Tre madri 3. Quella divisa a metà


B. è un’altra delle donne forti che incontro a Ottati. In carcere in Libia c’è stata con il marito e con due gemelli nati da poco. Ha lottato come una leonessa per arrivare qui e anche oggi non è disposta a cedere di un millimetro. Se c’è da andare a prendere per un orecchio il marito che tarda al bar, lo fa. Se c’è da affrontare una scalinata spingendo sotto il sole il passeggino gemellare, lo fa. Viso largo, sguardo duro.

Ma poi le chiedo se sente la famiglia in Ghana e le trema la voce. “Sì, sento mia madre, vedova e invalida. Con lei sta mia figlia, la più grande. Ha 13 anni. Ci pensa lei”. Ci guardiamo. Silenzio. Si affretta ad aggiungere che 11 anni fa, quando lei e il marito sono andati in Libia a cercare lavoro, non aveva idea che non sarebbero più riusciti a tornare indietro. Lei aveva due anni, il viaggio molto pericoloso. Sembrava ragionevole lasciarla alla nonna. “Se solo avessi immaginato, non l’avrei mai lasciata. Mai”.

Per B. il dolore più grande è quella ragazza diventata adulta troppo presto, che non la aspetta più e che per strada non la riconoscerebbe. Più della Libia, più delle violenze, più delle incertezze del futuro, quella figlia incolume ma perduta le pesa sul cuore.

Tre madri 2. Quella integrata suo malgrado


Parla a voce bassa, chiede di fare l’intervista in italiano perché esercitarsi nella lingua è importante, ma poi qualche parola in francese scappa. Ma pare un vezzo più che un’insufficienza.

La fuga di A. è cominciata molti anni fa, in Libia. Non ha varcato nessun confine, allora. Ha preso i due bambini ed è fuggita da un marito violento. Straniera anche lei, non poteva tornare in patria perché non avrebbe mai potuto viaggiare con i bambini senza il consenso del padre. E comunque quei figli nati in Libia sarebbero rimasti dei fantasmi in Algeria.

Certe volte le alternative non esistono. Per quanto possa sembrare difficile e impercorribile, la strada è una. Quella di A. consisteva nel mimetizzarsi in una grande città (“È stato allora che ho iniziato a mettere il velo: lo facevano le altre e io non volevo creare problemi. Tanto meno distinguermi o attirare l’attenzione”). Trova un buon lavoro e riesce nell’intento: farcela da sola e mandare i figli a scuola. A. vive in apnea. Fino a quando la guerra diventa pericolosa e sempre più vicina. Ragazzini dell’età dei suoi figli sono rapiti. È ora di saltare di nuovo verso l’ignoto.

A. del mare parla il minimo indispensabile. “Io sapevo nuotare, ma i bambini no”. Basta questa frase per immaginare l’angoscia di quelle ore.

La prima accoglienza è abbastanza deludente. A. si ritrova in un centro affollato e promiscuo, dove episodi di violenza e risse sono all’ordine del giorno. “Ho pensato che era stato tutto inutile. Ho tentato questa strada perché volevo preservare i ragazzi dalla violenza, anche quella solo vista. Se fin da piccoli ci si abitua, poi non si torna indietro”.

Poi però con il trasferimento in un centro SPRAR cambia tutto . I ragazzi vanno a scuola e in pochi mesi diventano parte della comunità. A. mostra con orgoglio foto di gruppo, squadre di calcio, foto di classe. ” Se qualcuno in paese fa qualcosa, i miei ragazzi sono lì”. Dai video anche la parlata è indistinguibile da quella dei coetanei.

Così A. ha abbandonato l’ultimo progetto: proseguire il viaggio verso la Francia. “I miei figli sono italiani ora. Per me sarebbe più facile: per la lingua, per il fatto che a Tripoli lavoravo all’École française ed era un ottimo lavoro… Ma quando si diventa madri il primo posto tocca ai figli. E la loro casa è qui”.

Si aggiusta il velo, grigio scuro a righe chiare sottili. Sorride. Non ha perso l’abitudine a coprirsi i capelli. Lo trova conveniente: “Almeno è subito chiaro a tutti quali sono le mie priorità. Non riesco neanche più a curarmeli, tra l’altro”.

Non posso fare a meno di vedere in A. un pezzetto della mia esperienza, gli anni in cui per me non c’era tempo né spazio, neanche nella mia testa. Domani parto per le vacanze da sola. A. forse, nel paesino della Campania dove abita, potrebbe aver trovato un lavoro Aveva un colloquio in questi giorni. Intanto insegna ai suoi figli a fare le torte e a decorarle. Li aiuterà certamente a far colpo alla prossima sagra. Come tutti gli anni, infatti, daranno una mano per le bancarelle. Guardo un altro selfie scattato da due ragazzoni a torso nudo abbracciati ai compagni di squadra. Sorriso aperto, occhi fieri. La bella gioventù di Fisciano.

Tre madri. 1) Quella testarda


P. è snella e elegante, ha gli occhi truccati con cura e i capelli raccolti. Entrando domina lo spazio intorno a sé, si siede con grazia e sorride. Non c’è rabbia né durezza nel suo racconto. Solo la tranquilla determinazione di chi ce l’ha fatta. Il vero viaggio P. l’ha iniziato da bambina. Rimasta orfana dei genitori, la nonna la promette in sposa, ma lei si rifiuta. “Sono testarda”, ripeterà spesso nel suo racconto. Quella prima testardaggine la porta a vivere da sola per le strade di una metropoli africana più o meno all’età di mia figlia, 12 o 13 anni. Si mantiene facendo lavoretti di sartoria e vendendo qua e là prodotti vari.

Anni dopo viene avvicinata da una maman. Le offre di andare in Europa a lavorare guadagnando meglio. Ingenuamente accetta. Si ritrova in Libia, nel ghetto degli africani. È un mercato anche quello. La maman la vende a un uomo che la deve introdurre al mestiere. Per sei mesi si rifiuta. Poi deve cedere, ma ha in mente di scappare alla prima occasione. Conosce J., un “cliente gentile” che le promette di aiutarla, le dice di avere pazienza ancora un poco. Intanto P. resta incinta di J., il suo amore romantico in un ghetto di squallore. La cosa è evidentemente incompatibile con il lavoro: chiamano un medico per farla abortire. Ma P. non è disposta ad accettarlo e, disperata, si dà alla fuga.

I libici la catturano e finisce in carcere. Una di quelle carceri su cui le Nazioni Unite scrivono i rapporti. Su quelle pagine che non si riesce a leggere fino in fondo è scritto meno della verità. P. viene violentata da uno o più soldati, notte dopo notte. Anche se è incinta. Una notte i soldati sono ubriachi, o forse drogati. Riesce a rubare il telefono e comporre il numero di J., che ricorda a memoria. Lui riesce a trovare i soldi necessari a pagare le guardie per la sua evasione. La nasconde di nuovo nel ghetto, in attesa dell’occasione di imbarcarsi. Perché J. i soldi li fa così: organizzando carichi di disperati. Questa volta però si imbarcherà anche lui.

Ora P. pensa che J. forse non fosse un principe azzurro. Forse voleva usarla per avere i documenti e, chissà, magari l’avrebbe sfruttata anche in seguito. “Ma non riesco a togliermelo dalla testa. È comunque il padre di mia figlia…”, sente il bisogno di giustificarsi. E comunque J. è annegato quando il loro barcone si è capovolto. P. non sa nuotare. Dio e gli italiani hanno salvato lei e la sua bimba dagli occhi grandi, che nascerà poco tempo dopo lo sbarco.

“È molto intelligente”, dice P. fiera. Domani comincia un altro capitolo. Un nuovo lavoro come cameriera, presto l’uscita dal centro d’accoglienza. Avanti, solo avanti. “Ce la faremo. Sono testarda, io”.

Non sai niente


È appena entrata nella stanza, N., ha finito un momento fa di stringerci la mano e di presentarsi. Suo marito subito condivide con disinvoltura il motivo del loro arrivo in Italia: il nostro bambino di 6 mesi è rimasto ucciso in una sparatoria in Libia. Gli occhi di N. si riempiono di lacrime, lotta per controllarsi, mentre sente la voce del marito spiegare che in Libia la guerra c’era anche nel 2011 e poi di nuovo in seguito, ma non era pericolosa come l’ultima. Ora rapiscono le donne, i bambini. Non è solo la guerra a far paura.

Le passo un bicchiere d’acqua. Lei si aggiusta il velo rosa salmone e si ricompone subito. Prende la parola per spiegare che lei, che al suo paese non è mai andata a scuola, qui a Ottati si sente sicura e ha imparato un po’ di italiano [ha passato l’esame A2, ora punta alla terza media]. Che ancora quando sente rumori improvvisi sobbalza, come la sua bimba, gemellina di quello che ha perduto. Accenna della famiglia rimasta in Marocco, di suo fratello che se tornasse le taglierebbe la gola. Ma tanto in Marocco dalla Libia non ci si poteva tornare comunque: i confini sono chiusi e poi la bambina è cittadina libica e in Marocco resterebbe un fantasma.

N. sorride, parla di una donna di Ottati che è più che un’amica, è una sorella. Io ripenso a quello che diceva ieri a Napoli una signora burkinabé: “Noi in Africa abbiamo famiglie grandi e tendono a diventare ancora più grandi… Troviamo zii e fratelli ovunque, a prescindere dalla nazionalità”.

Ottati, un paesino in montagna ai confini del Cilento. Di tanta Europa disponibile è buffo trovarsi qui, in una manciata di case arrampicate sui gradini, con la strada su cui quattro anni fa è franato un masso e nessuno lo ha ancora spostato, dove i vecchi sono tanti di più dei bambini e una sezione di scuola dell’infanzia può essere aperta solo grazie ai figli di N., di B. e delle altre donne capitate qui da Paesi lontani, che qui a Ottati molti faticherebbero a individuare sulla carta geografica.

Ma N. qui si trova bene. Si sente fortunata di essere arrivata proprio in questo angolo di mondo. E quando D., un ragazzone nigeriano che fa il dj, butta lì che in Italia crescere i figli è difficile e il sistema sanitario è quel che è, N. dimentica la timidezza e la titubanza nell’uso della lingua italiana e, semplicemente, se lo sbrana.

“Tu non sai niente. In Libia se non hai soldi all’ospedale non ti fanno neanche entrare. Quando dovevano nascere i gemelli, mi hanno lasciato sanguinante sul marciapiede finché mio marito non è riuscito a farsi prestare i soldi per pagare. E lo sai come ci si sente a subire un cesareo mentre tutto intorno cadono le bombe? E il dottore mi diceva: non ti devi preoccupare, se ci colpiscono moriamo tutti, mica solo tu. La mia bambina aveva un’infezione ai reni. Aveva la febbre a 41. All’ospedale non ce l’hanno neanche fatta entrare, dicevano che non avevano medicine. Guarda, guarda come stava”. Allunga il cellulare e fa partire un video dove si vede una bimba esanime e magrissima, in cui si stenta a riconoscere il terremoto in gonna di tulle blu che corre fuori nel corridoio.

Big D. è ammutolito. Ma N. continua. “Qui nessuno ha esitato a curare me e i miei figli. Quando ho partorito il mio bambino hanno fatto di tutto per farmi sentire a mio agio. Nessuno mi ha trattato diversamente perché sono straniera o perché sono musulmana. Cammino per strada e sono sicura. Non c’è la guerra, nessuno vuole farci del male. Ma secondo voi ero pazza quando ho deciso di mettermi su in barcone con una bambina piccola e malata? Mi fa male quando le persone mi fanno certe domande. Quale madre sceglie una strada che può portare alla morte per sé e per i suoi figli? Lo fa solo se ogni altra possibilità è peggiore”.

“Queste donne sono fortissime”, commenta più tardi la coordinatrice. “Semmai l’anello debole sono gli uomini”. Io penso a questo sud mediterraneo e aspro nel cui paesaggio siamo immersi. Penso alle tante donne fortissime di queste terre, che hanno portato avanti famiglie in assenza dei mariti emigrati lontano. A testa bassa, contro corrente. Non è strano, forse, che le loro figlie e nipoti si intendano con queste ragazze che non hanno 30 anni, ma hanno già vissuto tanto.

Getsemani


La scorsa settimana mi sono trovata con il mio nuovo capo, psicoterapeuta, a parlare a cena niente meno che dei Vangeli. Sono un territorio che mi è familiare e in qualche modo mi rendo conto che avevo la pretesa di saperne più di lui, notoriamente ateo, sull’argomento.

Però mi ha fatto cogliere un aspetto a cui non avevo mai pensato. Raccontava che talora, anche in terapia, utilizza il racconto dell’orto degli ulivi. Un racconto, a sentir lui, del tutto paradossale. Quanta probabilità c’era che, dato un gruppo di discepoli fidatissimi, pronti a morire per il proprio maestro, in seguito all’espressa richiesta di lui di vegliare si addormentassero tutti? Non uno, non la metà. Tutti.

Cosa ci insegna questo episodio? Secondo lui è davvero istruttivo sulle aspettative che tutti noi nutriamo verso le persone che amiamo. Si deve forse dedurre che i discepoli, vinti dal sonno, non amassero Gesù o non lo amassero abbastanza? La storia nel suo complesso ci dice che non è così. Il racconto mostra altro. Che ci possono essere mille ragioni perché chi amiamo finisce per deludere le nostre aspettative. Magari avevamo aspettative non realistiche, magari non consideravamo le sue esigenze, magari è successo uno dei tanti intoppi di comunicazione o di relazioni che non fa girare le cose come le avevamo pensate. Quel sonno non è la misura del non amore. Rifletterci può essere utile.

In particolare mi è utile stasera e la riflessione mi convince pienamente. È stata una giornata emotivamente intensa. A tratti mi sono sentita sola e avrei tanto voluto non esserlo. Però in questo momento un po’ lo sono, per un incrocio di circostanze, di geografia, di vicende anagrafiche. Qualcosa si riesce a parare e se devo essere onesta il raccolto delle mie frammentarie richieste di soccorso è stato soddisfacente. Non si è addormentato nessuno. Però mi sarebbe servito proprio un abbraccio fisico, tangibile, tanto tempo, tanta pazienza.

La mia professoressa di italiano delle medie diceva spesso: “Quando ti senti triste fino alla morte, ricordati che non sei solo nell’orto degli ulivi”. Non ho mai amato quel suo misticismo un po’ barocco e sofferente, ma anche questa frase ha la sua verità. Magari non nel modo che vorrei, ma sola non sono.

Ventotto


Dei sei ragazzi seduti intorno al tavolino di un caffè accanto al palazzo del Comune di Agrigento, A. sembra il più giovane e anche il più indistinguibile per vestiario e discorsi dai suoi coetanei italiani. Sorride, aiuta gli amici a partecipare alla discussione traducendo qua e là. Man mano che si va avanti però l’argomento lo tocca maggiormente e passiamo dalla conversazione di circostanza al racconto, doloroso.

A. è arrivato dalla Nigeria da minorenne. “Non me ne sono mai andato da qui. Tanti hanno cercato fortuna a nord, all’estero… Io no. Ho seguito i consigli che mi davano. Mi sono impegnato”. Parla bene italiano. Ha preso la licenza media. Ha frequentato due anni di istituto turistico. Ne parla con orgoglio, ricordando sempre il nome completo dell’istituto. “Con i miei compagni mi trovavo bene. Qualche volta ci sentiamo ancora”. Gli è dispiaciuto di doverla lasciare, due anni fa, quella scuola, proprio quando poteva scegliere l’indirizzo. Ma la divisa costava, i libri pure e lui nel frattempo era uscito dalla comunità di accoglienza e aveva altre preoccupazioni più urgenti. Mantenersi, prima di tutto. Lo ha sempre fatto, lavorando in campagna, imparando a guidare il muletto e dandosi da fare. Anche ora lavora, in nero. Perché nel frattempo è arrivato il diniego della domanda di asilo. Il ricorso va per le lunghe e il permesso di soggiorno (il maledetto permesso di soggiorno, come lo chiamano in coro i suoi amici) è scaduto.

“I pensieri continuano ad andare lì. Certe volte mi sorprendo a parlare da solo”. Sorride un po’ esitante. Lo incoraggio. E cosa fai per sentirti meglio? “Cerco di restare concentrato. Ho trovato su internet delle frasi che mi aiutano. Vuoi vedere?”. Mi allunga il telefono aperto su delle schermate di meme motivazionali.

E poi gioca a calcio. Qui lo sguardo si riaccende, in un misto di orgoglio agrodolce. Mi racconta del mister che ha creduto in lui e delle partite in una squadra locale. Mi fa vedere un articolo di giornale di un po’ più di un anno fa che parla di lui, il goleador arrivato sul barcone. “Quell’anno sono stato capocannoniere, con 28 reti segnate. Il secondo, italiano, ne ha fatte 18”. Sul telefono scorre altre foto, di lui in divisa, in campo, abbracciato ai compagni di squadra. Io non riesco a smettere di pensare quanto sia crudele e insensato distruggere tutto questo per mera burocrazia.

Sospira, A., che non chiederebbe altro che poter finire gli studi, lavorare nel turismo di questa terra che ha imparato ad amare nonostante la sua asprezza, giocare a calcio con i colori del mister Peppe. Giusto la sera prima una professionista locale mi raccontava come il luogo sia adattissimo ai bambini e ai pensionati, ma un inferno di solitudine e fatica per i giovani. Questi giovani, A. come gli altri suoi amici, qui vorrebbero restare. Hanno fatto amicizia con i loro vicini, hanno rispetto per il luogo dove vivono e vorrebbero uguale rispetto e dignità. “Un ragazzo semplice e rispettoso delle nostre regole”: così il giornalista ha definito A. un anno fa. Gli faceva gli auguri. Glieli faccio anche io, augurandomi che non lo lasciamo solo e che il mio Paese smetta di far morire la gente non solo in mare, ma anche giorno dopo giorno dietro l’angolo delle nostre case.

Dodici anni


Dodici anni fa è nata mia figlia. Dodici anni fa, nel 2007, forse d’estate ma non ne sono sicura, F. è arrivato a Lampedusa. Uno studente universitario gambiano che cercava in Europa, come tanti suoi coetanei, democrazia e libertà. E, come molti suoi coetanei, vedeva questo perfettamente compatibile con una gran voglia di darsi da fare, di combinare qualcosa nella vita e anche di dare una mano alla sua mamma, vedova, rimasta in patria.

In questi dodici anni mia figlia è diventata la bella ragazza che qualcuno di voi conosce, grazie alle molte possibilità che ha avuto e avrà (che sono molte, anche se costantemente ho il timore che non siano abbastanza, perché per i nostri figli, come forse è naturale, quasi niente ci pare abbastanza). F. ha passato quasi 4 anni tra vari centri di accoglienza a Milano e dintorni. Ha seguito corsi, di lingua e poi professionali. Ha iniziato a giocare a calcio in una squadra.

“Ho seguito tutte le regole, sempre. Sono una brava persona”, mi ripete più volte mentre parliamo. Oggi è stanco, deluso, confuso. Più di ogni altra cosa si sente tradito. Quel diniego alla domanda d’asilo, confermato dopo il ricorso, F. ancora oggi non se lo spiega. “Mi sono detto tante volte che probabilmente non hanno capito. Magari l’interprete non traduceva bene. In Africa ci sono tante lingue”. Mi sono chiesta tante volte, nei giorni che sono seguiti a questa conversazione, se F. non sia arrivato troppo presto, prima che le commissioni prendessero consapevolezza della situazione in Gambia. Ma purtroppo la cosa non ha più importanza.

Ricevuto il diniego, F. va a Roma. Gli consigliano di riprovare a chiedere asilo. “36 volte sono andato in Questura”. La Questura di Roma per F. è un incubo, ancora oggi. Ricordi di allora si mischiano con ricordi più attuali. “Se torno lì mi arrestano. Vedi? C’è scritto qui”. Sul tagliandino strappato che mi porge in realtà non c’è scritto nulla del genere. Magari era un altro cedolino. Anche questo non cambia granché le cose.

A Roma non verrà mai riconvocato in commissione. F. allora ci rinuncia e si rimbocca le maniche. Va a sud, a lavorare nei campi. Rosarno, Castel Volturno, Foggia. Gli anni passano. Pochi euro al giorno, condizioni di vita durissime. “Foggia è il posto peggiore. Ogni tanto c’era un incendio e tutto bruciava”. Ma ci resta, F., a Foggia. Si spacca la schiena, manda qualche soldo a casa. “Non rompevo i coglioni a nessuno. Nessuno sapeva che esistevo”.

Solo che a un certo punto il fisico non regge più. Inizia a tossire sangue, non sta più in piedi. Gli amici gli consigliano di tornare a Roma a curarsi. Da dicembre F. dorme alla stazione Tiburtina. Lo curano, mi mostra pacchi di referti e uno zainetto che trabocca di medicine. Ma dorme per strada e non ha più un soldo. Con sua mamma, negli ultimi tempi prima che morisse, non è riuscito neanche a parlare al telefono. Non aveva più credito telefonico. Lo zainetto, come tutto il resto, glielo hanno comprato i volontari che lo aiutano.

Più di tutto, a F. brucia di non vedere futuro. “Dicono che devo fare un’operazione, ma ho detto di no. Che senso ha restare qui? Magari me ne vado in Spagna. O in Germania. Vediamo”. Guarda nel vuoto. Ci salutiamo. Non posso smettere di pensare a che spreco immenso si sia consumato in questi dodici anni. Questo e tanti altri. Tantissimi. Ma il numero non rende la cosa meno grave. E io non riesco a smettere di pensarci.