Dritti e rovesci


Oggi è venerdì santo e prima di lanciarmi in un’altra breve trasferta con la Guerrigliera sento il bisogno di fermarmi un momento. Qui alla scrivania in una cripta-ufficio abbastanza spopolata, senza telefoni che squillano all’impazzata, chiudo gli occhi e mi passano davanti tutte le superfici aguzze di questi anni (quanti? non so quantificare) che magari non hanno ferito gravemente il mio cuore, ma certamente l’hanno abraso un bel po’.

Quindi capita che inaspettatamente mi fermi su una parola, su una frase e gli occhi mi si riempiano di lacrime che – specialmente in momenti di stanchezza particolare – non riesco a nascondere, con grande imbarazzo mio e del mio interlocutore.

La settimana prima della partenza per San Francisco un giovane rifugiato con cui spesso incontravo i gruppi di studenti anglofoni si è suicidato. C’è una parte di me che sa come reagire e infatti reagisce. Ma c’è anche una parte dei miei pensieri che sprofondano in un groviglio confuso, che non riesco neanche ad articolare del tutto. E allora quello smisurato senso di impotenza sostanziale fa risuonare per simpatia tutte le altre analoghe vibrazioni di frustrazione, alcune nobili (quelle che fanno rima con politica, giustizia sociale, pace nel mondo), altre molto più meschine e individuali, che non bruciano di meno.

Una canzone che ho sentito e amato molto, anni fa (una di quelle canzoni fin troppo facili come testo e come melodia, di quelle che non rende intellettuali per il solo fatto di ascoltarle), diceva “Fa male, però di meno / Di meno, però fa ancora male”.

La nostra San Francisco


E così abbiamo avuto il nostro assaggio di America. Cinque giorni bellissimi, di cui mi sono goduta ogni minuto. I nostri ospiti sono stati assolutamente meravigliosi e grazie a loro credo che abbiamo davvero tratto il massimo dalla nostra visita a San Francisco, considerato il tempo limitato a nostra disposizione.

A posteriori mi sento di dire che la destinazione era azzeccaissima per un viaggio “di assaggio” come il nostro. La città è relativamente piccola, verde, in un certo senso familiare – pur nelle dimensioni americane del tutto, dalle strade alle macchine. Riservando le mie considerazioni più “antropologiche” ad altra occasione, ripercorro qui brevemente le mete che abbiamo maggiormente apprezzato.

  1. Muir Woods. Una prima meta assolutamente perfetta per una prima comoda immersione nella natura americana, maestosa e mozzafiato come mi aspettavo. Mi sono innamorata delle sequoie e del loro movimento di torsione verso l’alto (mi sono spiegata? ne dubito), ma anche dell’insieme della foresta. Ci siamo andati all’apertura, alle 8:00, e certamente il poco affollamento della mattina di giorno feriale ha giovato all’atmosfera: mi dicono che nel fine settimana può essere molto affollato.
  2. Centro per il soccorso dei mammiferi marini, Sausalito. Praticamente un ospedale per foche in difficoltà, dove molti volontari soccorrono, curano e nutrono per lo più cuccioli abbandonati dalle madri al loro destino e segnalati con un apposito numero verde. I versi di queste foche, ci hanno spiegato, sono stati registrati per creare le voci dei draghi di Dragon Trainer. Mentre arrivavamo, abbiamo visto un veicolo che usciva dal centro per liberare una paziente ormai ristabilita.
  3. Rodeo Beach. Il nostro primo, perfetto assaggio di oceano. Debitamente corredata di surfisti.
  4. Embarcadero. Piacevolissimo lungobaia, con una soccessione di moli (piers) con svariate attrazioni degne di nota. In particolare: al Pier 15 l’Exploratorium, un museo della scienza di tutto rispetto, che avrebbe meritato ben più del paio d’ore che avevamo a disposizione noi; le foche e l’acquario al Pier 39, che Meryem ha visitato mentre io ero impegnata alla conferenza; il Musee Mecanique, al Pier 45, una bizzarra e leggermente inquietante collezione di giochi d’epoca. Vale la pena di fare un salto anche fabbrica di cioccolato Ghirardelli. Per andare su e giù per l’Embarcadero, se non avete più voglia di camminare, si può prendere la linea E, una tranvia operata con vetture storiche (inclusi alcuni tram milanesi).
  5. Golden Gate Park. Un vero gioiello, che se avessi avuto due o tre giorni extra mi sarei goduta ben di più. Vi segnalo in particolare il Giardino da tè giapponese (che noi abbiamo visto di sfuggita), il de Young Museum (anch’esso visitato al volo, sabato inauguravano una mostra dedicata alla Summer of Love), i bisonti al pascolo, i mulini olandesi sul lato che dà sull’oceano…. Ma noi non siamo andati al Conservatory of Flowers, né alla California Academy of Sciences, che certamente meritavano. Il parco in sé è incredibile e le fioriture erano meravigliose.
  6. Coit Tower. Deliziosa atmosfera, personale gentile e gioviale, bei murales, panorama a 360°. Come mi ha fatto notare il mio amico Filippo, compare più volte in Vertigo.
  7. Haight Ashbury. Una passeggiata piacevole e quasi doverosa, un quartiere assolutamente fotogenico. Se siete in vena di acquisti assurdi, vi segnalo il più incredibile negozio di calzini che io abbia mai visto. Non abbiamo resistito ai calzini Wonder Woman con tanto di mantello (ma c’erano anche quelli dei My Little Ponies corredati di ali) e ai calzini arcobaleno di rigore per il Gay Pride. Ma io mi sono regalata anche uno specifico omaggio alla città, con un paio con l’effige di Rosie The Riveter.
  8. Lombard Street. Panorama inconfondibile, merita almeno una foto, non vi pare?

Tra le cose da vedere o da fare che abbiamo perso a questo primo giro c’è certamente la visita ad Alcatraz, ma anche una corsa nel celebre Cable Car (quando dovevamo farla purtroppo pioveva) e una visita a Angel Island. Tutte ottime ragioni per tornare a trovare i molti nuovi amici che ci siamo fatte in questa occasione e che ci hanno regalato esperienze uniche, come l’incontro con una vera hippy (a Woodstock Terry C’ERA!), due notti in una camera corredata di bovindo (e del letto più comodo del mondo) e una guidata attraverso il quartiere italiano, l’unico posto al mondo dove ogni lampione è griffato con il tricolore e l’odore di marijuana è perfettamente percepibile anche dal finestrino della macchina semiaperto…

P.S. Ho omesso il Golden Gate Bridge, fin troppo ovvio. Ma vi darò una dritta ulteriore: uno dei punti di osservazione migliori, dal basso, è Fort Baker.

Aspettative americane


Domani per la prima volta nella mia vita volerò in America. Passerò giusto qualche giorno a San Francisco, quindi più che un viaggio è una breve e assai circoscritta esperienza. Però ho deciso di condividerla con Meryem e vi confesso che questo rende la cosa più appetibile.

Lei è elettrizzata. Io cerco scaramanticamente di non costruirmi troppe aspettative, ma in effetti è un esercizio difficile. Non so se quanto riuscirò ad aggiornare il blog, ma cercherò di condividere qualche scatto su Instagram. Quindi occhio alla colonnina a destra e pensateci!

Roma è il mio luogo


Nel giro di una settimana scarsa mi sono trovata a fare a due amiche, originarie di due diverse città d’Italia, la stessa confessione: più passa il tempo (più invecchio?) più mi sento legata a Roma. Ne vedo i problemi, i limiti, le difficoltà. Ma sempre più la amo, sempre più mi pare teorica per me l’idea di trasferirmi altrove. Non è che questo pensiero mi piaccia del tutto, intendiamoci. Mi sono sempre immaginata mobile, cittadina del mondo, vagabonda. E ancora lo sono, in una certa misura, ancora mi sostiene una curiosità per il mondo e per i suoi più curiosi aspetti: una decina di giorni fa, per dire, mi buttavo in una conversazione animata sulle usanze alimentari in Tibet (perché i tibetani tradizionalmente non mangiano pesce?). Però sempre più insistentemente sono convinto che questa è casa, questa metropoli complicata ed esasperante, ma straordinaria e stupefacente.

“Non esiste Roma senza il mondo che la attraversa”, ha detto ieri a un convegno una maestra della scuola Pisacane di Torpignattara. E certamente questo è un aspetto della città a cui non potrei più rinunciare. Oltre, si intende, alla profondità diacronica: l’antichità diffusa, che fa capolino qua e là e così profondamente si intreccia con il quotidiano. Un’antichità non solo monumentale, ma soprattutto guizzante attraverso tradizioni, abitudini, particolari e parole. Un gomitolo di interpretazioni intrecciate, dove ciascuno trova un suo angolo di memoria.

Ne parlavo con Nizam pochi giorni fa: se non fosse per tutte le mancanze politiche, amministrative, gestionali, culturali in senso ampio, l’Italia spiccherebbe davvero da ogni punto di vista nel mondo. E Roma, in particolare. Che dolore vederla ferita e offesa da amministratori neanche lontanamente all’altezza.

Ma Roma è più di un comune da gestire, più della somma dei suoi servizi da far funzionare, più di un patrimonio incalcolabile da amministrare. Roma è persona e personaggio. Ha una sua personalità, una sua anima immensa e avvolgente, un modo tutto suo di abbracciarti e di ferirti. Roma è capolavoro in sé, palcoscenico e retroscena. Roma mi conosce e a Roma amo tornare. Roma è il mio luogo.

Ma ditemi: qualcuno di voi con l’età ha sviluppato un radicamento analogo? O lo avete sempre avuto? O magari proprio l’opposto? Ditemi, sono curiosa.

Se gioventù sapesse


Ieri passeggiavo per Testaccio con un gruppo composto prevalentemente da architetti e ho sentito che parlavano fra loro degli anni universitari e delle aspettative che alcuni docenti avevano creato in loro. Considerando che praticamente nessuno del loro gruppo di amici aveva poi fatto carriera nell’ambito dell’architettura, l’argomento portante del discorso era: i nostri professori non avrebbero dovuto lasciarci intendere che avremmo cambiato il mondo, che avremmo lavorato a progetti avveniristici capaci di ridisegnare le nostre città. Avrebbero più onestamente dovuto prepararci a un lavoro al catasto, alle occupazioni più modeste che realisticamente i nostri studi oggi, qui, potevano aprirci.

Immaginerete quanto familiare mi sia suonato questo discorso. Anche noi, all’università, volevano cambiare il mondo. Certo, più modestamente ci saremmo limitati ai libri di storia e al sistema accademico italiano, ma era pur sempre un cambiamento che si è rivelato molto al di là della nostra portata. Mi sono chiesta allora, ieri mattina, se mi sentivo di condividere quell’argomentazione, che a mio tempo ho sostenuto io stessa decine e decine di volte, identica.

Consapevole di semplificare molto la questione che semplice non è (ma questo è un blog, quindi io lo scrivo e voi lo leggete per puro amore di discussione, pour parler), direi che no, non la condivido questa argomentazione. Io credo che a vent’anni si deve essere convinti di poter cambiare il mondo e se i ventenni non ne sono già convinti di loro, sta a chi li educa portarceli. Ma questo non prepara alle professioni, direte voi (e tante volte ho detto anch’io). Questo crea generazioni di giovani immaturi troppo ambiziosi ed arroganti, restii ad assumersi le loro responsabilità e irrimediabilmente choosy. E qui, quando io stesso l’ho detto, mi sbagliavo. La maturità, l’assunzione di responsabilità, la propensione al sacrificio in vista di qualcosa di cui vale la pena davvero, non si insegna abbassando l’orizzonte e trasmettendo cinismo e limitatezza. Per tutte quelle cose conta solo l’esempio e magari è rispetto a questo, e non per i discorsi ideali, che i docenti universitari (ma non solo loro) troppo spesso zoppicano gravemente.

Il mondo non bisognerebbe mai smettere di volerlo cambiare. Chi investirebbe tutta la propria anima e tutta la propria mente per essere un competente impiegato? L’unico modo realistico per rialzarsi dopo ogni batosta è guardare alto, in generale. Poi, nel rialzarsi da terra, confido che si impari anche ad essere competenti impiegati, ma possibilmente anche cittadini curiosi, aperti, entusiasti e disposti a rischiare qualcosa di proprio per un bene più grande.

Pensieri sulle donne


8 marzo, domani. Fin da questa mattina su Facebook si anima il dibattito: sciopero sì, sciopero no, sciopero come, sciopero perché. Non mi appassiono. Forse non è il momento, non tocca le mie corde di oggi. Alla grande manifestazione contro la violenza sulle donne non solo sono andata, ma ho portato Meryem. La mia più grande sfida personale, su questo terreno, è la sua educazione. Quella che più mi impensierisce. Sarà mia figlia a esprimere in un modo o nell’altro, attraverso le sue scelte e il suo futuro, cosa davvero penso della parità di genere. Cosa le ho fatto vedere con il mio esempio, cosa ho saputo raccontarle, cosa per me, davvero, è stato importante.

Per questo stamattina pensavo a quali figure di donne mi hanno ispirato e mi ispirano. Una ce l’avevo davanti: Emma Bonino. La mia ammirazione va al di là della politica. Una donna seria, competente, determinata. Una donna che si è guadagnata rispetto trasversale con la propria credibilità personale e con la sua prontezza ad assumersi responsabilità. Dignitosa e trasparente nella malattia, serena nei confronti della propria fragilità fisica e, allo stesso tempo, capace di lanciarsi in sfide di lunga prospettiva con un’energia inflessibile. La guardavo oggi abbracciare con trasporto le donne che aveva invitato lei stessa alla Sala Stampa Estera. Mi sono chiesta quanto di questo calore le sia spontaneo da sempre e quanto sia una capacità acquisita perché ritenuta necessaria. Poco importa, in fin dei conti. Quali doti, precisamente, vedo in lei? La combinazione vincente tra trasporto e disciplina. Il primo lo ho spesso, la seconda il più delle volte mi manca.

Se penso a una donna che ha segnato la mia vita professionale non posso fare a meno di pensare a Lệ Quyên Ngô Đình. Ho immaginato di vederla seduta oggi in quel panel di donne forti e determinate. Forse ci sarebbe stata, forse no. Anche nel suo caso, l’insegnamento principale per me era la disciplina. Fu lei a dirmi che sgombrare la mente da tutto ciò che può essere delegato ad altri è l’unico modo per preservare la capacità di dare un contributo di pensiero. Mi sono sentita il giovane ricco che va via triste quando Gesù gli dice di donare tutto ai poveri. Sapevo che non avrei mai potuto farlo, per diverse ottime ragioni. Non ultima che non sono capace di fare una cosa sola. Ma se penso a lei vedo soprattutto eleganza, ironia e capacità di farsi rispettare, persino temere.

L’autorevolezza. Il mio pensiero di oggi, alla fin fine, sembra ruotare molto intorno a questo concetto. Agitu Idea Gudeta senza dubbio ce l’ha. L’energia, la competenza e la ricchezza che esprime questa donna solare è dirompente. Mi ha colpito immaginare lei, professionista, attivista, apparentemente sempre pronta a far sentire la sua voce forte e chiara, mentre passa in silenzio con le sue capre in una valle trentina, osservata con diffidenza dai Mocheni. “Sono immigrati anche loro”, scherza lei. “Una volta che mi sono guadagnata la loro fiducia tutto è andato bene. E così io, nata in un Paese saccheggiato senza vergogna dalle multinazionali, qui in Italia produco per cibo buono, capovolgendo il concetto di economia basata esclusivamente sul profitto. Io punto sulla felicità”.

Habiba e Princess, che pure hanno parlato oggi, incarnano invece la resilienza. La dignità profonda anche nella sofferenza estrema. La tenacia. La fiducia nella capacità di fare la differenza, anche per gli altri. Vederle alla destra e alla sinistra di Emma Bonino mi ha fatto pensare alla profonda bellezza di una battaglia, anche quando è apparentemente impari. Princess non risolverà il problema della tratta e della violenza, di cui è stata vittima in prima persona: ma molte decine di ragazze attraverso il suo impegno e il suo lavoro hanno visto qui in Italia un’alternativa alla prospettiva di schiavitù a cui quasi tutte loro credono di essere condannate, specialmente quelle che non sono mai andate a scuola. Habiba non riuscirà a aiutare tutte le persone che vede e che incontra, ma oggi dopo la conferenza ha accompagnato un ragazzo in ospedale e già che si trovava è passata al Cenro Astalli a prendere una giacca pesante, perché lui ieri tremava di freddo. E quando un altro ragazzo africano oggi le ha chiesto più informazioni su Makì, chiedendo se forse può dare un lavoretto anche a lui, lei si è voltata, gli ha fatto un sorriso e ha chiesto: “Sai cucinare? No? Beh, imparerai”. Trovo in loro e in molte donne rifugiate che ho incontrato quella miracolosa capacità di non spezzarsi, di non rannicchiarsi in se stesse davanti al dolore ma di continuare a slanciarsi con generosità verso gli altri. Penso a quante volte mi convinco che la soluzione ai miei dolori sia chiudere gli occhi, a quante mattine mi sveglio con la tentazione di nascondermi in una stanza buia e non uscire. E al fatto che mai, in tutti questi anni, l’ho fatto davvero.

Questo mi fa venire in mente un ultimo punto, che alla fine mi riporta a dove sono partita. Il senso dell’iniziativa di oggi era sottolineare che oggi in Italia essere donne significa ricchezza nella diversità: come è sempre stato, in fondo, ma in qualche modo ancora di più di prima. Riusciamo, in quanto donne, a fare sentire la nostra voce? Riusciamo a capire le ragioni delle une e delle altre senza appiccicarci reciprocamente etichette? Mi pare un obiettivo eccessivamente ambizioso. Mi accontenterei di molto meno. Mi accontenterei dei quattro desideri per mia figlia Meryem che esprimevo cinque anni fa a cui ne aggiungerei un quinto: che Meryem non si stanchi mai di meravigliarsi e di gioire per la straordinaria varietà e bellezza del mondo e di chi lo abita.

Qui un video (in cui per un attimo mi si vede anche)

L’nteresse superiore del bambino a essere detenuto


Quando mi sentite sospirare/inveire sui social rispetto al fatto che le norme e prassi sui rifugiati stanno cambiano a un ritmo forsennato e oggettivamente diffiile da seguire anche per il solito manipolo di addetto ai lavori, mi riferisco ad esempio a perle come quella del titolo.

La Commissione Europea ha appena sfornato un nuovo pacchetto in materia di rimpatri e respingimenti in frontiera, con calorosi consigli per gli Stati membri (specie quelli, come il nostro, maggiormente interessati da arrivi di migranti forzati) a non andare troppo per il sottile. I minori non accompagnati si possono rimpatriare e per farlo bisogna accertarsi che non scappino, quindi sarebbe meglio metterli in un centro di detenzione. Certo, lo stato ha pur sempre l’opzione di concedere un permesso di soggiorno al minore e “rimandare il rimpatrio” (il documento descrive la cosa esattamente in questi termini). Ma tutto va deciso rapidamente “nel superiore interesse del minore”. E se l’opinione di chi giudica è che il bambino starebbe meglio a casa sua, via, si procede. La detenzione è per il suo bene.

Tanto per la cronaca, non sono solo io a essere preoccupata.

Chiudo dicendo che se in qualche modo ci siamo assefatti (male!) alle peggiori violazioni possibili nei confronti di migranti adulti (e tanto più se uomini… alla faccia delle pari opportunità), almeno fino a qualche tempo fa c’era una paternalistica e ipocrita remora (ma pur sempre una remora) a rimuovere bambini soli dal nostro territorio come se si trattasse di auto in sosta vietata, rigettandoli nel nulla di violenza e di abbandono da cui certamente provengono. La Gran Bretagna ha aperto una pista nell’esplicita chiusura dei confini ai minori non accompagnati (ma tanti Stati, Italia inclusa, respingevano da anni senza mettere manifesti appena ne avevano l’occasione).

Le parole contano, però. Il linguaggio degli ultimi documenti della Commissione Europea (ma anche del memorandum tra Italia e Libia) dice tutto della barbarie che stiamo lasciando agire senza sostanziali obiezioni. Quello è diventato il nostro linguaggio e il nostro pensiero di europei. Ci pensate?

P.S. La vignetta, come quasi sempre in questi casi, è di Mauro Biani