Due anni dopo


Due anni fa ho cambiato lavoro. Dopo 19 anni. Ho attraversato un periodo, breve, in cui quasi tutto mi pareva possibile. Se ero riuscita a prendere quella decisione, anche il resto pareva meno inverosimile. Ho fantasticato di avere un lavoro con lunghe trasferte all’estero. Persino di iniziare una relazione. Poi mi sono svegliata, ed ero sempre io. In un posto di lavoro diverso, con colleghi diversi, ma sempre la vecchia Chiara Peri.

È stata un po’ una delusione. E poi ci si è messo pure il Co-vid, il lockdown, la figlia diventata adolescente. Ho reagito come mi viene naturale: ho cercato cose improbabili. Un corso di turco online, diversi seminari di tarocchi, danze Bollywood, un gatto (che a più riprese giuravo che non avrei avuto), un tatuaggio importante, una tela di Mr Klevra in salotto. Persino una breve incursione su Tinder.

Ho iniziato a andare da una psicoanalista. Non sapevo bene perché e forse anche adesso non l’ho capito bene. Ma ho voluto sentirmi meglio. Concedermi un lusso, anche.

Ieri mi sono presa un tempo per pensare a quella porta che ho chiuso due anni fa. Molti mi chiedono se mi sia pentita e la risposta è no. Il che non vuol dire che dietro quella porta non abbia lasciato molti ricordi importanti e alcune persone care (ormai pochine, a dire il vero). Ma da tempo il mio posto non era lì.

Mi ha commosso, negli ultimi giorni, sentirmi dire che alcuni mi ricordano come insegnante/formatrice. Spesso mi è piaciuto insegnare. Soprattutto mi fa piacere che mi venga riconosciuto che sono appassionata. Mi auguro di non smettere mai di esserlo. Curiosa e appassionata. Se mi auguro qualcosa, nei prossimi anni, è di avere di nuovo l’opportunità di trasmettere a qualcuno un pizzico di passione per qualcosa.

Displaced


Il cimitero dove è sepolto mio padre è su un confine. Lui su quel confine non è morto, come avviene oggi a tante persone, ma ci è nato. A Gorizia. Ne è fuggito da giovane, per studiare, realizzarsi, essere libero. Ma un pezzo del suo cuore è rimasto lì ed era giusto che lì tornasse.

Suo padre quel confine lo ha visto cambiare più volte. Ha combattuto due guerre mondiali, una da una parte e una dall’altra. Lui non ha varcato il confine, è il confine che ha varcato lui. Non in modo indolore. La sua lingua materna è stata proibita, suo figlio non la conosceva. Il suo cognome non è diventato il mio, è stato mutilato per decreto prefettizio.

Da quello stesso confine è entrato in Europa, clandestinamente, il padre di mia figlia, 21 anni fa. Anche lui parla male la lingua di sua madre e suo padre: il curdo in Turchia era proibito. Di Gorizia ricorda la gentilezza dei poliziotti, che gli hanno offerto sigarette e un panino, e le scritte sulle pareti della stanza dove gli stranieri come lui venivano trattenuti prima di ricevere il foglio di espulsione che consentiva loro di riprendere il cammino verso il nord: “Coraggio, fratelli, siete in Europa”.

Mi pare che ci sia un filo nella mia vita che mi riporta costantemente ai confini e al loro impatto sulla vita delle persone. Ai confini geografici, a quelli culturali, a quelli esterni e a quelli interni. Penso ai confini finti dell’Africa, tracciati con la squadra. Alle linee rette che danno un illusorio senso di ordine. Dentro, fuori. Bianco, nero. Sì, no. Quella rassicurante logica binaria, che piace tanto ai computer, ma è così incompatibile con la complessità di sentimenti, di identità, di relazioni. Incompatibile con la vita, in pratica.

Dalla parte di Giona


Stamattina, facendo colazione, mi sono letta “Dalla parte di Giona (e del ricino)” di Daniel Vogelmann. Come ho raccontato anche altrove, Giona è di gran lunga il mio personaggio preferito, nella Bibbia e un po’ anche nella letteratura in generale. Sono sicuramente dalla parte di Giona. Senza dubbio. Mi viene più difficile essere dalla parte del ricino, anche perché secondo me non era affatto un ricino, ma una pianta immaginaria… ma questi sono dettagli filologici.

Vogelmann conclude il suo commento con questa frase: “Comunque sia, bisogna immaginare Giona infelice” (alla conclusione della vicenda). Addirittura non si stupirebbe di sapere che si è tolto la vita, dato il suo reiterato desiderio di morire. Ecco, io non sono affatto d’accordo.

Qui però prima di andare avanti serve un disclaimer. Io chiacchiero di Bibbia e di Giona, ma questo testo, come ogni classico che si rispetti, può ben servire per esprimere sentimenti e anche drammi privati e collettivi. Anche io uso Giona e aver studiato filologia biblica me lo rende solo un po’ più facile. Non ho nessuna pretesa di dare l’interpretazione più corretta. Se Vogelmann in Giona vede lo strazio emotivo e intellettuale dell’ebreo e di suo padre davanti alla Shoah, ha pienamente ragione anche lui, naturalmente. Ciò detto, quando io leggo la domanda che conclude il libro di Giona, non me lo immagino infelice.

Arrabbiato, magari. Con quella frustrazione che conosciamo tutti di quando non riusciamo ad avere l’ultima parola. Ma io credo che il libro non sarebbe finito se, sotto sotto, Giona non avesse iniziato a capire quello che Yahwè cercava di fargli entrare in testa. E cioè che non era lui la misura di tutte le cose. Che le mucche di Ninive e a maggior ragione gli uomini contavano almeno quanto il suo qiqayon. Perché in fin dei conti è proprio la pianta che smaschera Giona, anche a se stesso.

Lui per tutto il libro si è raccontato che il suo giudizio era mosso solo dalla giustizia e dalla Torah. Che non voleva andare a Ninive in primo luogo perché gli assiri non sono il popolo eletto e poi perché perdonarli non sarebbe stato neanche giusto. Tanto vale andarsene all’altro mondo, allora, se il mio dio cambia le regole.

E invece in quel deserto a est di Ninive Giona decide che una pianta cresciuta in una notte in terra straniera vale per lui più dell’olivo piantato dai suoi antenati a Giaffa. Perché ci si è affezionato, anche se in fretta. Quindi magari le regole e le categorie della logica non sono così insostituibili e indiscutibili. L’amore mette in discussione confini e certezze. Vale per un uomo, figuriamoci se non vale per Yahwè.

Io dopo la risposta di Yahwè mi immagino Giona che, sbollita un po’ la rabbia, si decide a farsi una passeggiata a Ninive. E comincia a vedere le cose da un altro punto di vista. Le strade non sono piene di peccaminosi incirconcisi, ma di persone che parlano lingue diverse e pregano divinità varie. Un po’ quelle stesse che sulla nave si sono sforzate al massimo prima di rassegnarsi a buttarlo in mare, chiedendo peraltro prima la sua autorizzazione. “Credevano un altro diverso da te, ma non mi hanno fatto del male”, per dirla con De André.

Sarebbe davvero meschino un Dio che giudica con il nostro metro umano e che condivide i nostri pregiudizi. La lezione di Yahwè a Giona alla fine è proprio quella che più serve al mondo oggi: guardati dal fondamentalismo, che ha la pretesa di correggere Dio stesso con l’arroganza di pochi prepotenti (e tanti ignoranti). È quello che, oggi come allora, provoca le tragedie più grandi.

Eli


Stanotte mi sono svegliata e ho dato un’occhiata alle notifiche di Facebook (facendo esattamente ciò che predico a mia figlia di non fare mai). Un amico mi aveva taggato sotto un post che recitava “Avrai organizzato un corso di rikudim appena arrivato al cospetto di Dio”. Ci metto un po’ per decifrare il messaggio. Rikudim significa danze (israeliane). Non è possibile. Dopo una rapida verifica, capisco. Eli non c’è più.

Ho incontrato Eli al Pitigliani, molti anni fa. In uno strano impulso, tra curiosità, sfida e gusto dell’improbabile, mi ero iscritta a un seminario di danze israeliane, appunto. Mi aveva dato l’idea Franco, a sua volta incontrato a casa di un amico durante assurde prove di una danza chiamata “Laccio d’amore”. Che detta così pare che io sia una ballerina assidua, quando invece di ballare non sono mai stata capace. Però alle sfide non resisto e finisco sempre per dirmi “perché no” (proprio la frase che mi faceva venire l’orticaria quando la pronunciava mia sorella Marina, ma questa è un’altra storia).

Di ballare non sono capace ancora oggi, però grazie a Eli ho ballato eccome. Divertendomi moltissimo, peraltro. Al Pincio, a piazza di Spagna, persino al Carnevale di Viareggio. Ci sono andata anche a Parigi, per ballare, insieme a lui. Di solito vestita da uomo, perché sono alta, i maschi nei balli popolari scarseggiano cronicamente e poi a me in fondo non dispiaceva. Una volta, a un seminario, un coreografo relativamente famoso mi ha invitato a ballare con lui una sua danza di coppia, estremamente romantica. Io ho dovuto rispondere che purtroppo sapevo solo la parte dell’uomo. Che poi non la sapevo neanche tanto bene, quindi meglio così.

Ma sto divagando. Quel che più ricordo di Eli è, come è forse ovvio, il suo modo di ballare. Aveva un passo allo stesso tempo morbido e deciso, una naturalezza che sembrava mancargli nelle altre cose che faceva. Nulla che si potesse davvero insegnare e tuttavia trovo che sia stato un insegnante straordinario. Certo, il suo modo di insegnare le danze israeliane non c’entrava nulla con lo stile degli altri, del “mercato”: tutto sulla novità, sulla danza appena uscita, sull’aggiornamento quasi in tempo reale rispetto ai festival del settore. A lui di questo aspetto pareva non importare affatto. Insegnava sempre le stesse danze, quelle vecchie, a volte vecchissime. Però quelle che ho imparato da lui oggi, dopo più di 20 anni, sono ancora nei miei piedi. Diceva proprio così: la memoria è nei piedi. A volte ci faceva sedere per terra ad occhi chiusi, con la musica, e ci chiedeva di visualizzare i passi nella mente, senza farli.

Il capitolo danze israeliane nella mia vita, un po’ come il capitolo dell’università, non lo sento ancora del tutto chiuso, sebbene lo sia in teoria da un pezzo. E’ stata una fetta significativa della mia giovinezza, uno squarcio su lati di me che non conoscevo e poi forse ho dimenticato. Sprazzi di felicità pura e tanti non detti, tante questioni irrisolte rimaste appese lì. Anche qualche lutto e qualche rimpianto. In questo groviglio di sensazioni c’è anche Eli. Che sapevo che ormai viveva altrove, a fare anche altro, forse più felice di quanto non fosse all’epoca qui a Roma.

Sul mio Spotify ho una playlist intitolata “Le sapevo”. Il titolo dice tutto, no? Ancora oggi aver saputo ballare quelle danze è una cosa che mi rende fiera. Più di altri risultati che ho raggiunto nella mia vita, perché nessuno conoscendomi lo immaginerebbe. Sono grata ad Eli per avermele insegnate allora e perché avermele insegnate così fa sì che alcune le possa ballare ancora. Da sola, perché sono passate di moda anche nella ristretta cerchia di chi balla quelle danze. Ma i miei classici nessuno può portarmeli via. Neppure il Covid.

Bisognerebbe parlarne


Ieri dicevo al mio amico Pietro che mi pare che sulla questione della scuola in presenza adesso non ci siano proprio le condizioni per confrontarsi. Siamo tutti troppo arrabbiati e esasperati, ciascuno per le sue ottime ragioni. Nelle conversazioni sui social si finisce per etichettarsi come caricature delle idee che ciascuno argomenta. Si esibiscono dati scientifici tanto quanto la loro mancanza per dimostrare la correttezza di tesi di cui ci siamo già convinti.

La verità è che di questa situazione nessuno ha modo di capire davvero un granché. Della pandemia, certo, ma soprattutto delle enormi implicazioni che ha sulla nostra vita e su quella delle persone che amiamo. E, a essere del tutto onesti, la situazione è spaventosa anche perché porta al pettine con grande evidenza i punti di rottura del sistema, quelle cose su cui non si sono fatti progressi da troppo tempo perché non considerate priorità.

Un esempio per tutti: non c’è modo di dimostrare che la DAD non funzioni, né che funzioni, al di là del limitato osservatorio dell’esperienza diretta nostra e dei nostri conoscenti. Ma è pur vero che, in generale, non c’è modo di valutare l’efficacia della didattica della scuola italiana, in generale. Ci sono alcuni indicatori (abbandono scolastico, registrazioni assai discutibili dei test Invalsi), ma nel complesso si è alla preistoria e non c’è stata una volontà reale di parlarne al di là degli schieramenti ideologici e dei circoli dei portatori di interesse.

La visione della serie Sanpa mi ha fatto pensare a quanto manchi, certo in Italia, ma forse un po’ in generale, un dibattito serio e critico sulle grandi trasformazioni sociali, non inquinato dalle logiche più immediate del consenso e del potere. La scuola, la genitorialità, la famiglia, la droga, la salute mentale… Di molte cose sarebbe importante parlare, molte esperienze dolorose fatte singolarmente e collettivamente restano confinate all’aneddotica, alla polemica sterile e polarizzata, senza che se ne tragga alcun vantaggio.

Al lavoro sono stata coinvolta nella redazione di una nuova rivista, Dromo, che si pone proprio come luogo di osservazione e analisi dei cambiamenti, soprattutto dal punto di vista di chi opera come professionista della “cura” (psicologi, assistenti e operatori sociali, medici, operatori della giustizia, ma anche insegnanti e secondo me genitori). Mi fa piacere di avere questa opportunità, piccola, a suo modo limitata, ma che mi restituisce un po’ di cibo per la mente e un pizzico di utopia.

Il primo numero è online qui: https://www.dromorivista.it. Mi piacerebbe sapere che ne pensate.

Silenzio


È stato un Natale silenzioso. Oggi ho passato una giornata intera quasi senza parlare. Il gatto mi si butta addosso e fa le fusa. Forse avverte in me un’inquietudine che non saprei neanche definire.

Non è il momento di combattere.

C’è un versetto del Vangelo di Luca che mi colpiva fin da bambina. “Maria, da parte sua, meditava tutte queste cose, conservandole nel suo cuore”. Mi immaginavo questa ragazza seduta in disparte, con il profilo illuminato debolmente dalla luce di un fuoco che si sta spegnendo. L’attenzione, la conversazione, le risate sono altrove.

Non sono brava a meditare, ma se inizio a stare zitta è già un primo passo.

La valanga dei PIN


Ma capita solo a me di sentirsi sopraffatta dai codici da ricordare? La settimana scorsa, alla cassa del supermercato, ho avuto un vuoto totale sul pin del bancomat. Per varie vicende legate a IO, INPS, PagoPA e banca online (per tacere del registro elettronico), ho realizzato di avere una piccola enciclopedia di username, password, passcode, mpin e codici vari, per cui già decifrare QUALE vada inserito nel campo di controllo che inesorabilmente si apre richiede una lucidità e un livello di attenzione che decisamente non si coniuga con ampie parti della mia giornata tipo.

Ognuno di questi sistemi, semplicissimi per chi li definisce (a parte il portale INPS, notoriamente concepito per essere inaccessibile), ha però il grande difetto di essere uno di decine di sistemi che sono ormai indispensabili nella vita quotidiana. Aggiungiamo le legittime preoccupazioni di privacy, per cui tutte le password ogni tot vengono cambiate d’imperio e non possono assolutamente essere in alcun modo simili alle precedenti. Per non parlare di quando oltre a dichiarare di non essere un robot è necessario cliccare sopra minuscoli disegnini di semafori o strisce pedonali. Magari dallo schermo del telefono, al buio e con le mani intirizzite.

Perché la tecnologia ci segue ovunque, ovviamente. Per semplificarci la vita, ma anche spesso e volentieri per darci occasioni per sentirsi imbecilli e/o rincoglioniti. E poi, come è successo a una collega, ti arriva il quindicesimo SMS dalla banca (perché gli SMS arrivano ormai quasi solo dalle banche), solo che è una truffa e tu clicchi sul link e fai proprio quello che non devi fare, cioè inserire i maledetti codici. Che sono gli stessi che in genere cerchi affannosamente di ricordare e il fatto di esserteli ricordati ti fa sentire quasi brava. Peccato che poi un altro SMS, non truffaldino ma formalmente indistinguibile dal primo, ti annuncia che ti hanno prelevato dal conto migliaia di euro ed è pure colpa tua.

Ci sono mattine in cui anche la home del computer che mi chiede la password mi fa sentire inadeguata. “Ma dài, che esagerazione”, diranno i più giovani. O semplicemente i meno esausti. Ma a quella si aggiungono lo user name e la password di Zoom (io ne devo usare 3 diversi, di account), di Meet, di Skype e Dio solo sa quanto altro.

Io comincio ad avere proprio i vuoti di memoria. Comincio a rimuovere non solo i PIN, ma i nomi, le cose da fare. E poi, a cascata, pure le cose che ho fatto. Oggi ho investito una buona mezz’ora del mio tempo per cercare di ricostruire cosa caspita avessi fatto di un certo documento lo scorso 2 dicembre e soprattutto perché. Insomma, una piccola indagine storica. Peccato che il testimone chiave fosse del tutto inattendibile.

Voci nella testa


I progetti sono croce e delizia di chi lavora nel sociale in genere, e mia in particolare. Sono a volte opportunità uniche di fare le cose in modo diverso, di incontrare persone interessanti, di essere più o meno costretti a pensare al di là dell’attività quotidiana. Sono anche, spesso, lavoro inutile, burocratico, a tratti troppo teorico, che non cambia davvero le cose, che non riesce a toccare la sostanza. Per non parlare della frustrazione del fatto che i progetti tipicamente finiscono esattamente quando servirebbe che funzionassero, magari proprio nel momento in cui finalmente iniziano a ingranare.

Da molti anni ormai i progetti sono una parte molto rilevante del mio lavoro: pensarli, scriverli, negoziarli, farli funzionare, raccontarli. Ci sono momenti in cui non li amo, ma in generale ne subisco il fascino. Due o tre poi sono rimasti davvero nel mio cuore, fino ad oggi, insieme alle persone che li hanno condivisi con me.

La prossima settimana ci sarà la conferenza finale di un progetto che ho seguito fin da quando ho iniziato a lavorare all’IPRS, un anno e mezzo fa. Un progetto dedicato alla salute mentale dei migranti forzati e a come tutelarla e promuoverla nei sistemi di accoglienza. Posso dire che è stato un successo almeno per quanto riguarda il contributo che ha dato alla mia salute mentale. Non ho più molte occasioni, negli ultimi anni, di fare conversazioni significative con delle persone rifugiate. E’ un peccato e un grande impoverimento. Per Psychcare posso dire davvero di aver preso la palla al balzo per parlare con più persone possibili (qualcosa vi ho già raccontato: qui, qui, qui, qui e qui) e per ricordare, in primis a me stessa, a cosa dovrebbero servire i nostri report. A cambiare le cose.

Oggi voglio condividere con voi una storia che mi ha raccontato un uomo gambiano, nella sede di un’associazione di volontariato davanti alla Stazione di Roma Termini. Avrei voluto inserirla nella pubblicazione finale, ma non avendo potuto farlo la scrivo qui. Per non dimenticarla, in tutta la sua durezza. (I lettori più attenti ricorderanno che ne avevo già parlato, per accenni: ma oggi ve la voglio far leggere tutta).

Sono arrivato a Lampedusa nel 2007. Mi hanno trasferito a Milano e lì sono stato ospite di almeno 4 diversi centri di accoglienza, per un periodo complessivo di quasi 4 anni. Il diniego della Commissione Territoriale mi è arrivato nel 2010. Secondo me la Commissione non mi ha capito, l’interprete non parlava esattamente la mia lingua. In ogni caso, non mi hanno creduto. Quando è arrivato il diniego, mi sono sentito tradito. Tradito da questo Paese. Al centro mi avevano detto che dovevo andare a scuola, seguire corsi, rispettare le regole. Io l’ho sempre fatto, sono una brava persona. Volevo fare le cose per bene. Sono andato a fare corsi persino a Bologna, avevo tutte le carte in regola. Giocavo a calcio. Poi però non mi hanno lasciato nessuna possibilità, tutte le strade per me erano chiuse perché non mi hanno creduto.

Mi sono spostato a Roma e ho provato a presentare un’altra domanda d’asilo. Ma in Questura ho trovato soltanto problemi. Credo di esserci andato almeno 32 volte. Mi hanno dato un permesso di soggiorno provvisorio di sei mesi, ma alla fine non mi hanno mai convocato in commissione. Un’altra possibilità non hanno voluto darmela. Allora tra il 2015 e il 2018 me ne sono andato a Foggia. Non solo a Foggia: anche a Rosarno, a Castel Volturno. Lavoravo nei campi, senza dare fastidio a nessuno. Mi pagavano pochissimo, ma almeno avevo qualche soldo sul cellulare per chiamare mia madre. Mio padre è morto quando ero piccolo, mia sorella è sposata e mia madre è rimasta sola. La vita a Foggia in particolare era molto dura. Tutti i pochi documenti che avevo li ho persi in uno dei tanti incendi. Mi sono rovinato la salute. A un certo punto tossivo sangue. Mi sono ferito in più punti
[nota dell’intervistatore: mostra varie cicatrici, sulle mani e sulle gambe]. Non ero più in grado di lavorare e allora un amico mi ha consigliato di tornare a Roma per curarmi.

Sono tornato in città lo scorso dicembre. Da allora le cose vanno peggio che mai. Dormo alla stazione Tiburtina. I medici del San Gallicano mi seguono, mi hanno mandato in diversi ospedali per fare analisi, radiografie…
[nota dell’intervistatore: mostra pacchi di radiografie, ecografie, analisi, ricette mediche…]. Ora dicono che mi devo operare, ma io non voglio. Non ho un posto dove dormire, non ho documenti… Come dovrei fare? Qui alla Casa dei diritti Sociali mi hanno comprato questo zainetto, così mi posso portare sempre dietro le medicine e i documenti. L’avvocato dice che per me l’unica possibilità è avere un permesso di soggiorno per cure mediche, ma mi hanno spiegato che anche se me lo dessero con quello non potrei lavorare. Quindi la mia situazione non si risolverebbe.

Sono qui da 12 anni e non ho fatto niente. Gli amici mi dicono di andare in Spagna, o in Germania. Conosco alcuni che lavorano lì in agricoltura anche per 7, 8 o persino 10 euro all’ora. Ma come faccio senza documenti? Per giunta il problema in Questura ormai non si può più risolvere. L’ultima volta mi hanno detto che se torno lì ancora una volta mi arrestano. Vedi? C’è scritto qui
[nota dell’intervistatore: mostra un tagliandino tagliato a metà, in cui in effetti non c’è scritto nulla del genere]. Perché? Perché mi hanno fermato due, anzi tre volte a Piazza Vittorio. I poliziotti sono così, vedono un gruppo di africani, magari uno fuma, ha qualche grammo di hashish, e loro arrestano tutti. Io non fumo, non bevo. Ma importa qualcosa a qualcuno? Che conta? A loro basta che non mi faccia vedere. A Foggia, in campagna, non davo fastidio a nessuno. Se non mi ammalavo restavo lì.

Tra l’altro da quando sono tornato a Roma non ho soldi. Non ho più potuto parlare con mia madre e lei qualche giorno fa è morta. Dopo la fine del Ramadan [inizio di giugno] non l’ho più sentita e lei adesso è morta. Che ci vuoi fare, Dio ha voluto così.
Come sono andato avanti in Italia tutto questo tempo? Posso dire che qui in Italia non mi ha aiutato nessuno. Ci sono solo io, vado avanti solo con le mie forze. Molte persone italiane sono brave, c’è chi mi aiuta senza volere niente in cambio. Ma il governo è contro di me, contro di noi. Si parla di diritti, ma quali diritti? I diritti umani non li vedo. Non è colpa mia se non hanno voluto credermi. Non è colpa mia se non mi danno nessuna possibilità.

Reperti familiari – la ricetta dello strudel


Una disordinata e disorganizzata come me trova molto aiuto e conforto in due strumenti del web: i ricordi di Facebook, che mi fanno tornare alla mente e ricollocano nel tempo cose che altrimenti vagherebbero a caso nella memoria e l’archivio di Gmail, che conserva fedelmente parole, messaggi e documenti che non avrei alcuna speranza di non aver buttato, se fossero cartacei.

Oggi cercavo una cosa che ancora non ho trovato in questo secondo archivio smaterializzato, ma ne ho trovata un’altra che invece mi rammaricavo molto di aver perso. La ricetta dello strudel di mio padre, dettata quasi parola per parola dalla sua voce, non ricordo più in che occasione. Mi ricordo che ci eravamo messi sbracati sul lettone dei miei, con lui che declamava e io che prendevo appunti.

Ed eccola qui, ripescata dal baule virtuale in cui era sprofondata, tutta per voi (e per me), ben condita di lessico famigliare. L’analisi di alcune espressioni richiederebbe un apparato critico che vi risparmio. Vi basti sapere che l’anafora del “tramite…” è una citazione di Vanna Marchi e del suo proverbiale “tramite vasca da bagno”.

STRUDEL ( alias STRUCCOLO)
Miscia miscia finché viene tutto amalgamato e sshh…sshh (onomatopeico). Dopo di che riposa (la pasta) un po’. Spelansi pomi (da 5 a 7, secondo grandezza). Affettansi gli stessi tramite tavoletta lamata (ghigliottina per patate fritte). Tagliansi in due pezzi omogenei la pasta e spianasi mettendosi farina sul coso che non si ‘ttacchi. Nel frattempo in teglia cospicuamente burrevole si imbrunisce pane grattugiato (sul fuoco) in congrua quantità. Inizia l’opera.

Sulla prima spianata, tramite cucchiaio di legno, spargesi qua e là in modo omogeneo il pan grattugiato brunito, indi seminasi fette pomicine in spessore distribuito. Sul tutto pinoli a pioggia, zibibbi a pioggia, cannella squamosa sbriciolata ma non troppo, due cucchiai di zucchero. Arrotolare e chiudere mentre pezzi di ripieno sbottano qua e là dalla pasta. Non perdersi d’animo perché, se si comincia a stuccare, il rotolo si sbrega completamente e devesi passare senz’altro al secondo. Dicesi qui per smemoratezza che sotto la pasta era stato d’uopo mettere un canovaccio (vulgo: asciugamano) di lino pulito, onde contenere lo struccolo intiero con buone speranze. Contemporaneamente, o in immediata successione temporale strofinare fianchi e fondo della teglia culinaria tramite burro; inserirvi congruo pane grattugiato e remenare la teglia in su e in giù di modo che aderisca al burro. Mangiare rapidamente il pane grattugiato superfluo non aderente alla teglia. Con mossa destra, lasciando integro, se riesce, il corpo pitonesco dello struccolo, arroncigliarlo a cornetto nelle due estremità. Ripetere l’intera operazione con la sfoglia n.2, non disperando di riuscire almeno con questa. In caso propizio troveremosi di fronte a teglia burrata, pan grattugiata ed empia di due struccoli in senso contrapposto e speculare come due gemelli. Romperemo due uova onde ricavarne in apposita scodella il tuorlo giallo che, tramite polpastrello dell’indice destro (salvo il caso di cuoco mancino) si spalmerà opportunamente sul dorso esteriore dei due struccoli, allo scopo di farli dorati ( o neri del tutto per eccesso di cottura dell’insieme). Però in tal caso non ci sarà alcun danno per la doratura, dato che l’intero dolciume sarà carbonizzato.

I get you


Alcuni anni fa un progetto europeo a cui tenevo molto utilizzò come slogan per una campagna di comunicazione sull’inclusione dei rifugiati nella comunità l’espressione “I get you”. Ci volle un po’ per coglierne il senso e sinceramente per il pubblico italiano non funzionò mai bene: sotto sotto tutti la traducevano con “ti prendo”, o qualcosa di simile, e trattandosi di “extracomunitari” veniva subito da pensare al poliziotto che controlla i documenti.

Niente di più lontano dal senso reale dell’espressione, che si potrebbe tradurre con “ti capisco, so come ti senti”. Oggi mi è tornata in mente di colpo in almeno due circostanze. Una prima volta, parlando con una collega di cose di lavoro, ho realizzato di aver risposto bruscamente e che lei, a sua volta, alla mia risposta brusca stava reagendo con rabbia. Ci siamo fermate in tempo, riconoscendo l’una nell’altra uno stato d’animo simile: quello di chi cammina su una lastra di ghiaccio molto sottile ed è pronto a scattare per un nonnulla. Effetto Covid.

La seconda volta, su Facebook, mi è apparso di nuovo chiaro un conflitto che pare inevitabile: genitori versus professori. Se prima pareva un dialogo tra sordi, adesso si smette del tutto di argomentare, a parte pochi coraggiosi. Io stesso mi sono rassegnata a evitare l’argomento scuola con un buon numero di amici insegnanti, già da tempo. In pandemia, poi, confrontarsi in maniera costruttiva pare impossibile. Siamo tutti feriti, arrabbiati, frustrati e spaventati. E, per questo, ancora più pronti a mordere.

Ci dobbiamo rassegnare a interpretare il ruolo degli antagonisti sempre e comunque, forti dei reciproci pregiudizi? Possibile che non si riesca a emergere da questo copione? Non so, ma se si potesse si dovrebbe ripartire proprio da quelle parole che non mi andavano giù anni fa: I get you.

Sono tempi duri per esercitare l’empatia. A giudicare da quel che si vede in giro, chi subisce un danno deve prima di tutto identificare un colpevole e sbraitargli contro. E certamente stiamo tutti subendo dei danni, e per alcuni si tratta di danni spaventosi, gravissimi, forse irreparabili. Infatti si sbraita spesso e volentieri, un po’ ovunque.

Però oggi, cogliendo nello sguardo esasperato della collega la mia stessa dolorosa esasperazione, mi dico che in fondo siamo tutti nella stessa barca. A volte è difficile crederlo, in un periodo in cui le diseguaglianze si allargano velocemente. Ma credo davvero che tutti stiamo soffrendo, anche quelli che non ci sembra abbiano il diritto di farlo perché hanno lo stipendio garantito, la casa di proprietà, la solidità o la libertà che a noi pare di perdere.

I get you.