Tempesta


Quest’anno la primavera pareva arrivata e poi, improvvisamente, le temperature sono calate. Ha nevicato, persino. Non ha solo piovuto: ha grandinato, con chicchi enormi e violenti. Ottime metafore atmosferiche, mi sono sorpresa a pensare, del mio ultimo weekend con la mia adolescente preferita.

Va così, dunque. Di colpo mi sono trovata per l’ennesima volta spiazzata. Perché il punto è che non capisco proprio mia figlia, non capisco le sue comunicazioni, le sue reazioni e dunque mi pare di essere sempre fuori tempo e fuori luogo.

Ricordo quando era piccola che avevo registrato che in alcune circostanze i bambini bisogna contenerli. Ma come si contiene la tempesta emotiva di una quattordicenne? Mi sono sentita come se stessi tentando di arginare con un dito una diga che crolla. E quindi l’ondata della piena ha investito e travolto anche me.

Però io in questa circostanza non devo essere Chiara, o almeno non prioritariamente. Serve che sia sua madre, prima di tutto. E allora mentre aspettavo che quella specie di tromba d’aria passasse da sola (e non certo per merito mio), ho fatto una fatica bestiale per non lasciare spazio ai sentimenti che comunque sentivo. Il senso di perdita, in primo luogo. L’impotenza. I dubbi, che non mi lasciano mai.

Ma onestamente capisco che la cosa più dura non è stato tanto vederla soffrire, o immaginare che potrebbe soffrire di nuovo: piuttosto è stato il dover rinunciare a un’immagine che mi piaceva, a un racconto che mi ero costruita e in cui in cuor mio avevo persino un piccolo ruolo. E invece no, trovandomi sbattuta fuori all’improvviso, ho realizzato che quel ruolo era solo nella mia testa.

Adesso sono di nuovo qui sul solito divano dilaniato dal gatto, dove quando riesco trattengo il fiato e cerco di non sbagliare troppo. Ma un po’ di fantasticherie, anche adesso, non me le nego. Dico a me stessa quello che provo a dire anche a lei: cerca di non farti troppo male.

Accoglienza


Ucraina: un’altra emergenza, un’altra ondata di solidarietà al cui confronto quella suscitata dagli afgani pochi mesi fa sparisce (e del resto non se ne parla più in tv, quelle persone restano una priorità solo per gli “addetti ai lavori”). Onestamente i sentimenti di chi di accoglienza si occupa, in Italia, sono divisi. Da un lato tanto entusiasmo a aprire le porte di casa è bello da vedere e in qualche modo confortante. Dall’altro la disparità di trattamento stride. Quegli stessi operatori che faticano a convincere chicchessia a affittare anche solo una stanza a un rifugiato con regolare contratto di lavoro, che sanno di frontiere ostinatamente chiuse e di quarantene lunghe e rigorose per chi cerca protezione da altre sponde, si chiedono perché per queste vittime innocenti di guerra le aperture siano tanto maggiori.

Buon per loro, buon per noi. Ma qualche domanda si impone. Perché usare ora una direttiva europea per la protezione temporanea rimasta nel cassetto per 11 anni, al punto che si ipotizzava di cancellarla? La guerra in Siria non era abbastanza guerra, l’afflusso che nel 2015 è stato definito “emergenza profughi”, “esodo biblico”, “tsunami umano” non era abbastanza massiccio? Tanto si sta dicendo e scrivendo sul colore della pelle e sulle somiglianze, fisiche e culturali (?), che solleciterebbero l’empatia. Questo esiste, ma penso e spero che ci sia anche dell’altro.

In realtà molti italiani conoscono degli ucraini, in un modo o nell’altro. Ci sono stati anni di accoglienza dei bambini di Chernobyl, che hanno lasciato sui territori una rete di affetti, anche molto duraturi. Ricordo un tassista che mi parlava della “sua” ex bambina, con cui tutta la sua famiglia continuava a sentirsi con regolarità. La bellezza di quell’esperienza era la trasversalità. Persone molto diverse erano state coinvolte, senza pescare in categorie specifiche. E poi, naturalmente, ci sono donne e uomini ucraini che lavorano in Italia. Come assistenti familiari e badanti, per esempio, il che implica spesso un grande scambio affettivo e una relazione continua e significativa. Alle manifestazioni per la pace molti amici parlavano di donne con un nome, a cui sono legati da importanti vincoli di riconoscenza per il loro lavoro prezioso e, il più delle volte, indispensabile e in una certa misura impagabile. Donne che hanno figli, mariti, nipoti che sono di fatto già entrati, in un modo o nell’altro, nella sfera delle relazioni delle famiglie italiane.

Ma poi ci sono i compagni di scuola, di università, i colleghi di lavoro, i vicini di casa. Quando la guerra irrompe nella vita di amici e conoscenti ovviamente ci pare molto diversa. In qualche modo è molto diversa. Non è solo questione di razzismo.

E allora forse mi capirete quando vi dico che avere amici rifugiati è una benedizione e una maledizione allo stesso tempo. Perché quando sai che è il nipote minorenne del tuo amico curdo a tentare la lotteria della rotta balcanica, sfidando fili spinati e la violenza delle polizie di frontiera, il tuo stato d’animo va oltre la comune indignazione e si tinge di paura, di rabbia e di impellente voglia di cambiare le cose, che purtroppo fondamentalmente si traduce in nulla.

Ma se vedo l’effetto potente delle relazioni di amicizia mi viene da pensare che alla lunga l’unica soluzione sostenibile è questa. Avere sempre più amici rifugiati. E quando dico amici, intendo persone legate a noi da un rapporto di reciprocità. Non persone che aiutiamo (o pensiamo di aiutare) e basta. C’è differenza.

Qualche settimana fa ho intervistato, a Parma, una studentessa universitaria di 20 anni coinvolta in un bellissimo progetto che abbina un rifugiato a qualcuno della comunità locale (singoli, famiglie, gruppi) che gli possa fare da “buddy”, da compagno di strada, per facilitare il suo inserimento sociale in Italia. Lei raccontava che un giorno, durante una telefonata con il ragazzo rifugiato a lei abbinato, le era scappato uno sfogo su quanto fosse stressata dallo studio e dalle scadenze degli esami. “Io avevo sempre cercato di non buttargli addosso i miei problemi, visto che lui ne ha già molti. Ma in quell’occasione mi è stato di grandissimo conforto e incoraggiamento. Allora mi sono resa conto che se voglio che il nostro rapporto sia alla pari e veramente reciproco, anche io devo aprirmi e mostrarmi vulnerabile. Quel giorno ha segnato una grande crescita nel nostro rapporto”.

Molte donne ucraine hanno visto vulnerabili noi e i nostri cari e questo ha cementato relazioni di affetto sincero, che rendono ora molti capaci di slanci veri e che saranno probabilmente anche duraturi. Altra cosa, certo, sono gli slanci sollecitati solo dal momento mediatico, dall’entusiasmo che non affonda in nulla di reale, dalla tentazione di vestire i panni del buon salvatore di bimbi biondi o di donne afgane oppresse. Quel moto, pur in buona fede, dobbiamo imparare a riconoscerlo in noi e a addomesticarlo, indirizzandolo in canali alternativi (donazioni, approfondimento, impegno graduale e sostenibile nel tempo che ci consenta di capire davvero cosa ci corrisponde). Perché preso alla lettera non fa bene a nessuno: né a noi, né a chi vogliamo sostenere, né a chi dovrà continuare a farlo quando noi ci saremo resi conto di aver fatto il passo più lungo della gamba.

Miraggi


Ci sono momenti in cui un particolare effetto di luce ti fa credere di avere individuato la via di uscita che cercavi. E allora saltellando corri avanti, pregustando la svolta che ti porterà fuori dal tunnel, compiacendoti del fatto che, nonostante le apparenze, in fondo le risorse le hai.

Poi l’ombra cambia angolazione. Forse il passaggio non c’è. Che non vuol dire che non esista. Magari tra un po’ apparirà sul serio. Ma adesso non c’è. Tocca camminarci un altro pochino nel tunnel.

Ti racconti che quella scorciatoia illusoria era comunque inattesa, che non ci avevi davvero fatto affidamento. Che avevi stimato a suo tempo che ce la facevi comunque e dunque a conti fatti non è successo nulla di cui essere abbattuti. Non hai perso nulla.

Eppure una strisciate sensazione di amarezza rimane. Non dovrebbe esserci, eppure c’è.

Erba gatta


Ieri sera, tornando a casa, ho visto che l’erba gatta che avevo comprato settimane fa per Zoe detta Zozo, il nostro felino di casa, si era afflosciata sul pavimento. Evidentemente il sistema di irrigazione dal basso che credevo di aver messo in atto non è risultato efficace. Allora ho provveduto a mettere il vasetto a mollo nel lavello e con questa manovra di emergenza l’erba si è rianimata.

L’operazione mi ha fatto venire in mente che come da qualche parte e in qualche modo devo aver imparato che quello che ho fatto è la cosa giusta da fare in caso di erba afflosciata, così in questo ultimo anno mi pare di aver imparato a fare con la mia anima. Ogni tanto stramazzo. Spesso. Stanchezza, scoraggiamento, solitudine. Non ultimi, i colpi ben assestati della mia adolescente domestica, che non lo fa per cattiveria, ma farmi a pezzi è un po’ il suo lavoro e lo fa con un certo zelo.

Sono però fiera di riconoscermi un ormai consolidato repertorio di manovre di emergenza per reidratare l’anima rinsecchita. Lo scorso weekend ad esempio un paio di film inglesi ben assestati hanno fatto miracoli (Assassinio sul Nilo e, soprattutto, Il ritratto del duca). Il Baingan bharta, la versione indiana del mutabbal (crema di melanzane affumicate al forno con aromi vari), ben accompagnato da pane morbido, sbracata sul divano, è un altro rimedio che funziona.

Ma più di ogni altra cosa giova ricevere una telefonata inaspettata. L’ho già detto in un’altra occasione: io non ho gli amici con cui vado a mangiare la pizza tutti i sabati, inseriti in cornici regolari di frequentazioni e consuetudini. Ma questo non vuol dire che non ne ho. Anzi, ho amici che mi vogliono molto bene e che spesso mi stupiscono per l’intensità del loro affetto e della stima che mi dimostrano. Sono anche loro un po’ resistenti agli schemi, sparsi in luoghi diversi, “non conformi” e a volte silenti, come me, per mesi o per anni.

Poi mi arriva una telefonata, un messaggio. O, come l’altro ieri, uno di loro va in classe di mia figlia e lei da quel breve scambio coglie un lampo di qualcosa che non conosce se non in teoria, la mia vita prima di lei e oltre lei.

A volte mi arrivano velate critiche perché condivido molto della mia quotidianità sui social. Ma più o meno consapevolmente lo faccio anche perché so che c’è un drappello di amici lontani che guarda, registra, segue con affetto. E io ogni mattina, attraverso il vituperato Facebook, menziono a un amico gesuita le persone che voglio che ricordi quando celebra la Messa. Molti di loro riderebbero se lo sapessero. Ma anche questa che ormai è un’abitudine quotidiana per me è un filo, un legame, tra le varie parti di me e tra il mio passato e il mio presente, che considero prezioso.

La fine


C’è un momento, un momento preciso, in cui ogni cosa finisce. Il sentimento più impetuoso e doloroso, persino quello capace di trascinare detriti per anni, arriva a smorzarsi e a languire. Certe volte non è possibile dire quando questo sia avvenuto. Ce ne si rende conto a cose fatte, quando il dato di fatto ha rimpiazzato ogni senso del dovere o di artificioso rimpianto.

Altre volte invece, come è successo a me qualche giorno fa, il momento temporale e il contesto specifico sono chiari. Hanno un giorno e un’ora a cui possono essere ricondotti. Portano forse inevitabilmente a un calo di tensione, a uno spostamento di baricentro. E poi, settimane dopo, di guardi indietro e sospiri. Perché avere più energie è bello, ma quel sentimento manca maledettamente.

Mi immagino conversazioni di chiarimento che nessuno inizierà mai e di cui obiettivamente nessuno sente il bisogno. E anche solo immaginandole mi sento un nodo alla gola e ho voglia di piangere. Ma tanto non si verificheranno mai, quelle conversazioni.

Di meno, ma fa male. Fa male, ma di meno. Ho sempre amato questo verso di Poliker. Me lo fischietto da sola, camminando per strada, non andando a prendere nessuno a Termini.

San Valentino


“Che programmi hai per San Valentino?” La domanda mi fa sorridere. Mi riporta ai molti anni in cui ho provato ad averne. Da ragazza non avevo fidanzati. Poi, quando ne ho avuti, erano della categoria che per carità, queste feste commerciali non ci avranno. Con il curdo ci ha provato una volta lui, proprio all’inizio, comprando un improbabile quanto minuscolo completino da Intimissimi, e una volta io, apparecchiando una cena di tre portate che è risultata quasi altrettanto forzata e fuori luogo.

Oggi, quando mi è arrivata questa domanda, là per là mi è venuto da ridere. Per una zitella un po’ attempata, San Valentino non ha nessun senso. Dovrei aver deposto ogni velleità. Probabilmente l’ho fatto.

Eppure. Mi piacerebbe lo stesso pensare in che modo mi farebbe felice la mia anima gemella, se esistesse. Forse mi porterebbe a teatro, la sera prima, e poi a mezzanotte stapperebbe una bottiglia di Ribolla gialla su un terrazzo segreto con una vista pazzesca su Roma, tipo l’osservatorio astronomico sul tetto di S.Ignazio. O si farebbe trovare sotto casa mia la mattina prestissimo e mi porterebbe a fare colazione in un posto speciale, che non conosco ancora (e che mi consenta di essere in ufficio entro le 9, in tempo per la supervisione dell’equipe di Monza).

Ogni tanto, nella giornata, mi manderebbe un messaggio. Divertente, ironico, romantico, dolce. Forse la mattina, a colazione, condividerebbe con me una playlist con le canzoni che mi fanno stare bene, perché lui saprebbe quali sono, incluse quelle più insospettabili. Poi mi verrebbe a prendere a San Lorenzo dopo la lezione, portando uno spuntino pensato per me: un panino con un formaggio speciale, delle microarancine, oppure del pane indiano ripieno caldo.

Rideremmo, tornando a casa, di quanto sia sdolcinato, alla nostra età festeggiare San Valentino. E ugualmente, o forse per questo, gli sarei grata perché ha esaudito un desiderio che magari è fuori tempo massimo, ma che lascia entrare ancora oggi una sorta di spiffero freddo nel mio cuore. Niente di grave, ma non ci vuole molto a chiudere quella fessura. E poi si sta più caldi, più comodi, più tranquilli.

Tratteniamo il respiro


Ancora in piena ondata di contagi, cominciamo a vacillare, persino nell’ansia. Un po’ schiviamo, un po’ ci facciamo tamponi, ma in fondo in fondo questo Co-vid, normalizzato dall’esperienza di tanti amici, sta diventando qualcosa che prima o poi ci toccherà, o almeno inizio a pensarlo, per scaramanzia o per ragionevolezza.

Il tempo però, il nostro tempo, mi pare completamente trasformato. Io ho smesso, ad esempio, di fare programmi. Mi concentro su un orizzonte temporale di 24-48 ore. Un gigantesco cono di “Inshalla” ha avvolto la mia vita. E forse ora inizio a soffrirne leggermente di meno. Forse.

In qualche modo ho ridotto i motivi per rimandare le cose che vorrei fare. Se riesco, le faccio e basta. Sono andata al MAAM sulla Prenestina, dopo anni che ci pensavo. Ho comprato una macchina usata dopo 16 anni di patente inutilizzata. Non aspetto di capire bene i come e i se.

Guardo Meryem e mi chiedo per lei com’è questo tempo strano, allo stesso tempo sospeso e frenetico. La guardo e un po’ so già che non lo saprò mai, per molti validi motivi. Tratteniamo il respiro, qualche volta sullo stesso divano. E mi chiedo sempre la stessa cosa: come fare a lasciarla andare e a tenerla stretta allo stesso tempo, come farla essere libera e protetta. Non si può, semplicemente. Però è quello che dovrei fare, e neppure basterebbe.

Cose che ho imparato nel 2021


“Sei molto migliorata”, mi ha detto ieri mia figlia. Avere cresciuto un’adolescente alla brutale sincerità ha molti lati negativi, ma anche qualche vantaggio. Se dice una cosa così, la pensa.

Confesso che nelle ultime settimane in un paio di circostanze mi sono complimentata con me stessa. Non so se sono molto migliorata, ma forse un pochino sì. Questo 2021 è stato decisamente un anno di alti (qualcuno) e bassi, talora molto bassi. Ma siamo ancora qui e credo di aver persino imparato un paio di cose.

La prima è che tenersi i desideri per sospirarci sopra non ha senso. Mi sono sorpresa a sognare di incontrare un uomo capace di indovinare i miei desideri e di esaudirli. Ebbene, non ho incontrato proprio nessuno, quest’anno, ma a un certo punto mi sono anche chiesta perché mai dovessi delegare la realizzazione di ciò che voglio a un ipotetico individuo, per giunta telepatico.

L’ho capito, per la precisione, prendendo posto al teatro greco di Siracusa quest’estate, quando – quasi incidentalmente, senza averlo davvero deciso per me – mi sono trovata a spezzare uno dei più lunghi incantesimi di desiderio irrealizzato, che mi trascinavo dalla seconda liceo: tornare a vedere una tragedia greca. Si può fare. L’ho fatto. Ho applicato la cosa più coscientemente per il mio compleanno. Ho fatto alcune piccole cose che mi hanno reso felice, organizzandole io. Ho comprato alcuni biglietti per il teatro. Cose così.

La seconda cosa che sto cercando di imparare è che a volte le cose non si possono programmare. Io non credo di essere così maniaca della programmazione come molti oggi mi vedono: l’improvvisazione l’ho sempre apprezzata. Ma con gli anni mi sono fatta molto più ansiosa e questo a volte mi porta a cercare almeno una parvenza di controllo. Questa estate, e tutto quello che è seguito, mi ha dato una grande lezione da questo punto di vista. Una lezione a tratti amara e che in realtà mi fa ancora un po’ soffrire e scricchiolare di tanto in tanto. Ma mi sento di dire che un briciolo di flessibilità in più la ho raggiunta.

La terza cosa devo ancora metterla bene a fuoco, ma la sintetizzerei così: essere gentili fa bene. Dovrei esserlo di più e con maggiore intenzione. Ho sempre temuto la falsità nelle pieghe della gentilezza, forse eccessivamente. L’onestà è importante, ma la brutalità non è sempre necessaria.

E con questo, buona fine e buon principio a tutti voi.

La bravura, quanto è scivolosa


Oggi ho letto un post che mi ha colpito dritto al cuore e la cosa non mi ha stupito, perché l’autrice, oltre ad essere una persona a cui voglio bene, possiede certamente l’immenso talento di trovare le parole giuste. Per questo, come usavamo fare in tempi lontanissimi, ho pensato di rispondere, o piuttosto da partire da alcune sensazioni che mi ha lasciato per condividere qualche riflessione anche io.

Io sono stata a lungo considerata brava. A scuola certamente, all’università, nella ricerca. Nel mio lavoro, entro certi limiti. Ma che significa poi brava? La bravura, ricorda Valentina, è un concetto maledettamente scivoloso.

Essere considerata brava non mi ha impedito di essere conclamatamente perdente. Credo di essermi inserita in quel passaggio cronologico in cui la categoria di “mediamente povero, ma di riconosciuto prestigio culturale” di cui facevano parte i miei genitori è stata abrogata. E allora per me la definizione di brava si è sovrapposta a quella di inetta, poco furba, inadatta a questo mondo. Ergo, ai margini.

Alla fine il destino mi ha portato a lavorare proprio ai margini, anche in virtù di un’affinità irrefrenabile che mi riconosco con gli sconfitti del mondo. Ma da quando ho una figlia, i dubbi si sono moltiplicati. Anche per tutte le complessità oggettive e di contesto di cui parla Valentina.

E come madre, sono brava? La bravura, quanto è scivolosa. Sono una madre sufficientemente buona quando mi pare che lei si fidi di me, condivida i suoi dubbi e i suoi desideri? O quando, raramente, mi mostro decisa e sostanzialmente priva di esitazioni?

Penso alla frase di Danilo Dolci, sull’educare senza nascondere l’assurdo che c’è nel mondo e, in modo particolare, il guazzabuglio che ho nella testa e nel cuore. O forse quello è bene nasconderlo, o quanto meno schermarlo un po’?

Caspita se si è soli, quando si è genitori di adolescenti. Nudi su una strada deserta, pronti a nasconderci dietro la patina rassicurante della versione ufficiale che raccontiamo ai familiari, agli amici, a noi stessi.

Almodovar di domenica mattina


Sono andata a vedere Madres paralelas una domenica mattina al Farnese. Una strategia per riempire un weekend in cui gli spazi vuoti mi facevano più paura del solito. Questa non è una recensione, ma uno spazio che mi concedo per seguire un pensiero che mi ha accompagnato insistentemente di scena in scena, un po’ a prescindere dal messaggio complessivo.

Mi ha colpito molto il fatto che ogni aspetto dell’essere donna delle due protagoniste sembrasse legato a fil doppio al bastare a se stesse. Con gli uomini nessun rapporto pare possibile: lontani, tenuti all’oscuro, violenti, egoisti, meschini. Comparse necessarie.

A quasi 50 anni confesso di avere molte ragioni per credere che ci sia del vero. Eppure continuo a sognare, con sempre meno convinzione in verità, uno spazio comune di ascolto, dialogo, condivisione vera. Senza che ci sia bisogno che uno spinga via l’altro per non essere sopraffatto.

Stasera l’esperienza smentisce ancora una volta il sogno. Guardo vetri infranti, in senso figurato, e penso a come invece fantasticavo che le cose andassero. A qualcuno che li raccoglie, quei vetri, anche rischiando un minimo.

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