Mantenere la distanza di sicurezza


Improvvisamente mi trovo un intero Paese che si affanna a sperimentare modi creativi per fare quello che cerco di fare da almeno un anno, nell’educazione di mia figlia e nelle relazioni in genere: mantenere la giusta distanza.

Vivo insomma immersa in un’immensa metafora. Troppo vicino, troppo lontano. Troppo presente, troppo assente. Troppo espansiva, troppo distaccata. Sono mesi che oscillo, soprattutto da madre, tra questi poli. Salvo brevi ed episodici intervalli, mi pare di essere costantemente alla distanza sbagliata da questa meravigliosa dodicenne, che vuole fare da sé, ma vuole anche essere appoggiata al bisogno, che sente l’urgenza di essere coccolata giusto la sera che io vorrei chiudermi in camera al buio, che ha bisogno di parlare quando io sono in trasferta, tra una riunione e l’altra. Ma se poi in un sabato stranamente libero come oggi le propongo di fare qualcosa insieme, mi dice che in realtà pensava di fare una passeggiata con un’amica (una di quelle che in questi giorni di scuole chiuse pascola ore e ore a casa mia) e al limite di studiare un po’.

Adesso non sono solo io a sentirmi fuori posto e a esitare tra opzioni diverse. Lavorare da casa si può? Si deve? Sarà il caso di annullare una festa di compleanno? E una cena con due amiche?

Vado al museo, approfittando della subitanea sparizione dei turisti? Io alla tentazione di andare a S.Pietro a guardarmi la Pietà senza neanche un minuto di fila ai controlli non ho resistito. Ma la gita lampo a Firenze che avevo seriamente considerato per oggi, alla fine non me la sono sentita di farla. Un po’ per la spesa, un po’ per lo scarso entusiasmo di Meryem, ma un po’ anche perché mettersi proprio a viaggiare compulsivamente non mi pare coerente con quel minimo di buon senso che è richiesto a noi cittadini.

La verità però è che su come educare i figli sono stati scritti mille manuali – che non servono naturalmente né a evitare errori né tanto meno a sapere cosa fare nelle diverse circostanze, ma almeno a posteriori aiutano a capire perché hai sbagliato (perché tanto si sbaglia, l’ho già detto?). Invece su come vivere in un tempo di epidemia, c’è poca bibliografia e tutta piuttosto datata.

Punizioni e ricompense


Ieri facevo una considerazione un po’ avvilente: se nell’educazione dei figli le punizioni sembrano – giustamente – superate, mi pare però che siano all’ordine del giorno nelle mie relazioni adulte e in particolare, ahimè, in quelle che mi vedono interagire con gli uomini. Non mi riferisco, evidentemente, solo o soprattutto ai legami sentimentali (sono peraltro single), ma alle relazioni in genere, in cui non mi abbandona la spiacevole sensazione di essere premiata se “mi comporto bene” e messa in punizione se non obbedisco come una brava bambina di altri tempi.

Per giustizia mi sento di precisare che magari è un momento che mi vede particolarmente insofferente e che probabilmente anche io ci metto del mio: nonostante il preteso senso critico, sono stata educata a essere obbediente e anche a sentirmi dire brava. Questo imprinting evidentemente si ripercuote su come mi pongo al lavoro e nella vita.

Le ricompense però ci sono, indubbiamente, e non sono le gentili concessioni che lascia cadere il maschio di turno, ma le piccole inaspettate meraviglie che illuminano le giornate. Giusto pochi minuti fa, aspettando il tram, una giovane madre radiosa rideva con la sua bimba di pochi mesi, intenta a scalciare via con efficace energia la copertina dall’ovetto. La manina scura della piccola sulla lana gialla, gli occhi ridenti di una ragazza che la copre di nuovo senza stizza o stanchezza. Questa immagine mi ha illuminato la giornata.

Dare tutto


“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Fin da piccola questa frase biblica e evangelica mi è familiare e fino a stasera ho sotto sotto dato per scontato che fosse un effetto retorico, una ridondanza espressiva.

Stasera improvvisamente, dopo una lunga sessione di confronto con mia figlia, ho colto tutta la ricchezza semantica dell’espressione. Oggi davvero ho, in piena consapevolezza, amato con il cuore, come è facile che sia, ma facendo appello a tutte le capacità della mia mente e anche alla mia anima, per lasciarmi ispirare nella creatività della relazione con lei.

Che un figlio tocchi il cuore è una banalità e una legge di natura. Che fare il genitore richieda molto lavoro di mente e ogni forma disponibile di intelligenza pure non è una novità. Ma davvero questa ragazza terribile e straordinaria che è mia figlia è anche padrona della mia anima. Cosa sia l’anima esattamente non saprei spiegarlo stasera se non così: quella terza parte di me che ama Meryem con tutta l’intensità possibile.

Gentilezza


“I hate people when the are not polite”, recita il verso di una canzone che canticchio spesso negli ultimi tempi. La canticchio anche per ridere un po’ sul fatto che una persona che conosco, abbastanza inaspettatamente, si comporta nei miei confronti in modo veramente sgarbato. Non saprei dire se la sua sia semplice noncuranza o un atteggiamento studiato.

Vedendo però alcuni personaggi che si mettono in mostra sui social, Instagram soprattutto, facendosi quasi un vanto della propria arroganza, il dubbio che il nostro sia cafone per precisa scelta stilistica mi sorge.

In Israele la chiamavano huzpa e ne facevano una virtù nazionale. Io non trovo assertivo qualcuno che deride il lavoro altrui, o che si scorda del compleanno di un’amica e non prova nemmeno a scusarsi.

Apprezzo i gesti gentili, anche un po’ fuori dal mondo. La gentilezza a casaccio, che a volte i meme ci esortano a praticare, è molto poetica. Ma pensandoci meglio, ancora più preziosa è l’attenzione fedele alle piccole cose, quella che dura negli anni e quasi non la noti, là per là. Ma poi, ripensandoci, brilla in tutto il suo valore. Specialmente in un mondo popolato di maleducati.

Non può piovere per sempre (vero?)


Facebook implacabile mi ricorda che manca abbastanza poco al mio compleanno. Quest’anno (devo rifare i conti tutte le volte) sono 47. Morto che parla, si diceva a tombola. Peccato che da un po’ di tempo mi senta avvolta in una specie di nube densa di scoraggiamento e malessere, che si dissipa a sprazzi, ma che si riaddensa ogni volta un po’ più grigia.

Mi piace fare piani, progetti. Ma quest’anno il compleanno non è contemplato. Non saprei neanche cosa desiderare.

Che poi è questo che mi mette in crisi, in fondo. Cosa voglio? Mi pare di aver perso l’abitudine di formulare desideri.

Quando aprivamo i blog


Ogni tanto qualcuno sospira, in rete o dal vivo: “Che tempo era, quello…”. Quando ci commentavamo su Splinder o Blogspot con la stessa intensità di una chat e quindi chi ci leggeva diventava un amico, qualcuno che si sedeva virtualmente sul tuo divano e magari prima o poi (a volte molto poi) ci si incontrava dal vivo. In questi giorni la serie ispirata al blog di Valentina (Volevo fare la rockstar, se non l’avete vista cercatela e accattatevi pure il libro, così capite meglio cosa erano quei blog) mi e ci ha fatto tornare in mente quel periodo.

Perché ho aperto questo blog, nel 2004? Sinceramente non ricordo precisamente. Certamente questo doveva essere la prova tecnica per il blog serio, che si chiamava “Rifugiati” e che è morto di lì a poco. Ci versavo sopra i pensieri sparsi che altrimenti avrei scritto su quaderni e agende. Poi però qualcuno ha iniziato a leggere. E con la mia gravidanza, nel 2007, quello che a me pareva un sacco di gente ha iniziato a leggere.

Yenibelqis è diventato un divano, incasinato come la mia casa e come la mia vita in generale. Ci si trovava e si chiacchierava. Raccontavo aneddoti, condividevo come mi sentivo, parlavo delle questioni che mi stanno a cuore. Non era un blog tematico, non era un prodotto letterario, non era un portale, non era utile o informativo. Era (ed è) una collezione di chiacchierate. A volte più interessanti, a volte divertenti, a volte stanche, a volte piene di rabbia e di amarezza.

Poi è arrivato Facebook. Se si commenta, lo si fa lì. Se si condividono foto, lo si fa lì. Le “amicizie” si accettano o si rifiutano lì. L’anonimato, a cui non ho mai tenuto, non aveva più senso, comunque. Il blog io non l’ho mai lasciato. È sempre il divano di casa mia. So che ci sono alcuni che mi conoscono da tempo che leggono in silenzio e non sono su Facebook o su altri social. Ma comunque rispetto a Facebook, che è utile, e a Instagram, che mi piace, il blog resta una cosa diversa.

Specialmente il mio blog, che non aveva una funzione precisa, se non chiacchierare di quello che mi va. In tutti questi anni, gli incontri che ho fatto su questo spazio sono stati preziosi. Sono legati a bellissimi ricordi dal vivo. Non voglio far torto a nessuno, ma qui ci starebbero bene tanti nomi di persone a cui sono grata per questo. Ne menziono solo tre, in qualità di facilitatrici di tante altre amicizie: Barbara (all’epoca poesianotturna, oggi Mamma Felice), Silvia (metà di Genitoricrescono, ma anche riemersa da un passato comune) e Iolanda (Filastrocche e poi Fattore Mamma), che mi ha fatto vedere Milano in una luce del tutto diversa.

E chiudo ricordando che questo spazio non esisterebbe più da tempo se Andrea Beggi, che peraltro non ho mai conosciuto, non me lo avesse fatto migrare da Splinder a qui con un gesto di pura generosità. Una disponibilità che mi era stata segnalata da un’altra amica sulla rete, che non ho mai ringraziato abbastanza.

Ho molto rallentato l’aggiornamento di questo spazio, ma non ho mai pensato di chiuderlo. Mi piace pensare che nel tempo si siano aggiunte persone nuove e che le vecchie tornino di tanto in tanto a riaffacciarsi. Fatevi vivi, ogni tanto.

3 ottobre


Ieri cercavo con una certa difficoltà di esprimere un concetto che in realtà non è completamente chiaro neanche a me stessa: anche se ho cambiato lavoro, non senza qualche scossone, alcuni passaggi della mia “vita precedente” sono parte di me. Uno è il 3 ottobre.

Quel 3 ottobre, di 9 anni fa. Tanti fatti che riguardano i rifugiati hanno scosso l’opinione pubblica, negli anni a seguire. Ma io penso che per chiunque fosse in qualche misura direttamente coinvolto nell’accoglienza di rifugiati in quel periodo il 3 ottobre abbia lo stesso impatto emotivo dell’11 settembre. Esagero? No, direi che è quasi poco.

Anche il 3 ottobre ha segnato un prima e un dopo. Ha negli anni, quel 3 ottobre, provocato uno strascico infinito di altre morti, una vera guerra che si combatte anche oggi nel Mediterraneo. Ma soprattutto di quel giorno ricordo l’attonito dolore con cui in tanti abbiamo pensato: “Non è possibile”. Lo strazio degli amici e dei familiari delle vittime, che erano nei nostri centri di accoglienza (donne, soprattutto). Lo spettacolo osceno di quelle bare, troppe. Troppe per un cimitero, troppe per un’isola, troppe per la nostra coscienza.

La mattina del 4 ottobre, senza quasi dovercelo dire, ci siamo trovati nella cappellina di via degli Astalli. Davanti a certe enormità mi tornava in mente la frase di Pedro Arrupe: pregate, perché per certe cose non c’è soluzione umana che basti. Eppure questo non ci esime dal cercarle, le soluzioni. Anche se non sono sufficienti, sono comunque indispensabili. L’operazione Mare Nostrum fu una risposta. Chi ha poi parlato di pull factor non ha mai conosciuto quel rifugiato che anni dopo, a un incontro pubblico all’università Gregoriana, ha voluto stringere la mano a Enrico Letta e dirgli, semplicemente: “Se non fosse stato per quella sua decisione, io ora sarei morto”.

Non riesco a dissertare di rifugiati in teoria. La prendi troppo sul personale, mi è stato detto. È personale. Non può essere altrimenti. È una questione tra persone, appunto. Quei morti sono nostri, dovremmo almeno piangerli, dissero con parole diverse Giusi Niccolini e Papa Francesco. Oggi direi che dovremmo esigere di smettere di uccidere, nel deserto, in Libia e in mare, con i nostri soldi pubblici e la nostra ipocrisia.

Domani è 3 ottobre. Si dovrebbe fare memoria, in tutte le scuole, di quel naufragio e di quello che ne è seguito. Fuori dalle scuole, vi chiedo di ricordarvi almeno un momento di che giorno è. Magari guardatevi L’ordine delle cose di Andrea Segre. Se lo avete già guardato, riguardatelo con qualcuno che non lo ha visto. Parlatene. La memoria si tiene viva se ci ricordiamo di ritirarla dentro nella quotidianità, almeno ogni tanto.