La bravura, quanto è scivolosa


Oggi ho letto un post che mi ha colpito dritto al cuore e la cosa non mi ha stupito, perché l’autrice, oltre ad essere una persona a cui voglio bene, possiede certamente l’immenso talento di trovare le parole giuste. Per questo, come usavamo fare in tempi lontanissimi, ho pensato di rispondere, o piuttosto da partire da alcune sensazioni che mi ha lasciato per condividere qualche riflessione anche io.

Io sono stata a lungo considerata brava. A scuola certamente, all’università, nella ricerca. Nel mio lavoro, entro certi limiti. Ma che significa poi brava? La bravura, ricorda Valentina, è un concetto maledettamente scivoloso.

Essere considerata brava non mi ha impedito di essere conclamatamente perdente. Credo di essermi inserita in quel passaggio cronologico in cui la categoria di “mediamente povero, ma di riconosciuto prestigio culturale” di cui facevano parte i miei genitori è stata abrogata. E allora per me la definizione di brava si è sovrapposta a quella di inetta, poco furba, inadatta a questo mondo. Ergo, ai margini.

Alla fine il destino mi ha portato a lavorare proprio ai margini, anche in virtù di un’affinità irrefrenabile che mi riconosco con gli sconfitti del mondo. Ma da quando ho una figlia, i dubbi si sono moltiplicati. Anche per tutte le complessità oggettive e di contesto di cui parla Valentina.

E come madre, sono brava? La bravura, quanto è scivolosa. Sono una madre sufficientemente buona quando mi pare che lei si fidi di me, condivida i suoi dubbi e i suoi desideri? O quando, raramente, mi mostro decisa e sostanzialmente priva di esitazioni?

Penso alla frase di Danilo Dolci, sull’educare senza nascondere l’assurdo che c’è nel mondo e, in modo particolare, il guazzabuglio che ho nella testa e nel cuore. O forse quello è bene nasconderlo, o quanto meno schermarlo un po’?

Caspita se si è soli, quando si è genitori di adolescenti. Nudi su una strada deserta, pronti a nasconderci dietro la patina rassicurante della versione ufficiale che raccontiamo ai familiari, agli amici, a noi stessi.

Almodovar di domenica mattina


Sono andata a vedere Madres paralelas una domenica mattina al Farnese. Una strategia per riempire un weekend in cui gli spazi vuoti mi facevano più paura del solito. Questa non è una recensione, ma uno spazio che mi concedo per seguire un pensiero che mi ha accompagnato insistentemente di scena in scena, un po’ a prescindere dal messaggio complessivo.

Mi ha colpito molto il fatto che ogni aspetto dell’essere donna delle due protagoniste sembrasse legato a fil doppio al bastare a se stesse. Con gli uomini nessun rapporto pare possibile: lontani, tenuti all’oscuro, violenti, egoisti, meschini. Comparse necessarie.

A quasi 50 anni confesso di avere molte ragioni per credere che ci sia del vero. Eppure continuo a sognare, con sempre meno convinzione in verità, uno spazio comune di ascolto, dialogo, condivisione vera. Senza che ci sia bisogno che uno spinga via l’altro per non essere sopraffatto.

Stasera l’esperienza smentisce ancora una volta il sogno. Guardo vetri infranti, in senso figurato, e penso a come invece fantasticavo che le cose andassero. A qualcuno che li raccoglie, quei vetri, anche rischiando un minimo.

Non capisco


Sarà la stanchezza. Sarà l’età. Sarà, più probabilmente, l’inevitabile logorio della mente di chi ha intensamente a che fare con un’adolescente. Fatto sta che ho sempre più difficoltà a capire e a farmi capire. “Non ci capiamo”, abbiamo constatato un paio di volte oggi con un collega. Poi si va avanti e a un certo punto si dà per buono di essersi capiti. Sarà così?

Le comunicazioni whatsapp sono il regno del fraintendimento. Per quanto mi ci applichi, non mi pare che funzioni se non per informazioni di servizio. E non si va meglio con i vocali. Non più tardi dell’altro ieri ho scritto un messaggio abbastanza lungo e ponderato. Risultato: la stessa risposta standard che avrei rimediato comunque.

No, non capisco. Alcune cose non le ho mai capite in ogni caso. Altre, tipo le cose che diceva Meryem, fino a un passato piuttosto recente credevo di capirle. E poi c’era tutto quello che non si poteva capire, per definizione: le esperienze dei rifugiati, ad esempio.

Ma ora davvero vedo mille occasioni in cui sono certa di non capire. E allora provo a stare zitta. Non sempre con successo, in realtà.

Meno ma fa male (ancora)


L’altra sera, a tradimento, mi sono ritrovata a parlare a Meryem del viaggio in treno durante il quale ho appreso l’esito dell’ultimo concorso universitario che ho sostenuto. Mi sono trovata gli occhi pieni di lacrime senza nemmeno rendermene conto.

Stamattina un’amica ha menzionato un sito archeologico fenicio e prima il cuore ha iniziato a battermi più forte, poi i pensieri hanno iniziato a correre all’impazzata verso intricate congetture su divinità sconosciute ai più, che ho interrotto ben più di un decennio fa.

Ma non passa mai? mi sono ritrovata a chiedermi con una certa esasperazione. Ormai è andata. Eppure, appena mi distraggo un attimo, mi dimentico del tutto del pezzo della mia vita attuale, a cui pure razionalmente do valore e la cui durata ormai supera abbondantemente quella della “vita precedente”. Me lo dimentico e per un attimo ritorno a quella sensazione di infinite possibilità e anche di fiducia nelle mie capacità. “A 20 anni è tutto ancora intero”, cantava Guccini in una canzone la cui saggezza apprezzo solo ora, ma anche “a 20 anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”.

Le mie balle erano decisamente affascinanti e ancora mi fanno venire le farfalle nello stomaco. Nell’immagine che illustra il post si vede un’iscrizione che ha reso molto fiera la me ventenne. Ancora oggi la guardo e sorrido.

Cosa voglio fare da grande


“Ma ancora ci scrivi, sul blog?”. Non lo so, idealmente sì. Nei fatti, spesso, non lo faccio. Riflettevo sul fatto che, al di là delle intenzioni, questo blog ha avuto la sua vera giovinezza quando ha svolto la funzione di supporto multidisciplinare alla mia maternità. Era il luogo dove potevo parlare di quello che mi stava a cuore e cercare di mettere insieme i pezzi di me stessa in anni di tempesta e sconquasso, interno e esterno.

È stato anche il luogo dove ho imparato che ci sono molti più modi di essere in relazione con le persone di quanto immaginassi. E che quindi, in un certo senso, poteva essere un modo di essere meno sola.

E oggi? Oggi che i figli sono grandi e devono avere la loro privacy, oggi che rimpiangiamo l’ingenuità che ci vedeva convinte e convinti che i nostri blog fossero sostanzialmente anonimi, slegati come erano dai profili social, posso ancora scrivere qui e sentirmi meno sola?

Ricordo una riflessione di Anna Lo Piano, che cito a braccio (ma poi cerco anche il link, magari*), sul fatto che l’adolescenza penetra come una lama esattamente nella finestra temporale che ci vede più fragili, come donne. Quando si comincia a invecchiare e ci assale un impulso irrefrenabile di fare bilanci impietosi.

Ma hai deciso che vuoi fare di grande?, chiedeva giorni fa un oroscopo su cui mi è cascato l’occhio. No, a dirla tutta no. Intanto perché già guardare al futuro, in questo momento è un atto di fede. Eppure io lo pretendo che ci sia ancora tempo, che ci sia l’opportunità di provare ancora a trovare una direzione.

Ci sono giorni come oggi. In cui non riesco a fare di meglio che mettere un passo dopo l’altro, cercando di non pensare a dove vado. E poi, domani o tra un mese, ci saranno giorni diversi.

*Ne trovo più di uno., di post. Questo, ad esempio.

Vacanze con adolescenti


Dopo anni di vacanze sola con Meryem, quest’anno mi è parso saggio osare la vacanza in gruppo, che consentisse la compagnia di suoi coetanei. Sono ancora in mezzo a un’esperienza certamente travolgente e intensa, quindi non ho ancora fatto sedimentare a sufficienza le sensazioni.

Ma oggi una similitudine mi ha colpito con la forza di una rivelazione. Viaggiare in compagnia di un gruppetto di adolescenti è un po’ come andare in barca a vela. Tutti i genitori credo abbiano esperienza di quanto frustrante e faticoso sia avere contro il mugugno di un figlio immusonito, di quale resistenza passiva (o attiva) possa fare al programma in apparenza più ragionevole, quanta violenza sferzante ci sia in alcune frasi buttate lì (“io non ci volevo neanche venire”; “l’anno prossimo piuttosto resto a casa”; “se te ne vai sono più contenta”).

Eppure ci sono momenti, rari e perfetti, in cui si viaggia con gli adolescenti a favore. E allora nulla supera la poesia di vederli ridere di cuore, collaborare, prenderti una valigia dalle mani con premura, rendersi ridicoli insieme a te, con un cameratismo che profuma di giovinezza. La giornata scorre via perfetta e tu, genitore, ti illudi persino che sia un po’ merito tuo. Magari è la volta buona che hai capito quando orzare e quando poggiare, magari sentono la tua mano un po’ più ferma sul timone.

Poi cambia il vento e capisci che, come tutte le grandi fonti di energia, l’adolescenza, quando qualcosa va storto, se ne frega delle tue teorie e della tua esperienza. Qui sull’Etna ci hanno raccontato di quando i marines sono arrivati da Sigonella per fermare una colata lavica, con gran copia di mezzi e di coreografia. La colata alla fine si è fermata a pochi passi dalle case, quando ci hanno portato in processione la Madonnina locale.

Ecco, con gli adolescenti è così. Ci vuole fede, oppure culo. O meglio, un po’ di tutte e due le cose. Ma anche nelle buriane più dolorose è bello conservare l’immagine di quelle ore di navigazione serena e gioiosa, in cui i loro occhi ti hanno illuminato il cammino.

Le normaliste e l’università italiana. My two cents


Non avevo ascoltato, pur avendolo visto comparire a tratti sui social, il discorso delle tre studentesse della Normale. Oggi mi sono imbattuta in un commento piuttosto critico e questo mi ha offerto l’occasione di ascoltarlo e riflettere un po’, alla luce della mia esperienza personale.

Premetto che il discorso delle ragazze in sé sollevava questioni diverse tra loro, cercando di tenerle insieme con una argomentazione un po’ lacunosa e certamente (in questo concordo con l’articolo) piuttosto ideologica. Non sono pertanto rimasta particolarmente folgorata dall’acutezza dell’analisi in sé. Tuttavia il discorso evidenziava alcune questioni gravi, che mi pare ci sia estrema reticenza ad affrontare esplicitamente.

Su tutte, una. Il mandato, la mission, dell’università pubblica. Le risorse investite sono meno della media europea, dicono i dati e, aggiungo io, singolarmente mal spese. La platea dei laureati è ancora bassa rispetto alla media europea, eppure non pare che il messaggio pubblico sia quello che dovrebbero aumentare. E la ricerca? Qui il discorso sarebbe lungo, ma in molti settori la fuga all’estero dei laureati migliori, ben formati dalla nostra istruzione pubblica, la dice lunga sulle prospettive offerte in Italia in termine di carriera, di retribuzione e anche, banalmente, di sostenibilità.

Credo che da anni si stia cercando di tenere insieme, malamente, due concetti ben difficilmente conciliabili. L’Università italiana del passato, elitaria per definizione e per vocazione, luogo di formazione e indirizzo della classe dirigente politica ed economica e, come tale, fieramente poco inclusiva (non necessariamente solo o prevalentemente rispetto al reddito); e l’Università moderna, che esiste a sprazzi qui e là, che è un ente di formazione per un pubblico ampio e che, contemporaneamente, dovrebbe anche produrre ricerca originale in linea con i variegati standard via via definiti a livello internazionale (spesso biecamente quantitativi). In questo bipolarismo si inseriscono le università private, che strizzano l’occhio all’uno o all’altro aspetto, a seconda della loro natura specifica. Ma su quelle non mi soffermo.

L’Università, per come l’ho vissuta io (non solo da studentessa ventenne, ma anche da dottoranda e da docente a contratto*) è soprattutto, ancora oggi, un luogo di potere. Potere che si manifesta in molte forme diverse, la cui violenza è grosso modo proporzionale alla quantità di denaro correlato (ma non solo). Non meraviglierà dunque riscontrare nell’Università italiana le stesse dinamiche che abbiamo visto e vediamo nella vita politica: un certo scadimento di livello, meno remore ad agire smaccatamente per il proprio tornaconto personale, logica clientelare a scapito della libertà di giudizio e di pensiero, ritrosia ad assumere posizioni nette e anche una certa generale incapacità e persino rifiuto tinto di snobismo di gestire aspetti (si veda ad esempio la programmazione e la progettazione) che ormai sono compiti ineludibili di chi ha una posizione di responsabilità in un ente pubblico. Sono stata testimone diretta di scelte suicide che hanno portato a chiusura di cattedre, smembramenti di dipartimenti, smantellamento di istituti non dettate da alcuna logica neoliberista, ma da banalissimo disinteresse di professori anziani non interessati a nulla di diverso dal proprio prestigio personale (e conto in banca). Gente che si riteneva in diritto, in virtù della propria posizione, di disinteressarsi di qualsiasi prospettiva futura.

Sto parlando, peraltro, di docenti “eccellenti” e a loro modo straordinari, scientificamente e a volte anche didatticamente. Ma che hanno cercato (di solito goffamente) di utilizzare strumenti nuovi o rinnovati (finanziamenti, PRIN, concorsi, eccetera) per perpetrare il sistema di potere in cui loro stessi, talora assai giovani, erano stati ammessi. Vorrei vedere in chi ha ruoli di spicco nell’università e nella ricerca pubblica, almeno un briciolo di senso dello Stato. Termine magari desueto, che implica rispetto dell’istituzione, ma soprattutto il dovere di contribuire alla sua crescita e di fare in modo che contribuisca al bene comune e alla promozione dei valori della nostra Costituzione.

Mi accorgo, scrivendo, di sembrare un po’ estrema e emotivamente coinvolta. Confesso, lo sono. Chi mi conosce sa che i fatti, numerosi, a cui faccio riferimento ancora mi bruciano. Non tanto e non solo perché non ho avuto la possibilità di fare il lavoro in cui, a detta di molti, eccellevo. Ma soprattutto perché ho visto disperdere senza alcun ritegno generazioni di studiosi brillanti e formati con risorse pubbliche, talora per oltre dieci anni, scegliendo di voltare le spalle al futuro, tanto della didattica che della ricerca, per arroganza, disinteresse, ignavia, assopimento nel proprio squallido privilegio. E la cosa più dolorosa è stata vedere questo stesso meccanismo riprodursi anche in alcuni di quei pochissimi della mia generazione che sono entrati in quel sistema (tipo l’autore dell’articolo linkato all’inizio, mio coetaneo). A riprova del fatto che si tratta di una logica e di una cultura e non solo dell’atteggiamento del singolo.

Il tradimento più grande e grave è stato quello di toglierci la speranza di contribuire, con i nostri studi e le nostre ricerche, a costruire un’Università migliore e anche una società migliore. I primi a ridere di noi sono stati gli stessi professori che con il loro lavoro, i loro scritti e le loro lezioni avevano aperto davanti ai nostri occhi quella prospettiva, certamente ingenua (vedo già il sorrisetto di Giunta e di quelli come lui), ma sana e sacrosanta. Lo slancio di cittadini giovani che volevano impegnarsi e contribuire davvero, mettendosi in gioco in prima persona a costo di sacrifici anche rilevanti. Una istituzione pubblica che smantella e affossa questo fa un danno grave e duraturo, i cui risultati sono credo sotto gli occhi di tutti.

Delle donne no, oggi non scrivo. Sarebbe davvero troppo. Vi basti questo: mia madre, che era assistente universitaria, rinunciò alla carriera accademica all’Università Cattolica di Milano alla fine degli anni ’50. L’unica volta che ne abbiamo parlato mi ha dato motivazioni che certamente erano assolutamente valide negli anni ’90 e 2000, come ho imparato a mie spese. Temo che lo siano anche oggi.

* Mi si consenta di aprire una parentesi sul tono singolarmente sgradevole e volgare scelto da Giunta. No, l’intelligenza e la presunta (e autoproclamata) superiorità non giustifica tutto. Si può argomentare senza offendere, sminuire o ridicolizzare e Giunta ha scelto invece una strada ben nota all’accademia vecchio stile: dare per scontato, sghignazzando e dando figuratamente di gomito al collega, che i giovani non abbiano niente di interessante da dire. Specialmente, oserei aggiungere, se di sesso femminile.

Mio padre e i tre porcellini


Un paio di settimane fa, cercando materiali utili a una giovane dottoranda tra le carte di mio padre, ho trovato un suo scritto che rende benissimo quello speciale tipo di scherzi letterari che a casa mia erano pane quotidiano e in cui lui in particolare eccelleva. Da piccola, pur non comprendendo pienamente tutti i riferimenti, questi standard mi parevano del tutto normali. Il che spiega molte cose, temo…

Il foglio, dattiloscritto, è titolato a penna blu in calligrafia falsamente infantile. (Sospetto che il titolo potesse essere un tema reale assegnato a qualcuna delle mie sorelle: è datato 16 giugno 1986).

Tema: Illustrate un’opera classica che vi ha colpito e spiegate perché

Componimento

Santola Màrica, quando avevo sei o sette anni, mi regalò un album illustrato che, allora, era pubblicazione da famiglie borghesi, intellettuali, cittadine e benestanti ed oggi ha un notevole valore di affezione in quanto deve essere una delle prime edizioni italiane a colori dei disegni di Walt Disney. Era la storia dei tre Porcellini. Se ancora ricordo contenuto e figure, fra le migliaia e migliaia di libri letti e visti, se i suoi personaggi e la loro Weltanschauung la vincono ancora nei miei ricordi come massime di comportamenti attuali e saggie, vuol dire che fui molto lusingato, fiero, colpito da quel dono. Oppure che nella storia, genialmente proposta alla società americana degli anni trenta da un socialista umanitario, come De Amicis o Charlie Chaplin, quale fu il geniale inventore dei cartoni animati animalesco-umani, v’era un significato ricco di secolare esperienza umana. Fatto sta che me lo ricordo ancora e che mi piace identificarmi, per le scelte difficili e paganti della mia vita, nel porcellino saggio: il più maturo e lungimirante dei tre.

L’identificazione psicologica nasce, mi sono detto tante volte, da un contrasto. Istintivamente mi era congeniale l’allegra ed immediata spontaneità scioperata del primo porcellino. Anteporre alla propensione al canto e alla socievolezza senza remore il dovere molesto di pensare a dove rincasare mi è sempre sembrato reazione di vecchi notai, come il Pepli Grusovin, avaro collezionista senza figli di francobolli, di professione notaio pieno di soldi, che centellinava persino i saluti per strada ed aveva una moglie di età indefinibile che sembrava imbalsamata con una carica meccanica che la facesse muovere in sorrisi stereotipi. Neppure il secondo porcellino mi stava antipatico, almeno fino a non avere letto la fine lieta e drammatica del racconto. La sua inclinazione a sbrigarsi nel fare, per convenzione più che per convinzione, le cose che si fanno, la sua moralità superficiale per non farsi passare per stravagante e insieme non impegnare troppo del proprio desiderio di allegria e socievolezza apprezzata, mi piaceva. Un po’ di impegno, per la casa di rami, solleticava una vena o geniaccio manuale ed ingegneristico, senza costringere ad una regola di lavoro senza respiro per gli accostamenti e le soluzioni della fantasia, con qualche precario risultato estetico e con la previsione di avere comunque un riparo medio, come tutti gli altri maiali del mondo. Entrambi i due primi porcelli col codino arricciato ed il berrettino alla marinara, come il mio e quello uguale di mio fratello Mundi, mi piacevano ed attiravano infine in una elementare solidarietà per la loro genuina allegria e la loro spavalda sicurezza. Chi ha paura del lupo cattivo? Lo vogliamo pigliare vivo! Non gli avrebbero naturalmente fatto alcun male. Ridevano ballando e cantando di lui e del suo spauracchio che aveva atterrito generazioni di porcelli, loro imbelli e grassi progenitori.

Il meno simpatico dei tre mi pareva proprio il terzo maialino: previdente, apparentemente asociale e calcolatore per il suo tornaconto, un po’ fifone come la stirpe dei maiali, destinati, dopo tutto il loro preoccuparsi del cibo e della quiete, a diventare prosciutti con fine sanguinolenta e ingloriosa. Barba Toni, che uomo mite e buono lasciò in eredità al figlio Ado, semplice, sentimentale, il mestiere truce di “purzitèr”, mi aveva quasi obbligato a constatare con angoscia questo destino dei suini. Ragione di più per solidarizzare con la malinconica e intensa allegria umanistica dei primi due.

Eppure come mio modello sociale scelsi il terzo. Solo lui, compresi a fatica, era un realista e non sacrificava a fallaci illusioni la gioia di vivere e di cantare, con adesione di razza e di sangue, insieme ai suoi fratellini spensierati. Solo lui non sottovalutava la tradizione del popolo maialesco, che nell’inconscio e nella memoria generazionale aveva giusta paura del più forte lupo. Solo lui, di fronte alla fatica e ai dileggi di incomprensione dei fratelli, metteva su, mattone su mattone, la sua casa. Rifugiati intorno al caminetto, in una gioia più raccolta ed intensa di quella esteriore, i due fratelli dovettero riconoscerlo quando furono messi in salvo dalla sua previdenza suina e dalla sua tenacia, apparentemente egoistica e solitaria. Aveva un bel soffiare il lupo, con la rabbia che il mattone e la muratura resistevano meglio delle frasche e ei rami dei “camping”! Ma quello che più mi divertiva era lo strategico paiolo messo freddamente a bollire, prevedendo le mosse del lupo, così da farlo uscire urlante dal nero camino in cui a ritroso s’era improvvidamente calato con smania incontenibile di cotolette. La figura del sedere rosso e spelacchiato del lupo nero dai peli ritti, ululante per la foresta in una lunga fuga delusa, mi confortava nella mia razionale ammirazione per il terzo porcello, che mi sembrava anche affettivamente il più ricco. Ho un solo rimpianto, ad oltre mezzo secolo d’età. Temo di non avere saputo costruire una casa di mattoni ed il soffitto rigato della stanza da pranzo mi angoscia in questo timore.

Independence Day


Ieri pomeriggio, verso le 14, mi è venuta voglia di suonare la chitarra. Meryem tempo fa mi ha chiesto di insegnarle qualche accordo e in qualche modo mi ha richiamato alla mente le ore passate a strimpellare da sola, specchiandomi sul dorso lucido della mia Ibanez.

La chitarra è rimasta la stessa. Ora, a differenza di allora, ha una custodia trasportabile: lascito degli anni in cui l’ho prestata a mio nipote Luca. Se ripenso a quella enorme, pesante, rigida che mi sono trasportata in Grecia, in Trentino, in Jugoslavia (che allora si chiamava così) mi viene da sorridere. L’arte di complicarsi la vita.

Ieri ho riesumato anche il libretto dei testi di Bruce Springsteen, comprato nel 1986. A 14 anni non compiuti, esattamente l’età di Meryem adesso. Su alcuni testi ho appuntato gli accordi a matita. Una volta li sapevo a memoria, oggi devo leggerli di nuovo.

Ho iniziato a cantare Independence Day, quella brutale fotografia di un rapporto padre figlio, scarna e vera, senza grandi introspezioni. E a un certo punto mi sono messa a piangere come una scema. A quel punto ho realizzato che ieri, per la prima volta, non mi sono identificata con il figlio, ma con il padre.

Premettendo che non l’ho visto


Non ho mai seguito una sola puntata di Propaganda Live. Eppure apprezzo moltissimo alcuni dei protagonisti e non si contano ormai le persone che, conoscendomi, giurano che mi piacerebbe molto. È peraltro forse l’unica trasmissione dove si parla sistematicamente di temi che mi interessano. Eppure.

Inizialmente mi dicevo che era solo perché io la televisione ormai non la guardo quasi più e la sera ormai è consacrata al Netflix con la figlia. Però non è motivo sufficiente. Anzi, a rigore, Propaganda Live poteva diventare un abitudine anche per noi, un diversivo settimanale.

Una volta un’amica mi parlava in termini entusiastici di come il primo lockdown fosse stato illuminato da Propaganda, di quando non ne avrebbe mai fatto a meno, come fosse un ritrovo di amici. Lì mi è suonato un campanello. Non è che non mi fosse capitato di vederlo. Avevo attivamente delle resistenze a farlo. E una di quelle resistenze, la principale, aveva radici lontane.

Sul momento all’amica ho risposto di impulso che io, nata e cresciuta a Monteverde, a certi gruppi di amici intelligenti, brillanti e di sinistra avevo avuto una certa sovraesposizione e che forse adesso mi danno un po’ di allergia. Per i non romani, Monteverde è quartiere già da diversi decenni piuttosto radical chic e autocompiaciuto.

Poi le polemiche dei giorni scorsi mi hanno fatto mettere meglio a fuoco un aspetto. Da quel che vedo da filmati e condivisioni, Propaganda Live riproduce sullo schermo una dinamica da gruppo di amici, appunto. Sulla parità o non parità di genere non mi pronuncio, anche se confesso che come donna l’idea di beccarmi uno spiegone a settimana non mi entusiasma a prescindere (anche se stimo molto Marco Damilano). Certamente però quell’idea di gruppo mi rimanda, a torto o a ragione, ai gruppi di sinistra del mio liceo monteverdino. E quei gruppi nella mia esperienza non erano inclusivi, o per lo meno non lo sono mai stati nei miei confronti.

Essere una ragazza non particolarmente carina non aiutava, ma non era quello il punto, capisco ora (all’epoca mi pareva che quello fosse il punto fondamentale). Io soprattutto non ero socialmente e culturalmente coerente con quel gruppo. Non era tanto una questione di soldi, ma di stile di vita: ero diligente, abbastanza cattolica, avevo un orario preciso di rientro serale, non fumavo, ero mediamente timida. Avevo, insomma, le mie rigidità. Come spesso mi è successo nelle frequentazioni sociali successive, “non c’entravo niente con quelle persone”. E quel gruppo le persone diverse non faceva neanche la fatica di escluderle: non le vedeva proprio.

Ora io non voglio insinuare che la redazione di Propaganda Live sia uguale al circolo della FIGC che tentai invano di frequentare in alcune occasioni. Voglio solo dire che c’è qualcosa in quell’atmosfera di intesa che si respira che mi rimanda a quella sensazione di sostanziale impossibilità di partecipare, che semplificando un po’ è il motivo principale per cui non ho mai fatto politica attiva, pur avendolo a tratti desiderato. Proiezioni, mi rendo conto. Ma sufficienti a non farmi venire voglia di accendere la TV il venerdì sera.