La fine


C’è un momento, un momento preciso, in cui ogni cosa finisce. Il sentimento più impetuoso e doloroso, persino quello capace di trascinare detriti per anni, arriva a smorzarsi e a languire. Certe volte non è possibile dire quando questo sia avvenuto. Ce ne si rende conto a cose fatte, quando il dato di fatto ha rimpiazzato ogni senso del dovere o di artificioso rimpianto.

Altre volte invece, come è successo a me qualche giorno fa, il momento temporale e il contesto specifico sono chiari. Hanno un giorno e un’ora a cui possono essere ricondotti. Portano forse inevitabilmente a un calo di tensione, a uno spostamento di baricentro. E poi, settimane dopo, di guardi indietro e sospiri. Perché avere più energie è bello, ma quel sentimento manca maledettamente.

Mi immagino conversazioni di chiarimento che nessuno inizierà mai e di cui obiettivamente nessuno sente il bisogno. E anche solo immaginandole mi sento un nodo alla gola e ho voglia di piangere. Ma tanto non si verificheranno mai, quelle conversazioni.

Di meno, ma fa male. Fa male, ma di meno. Ho sempre amato questo verso di Poliker. Me lo fischietto da sola, camminando per strada, non andando a prendere nessuno a Termini.

San Valentino


“Che programmi hai per San Valentino?” La domanda mi fa sorridere. Mi riporta ai molti anni in cui ho provato ad averne. Da ragazza non avevo fidanzati. Poi, quando ne ho avuti, erano della categoria che per carità, queste feste commerciali non ci avranno. Con il curdo ci ha provato una volta lui, proprio all’inizio, comprando un improbabile quanto minuscolo completino da Intimissimi, e una volta io, apparecchiando una cena di tre portate che è risultata quasi altrettanto forzata e fuori luogo.

Oggi, quando mi è arrivata questa domanda, là per là mi è venuto da ridere. Per una zitella un po’ attempata, San Valentino non ha nessun senso. Dovrei aver deposto ogni velleità. Probabilmente l’ho fatto.

Eppure. Mi piacerebbe lo stesso pensare in che modo mi farebbe felice la mia anima gemella, se esistesse. Forse mi porterebbe a teatro, la sera prima, e poi a mezzanotte stapperebbe una bottiglia di Ribolla gialla su un terrazzo segreto con una vista pazzesca su Roma, tipo l’osservatorio astronomico sul tetto di S.Ignazio. O si farebbe trovare sotto casa mia la mattina prestissimo e mi porterebbe a fare colazione in un posto speciale, che non conosco ancora (e che mi consenta di essere in ufficio entro le 9, in tempo per la supervisione dell’equipe di Monza).

Ogni tanto, nella giornata, mi manderebbe un messaggio. Divertente, ironico, romantico, dolce. Forse la mattina, a colazione, condividerebbe con me una playlist con le canzoni che mi fanno stare bene, perché lui saprebbe quali sono, incluse quelle più insospettabili. Poi mi verrebbe a prendere a San Lorenzo dopo la lezione, portando uno spuntino pensato per me: un panino con un formaggio speciale, delle microarancine, oppure del pane indiano ripieno caldo.

Rideremmo, tornando a casa, di quanto sia sdolcinato, alla nostra età festeggiare San Valentino. E ugualmente, o forse per questo, gli sarei grata perché ha esaudito un desiderio che magari è fuori tempo massimo, ma che lascia entrare ancora oggi una sorta di spiffero freddo nel mio cuore. Niente di grave, ma non ci vuole molto a chiudere quella fessura. E poi si sta più caldi, più comodi, più tranquilli.

Tratteniamo il respiro


Ancora in piena ondata di contagi, cominciamo a vacillare, persino nell’ansia. Un po’ schiviamo, un po’ ci facciamo tamponi, ma in fondo in fondo questo Co-vid, normalizzato dall’esperienza di tanti amici, sta diventando qualcosa che prima o poi ci toccherà, o almeno inizio a pensarlo, per scaramanzia o per ragionevolezza.

Il tempo però, il nostro tempo, mi pare completamente trasformato. Io ho smesso, ad esempio, di fare programmi. Mi concentro su un orizzonte temporale di 24-48 ore. Un gigantesco cono di “Inshalla” ha avvolto la mia vita. E forse ora inizio a soffrirne leggermente di meno. Forse.

In qualche modo ho ridotto i motivi per rimandare le cose che vorrei fare. Se riesco, le faccio e basta. Sono andata al MAAM sulla Prenestina, dopo anni che ci pensavo. Ho comprato una macchina usata dopo 16 anni di patente inutilizzata. Non aspetto di capire bene i come e i se.

Guardo Meryem e mi chiedo per lei com’è questo tempo strano, allo stesso tempo sospeso e frenetico. La guardo e un po’ so già che non lo saprò mai, per molti validi motivi. Tratteniamo il respiro, qualche volta sullo stesso divano. E mi chiedo sempre la stessa cosa: come fare a lasciarla andare e a tenerla stretta allo stesso tempo, come farla essere libera e protetta. Non si può, semplicemente. Però è quello che dovrei fare, e neppure basterebbe.

Cose che ho imparato nel 2021


“Sei molto migliorata”, mi ha detto ieri mia figlia. Avere cresciuto un’adolescente alla brutale sincerità ha molti lati negativi, ma anche qualche vantaggio. Se dice una cosa così, la pensa.

Confesso che nelle ultime settimane in un paio di circostanze mi sono complimentata con me stessa. Non so se sono molto migliorata, ma forse un pochino sì. Questo 2021 è stato decisamente un anno di alti (qualcuno) e bassi, talora molto bassi. Ma siamo ancora qui e credo di aver persino imparato un paio di cose.

La prima è che tenersi i desideri per sospirarci sopra non ha senso. Mi sono sorpresa a sognare di incontrare un uomo capace di indovinare i miei desideri e di esaudirli. Ebbene, non ho incontrato proprio nessuno, quest’anno, ma a un certo punto mi sono anche chiesta perché mai dovessi delegare la realizzazione di ciò che voglio a un ipotetico individuo, per giunta telepatico.

L’ho capito, per la precisione, prendendo posto al teatro greco di Siracusa quest’estate, quando – quasi incidentalmente, senza averlo davvero deciso per me – mi sono trovata a spezzare uno dei più lunghi incantesimi di desiderio irrealizzato, che mi trascinavo dalla seconda liceo: tornare a vedere una tragedia greca. Si può fare. L’ho fatto. Ho applicato la cosa più coscientemente per il mio compleanno. Ho fatto alcune piccole cose che mi hanno reso felice, organizzandole io. Ho comprato alcuni biglietti per il teatro. Cose così.

La seconda cosa che sto cercando di imparare è che a volte le cose non si possono programmare. Io non credo di essere così maniaca della programmazione come molti oggi mi vedono: l’improvvisazione l’ho sempre apprezzata. Ma con gli anni mi sono fatta molto più ansiosa e questo a volte mi porta a cercare almeno una parvenza di controllo. Questa estate, e tutto quello che è seguito, mi ha dato una grande lezione da questo punto di vista. Una lezione a tratti amara e che in realtà mi fa ancora un po’ soffrire e scricchiolare di tanto in tanto. Ma mi sento di dire che un briciolo di flessibilità in più la ho raggiunta.

La terza cosa devo ancora metterla bene a fuoco, ma la sintetizzerei così: essere gentili fa bene. Dovrei esserlo di più e con maggiore intenzione. Ho sempre temuto la falsità nelle pieghe della gentilezza, forse eccessivamente. L’onestà è importante, ma la brutalità non è sempre necessaria.

E con questo, buona fine e buon principio a tutti voi.

La bravura, quanto è scivolosa


Oggi ho letto un post che mi ha colpito dritto al cuore e la cosa non mi ha stupito, perché l’autrice, oltre ad essere una persona a cui voglio bene, possiede certamente l’immenso talento di trovare le parole giuste. Per questo, come usavamo fare in tempi lontanissimi, ho pensato di rispondere, o piuttosto da partire da alcune sensazioni che mi ha lasciato per condividere qualche riflessione anche io.

Io sono stata a lungo considerata brava. A scuola certamente, all’università, nella ricerca. Nel mio lavoro, entro certi limiti. Ma che significa poi brava? La bravura, ricorda Valentina, è un concetto maledettamente scivoloso.

Essere considerata brava non mi ha impedito di essere conclamatamente perdente. Credo di essermi inserita in quel passaggio cronologico in cui la categoria di “mediamente povero, ma di riconosciuto prestigio culturale” di cui facevano parte i miei genitori è stata abrogata. E allora per me la definizione di brava si è sovrapposta a quella di inetta, poco furba, inadatta a questo mondo. Ergo, ai margini.

Alla fine il destino mi ha portato a lavorare proprio ai margini, anche in virtù di un’affinità irrefrenabile che mi riconosco con gli sconfitti del mondo. Ma da quando ho una figlia, i dubbi si sono moltiplicati. Anche per tutte le complessità oggettive e di contesto di cui parla Valentina.

E come madre, sono brava? La bravura, quanto è scivolosa. Sono una madre sufficientemente buona quando mi pare che lei si fidi di me, condivida i suoi dubbi e i suoi desideri? O quando, raramente, mi mostro decisa e sostanzialmente priva di esitazioni?

Penso alla frase di Danilo Dolci, sull’educare senza nascondere l’assurdo che c’è nel mondo e, in modo particolare, il guazzabuglio che ho nella testa e nel cuore. O forse quello è bene nasconderlo, o quanto meno schermarlo un po’?

Caspita se si è soli, quando si è genitori di adolescenti. Nudi su una strada deserta, pronti a nasconderci dietro la patina rassicurante della versione ufficiale che raccontiamo ai familiari, agli amici, a noi stessi.

Almodovar di domenica mattina


Sono andata a vedere Madres paralelas una domenica mattina al Farnese. Una strategia per riempire un weekend in cui gli spazi vuoti mi facevano più paura del solito. Questa non è una recensione, ma uno spazio che mi concedo per seguire un pensiero che mi ha accompagnato insistentemente di scena in scena, un po’ a prescindere dal messaggio complessivo.

Mi ha colpito molto il fatto che ogni aspetto dell’essere donna delle due protagoniste sembrasse legato a fil doppio al bastare a se stesse. Con gli uomini nessun rapporto pare possibile: lontani, tenuti all’oscuro, violenti, egoisti, meschini. Comparse necessarie.

A quasi 50 anni confesso di avere molte ragioni per credere che ci sia del vero. Eppure continuo a sognare, con sempre meno convinzione in verità, uno spazio comune di ascolto, dialogo, condivisione vera. Senza che ci sia bisogno che uno spinga via l’altro per non essere sopraffatto.

Stasera l’esperienza smentisce ancora una volta il sogno. Guardo vetri infranti, in senso figurato, e penso a come invece fantasticavo che le cose andassero. A qualcuno che li raccoglie, quei vetri, anche rischiando un minimo.

Non capisco


Sarà la stanchezza. Sarà l’età. Sarà, più probabilmente, l’inevitabile logorio della mente di chi ha intensamente a che fare con un’adolescente. Fatto sta che ho sempre più difficoltà a capire e a farmi capire. “Non ci capiamo”, abbiamo constatato un paio di volte oggi con un collega. Poi si va avanti e a un certo punto si dà per buono di essersi capiti. Sarà così?

Le comunicazioni whatsapp sono il regno del fraintendimento. Per quanto mi ci applichi, non mi pare che funzioni se non per informazioni di servizio. E non si va meglio con i vocali. Non più tardi dell’altro ieri ho scritto un messaggio abbastanza lungo e ponderato. Risultato: la stessa risposta standard che avrei rimediato comunque.

No, non capisco. Alcune cose non le ho mai capite in ogni caso. Altre, tipo le cose che diceva Meryem, fino a un passato piuttosto recente credevo di capirle. E poi c’era tutto quello che non si poteva capire, per definizione: le esperienze dei rifugiati, ad esempio.

Ma ora davvero vedo mille occasioni in cui sono certa di non capire. E allora provo a stare zitta. Non sempre con successo, in realtà.

Meno ma fa male (ancora)


L’altra sera, a tradimento, mi sono ritrovata a parlare a Meryem del viaggio in treno durante il quale ho appreso l’esito dell’ultimo concorso universitario che ho sostenuto. Mi sono trovata gli occhi pieni di lacrime senza nemmeno rendermene conto.

Stamattina un’amica ha menzionato un sito archeologico fenicio e prima il cuore ha iniziato a battermi più forte, poi i pensieri hanno iniziato a correre all’impazzata verso intricate congetture su divinità sconosciute ai più, che ho interrotto ben più di un decennio fa.

Ma non passa mai? mi sono ritrovata a chiedermi con una certa esasperazione. Ormai è andata. Eppure, appena mi distraggo un attimo, mi dimentico del tutto del pezzo della mia vita attuale, a cui pure razionalmente do valore e la cui durata ormai supera abbondantemente quella della “vita precedente”. Me lo dimentico e per un attimo ritorno a quella sensazione di infinite possibilità e anche di fiducia nelle mie capacità. “A 20 anni è tutto ancora intero”, cantava Guccini in una canzone la cui saggezza apprezzo solo ora, ma anche “a 20 anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”.

Le mie balle erano decisamente affascinanti e ancora mi fanno venire le farfalle nello stomaco. Nell’immagine che illustra il post si vede un’iscrizione che ha reso molto fiera la me ventenne. Ancora oggi la guardo e sorrido.

Cosa voglio fare da grande


“Ma ancora ci scrivi, sul blog?”. Non lo so, idealmente sì. Nei fatti, spesso, non lo faccio. Riflettevo sul fatto che, al di là delle intenzioni, questo blog ha avuto la sua vera giovinezza quando ha svolto la funzione di supporto multidisciplinare alla mia maternità. Era il luogo dove potevo parlare di quello che mi stava a cuore e cercare di mettere insieme i pezzi di me stessa in anni di tempesta e sconquasso, interno e esterno.

È stato anche il luogo dove ho imparato che ci sono molti più modi di essere in relazione con le persone di quanto immaginassi. E che quindi, in un certo senso, poteva essere un modo di essere meno sola.

E oggi? Oggi che i figli sono grandi e devono avere la loro privacy, oggi che rimpiangiamo l’ingenuità che ci vedeva convinte e convinti che i nostri blog fossero sostanzialmente anonimi, slegati come erano dai profili social, posso ancora scrivere qui e sentirmi meno sola?

Ricordo una riflessione di Anna Lo Piano, che cito a braccio (ma poi cerco anche il link, magari*), sul fatto che l’adolescenza penetra come una lama esattamente nella finestra temporale che ci vede più fragili, come donne. Quando si comincia a invecchiare e ci assale un impulso irrefrenabile di fare bilanci impietosi.

Ma hai deciso che vuoi fare di grande?, chiedeva giorni fa un oroscopo su cui mi è cascato l’occhio. No, a dirla tutta no. Intanto perché già guardare al futuro, in questo momento è un atto di fede. Eppure io lo pretendo che ci sia ancora tempo, che ci sia l’opportunità di provare ancora a trovare una direzione.

Ci sono giorni come oggi. In cui non riesco a fare di meglio che mettere un passo dopo l’altro, cercando di non pensare a dove vado. E poi, domani o tra un mese, ci saranno giorni diversi.

*Ne trovo più di uno., di post. Questo, ad esempio.

Vacanze con adolescenti


Dopo anni di vacanze sola con Meryem, quest’anno mi è parso saggio osare la vacanza in gruppo, che consentisse la compagnia di suoi coetanei. Sono ancora in mezzo a un’esperienza certamente travolgente e intensa, quindi non ho ancora fatto sedimentare a sufficienza le sensazioni.

Ma oggi una similitudine mi ha colpito con la forza di una rivelazione. Viaggiare in compagnia di un gruppetto di adolescenti è un po’ come andare in barca a vela. Tutti i genitori credo abbiano esperienza di quanto frustrante e faticoso sia avere contro il mugugno di un figlio immusonito, di quale resistenza passiva (o attiva) possa fare al programma in apparenza più ragionevole, quanta violenza sferzante ci sia in alcune frasi buttate lì (“io non ci volevo neanche venire”; “l’anno prossimo piuttosto resto a casa”; “se te ne vai sono più contenta”).

Eppure ci sono momenti, rari e perfetti, in cui si viaggia con gli adolescenti a favore. E allora nulla supera la poesia di vederli ridere di cuore, collaborare, prenderti una valigia dalle mani con premura, rendersi ridicoli insieme a te, con un cameratismo che profuma di giovinezza. La giornata scorre via perfetta e tu, genitore, ti illudi persino che sia un po’ merito tuo. Magari è la volta buona che hai capito quando orzare e quando poggiare, magari sentono la tua mano un po’ più ferma sul timone.

Poi cambia il vento e capisci che, come tutte le grandi fonti di energia, l’adolescenza, quando qualcosa va storto, se ne frega delle tue teorie e della tua esperienza. Qui sull’Etna ci hanno raccontato di quando i marines sono arrivati da Sigonella per fermare una colata lavica, con gran copia di mezzi e di coreografia. La colata alla fine si è fermata a pochi passi dalle case, quando ci hanno portato in processione la Madonnina locale.

Ecco, con gli adolescenti è così. Ci vuole fede, oppure culo. O meglio, un po’ di tutte e due le cose. Ma anche nelle buriane più dolorose è bello conservare l’immagine di quelle ore di navigazione serena e gioiosa, in cui i loro occhi ti hanno illuminato il cammino.

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