Testa e pancia


Stamattina aprendo l’armadio ho pensato: “Al diavolo. Mi metto quei pantaloni e quella maglia che stanno lì, poco utilizzati, perché quando li metto mi viene in mente solo il giorno per cui li avevo comprati”. Ma sono forte, io, ieri al lavoro è andata bene e quell’insicurezza che mi è saltata al collo più volte in questi 5 mesi quasi non la avverto più.

Quasi. Però poi, sotto sotto, ho sentito un fondo di malinconia per tutta la giornata. Quei vestiti scelti con entusiasmo mi ricordano aspettative deluse, energia sprecata. “Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci”. Basta davvero sapere che è giusto e ragionevole per non ritrovarsi a farlo?

Stasera ripenso ai miei cani e ai miei porci, a quanto ostinato affetto ho dedicato agli uni e agli altri. Se me li trovassi davanti di nuovo, non escludo che mi frugherei in tasca alla ricerca di una cosa santa o di una perla. Ho fatto male? Forse no. Ma farei del male a me stessa, oggi, a continuare a guardarmi indietro. Rischierei di ritrovarmi trasformata in una statua di sale.

Vado avanti, quindi. Non perché “me lo merito”, come mi ha affettuosamente detto qualcuno, ma più banalmente perché è lì che si va quando si mette un passo davanti all’altro. E così sia.

Berlino e me


Quando mi sono trovata abbastanza inaspettatamente a immaginare una vacanza estiva senza mia figlia, non c’è voluto molto per pensare a Berlino. Mi ci voleva un posto dove sto bene, che mi occupasse sufficientemente la testa con pensieri nuovi per non lasciare troppo spazio a quelli vecchi e, allo stesso tempo, non richiedesse sforzi eccessivi, di nessun genere.

Berlino è una delle città dove ho bei ricordi del passato, un posto dove sono tornata più volte, in fasi molto diverse della mia vita e che ho trovato allo stesso tempo familiare e nuova ogni singola volta. Un posto dove capisco un po’ ma non tutto delle lingue più parlate per strada, tedesco e turco, e il ronzio delle conversazioni tra sconosciuti mi è familiare senza davvero distrarmi.

Berlino è dove ho parlato per la prima volta a un convegno in una lingua diversa dalla mia e quell’intervento è diventato un articolo per una rivista che all’epoca consideravo molto fica. Berlino è dove ho comprato un bracciale realizzato piegando una forchetta e un cappello assurdo che in realtà ho messo pochissimo, ma che ho ancora in un cassetto. Berlino è un viaggio fatto solo per andare a un concerto al Tempodrom. Berlino è sempre stata una fantasia di vita possibile e anche un posto dove riabbracciare vecchi amici. Berlino è la prima sala del Pergamon e il segreto piacere di pensarla più importante e bella delle altre, che tutti guardano a bocca aperta.

Anche questa volta Berlino è stata gentile. Sole, nuvolette, cielo azzurro. Percorsi facili, un letto comodo. La sensazione di camminare per strada da sola, anche di sera, vedendo quanto è normale farlo.

Berlino non è proprio Germania, mi dice qualcuno. Certamente Berlino non è un luogo comune. Le spaccature della storia l’hanno resa più elastica. Non credo che ci vivrei, sono troppo romana ormai. Ma starci mi piace sempre moltissimo.

Tre madri 3. Quella divisa a metà


B. è un’altra delle donne forti che incontro a Ottati. In carcere in Libia c’è stata con il marito e con due gemelli nati da poco. Ha lottato come una leonessa per arrivare qui e anche oggi non è disposta a cedere di un millimetro. Se c’è da andare a prendere per un orecchio il marito che tarda al bar, lo fa. Se c’è da affrontare una scalinata spingendo sotto il sole il passeggino gemellare, lo fa. Viso largo, sguardo duro.

Ma poi le chiedo se sente la famiglia in Ghana e le trema la voce. “Sì, sento mia madre, vedova e invalida. Con lei sta mia figlia, la più grande. Ha 13 anni. Ci pensa lei”. Ci guardiamo. Silenzio. Si affretta ad aggiungere che 11 anni fa, quando lei e il marito sono andati in Libia a cercare lavoro, non aveva idea che non sarebbero più riusciti a tornare indietro. Lei aveva due anni, il viaggio molto pericoloso. Sembrava ragionevole lasciarla alla nonna. “Se solo avessi immaginato, non l’avrei mai lasciata. Mai”.

Per B. il dolore più grande è quella ragazza diventata adulta troppo presto, che non la aspetta più e che per strada non la riconoscerebbe. Più della Libia, più delle violenze, più delle incertezze del futuro, quella figlia incolume ma perduta le pesa sul cuore.

Tre madri 2. Quella integrata suo malgrado


Parla a voce bassa, chiede di fare l’intervista in italiano perché esercitarsi nella lingua è importante, ma poi qualche parola in francese scappa. Ma pare un vezzo più che un’insufficienza.

La fuga di A. è cominciata molti anni fa, in Libia. Non ha varcato nessun confine, allora. Ha preso i due bambini ed è fuggita da un marito violento. Straniera anche lei, non poteva tornare in patria perché non avrebbe mai potuto viaggiare con i bambini senza il consenso del padre. E comunque quei figli nati in Libia sarebbero rimasti dei fantasmi in Algeria.

Certe volte le alternative non esistono. Per quanto possa sembrare difficile e impercorribile, la strada è una. Quella di A. consisteva nel mimetizzarsi in una grande città (“È stato allora che ho iniziato a mettere il velo: lo facevano le altre e io non volevo creare problemi. Tanto meno distinguermi o attirare l’attenzione”). Trova un buon lavoro e riesce nell’intento: farcela da sola e mandare i figli a scuola. A. vive in apnea. Fino a quando la guerra diventa pericolosa e sempre più vicina. Ragazzini dell’età dei suoi figli sono rapiti. È ora di saltare di nuovo verso l’ignoto.

A. del mare parla il minimo indispensabile. “Io sapevo nuotare, ma i bambini no”. Basta questa frase per immaginare l’angoscia di quelle ore.

La prima accoglienza è abbastanza deludente. A. si ritrova in un centro affollato e promiscuo, dove episodi di violenza e risse sono all’ordine del giorno. “Ho pensato che era stato tutto inutile. Ho tentato questa strada perché volevo preservare i ragazzi dalla violenza, anche quella solo vista. Se fin da piccoli ci si abitua, poi non si torna indietro”.

Poi però con il trasferimento in un centro SPRAR cambia tutto . I ragazzi vanno a scuola e in pochi mesi diventano parte della comunità. A. mostra con orgoglio foto di gruppo, squadre di calcio, foto di classe. ” Se qualcuno in paese fa qualcosa, i miei ragazzi sono lì”. Dai video anche la parlata è indistinguibile da quella dei coetanei.

Così A. ha abbandonato l’ultimo progetto: proseguire il viaggio verso la Francia. “I miei figli sono italiani ora. Per me sarebbe più facile: per la lingua, per il fatto che a Tripoli lavoravo all’École française ed era un ottimo lavoro… Ma quando si diventa madri il primo posto tocca ai figli. E la loro casa è qui”.

Si aggiusta il velo, grigio scuro a righe chiare sottili. Sorride. Non ha perso l’abitudine a coprirsi i capelli. Lo trova conveniente: “Almeno è subito chiaro a tutti quali sono le mie priorità. Non riesco neanche più a curarmeli, tra l’altro”.

Non posso fare a meno di vedere in A. un pezzetto della mia esperienza, gli anni in cui per me non c’era tempo né spazio, neanche nella mia testa. Domani parto per le vacanze da sola. A. forse, nel paesino della Campania dove abita, potrebbe aver trovato un lavoro Aveva un colloquio in questi giorni. Intanto insegna ai suoi figli a fare le torte e a decorarle. Li aiuterà certamente a far colpo alla prossima sagra. Come tutti gli anni, infatti, daranno una mano per le bancarelle. Guardo un altro selfie scattato da due ragazzoni a torso nudo abbracciati ai compagni di squadra. Sorriso aperto, occhi fieri. La bella gioventù di Fisciano.

Tre madri. 1) Quella testarda


P. è snella e elegante, ha gli occhi truccati con cura e i capelli raccolti. Entrando domina lo spazio intorno a sé, si siede con grazia e sorride. Non c’è rabbia né durezza nel suo racconto. Solo la tranquilla determinazione di chi ce l’ha fatta. Il vero viaggio P. l’ha iniziato da bambina. Rimasta orfana dei genitori, la nonna la promette in sposa, ma lei si rifiuta. “Sono testarda”, ripeterà spesso nel suo racconto. Quella prima testardaggine la porta a vivere da sola per le strade di una metropoli africana più o meno all’età di mia figlia, 12 o 13 anni. Si mantiene facendo lavoretti di sartoria e vendendo qua e là prodotti vari.

Anni dopo viene avvicinata da una maman. Le offre di andare in Europa a lavorare guadagnando meglio. Ingenuamente accetta. Si ritrova in Libia, nel ghetto degli africani. È un mercato anche quello. La maman la vende a un uomo che la deve introdurre al mestiere. Per sei mesi si rifiuta. Poi deve cedere, ma ha in mente di scappare alla prima occasione. Conosce J., un “cliente gentile” che le promette di aiutarla, le dice di avere pazienza ancora un poco. Intanto P. resta incinta di J., il suo amore romantico in un ghetto di squallore. La cosa è evidentemente incompatibile con il lavoro: chiamano un medico per farla abortire. Ma P. non è disposta ad accettarlo e, disperata, si dà alla fuga.

I libici la catturano e finisce in carcere. Una di quelle carceri su cui le Nazioni Unite scrivono i rapporti. Su quelle pagine che non si riesce a leggere fino in fondo è scritto meno della verità. P. viene violentata da uno o più soldati, notte dopo notte. Anche se è incinta. Una notte i soldati sono ubriachi, o forse drogati. Riesce a rubare il telefono e comporre il numero di J., che ricorda a memoria. Lui riesce a trovare i soldi necessari a pagare le guardie per la sua evasione. La nasconde di nuovo nel ghetto, in attesa dell’occasione di imbarcarsi. Perché J. i soldi li fa così: organizzando carichi di disperati. Questa volta però si imbarcherà anche lui.

Ora P. pensa che J. forse non fosse un principe azzurro. Forse voleva usarla per avere i documenti e, chissà, magari l’avrebbe sfruttata anche in seguito. “Ma non riesco a togliermelo dalla testa. È comunque il padre di mia figlia…”, sente il bisogno di giustificarsi. E comunque J. è annegato quando il loro barcone si è capovolto. P. non sa nuotare. Dio e gli italiani hanno salvato lei e la sua bimba dagli occhi grandi, che nascerà poco tempo dopo lo sbarco.

“È molto intelligente”, dice P. fiera. Domani comincia un altro capitolo. Un nuovo lavoro come cameriera, presto l’uscita dal centro d’accoglienza. Avanti, solo avanti. “Ce la faremo. Sono testarda, io”.

Non sai niente


È appena entrata nella stanza, N., ha finito un momento fa di stringerci la mano e di presentarsi. Suo marito subito condivide con disinvoltura il motivo del loro arrivo in Italia: il nostro bambino di 6 mesi è rimasto ucciso in una sparatoria in Libia. Gli occhi di N. si riempiono di lacrime, lotta per controllarsi, mentre sente la voce del marito spiegare che in Libia la guerra c’era anche nel 2011 e poi di nuovo in seguito, ma non era pericolosa come l’ultima. Ora rapiscono le donne, i bambini. Non è solo la guerra a far paura.

Le passo un bicchiere d’acqua. Lei si aggiusta il velo rosa salmone e si ricompone subito. Prende la parola per spiegare che lei, che al suo paese non è mai andata a scuola, qui a Ottati si sente sicura e ha imparato un po’ di italiano [ha passato l’esame A2, ora punta alla terza media]. Che ancora quando sente rumori improvvisi sobbalza, come la sua bimba, gemellina di quello che ha perduto. Accenna della famiglia rimasta in Marocco, di suo fratello che se tornasse le taglierebbe la gola. Ma tanto in Marocco dalla Libia non ci si poteva tornare comunque: i confini sono chiusi e poi la bambina è cittadina libica e in Marocco resterebbe un fantasma.

N. sorride, parla di una donna di Ottati che è più che un’amica, è una sorella. Io ripenso a quello che diceva ieri a Napoli una signora burkinabé: “Noi in Africa abbiamo famiglie grandi e tendono a diventare ancora più grandi… Troviamo zii e fratelli ovunque, a prescindere dalla nazionalità”.

Ottati, un paesino in montagna ai confini del Cilento. Di tanta Europa disponibile è buffo trovarsi qui, in una manciata di case arrampicate sui gradini, con la strada su cui quattro anni fa è franato un masso e nessuno lo ha ancora spostato, dove i vecchi sono tanti di più dei bambini e una sezione di scuola dell’infanzia può essere aperta solo grazie ai figli di N., di B. e delle altre donne capitate qui da Paesi lontani, che qui a Ottati molti faticherebbero a individuare sulla carta geografica.

Ma N. qui si trova bene. Si sente fortunata di essere arrivata proprio in questo angolo di mondo. E quando D., un ragazzone nigeriano che fa il dj, butta lì che in Italia crescere i figli è difficile e il sistema sanitario è quel che è, N. dimentica la timidezza e la titubanza nell’uso della lingua italiana e, semplicemente, se lo sbrana.

“Tu non sai niente. In Libia se non hai soldi all’ospedale non ti fanno neanche entrare. Quando dovevano nascere i gemelli, mi hanno lasciato sanguinante sul marciapiede finché mio marito non è riuscito a farsi prestare i soldi per pagare. E lo sai come ci si sente a subire un cesareo mentre tutto intorno cadono le bombe? E il dottore mi diceva: non ti devi preoccupare, se ci colpiscono moriamo tutti, mica solo tu. La mia bambina aveva un’infezione ai reni. Aveva la febbre a 41. All’ospedale non ce l’hanno neanche fatta entrare, dicevano che non avevano medicine. Guarda, guarda come stava”. Allunga il cellulare e fa partire un video dove si vede una bimba esanime e magrissima, in cui si stenta a riconoscere il terremoto in gonna di tulle blu che corre fuori nel corridoio.

Big D. è ammutolito. Ma N. continua. “Qui nessuno ha esitato a curare me e i miei figli. Quando ho partorito il mio bambino hanno fatto di tutto per farmi sentire a mio agio. Nessuno mi ha trattato diversamente perché sono straniera o perché sono musulmana. Cammino per strada e sono sicura. Non c’è la guerra, nessuno vuole farci del male. Ma secondo voi ero pazza quando ho deciso di mettermi su in barcone con una bambina piccola e malata? Mi fa male quando le persone mi fanno certe domande. Quale madre sceglie una strada che può portare alla morte per sé e per i suoi figli? Lo fa solo se ogni altra possibilità è peggiore”.

“Queste donne sono fortissime”, commenta più tardi la coordinatrice. “Semmai l’anello debole sono gli uomini”. Io penso a questo sud mediterraneo e aspro nel cui paesaggio siamo immersi. Penso alle tante donne fortissime di queste terre, che hanno portato avanti famiglie in assenza dei mariti emigrati lontano. A testa bassa, contro corrente. Non è strano, forse, che le loro figlie e nipoti si intendano con queste ragazze che non hanno 30 anni, ma hanno già vissuto tanto.

Getsemani


La scorsa settimana mi sono trovata con il mio nuovo capo, psicoterapeuta, a parlare a cena niente meno che dei Vangeli. Sono un territorio che mi è familiare e in qualche modo mi rendo conto che avevo la pretesa di saperne più di lui, notoriamente ateo, sull’argomento.

Però mi ha fatto cogliere un aspetto a cui non avevo mai pensato. Raccontava che talora, anche in terapia, utilizza il racconto dell’orto degli ulivi. Un racconto, a sentir lui, del tutto paradossale. Quanta probabilità c’era che, dato un gruppo di discepoli fidatissimi, pronti a morire per il proprio maestro, in seguito all’espressa richiesta di lui di vegliare si addormentassero tutti? Non uno, non la metà. Tutti.

Cosa ci insegna questo episodio? Secondo lui è davvero istruttivo sulle aspettative che tutti noi nutriamo verso le persone che amiamo. Si deve forse dedurre che i discepoli, vinti dal sonno, non amassero Gesù o non lo amassero abbastanza? La storia nel suo complesso ci dice che non è così. Il racconto mostra altro. Che ci possono essere mille ragioni perché chi amiamo finisce per deludere le nostre aspettative. Magari avevamo aspettative non realistiche, magari non consideravamo le sue esigenze, magari è successo uno dei tanti intoppi di comunicazione o di relazioni che non fa girare le cose come le avevamo pensate. Quel sonno non è la misura del non amore. Rifletterci può essere utile.

In particolare mi è utile stasera e la riflessione mi convince pienamente. È stata una giornata emotivamente intensa. A tratti mi sono sentita sola e avrei tanto voluto non esserlo. Però in questo momento un po’ lo sono, per un incrocio di circostanze, di geografia, di vicende anagrafiche. Qualcosa si riesce a parare e se devo essere onesta il raccolto delle mie frammentarie richieste di soccorso è stato soddisfacente. Non si è addormentato nessuno. Però mi sarebbe servito proprio un abbraccio fisico, tangibile, tanto tempo, tanta pazienza.

La mia professoressa di italiano delle medie diceva spesso: “Quando ti senti triste fino alla morte, ricordati che non sei solo nell’orto degli ulivi”. Non ho mai amato quel suo misticismo un po’ barocco e sofferente, ma anche questa frase ha la sua verità. Magari non nel modo che vorrei, ma sola non sono.