In parole povere


“Non ci sono criticità”. Questa frase, in bocca a un prefetto responsabile di un pezzetto dell’immane e magmatica macchina che giorno dopo giorno incombe sui migranti, li mastica e li sputa, mi ha colpito per due ottime ragioni. In primo luogo, ovviamente, perché è una falsità evidente. Ma anche perché, paradossalmente, non credevo del tutto alla malafede di chi la pronunciava.

Questo mi ha fatto ripensare all’ultimo bellissimo film di Ken Loach. Le procedure, i protocolli, fanno sì che la persona che li applica perda la cognizione precisa dell’impatto di quelle procedure, di cui il singolo non è che un ingranaggio insignificante, abbia in effetti sulla vita delle persone interessate, degli “utenti”. La colpa non è di chi le applica, ma delle procedure inique, si potrebbe argomentare. Vero. E servono, quelle procedure, per difendere i singoli operatori dal peso insostenibile della responsabilità di una, cento, mille vite altrui. Vero anche questo.

Eppure credo che ci sia un momento in cui si dovrebbe essere capaci di chiamare le cose con il loro nome, di descrivere cosa stiamo facendo, in parole povere. Se applico una direttivo e persino, zelantemente, ne do un’interpretazione più restrittiva “per sicurezza”, per ridurre il margine di errore, potrebbe essere che sia io, proprio io a trasformare in un incubo la vita di un bambino, una donna, un giovane uomo. Persone che credevano di aver già vissuto il peggio sulle rotte del terrore, nella stiva di un barcone, nei centri di detenzione dove solo l’arbitrio distingue la vita dalla morte. E invece no. Io, nella mia efficienza, potrei essere la mano che spranga l’ultima porta, il sorriso distaccato che infrange l’ultima speranza, il modulo che preclude la vita normale.

Ricordate questa storia? Queste? Oggi storie così si moltiplicano. Storie che ai dolori inflitti dalla vita aggiungono la violenza cieca di una burocrazia che allunga la lista dei requisiti, restringe le maglie, moltiplica i moduli e le autorizzazioni. E che, soprattutto, vuole prove. Obiettive, costose, invasive, assurde. Chiedere a due genitori salvati dal mare con il loro bambino in braccio di pagare un test del DNA per dimostrare che non sono degli impostori e farlo non in un caso, eccezionalmente, in un caso particolare, ma sistematicamente, caparbiamente, anche a distanza di mesi o di anni dall’arrivo, anche in presenza di documenti (perché, si sa, i documenti potrebbero essere falsi) non vuol dire essere scrupolosi. Vuol dire solo essere capaci di non guardare negli occhi quei bambini, quella madri, quei padri.

Sospiriamo, diciamo che non possiamo nulla davanti alle ingiustizie del mondo. Ci commuoviamo anche, a proposito e a sproposito. Ma quando abbiamo in mano, ciascuno nel suo campo, il nostro timbro rosso, come lo usiamo? (Non ho potuto fare a meno di pensare a questo bellissimo cortometraggio degli amici Artigiani Digitali).

 

Aspettando i 44


Non parlo degli autobus che da Monteverde calano verso il Teatro Marcello, ma del mio prossimo compleanno. Questo novembre corre via veloce, a tratti un po’ amaro, a tratti solo frenetico. Ci sono cose che mi lascio indietro, con maggiore o minore rimpianto. Ci sono nuove abitudini che scopro, come il pensiero di riconoscenza che mi accompagna da un po’ di sere a questa parte, da quando sono tornata dall’ultima trasferta: una sorta di ultimo check della giornata, grazie a Dio Meryem sta bene, io sono qui con lei, anche oggi possiamo chiudere gli occhi. Ci sono desideri che non riesco a mettere del tutto a fuoco, forse perché non mi va di formularli e poi vederli delusi. Ci sono giorni in cui mi guardo da fuori e mi dico che sono dove devo essere, sono quella che potevo e posso essere. Poi torno in me e la lista delle mancanze e dei rimpianti torna visibile.

Ma di cosa mi rammarico, alla fine? La mia libertà è impagabile. Lo scorso Capodanno ho persino potuto mandare Meryem a letto come una sera qualunque e bermi un sorso di spumante da sola a mezzanotte, già avvolta nella giacca di lana spessa che mi fa da bozzolo in queste prime notti di freddo. Oggi ho provato a buttare giù una lista delle persone che mi piacerebbe vedere per il mio compleanno e alla fine l’ho abbandonata. Come nei dilemmi che le principesse crudeli delle favole pongono ai propri pretendenti, non vorrei essere sola ma nemmeno in compagnia, non vorrei essere comoda ma neanche scomoda, non vorrei fare una festa ma nemmeno non farla. La soluzione forse esiste e a un certo punto magari la troverò. Intanto metto ufficialmente fine a una giornata storta e capricciosa.

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.

Avvicinarsi a Pasolini


Nel lungo elenco di cose che per qualche motivo non ho finora conosciuto c’è la figura di Pasolini. Non ho letto i suoi romanzi, non ho visto i suoi film. Non ne ho mai saputo granché. Lo so che detto così suona eccessivo e che c’è un sottofondo di informazioni che una persona della mia età e vissuta negli ambienti che ho frequentato si ritrova comunque da qualche parte nella testa. Però in sostanza è così: a Pasolini non avevo mai pensato.

Sono andata allo spettacolo Sono Pasolini di Giovanna Marini soprattutto perché ci cantava mio cognato. E’ stata l’occasione per cominciare a capire qualcosa di più. Gli spettacoli di Giovanna Marini sono abbastanza didascalici e questo non faceva eccezione. Il pregio principale forse è stato di cominciare a raccontarmi Pasolini a partire dal Friuli, terra di mio padre e ciò nonostante a me ignota come e quanto l’artista in questione. Eppure alla fine i frammenti noti di due cose ignote hanno in qualche misura iniziato a combaciare, a suggerirmi pensieri, associazioni.

E poi la lettura di questo testo terribile, che inframezza i quadri dello spettacolo. Una lettura che suscita in me allo stesso tempo fascino intellettuale e consapevolezza che no, non è così, non è vero. Cioè, è un testo profondamente giusto e acuto politicamente e allo stesso tempo profondamente stonato dal punto di vista della relazione. Forse la cosa si spiega, tra l’altro, con il fatto che l’autore non è mai stato padre. Sarà una banalità e non mi riferisco meramente a una condizione biologica e/o anagrafica. Ma certo essere padre nello spirito non è esattamente la stessa cosa di essere genitore nella carne e nella quotidianità. Essere “padre quotidiano”, quotidiano come il pane per cui gli uomini pregano, con quella stessa spietatezza del “per sempre” di uno dei più bei versi di De André (“femmina un giorno e poi madre per sempre”) è diverso – non per forza di più o di meno, ma certo molto diverso – da essere educatore, ispiratore, mentore.

Eppure quella condanna della civiltà dei consumi, di quella “accettazione — tanto più colpevole quanto più inconsapevole — della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo”, mi colpisce in tutta la sua acutezza e fondatezza, ogni giorno di più. Oggi, in un’intervista, monsignor Tomasi parla di “soggettivismo esasperato” di cui l’Europa sta dando prova. Una cosa è sicura: questo tipo di connivente complicità e promozione di stragi oggi è di dimensioni sbalorditive soprattutto in quei Paesi in cui la qualità della vita è più alta.

Ieri sera, celebrando inconsapevolmente la vigilia dell’anniversario della morte, mi sono guardata su Netflix Pasolini, un delitto italiano. E ora comincio ad essere pronta ad avvicinarmi un po’ più direttamente alla sua opera.

P.S. Intanto mi sono letta anche questo.

Io sono con te


“Che cos’è la verità?”. Fin da piccola, alle celebrazioni del giovedì santo, questa domanda di Ponzio Pilato mi è rimasta impressa. Un personaggio che esce di scena con una domanda non passa inosservato. E che domanda. Trovare citato questo episodio evangelico nell’introduzione del primo (e probabilmente unico!) romanzo in cui sono citata per nome mi è parso un curioso segno del destino.

Facciamo un passo indietro. Melania Mazzucco è certamente una delle mie scrittrici preferite. Mi incanta il fatto che ogni suo libro che ho letto era profondamente diverso dall’altro. Ne ho menzionati due su questo blog, qui e qui. Il fatto che si sia lasciata coinvolgere nelle attività del Centro Astalli è stata una grande emozione, già alcuni anni fa. da allora ci si vedeva almeno due volte l’anno, alla riunione della giuria del concorso La scrittura non va in esilio e poi, un mesetto più tardi, alla cerimonia di premiazione. Per niente star, attenta e pienamente partecipe, in sala riunioni ci dimenticavamo tutti del fatto che fosse una scrittrice di fama internazionale. Era Melania.

“Che cos’è la verità?”. Ero tentata di usare questa citazione anche all’inizio del mio ultimo post sui rifugiati.  Davanti a tante bugie la verità va cercata e raccontata: Melania ha accettato di farlo e ci ha chiesto di incontrare una persona. Io sono con te è la storia di Brigitte. Non è solo una storia vera. E’ una storia di verità.

La verità dolorosa di una donna ferita innumerevoli volte, in un Congo brulicante di lutti e di violenza, ma anche qui in Europa. La verità della difficoltà e della fatica di accompagnare il suo percorso, che non ha nulla a che fare con il passo trionfante di un operatore umanitario che sorride a favore di telecamera in uno spot di raccolta fondi. Si inciampa eccome, quando le persone le si accompagna davvero. Si inciampa con loro, si inciampa contro di loro, si inciampa dietro di loro o addirittura sopra di loro, travolgendole con le nostre limitatezze. La verità più importante di tutte: ogni storia è preziosa, ogni generalizzazione o etichetta è una sopraffazione che si aggiunge a tante altre. Non si può provare empatia con una folla di persone. Ma questo non è una scusa per non guardarne negli occhi nemmeno una.

La storia in questo romanzo è anche la mia storia, anche se la “Chiara” nominata qua e là è una comparsa irrilevante, che scrive un articolo e smista ospiti sui taxi dopo un evento. E’ come una fotografia scattata in quel luogo immaginario, composto da tanti luoghi, azioni, persone e sentimenti, che sono gli ultimi sedici anni della mia vita. C’è la Termini in cui anche io vagavo, mi fermavo, mi sedevo ai tavolini a bere cappuccini e soprattutto tè, da sola o in compagnia (e dove ho imparato ad arrotolare la bustina sul cucchiaino). Ci sono i brividi di febbre, qualche volta mia e molto più spesso di altri, che abbiamo portato in giro per autobus e metropolitane; i vestiti bagnati, la fame, l’imbarazzo. C’è l’inspiegabile accadere di eventi inattesi che tante volte hanno raddrizzato ciò che pareva perso per sempre (“sulla Provvidenza possiamo sempre contare”, mi diceva serio e addirittura pragmatico il mio primo capo gesuita).

Ci sono soprattutto i miei colleghi, a cui troppo spesso non sono capace di dire quanto li apprezzi e quanto li ammiri. Sono grata a loro perché compongono quel Centro Astalli che è, ad oggi, prima di un lavoro, il mio rapporto affettivo più duraturo. Sono grata a Melania Mazzucco perché li ha osservati, li ha ascoltati e di ciascuno ha colto qualcosa di unico.

E con questo vi invito a leggere questo romanzo e poi, se vi va, a scrivermi cosa ve ne è parso.

Sbarchi, bugie e videotapes


In questi giorni mi pare davvero che sia in corso una gara a chi le spara più grosse su migranti e rifugiati. Certo, è sempre stato così. Ma ormai stiamo raggiungendo vette finora ineguagliate. Non ho il tempo nemmeno di elencare tutte le assurdità che risuonano non solo sugli autobus e nei bar (magari!), ma che – veicolate dai politici – rimbalzano anche sui quotidiani.

Inizierò con un piccolo florilegio. La mia principale fonte di ispirazione, stamattina, è un post del blog di Beppe Grillo. In genere non lo leggo, così come mi astengo rigorosamente dalla visione di dibattiti televisivi sul tema. Ma stavolta un titolo di Repubblica mi ha tentato e ho ceduto.

  • Coincidenze? Non credo. Il post, intitolato “Da quando c’è Renzi gli sbarchi in Italia sono triplicati”, inizia così: Da quando governa Renzi il numero degli sbarchi (e dei morti purtroppo) è triplicato. Fatalità? Coincidenza? No, semplicemente politiche sbagliate. L’affermazione è corredata da apposito grafico, che registra gli aumenti degli sbarchi dal 2013, fino al picco del 2014 e il lieve calo del 2015. Ora, io posso capire che noi italiani siamo affetti da un certo campanilismo, ma seriamente nessuno si ricorda che nel mondo a partire dal 2013 si sono verificati eventi leggermente più significativi dell’insediamento del governo Renzi, tipo la guerra di Siria, l’espansione dell’ISIS in Nord Africa, eccetera eccetera? Sui numeri mondiali delle migrazioni forzate negli anni in questione, rimando ai rapporti dell’UNHCR. Sulle politiche, in effetti l’aumento del numero degli sbarcati è in buona parte imputabile all’avvio, alla fine del 2013, dell’operazione Mare Nostrum. Il governo (allora ancora Letta) dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa, prese la coraggiosa decisione di avviare e finanziare un’azione di soccorso in mare che ha salvato da morte certa più di 150.000 persone. Da quando è stata interrotta è comunque continuata, su scala ridotta (da cui l’aumento dei morti), l’attività di soccorso sistematico. Se questa è una politica “sbagliata” si può discutere (io la considero una delle poche politiche di cui noi italiani possiamo essere fieri), ma una cosa è certa: non è imputabile al governo Renzi.
  • Prima arrivavano in Grecia, ora arrivano tutti da noi. Continuo a citare dal post di cui sopra: C’è la firma di Renzi sull’accordo con la Turchia che è servito a spostare gli sbarchi dalla rotta balcanica, quella che portava direttamente alla Germania, a quella mediterranea che oggi porta di nuovo verso l’Italia. Su quel capolavoro di violazione del diritto internazionale che è l’accordo con la Turchia  la firma di Renzi direi che non c’è (visto che è un trattato tra UE e Turchia), ma questa possiamo considerarla una licenza poetica: lui, come gli altri leader europei, certo lo hanno approvato e ne saranno pure soddisfatti. Il numero dei rifugiati siriani che arrivano in Grecia è certamente diminuito (a che prezzo, da ogni punto di vista?). Ma una cosa è sicura: quelle persone che non possono più partire per la Grecia o che dalla Grecia sono rimandate in Turchia certo oggi non stanno arrivando dalla Libia. Come lo so? Basta guardare le nazionalità degli sbarcati: i siriani non arrivano da quella rotta dal 2014 e difficilmente riusciranno a breve a riprendere ad arrivare in massa per quella via. Aggiungerei che dal 2014 al 2015 gli sbarchi in Italia non sono aumentati, ma diminuiti, come mostra chiaramente il grafico che illustra l’articolo. Aggiungo che i primi dati per il 2016 confermano che il flusso verso l’Italia non è aumentato neppure quest’anno. Insomma, di che stiamo parlando?
  • Eh, ma quando comnadava Assad (/Gheddafi/nome di dittatore a scelta) era meglio. Questa non viene dal blog grillino, ma da conversazioni e prese di posizione a margine della mostra Nome in codice Caesar, che si è tenuta al MAXXI di Roma. Scusate, ma meglio per chi, esattamente? Meglio da che punto di vista? Certamente non meglio per chi veniva (e viene) sistematicamente torturato. Non per chi si trovava o si trova figli spariti o uccisi senza neanche una spiegazione. Meglio per noi perché se le persone muoiono in carcere nel loro Paese non riescono a fuggire in Europa e non ci infastidiscono? Meglio essere complici di stragi di civili che dover mettere impegno e lungimiranza per progettare una società più aperta e inclusiva?
  • Queste ONG che fanno affari con l’accoglienza mentono per interesse: meglio aiutarli a casa loro! Potrei anche essere d’accordo sul fatto che ciascuno dovrebbe avere il diritto di vivere a casa sua in dignità e sicurezza (diritto, non obbligo!) e che l’unica strategia intelligente per gestire meglio le migrazioni (che ovviamente non si devono né si potrebbero eliminare) sarebbe combattere le cause della migrazione forzata. Peccato che questo non pare proprio che siamo disposti a farlo: significherebbe, tanto per dirne una, rinunciare ai grandi profitti che vengono dall’export di armi da guerra (si veda qui). E taccio del coltan in Congo, dal land grabbing e di tanti altri casi in cui le cause delle migrazioni e le relative responsabilità non sono così misteriose. Certo, se per “aiutarli a casa loro” intendiamo vendere oltre alle armi anche la strumentazione tecnologica per militarizzare i confini, costruire centri di detenzione, mettere mine e usare droni per arrestare la gente in fuga, è un’altra storia. Ma ci vuole un bel pelo sullo stomaco per chiamarla cooperazione.

Annaspando


Lo so, è molto che non scrivo. In realtà non solo ho troppo da fare e spesso sono anche in trasferta: è che mi sentivo in dovere di scrivere un post importante, significativo. Però nulla, nemmeno stasera riesco a mettere in ordine  i miei pensieri, a dare priorità ad alcuni rispetto ad altri.

Oggi curiosamente, incontrando una persona in ufficio per la prima volta, mi è scappato detto che il mio non è un lavoro. E’ la mia vita, una militanza, certamente qualcosa che va oltre, molto oltre qualunque contratto. Non è stato molto professionale spiattellarlo così. Ma capitemi almeno voi che leggete. Sono talmente travolta da bugie, calunnie e propaganda di bassa lega sui rifugiati che certe volte mi pare di vivere in un brutto sogno. Spegni la tv, direte voi. Ecco, l’ho fatto. L’ho fatto ancora una volta pochi minuti fa. Peccato che il collegamento, in diretta, fosse con il mio quartiere, Monteverde. Da un marciapiede di fronte al nostro centro di accoglienza, alla nostra scuola di italiano. Peccato che le vicende che hanno dato la stura a questa ulteriore ondata di xenofobia becera siano già state tempestivamente commentate su Facebook da miei conoscenti e forse persino miei amici, che naturalmente non hanno nulla contro ma…. Ma. Il “ma” è quello che conta e che apre un rubinetto in cui il flusso di inesattezze, bugie e vere e proprie calunnie dette in malafede da qualcuno sono ormai indistinguibili. Ci sguazzano i media, nella pozza sporca che si crea. Ci sguazziamo anche noi, spruzzandola un po’ in giro sui social.

C’è di peggio. I discorsi melliflui, apparentemente composti e razionali, dei politici.Non parlo di Salvini, evidentemente. Parlo di ministri della Repubblica: Alfano, Orlando. Se si deve dare l’idea di controllare la situazione, un prezzo va pagato. O piuttosto, va fatto pagare a qualcuno. Si sa, va così. Bisogna guardare alla sostenibilità generale, non tanto al caso singolo. Ai numeri, ai flussi, ai fenomeni, meglio se ai macrofenomeni. Tutto, pur di guardare le persone negli occhi. E’ la situazione che lo richiede.

Ma c’è un ultimo punto, che personalmente mi fa più male. Davanti a una situazione di sempre più palese scollamento tra prassi e garanzie costituzionali (altro che riforma e referendum: qui si parla proprio dell’abc dei principi fondamentali), sui giornali a cui si guardava per le critiche più nette, per i reportage più coraggiosi, appaiono articoli sottili, documentati, filosofici e visionari. In qualche modo, in un mondo diverso da questo, anche condivisibili. Ma maledettamente ambigui, come questo. Perché anche se gli intenti sono evidentemente antitetici rispetto a quelli dell’autore, temo che quanto è scritto sarebbe condiviso dal Ministro Alfano. Che ne trarrebbe, si intende, conclusioni assai diverse. Ma il disagio resta. Alla fine, come si diceva all’ultimo staff di Astalli, noi Mafia Capitale la stiamo pagando adesso. E non perché ne siamo stati toccati in alcun modo, ci mancherebbe pure. Ma per la mancanza di fiducia sempre più tangibile di chi su questi temi cerca di fare ragionamento e cultura: in fondo noi facciamo accoglienza, quindi siamo potenzialmente interessati, sospetti, comunque non affidabili. Questa per noi, che ci sporchiamo le mani da tanti anni gomito a gomito con i rifugiati, pur con tutte le nostre mancanze e insufficienze, davvero (senza retorica) piangendo e ridendo con loro e talora mandandoci al diavolo, è probabilmente la beffa più grande.