Berlino e me


Quando mi sono trovata abbastanza inaspettatamente a immaginare una vacanza estiva senza mia figlia, non c’è voluto molto per pensare a Berlino. Mi ci voleva un posto dove sto bene, che mi occupasse sufficientemente la testa con pensieri nuovi per non lasciare troppo spazio a quelli vecchi e, allo stesso tempo, non richiedesse sforzi eccessivi, di nessun genere.

Berlino è una delle città dove ho bei ricordi del passato, un posto dove sono tornata più volte, in fasi molto diverse della mia vita e che ho trovato allo stesso tempo familiare e nuova ogni singola volta. Un posto dove capisco un po’ ma non tutto delle lingue più parlate per strada, tedesco e turco, e il ronzio delle conversazioni tra sconosciuti mi è familiare senza davvero distrarmi.

Berlino è dove ho parlato per la prima volta a un convegno in una lingua diversa dalla mia e quell’intervento è diventato un articolo per una rivista che all’epoca consideravo molto fica. Berlino è dove ho comprato un bracciale realizzato piegando una forchetta e un cappello assurdo che in realtà ho messo pochissimo, ma che ho ancora in un cassetto. Berlino è un viaggio fatto solo per andare a un concerto al Tempodrom. Berlino è sempre stata una fantasia di vita possibile e anche un posto dove riabbracciare vecchi amici. Berlino è la prima sala del Pergamon e il segreto piacere di pensarla più importante e bella delle altre, che tutti guardano a bocca aperta.

Anche questa volta Berlino è stata gentile. Sole, nuvolette, cielo azzurro. Percorsi facili, un letto comodo. La sensazione di camminare per strada da sola, anche di sera, vedendo quanto è normale farlo.

Berlino non è proprio Germania, mi dice qualcuno. Certamente Berlino non è un luogo comune. Le spaccature della storia l’hanno resa più elastica. Non credo che ci vivrei, sono troppo romana ormai. Ma starci mi piace sempre moltissimo.

Getsemani


La scorsa settimana mi sono trovata con il mio nuovo capo, psicoterapeuta, a parlare a cena niente meno che dei Vangeli. Sono un territorio che mi è familiare e in qualche modo mi rendo conto che avevo la pretesa di saperne più di lui, notoriamente ateo, sull’argomento.

Però mi ha fatto cogliere un aspetto a cui non avevo mai pensato. Raccontava che talora, anche in terapia, utilizza il racconto dell’orto degli ulivi. Un racconto, a sentir lui, del tutto paradossale. Quanta probabilità c’era che, dato un gruppo di discepoli fidatissimi, pronti a morire per il proprio maestro, in seguito all’espressa richiesta di lui di vegliare si addormentassero tutti? Non uno, non la metà. Tutti.

Cosa ci insegna questo episodio? Secondo lui è davvero istruttivo sulle aspettative che tutti noi nutriamo verso le persone che amiamo. Si deve forse dedurre che i discepoli, vinti dal sonno, non amassero Gesù o non lo amassero abbastanza? La storia nel suo complesso ci dice che non è così. Il racconto mostra altro. Che ci possono essere mille ragioni perché chi amiamo finisce per deludere le nostre aspettative. Magari avevamo aspettative non realistiche, magari non consideravamo le sue esigenze, magari è successo uno dei tanti intoppi di comunicazione o di relazioni che non fa girare le cose come le avevamo pensate. Quel sonno non è la misura del non amore. Rifletterci può essere utile.

In particolare mi è utile stasera e la riflessione mi convince pienamente. È stata una giornata emotivamente intensa. A tratti mi sono sentita sola e avrei tanto voluto non esserlo. Però in questo momento un po’ lo sono, per un incrocio di circostanze, di geografia, di vicende anagrafiche. Qualcosa si riesce a parare e se devo essere onesta il raccolto delle mie frammentarie richieste di soccorso è stato soddisfacente. Non si è addormentato nessuno. Però mi sarebbe servito proprio un abbraccio fisico, tangibile, tanto tempo, tanta pazienza.

La mia professoressa di italiano delle medie diceva spesso: “Quando ti senti triste fino alla morte, ricordati che non sei solo nell’orto degli ulivi”. Non ho mai amato quel suo misticismo un po’ barocco e sofferente, ma anche questa frase ha la sua verità. Magari non nel modo che vorrei, ma sola non sono.

Ritmo e miscele


Ho già scritto che il tempo ultimamente mi pare scorrere più velocemente. Aggiungerei che il cambio di lavoro finalmente comincia a creare l’effetto che speravo: quello di una bella e vigorosa mescolata all’impasto di un dolce.

I vari progetti a cui sto lavorando da un lato mi mettono in contatto con realtà nuove, che mi interessano, dall’altro mi stanno permettendo di rinfrescare vecchi contatti e persino di scoprire connessioni impreviste.

Soprattutto sempre più spesso mi trovo nella posizione lavorativa per me ideale, a lavorare in gruppo tra pari. A prescindere da risultati e temi, è una bella sensazione, che ultimamente provavo troppo di rado.

Mi pare che la giusta quantità di aria fresca si stia amalgamando quindi al composto. Ne vedo gli effetti benefici anche fuori dal lavoro. Respiro, sono di buon umore, mi sento più tranquilla.

Spero che duri.

Ho bisogno di parole


“Tu parli sempre da sola”. Una frase buttata là in una telefonata mi rimbomba dentro come la chiamata dell’ascensore nella chiostrina del palazzo dei miei genitori. Un botto subito, poi una lunga vibrazione metallica prolungata fino allo schianto finale della cabina ferma al piano. E poi via di nuovo, nella stessa successione ipnotica.

Sempre no, magari. Cerco di essere giusta. Però spesso. Azzarderei a dire sempre più spesso. Mi sopravvaluto? Penso che tutto ruoti intorno a me? Sono incapace di ascoltare?

Forse, più banalmente, ho fame di parole. Soffro il silenzio. Quando ero in maternità e restavo sola a casa per giorni, di tanto in tanto esplodevo. Nizam, registrata questa mia stranezza, ogni tanto telefonava: “Tutto bene? Hai parlato con qualcuno oggi?”.

Oggi tocca soprattutto ai miei nuovi colleghi di sorbirsi i miei sproloqui. Era tanto tempo che mi tenevo dentro riflessioni, pensieri, dubbi. Molto meno di prima si può conversare serenamente di rifugiati senza mangiarsi il fegato o sentirsi intorno un silenzio imbarazzato. Non mi ero resa conto di quanto mi mancasse ragionare a voce alta.

Quando me ne rendo conto spesso è troppo tardi. Il pippone è partito. Loro ancora giurano che no, per carità, è tutto molto interessante. Ma sono sicura che se trovassi più spesso il modo di farmi una salubre chiacchierata fuori dell’orario di lavoro non ne sarebbero dispiaciuti.

Di meno ma fa male


Uno dei miei punti di forza è la capacità di riprendermi dalle botte della vita. Riesco a farlo in primo luogo perché la mia memoria funziona in modo anomalo. Come una stoffa malamente rattoppata (e come il golfino che indossavo oggi…) ogni tanto si apre un buco in cui tanti rancori vengono inghiottiti. Non sono particolarmente generosa nel perdonare, ma per fortuna spesso mi dimentico di portare rancore. Mi dimentico anche perché dovrei portarlo. Però dimentico anche di chiedere scusa e i motivi per cui avrei dovuto farlo.

Ho una playlist su Spotify che si chiama Memories e negli ultimi due mesi mi ha riportato flash del passato, inclusi ricordi agrodolci. Penso in particolare a due amicizie che ho creduto eterne e che si sono spente di colpo nel nulla, dopo un periodo relativamente breve. Una aveva la suo colonna sonora e in qualche modo parte della sua essenza in alcune melodie pop israeliane. L’altra, legata ad Israele anch’essa, ha piuttosto il suono dei REM. Sarà per questo, oltre che per un paio di altre ragioni, che una parte di me è convinta che io debba ritornare a Gerusalemme, dove ho lasciato alcuni conti in sospeso con la giovane me che credeva di essere intelligente. Nel 1994 e poi ancora nel 1999, sempre di agosto. Ho assorbito gli urti, ho tirato dritto, ma i pezzi ancora non sono andati bene a posto.

Oggi mi trovo a rivivere per certi versi una situazione simile a quelle due. Anche in questo caso, assumo un’aria intelligente e matura (stavolta ho anche l’età dalla mia parte) e mi dico che sono cose che capitano. Ma non sono tanto convinta. Perché capitano? Perché a un certo punto ci si arrende alle incomprensioni e al silenzio?

Ho voluto bene, per un tempo più o meno lungo, a tutte e tre le persone a cui sto pensando questa sera, e ce ne aggiungo anche una quarta logicamente connessa e anch’essa persa, anche se meno subitaneamente e meno misteriosamente. Due donne, due uomini. Ancora oggi non posso fare a meno di pensare che mi dispiace che sia andata così. È stato uno spreco, come quando ti regalano una bella pianta e la lasci appassire per incuria, perché non ci pensi e, quando ci pensi, ti convinci che potrai occupartene dopo. Però dopo è troppo tardi o magari quel dopo non arriva nemmeno.

Il tempo e la scarsa memoria aiutano. Lo dice una canzone di Yehuda Poliker che ho sentito spesso in questi giorni: fa male, ma di meno / di meno, ma fa male.

Tempismo


Se guardo indietro, come mi capita spesso in questo periodo, ho l’impressione che le cose migliori che mi sono capitate siano imputabili a una felice coincidenza di spazi e di tempi. Trovarsi con il dito sulla macchina fotografica proprio quando lo scatto è quello giusto. Infilarsi nell’aula universitaria esattamente in quell’orario e incontrare il professore che tanta impronta intellettuale lascerà in te. Essere quella che studia ebraico a cui porre una domanda inconsueta e trovarsi all’avvio di un’amicizia quasi ventennale. Potrei continuare.

Non mi sono mai soffermata a pensare a quanti di questi misteriosi momenti di sincronia non sono invece avvenuti. Magari quando invece di sedermi in biblioteca sono andata a prendermi una bevanda al gusto di tè al limone alle macchinette. Quando ho detto o fatto la cosa sbagliata e un’alchimia positiva è scoppiata come una bolla di sapone. A volte me ne sono accorta (ma mai ad oggi sono riuscita a rimediare), più spesso no.

Poi ci sono le cose che capitano troppo tardi, o troppo presto. Quelle che credi di poterti godere piluccandole nel tempo e invece no, interviene qualcosa che lo rende impossibile. Ci sono le illusioni ottiche, gli abbagli.

Per fortuna non riesco neanche a figurarmi tutto quello che avrebbe potuto essere. Come mi trovavo a pensare ieri, non c’è niente di peggio che perdere l’ultimo treno per una manciata di minuti.

Se non si può ignorare di averlo perso, quel treno, si può almeno non essere del tutto sicuri che fosse l’ultimo.

Va tutto bene, eh? È solo che in questo maggio che pare novembre mi sento a tratti un po’ sopraffatta.

Montagne russe


Questo blog ha compiuto 15 anni e forse per questo non lo accudisco più come prima. Però lo continuo a guardare con affetto e rispetto, forse lo prendo persino più sul serio: custodisce molte cose, alcune senza importanza, altre per me utili e persino preziose.

Scrivo questo post dopo. Dopo alcuni cambiamenti importanti, il più evidente dei quali è quello lavorativo. Ma non è tanto di questo che voglio parlare, quanto di me in questo furioso alternarsi di paura e eccitazione, di gioia pura e di tristezza. Persino dolore. Da un paio di mesi sono a bordo di infernali montagne russe di emozioni e non c’è verso di scendere.

Mi sono chiesta a cosa posso aggrapparmi quando la discesa mi pare troppo ripida e dubito di tutto. Certamente la bellezza un po’ aiuta. Roma ogni tanto sembra farmi un cenno di incoraggiamento. Ma c’è stato anche tanto altro, in questo periodo. Sculture di Verrocchio, graffiti rinascimentali, persino un airone che faceva colazione lungo un fiume in una mattina struggente ma comunque a modo suo (agro)dolce. Ancora di più mi aiutano i momenti in cui mi trovo per caso sintonizzata su una frequenza che mi appartiene e allora riesco a splendere con disinvoltura, divertendomi persino, dimenticando remore, insicurezze e mancanze vere o presunte.

Sotto una perfetta luna piena, la settimana scorsa, mi sono ripromessa di coltivare una doverosa gratitudine per questa vita ricca che ho avuto e che ho ancora tra le dita, anche se in alcuni momenti i vuoti rimbombano più dei pieni.