Semplice è meglio?


Semplice, facile, veloce. Molte cose, dalla ricerca di informazioni agli acquisti di ogni genere, oggi sono così. Persino le pratiche burocratiche, nei casi più fortunati (e quando non lo sono ancora sbuffiamo forte). La semplicità è spesso – a ragione – un punto di forza, un valore aggiunto, un ideale. Semplice è anche una parola chiave della comunicazione. Uno dei pochi concetti che mi sono chiari della “teoria dei blog”, che disattendo da 13 anni, è che i post devono essere semplici da leggere (e preferibilmente brevi).

Quest’anno ho avuto l’occasione di incontrare qualche volta Emma Bonino, una donna notevole da molti punti di vista e certamente straordinariamente intensa. Nella prima di queste occasioni lei ha buttato lì una frase che mi ha fatto pensare: “Dovremmo rieducarci alla complessità”. E ha subito aggiunto (cito a memoria, ovviamente): “Non dovrebbe essere così difficile. L’esperienza personale di ciascuno di noi è di solito straordinariamente complessa”.

C’è differenza tra il legittimo desiderio di semplificarsi la vita e la semplificazione brutale, a volte violenta, a cui il più delle volte inconsapevolmente sottoponiamo persone e situazioni. L’esigenza di “parlare in generale” è una scusante che vale fino a un certo punto.

Non sempre semplificare è preferibile. Ma soprattutto semplificare richiede una profonda conoscenza dell’argomento che si deve semplificare unita alla competenza aggiuntiva di sapere spiegare le cose. Oggi mi capita giusto un esempio calzante, il commento di Silvia Tropea sulla sentenza della corte di Cassazione in merito all’assegno di divorzio. Leggere questo post (non un voluminoso libro specialistico) mi ha in primo luogo fatto capire i termini della questione: cos’è una sentenza della Corte di Cassazione, che peso ha o potrebbe avere, in che contesto nasce, eccetera. Poi mi ha spiegato semplicemente le implicazioni e i possibili scenari. Finora avevo letto titoli di giornali condivisi qui e là sui social e commentati da opposte tifoserie. Un rumore inutile che in nulla contribuisce a farsi un’opinione.

A volte la semplificazione è necessaria e indispensabile. Ad esempio nei libri di testo per le elementari, tanto per fare un esempio di vita vissuta – e assai dolorosamente. Mia figlia ha un libro di testo scritto in linguaggio a lei comprensibile, assai sintetico e soprattutto pieno di sacrosante stupidaggini, evidentemente false. Io me ne accorgo sulla storia antica, ma se mia figlia avesse un libro di scienze mi dicono che anche quello sarebbe una fonte sicura di assurdità. Io domenica scorsa ho appreso, ad esempio, che i fenici non costruivano templi. Mettetevi nei panni di una che si è laureata con una tesi su uno di questi inesistenti templi fenici… Ma più ancora delle informazioni scarse e scorrette, mi colpisce la selezione degli argomenti. Torno con un esempio sui popoli antichi. Di ciascun popolo si dicono poche cose, si suppone le più importanti. Ebbene, una frase su “da dove veniva” il popolo in questione c’è sempre. Io mi chiedo: ma perché questa cosa è considerata così irrinunciabile? Non basterebbe dire che in un certo periodo, in un certo luogo, viveva il tale popolo? Perché attingere a fantasiosi miti delle origini, talora inventati di sana pianta dall’autore del testo stesso per riempire una casellina su cui neppure le fonti letterarie ci soccorrono? Perché che gli ebrei siano originari di Ur e quindi della Mesopotamia è magari scientificamente opinabile, ma che i babilonesi siano originari della penisola arabica è abbastanza creativo. Per non parlare del fatto che classificare mentalmente i popoli abbinandoli ad un aggettivo (bellicosi ittiti, feroci accadi, industriosi fenici e via così) è l’anticamera se non del razzismo quantomeno del pregiudizio.

Sono sempre più convinta che educare alla complessità sia importante, fin dalle elementari. Questo ovviamente non vuol dire subissare i bambini di informazioni o costringerli a leggere testi complicati e non adatti alla loro età. Ma sottolineare le sfumature, i distinguo e soprattutto la violenza potenziale di una definizione categorica. Educare alle differenze è uno slogan vuoto se non si abbina alla costruzione effettiva di una flessibilità mentale che non è relativismo, ma consapevolezza che molti dei nostri assunti non sono gli unici possibili. I miei studi universitari, per una fortunata combinazione di incontri e letture, mi hanno molto allenato e rafforzato su questo fronte. Io ci ho aggiunto di mio una tendenza all’irrequietezza mentale e spirituale che rifugge dalle gabbie di qualunque tipo. Ma credo davvero che la sfida più grande per l’educazione sia mettere in grado ciascuno di non temere la complessità, di saperla gestire senza esserne sopraffatto e anzi di goderne l’intrinseca bellezza.

Due cose che devo proprio dire


Chi mi conosce lo sa. Quando sento parlare il nostro attuale ministro degli Interni (o ne leggo le dichiarazioni) perdo di lucidità. Per questa ragione cerco, con scarso successo, di non commentare troppo quello che dice e quello che fa. Però due cose le devo commentare per forza, anche perché sento ormai riecheggiare le sue parole nei luoghi che frequento, ripetute e amplificate dalle bocche più insospettabili. Io so bene che nessuna campagna, neanche questa pur bellissima e coraggiosissima che stiamo caparbiamente portando avanti in tutta Italia, può granché contro quello che, ripetuto ogni sera in televisione, diventa verità anche solo per sfinimento di ascolto passivo. Figuriamoci un post di Chiara Peri.

Però concedetemi due citazioni e due commenti.

«I dati indicano che, nel 2016, i flussi di migranti della rotta balcanica occidentale sono diminuiti dell’86 per cento, quelli della rotta balcanica orientale del 72 e, al contrario, quelli del Mediterraneo centrale aumentati del 18. Questo significa che lo sforzo finanziario assunto dall’Europa con la Turchia, 6 miliardi di euro, ha consentito di arrestare di fatto il flusso dai Balcani e che la partita si gioca dunque di fronte alle nostre coste. Bene. C’è un ulteriore dato che indica come il 90 per cento dei flussi del Mediterraneo arrivi dalla Libia. E questo consente di focalizzare ancora di più l’origine del problema»
La “partita” a cui si fa riferimento suona come una specie di partita a Risiko. Mi pare ovvio che il Ministro consideri un successo l’arresto del “flusso dai Balcani”, anche se è stato uno sforzo finanziario. Denaro ben speso, pago pretendo. Ma ci ricordiamo di chi era composto quel flusso? Migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalle bombe. Quel flusso oggi non arriva più, eppure il Siria si continua a morire. Oggi una mia collega ha accompagnato dal Papa un bambino, una goccia di quel flusso, che ha perso il papà a causa di una bomba. Di questo si parla, non di una nube tossica. E quell’impegno finanziario scellerato, di cui non si riesce neanche a sapere con chiarezza chi si è preso la responsabilità, non si limita a bloccare milioni di rifugiati in Turchia, il paese che da solo già ne ospita un numero più alto di tutta l’Europa impastata insieme. No, quell’impgno finanziario rimanda indietro chi è arrivato e soprattutto sigilla i confini di un paese in guerra che noi, con la nostra crescente esportazione di armi, contribuiamo con ogni probabilità a tenere ben viva.
Ma il flusso dalla Libia, mi direte, è tutt’altro. Vero. Ma non è meno urgente, disperato e sacrosantamente legittimo. Vedo sopraccigli che si alzano. Ok, possiamo discuterne, in un altro momento. Però una cosa è certa. Il “flusso” dalla Libia non è composto di libici. Quindi non insultiamo la nostra intelligenza dicendo che l’origine del problema è in Libia. L’origine del problema è nei conflitti, più o meno dimenticati, nelle dittature che spesso ci conviene appoggiare, nelle carceri sotterranee di cui tanti amici africani mi parlano, nella corruzione che si mangia tutto, nella rapina sistematica a cui pochi potenti sottopongono un continente intero, le sue risorse naturali, il suo ambiente. In Libia, semmai, è la presunta soluzione del “problema”. Una soluzione che sa di violenza, di detenzione, di tortura. L’abbiamo già visto questo film. Non fraintendetemi, la pace il Libia sarebbe una cosa meravigliosa e sacrosanta. Anche lì c’è un popolo che soffre. Ma non mi convincerete mai che la via per la pace passa per la violenza riservata a altri per compiacere chi paga per il servizio.

«Le statistiche ci dicono che i reati, tutti i reati, sono in diminuzione, ma la sicurezza non è una statistica, è un sentimento. E il sentimento di insicurezza avvertito dai cittadini non va mai sottovalutato»
Questo per me è il punto più grave. Il sentimento di sicurezza non si contrasta inasprendo le misure di sicurezza contro chi qualcuno percepisce essere pericoloso, adottando misure di urgenza che non trovano alcuna giustificazione in quel che accade davvero. Il sentimento di sicurezza si costruisce con l’educazione, con la bellezza, con le iniziative che creano rapporti di rispetto, amicizia e solidarietà tra vicini di casa, concittadini, colleghi, compagni di scuola. Ricucendo quello che le trasmissioni della televisione, con le loro urla scomposte, non fanno che distruggere: la coesione sociale, la comune cittadinanza. Sono processi lunghi, i cui risultati numerici non si portano a casa in poche settimane. Certamente contare le espulsioni, legittime o meno che siano (nella sostanza, quando non proprio nella forma), è più facile e fa un effetto migliore sul momento. Ma tutta questa violenza implicita o esplicita che frutti porterà? Se crea sentimenti, dubito che siano buoni sentimenti. Qualche sentimento lo vedo ogni tanto negli occhi di chi queste violenze già comincia a subirle (e che un po’ le ha sempre subite, diciamocelo): paura, rabbia, umiliazione, vergogna, frustrazione, esasperazione. Un sentimento di sicurezza non l’ho visto mai.

La metafora del tram


Voi mi dovete scusare se è molto che non scrivo. Non è che non ho nulla da condividere, anzi. La verità è che in queste settimane ho pensieri densi, aggrovigliati e piuttosto cupi e non riesco del tutto a trovare il bandolo della matassa. Certo, potrei parlare d’altro. C’è sempre molto altro di cui scrivere e sono certa che anche a voi piacerebbe leggerlo, quel nostro altro: Meryem che canta, la primavera che esplode, il roseto comunale che ha riaperto. E Roma, Roma, Roma. Però non posso fare a meno di scrivere di cose meno piacevoli.

L’altra mattina ero su un tram moderatamente affollato e ho avuto una specie di folgorazione. Non so se avete presente i tram di Roma (e anche alcuni autobus, a dire il vero), che per qualche misterioso motivo lasciano lunghi tratti del corridoio sprovvisti di qualsivoglia appiglio per chi viaggia in piedi, a parte lo schienale dei sedili. Chi è salito prima e si è seduto – o è riuscito a farsi cedere il posto – ha una percezione dello spazio del tutto diversa. Per il fatto di esserci seduto sopra, quel posto è diventato il suo posto. Ci poggia intorno borse e buste. Allarga le braccia, appoggia la schiena allo schienale. Ecco, lo schienale. Su quello schienale talora si aggrappano le mani del viaggiatore in piedi, del viaggiatore senza posto a sedere. Il viaggiatore seduto sbuffa, prima impercettibilmente, poi più convintamente. Il viaggiatore in piedi ogni tanto stacca le mani, improvvisando ardite pose da surfista, salvo poi riaggrapparsi precipitosamente alla prima frenata. Altro sbuffo. E poi capita che la tracolla della borsa del viaggiatore in piedi scivoli dalla sua spalla e vada a toccare il braccio del viaggiatore seduto. Questo supera il confine di quello che il viaggiatore seduto tollera e in genere a questo punto scatta la protesta verbale.

Perché vi racconto tutto questo? Perché questa situazione, pur comprensibile e anche frequente, è illogica: il viaggiatore seduto non ha pagato di più di quello che viaggia in piedi, non ha meriti particolari e naturalmente il posto che occupa e rivendica, ampliandone via via i confini, non è affatto suo. Soprattutto, si potrebbe vedere la cosa da un punto di vista del tutto diverso: i passeggeri di quella vettura sono un’unica comunità viaggiante e se cooperano tra loro tutti se ne avvantaggiano. Se il viaggiatore seduto fa posare le borse voluminose anche a chi sta in piedi nel “suo” spazio, si sta tutti più larghi e comodi. Se i viaggiatori in piedi si scambiano di posto per facilitare il passaggio di chi deve scendere, le porte si chiudono prima e si riparte senza ritardo, con vantaggio di tutti. E così via. Questa piccola ordinaria solidarietà, meglio se anche sorridente, si verifica continuamente, sui mezzi pubblici di Roma (ed è uno dei motivi per cui continua a piacermi usarli).

Ecco, stasera per parlare di politica nazionale e internazionale potrei cavarmela con questa metafora. Ma una cosa devo aggiungerla, a costo di appesantire il post. Vedo con sgomento moltiplicarsi l’insofferenza, l’aggressività, persino la violenza vera e propria. Vedo soprattutto aumentare i silenzi, le alzate di spalle, l’indifferenza. Capisco la tentazione di farsi i fatti propri, di non immischiarsi, specialmente quando si ha la sensazione che persino noi abbiamo tutto da perdere difendendo chi, per ora diverso da noi, viene attaccato. Io stessa ieri, davanti a un poliziotto in borghese che mi sbraitava addosso senza apparente motivo, ho preferito risalire in silenzio sul mio tram e non vedere come sarebbe finita per un gruppetto di trenta ragazzi africani che venivano accerchiati di un numero sproporzionato di poliziotti in tenuta antisommossa. Non ne vado fiera, anche se rimanendo non avrei cambiato le cose.

Alla fine tutti, a cena o al bar, nella tranquillità del nostro salotto o nel corridioi di scuola, troviamo più comodo annuire distrattamente e non contraddire chi ripete, magari in buona fede, quello che sente ogni sera il tv. Perché quel qualcuno è un amico, un conoscente, tuo suocero, il tuo giornalaio, il tuo barista, la signora gentile che porta a spasso il cane nel parco sotto casa tua. Perché polemizzare?

Però bisognerebbe dirlo che così facendo stiamo accettando tutto. Attacchi vigliacchi e insinuazioni contro chiunque, commenti apertamente razzisti, retate, leggi che teorizzano che il decoro viene prima di tutto e che la povertà si combatte allontanando i poveri dai centri storici. E così ieri è morto un uomo, un uomo senegalese di 54 anni, nel corso di un’operazione che anche oggi viene celebrata come un grande successo di ripristino della legalità e della pulizia. Magari è stata una tragica casualità. Magari non c’è nessun rapporto tra la retata e la morte di quell’uomo, stremato da una vita di stenti e di esclusione. Però poche ore dopo i 30 ragazzi sconvolti e indignati per l’accaduto si sono visti schierati davanti un numero spropositato di uomini armati. E nella celebrazione del grande successo per l’operazione ci si poteva aspettare di trovare una pubblica espressione di cordoglio per la perdita di un concittadino, di una persona che viveva in questa città da molti anni, con fatica.

E intanto qualcuno suggerisce che distribuire pasti per i senza tetto aumenta la spazzatura parchi e quindi bisognerebbe evitare di farlo, almeno la sera, per non sovraccaricare di lavoro il servizio giardini.

Tutti abbiamo diritto a una città più bella e più pulita. Ma quel “tutti” comprende anche chi, per potersela godere, dovrebbe avere anche accesso a una vita dignitosa e vivibile quanto la nostra. Questo risultato non si ottiene né con le retate, né insinuando che chi è emarginato un po’ se l’è cercata, come usa fare ora più che mai.

Chi puzza, chi non rientra negli schemi, chi non si adegua, chi non capisce, chi non sa compilare un modulo, chi non ha i requisiti richiesti è un fastidio, per tutti noi e per chi ha la responsabilità di governare. Dei secondi e della loro vigliaccheria oggi non mi va di parlare. Ma almeno noi, che siamo seduti su quel sedile del tram, pensiamoci due volte prima di sbuffare. Perché magari sul prossimo tram che prenderemo troveremo tutti i posti occupati.

 

Dritti e rovesci


Oggi è venerdì santo e prima di lanciarmi in un’altra breve trasferta con la Guerrigliera sento il bisogno di fermarmi un momento. Qui alla scrivania in una cripta-ufficio abbastanza spopolata, senza telefoni che squillano all’impazzata, chiudo gli occhi e mi passano davanti tutte le superfici aguzze di questi anni (quanti? non so quantificare) che magari non hanno ferito gravemente il mio cuore, ma certamente l’hanno abraso un bel po’.

Quindi capita che inaspettatamente mi fermi su una parola, su una frase e gli occhi mi si riempiano di lacrime che – specialmente in momenti di stanchezza particolare – non riesco a nascondere, con grande imbarazzo mio e del mio interlocutore.

La settimana prima della partenza per San Francisco un giovane rifugiato con cui spesso incontravo i gruppi di studenti anglofoni si è suicidato. C’è una parte di me che sa come reagire e infatti reagisce. Ma c’è anche una parte dei miei pensieri che sprofondano in un groviglio confuso, che non riesco neanche ad articolare del tutto. E allora quello smisurato senso di impotenza sostanziale fa risuonare per simpatia tutte le altre analoghe vibrazioni di frustrazione, alcune nobili (quelle che fanno rima con politica, giustizia sociale, pace nel mondo), altre molto più meschine e individuali, che non bruciano di meno.

Una canzone che ho sentito e amato molto, anni fa (una di quelle canzoni fin troppo facili come testo e come melodia, di quelle che non rende intellettuali per il solo fatto di ascoltarle), diceva “Fa male, però di meno / Di meno, però fa ancora male”.

La nostra San Francisco


E così abbiamo avuto il nostro assaggio di America. Cinque giorni bellissimi, di cui mi sono goduta ogni minuto. I nostri ospiti sono stati assolutamente meravigliosi e grazie a loro credo che abbiamo davvero tratto il massimo dalla nostra visita a San Francisco, considerato il tempo limitato a nostra disposizione.

A posteriori mi sento di dire che la destinazione era azzeccaissima per un viaggio “di assaggio” come il nostro. La città è relativamente piccola, verde, in un certo senso familiare – pur nelle dimensioni americane del tutto, dalle strade alle macchine. Riservando le mie considerazioni più “antropologiche” ad altra occasione, ripercorro qui brevemente le mete che abbiamo maggiormente apprezzato.

  1. Muir Woods. Una prima meta assolutamente perfetta per una prima comoda immersione nella natura americana, maestosa e mozzafiato come mi aspettavo. Mi sono innamorata delle sequoie e del loro movimento di torsione verso l’alto (mi sono spiegata? ne dubito), ma anche dell’insieme della foresta. Ci siamo andati all’apertura, alle 8:00, e certamente il poco affollamento della mattina di giorno feriale ha giovato all’atmosfera: mi dicono che nel fine settimana può essere molto affollato.
  2. Centro per il soccorso dei mammiferi marini, Sausalito. Praticamente un ospedale per foche in difficoltà, dove molti volontari soccorrono, curano e nutrono per lo più cuccioli abbandonati dalle madri al loro destino e segnalati con un apposito numero verde. I versi di queste foche, ci hanno spiegato, sono stati registrati per creare le voci dei draghi di Dragon Trainer. Mentre arrivavamo, abbiamo visto un veicolo che usciva dal centro per liberare una paziente ormai ristabilita.
  3. Rodeo Beach. Il nostro primo, perfetto assaggio di oceano. Debitamente corredata di surfisti.
  4. Embarcadero. Piacevolissimo lungobaia, con una soccessione di moli (piers) con svariate attrazioni degne di nota. In particolare: al Pier 15 l’Exploratorium, un museo della scienza di tutto rispetto, che avrebbe meritato ben più del paio d’ore che avevamo a disposizione noi; le foche e l’acquario al Pier 39, che Meryem ha visitato mentre io ero impegnata alla conferenza; il Musee Mecanique, al Pier 45, una bizzarra e leggermente inquietante collezione di giochi d’epoca. Vale la pena di fare un salto anche fabbrica di cioccolato Ghirardelli. Per andare su e giù per l’Embarcadero, se non avete più voglia di camminare, si può prendere la linea E, una tranvia operata con vetture storiche (inclusi alcuni tram milanesi).
  5. Golden Gate Park. Un vero gioiello, che se avessi avuto due o tre giorni extra mi sarei goduta ben di più. Vi segnalo in particolare il Giardino da tè giapponese (che noi abbiamo visto di sfuggita), il de Young Museum (anch’esso visitato al volo, sabato inauguravano una mostra dedicata alla Summer of Love), i bisonti al pascolo, i mulini olandesi sul lato che dà sull’oceano…. Ma noi non siamo andati al Conservatory of Flowers, né alla California Academy of Sciences, che certamente meritavano. Il parco in sé è incredibile e le fioriture erano meravigliose.
  6. Coit Tower. Deliziosa atmosfera, personale gentile e gioviale, bei murales, panorama a 360°. Come mi ha fatto notare il mio amico Filippo, compare più volte in Vertigo.
  7. Haight Ashbury. Una passeggiata piacevole e quasi doverosa, un quartiere assolutamente fotogenico. Se siete in vena di acquisti assurdi, vi segnalo il più incredibile negozio di calzini che io abbia mai visto. Non abbiamo resistito ai calzini Wonder Woman con tanto di mantello (ma c’erano anche quelli dei My Little Ponies corredati di ali) e ai calzini arcobaleno di rigore per il Gay Pride. Ma io mi sono regalata anche uno specifico omaggio alla città, con un paio con l’effige di Rosie The Riveter.
  8. Lombard Street. Panorama inconfondibile, merita almeno una foto, non vi pare?

Tra le cose da vedere o da fare che abbiamo perso a questo primo giro c’è certamente la visita ad Alcatraz, ma anche una corsa nel celebre Cable Car (quando dovevamo farla purtroppo pioveva) e una visita a Angel Island. Tutte ottime ragioni per tornare a trovare i molti nuovi amici che ci siamo fatte in questa occasione e che ci hanno regalato esperienze uniche, come l’incontro con una vera hippy (a Woodstock Terry C’ERA!), due notti in una camera corredata di bovindo (e del letto più comodo del mondo) e una guidata attraverso il quartiere italiano, l’unico posto al mondo dove ogni lampione è griffato con il tricolore e l’odore di marijuana è perfettamente percepibile anche dal finestrino della macchina semiaperto…

P.S. Ho omesso il Golden Gate Bridge, fin troppo ovvio. Ma vi darò una dritta ulteriore: uno dei punti di osservazione migliori, dal basso, è Fort Baker.

Aspettative americane


Domani per la prima volta nella mia vita volerò in America. Passerò giusto qualche giorno a San Francisco, quindi più che un viaggio è una breve e assai circoscritta esperienza. Però ho deciso di condividerla con Meryem e vi confesso che questo rende la cosa più appetibile.

Lei è elettrizzata. Io cerco scaramanticamente di non costruirmi troppe aspettative, ma in effetti è un esercizio difficile. Non so se quanto riuscirò ad aggiornare il blog, ma cercherò di condividere qualche scatto su Instagram. Quindi occhio alla colonnina a destra e pensateci!

Roma è il mio luogo


Nel giro di una settimana scarsa mi sono trovata a fare a due amiche, originarie di due diverse città d’Italia, la stessa confessione: più passa il tempo (più invecchio?) più mi sento legata a Roma. Ne vedo i problemi, i limiti, le difficoltà. Ma sempre più la amo, sempre più mi pare teorica per me l’idea di trasferirmi altrove. Non è che questo pensiero mi piaccia del tutto, intendiamoci. Mi sono sempre immaginata mobile, cittadina del mondo, vagabonda. E ancora lo sono, in una certa misura, ancora mi sostiene una curiosità per il mondo e per i suoi più curiosi aspetti: una decina di giorni fa, per dire, mi buttavo in una conversazione animata sulle usanze alimentari in Tibet (perché i tibetani tradizionalmente non mangiano pesce?). Però sempre più insistentemente sono convinto che questa è casa, questa metropoli complicata ed esasperante, ma straordinaria e stupefacente.

“Non esiste Roma senza il mondo che la attraversa”, ha detto ieri a un convegno una maestra della scuola Pisacane di Torpignattara. E certamente questo è un aspetto della città a cui non potrei più rinunciare. Oltre, si intende, alla profondità diacronica: l’antichità diffusa, che fa capolino qua e là e così profondamente si intreccia con il quotidiano. Un’antichità non solo monumentale, ma soprattutto guizzante attraverso tradizioni, abitudini, particolari e parole. Un gomitolo di interpretazioni intrecciate, dove ciascuno trova un suo angolo di memoria.

Ne parlavo con Nizam pochi giorni fa: se non fosse per tutte le mancanze politiche, amministrative, gestionali, culturali in senso ampio, l’Italia spiccherebbe davvero da ogni punto di vista nel mondo. E Roma, in particolare. Che dolore vederla ferita e offesa da amministratori neanche lontanamente all’altezza.

Ma Roma è più di un comune da gestire, più della somma dei suoi servizi da far funzionare, più di un patrimonio incalcolabile da amministrare. Roma è persona e personaggio. Ha una sua personalità, una sua anima immensa e avvolgente, un modo tutto suo di abbracciarti e di ferirti. Roma è capolavoro in sé, palcoscenico e retroscena. Roma mi conosce e a Roma amo tornare. Roma è il mio luogo.

Ma ditemi: qualcuno di voi con l’età ha sviluppato un radicamento analogo? O lo avete sempre avuto? O magari proprio l’opposto? Ditemi, sono curiosa.