Com’è Rimini?


Questa estate è un po’ fuori fuoco. Non saprei come dirlo meglio. Non è che i programmi saltino del tutto, ma certo hanno una tendenza a deformarsi, storcersi, perdere l’asse immaginato per prendere tutt’altra piega. Il tutto per dire che alla fine ho rinunciato a replicare la fortunata settimana a Ventotene dello scorso anno e, presa da un subitaneo impulso, sono andata a Rimini.

La cosa ha suscitato un certo stupore in chi mi frequenta. “Ma come ci siete finite voi due sulla riviera romagnola?”, hanno chiesto alcuni. Mah, ci siamo finite più o meno come siamo finite in Kurdistan o in giro per la Germania: senza pensarci troppo.

Com’è Rimini? Per me è stato il luogo geografico in cui la prospettiva di Meryem si è bruscamente divaricata dalla mia, intanto. Per una combinazione fatale tra mie esitazioni e sue ribellioni, ho finito per rinunciare alla gita a Ravenna (con molto dispiacere). Non ho rinunciato alla visita al Tempio Malatestiano e alla passeggiata per il borgo, grazioso davvero, tuttavia l’atmosfera anche in quel caso è stata un po’ guastata da un velo di mugugno.

Per il resto, Rimini è come me la descrivono: carina, accogliente, fantasiosa. La gentilezza verso il turista regna sovrana. E non con quel vago retrogusto di presa per il culo che a Roma non manca mai nei rapporti tra cliente e avventore, anche quando sono felici. Proprio gentilezza, lineare e aperta, misurata ma non asettica. Mi è piaciuta.

L’affollamento, che temevo (Rimini per la mia famiglia era addotto come simbolo del carnaio in spiaggia da evitare a ogni costo), era reso relativo dall’immensità delle spiagge. O forse anche da un calo di presenze? Non so dire. In stabilimento siamo andate due volte, una a San Giuliano e una a Rimini centro (bagni 24). Un’esperienza interessante, più costosa di quello che mi aspettavo nel primo caso e assai meno costosa di quanto mi aspettassi nel secondo. In futuro non la eviterei necessariamente, ma neanche insisterei per rifarla.

Concludo dicendo, con il cuore in mano, che una terra così ospitale e accogliente si meriterebbe un mare degno di questo nome. Va bene l’atmosfera, la suggestione, le attività, la comodità, i servizi, il cibo (sublime)… ma andare al mare nonostante il mare continua a parermi un po’ bizzarro. Non credo mi ci abituerei.

Bluff europeo


Sono usciti i dati sulle richieste d’asilo in Europa nel 2016 e i comunicati stampa, diligentemente ripresi dai giornali, riportano che sono lievemente calate rispetto al 2015, ma che la situazione appare straordinaria soprattutto in Germania, dove si è registrato un vero record: +56% di domande presentate, che ammontano addirittura al 58% del totale europeo.

Qualcosa non mi torna. Gli arrivi dalla rotta orientale del Mediterraneo e attraverso i Balcani sono crollati per effetto dell’accordo con la Turchia. Le persone sbarcate in Europa perché soccorse in mare sono diminuite drasticamente e il flusso più consistente si concentra in Italia. Le frontiere interne sono pressoché blindate e infatti le domande di asilo registrate in Italia sono aumentate.

Da dove sono mai piovuti tutti questi richiedenti asilo in Germania nel 2016? Finalmente trovo la risposta in un’intervista rilasciata dal Ministro degli Interni tedesco a gennaio: in realtà i nuovi arrivi nel paese nel 2016 sono 280.000 e non oltre 700mila (numero delle domande). Di questi 80.000 sono rientrati volontariamente o sono stati forzatamente rimpatriati. E quindi il mezzo milione di richiedemi in più come si spiega? Si tratta di persone arrivate nel 2015, la cui domanda è stata registrata successivamente, spiega il Ministro. C’è stato un accumulo. Comprensibile, certo.

Ma l’informazione resta disonesta. Della cifra record degli arrivi ci siamo allarmati sufficientemente un anno fa. A distanza di un anno ci dobbiamo allarmare perché quelle persone finita l’attesa si sono riuscite a registrare come è previsto?

Sempre le stesse persone sono. Invece di dire che in Germania sono arrivate 800mila persone in meno rispetto all’anno precedente preferiamo comunicare che le domande di asilo sono aumentate del 56%

Non fa proprio lo stesso effetto, non vi pare?

Senza parole


Sono giorni che penso che dovrei scrivere qualcosa qui sulle rapide, rapidissime evoluzioni di provvedimenti in materie di migrazione. ma ogni volta che comincio mi assale una sorta di scoramento e di stanchezza.

A costo di sembrarvi presuntuosa, quindi, vi chiedo di credermi sulla parola: le decisioni che sono state prese e che si stanno prendendo in questi giorni e ore sono gravissime e, in qualche misura, senza precedenti. Non è che non sia in grado di argomentare perché, ma siamo arrivati al punto che mi pare persino inutile, in qualche modo.

Sul “come” (come accogliere, come gestire, come programmare i flussi, come coordinare gli interventi economici e politici che riguardano le migrazioni, come contrastare l’illegalità, come…. un sacco di cose) c’è infatti molto da parlare, argomentare, dibattere e soprattutto riflettere, pensare, valutare. Ma quando si arriva al “se” (decidere se salvare esseri umani innocenti dal mare, se dare la possibilità di chiedere protezione, se la dignità del resto degli uomini del mondo ci riguarda, se una persona nata in un luogo diverso ha lo stesso diritto a una vita sicura e a un futuro o no) non mi sento più in grado di argomentare. La domanda stessa mi pare in contraddizione con tutto quello in cui credo e che in 44 anni di vita ho interpretato come valori abbastanza condivisi della comunità culturale di cui faccio parte.

Perdonerete se sono senza parole. Poi magari le ritroverò.

Voglio però lasciarvi descrivendovi una foto che non ho scattato ieri sul tram 8. Una donna africana portava sulla schiena un bimbo che poteva avere una decina di mesi. Lei era assorta nei sui pensieri, ma il piccolo di guardava intorno e tendeva le manine agli altri passeggeri. Io e un’altra signora abbiamo allungato un dito e lui lo afferrava sciogliendosi in profonde risate e gridolini.  Anche quando la mamma è scesa lui continuava  a sorridere e a cercarci con gli occhi attraverso il finestrino.

Che voglio dire con questo? Niente di particolare. Forse solo che, senza arrivare alle crude previsioni economiche di Boeri, mi chiedo se siamo proprio sicuri di volerci a ogni costo difenderci con la violenza e con gli eserciti da questa cosiddetta invasione. Mi sovviene un vago ricordo dell’esame di egittologia e una curiosa contraddizione iconografica nei rilievi monumentali dei faraoni che raccontavano di difendere l’Egitto da feroci invasori asiatici armati e poi, negli stessi rilievi, infilavano raffigurazioni di carri carichi di donne e bambini, quasi a suggerire che questi “supernemici” non erano solo feroci soldati, ma anche persone che – come si racconta anche nella Bibbia – si affacciavano nel Paese per sopravvivere. E che poi alcuni di questi popoli ce li ritroviamo, ben caratterizzati dai loro copricapi etnici, in rilievi successivi come soldati nell’esercito del Faraone. La retorica della difesa della patria dall’invasore funziona sempre, da millenni. Poi però la storia dimostra che quella delle battaglie e degli eserciti è (per fortuna) solo una parte di una realtà più grande, meno lineare, fatta più di relazioni che di stereotipi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa è bella perché è varia (e anche l’Italia)


Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato, lo leggerete sui giornali, lo vedete credo sui social. Quest’anno sono stati organizzati moltissimi eventi in tutta Italia (e in molti di essi potete anche firmare per la campagna Ero straniero. L’umanità che fa bene). Io, di corsa tra una scadenza e un impegno, ci tengo però a scrivere qualcosa, oggi. E cercherò per un giorno solo di non fare polemica, di non angustiarmi e di non farmi il sangue amaro (anche se ce ne sarebbe ben motivo).

Oggi voglio spiegarvi come mai ancora ho fiducia e speranza, nonostante senatori che organizzano teatrini violenti e volgari e trasmissioni televisive ben oltre i limiti della decenza. La mia speranza è che l’Europa è tanto altro, e anche l’Italia. Perché in ogni angolo di questo sorprendente continente, in cui non ci sono maggioranze ma solo minoranze (etniche, linguistiche, culturali), tanti hanno trovato la loro personale via per l’accoglienza, anche al di fuori dagli schemi.

Prendetevi pochi minuti e guardate questo video, ad esempio. Mi piace molto la carrellata di panorami, lingue, persone diverse che hanno contribuito a realizzarlo. Sono molto fiera di questo progetto, a cui stiamo lavorando in 9 Paesi d’Europa. Tante cose stanno già succedendo, con normalità. E allora cerchiamo di raccontarlo (qui trovate il video girato a Roma)!

Ieri ho visto un buon documentario che andava esattamente nella stessa direzione, Dove vanno le nuvole di Massimo Ferrari. Anche in questo caso, più ancora della ragionevolezza delle esperienze di accoglienza, colpisce la straordinaria varietà dell’Italia. La telefonata dell’operatore sociale trevigiano in visita a Riace, che descrive i preparativi per la festa dei Santi Cosma e Damiano, è antropologicamente esilarante. L’impressione che io ne ho ricavato è che in un Paese dove da millenni riescono a convivere stili di vita, mentalità, linguaggi e culture culinarie tanto diverse, con un minimo di buon senso e organizzazione può trovare posto il mondo intero. Non so, sinceramente, se il professore di Treviso faccia più fatica a comprendere un ragazzo guineano di vent’anni che vuole lavorare per mandare i soldi alla famiglia o un sindaco calabrese che sfila in processione sotto i Santi Medici e fa gesti pubblici/politici nella chiesa del paese con assoluta disinvoltura.

Non è facile, certo. Ma la complessità è la cifra dell’Italia e dell’Europa e una via si è sempre trovata. Ciascuno la sua, magari in ordine sparso. Ma con una creatività e una capacità di invenzione che non deve essere umiliata da quattro slogan ad effetto.

Buona giornata del rifugiato. L’UNHCR vi dice di schierarvi “dalla parte dei rifugiati”. Io oggi vi dico: cercate di rasserenarvi e di guardare il lato positivo. Siamo tutti dalla stessa parte. O, se preferite, siamo tutti sulla stessa barca, come diceva uno dei protagonisti del documentario. Io non sarei tanto sicura di chi sta al timone e chi rema, ma mettiamocela tutta e in qualche modo si andrà avanti.

Di Venere e di Marte


Come sa chi mi segue sui social, è arrivato ineluttabile il momento che rimandavo da 17 anni circa: bisogna rifare l’impianto elettrico del mio appartamento. Una casa con cui non è mai scattata una scintilla d’amore, ma che è pur sempre la mia casa, specialmente ora che ho finito di pagare il mutuo. Da settembre in effetti avevo cominciato il processo di scarto del superfluo, ma davanti ai mobili da smontare mi ero arenata. La necessità di intervenire pesantemente mi darà almeno l’opportunità di buttare una parte rilevante di ciò che si è accatastato nel tempo.

Che bello, diranno i miei lettori. E qualcuno si azzarda a dirmelo anche dal vivo. Io fatico assai a vedere il lato positivo del vivere per due mesi almeno fuori da casa mia (siamo sfollate a casa di mia madre), assistendo passiva (la mia inettitudine in ogni questione pratica è notoria) a un’operazione che mi costerà verosimilmente il doppio di quanto mi viene al momento preventivato – e comunque uno sproposito. Con l’aggravante che io una sistemazione migliore per la mia casa non riesco davvero a immaginarla. Ho il forte sospetto che, passato il cataclisma, mi troverò in un luogo del tutto equivalente a quello che faticosamente sto facendo smantellare.

Ultima maledizione che incombe su di me: questo film, dalla cui visione a suo tempo trassi argute considerazioni metaforiche, ma che oggi mi si ripropone in tutto il suo crudo significato letterale. Paese che vai, operaio che trovi. Il direttore dei lavori però è romano. “Lunedì non possiamo cominciare”. “Allora magari martedì?”, suggerisco speranzosa. “No, mai. Di Venere e di Marte…”. Già. Non si sposa, non si parte e non si dà nemmeno principio all’arte. La pluridecennale esperienza di L. conferma che tutti i lavori da lui iniziati di martedì o di venerdì sono stati “un bagno di sangue”. Conveniamo che conviene partire sotto presagi migliori.

Domani è mercoledì. Vi terrò aggiornati.

 

Noi, loro


Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Certamente. Ma è anche vero che per far cadere un albero ci vuole pochissimo tempo, per farlo crescere molto molto di più. Quindi non si tratta solo di rumore, si tratta di danneggiamento del lavorio paziente di tanti altri.

La fiducia necessita di tempi lunghi. Ma per la diffidenza basta un attimo.

Tutto questo per dire che viviamo dei tempi difficili, in cui credo davvero che se non siamo nella posizione di migliorare le cose almeno sarebbe nostro preciso dovere non peggiorarle. Se non possiamo far sentire meno isolato e additato il capro espiatorio di turno, almeno dovremmo astenerci dal dare manforte a chi moltiplica la violenza.

La violenza fisica è solo l’ultimo anello di una lunga catena che costruisce per alcuni una posizione di inferiorità. Argomenti apparentemente razionali, spesso suffragati da sondaggi e numeri, ma che in realtà servono specialmente ad argomentare una diversità sostanziale, che giustifica “le maniere forti”. Una connessione tra una categoria di persone generica (e per generica intendo banalmente che include centinaia di migliaia, quando non addirittura milioni di singoli individui), a prescindere da cosa il singolo membro della categoria sia o faccia, e un’alterità, una sostanziale estraneità.

Loro. Loro pensano che. Loro vogliono. Loro. Non noi. Contro di noi. Non saremo disposti a tollerare che loro… Non c’è posto per loro, non cederemo di un millimetro. Anche se quei loro, finché qualcuno ce l’ha fatto notare, erano solo i miei vicini di casa, i compagni di classe di mia figlia, le persone che incrocio ogni mattina per strada.

Ieri un giurista di cui ho immensa stima, Lorenzo Trucco, ci ha ricordato ciò che scriveva Norberto Bobbio nel 1992 su La Stampa. Lo ricordo anche a voi, perché ci riflettiate con me.

L’essenza della democrazia è esattamente l’opposto del razzismo. Nonostante la continua sofferenza di essere costretti a vivere in una democrazia sgangheratissima come la nostra, non ci stancheremo mai di mettere in evidenza i pregi dello stato democratico, malgrado le sue magagne, rispetto a tutte le forme di governo. Democrazia e razzismo, in tutte le sue manifestazioni, sono incompatibili per almeno due ragioni.

La democrazia è fondata su valori universali, come la libertà, la giustizia, il rispetto dell’altro, la tolleranza, e soprattutto la non violenza. Il razzismo è antiliberale, antiegualitario, intollerante e, nei casi estremi, anche violento.
In secondo luogo la democrazia è inclusiva, nel senso che tende ad includere coloro che stanno fuori per allargare ad altri i propri benefici.

Il processo di democratizzazione, dal secolo scorso ad oggi, è stato un processo graduale d’inclusione dei diversi.
Il dispotismo è esclusivo: tende, se mai, a escludere i già inclusi.
Naturalmente non si può includere tutto e tutti, così come non si può tollerare tutto e tutti, ma una democrazia non può essere “esclusiva” senza rinunciare ad essere una “società aperta”, ossia senza negare se stessa.

 

Semplice è meglio?


Semplice, facile, veloce. Molte cose, dalla ricerca di informazioni agli acquisti di ogni genere, oggi sono così. Persino le pratiche burocratiche, nei casi più fortunati (e quando non lo sono ancora sbuffiamo forte). La semplicità è spesso – a ragione – un punto di forza, un valore aggiunto, un ideale. Semplice è anche una parola chiave della comunicazione. Uno dei pochi concetti che mi sono chiari della “teoria dei blog”, che disattendo da 13 anni, è che i post devono essere semplici da leggere (e preferibilmente brevi).

Quest’anno ho avuto l’occasione di incontrare qualche volta Emma Bonino, una donna notevole da molti punti di vista e certamente straordinariamente intensa. Nella prima di queste occasioni lei ha buttato lì una frase che mi ha fatto pensare: “Dovremmo rieducarci alla complessità”. E ha subito aggiunto (cito a memoria, ovviamente): “Non dovrebbe essere così difficile. L’esperienza personale di ciascuno di noi è di solito straordinariamente complessa”.

C’è differenza tra il legittimo desiderio di semplificarsi la vita e la semplificazione brutale, a volte violenta, a cui il più delle volte inconsapevolmente sottoponiamo persone e situazioni. L’esigenza di “parlare in generale” è una scusante che vale fino a un certo punto.

Non sempre semplificare è preferibile. Ma soprattutto semplificare richiede una profonda conoscenza dell’argomento che si deve semplificare unita alla competenza aggiuntiva di sapere spiegare le cose. Oggi mi capita giusto un esempio calzante, il commento di Silvia Tropea sulla sentenza della corte di Cassazione in merito all’assegno di divorzio. Leggere questo post (non un voluminoso libro specialistico) mi ha in primo luogo fatto capire i termini della questione: cos’è una sentenza della Corte di Cassazione, che peso ha o potrebbe avere, in che contesto nasce, eccetera. Poi mi ha spiegato semplicemente le implicazioni e i possibili scenari. Finora avevo letto titoli di giornali condivisi qui e là sui social e commentati da opposte tifoserie. Un rumore inutile che in nulla contribuisce a farsi un’opinione.

A volte la semplificazione è necessaria e indispensabile. Ad esempio nei libri di testo per le elementari, tanto per fare un esempio di vita vissuta – e assai dolorosamente. Mia figlia ha un libro di testo scritto in linguaggio a lei comprensibile, assai sintetico e soprattutto pieno di sacrosante stupidaggini, evidentemente false. Io me ne accorgo sulla storia antica, ma se mia figlia avesse un libro di scienze mi dicono che anche quello sarebbe una fonte sicura di assurdità. Io domenica scorsa ho appreso, ad esempio, che i fenici non costruivano templi. Mettetevi nei panni di una che si è laureata con una tesi su uno di questi inesistenti templi fenici… Ma più ancora delle informazioni scarse e scorrette, mi colpisce la selezione degli argomenti. Torno con un esempio sui popoli antichi. Di ciascun popolo si dicono poche cose, si suppone le più importanti. Ebbene, una frase su “da dove veniva” il popolo in questione c’è sempre. Io mi chiedo: ma perché questa cosa è considerata così irrinunciabile? Non basterebbe dire che in un certo periodo, in un certo luogo, viveva il tale popolo? Perché attingere a fantasiosi miti delle origini, talora inventati di sana pianta dall’autore del testo stesso per riempire una casellina su cui neppure le fonti letterarie ci soccorrono? Perché che gli ebrei siano originari di Ur e quindi della Mesopotamia è magari scientificamente opinabile, ma che i babilonesi siano originari della penisola arabica è abbastanza creativo. Per non parlare del fatto che classificare mentalmente i popoli abbinandoli ad un aggettivo (bellicosi ittiti, feroci accadi, industriosi fenici e via così) è l’anticamera se non del razzismo quantomeno del pregiudizio.

Sono sempre più convinta che educare alla complessità sia importante, fin dalle elementari. Questo ovviamente non vuol dire subissare i bambini di informazioni o costringerli a leggere testi complicati e non adatti alla loro età. Ma sottolineare le sfumature, i distinguo e soprattutto la violenza potenziale di una definizione categorica. Educare alle differenze è uno slogan vuoto se non si abbina alla costruzione effettiva di una flessibilità mentale che non è relativismo, ma consapevolezza che molti dei nostri assunti non sono gli unici possibili. I miei studi universitari, per una fortunata combinazione di incontri e letture, mi hanno molto allenato e rafforzato su questo fronte. Io ci ho aggiunto di mio una tendenza all’irrequietezza mentale e spirituale che rifugge dalle gabbie di qualunque tipo. Ma credo davvero che la sfida più grande per l’educazione sia mettere in grado ciascuno di non temere la complessità, di saperla gestire senza esserne sopraffatto e anzi di goderne l’intrinseca bellezza.