Cosa pensa l’Europa sulle migrazioni


L'”accordicchio” sulle migrazioni. Così hanno chiamato quello raggiunto ieri e direi che il termine rende il livello del negoziato, nella forma e nel merito. Leggerete tutto e il contrario di tutto sui giornali, ma suggerisco vivamente di fare riferimento al documento originale, questo.

Relativamente ai 12 punti sulle migrazioni, aggiungo solo qualche commento rapido.

Almeno 9 dei 12 punti (io direi pure 11) hanno a che fare, esplicitamente o implicitamente, con un unico obiettivo: impedire l’ingresso di persone al territorio, il più precocemente possibile e con qualunque mezzo. Incluso l’ulteriore supporto alla cosiddetta guardia costiera libica, attualmente indagata dalla corte dell’Aja (punto 2).

Scorrete i 12 punti e cercate di immaginare il costo economico di tutto ciò, coperto con denaro pubblico e quindi con le nostre tasse. Alcune cifre sono esplicitate (500 milioni di euro per il Trust Fund, 3 miliardi di euro alla Turchia – la cifra non c’è, ma a qusto ammonta la seconda tranche dell’accordo), molte altre no. Ma vi invito a farvi due conti di quanto possano costare le cose menzionate (dagli accordi bilaterali ai centri di trattenimento dei Paesi terzi). Almeno non mi venite a dire più che il problema sono i costi dell’accoglienza. L’ordine di grandezza di queste spese, che nonostante le belle paroline spese sulla cooperazione (pochine, peraltro, e tutte concentate nel punto 8) sono soprattutto di carattere militare, hanno una scala incomparabilmente superiore a qualunque spesa mai fatta per l’accoglienza.

Il filo conduttore è la deterrenza. “Eliminare gli incentivi per affrontare viaggi pericolosi”, siano essi dal Medio Oriente o dall’Africa in Europa, oppure da un Paese dell’Europa all’altro. Tradotto in altri termini, l’obiettivo è rendere i nostri Paesi europei luoghi così violenti e inospitali da rendere preferibile a chiunque restare altrove, anche se dove si trova non ha alcuna speranza. Utilizzando tutte le possibili misure legislative e amministrative, a livello europeo (la riforma del Sistema d’Asilo Europeo farà molto) e a livello nazionale. Via libera dunque alla fantasia degli Stati, che già è fervida, su misure che rendano la vita impossibile ai migranti e a chi li aiuta.

In estrema sintesi: abbiamo deciso di spendere ancora più soldi per esercitare in misura crescente la violenza e la discriminazione fuori e dentro i confini europei. Capisco facilmente come questo possa convenire politicamente e soprattutto economicamente ad alcuni, ma come molti degli altri possano credere che questo accrescerà la sicurezza per tutti noi mi è sinceramente incomprensibile.

Rifugiati. Credetemi, non ci rendiamo conto


“I rifugiati veri sono una percentuale piccolissima”, tuonano i nuovi esperti di diritto internazionale. “Ammettiamolo, sono tutti migranti economici”. A sentir loro l’Italia e il mondo (le due cose praticamente coincidono, visto che queste persone sostengono anche che “vengono tutti da noi”) sono pieni di gente che ci prova, di furbacchioni scrocconi o, nella migliore delle ipotesi, di gente ingenuotta che ha visto sculettare una ballerina in TV e pensa che qui i soldi crescano sugli alberi (il nesso tra le due cose un po’ mi sfugge, ma tant’è).

Domani è la Giornata Mondiale del Rifugiato ed è uscito l’annuale rapporto UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, non una losca ONG pagata da Soros), che vi invito a leggere. Siccome vi invito davvero a farlo, non riporto qui tutti i dati inequivocabili che vi troverete, illustrati anche da comode infografiche. Mi soffermo solo su qualcuno.

Il numero di persone costrette a lasciare le loro case a causa di guerre, violenze, persecuzioni ha segnato un nuovo record: 68,5 milioni. Di questi, hanno chiesto protezione in un Paese industrializzato appena il 15%. Più di due terzi dei rifugiati del mondo provengono da Siria, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar, dove la persecuzione dei Rohingya ha costretto alla fuga nel vicino Bangladesh dalla fine di agosto 655.500 persone in 100 giorni.

Rileggete un attimo l’ultima frase. Cercate di immaginare 655.500 persone (per più della metà bambini) che arrivano in 100 giorni in uno degli Stati più densamente popolati del mondo: in un’area di circa 144mila chilometri quadrati vivono ben 150 milioni di abitanti. Come se nella sola Italia settentrionale più la Toscana abitassero tutti gli italiani, i francesi e gli spagnoli. Un Paese in cui il 36% della popolazione vive in condizione di povertà estrema. A titolo di confronto vi ricordo che quando 856.723 persone arrivarono in Grecia in un anno l’intera Unione Europea definì la crisi ingestibile e ancora oggi, a tre anni di distanza, ne sopportiamo tutti le conseguenze.

Alla fine del 2017  13,4 milioni di persone vivevano in esilio da più di 5 anni, senza aver avuto la possibilità di diventare cittadini né di rientrare nel proprio Paese. Ben 3 milioni si trova in questa condizione da più di 38 anni. 38 anni. Rileggete un attimo anche questo numero e immaginatelo tradotto in vita vera, vostra e della vostra famiglia.

E a chi dice che si blinda il Mediterraneo e si armano le frontiere per salvare la vita alle persone che altrimenti si imbarcano in viaggi eccessivamente pericolosi mi sentirei di far notare che il numero di persone che hanno usufruito nel 2017 dei programmi di reinsediamento (arrivo legale di rifugiati programmato dai governi in collaborazione con UNHCR) è diminuito del 54% rispetto al 2017: appena 102.800 complessivamente. Avete capito bene: 102.800 in un anno. In tutto il mondo. Chi vogliamo prendere in giro?

Eh, ma noi siamo invasi. E’ proprio che non c’è più posto. Vi invito a guardare i numeri: in questi primi 6 mesi sono sbarcate in Italia 15.610 persone. In un Paese di 60,5 milioni di abitanti, con il settimo PIL al mondo. Davvero una questione di vita o di morte, che autorizza a commettere omissioni di soccorso e/o omicidi. Che vergogna.

Non ammetto


“Non conviene ammettere che la maggioranza di quelli che sbarcano in Italia sono migranti economici?”. In questa specie di incubo in cui mi sembra di vivere da qualche giorno, in cui falsità e approssimazione imperano ovunque (e non più solo nei talk show televisivi, ma in tutte le sedi istituzionali senza eccezione), persino tra “quelli come me” (leggi: gli sfigati che non solo si mangiano il fegato a sentire esternare tante pericolose idiozie, ma sono persino nuovamente additati come sospetti agenti di malaffare o nel migliore dei casi buonisti) sento esprimere questa posizione “di buon senso”.

No, l’ho già spiegato altre volte. Io non ammetto (come peraltro se stessi confessando una bugia detta in precedenza…) quello che credo sia falso. Neppure se può sembrare conveniente – e in questo caso non credo davvero che lo sia.

Premettendo che la migrazione tutta per me dovrebbe essere valorizzata e gestita come uno dei principali motori di civiltà del nostro mondo, pur non essendo mai priva di sfide, dolori, lacerazioni e conflitti, e quindi non sarò certo io quella che criminalizza chi si trasferisce per qualsivoglia ragione da uno Stato all’altro, per me c’è una differenza innegabile tra un italiano che cerca migliori opportunità lavorative all’estero (tipico esempio di migrante economico, peraltro numericamente in crescita) e chi lascia il suo Paese per cercare accesso ai diritti fondamentali. Per me vale la definizione di rifugiato della Costituzione italiana: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo”. Alla luce di questa definizione io credo di poter serenamente affermare di non aver mai incontrato “rifugiati finti”.

E a chi mi ha chiesto se penso che sia più efficace una battaglia per far considerare rifugiato chi rientra in tale definizione (ossia il circa cento per cento delle persone che sbarcano) oppure lottare perché coloro che si definirebbero allo stato attuale migranti economici possano entrare e restare legalmente, io ho risposto e rispondo anche qui che non vedo le due battaglie come alternative. In questo clima politico ma soprattutto culturale che mi atterrisce e mi fa orrore, io intendo lottare per un pieno rispetto del diritto d’asilo nello spirito della convenzione di Ginevra, della Costituzione Italiana e possibilmente aggiornato alla luce della realtà contemporanea e per una politica migratoria equa e lungimirante che preveda canali di ingresso esistenti, legali e accessibili e misure che rendano possibile un soggiorno sicuro e dignitoso per i migranti economici.

Per inciso, se le due cose andassero di pari passo tutto sarebbe molto più gestibile, economicamente conveniente e utile al progresso dell’Italia e dell’Europa da ogni punto di vista. E va da sé che se ci fossero canali legali molti, pur potendo accedere alla protezione internazionale, sceglierebbero quelli. Esattamente come succedeva prima di Schengen, quando quasi la totalità dei richiedenti asilo viaggiava ed entrava legalmente.

Yayla


I ricordi di infanzia Nizam li ha sempre condivisi un po’ con il contagocce, ma gli animali (mucche, ma specialmente pecore) c’entravano quasi sempre. Così ho imparato la parola turca yayla, che indica i pascoli alti dove si andava d’estate, ma anche la transumanza in sé, con tutto il suo contorno di sapori, odori, racconti. Nizam alla yayla ci andava con il nonno alla fine della scuola e al ritorno tornava a casa con un agnellino come premio. Tante volte poi ho chiacchierato con Barbara Summa dei punti di contatto tra le tradizioni anatoliche e quelle nostrane, che sfilano lungo i tratturi tra Abruzzo e Puglia. I ritmi, le feste, i matrimoni, le doti. Quello strano filo rosso di cose locali, localissime, che allo stesso tempo scavallano i confini e creano collegamenti inattesi.

Credo capirete quindi che emozione sia per me il titolo di questo CD (anzi, doppio CD), che è l’esito di una collaborazione insolita tra Centro Astalli e Appaloosa Records, dovuta al talento e alla generosità di Claudio Zonta. Sto rivivendo un po’ lo stupore di vedere i miei colleghi diventare personaggi di un romanzo di una delle scrittrici che amo di più. Oggi un bel po’ di miei amici musicisti, italiani e rifugiati, si sono dati appuntamento con altri, più famosi di loro (per ora) in un vero prodotto discografico, che sarà possibile comprare nei negozi e sul web. Una sostanziosa parte del ricavato andrà a sostenere i progetti del Centro Astalli nelle scuole, per continuare in questi tempi complicati a far sentire la voce dei rifugiati dove è più urgente e importante che si senta, dove ancora si è disposti ad ascoltare.

Il CD sarà in vendita dal 20 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato, ma fino ad allora abbiamo deciso di lanciare un’idea creativa a cui spero che tanti di voi vorranno contribuire. Da oggi al 20 giugno 2018 vi chiediamo di seguire (se non lo fate già) il Centro Astalli su Facebook e/o su Instagram e di postare sui vostri profili una foto che interpreti l’hashtag #failtuoaccordo (ad esempio mentre suonate uno strumento, ma non necessariamente: ogni interpretazione è valida). Vorremmo dire tutti insieme che esistono accordi per costruire muri, ma anche accordi per oltrepassarli… Non dimenticate di taggare il Centro Astalli (@Centroastalli) e usare l’hashtag #failtuoaccordo, così riusciremo a rintracciare i vostri scatti, che condivideremo sulle nostre pagine social. Tra tutti i partecipanti estrarremo a sorte il vincitore di una copia di Yayla, musiche ospitali.

Mi daresteuna mano a diffondere? Grazie mille a tutti!

14 anni di giorni così


Ho un problema con la memoria. Fatico a collocare le date nel tempo, ad esempio. Al mio esame di dottorato mi chiesero di indicare in un modulo la data di laurea. Panico assoluto. Non sapevo dire l’anno, non sapevo dire il mese. Sapevo che era mercoledì pomeriggio e tanti dettagli che sono rimasti scolpiti nella mia memoria. Ma la data, quella proprio no. Mi salvò una mia amica, che mi aveva accompagnato.

Fatico a ricordare gli importi e ancora di più a stimarli. Mi capitava che il mio capo mi chiedesse: “Ma di quanto era il budget del progetto X?”. Il vuoto. “Ma dài, circa. A spanne”. No, non a spanne. Per me 10.000 o 650.000 hanno la stessa possibilità di essere la risposta giusta a una domanda così. Però ricordo tantissimi dettagli di ogni progetto che ho scritto, le trattative con i partner, le discussioni sugli indicatori. Ma le cifre, quelle no.

Anche per dire quanti anni ho faccio il conto dall’anno di nascita. Oggi stavo per scrivere a un’amica: “Dài, facciamo una festa per i miei 45 anni, visto che i miei 40 li abbiamo festeggiati insieme!”. Poi ho avuto un flash visivo e mi sono ricordata i palloncini a forma di 4 e 5 che Meryem mi ha fatto comprare a dicembre scorso e ho ancora gonfiati in camera. Allora ho fatto il conto e in effetti 45 li ho già. Ma quanti anni hanno le mie sorelle? Mio zio? Ogni volta che mi dicono una cifra dico sempre: ma noooo! E poi conto… e invece è quasi sempre giusto. Ma anche a stimare le età sono un disastro. O le distanze: 100 m, 600 m, 3 km sono tutte misure che non hanno per me corrispondenza alcuna.

Insomma, fluttuo nel tempo e dello spazio, aggrappandomi ai dettagli che evidentemente il mio cervello classifica come rilevanti. Non si può dire che abbia proprio la stoffa della storica, anche se mi piacerebbe.

Mi salvano i ricordi di Facebook. Mi aiutano a mettere ordine in quello che è accaduto, a stabilire cronologie relative e assolute. Oggi ad esempio mi hanno ricordato che è il compleanno di questo blog.

Se rileggo qua e là in questi post, a volte più fitti, a volte più radi, cosa trovo? Non i fatti, in genere, non gli episodi. Ma i pensieri sì. A volte la rabbia, a volte l’entusiasmo. Non tanto le cose che mi sono successe, ma il loro ripieno, quello che le animava. Quello che in me hanno lasciato, anche a distanza di tempo. Magari di anni. I conti aperti, le questioni che mi si ripropongono più e più volte. E quello che ogni giorno mi incuriosisce e che amo. Come il pranzo di oggi, che mi ha trasportato prima nello Zen di Palermo e poi a Catania (San Berillo e Librino), attraverso gli occhi illuminati di un artista. Come la conferenza di qualche ora fa, che abbiamo pensato, costruito e ora è passata, lasciandoci tanto da riflettere sull’Afghanistan e sulle politiche europee. E stasera, qui sul mio divano, mi pare di veder scorrere questo fiume di pensieri, con le sue rapide e le sue secche.

Penso a quante volte mi dico che non posso più continuare così e poi invece continuo. Penso a quante volte vorrei non essere me e invece poi mi sveglio ogni mattina e mi saluto allo specchio pensando che in fondo in fondo anche essere me ha un suo perché.

 

In difesa della complessità


Torno su un argomento che mi è caro (ne ho già scritto qui) e che ritengo estremamente importante. Partiamo da questo video, uno spettacolare TED talk della scrittrice Elif Shafak che merita di essere gustato tutto, parola per parola (no, trascrizioni italiane non ce ne sono, ma applicatevi che ne vale la pena).

Tra i molti punti che meritano di essere sottolineati in questa conferenza vi proporrei questi:

  • in questi tempi liquidi c’è un grande desiderio di semplicità, da cui i demagoghi di ogni risma traggono spudoratamente vantaggio;
  • anche se sembrano diversissimi tra loro, se considerati in questa prospettiva, un politico populista o nazionalista (ve ne viene in mente qualcuno, in questi giorni, cari connazionali?), un imam fondamentalista, un supremazista bianco sono tutti accomunati da un aperto disprezzo per la pluralità;
  • il dibattito pubblico, la comunicazione, persino il dibattito accademico pare ridotto alla mera opposizione binaria, pro o contro;
  • il concetto di identità singole (e magari contrapposte) è illusorio, qualsiasi nostra esperienza ci dice che noi viviamo e siamo molteplicità (di identità, di attaccamenti, di emozioni, di amori);
  • tutto concorrere a costruire e diffondere un clima di ansia e di paura, ma arriva un punto in cui ci si stanca di aver paura e da qui, forse, si può ripartire.

 

 

Vi lascio tre consigli di lettura, per iniziare a restituire complessità a narrazioni che quando vengono fatte sono puntualmente ridotte a un film western (buoni o cattivi). Ve le metto rispettando l’ordine di probabilità che questi temi hanno di presentarsi nella vostre conversazioni in famiglia e con gli amici e anche in ordine crescente di coraggio e determinazione che le letture in sé richiedono (l’ultima è in due tomi…).

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori. Mondadori 2018.

Nico Piro, Afghanistan missione incompiuta 2001-2015. Lantana 2016.

Alberto Elli, Storia della Chiesa Ortodossa Tawāḥedo d’Etiopia. Edizioni Terra Santa, 2017

Lavorare


Per il primo maggio, forse più degli anni precedenti (ma magari è solo una mia impressione), ho letto sui social aforismi, considerazioni, riflessioni sul lavoro. E allora mi sono fermata a pensarci un poco. Tra una cosa e l’altra, borse di studio, traduzioni e collaborazioni occasionali escluse, posso considerarmi una lavoratrice dall’inizio di questo millennio. Come stipendiata, dunque, ho raggiunto la maggiore età. Questo pensiero mi suscita considerazioni contrastanti.

Da un lato, ripensando a quel fatidico 2000, riconosco che ha costituito per me un gigantesco bivio. Ho preso (non solo quell’anno, ma soprattutto quell’anno) alcune decisioni che hanno in larga misura determinato la mia condizione attuale. Ho rimpianti? Direi proprio di sì. Enormi. Non passo tutto il mio tempo a chiedermi quanto sarebbe diversa la mia vita “se invece…”, ma non lo faccio solo perché sono convinta, in linea di principio, che non serva a niente. Però se avessi 50 centesimi per ogni volta che l’ho pensato certamente la mia capacità d’acquisto sarebbe ben maggiore di quella attuale.

Comunque io la pensi, devo dunque ammettere che quando ho iniziato a lavorare, peraltro nello stesso posto dove lavoro oggi, non ho mai pensato neanche per un attimo la frase: “Ho trovato lavoro”. Neppure quando questo impiego ha assunto una forma contrattuale stabile, 6 anni dopo, mi è venuto in mente di festeggiare questa tappa. Perché io, in effetti, IL lavoro non l’avevo ottenuto. Continuo dopo tutti questi anni a considerarmi una che non ha raggiunto un obiettivo professionale, una che ha fallito. La notizia era che nonostante questo avevo una mia collocazione, mi mantenevo, mi occupavo di questioni che mi stavano a cuore e mi stimolavano abbastanza, imparavo a fare cose, non mi annoiavo, mi barcamenavo anche a gestire questioni lontanissime dalle mie competenze e attitudini. Questo è in gran parte vero anche oggi.

Con il senno del poi, naturalmente, il mio è un lavoro a tutti gli effetti. Sarebbe l’ora di cominciare a considerarlo tale. Al momento, per varie ragioni che ogni tanto ho cercato di spiegare, è allo stesso un po’ di più e un po’ di meno di un lavoro per me. E’ piuttosto una condizione, un modo di essere quello che sono ora. Un contenitore sufficientemente flessibile per non starmi scomodo, la maggior parte del tempo.

Quello a cui ambivo, forse, non era un lavoro. Era la felicità, la mia personale idea di felicità. Magari solo un sogno di felicità, chi può dirlo. Ancora ne colgo qualche bagliore, ogni tanto, quando un amico mi spinge a riaprire quel vaso di Pandora che ho chiuso in un cassetto tanto tempo fa. Lo richiudo, diligente, ogni volta. Perché come lavoratrice, molto più che come donna o come studiosa, sono diligente, disciplinata, rispettosa dell’autorità. E tutte le volte che in un modulo mi viene richiesto scrivo “impiegata”.