Io, la rana


Qualche notte fa un sogno mi ha ricordato una storiella attribuita a Esopo e che mi è rimasta impressa fin dall’infanzia. Magari la conoscete, ne esistono anche alcune varianti. In breve, una rana sta per attraversare un fiume quando uno scorpione le chiede un passaggio sul suo dorso. La rana obietta però che lo scorpione dovrà astenersi dal pungerla, altrimenti affogheranno entrambi. “Ma ti pare?”, ribatte lo scorpione. E la rana lo fa salire. A metà traversata, lo scorpione punge la rana. Mentre entrambi, come correttamente quanto inutilmente previsto dalla rana, stanno affogando, la rana esasperata chiede allo scorpione: “Ma perché lo hai fatto? Vedi che così ci siamo condannati a morte certa tutti e due?”. E lo scorpione: “È la mia natura”.

Oggi improvvisamente, anche ripensando al sogno, mi è apparso con grande evidenza il fatto che la rana sono io. La rana, a pensarci bene, confida esageratamente non solo nella buona fede altrui, ma anche nella propria capacità di analisi. La rana aveva previsto tutto ed era convinta di aver preso le sue contromisure. Sotto sotto era sicura di averlo convinto, lo scorpione, di aver costruito un’alleanza con lui. Un’alleanza improbabile, certo, ma proprio per questo degna di nota. Non è una cosa da niente portarsi uno scorpione in groppa, ma lei sentiva di poterlo fare.

Peccato che poi, il più delle volte, le cose vanno effettivamente a scatafascio, alla faccia delle prospettive alternative e dell’acutezza della rana. Perché la natura dei ragionamenti non sa che farsene. Nella vita, presa dall’entusiasmo e da una certa arroganza intellettuale, mi sono caricata sulla schiena un certo numero di scorpioni. Tutti, come era facilmente prevedibile, mi hanno punto. Nonostante credessi di poter gestire i rischi, la realtà mi ha sempre smentito.

Quando mi deciderò a smettere di considerare gli scorpioni così interessanti e diventerò capace di lasciarli, senza astio ma con la necessaria freddezza, sull’altra riva?

Immagino


Una serata tranquilla sul divano a immaginare altrui felicità. Quella di Meryem, che sta facendo il primo weekend fuori con gli amici della nuova classe e oggi, alle cinque, ha fatto il primo bagno al mare dell’anno e sembrava estate. E io penso che probabilmente è la prima volta che succede, che io non sia a fare quel primo bagno con lei, e sarà certamente l’inizio di una nuova normalità.

Staccarsi da lei. Mi ci preparo da anni, con la testa, ma continua ad essere durissima. Eppure mi è stato così facile sentire chiaramente che lei non era me, fin da quando non era ancora nata e dormiva nella mia pancia a orari diversi dai miei. Poi però ci sono stati 14 anni di giorni che si susseguivano, prima con lei in braccio, poi con lei per mano, infine con lei che allungava il passo davanti a me.

Oggi è ancora un po’ più difficile. Perché oggi oltre al bagno in mare senza di me ormai ci sono ampi spazi nel suo cuore a cui io non posso avere accesso. La guardo, e immagino. Immagino anche troppo, dietro una porta a volte chiusa e a volte no. Immagino cosa può aver suscitato una risposta brusca o un sorriso. Ma poi se immagino troppo finisce che faccio invasione di campo, che mi distraggo dall’unica cosa che davvero conta per me: lei.

E allora stasera mi concedo, da lontano, solo un’ultima immaginazione: quella di una felicità che non conosco e non conoscerò e che spero accompagni i prossimi mesi se, come temo, saranno in salita.

Festa della mamma


Più del mazzo di garofanini inaspettatamente ricevuto ieri, il regalo più importate per la festa della mamma Meryem me lo ha fatto sabato sera, in una chiacchierata mentre tornavamo a casa. “Se penso a quando ero piccola, io ricordo che tu c’eri. Ora so che ovviamente tu lavoravi molte ore fuori casa, che ogni tanto anche partivi, ma comunque non ho mai avuto la sensazione che fossi distante o non ti importasse”.

E quindi quel tratto di strada sono riuscita a farlo. Mi pareva difficilissimo, a tratti impossibile. Ricordo le corse, l’ansia, il senso perenne di inadeguatezza, il tetris dei saggi di fine d’anno, il compleanno che coincideva sempre con la giornata del rifugiato. Per non parlare delle decisioni più gravi, delle vacanze da sole, dell’infinita lista di cose che non potevo darle (e che ancora oggi, in parte, mi tormenta). Guardo indietro e mi dico che è andata e forse è andata meglio di quanto avrei valutato io.

Ora si naviga in acque nuove ed è ancora più difficile di prima. Trovare la giusta distanza, da madre di adolescente, è un impresa fatta di equilibri millimetrici, sbandate, schiarite, consapevolezza di una serie infinita di errori di valutazione. Non capisco, maledizione, non capisco. E non sono più questioni meramente logistiche.

La guardavo ieri correre per il vialetto condominiale, con le gambe lunghe e i capelli al vento, scintillante di fragile felicità. La devo proteggere? La posso proteggere? O devo solo aspettare con fede che si faccia largo, come tutti noi, nel groviglio che la vita le metterà davanti, senza l’illusione di scostare io i rovi che la graffieranno? In cuor mio so la risposta, ma non è facile lo stesso.

Luoghi comuni


Non me la sono mai cavata troppo bene con le vicende sentimentali. Non con le mie e neppure con quelle altrui. Non ricordo, infatti, grandi confidenze in merito da parte delle mie amiche. Pescando proprio nella memoria, ricordo una notte di capodanno passata a girare un po’ a casaccio con una compagna di studi che aveva preso la decisione di mollare il suo fidanzato storico per concedersi di più e di meglio. Oggi sono sposati con un figlio quasi adolescente e di quella notte di ribellione ricordo poco (ma temo che non sia per la lieve sbronza, quanto per il fatto che ci fosse ben poco di memorabile).

Ho coltivato con fedeltà commovente fino al masochismo storici amori non corrisposti. Uno, in particolare, mi ha accompagnato per una parte significativa della mia giovinezza e si è distinto perché, almeno per un po’, qualcuno ha creduto che potesse anche avere una qualche forma di concretizzazione. “Vedrai, non dura”, mi disse un’amica quando lui si fidanzò con una bionda apparentemente distante mille miglia dalle profondità intellettuali che ero convinta che condividessimo. Decine di anni dopo sono ancora sposati e hanno due figli.

Forse capirete che i tormenti sentimentali degli adolescenti mi fanno agitare sulla sedia e che vorrei tanto non vederli e non sentirli. Ma questo al moderno genitore empatico pare non riesca proprio. E quindi mi barcameno a tentativi, come riesco, difendendomi come posso e selezionando i messaggi. Perché tirare fuori i luoghi comuni sui maschi per una zitella come me è fin troppo facile. A piccole dosi serve persino.

Ma una cosa mi preme riuscire a ripeterla comunque: di innamorarsi vale sempre la pena, che poi è un po’ come dire che di vivere vale sempre la pena. È facile dirlo quando gli uccellini cinguettano e tutto va per il meglio. In quel caso, anzi, a nessuno verrebbe in mente nemmeno di pensarlo, per quanto è autoevidente. È quando ti viene il dubbio di aver sempre frainteso, quando anche nei ricordi più dolci si insinua il dubbio, che è importante ricordarlo a se stessi.

Non rimpiango neanche un giorno speso ad amare, chi se lo meritava, ma anche chi ha abbondantemente dimostrato di non meritarselo. E, per giunta, sono fiera di non essermi fatta furba nel frattempo. Oddio, magari un pochino non guasterebbe. Diciamo che sono fiera di essere ancora capace di entusiasmarmi e di affezionarmi, a costo di sembrare ingenua, perché in fondo quello che mi fa sorridere da sola per strada, il più delle volte, val bene qualche doccia fredda di tanto in tanto.

Michelangelo a sorpresa


“Ci sarebbe una statua di Michelangelo che non conosce nessuno…” Marielou guida dalle parti di Bassano Romano, al nostro treno da Oriolo a Roma manca ancora un’oretta. Suo marito è scettico: “Ancora con questa storia della statua? Ma non siamo mai riusciti a trovarla…”. E invece questa volta, con un po’ di fortuna e l’aiuto di Google la abbiamo trovata. E così apprendiamo, da un foglio a distribuzione gratuita redatto da Cleto Tuderti, la storia sorprendente che vado a raccontarvi.

In questa chiesa di Bassano Romano c’era la statua che vedete. Era convinzione comune che fosse opera di uno scultore secentesco anonimo che si era ispirato al Cristo Portacroce di Michelangelo che è nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, vicino al Pantheon (non ho mai visto neanche quello, per la cronaca). Poi, in occasione di una mostra del 2001, delle ricerche di archivio dimostrarono inequivocabilmente che la verità era un’altra.

Siamo tra il 1514 e il 1516. Michelangelo sta lavorando alla statua commissionatagli per la chiesa sopra Minerva dall’amico Metello Vari. La statua è quasi finita, quando sulla guancia sinistra di Cristo il marmo rivela una venatura scura. Immaginate che rosicata per Michelangelo. Dai documenti risulta che, smaltita la bile, lo scultore abbia deciso di ricominciare il lavoro da capo. “Però vedi di togliermi da davanti ‘sto Cristo sbagliato”, immagino che abbia detto Michelangelo a Metello. Quello, felice di avere due statue al prezzo di una, si mise quella con la “vena nera” in giardino, regalando un puledro all’artista per consolarlo.

Nel 1607 il Cristo finisce in vendita e se lo compra Vincenzo Giustiniani per la sua collezione. Fa un buon affare, ma gli mette un perizoma, perché nel frattempo c’era stata la Controriforma e con i nudi, anche divini, toccava andarci piano. Il marchese Giustiniani aveva anche altre fisse: preferiva che la statua avesse la bocca aperta e non chiusa, in modo da farla apparire più viva, come se respirasse. Quindi le fa fare un ritocchino da uno scultore, che già che si trova rende anche un po’ meno visibile la firma di Michelangelo.

Nel 1644 i Giustiniani la piazzano nella chiesa di Bassano Romano, inizialmente sull’altare maggiore. Ma non è un successone. Innanzi tutto si valuta di inspessire il perizoma, perché sia pur un po’ coperto, comunque questo nudo eroico era un po’ troppo per essere esposto al pubblico: ci aggiungono quindi strati vari di tessuti (seta rossa, velo bianco e tenda di Sangallo, per la precisione). Infine del 1979 i frati devoti della Sacra Sindone che gestiscono la chiesa la sostituiscono con una icona meno imbarazzante, spostando la statua in sagrestia, dove dava meno nell’occhio.

Scoperto poi improvvisamente il suo valore, al ritorno dalla mostra del 2001 la si colloca in una cappella laterale, su un altare secentesco, e con adeguate misure di sicurezza. Lì l’abbiamo trovata noi, di ritorno da una gita, il Sabato Santo di 21 anni dopo e lì la troverete anche voi, se vi capiterà di fare una gita al Monastero di S.Vincenzo a Bassano Romano.

Biblia


Forse non tutti sanno che nella mia vita precedente sono (anche) stata una specie di biblista. Più precisamente, la filologia biblica era uno dei miei settori di ricerca e, diciamocelo, di puro divertimento. Quindi si potrebbe ragionevolmente pensare che io possegga un certo numero di testi della Bibbia, come sarebbe logico per uno studioso del campo. E invece no. Io di Bibbia in italiano ne ho sempre avuta solo una: una versione tascabile della Bibbia di Gerusalemme che mi è stata regalata per il compleanno dai miei genitori nel lontano 1982.

Casca a pezzi, ma non ho mai pensato di sostituirla. Quelle pagine sottilissime, pensavo ieri, sono state uno dei pochissimi elementi di continuità della mia vita. Mi hanno accompagnato per tutta la preadolescenza e adolescenza, nei campi scuola sul lago del Turano e in Trentino, nei tre incontri di Taize a cui ho partecipato, a Roma, a Breslavia e a Praga. In tutti i numerosi ritiri a cui ho partecipato, negli anni in cui frequentavo la parrocchia di Donna Olimpia. Lo testimoniano alcune sottolineature a penna (dettate evidentemente da un’urgenza incontenibile, visto che ho sempre odiato usare la penna per sottolineare i libri), soprattutto nella prima lettera di Giovanni: “Chi non ama il suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Credo lo leggessi come un monito a quella me che tanta difficoltà aveva – e a tratti ancora ha – a stringere relazioni con gli altri.

Poi per tutta l’università e negli anni successivi quelle pagine le sfogliavo febbrilmente in cerca di indizi, rimandi, tracce, scorciatoie che mi avrebbero permesso di muovermi meglio tra testo ebraico e testo greco. Oggi le riapro di tanto in tanto, cercando di leggere a mente fresca testi vecchi e nuovi, in compagnia di un piccolo gruppo di amici fedeli, ereditati da mia sorella maggiore. Quando la Bibbia la leggevo con mia madre, usavamo l’edizione grande, di casa. In effetti il regalo dei 10 anni, che mi rese molto felice, era una specie di benedizione all’autonomia (con un retrogusto vagamente protestante).

Non avevo mai pensato a quanto la mia storia di pensiero e di vita sia passata per quelle pagine, in cui i diversi incontri fatti mi hanno insegnato a trovare davvero di tutto. Da ragazza mi scambiavo cartoline con un mio amico, molto più adulto, usando solo citazioni bibliche per prenderci in giro e insultarci scherzosamente (lui sulla mia insipienza, io sulla sua vecchiaia). Con Garbini, il mio maestro, manco a dirlo ci ho trovato storia, sesso, delitti, mitologia, libertà di immaginare letture diverse. Certo che ogni volta che ci ho guardato dentro, qualcosa ho trovato.

Quando ho studiato i tarocchi, durante il lockdown, mi è stato spiegato che il mazzo, come la biblioteca di Borges, contiene in potenza tutto l’universo. Immagino che i poemi omerici fossero per i greci una cosa del genere. Quanto a me, il mio piccolo universo individuale è contenuto – sinteticamente e simbolicamente – in quel volumetto. Tra le pagine, c’è anche un foglietto di appunti di Garbini per la presentazione della mia tesi di laurea. Tra le righe di stilografica un po’ scolorite e sbaffate dalla pioggia si legge: “Molte osservazioni personali, mancano le conclusioni”. Anche questo mi sembra un messaggio molto adeguato alla mia vita, in generale.

Il tempo perduto per la tua rosa


C’è stata una fase della mia giovinezza in cui amavo – forse come tutti – Il Piccolo Principe. Ricordo di averne regalate copie in lingue diverse, di averlo posseduto anche in quelle esotiche del mio cuore, il turco e l’ebraico. Per questo, ad esempio, sapevo anche una piccola curiosità rispetto alla traduzione turca, ma non è rilevante per i pensieri di oggi.

Poi l’ho odiato. Mi è apparso improvvisamente banale, dozzinale. Mi irritava che venisse tanto utilizzato come libro per i bambini, quando mi pareva evidente che non fosse poi tanto efficace né adeguato.

Oggi improvvisamente ripenso a una frase della volpe al Piccolo Principe, che lui ripete per non dimenticarla: “È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”. Il Piccolo Principe era rimasto deluso e amareggiato vedendo sulla terra che le rose sono comunissime e la sua non era unica come diceva di essere.

Capita, certamente, che di colpo di cada il velo dagli occhi e che capiamo che in fondo la persona che era così unica ai nostri occhi, in realtà non lo è affatto. Che quei momenti che credevamo così speciali e non etichettabili, forse visti con il senno del poi non erano poi così fuori dall’ordinario. E, come le cose ordinarie, hanno una loro parabola di vita. Si trasformano, crescono o si ridimensionano, fioriscono o appassiscono. A seconda dei casi, ma senza quell’alone di entusiasmante mistero che le avvolgeva all’inizio.

È davvero il tempo che abbiamo buttato appresso a una rosa che la rende importate? Ancora oggi non lo so. Mi viene da pensare che un po’ dipende anche dalla rosa, perché, nonostante le apparenze, le rose non sono tutte uguali. Certe volte credo si debba accettare che il tempo buttato non ha reso nessuno più importante. Forse ha reso noi un po’ più poveri e amareggiati. Capita, e si può solo farci pace, prima o poi.

Altre volte forse accudire quella rosa è stata comunque un’esperienza bella, che non ci dispiacerà di aver fatto. Non che il tempo dia valore di per sé a qualcosa che magari ne ha poco, ma piuttosto quel tempo ha avuto un valore. E allora, guardandosi indietro, qualcosa resta. Difficilmente è sufficiente per non avere rimpianti, ma qualcosa resta.

Tempesta


Quest’anno la primavera pareva arrivata e poi, improvvisamente, le temperature sono calate. Ha nevicato, persino. Non ha solo piovuto: ha grandinato, con chicchi enormi e violenti. Ottime metafore atmosferiche, mi sono sorpresa a pensare, del mio ultimo weekend con la mia adolescente preferita.

Va così, dunque. Di colpo mi sono trovata per l’ennesima volta spiazzata. Perché il punto è che non capisco proprio mia figlia, non capisco le sue comunicazioni, le sue reazioni e dunque mi pare di essere sempre fuori tempo e fuori luogo.

Ricordo quando era piccola che avevo registrato che in alcune circostanze i bambini bisogna contenerli. Ma come si contiene la tempesta emotiva di una quattordicenne? Mi sono sentita come se stessi tentando di arginare con un dito una diga che crolla. E quindi l’ondata della piena ha investito e travolto anche me.

Però io in questa circostanza non devo essere Chiara, o almeno non prioritariamente. Serve che sia sua madre, prima di tutto. E allora mentre aspettavo che quella specie di tromba d’aria passasse da sola (e non certo per merito mio), ho fatto una fatica bestiale per non lasciare spazio ai sentimenti che comunque sentivo. Il senso di perdita, in primo luogo. L’impotenza. I dubbi, che non mi lasciano mai.

Ma onestamente capisco che la cosa più dura non è stato tanto vederla soffrire, o immaginare che potrebbe soffrire di nuovo: piuttosto è stato il dover rinunciare a un’immagine che mi piaceva, a un racconto che mi ero costruita e in cui in cuor mio avevo persino un piccolo ruolo. E invece no, trovandomi sbattuta fuori all’improvviso, ho realizzato che quel ruolo era solo nella mia testa.

Adesso sono di nuovo qui sul solito divano dilaniato dal gatto, dove quando riesco trattengo il fiato e cerco di non sbagliare troppo. Ma un po’ di fantasticherie, anche adesso, non me le nego. Dico a me stessa quello che provo a dire anche a lei: cerca di non farti troppo male.

Accoglienza


Ucraina: un’altra emergenza, un’altra ondata di solidarietà al cui confronto quella suscitata dagli afgani pochi mesi fa sparisce (e del resto non se ne parla più in tv, quelle persone restano una priorità solo per gli “addetti ai lavori”). Onestamente i sentimenti di chi di accoglienza si occupa, in Italia, sono divisi. Da un lato tanto entusiasmo a aprire le porte di casa è bello da vedere e in qualche modo confortante. Dall’altro la disparità di trattamento stride. Quegli stessi operatori che faticano a convincere chicchessia a affittare anche solo una stanza a un rifugiato con regolare contratto di lavoro, che sanno di frontiere ostinatamente chiuse e di quarantene lunghe e rigorose per chi cerca protezione da altre sponde, si chiedono perché per queste vittime innocenti di guerra le aperture siano tanto maggiori.

Buon per loro, buon per noi. Ma qualche domanda si impone. Perché usare ora una direttiva europea per la protezione temporanea rimasta nel cassetto per 11 anni, al punto che si ipotizzava di cancellarla? La guerra in Siria non era abbastanza guerra, l’afflusso che nel 2015 è stato definito “emergenza profughi”, “esodo biblico”, “tsunami umano” non era abbastanza massiccio? Tanto si sta dicendo e scrivendo sul colore della pelle e sulle somiglianze, fisiche e culturali (?), che solleciterebbero l’empatia. Questo esiste, ma penso e spero che ci sia anche dell’altro.

In realtà molti italiani conoscono degli ucraini, in un modo o nell’altro. Ci sono stati anni di accoglienza dei bambini di Chernobyl, che hanno lasciato sui territori una rete di affetti, anche molto duraturi. Ricordo un tassista che mi parlava della “sua” ex bambina, con cui tutta la sua famiglia continuava a sentirsi con regolarità. La bellezza di quell’esperienza era la trasversalità. Persone molto diverse erano state coinvolte, senza pescare in categorie specifiche. E poi, naturalmente, ci sono donne e uomini ucraini che lavorano in Italia. Come assistenti familiari e badanti, per esempio, il che implica spesso un grande scambio affettivo e una relazione continua e significativa. Alle manifestazioni per la pace molti amici parlavano di donne con un nome, a cui sono legati da importanti vincoli di riconoscenza per il loro lavoro prezioso e, il più delle volte, indispensabile e in una certa misura impagabile. Donne che hanno figli, mariti, nipoti che sono di fatto già entrati, in un modo o nell’altro, nella sfera delle relazioni delle famiglie italiane.

Ma poi ci sono i compagni di scuola, di università, i colleghi di lavoro, i vicini di casa. Quando la guerra irrompe nella vita di amici e conoscenti ovviamente ci pare molto diversa. In qualche modo è molto diversa. Non è solo questione di razzismo.

E allora forse mi capirete quando vi dico che avere amici rifugiati è una benedizione e una maledizione allo stesso tempo. Perché quando sai che è il nipote minorenne del tuo amico curdo a tentare la lotteria della rotta balcanica, sfidando fili spinati e la violenza delle polizie di frontiera, il tuo stato d’animo va oltre la comune indignazione e si tinge di paura, di rabbia e di impellente voglia di cambiare le cose, che purtroppo fondamentalmente si traduce in nulla.

Ma se vedo l’effetto potente delle relazioni di amicizia mi viene da pensare che alla lunga l’unica soluzione sostenibile è questa. Avere sempre più amici rifugiati. E quando dico amici, intendo persone legate a noi da un rapporto di reciprocità. Non persone che aiutiamo (o pensiamo di aiutare) e basta. C’è differenza.

Qualche settimana fa ho intervistato, a Parma, una studentessa universitaria di 20 anni coinvolta in un bellissimo progetto che abbina un rifugiato a qualcuno della comunità locale (singoli, famiglie, gruppi) che gli possa fare da “buddy”, da compagno di strada, per facilitare il suo inserimento sociale in Italia. Lei raccontava che un giorno, durante una telefonata con il ragazzo rifugiato a lei abbinato, le era scappato uno sfogo su quanto fosse stressata dallo studio e dalle scadenze degli esami. “Io avevo sempre cercato di non buttargli addosso i miei problemi, visto che lui ne ha già molti. Ma in quell’occasione mi è stato di grandissimo conforto e incoraggiamento. Allora mi sono resa conto che se voglio che il nostro rapporto sia alla pari e veramente reciproco, anche io devo aprirmi e mostrarmi vulnerabile. Quel giorno ha segnato una grande crescita nel nostro rapporto”.

Molte donne ucraine hanno visto vulnerabili noi e i nostri cari e questo ha cementato relazioni di affetto sincero, che rendono ora molti capaci di slanci veri e che saranno probabilmente anche duraturi. Altra cosa, certo, sono gli slanci sollecitati solo dal momento mediatico, dall’entusiasmo che non affonda in nulla di reale, dalla tentazione di vestire i panni del buon salvatore di bimbi biondi o di donne afgane oppresse. Quel moto, pur in buona fede, dobbiamo imparare a riconoscerlo in noi e a addomesticarlo, indirizzandolo in canali alternativi (donazioni, approfondimento, impegno graduale e sostenibile nel tempo che ci consenta di capire davvero cosa ci corrisponde). Perché preso alla lettera non fa bene a nessuno: né a noi, né a chi vogliamo sostenere, né a chi dovrà continuare a farlo quando noi ci saremo resi conto di aver fatto il passo più lungo della gamba.

Miraggi


Ci sono momenti in cui un particolare effetto di luce ti fa credere di avere individuato la via di uscita che cercavi. E allora saltellando corri avanti, pregustando la svolta che ti porterà fuori dal tunnel, compiacendoti del fatto che, nonostante le apparenze, in fondo le risorse le hai.

Poi l’ombra cambia angolazione. Forse il passaggio non c’è. Che non vuol dire che non esista. Magari tra un po’ apparirà sul serio. Ma adesso non c’è. Tocca camminarci un altro pochino nel tunnel.

Ti racconti che quella scorciatoia illusoria era comunque inattesa, che non ci avevi davvero fatto affidamento. Che avevi stimato a suo tempo che ce la facevi comunque e dunque a conti fatti non è successo nulla di cui essere abbattuti. Non hai perso nulla.

Eppure una strisciate sensazione di amarezza rimane. Non dovrebbe esserci, eppure c’è.

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