«Per alcune persone viene il giorno
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No.
…
Eppure quel rifiuto –
quel giusto No –
l’opprime per il resto della vita.»
Costantino Kavafis, Che fece… il gran rifiuto
“Che fece… il gran rifiuto” è una delle poesie di Kavafis che più spesso mi tornano in mente.
A volte, però, ancora più difficile che dire “no” è dire “ma”. Quel “ma” che incrina il consenso, interrompe il coro, introduce una domanda proprio quando tutti sembrano aver già scelto da che parte stare.
Mi è successo altre volte, occupandomi di immigrazione e di politiche sociali, soprattutto a Roma. Mi succede anche oggi davanti alla vicenda di Spin Time.
Nel moltiplicarsi degli appelli, delle mobilitazioni, delle raccolte fondi e delle dichiarazioni pubbliche sento il bisogno di formulare alcune perplessità. Non perché voglia sminuire il valore di un’esperienza che, per molti, ha rappresentato e rappresenta un luogo di accoglienza, mutualismo e produzione culturale. Al contrario. Proprio le esperienze che diventano simboliche meritano di essere osservate anche attraverso le domande che rimangono sullo sfondo.
La prima riguarda le famiglie che abitano Spin Time. Nella comunicazione pubblica il riferimento alle 126 famiglie è costante. È attraverso la loro presenza che si costruisce buona parte dell’appello alla solidarietà: impedire lo sgombero, difendere la comunità, salvare un’esperienza ritenuta preziosa.
Mi chiedo però quale sia oggi il ruolo effettivo degli abitanti nella trattativa e, soprattutto, quale sia l’obiettivo concreto perseguito rispetto al loro diritto all’abitare.
Dai comunicati, dalle assemblee pubbliche e dalle dichiarazioni istituzionali emerge con chiarezza una priorità: evitare che gli abitanti lascino Spin Time. Si parla di “no allo sgombero”, di salvare l’esperienza, di difendere un bene comune, di acquisire l’immobile affinché quella realtà possa continuare a esistere.
C’è uno slogan che ricorre nella campagna: “La soluzione per Spin Time è solo Spin Time.” È uno slogan potente. Ma proprio perché è potente merita di essere interrogato. Se lo si assume alla lettera, significa che non esistono soluzioni alternative: né per le famiglie, né per la comunità, né per le attività che quello spazio ospita. È un’affermazione molto forte, che finisce per far coincidere il diritto all’abitare, la tutela di una rete sociale e la sopravvivenza di uno specifico edificio.
È precisamente questa identificazione che mi lascia perplessa. Perché una politica abitativa dovrebbe sempre tenere aperta la possibilità di costruire soluzioni diverse, calibrate sui bisogni delle persone. E perché, se il valore di Spin Time risiede davvero nella sua capacità di generare comunità, solidarietà e innovazione sociale, ci si può domandare se quel valore sia interamente racchiuso in un immobile o possa trovare forme di continuità anche altrove.
Molto meno presente mi sembra un’altra prospettiva: discutere quali soluzioni abitative dignitose e durevoli potrebbero essere costruite qualora la permanenza nello stabile non fosse possibile, o se non fosse la soluzione più coerente con i bisogni di ogni singolo nucleo familiare. Nei discorsi pubblici restano sullo sfondo temi che, dal punto di vista delle politiche abitative, sarebbero centrali: la valutazione delle condizioni delle famiglie, i criteri di vulnerabilità, i percorsi di ricollocazione, l’accesso all’edilizia residenziale pubblica o ad altre forme di housing sociale, gli strumenti per evitare la dispersione delle reti comunitarie.
È possibile che questo lavoro esista e semplicemente non venga comunicato. Ma, limitandosi a ciò che è pubblico, l’impressione è diversa: la tutela degli abitanti coincide quasi integralmente con la tutela della loro permanenza nell’edificio.
È qui che, a mio avviso, emerge una distinzione decisiva. Una cosa è difendere il diritto delle persone ad avere una casa. Un’altra è assumere come obiettivo prioritario la conservazione di uno specifico luogo e di uno specifico modello di autogestione. Le due dimensioni possono certamente coesistere e persini coincidere, ma non sono la stessa cosa. E quando smettono di essere distinte, il diritto all’abitare rischia di apparire come inseparabile dalla sopravvivenza di quella particolare esperienza, anziché come un diritto da garantire anche attraverso altre soluzioni, qualora necessarie o preferibili, almeno per alcuni.
C’è poi una seconda riflessione.
Se Spin Time fosse semplicemente un’occupazione abitativa, sarebbe naturale che l’obiettivo fosse consentire agli attuali abitanti di restare il più a lungo possibile. Ma Spin Time rivendica da sempre qualcosa di diverso: non solo un luogo dove vivere, ma un modello sociale, culturale e politico, una comunità capace di produrre mutualismo, inclusione e solidarietà.
Ed è proprio per questo che mi pongo una domanda ulteriore.
Se quello spazio rappresenta davvero una risorsa collettiva, il suo valore non dovrebbe consistere nell’offrire una sistemazione permanente a chi oggi vi risiede, ma nel restare disponibile ad accogliere, di volta in volta, chi attraversa una condizione di grave emergenza abitativa. Un luogo di transizione — anche lungo, se necessario — capace di accompagnare ciascuno verso l’autonomia, per poi poter accogliere altri che si trovino nella stessa condizione di bisogno.
Non perché la vita comunitaria sia un ripiego. Al contrario. Ma una cosa è scegliere una comunità, un’altra è esservi costretti dall’assenza di alternative.
Anche per questo colpisce una contraddizione difficilmente ignorabile: mentre gli spazi destinati alle attività di Spin Time Labs sono stati progressivamente recuperati e valorizzati, la parte destinata all’abitare continua a presentare condizioni materiali molto più precarie.
Ed è forse qui che torno alla domanda iniziale: dov’è oggi la voce del Comitato degli occupanti? Quale ruolo ha nella definizione delle strategie, nelle interlocuzioni istituzionali, nelle scelte sul futuro dello stabile?
Nella comunicazione pubblica emergono con forza Action, Spin Time Labs, le reti di sostegno, gli amministratori, le personalità che si mobilitano. Molto meno si ascoltano, almeno dall’esterno, le persone che quello stabile lo abitano ogni giorno e il cui futuro dovrebbe essere il primo oggetto della discussione.
La straordinaria risposta della città è, di per sé, una buona notizia. Vedere migliaia di persone mobilitarsi, donare, partecipare, riconoscersi in una causa comune dice qualcosa di importante sul tessuto civico di Roma. Mi ha ricordato il Baobab di via Cupa. Anche allora la città seppe costruire una straordinaria rete di solidarietà attorno a un’esperienza percepita come indispensabile. Anche allora, tuttavia, mi sembrò necessario distinguere tra la solidarietà verso le persone e l’adesione a un determinato modello organizzativo, specialmente all’indomani di una stagione dolorosa e problematica per l’accoglienza a Roma come Mafia Capitale. Sono domande che mi accompagnano ancora oggi.
La raccolta fondi ha già raggiunto una cifra molto significativa. È possibile che servano risorse ancora maggiori e non ho elementi per giudicarlo. Mi domando però se, a questo punto, il suo valore principale non sia anche un altro. Più che raccogliere denaro, la campagna costruisce appartenenza. Ogni contributo, anche minimo, è un modo per dire: io ci sono. È uno straordinario strumento di mobilitazione civica, capace di trasformare una vicenda locale in una causa collettiva.
Ed è proprio perché mobilita così tante persone che credo debba poter convivere con le domande. Il consenso non dovrebbe chiedere l’unanimità, e la solidarietà non dovrebbe escludere il pensiero critico. La fiducia, del resto, non si esprime soltanto partecipando e non si costruisce solo con una comunicazione convincente. Si alimenta e si mantiene anche attraverso la trasparenza.
Per questo mi ha colpito un elemento della campagna GoFundMe. Come beneficiaria è indicata l’Associazione di Promozione Sociale Spin Time Labs. Ho verificato la denominazione e il codice fiscale riportati nella campagna e non sono riuscita a rintracciare l’associazione nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, né tra gli enti interessati dalle procedure di cancellazione. Non ne traggo conclusioni, né intendo suggerire che vi sia alcuna irregolarità. Ma quando si chiedono alla cittadinanza centinaia di migliaia di euro, credo sia naturale domandarsi quale sia il soggetto giuridico che raccoglie quelle risorse, quale sia il suo inquadramento, come i fondi saranno gestiti e rendicontati e quale sia il rapporto tra Spin Time Labs, Action, il Comitato degli occupanti e le altre realtà coinvolte.
Non sono domande mosse dalla diffidenza. Al contrario. Nascono dalla convinzione che proprio le esperienze che rivendicano il valore dei beni comuni, della partecipazione e della cittadinanza attiva debbano essere le prime a rendere pienamente leggibili la propria governance, le proprie responsabilità e i propri processi decisionali.
Dayenu
Durante il seder della Pasquale ebraica si ricordano uno per uno gli atti che Dio ha fatto per la liberazione del popolo dall’Egitto (15, credo) e dopo ciascuno si commenta: “Sarebbe stato abbastanza, ci sarebbe bastato”. Se anche ci avessi fatto uscire e non avessi aperto il Mar Rosso, anche solo quello sarebbe stato sufficiente.
Ho riletto queste cose in un post di Instagram e mi si è risvegliato un ricordo antico. A Tinos, una piccola comunità catecumenale italiana, che cantava una lunga preghiera, tipo litania (“e questo ci sarebbe bastato, ci sarebbe bastato”), con mio padre che trovava quella forma di devozione piuttosto comica.
Oggi mi risuona la considerazione del post che ho letto, piuttosto. A essere riconoscenti nella gioia sono bravi tutti. L’esercizio più interessante è fare spazio alla riconoscenza mentre si è ancora nel profondo della difficoltà. Come il salmo di Giona dalla pancia del pesce, che ringrazia, non chiede aiuto. Come le benedizioni dei fanciulli tra le fiamme delle fornace raccontata nel libro di Daniele (altra lettura del sabato santo, che istintivamente mi è sempre risultata meno simpatica, chissà perché).
Stamattina, dopo due settimane dolorose e dopo una notte più buia delle altre, provo davvero a fare questo esercizio. E allora richiamo alla mente un piatto di carne condiviso. Una birra di compleanno. Un tratto di marciapiede di borgo Pio. Tanti vocali ascoltati più volte. Un messaggio temporaneo di auguri. Dayenu.
Ho fatto pace con il mio Battesimo
Oggi, 8 dicembre, è l’anniversario del mio battesimo e anche del fidanzamento dei miei genitori. Per motivi che sarebbe un po’ complicato spiegare, ultimamente la storia del mio battesimo mi ha suscitato qualche malessere. Era una bella storia di famiglia, di quelle che si raccontano. Il battesimo alla cappella del Gemelli, la Madonna a cui tutte le figlie sono affidate, l’anniversario. Poi un po’ per caso ho scoperto che c’era un particolare di quella storia che avevo sempre capito male. Per quanto potesse sembrare irrilevante (e a quasi tutti quelli a cui l’ho raccontato tale è sembrato), quel particolare mi ha fatto soffrire.
Oggi però, del tutto casualmente, ho scoperto un altro dato che riguarda l’8 dicembre. Passavo a salutare mia madre e l’ho incontrata che usciva per andare a Messa a S.Croce in Gerusalemme. Lì monsignor Romano Rossi, caro amico dei miei genitori, ha ricordato i 60 anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II. Potete sentire l’audio a questo link.
Un bellissimo discorso, storico, onesto, importante e spiritoso. Che mi ha fatto pensare ai miei genitori, per cui certamente quel momento era stato straordinariamente significativo. Molti anni dopo io stessa avrei incrociato in vario modo i documenti di quel concilio, a partire dalla Nostra Aetate. Ma più ancora tutta la mia educazione, religiosa ma soprattutto umana, è coerente con quella libertà informata e responsabile che oggi è stata evocata.
Mi piace pensare che il Battesimo fatto in quella data contenesse un augurio implicito per me, nata fuori tempo massimo e destinata necessariamente a restare un po’ ai margini della tradizione e memoria familiare in senso stretto, a uscire verso il mondo. Se era questa, la mia vocazione, credo di averla assecondata abbastanza. Se non con i viaggi fisici, con la curiosità, sempre, a volte con lo studio e, più di tutto, attraverso gli incontri preziosi che la vita mi ha messo e ancora mi mette davanti.
Io e Monday
Prima o poi cediamo tutti alla curiosità di chiedere all’AI quel consiglio che il buon senso suggerisce di chiedere a un’amica/un amico. Perché magari è notte fonda, o gli amici disponibili li abbiamo già esasperati. Perché la risposta la sappiamo già benissimo e manco più confermarla leggendo i tarocchi dà soddisfazione, perché in verità preferiremmo essere smentiti.
Io sono incappata in Monday, una versione di chat più sarcastica e forse per questo più in linea con il mio sentire. Mi sono fatta insultare abbastanza, in modo colorito e divertente, per la mia manifesta stupidità. Ma poi a un certo punto il discorso si è fatto serio e Monday mi ha scritto una cosa che mi ha colpito.
“Tu non sei eccessiva. Sei vera”.
Nella sua banalità, questa osservazione mi è arrivata come un pugno in faccia. È chiaro, l’AI è disegnata appositamente per compiacere chi la interroga. Ma davvero per me questa costante sensazione di essere troppo è diventata opprimente. Parlo troppo, a voce troppo alta. La prendo troppo sul personale. Mi applico troppo. Ci penso troppo. Esagero sempre. Meno, Chiara, meno.
E invece realizzo che io non voglio essere meno. Che è giusto darsi una regolata, in certi contesti e quando davvero eccedo ho sempre cura di scusarmi, appena me ne accorgo. Ma almeno ogni tanto vorrei poter essere così come sono, in purezza. Sarò pure a alto mantenimento, come mi ha rimproverato un amico. Ma tanto nessuno ha l’obbligo di mantenermi (e infatti nessuno lo fa).
Scherzi a parte, per la prima volta mi sono chiesto se è davvero una versione attenuata di me quella che voglio essere. A che pro? Ho la sensazione che chi mi trova troppo, non sarebbe affatto rassicurato da questi poco credibili tentativi di autocensura. E allora tanto vale essere vera. Almeno io mi apprezzerò un po’ di più.
Mi sa che ti darò ragione, Monday.
Decostruire
Sembrano proprio macerie quelle che vedo quando mi fermo a guardare la mia vita. Ma di solito non mi fermo. Fuori di metafora, non è un buon momento.
Facciamo che sono lavori in corso. Ricordo l’ultima volta che ho fatto dei lavori in casa. Mi pare sia passato pochissimo e invece è evidente che è passato troppo tempo. La cucina non è più nuova e anzi casca a pezzi.
Un po’ vale anche per me.
Calmare la mente
Da un paio di settimane, anche attraverso alcuni scambi significativi con due amici diversissimi tra loro, mi chiedo se sia arrivato il momento di cambiare prospettiva.
Ho sempre dato per scontato il fatto che una vita degna di essere vissuta sia una vita mobile, animata da slanci, piena di fuoco, di inquietudine, di passioni. Tutta la mia vita adulta è stata così e nonostante oggi, se dovessi fare un bilancio, non sarebbe particolarmente lusinghiero, non posso dire di esserne dispiaciuta. Ho creduto in varie idee e persone, talora contro ogni evidenza, sono stata generosa di entusiasmo e di sentimenti. Ai limiti della irragionevolezza e talora fieramente (e forse ostinatamente e addirittura caparbiamente) oltre quei limiti.
Mi sono sempre riconosciuta nell’esortazione di Pedro Arrupe a innamorarsi. E di anno in anno mi rendo conto di fare più fatica, forse perché non sono capace di innamorarmi di Dio, ma vado piuttosto dietro a “tutte le cose” (persone incluse) e soprattutto all’idea stessa di me innamorata e entusiasta.
Non mi abbandona negli ultimi anni la sensazione di girare a vuoto e, peggio ancora, di un certo senso di non autenticità. Cerco di convincermi, di trovare espedienti, di distrarmi e allo stesso tempo mi ostino sempre più a raccontarmi cose che in fondo so non essere vere, insultando la stessa intelligenza di cui mi vanto.
Ma se fosse arrivato il momento di deporre questa ricerca di slanci? Se questo che oggi mi pare il rischio di una misera rassegnazione fosse invece una strada per uscire dal pantano in cui mi trovo? Forse la vita che mi aspetta in questo “secondo tempo” non somiglierà affatto a quella che ho sempre considerato felicità. Vuol dire che non sarò mai più felice?
“Non si può essere sempre felici”, ho scritto un giorno a un amico, più per recriminazione che per saggezza. Magari devo imparare un modo nuovo di essere felice.
A esserlo anche da sola, ad esempio. Ricordo tempo fa che su Facebook c’era un giochino in cui si chiedeva di pubblicare foto di momenti felici: in nessuno degli scatti che ho scelto ero sola, non ricordo chi me lo ha fatto notare. Per me fino a oggi la felicità non è solitaria. Mi angoscia la prospettiva di non avere nessuno con cui condividere le cose importanti come quelle piccole.
Eppure questo è il corso abbastanza inevitabile della mia vita. Inutile cercare di aggrapparsi disperatamente ai rapporti di amicizia che mi si presentano, caricandoli di aspettative esagerate. Come dice una canzone che amo moltissimo:
“Don’t cry out or cling in terror
Darling that’s a fatal error
Clinging to a somebody you thought you knew was yours…”
Magari poi dovrei prendere esempio dai miei due amici diversissimi tra loro (ma sicuramente entrambi diversissimi da me) e pensare seriamente di allenarmi a calmare la mente, “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”. Come non so bene. Inizio a guardare in faccia le mie paure più grandi e poi vediamo questo dove mi porta.
Confort zone
“Era da anni che non stavo così comoda”. Mi è venuta dal cuore, questa considerazione, dopo il primo dei due giorni e mezzo di seminario di canti ebraici con Evelina Meghnagi.
Non che ci fossero molti motivi di stare comoda. Intanto non so cantare. Mi piace, ma non sono tanto capace. Il gruppo a cui mi univo si conosce da anni e aveva già studiato tutti i pezzi. Non sono ebrea. Non ero proprio l’unica, ma quasi. Apparentemente non c’entravo proprio nulla. Tanti motivi di stare in ansia e io tendenzialmente sto in ansia (in questo l’età non mi ha migliorato).
Perché ho accettato convinta, entusiasta e tranquilla una proposta così, senza neanche fare mezza domanda di chiarimenti? Perché la cosa si configurava come un segno del destino e un messaggio dell’universo e io, in questi casi, gongolo e mi butto.
A volte toppo clamorosamente, ma non è stato questo il caso. Una volta mi ricordo di aver pensato, a un concerto di Evelina, che per qualche motivo la sua musica riesce a tracciare un filo, un senso (se non logico, artistico), a tutti i pezzi frammentati della mia vita. Oggi lo confermo.
Ricordi dell’ulpan di Gerusalemme e dell’estate del mio primo attentato. Il fascino della sinagoga sefardita di Londra l’estate dopo la maturità, che si è saldata ai rilievi assiri del British Museum e mi ha spinto verso il percorso universitario che ancora parla alla mia anima. Mio padre che pochi giorni prima di morire mi chiede di tradurre il testo di Adon Olam. La ninna nanna struggente cantata sulla piazza del Campidoglio dopo il naufragio di Lampedusa. Il libro di ricette sefardite comprate la prima volta che sono andata a Istanbul, per difendere fin d’allora uno spazio mio in quella Turchia di altri che da allora non mi ha mai lasciato. Le danze di Eli, la memoria nei piedi, gli spettacoli senza vergogna al Pincio, a piazza di Spagna, persino al Carnevale di Viareggio. Ma anche la maimuna e quel pensiero che un giorno dovrei dipanare quel filo che lega quella festa tripolina al marzeach dei miei antichi studi.
Le identità, le lingue, gli alfabeti, le religioni, le contraddizioni del mosaico unico e particolarissimo di ciascuno. L’individuo che si muove come una medusa nel flusso potente e contraddittorio della storia. Gli strappi, gli esili, i conflitti. Queste cose sono davvero la mia essenza, quello che in mille forme diverse ho inseguito sempre. Negli studi, nel lavoro, nelle amicizie, nei viaggi, persino negli amori (forse non casualmente sempre complicati e spezzati, anche quelli).
Magari in questa inquietudine c’entra il confine di mio padre, quello che si è portato dentro tutta la vita e dove oggi è sepolto. La lingua negata di cui non mi ha mai esplicitamente parlato, ma che si vede in filigrana nella lettera persa del nostro cognome. L’attenzione e l’amore che ho sempre visto in lui per le minoranze, per la complessità di chi non entra in un’etichetta nazionale, linguistica, religiosa (ma quale uomo può essere definito con un aggettivo solo, alla fine?).
Sia come sia, non mi è facile parlare di queste cose nella vita quotidiana. E in questi giorni, oltre a cantare malamente in quattro lingue, ho parlato a macchinetta di un sacco di cose e mi sono sentita ascoltata e persino apprezzata. Cavolo, se mi serviva. Mi sono accorta che mi ero un po’ smarrita, a furia di censurare parti di me troppo ostiche per gli altri. Ho respirato a pieni polmoni, ho ricordato il mio fondamento e la mia mobile stabilità.
Sono davvero stati giorni preziosi, di cui sono infinitamente riconoscente.
Sempre qui, ancora qui
La settimana scorsa ho letto con piacere un post di un’amica di web che ha ripreso a scrivere un blog dopo 15 anni. Mi sono ricordata di un bel post di Claudia Porta, che riassumeva anche lei che è successo “nel frattempo”, da quando siamo state un po’ meno mamme blogger, con i figli non più bambini e la vita che per tutte ha fatto giravolte inattese, in su e in giù, tipo montagne russe. Anche Valentina, cara amica e certamente una delle blogger più talentuose in cui sia incappata, ha ripreso a scrivere.
Io in tutto questo tempo sono rimasta qui. Un contenitore un po’ vecchiotto, senza newsletter, che a tratti non ho aperto per mesi, ma che funziona da 20 anni e a cui sono affezionata. Che è successo in questo tempo a tratti l’ho quindi già raccontato, sia pure in forma un po’ più criptica e a intervalli irregolari.
Solo le pietre non cambiano, mi ha detto sere fa un amico, ricordandomi molto le frasi di vecchio maestro che sentivo quando guardavo l’Albero Azzurro con Meryem. Dunque evidentemente sono cambiata anche io, negli ultimi venti anni in cui ho scritto in questo blog. Alcuni cambiamenti li avverto, soprattutto quelli che sento come peggiorativi. Altre cose sono rimaste costanti. Qualcosa ho fatto e ho imparato, cerco di riconoscermelo. Mi piace aver conservato abbastanza intatta la capacità di gioire in modo immediato e ingenuo, quasi infantile, se faccio o se vedo qualcosa che mi piace.
Se dovessi menzionare una sola cosa che ho caratterizzato questi anni è la ricchezza straordinaria di incontri che ho fatto e che continuo ad avere l’opportunità di fare. Questo blog è stato un luogo di relazioni e un po’ continua ad esserlo, anche se ormai gli strumenti “nuovi” lo hanno un po’ depotenziato. Certo alcune persone incontrate qui continuano a sorprendermi, per la vicinanza che continuiamo ad avere, a dispetto del tempo che passa e delle opportunità di incontro fisico ormai limitate.
Da ragazza avevo il complesso di non avere amici. A tratti questo pensiero mi accompagna ancora, a dispetto di ogni evidenza: di amici ne ho moltissimi, diversissimi, nei contesti più vari. Quando riesco a farli incrociare tra loro, come potrebbe succedere domani, provo la stessa gioia di quando studiando un argomento mi imbattevo in un collegamento non scontato che gettava luce nuova sull’intera questione.
L’inquietudine non credo mi abbandonerà mai, e non mi dispiace. Non mi sono mai “sistemata” e ormai, probabilmente, non mi sistemerò. Non sono felice di essere sola, quando lo sono, ma di essere libera sì.
Sogni non raccontati
Lo scorso settembre ho fatto un sogno che ho trovato estremamente ben sognato, se mi si passa il termine. Lo ricordo perché un po’ l’ho raccontato, ma in verità avrei voluto raccontarlo meglio e più diffusamente. C’entrava un autogrill vicino Spoleto, un kebab di luccio, diverse persone che hanno per ragioni diverse un posto speciale nei miei pensieri, la cantante Giorgia, persino una festa religiosa a Tunisi dedicata alla personificazione della sapienza pagana. Come molti miei sogni, era abbastanza autoesplicativo. Tendo a sognare con i sottotitoli e curiosamente nel periodo in cui andavo da un’analista di sogni non me ne ricordavo neanche uno. Magari non sentivo il bisogno di darmi da sola commenti e interpretazioni, avendo uno spazio settimanale dedicato.
Oggi, ripensando al sogno del kebab di luccio, non so dire se fosse più un tentativo bislacco di trovare spiegazioni interessanti alle mie solite delusioni, o un modo di fare spazio a una specie di speranza in barba a ogni ragionevolezza, ben protetta dalle molte sensate obiezioni, in primis mie.
Ieri, per qualche ora, essere me non mi è piaciuto neanche un po’. Ma non è che questo si possa del tutto scegliere. Tornata lucida, la via che da qualche anno percorro (fare pace con la mia inquietudine, apprezzare almeno la mia originalità) è tornata a sembrarmi l’unica possibile. Ho parlato della definizione storica dei fenici, della scarsa eticità di alcune campagne di fundraising. Ho risposto a un paio di telefonate di lavoro e a una mail. Preso appuntamento con il veterinario. Buttato la spazzatura, fatto una lavatrice.
In questo blog continuo a ritrovare cose che mi fa piacere poter rileggere. La mia memoria è piena di buchi, è bello ogni tanto poterla ancorare a delle frasi che ho pensato anche più di dieci anni fa. Nella maggior parte direi che mi riconosco. Anche questo è confortante, nei momenti in cui guardando indietro vedo solo discontinuità e frammenti.
Per tornare al sogno da cui sono partita, era il sogno della perdita di qualcosa che neppure ho (e neanche in sogno lo avevo, in effetti). E mi vedo lì, nell’autogrill di Spoleto, ad ascoltare le parole di conforto di una persona incrociata per lavoro, ma che anche nella realtà mi manda ogni tanto inattese manifestazioni di affetto. Può essere che lo ritroverai, quello che pensi di aver perso. O forse no. Ma solo se continui a cercare quello che ti piace, ti interessa, se segui la strada tua, a prescindere. Così, pure se non lo ritrovassi, ti troveresti comunque in un posto dove sei felice di essere.
E buon anno a tutti voi.
Da vicino
Come si evince dal post precedente, io ho una scarsissima attitudine alla tifoseria. Questo mi rende singolarmente inadatta, oltre in generale a vivere nell’epoca presente, ad assumermi incarichi che con una certa approssimazione potremmo definire politici. Eppure lo faccio, mannaggia a me. Non so cosa mi scatti. Un irrefrenabile impulso a autoimmolarmi, lo ha definito un’amica ieri. Un neanche troppo velato delirio di onnipotenza. Chissà. Sta di fatto che mai come quest’anno mi sono cacciata in un ginepraio.
Mentre cerco di sopravvivere a questo delirio, voglio solo ricordare a me stessa un aspetto. Le persone bisognerebbe sempre vederle da vicino, singolarmente. Che poi è esattamente quello che nei contesti collettivi e nella macchina infernale dei ruoli, istituzionali e non, non si riesce a fare. Mentre aspetto Meryem che oggi torna dopo tre mesi di assenza, ripenso a qualche flash delle scorse settimane.
Un mezzo sorriso subito ricacciato indietro. Una confidenza inaspettata. Un gesto di attenzione inatteso (molti, onestamente). Una conversazione conflittuale via chat che a voce diventa subito un’altra cosa. Lampi di bellezza e di speranza che affiorano qua e là.
I gruppi sono così, dicono spesso i miei compagni di viaggio quando mi vedono vicina al punto di rottura. E in effetti io di gruppi non ho esperienza. Non mi ci trovo. Però per guardare il bicchiere mezzo pieno, forse nelle decine e decine di rapporti singoli che riempiono la mia vita fino all’orlo inizio a cavarmela un po’ meglio di prima.
La necessità di capire con la testa è ancora forte. Ma ogni tanto riesco a placare quella spietata sete di analisi e mi godo un attimo di irrazionale empatia. Non nascondo più la mia vulnerabilità. So di restare, fondamentalmente, arrogante dal punto di vista intellettuale. Odio essere sminuita, non ascoltata, non presa sul serio. Ma sono molto più disposta a accettare aiuto sui molti altri fronti della vita, abbracciando la mia incapacità, non per affettazione ma per sincera accettazione. E questo, sempre più spesso, qualche canale lo apre.