Stiamo sbagliando qualcosa


Stamattina stavo pianificando un bel post criptico e esistenziale dove andare a riporre quello che ho rimuginato in un intero fine settimana. Poi però ho pensato che fosse assai più utile farvi leggere questo comunicato.

Leggendo questa storia, al di là dell’emozione e della giusta indignazione, io mi faccio molte domande. Ma, ripensandoci ancora, credo che non le scriverò qui.

Mi piacerebbe sapere se ve ne fate anche voi e, esattamente, quali.

Rifugiato non basta


Mai come negli ultimi mesi mi imbatto a ogni piè sospinto in esperti di diritto d’asilo: tassisti, baristi, utenti dei mezzi pubblici, negozianti, insegnanti, giornalisti (in prima fila) e via discorrendo. Quello che mi lascia più perplessa non è tanto la rapida propagazione di questa competenza, una volta piuttosto di nicchia: qualcosa di analogo avviene, per dire, quando in tempi di mondiali di calcio scopriamo folle di commissari tecnici potenziali tra i nostri amici, conoscenti e familiari. Mi sorprende e mi preoccupa di più notare che anche gli esperti tradizionali, quelli che lo fanno per mestiere e che si fregiano di etichette specifiche, sembrano aver adeguato in alcuni punti la propria competenza a quella, diciamo così, più popolare.

A un certo punto, ad esempio, è cominciata ad andare per la maggiore la definizione che prevede che il “vero rifugiato” sia solo chi scappa da un Paese in guerra. Se ne dedurrebbe che, dato che nel 1933 in Germania non piovevano ancora le bombe, Albert Einstein e le altre vittime dell’antisemitismo non debbano essere considerate rifugiati. Per quanto sembri assurdo, l’obiezione “Ma in … non c’è mica la guerra” resta tra le più diffuse, non solo nei bar, ma anche in sedi internazionali cruciali e autorevoli. Magari è formulata in modo un po’ più sottile, sotto forma di liste di nazionalità dei potenziali rifugiati (che implicano quindi che persone di altre nazionalità rifugiati non possono essere).

Un’altra teoria argomentata in vario modo in qualunque piazza di quartiere è quella che prevede una sorta di incompatibilità tra lo status di rifugiato e la condizione di giovinezza e salute. Un giovane vigoroso, evidentemente, non è un rifugiato: sta solo provando a fare il furbo. Dante quando andò in esilio aveva meno di 40 anni. Per fortuna erano altri tempi.

Rifugiato non basta, dunque. Per non essere considerato un impostore, un criminale o semplicemente un nulla che può sparire nel deserto, nel mare o in un carcere libico senza che nessuno ne abbia responsabilità, il rifugiato deve essere almeno vulnerabile: donna sola, donna incinta, bambino o, se maschio adulto, almeno anziano, gravemente invalido, malato.

Se sentissi queste cose solo sull’autobus o al bar sospirerei e penserei che c’è tanto lavoro di informazione da fare. Purtroppo, però, queste cose le sento e le vedo scritte in sedi assai diverse. Questo mi sconforta e mi preoccupa molto.

Memoria


3 ottobre, oggi. Non ho bisogno di ripercorrere i ricordi su Facebook per ripensare a quella mattina di quattro anni fa e alla data di oggi che, in un certo senso, ha segnato uno spartiacque tra un prima e un dopo.

Il mondo, nel frattempo, sembra cambiato. Molti a quel naufragio, o a quelli successivi, non pensano quasi più. La memoria è lontana, non morde. Addirittura ci si compiace del fatto che i mari, oggi, sarebbero più sicuri (è vero il contrario e purtroppo non riuscire ad arrivare al mare non necessariamente rende le persone più sicure. E le persone contano più dei mari e più dei confini).

Restano attuali queste parole del Papa: “Mi viene la parola vergogna. E’ una vergogna”. Le tragedie, diceva in quel breve discorso, si prevengono solo con una decisa collaborazione di tutti. In questi anni è mancata, e continua sostanzialmente a mancare. Più ancora manca la volontà di prevenire tragedie. Lo sforzo e l’urgenza è piuttosto far sì che non ci riguardino.

(Cambiamo) l’ordine delle cose


Ho visto ieri in anteprima al Senato “L’ordine delle cose” di Andrea Segre. Stamattina, attenendomi alle istruzioni del regista, ho letto il pamphlet scaricabile dal sito del film. La prima cosa che voglio dirvi è che questo non è solo un film, è un invito, anche piuttosto impegnativo. Però la prima cosa da fare, senza dubbio, è vedere il film. Qui trovate il calendario delle uscite.

Lo so, anche il primo passo è impegnativo. Il tempo è poco, quando vado al cinema (sempre più raramente) cerco l’evasione, perché amareggiarmi con questi temi anche i momenti di relax, l’amica con cui esco non è interessata…. Le so tutte, queste scuse. Le uso tutte. Però stavolta non usatele. Specialmente se siete tra quelli che in questi mesi, in questi anni, osservano costernati e increduli quello che accade e vorrebbero credere che un’alternativa c’è, andate al cinema. Se nella vostra città non proiettano il film, chiedete che lo facciano. Peraltro è un film bellissimo, ben girato, ben recitato. Ma davvero, non è questo di cui voglio parlarvi, mica sono un critico cinematografico.

Questo film se fosse ambientato negli anni nel nazismo sarebbe solo commovente. Diremmo che ha saputo cogliere con poesia e intelligenza la banalità del male. Però questo film non è ambientato negli anni del nazismo. Purtroppo non è ambientato neanche nel futuro prossimo, come probabilmente era nelle intenzioni di chi l’ha pensato. E’ ambientato nel presente, nel quotidiano di tutti noi.

Non voglio dirvi altro di questo film, a parte un’ultima precisazione. Nonostante le apparenze, non parla di migranti. Parla di noi. Quando dico noi intendo davvero noi tutti, non solo “i politici cattivi”. Noi che cresciamo i nostri figli, noi che andiamo al lavoro tutte le mattine, noi che ci concediamo un weekend romantico e sorridiamo davanti a un regalo inaspettato. Per questo, se ci lasciasse così, nel buio di una sala a leggere i titoli di coda, sarebbe un film davvero crudele.

Invece no, al film segue una proposta. Se l’emergenza è culturale, non bastano i gesti simbolici, non bastano i proclami, né le manifestazioni. Prima bisogna pensare, molto. Mettere insieme la potenza del pensiero di tutti per cercare una prospettiva veramente nuova. Per questo, una volta visto il film (non barate, non sareste davvero utili alla causa), leggete il pamphlet (io ho apprezzato particolarmente l’introduzione di Andrea Segre e il contributo di Igiaba Scego). Poi pensate e contribuite alla riflessione comune inviando un commento sul sito. E vediamo dove questo ci porta. Io ho bisogno di credere che ci porti lontano. O almeno un passo più in là.

Le migrazioni in vacanza (reloaded)


Il tema delle migrazioni è stato uno dei fili conduttori della vacanza in Grecia, forse perché, a guardare bene, le tracce delle migrazioni sono ovunque, quando si guarda con un minimo di attenzione. Sono stati almeno tre i filoni della nostra riflessione di viaggio, in riferimento a tre diversi momenti storici.

  1. Le migrazioni antiche. Questo è stato forse il tema più inaspettato, almeno per me. Leggendo i testi delle domande fatte all’oracolo di Dodona, nel grazioso (e assai poco frequentato) museo archeologico di Ioannina, ci ha sorpreso che svariate di esse riguardassero potenziali migrazioni. “Devo trasferirmi a Crotone con la mia famiglia? I miei affari avranno successo?”. Sarà la deformazione professionale, ma per la prima volta mi sono immaginata le colonizzazioni greche in una luce molto diversa: non arditi civilizzatori di terre lontane, ma padri di famiglia alla ricerca di un futuro per sé e per i propri figli. Uomini pieni di dubbi e di paure, non sorridenti piantatori di bandierine.
  2. La diaspora degli ebrei sefarditi. Nel 1492, lo stesso anno della cosiddetta “scoperta” dell’America, iniziava l’esodo degli ebrei prima dalla penisola iberica e poi dall’Italia meridionale. Una parte importante di loro è arrivato in Grecia. A Ioannina abbiamo incontrato Allegra Matsa, discendente di una famiglia originaria di Siracusa. In una sinagoga molto grande (che non era neanche l’unica della città) ha ripercorso per noi la storia di una comunità ormai ridotta a poche decine di unità. Mi ha colpito sentire che a Ioannina si fermò la parte più povera dell’esodo sefardita: i mercanti, gli intellettuali e le élite fin da subito proseguirono per Salonicco o per Istanbul. Anche allora i rifugiati non erano tutti uguali, evidentemente. C’è stato un tempo in cui la popolazione di Ioannina era composta in parti più o meno equivalenti da ebrei, cristiani e musulmani: a questa convivenza è dedicato il piccolo ma significativo Museo Etnografico che si trova all’interno della moschea Arslan Pasa. Peraltro l’edificio in sé merita senza alcun dubbio una visita.
    Sul tragico epilogo di molte comunità ebraiche d’Europa in Germania avevamo già avuto di riflettere molto, ma in Grecia si toccano con mano le conseguenze irreversibili del genocidio nazista.
    Sulle pareti della sinagoga di Ioannina sono iscritti 1.832 nomi di ebrei deportati (la comunità contava all’epoca 2.000 persone). Era il 25 marzo 1944, mancavano solo 6 mesi alla liberazione, ma quei 6 mesi hanno cambiato per sempre la storia degli ebrei in città e in Grecia. Di tutte queste persone si sarebbe perso anche il ricordo, visto che gli archivi furono bruciati dai nazisti, se non fosse stato per lo straordinario sforzo di Michael Naoum Matsas, uno dei pochi sopravvissuti, che ricostruì la lista completa sulla sola base della sua memoria. L’edificio della sinagoga fu salvato dalla distruzione perché il vescovo e il sindaco chiesero e ottennero dai tedeschi di utilizzarlo come biblioteca.
    Un’altra visita importante per la memoria del genocidio degli ebrei è stato il Museo ebraico di Salonicco. Lì la storia fu, se possibile, ancora più amara che a Ioannina. In una calda giornata del luglio 1942 tutti gli uomini della comunità di età dai 18 ai 45 anni furono riuniti nella piazza della Libertà. Durante tutto il pomeriggio li si obbligò a compiere esercizi fisici sotto minaccia delle armi. In meno di 10 settimane il 12% di questi morirono a causa del deperimento e della malattia. La comunità tessalonicese, aiutata da quella ateniese, riuscì a raccogliere 2 miliardi della somma di 3,5 miliardi di dracme richiesta dai tedeschi per il rilascio dei lavoratori forzati. I tedeschi accettarono di liberarli, ma esigettero in controparte l’abbandono del “cimitero ebraico di Salonicco”, dove vi erano dalle 300.000 alle 500.000 tombe, memoria storica della Gerusalemme dei Balcani. Gli ebrei iniziarono il trasferimento delle tombe verso due terreni che erano stati loro concessi in periferia, ma le autorità comunali, prendendo a pretesto la lentezza delle operazioni, decisero di assumere la gestione dell’operazione. Cinquecento operai greci, pagati dal comune, effettuarono la distruzione delle tombe. Il cimitero non tardò a trasformarsi in una vasta cava, dove i greci ed i tedeschi andavano a cercare pietre da utilizzare come materiale di costruzione. In città diverse chiese e edifici sono stati edificati con quelle lapidi. Al posto dell’antico cimitero oggi sorge l’Università di Salonicco. Il monumento che ricorda la deportazione degli ebrei da Salonicco fu costruito solo nel 1997, in periferia. Gli amministratori dell’Università Aristotele hanno sempre rifiutato di erigere un qualsiasi monumento per ricordare la presenza dell’antico cimitero ebraico sotto le fondamenta degli edifici.
  3. Lo scambio delle popolazioni tra Grecia e Turchia. Ne avevo sentito vagamente parlare, per accenni e in modo piuttosto leggero, ad esempio in questo film, o in questo giallo. Ma a Salonicco per la prima volta ho cercato di saperne di più, colpita da una evidenza sorprendente e abbastanza triste: quasi ogni traccia della secolare storia ottomana della città è stata cancellata, oppure versa nel più totale abbandono. La città, pur affascinante, ancora oggi all’occhio del visitatore attento appare, in qualche misura, ferita.
    In estrema sintesi, nel 1923 i cristiani greci dell’Anatolia vennero trasferiti in Grecia, mentre i cittadini greci di fede islamica furono trasferiti in Turchia. Tale vicenda coinvolse circa due milioni di persone e fu ufficializzata con il Trattato di Losanna, sottoscritto dai governi greco e turco. Parliamo del trasferimento forzato di ben due milioni di persone le cui comunità, in molti casi, vantavano una storia plurisecolare. Parliamo soprattutto della fine traumatica di una convivenza che certamente non fu sempre e ovunque felice, ma che era parte integrante della cultura e dell’anima di quelle terre. Anche in questo caso, come altrove in Europa, si ritenne che l’ “omogeneità” della popolazione dei nuovi stati fosse una garanzia di stabilità per il futuro. Certamente fu l’inizio di grandi difficoltà da una parte e dall’altra (l’assimilazione dei nuovi arrivati non fu così indolore) e anche di un certo rafforzamento di identità contrapposte, con quella religiosa che si salda a quella nazionale, che ha portato nuovi e duraturi conflitti. Io credo, avendo imparato ad apprezzare e amare un po’ entrambi i Paesi, che questa decisione abbia impoverito e penalizzato sia la Grecia che la Turchia, prevenendo probabilmente ostilità gravi nell’immediato, ma gettando le basi per una reciproca estraneità (se non attivo odio e rancore) del tutto in contraddizione con la storia.

Parlando con un simpatico autista Uber delle prospettive dell’Europa, mi ha colpito il fatto che lui insistesse a dire che un tedesco o un nord europeo in genere non ha proprio gli strumenti culturali per capire un greco, un po’ per i pregiudizi (“Dicono che non lavoriamo, io lavoro 12 ore al giorno, in condizioni che nessuno di loro potrebbe sopportare”), un po’ per diversa mentalità. Questo discorso, tutt’altro che raro, dimostra in primo luogo che certamente i pregiudizi sono reciproci. Ma fa anche riflettere sul fatto che in Europa sembriamo aver perso la capacità, se mai a sprazzi l’abbiamo avuta (a me piace pensare che a tratti, in alcuni territori, ci fosse), di trarre vantaggio dalle nostre indiscutibili differenze. Eppure l’unico futuro possibile è un futuro insieme. Vale per l’Europa, vale per ciascuno dei quartieri in cui viviamo.

Viaggio in Grecia: uno sguardo d’insieme


“In Grecia senza macchina?” mi chiedevano, con minore o maggiore scetticismo quelli con cui condividevo i miei piani di viaggio. “Cioè, neanche noleggiandola? Ehm…”.

Ecco, iniziamo da qui. Un viaggio nella Grecia continentale con i mezzi pubblici si può fare, ma certamente ha delle limitazioni. Per raggiungere la meta più bella una macchina per un giorno l’abbiamo infatti affittata. In due o tre occasioni la nostra resistenza e la nostra pazienza sono state messe seriamente alla prova dalla Ktel, l’azienda di trasporti greca. Ma valeva la pena di farlo, senza dubbio alcuno. Vi dirò, certe volte non poter ottimizzare tempi e tragitti (ecco, questo in qualche caso è un eufemismo) costringe a rallentare, a fermarsi una notte in più, a godersi l’atmosfera e soffermare lo sguardo un po’ più a lungo.

La Grecia continentale, in fondo al mio cuore, era da sempre “la Grecia vera“. Senza nulla togliere alle isole amate da molti, me inclusa, quest’anno avevo voglia di un viaggio a più dimensioni, paesaggistiche, storiche e culturali. Ho avuto decisamente pane per i miei denti.

Non vi immaginate nulla di particolarmente eroico. Siamo stati in luoghi che, anche se non sono frequentatissimi da turisti italiani, erano dotati (qualcuno di più, qualcuno di meno) di comode strutture di medio/buon livello, per i nostri standard di viaggi. Ho trovato l’atmosfera generale molto accogliente e rilassante. Anche in luoghi dove c’era un’ampia offerta di attività e servizi, non mi sono mai sentita aggredita o raggirata in quanto turista.

I greci, in questa estate torrida (ma forse in generale), avevano molto a cuore l’idratazione del turista: nei ristoranti appena seduti arrivava una bottiglia di fresca acqua di rubinetto (buona e gratuita), in quasi tutti gli alberghi e AirBnB dove siamo stati siamo stati accolti dall’omaggio di bottiglie di acqua minerale. Il tour che abbiamo fatto alle Meteore includeva abbondante scorta d’acqua e i free Walking Tour a Salonicco avevano fontanelle, storiche ma funzionanti, tra le tappe.

Abbiamo visitato musei bellissimi e moderni nell’esposizione, usufruito di visite guidate godibili e interessanti (a proposito: questa è l’estate che ricorderò per il fatto che Meryem segue ormai tranquillamente una visita guidata in inglese).

Ma credo che mia figlia ricorderà questo viaggio soprattutto per le bellezze naturali: in prima posizione c’è il sorprendente fiume Acheronte, ma anche un mare straordinario, le rocce delle Meteore e il verde intenso del Pelio.

O forse nel suo cuore resterà soprattutto il cibo?

Eccovi, in sintesi, il nostro itinerario di tre settimane. 

  • Bari-Igoumenitsa. Trasferimento (in taxi, la domenica non ci sono autobus!) a Parga.
  • Tre giorni a Parga, uno dei quali impiegato per una giornata intera all’Acheronte (che merita un post a parte!).
  • Ioannina (con visita a Dodona e alle grotte di Perama)
  • Kalambaka e Meteore
  • Quattro giorni a Salonicco, uno dei quali impiegato per una gita a Vergìna
  • Tappa a Volos e trasferimento a Platanià (Pelion). Cinque giorni di mare, comprensivi di gita di un giorno a Skiathos.
  • Trasferimento a Atene.

 

 

 

Che dire? (su via Curtatone)


Ho pensato a lungo se scrivere questo post, decisamente non necessario. Su internet potete leggere molti articoli belli, ispirati, utili, documentati. Sotto ve ne linko qualcuno. Ma sapete, oggi volevo iniziare a scrivere un altro post sul viaggio di questa estate e poi mi sono detta che alcuni dei quattro gatti che mi leggono forse si aspettano un commento sull’orrendo sgombero protratto e violento di cui siamo stati testimoni qui a Roma.

In queste ore si legge un po’ di tutto, le tifoserie si scatenano, il web pullula di specialisti di sociologia e di diritto internazionale. “La gente valuta per quel che sa”, mi si obiettava ieri in una conversazione su Facebook. E ancora una volta, purtroppo, sa molto poco e soprattutto non sa cosa credere, in questa gara a pubblicare immagini, video, frammenti, istantanee. Questa estate, in un istruttivo video su come editare le foto per Instagram, una frase di Chiara mi è rimasta impressa: “lo stile di Instagram chiede foto con una prospettiva molto dritta e molto piatta”. Ecco, tutti i media ormai chiedono questo: narrazioni estrapolate, lineari e piatte, senza prima e dopo. Magari virate sulle tinte pastello dei buoni sentimenti, oppure molto sature di dramma, sangue, enfasi.

Prima di lasciarvi con qualche consiglio di lettura, aggiungo solo qualche osservazione.

  1. Lo so che i rifugiati, specie se vivono in condizioni analoghe, vi sembrano tutti uguali e considerare particolari come quando sono arrivati in Italia, se parlano la lingua e che storia pregressa con l’Italia hanno vi pare una distinzione di lana caprina. Però fa tutta la differenza del mondo. Se volete cercare davvero di capire, queste cose dovreste saperle. Perché spiegano l’adeguatezza o l’inadeguatezza delle soluzioni possibili, ma anche la profondità delle responsabilità politiche del singolo episodio. Ieri ho incontrato un vecchio amico, membro del comitato che coordinava l’occupazione di via Curtatone: ci siamo conosciuti al centro di accoglienza in cui lavoravo e da cui lui è uscito nel 2003. La maggior parte delle persone sgomberate da quel luogo ci vivevano da tre o quattro anni. Alcuni bambini ci sono nati.
  2. Con questo non voglio dire che era giusto e bello che centinaia di persone vivessero in uno stabile occupato. Non sarebbe mai dovuto succedere. Eppure succede, in tante altre strutture in città, di cui la Regione ha fatto una precisa lista già da tempo, corredata da stanziamenti di fondi al comune per ampliare l’edilizia popolare.
  3. No, non incomincerò anche io con l’elenco delle responsabilità in ordine decrescente. Credo che con le giuste letture ognuno possa farsi il suo. Lasciatemi sono dire che in queste circostanze più di altre si tocca con mano l’inadeguatezza, lo squallore e il cinismo della politica. Tutta. Chi ha potere è squallido nel molto, in larga scala e con la spudoratezza di chi è sicuro dell’impunità; ma chi non ha potere è squallido nel poco, nei protagonismi e nelle strumentalizzazioni di bassa lega. Scusate se sono amara, ma oggi mi pare così.
  4. Che possiamo fare noi? Sarò franca. Non basta l’indignazione su Facebook, ma anche andare a portare panini serve più a gratificare il nostro spirito da crocerossina dell’800 che altro (senza offesa per il bellissimo e utilissimo volontariato di Roma, si intende). Non lasciate che questi episodi siano dimenticati dopo il prossimo titolone. Leggete, informatevi, chiedete, capite. E cominciamo a pretendere una politica degna di questo nome. Come? Ditemelo voi. Sono tutta orecchi.

Letture

Annalisa Camilli, Sgomberare gli sgomberati, il fallimento dell’accoglienza a Roma
Centro Astalli, Sgombero di rifugiati a Roma: risposta inadeguata a problemi complessi

Gianni Del Bufalo, Migranti e topi
Eleonora Camilli, Famiglie senza casa accampate in basilica: “Qui finché non ci ascoltano” (per completezza)
Michele Smargiassi, La carezza e la violenza. Una guerra di immagini

La foto del post è di Eleonora Camilli.