Dieci anni fa era già dieci anni dopo


La settimana scorsa due care amiche di blog, prima Claudia e poi Valentina, hanno pubblicato un post di riassunto di cosa è successo nelle loro vite negli ultimi 7/10 anni, durante i quali si sono raccontate online. È stato commovente per me leggerle, anche perché io a mia volta ho fatto un po’ parte, da lettrice, di quelle vicende e sia con l’una che con l’altra mi sono anche permessa delle incursioni dal vivo nel loro mondo fisico, non virtuale. Claudia mi ha ospitato durante la prima edizione del friendsurfing, dimostrandosi incredibilmente aperta e avventurosa, oltre che generosa. Con Valentina ci siamo annusate di persona a più riprese, con le nostre modalità un po’ asociali, fino a volerci davvero bene (ieri mi ha portato a domicilio le tagliatelle al ragù, non per vantarmi).

E io? Ho provato a pensare un riassunto di questi 10 anni e la prima cosa che mi è balenata in mente è stata che nel 2010 erano già passati dieci anni dal 2000. La metamorfosi da promettente studiosa di semitistica che parlava al suo primo convegno internazionale delle ricerche della sua tesi di dottorato a madre single di fatto in affanno sotto ogni profilo, in coppia con un kebabbaro curdo che di lì a un paio d’anni le avrebbe spezzato il cuore poteva dirsi compiuta. Non senza qualche piccola e grande tragedia, va da sé.

Il blog l’ho iniziato a scrivere nel 2004, in concomitanza (lo vedo ora) con la fase più dolorosa ma anche eccitante di quella metamorfosi. Ma nel 2010 posso davvero dire di avere allargato le mie conoscenze e le mie vedute, grazie al blog. Dieci anni fa partecipavo al mio primo progetto a Milano, prendevo confidenza con l’esotico mondo delle agenzie pubblicitarie, mi imbattevo in persone che non avrei mai incontrato nella mia vita ordinaria ma che ancora oggi sono entusiasta e grata di aver conosciuto.

Penso a un’indimenticabile festa di 40 anni in Monferrato, piena di gente diversissima e di sorprese. Penso a chiacchierate appassionate sui rifugiati, alla meravigliosa sensazione di possibilità e di annullamento delle distanze che la rete può offrire.

In questo blog non si è mai scritto solo o prevalentemente di maternità, e tuttavia posso dire che fare parte di una community (quella delle “mamme blogger” italiane della prima ora, poco inclini a uniformarsi e a ritrovarsi in qualsivoglia etichetta, eppure a modo loro un gruppo) è stata sempre la mia arma segreta per uscire sana di mente dagli anni più tosti. Le torte di Natalia, le Stylish Classes di Paola Maria, il forum di Barbara, il cenacolo di GenitoriCrescono, in cui ci si riusciva a sentire un po’ intelligenti persino quando il massimo dilemma era lo svezzamento.

E io cosa ho fatto, in questi dieci anni? Sono sopravvissuta, soprattutto. Ma ho anche conosciuto Camilleri e Melania Mazzucco (la seconda molto meglio), dato il titolo a un CD, realizzato una Festschrift in inglese per il mio maestro, visto Bangkok, San Francisco e il Kurdistan, frequentato un laboratorio di scrittura con Rossana Campo, cambiato lavoro (ed è stato più doloroso e sofferto di divorziare, lo dico per esperienza), adottato un gatto, fatto molte cose per la prima volta.

Ho cresciuto una splendida ragazza, sapendo di sbagliare continuamente e riconoscente per la buona sorte che continua ad accompagnare me e lei, preservandoci dalle catastrofi più grosse (saranno le preghiere di mia madre, più probabilmente). Continuo a cercare la mia strada e di fare pace con i miei alti e bassi, con le mie ribellioni, con le voragini del mio passato.

Ho finito di pagare la casa dove vivo, che adesso è proprio casa mia. Non l’ho davvero scelta, ma è il mio posto e inizio a apprezzarla. La settimana scorsa ho comprato e appeso in quadro, anche per ratificare questa accettazione. Ho sofferto moltissimo per amore, in questi 10 anni, più di quanto credevo di poter sopportare. Eppure sono ancora qui a raccontarlo. Sola, ma non disperata.

Domani vado a Milano e spero di vedere almeno un paio di quelle amiche conosciute dieci anni fa. Questa specie di famiglia del web è un filo rosso che mi piace ritrovare di tanto in tanto. Abbracciarsi in questo periodo non si può, ma lo vorrei. Come pure vorrei mandare un pensiero a quei lettori silenziosi e fedeli, che sento ancora meno degli altri, ma so che ci sono e che sotto sotto fanno il tifo per me.

Che bella cosa il blog. Non lo chiuderei per nulla al mondo.

Io e Giona


Qualche giorno fa, in occasione dello Yom Kippur, un post su Facebook mi ha fatto mettere a fuoco con grande chiarezza che se c’è un personaggio che mi ha accompagnato fin dall’infanzia, trasversale ai diversi piani della mia vita, quello è Giona. Ieri ho conosciuto una splendida ragazza, piena di talento, e con una certa sorpresa ho scoperto che a lei quel nome non diceva assolutamente nulla. Avrei voluto spiegarle meglio cosa significa per me, ma non c’era tempo.

Giona, per essere un profeta, è singolarmente poco docile. Non solo parla direttamente con Yahwè, talora ribattendo e contraddicendolo, ma per tutta la prima parte del libro biblico che racconta la sua storia tenta in tutti i modi di sfuggirgli, persino fisicamente. Tu mi mandi a Ninive? Io mi imbarco per Tarsis. Tu decidi di risparmiare i niniviti? E io protesto, mi pare che sia un’ingiustizia bella e buona, specialmente dopo che mi hai mandato qui a profetizzare la distruzione della città. Io non volevo manco venirci e tu ti commuovi per un digiuno? Mi meritavo almeno un terremoto, una pioggia di fuoco. Così che figura mi fai fare?

Il libro di Giona è l’unico libro della Bibbia che finisce con una domanda. La fa Dio e Giona non trova nulla da controbattere. Quindi, più precisamente, finisce con un silenzio. Magari un po’ stizzito, ma possiamo immaginare che finalmente il nostro inizi a capire il punto.

Giona mi ricorda tanto quella testa dura di S.Pietro, che crede pure di fare bene, ma colleziona scivoloni su scivoloni. Non ne imbrocca una, specialmente nei momenti cruciali. Come si fa a non avere simpatia per personaggi così? Sono la vera realistica descrizione della condizione umana.

In Giona la cosa affascinante è che Dio sceglie proprio uno così per portarlo oltre i limiti dell’ordinario. Lo manda a Ninive, di cui lui ha sincero orrore. Lo butta persino negli inferi e lo fa inghiottire da un mostro marino (non è un pesce, fidatevi).

Giona per tre giorni se ne sta nella profondità dell’abisso e poi viene vomitato. È l’immagine di resurrezione meno gloriosa della storia. Ma diciamo la verità: quando a noi uomini toccano queste rinascite, non è che compaiano angeli vestiti di bianco. Quelle sono cose da divinità. A noi tocca venire fuori come riusciamo, ammaccati e puzzolenti. Ringraziando pure per la buona sorte e per la nostra resistenza. E poi, come per Giona, ci tocca di riprendere a camminare.

Ma parliamo del mostro marino. Senza mostro non c’è nessuna rinascita. Nessun capovolgimento di prospettiva. Per quanto terrificante, il mostro è la salvezza di Giona. Chissà, se glielo avessero chiesto a bruciapelo, magari Giona non credeva nemmeno nell’esistenza di quel mostro prima di essere ingoiato e vomitato. Probabilmente non rientrava nei suoi schemi. Eppure…

Quando a Gesù chiedevano un segno per credere in quello che diceva, lui – piuttosto scocciato – avrebbe risposto: “Nessun segno sarà dato a questa generazione perversa se non il segno di Giona profeta” (Mt 12, 39). Come dire, secondo me: finché non ci sbattete il naso tanto non capite. E pure dopo non è detto. Anche nel caso di Giona, hanno capito prima le mucche di Ninive di lui.

Il cumulo delle memorie


“Le storie tramandate da una generazione all’altra influiscono sul nostro comportamento… L’idea è che i ricordi traumatici continuino a vivere nella generazione successiva… e che tali ricordi ereditari – frammenti traumatici di eventi – si sottraggano a una ricostruzione coerente”. Questo brano, citato per intero in una recensione, mi ha spinto a comprare e leggere in meno di 24 ore “Voglio sappiate che ci siamo ancora” di Esther Safran Foer.

Io non credo che ai miei antenati importi di sapere se io ci sono. Però oggi mi è molto chiaro che io ho bisogno di cercare all’indietro e di provare a colmare qualcuno dei silenzi in cui mi pare sparita la storia della mia famiglia. Io voglio sapere che loro c’erano. Che anche io ho dei nonni, persino dei bisnonni.

Ci giro intorno da qualche anno. Ma sempre più realizzo che è urgente per me dipanare qualcosa di questo cumulo di memorie che ignoro, ma di cui in qualche modo mi sento partecipe e responsabile. Procedo a tentoni.

Forse mi pare solo di procedere e in realtà sono ferma nello stesso punto. Non fa molta differenza. Voglio arrivare comunque a dare un senso, anche inventato. Non ambisco alla storia, ma almeno al minimo sindacale di memoria e di giustizia. Sì, giustizia. Perché non riesco a liberarmi da un confuso ma intenso senso di ingiustizia subìta, non direttamente da me, ma da chi è venuto prima.

Non so nulla di Trieste, Cormòns, Gorizia nella prima metà del ‘900. Non so nulla o quasi di una famiglia i cui cognomi e nomi sono scritti con una grafia diversa in ogni documento in cui mi imbatto. È complicato. Forse lo è sempre, forse lo è per tutti. Ma a volte un po’ più della media.

La paura è il banco di prova del coraggio


Ieri il mio amico Ralph mi ha mandato in versione digitale delle foto che avevo stampato io, ma di cui ho perso le mie copie molti anni fa. Mi ha fatto ripensare a un’estate intensissima, quella del 1995. Un po’ più di un anno fa, per un corso di scrittura autobiografica, avevo scritto questo racconto.

Il dormitorio era composto di fabbricati bassi e grigi, tutti uguali e praticamente indistinguibili, ammucchiati nell’angolo sud ovest della città. Le stanze piccole, due letti le cui reti si sovrapponevano in un angolo, sbarre alle finestre. In fondo al corridoio, una grande cucina senza porta. Le porte mancavano, del resto, anche ai due capi del corridoio che si aprivano verso l’esterno. Quando avevo vinto una borsa di studio a Gerusalemme avevo in mente uno scenario diverso. Quel posto non era solo pieno di sconosciuti, che ben poco avevano a che fare con me. Era anche fisicamente lontano. Dai luoghi che avevo sognato, ma anche dall’Università ebraica dove frequentavo le lezioni ogni giorno, che si trovava nello spigolo nord est della città, diametralmente opposta alla Residenza Aleph. Andare a piedi era impossibile. Per questo era stata istituita una linea di autobus apposita, la 18 aleph. Dopo dieci giorni, quando iniziavo a prendere un solitario ritmo tra lezioni, compiti e spesa al minimarket, un autobus saltò in aria. A Roma avevo sentito gli esperti pontificare per mesi sul fatto che gli attentati a Gerusalemme erano impossibili, in virtù della santità del luogo. Io stessa avevo ripetuto convinta quell’assunto, che mi era parso convincente. Ma c’è sempre una prima volta. La prima volta, per me e per Gerusalemme, fu il 21 agosto 1995.

Avevo preso la corsa immediatamente successiva e non vidi l’esplosione, ma il suo effetto. L’asfalto in fiamme. Il signore barbuto inginocchiato per terra che trafficava con delle bustine. Seppi poi che stava mettendo religiosamente insieme brandelli di cadaveri, con la meticolosità data dall’abitudine. Non ricordo molto della mattina e del pomeriggio che seguirono. Arrivati in classe, l’insegnante scrisse alla lavagna delle parole: attentato, esplosione, feriti. Forse anche “vittime”, visto che alcuni studenti e una professoressa del nostro corso estivo erano morti. Ma quella parola non la ricordo. Poi ci chiesero di spiegare alla classe come ci sentivamo. Nella memoria confusa di quei momenti, rivivo ancora con chiarezza la rabbia che provavo. Una rabbia esagerata, persino irrazionale, che non era indirizzata agli attentatori, ma a quel modo neutro e sorridente di gestire la situazione, a quella compostezza di normalità che faceva sentire me anomala, emotiva, fuori le righe. “Questo a casa mia non è normale!”, tentai di dire quando arrivò il mio turno. Chissà se scelsi l’espressione corretta, chissà se qualcuno capì. Comunque si andava avanti, perché altra via non era data. Non a me, straniera in borsa di studio. Non a loro, che vivevano lì non per due mesi, ma da una vita intera.

Un paio di anni dopo, la lettrice dell’università si fece sfuggire un particolare che mi diede la misura di quanto obbligata fosse quella reazione che tanto mi aveva urtato. Lei era una donna energica, sportiva, con un largo sorriso sfacciato sotto una cascata di ricci scuri. Appassionata di sport energici e di abbigliamento provocante, aveva conosciuto suo marito nell’esercito, dove lei rivestiva un grado superiore al suo. Le brillavano gli occhi quando raccontava di quel periodo, del riscatto di una ragazza immigrata dall’Iraq in un Paese nuovo di zecca, alla scalata di gerarchie che nella sua famiglia di origine erano riservate agli uomini. Le smancerie e i sospiri non le appartenevano. Non ricordo come venimmo a parlare dei suoi bambini e lei raccontò che ogni mattina, a Tel Aviv, li mandava a scuola su tre autobus diversi. Stavo per chiedere il perché di quella bizzarria logistica, quando mi è tornato in mente il 18 aleph e alla corsa partita due minuti dopo, che mi aveva permesso di essere viva. Era una soluzione pratica di riduzione del danno, una routine persino scaramantica. Un modo come un altro di sopravvivere, agli attentati e alla paura costante.

Alle 16:45 del 21 agosto 1995 finirono, come sempre, le lezioni. Su quell’autobus dovevo salirci di nuovo e continuare a trascorrerci, giorno dopo giorno, 35-40 minuti ogni volta. Quando agosto finì era opportuno acquistare un abbonamento mensile. Con le due italiane che avevo conosciuto al campus scherzammo: “Andiamo insieme a comprare il biglietto per il Paradiso?”. Scherzavamo, ma era dura per tutte. Ogni tanto, nel bel mezzo del tragitto, lo sguardo mi cadeva su qualcuno. Quello ha l’aria triste, troppo triste. Magari sta per compiere un gesto estremo, trascinandomi con sé. Quella donna ha lo sguardo sfuggente, sembra nervosa. Che strana forma, quello zaino. E allora il cuore iniziava a battere più forte, il respiro restava spezzato in gola. Scendevo di corsa, facendomi largo a spintoni. Respiravo. Mi guardavo intorno, sola. Aspettavo di riprendere il controllo. Poi, quando arrivava la corsa successiva, risalivo, mostrando all’autista il mio biglietto per il Paradiso.

Neppure per un momento presi in considerazione l’idea di tornare in Italia. Neanche i miei genitori, nelle brevissime conversazioni che riuscimmo ad avere, lo suggerirono. Non era epoca di cellulari e tutto avveniva per mezzo di telefoni pubblici a gettoni e i dialoghi erano scanditi da quella sorta di metronomo ansiogeno dato dal rumore delle monete inghiottite rumorosamente man mano che il credito si esauriva. Per giunta, in quei giorni convulsi, i genitori di molti studenti si appuntavano l’ultimo numero da cui i figli li avevano contattati e cercavano incessantemente di richiamarli. Mi successe, una sera, che quando finalmente era arrivato il mio turno per telefonare, sollevato il ricevitore sentii una voce maschile dall’altro capo del filo. Parlava russo. Non capivo una parola, ma potevo leggere in quelle sillabe ignote l’apprensione di un padre lontano. Non ebbi cuore di riagganciare. Provai a parlare inglese, niente. Ma neanche lui voleva arrendersi e alla fine tentò la strada più logica. Eravamo lì, sua figlia e io, per studiare ebraico. Lei, probabilmente, per ricominciare in Israele una nuova vita. Io no e ed ero poco più di una principiante. Lui forse lo era più di me: eppure, dando fondo alle parole lette sui libri di grammatica, trovammo un canale di comunicazione, per quanto incerto. Mi disse che cercava sua figlia, mi chiese se la conoscevo. No, il nome non mi diceva nulla. “Com’è?”, provai a chiedere, anche se nessuna descrizione mi avrebbe aiutato a individuare quella persona tra le centinaia di ragazze russe del campus. Lui esitò. E poi, con voce spezzata, rispose: “Bella. È bella”.

Quell’estate, più che in altre circostanze della mia vita, imparai il coraggio che non passa per i gesti forti, per gli impulsi a compiere qualcosa di risolutivo. Imparai il coraggio di rimanere, giorno dopo giorno, sera dopo sera. Resistendo alla solitudine, alla frustrazione di non trovare le parole. Fino alla fine di quel soggiorno di due mesi affrontai una violenza costante e quotidiana che mi era del tutto nuova. Il brivido freddo della canna di un mitragliatore che mi sfiorava accidentalmente su un autobus. Gli slogan terribili urlati dai manifestanti davanti al Parlamento, gli adesivi distribuiti da ragazzi vestiti di nero agli angoli del mercato: “Il popolo contro Rabin”. L’aggressività sorprendente della maggior parte delle persone con cui mi trovavo a interagire, alla posta, in banca, al supermercato. Affrontavo anche la violenza a distanza del mio fidanzato, che dopo un paio di telefonate si rifiutava di parlarmi ulteriormente, negandosi al telefono mentre i miei gettoni cadevano inesorabili. Era indignato e offeso perché non avevo deciso di rientrare, dopo l’attentato. Io non avevo preso in considerazione neppure l’idea di farlo, lui non aveva immaginato neanche per un secondo che non lo facessi. Un uomo talmente distrutto dalla preoccupazione per me da rifiutarsi di sapere, per il mese e mezzo che seguì, se fossi viva o morta. Io scrivevo lettere su lettere, fitte di espressioni enfatiche e immagini poetiche. Trovavo le buste di posta aerea in arrivo dall’Italia infilate sotto la porta della mia camera, rigorosamente aperte da una qualche forma di censura che non so se fosse ordinaria o riservata a noi studenti stranieri: erano tutte di mia madre. Lui sprofondò in un silenzio totale, che si interruppe soltanto quando volai di nuovo a Roma.

Recentemente, facendo per l’ennesima volta pulizia tra le cose rimaste ammucchiate in scatoloni in casa mia, è spuntato un mucchio di buste con il francobollo di Israele, indirizzate a quell’eccentrico egoista che ho finito per sposare e che poi, finito il matrimonio, ha lasciato cumuli di detriti dietro di sé. Erano più di trenta e nessuna era stata aperta. Le ho infilate in un sacco della spazzatura e mi sono liberata di quel vecchio peso senza rimpianti.

Da capo


Come al Monopoli, quando una carta ti rimandava al Via (o in prigione direttamente, senza passarci neanche, per quel via), mi ritrovo con la spiacevole sensazione di ritrovarmi nello stesso punto che pensavo di aver superato. Mi immagino anche i cartoni animati di Scooby-Doo, quando i detective cialtroni si trovavano a girare in loop in un labirinto. Insomma, a volte mi chiedo chi voglio prendere in giro. Tanto varrebbe sedersi e basta.

Sarà il caldo soffocante, saranno le cose che non girano per il verso giusto (ma ci sarà, poi, un verso giusto?). Sempre più spesso poi mi viene il dubbio che quello che pare funzionare per il resto del mondo, al mio caso non si applichi. Insomma, magari questa valigia della mia vita non vuol saperne di chiudersi perché la forma non si adatta al contenuto. Non è solo che non riesco a piegare ordinatamente la roba. Magari devo decidermi a cambiare contenitore.

Spero che voi siate usciti dal lockdown meno inclini alle metafore deprimenti…

Toccare con mano


Sono un paio di giorni che medito di scrivere post frivoli, tipo “Cose che ho imparato da quando ho un gatto” o “Le migliori e peggiori serie Netflix della quarantena”. E nei prossimi giorni magari lo farò. Però stamattina ho aperto, dopo un po’ di tempo, il blog dell’ex maestro di Meryem e mi è caduto l’occhio su una frase:

“Cari bambini, la cosa più ingiusta che possa capitare a un bambino della vostra età è togliergli la possibilità di entrare ogni giorno in classe”.

Quanto è vero e credo che mai come in questo momento tutti lo abbiamo ben presente. Tocchiamo con mano nei nostri figli gli effetti immediati di questa ingiustizia e la tolleriamo a stento solo perché crediamo che questa situazione sarà temporanea.

Ora immaginate se ci dicessero che i nostri figli non potranno andare a scuola per altri 4 o 5 anni e che non ci sarà nessuna forma di didattica a distanza. Io credo che molti comincerebbero seriamente a considerare di trasferirsi all’estero.

Secondo l’ultimo report dell’UNHCR, su un totale di 7,1 milioni di bambini rifugiati in età scolare, frequentano la scuola 3,7 milioni. Il 37% dei bambini delle elementari, quelli di cui parla il maestro Flavio, non ha la possibilità di entrare in una classe. Se saliamo all’età di mia figlia, meno di uno su quattro va a scuola (24% del totale).

Sono situazioni che si protraggono per anni, a volte per decenni, bruciando generazioni intere e scavando baratri di ingiustizia e disuguaglianza. Questi bambini dimenticati, peraltro, non vivono necessariamente lontano da noi: molti ad esempio sono in Grecia.

Non posso fare a meno di pensare che in questo momento siamo nelle migliori condizioni possibili per sentire sulla nostra pelle l’enormità di questa ingiustizia. Non sarebbe bello se le tante energie positive di maestri e educatori potessero raggiungere anche qualcuno di questi bambini rifugiati?

Zoom


Si… può… fare! Passato il primo momento di disorientamento e scetticismo, mi trovo circondata di entusiasti della piattaforma. Specialmente per organizzare eventi, conferenze, corsi.

Ora, c’è indubbiamente una certa ebbrezza nel vedere che per partecipare a qualcosa che interessa basta cliccare dal proprio divano. I tempi si incastrano assai meglio nel virtuale. E poi certo, ci si sente, se l’organizzatore è democratico ci si vede anche. L’ho apprezzato, all’inizio, quel senso di vicinanza. Scattavamo foto ricordo, persino.

C’è un però. Forse più di uno, ma uno più grande degli altri. Chi parla non solo si ascolta, ma si guarda pure. Ed ecco che, come per magia, scatta l’effetto predica. Ho visto relatori normali trasformarsi in retori pomposi, innamorati del suono della propria voce.

Insomma, secondo me su può certo fare ma non necessariamente ci migliora. E ora vi lascio, ho un corso su Zoom.

Ah, per la cronaca: prevedo che queste videolezioni continueranno ad essere proposte anche in futuro, ma dell’adesione massiccia non mi sentirei di scommettere.

16 anni di blog. Giveaway


Nove anni fa scrivevo un post dal titolo “Leggere, scrivere, mangiare”, un gioco a premi tra i lettori del blog. Mi piace riproporvi la stessa sfida, nelle modalità un po’ vintage dell’epoca. Vediamo chi si cimenta.

Le regole e i premi sono gli stessi di allora. La deadline la mezzanotte del 31 maggio.

“Attenzione, attenzione. Squilli di tromba, eccetera. Tra dieci giorni esatti questo blog compie sette anni di vita. Sette anni di guai, sette anni di aneddoti e mugugni, sette anni di legami e incontri atipici e sorprendenti. Le blogger famose, in questi casi, organizzano un giveaway. Cioè, in pratica, mettono in palio qualcosa per uno dei loro fedeli lettori, estratto a sorte. Sono generose, le blogger famose. Con me, visto che voi lettori siete pochi ma di qualità superiore alla media, non ve la caverete così a buon mercato. Per concorrere all’estrazione dei ricchi premi che poi vi descriverò, vi sarà chiesto di fare qualcosa. Il titolo che darò a questo giveaway di compleanno sarà quindi: “Leggere, scrivere e…mangiare”, con un’efficace sintesi delle attività a cui la sottoscritta si dedica con maggiore assiduità. Regolamento 1. Leggere: rileggetevi un po’ di post di questo blog, rinfrescatevi la memoria. E poi sceglietene uno che avete gradito particolarmente o su cui vi sentite di voler ribattere e linkatelo. Potete farlo in un commento a questo post, oppure sul vostro blog o pagina Facebook (in questo secondo e terzo caso, qui sotto metterete il link di dove avete svolto il compito). 2. Scrivere: non mi basta che linkiate un post. Vorrei che mi spiegaste perché lo fate, che magari scriviate una vostra risposta, critica o aggiunta a ciò che nel post in questione si dice o si racconta. Mi accontenterò di un commento, ma idealmente mirerei a un contro-post. Esprimetevi! 3. Mangiare: nulla vi impedisce di farlo anche subito, ma la terza parte del titolo si riferisce, in questo caso, a una parte sostanziosa del… Premio Ammesso che i partecipanti siano più di uno (se fosse uno solo sarà automaticamente nominato vincitore), verrà estratto a sorte tra tutti un premio composto di: a) un libro della mia libreria scelto da me in base alla mia ispirazione del momento (e a qualche indicazione che i partecipanti più astuti lasceranno cadere con eleganza nel partecipare) b) un buono pasto, valido a tempo indeterminato, che dovrà però essere consumato qui a Roma in mia compagnia in una di queste due mitiche location: il kebab di Nizam o il bar degli energumeni che qualcuno dei miei lettori già conosce. Ovviamente, se volete divulgare l’esistenza di questo bizzarro giveaway di compleanno, vi sarò riconoscente! Il risultato sarà molto più divertente.”

Sogni


Una notte, in questa quarantena, ho sognato molto vividamente che mi si offriva insospettata opportunità di evadere di prigione. Non lo avevo davvero pianificato, ma per qualche motivo uno dei miei carcerieri acconsentiva a portarmi a un’inesistente visita medica nel mio quartiere e a lasciarmi lì incustodita, passando a prendermi dopo. Ma mano che il momento in cui mi avrebbero lasciato all’indirizzo, che ancora ricordo, ero sempre più esitante. Mi rendevo conto che non avevo un piano, che non avevo davvero preso sul serio quel maldestro tentativo di fuga basato solo sulla buona fede.

Mi è successo spesso di fare sogni trasparenti. La verità è che alla quarantena mi sono abituata fin troppo. Non sono certa di cosa verrà dopo, ma neppure di cosa vorrei che venisse dopo. Non ho in programma incontri e assembramenti per quando saranno consentiti. Non ho in programma nulla, né di attualmente lecito né di attualmente illecito.

Non escludo alla fine di restare su questo divano, di non avere chissà che voglia di fare altro. Perché questa solitudine è iniziata almeno un anno fa e forse ormai ci ho fatto l’abitudine.

Io il mio l’ho fatto


In questi giorni, per questioni di lavoro ma non solo, mi trovo a rimuginare sul concetto di come non solo le persone, ma anche le istruzioni si difendono quando si trovano in difficoltà. Sono i tempi di crisi quelli che più di altri richiedono soluzioni complesse. Collaborazione, integrazione. Ma è pur vero che quando si è in affanno si ha bisogno di circoscrivere il proprio impegno, per non essere sopraffatti. Da qui a darsi un compito parziale e assolversi da ogni altro più oneroso ragionamento il passo è breve.

Breve e comprensibile. Persino legittimo. Sano, in un certo senso. Pure io se non riesco a fare quello che mi sono imposta (magari irrealisticamente) mi dico di concentrarmi su quello che invece sono riuscita a fare, per non abbattermi del tutto. Me lo ripetono da quando sono entrata nel mondo del lavoro: l’ottimo è nemico del bene.

Però la conseguenza è che si creano dei vuoti di responsabilità. Anche grandi e gravi. Se ciascuno dice “io arrivo fin qui, presumo che al resto penserà qualcun altro”, dietro quella presunzione che non abbiamo l’energia di approfondire si apre una voragine.

A livello di politiche, tipicamente la parte scoperta ha a che fare con qualcosa di “sociale”. Essere homeless non è mica una malattia, la medicina non può dare una casa a chi non ce l’ha. Ma curare con farmaci la polmonite di chi continua a dormire sotto un ponte è inutile se non dannoso. La scuola fa didattica a distanza, mica si può preoccupare di chi ha i dispositivi o la connessione. Men che meno di questioni organizzative delle singole famiglie. Però poi tanti restano esclusi e il mandato costituzionale della scuola pubblica è almeno in parte disatteso.

Ciascuno può aggiungere esempi a piacere. Ma il punto non è criticare per sport, recriminare o peggio identificare colpevoli veri o presunti. Quello che mi chiedo è: farsi venire dubbi e magari cercare qualche soluzione diversa da quelle già pensate è ancora possibile? O siamo tutti troppo spaventati, angosciati, preoccupati di dimostrare che noi stiamo facendo già tutto quello che è umanamente legittimo aspettarsi?

Perché io mi rendo conto che oggi più che mai fare una critica pare un atto di violenza. Ma non sarebbe davvero questa la mia intenzione. Siamo feriti come società, non solo come singoli. Tanti, troppi aspetti spariscono perché “ben altro” è la priorità. Ma come possiamo cercare di incontrarci su un piano diverso da quello dell'”andrà tutto bene”?

Perché qui non si tratta di avere fede e aspettare l’arcobaleno. Si tratta di individuare presto un modo realistico per contribuire tutti, davvero, a individuare vie nuove per un percorso molto molto lungo e impervio. E vigilare tutti perché nessuno sia dimenticato o lasciato indietro.