subito, ma lasciata un po’ sedimentare l’esperienza – avreste voluto dirgliene quattro all’autore? Magari con il trasporto e l’affetto che nutrite per uno dei “vostri” autori, uno che ha saputo parlare alla vostra anima, persino un po’ troppo? Ecco, in questo scorcio del 2017, senza averlo davvero programmato, mi sono tolta questa soddisfazione. Al concerto di Natale del Centro Astalli, in un improbabile tribudio di danze africane sotto la cupola barocca del Bernini, ho incontrato Melania Mazzucco e Brigitte, il personaggio-coautrice di “Io sono con te”. Scambiati gli affettuosi auguri di rito, mentre Meryem correva a salutare il resto della multicolore compagnia lì radunata, Melania Mazzucco mi dice una frase gentile di quelle consuete, tipo “come è cresciuta, adesso il grosso della fatica è passato, sarai soddisfatta, eccetera”. Non ricordo le esatte parole, ma di punto in bianco mi è uscito dal cuore, più o meno con queste parole, un pensiero che covo da quando ho letto il romanzo che dà il titolo a questo post. Proprio tu, parli? Tu che hai scritto il romanzo più terrificante sulla genitorialità che io abbia mai letto, roba che se l’avessi letto nel 2005 e non nel 2015 magari oggi non avrei figli? Com’era quella frase? “I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”. Il mio peggiore incubo, il più brutale sbattimento in faccia di verità a cui possa pensare, secondo solo (forse) al verso di De André “femmina un giorno e poi madre per sempre”. Vabbè, Melania è una donna intelligente e di larghe vedute. Spero non si sia offesa 🙂

Ma in effetti non era di questo che vi volevo parlare, in questo post di fine anno. Durante una pausa pranzo al mio bar, il Bar della Pigna – ritrovo, punto di riferimento e luogo di incroci causuali che, realizzo solo oggi, fa un po’ rivivere il baretto di via Dezza della mia gioventù – una amica mi ha detto, commentando la piacevole serata del mio compleanno: “You are much loved”. Le sue parole sono state un po’ la rivelazione di fine anno.

Io, specialmente negli ultimi anni, sono stata molto concentrata su quanto è andato storto nelle mie relazioni o, più precisamente, di quanto le relazioni di amore e di amicizia abbiano preso pieghe assai lontane, se non diametralmente opposte, rispetto alle mie aspettative. Questo mi ha impedito di mettere a fuoco a sufficienza una realtà per nulla scontata: sì, sono molto amata. Da un sacco di persone diverse, in molte forme diverse, in barba alle distanze geografiche e temporali. Nonostante il mio carattere complicato e le mie molte contraddizioni.

Aggiungo che, se guardo indietro alla mia vita, senza soffermarmi proprio sulle macchie e sugli strappi, devo ammettere che mi è piaciuta e anche oggi mi piace. Ho fatto tante cose diverse, ho tantissimi ricordi belli, intensi, comici. Amo, più di tutto, l’improbabile che è una specie di fil rouge in quel che faccio, che scelgo, che mi capita. “L’avvenire è dei curiosi di professione”, si diceva in un film che ha strapazzato il mio cuore adolescente. Se c’è una cosa che davvero vorrei essere è questa. Curiosa sempre, anche quando sento che mi cala addosso la quotidiana cappa di stanchezza e la disillusione.

Per questo chiudo il 2018 con una delle mie frasi preferite, tratte da un libro che dovrei rileggere, La mia vita di Agatha Christie.

“Un bimbo dice:
“Grazie, mio Dio, per la mia buona cena””
Cosa posso dire io a 75 anni?
Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho avuto.”

Mi mancano trent’anni esatti per arrivare a 75 anni, quindi so che avrò molto altro di cui essere grata. Ma per questo 2017 inizio da quel che c’è oggi.

Buon nuovo anno a tutti voi!