Sono un tempio


La prima e finora unica volta che sono entrata in un tempio induista ricordo di aver pensato che i templi fenici che studiavo da giovane dovevano essere così: luoghi lontanissimi dalla sacralità compìta delle nostre chiese, dove si mangia, si piange, si vende, si balla, Luoghi dove non sarebbe neppure sconveniente fare sesso. Se sono un tempio, sono un tempio così. Un luogo che ha il suo senso, il suo spirito, la sua sacralità, ma che sfugge alle definizioni troppo precise. Un luogo non escludente, dove gli opposti convivono, dove il principio di non contraddizione non si applica, perché quello può andare bene per l’aritmetica dei calcoli ordinari, non per la fisica dei massimi sistemi.

Un’altra caratteristica dei templi antichi che mi ha sempre affascinato è il loro essere comunicazione e passaggio tra passato, futuro e eterno presente. Se sono un tempio voglio essere una scala di Giacobbe che permette alle mie anime di passeggiare su e giù, voglio essere la pietra della fondazione che tiene a cuccia i mostri degli errori passati e degli incubi ricorrenti, ma che allo stesso tempo non li elimina del tutto perché non può esserci vita piena se non nell’equilibrio precario sul ciglio del caos. 

Da ragazza mi vedevo come una candela destinata a spegnersi sotto una campana di vetro. Nel mio tempo voglio una fiamma eterna che brucia di curiosità e passione. 

Quando sono entrata in quel tempio induista a Bangkok nessuno mi ha chiesto nulla, nessuno ha giudicato il mio abbigliamento. Però un uomo a torso nudo mi è venuto incontro, mi ha guardato negli occhi e mi ha segnato la fronte con una ditata di colore rosso. Così vorrei che fossero gli incontri nel mio tempio. Con le persone che lo attraversano per caso, così come con chi ha contribuito, volontariamente o meno, a costruirlo.

Di quando una ingenua insegnante di scrittura autobiografica usa come spunto per un esercizio una frase motivazionale trita e ritrita e incappa in una storica delle religioni.

Cose facili, cose difficili


Per anni la sola idea di mettermi a dieta mi è parsa superiore alle mie forze. Una fatica inutile e anche dannosa, visto che alla fine si vive una volta sola e a me mangiare, decisamente, piace. Era una delle molte cose che ritenevo senza dubbio utili, positive, vantaggiose, ma non sufficientemente necessarie da fare lo sforzo di farlo sul serio.

Poi, a un tratto, ho realizzato che era necessario farlo (con qualche spintarella, ma insomma, mi sono convinta). Non solo positivo, giusto per me… no, proprio necessario. Questo ha cambiato la mia prospettiva. Così ho fatto i passi necessari, quelli rimandati da anni, e ho iniziato il percorso.

A un mese di distanza mi sento di dire che non è ancora stato difficile come pensavo. Sto andando bene, mi impegno, ma non sono prostrata dal sacrificio. Sto imparando a gestire il lavoro in più e una gestione diversa della spesa e dei pasti. Mi porto il pranzo da casa in ufficio: non l’avevo mai fatto in tutti questi anni. 

Però ho capito una cosa: se voglio stare a dieta devo dirlo agli altri. Proprio dirlo, esplicitamente. Ho smesso di vergognarmene. Che poi non c’è motivo di vergognarsene, vero? Però, chissà perché, io me ne sono sempre vergognata.

Effetti collaterali: cucino di più. Non solo per me, scondito, ma anche per Meryem. La cosa mi dispiace meno di quanto credessi e lei mi fa un sacco di complimenti (povera figlia, a che standard l’avevo abituata). Altro effetto collaterale: dopo un anno dall’acquisto ho imparato ad usare la lavastoviglie. Per 12 mesi è stato un costoso soprammobile. Poi, a rischio di sembrare idiota, ho preso il toro per le corna e ho cercato di capire perché non funzionava. Esaurite le mie competenze personali, ho rotto le scatole a Nizam, che sbuffando alla fine si è applicato e ha risolto il mistero: il rubinetto dell’acqua era chiuso. Ora è aperto e io mi sento tutto sommato meno idiota di prima, visto che sono effettivamente in grado di far partire una lavastoviglie come il resto dell’umanità. 

Morale della favola: le cose che per me sono difficili, o addirittura insormontabili, lo sono perché non sono convinta che siano davvero necessarie. Se mi toccano davvero, in genere si rivelano abbastanza alla mia portata. 

Unire i puntini


Ho ancora in bozza un post su Firenze che merita di essere scritto, ma questi giorni mi hanno portato varie volte in un passato più lontano dello scorso weekend. Forse dovrei dire che, almeno in alcuni casi, mi ci hanno spinto a sganassoni in faccia. Ma, per un motivo o per l’altro, mi sono ritrovata a guardare indietro e, superato il primo sgomento, vorrei condividere con voi cosa ho tratto da questa esperienza.

Quando riesco a emergere dal mio stesso racconto delle cose accadute, emergono elementi nuovi. Mi trovo a scoprire, ad esempio, che di alcuni rapporti di amicizia è rimasto molto più di quanto avrei detto. Certo, questo mi porta anche a realizzare quanto sono trascurata, impaziente, incostante e distratta. E ad apprezzare, di riflesso, le persone capaci di coltivare pazientemente l’amicizia, tenendola al riparo dalle intemperie e dalla siccità. Del resto io non riesco a far sopravvivere neanche le piante grasse, è notorio. Capire che nonostante questo qualcosa dei rapporti sopravvive equivale alla sorpresa di veder risbocciare un bocciolo su un ramo che pensavo secco. Ne sono grata.

Un’altra cosa che mi viene da pensare è che la famiglia, le radici, le relazioni tra genitori e figli e tra fratelli, sono un universo di complessità che magari non vale neanche la pena di cercare di capire. Arrendiamoci al mistero. Non capisco come funzioni la lavatrice, ma il più delle volte premo un bottone e funziona (la lavastoviglie no, ma questa è un’altra storia).

Un’ultima pillola sul tradimento. Ai tradimenti non ho mai reagito con particolare sportività, da giovane. Ora incasso meglio. Non fanno meno male, ma un po’ li vedo come parte della complessità irriducibile della vita e delle relazioni. No, non parlo di corna. Parlo di questioni per certi versi più significative: onestà, principi, ideali. Quella ottimistica rigidità che mi faceva sentire nel giusto. Ora, a 45 anni, mi guardo e mi dico che le cose che ho scelto davvero sono assai meno di quelle che mi piacerebbe credere. Magari posso smettere di essere all’altezza delle mie aspettative e cominciare a conoscermi un po’.

Bluff europeo


Sono usciti i dati sulle richieste d’asilo in Europa nel 2016 e i comunicati stampa, diligentemente ripresi dai giornali, riportano che sono lievemente calate rispetto al 2015, ma che la situazione appare straordinaria soprattutto in Germania, dove si è registrato un vero record: +56% di domande presentate, che ammontano addirittura al 58% del totale europeo.

Qualcosa non mi torna. Gli arrivi dalla rotta orientale del Mediterraneo e attraverso i Balcani sono crollati per effetto dell’accordo con la Turchia. Le persone sbarcate in Europa perché soccorse in mare sono diminuite drasticamente e il flusso più consistente si concentra in Italia. Le frontiere interne sono pressoché blindate e infatti le domande di asilo registrate in Italia sono aumentate.

Da dove sono mai piovuti tutti questi richiedenti asilo in Germania nel 2016? Finalmente trovo la risposta in un’intervista rilasciata dal Ministro degli Interni tedesco a gennaio: in realtà i nuovi arrivi nel paese nel 2016 sono 280.000 e non oltre 700mila (numero delle domande). Di questi 80.000 sono rientrati volontariamente o sono stati forzatamente rimpatriati. E quindi il mezzo milione di richiedemi in più come si spiega? Si tratta di persone arrivate nel 2015, la cui domanda è stata registrata successivamente, spiega il Ministro. C’è stato un accumulo. Comprensibile, certo.

Ma l’informazione resta disonesta. Della cifra record degli arrivi ci siamo allarmati sufficientemente un anno fa. A distanza di un anno ci dobbiamo allarmare perché quelle persone finita l’attesa si sono riuscite a registrare come è previsto?

Sempre le stesse persone sono. Invece di dire che in Germania sono arrivate 800mila persone in meno rispetto all’anno precedente preferiamo comunicare che le domande di asilo sono aumentate del 56%

Non fa proprio lo stesso effetto, non vi pare?

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.

Avvicinarsi a Pasolini


Nel lungo elenco di cose che per qualche motivo non ho finora conosciuto c’è la figura di Pasolini. Non ho letto i suoi romanzi, non ho visto i suoi film. Non ne ho mai saputo granché. Lo so che detto così suona eccessivo e che c’è un sottofondo di informazioni che una persona della mia età e vissuta negli ambienti che ho frequentato si ritrova comunque da qualche parte nella testa. Però in sostanza è così: a Pasolini non avevo mai pensato.

Sono andata allo spettacolo Sono Pasolini di Giovanna Marini soprattutto perché ci cantava mio cognato. E’ stata l’occasione per cominciare a capire qualcosa di più. Gli spettacoli di Giovanna Marini sono abbastanza didascalici e questo non faceva eccezione. Il pregio principale forse è stato di cominciare a raccontarmi Pasolini a partire dal Friuli, terra di mio padre e ciò nonostante a me ignota come e quanto l’artista in questione. Eppure alla fine i frammenti noti di due cose ignote hanno in qualche misura iniziato a combaciare, a suggerirmi pensieri, associazioni.

E poi la lettura di questo testo terribile, che inframezza i quadri dello spettacolo. Una lettura che suscita in me allo stesso tempo fascino intellettuale e consapevolezza che no, non è così, non è vero. Cioè, è un testo profondamente giusto e acuto politicamente e allo stesso tempo profondamente stonato dal punto di vista della relazione. Forse la cosa si spiega, tra l’altro, con il fatto che l’autore non è mai stato padre. Sarà una banalità e non mi riferisco meramente a una condizione biologica e/o anagrafica. Ma certo essere padre nello spirito non è esattamente la stessa cosa di essere genitore nella carne e nella quotidianità. Essere “padre quotidiano”, quotidiano come il pane per cui gli uomini pregano, con quella stessa spietatezza del “per sempre” di uno dei più bei versi di De André (“femmina un giorno e poi madre per sempre”) è diverso – non per forza di più o di meno, ma certo molto diverso – da essere educatore, ispiratore, mentore.

Eppure quella condanna della civiltà dei consumi, di quella “accettazione — tanto più colpevole quanto più inconsapevole — della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo”, mi colpisce in tutta la sua acutezza e fondatezza, ogni giorno di più. Oggi, in un’intervista, monsignor Tomasi parla di “soggettivismo esasperato” di cui l’Europa sta dando prova. Una cosa è sicura: questo tipo di connivente complicità e promozione di stragi oggi è di dimensioni sbalorditive soprattutto in quei Paesi in cui la qualità della vita è più alta.

Ieri sera, celebrando inconsapevolmente la vigilia dell’anniversario della morte, mi sono guardata su Netflix Pasolini, un delitto italiano. E ora comincio ad essere pronta ad avvicinarmi un po’ più direttamente alla sua opera.

P.S. Intanto mi sono letta anche questo.

Io sono con te


“Che cos’è la verità?”. Fin da piccola, alle celebrazioni del giovedì santo, questa domanda di Ponzio Pilato mi è rimasta impressa. Un personaggio che esce di scena con una domanda non passa inosservato. E che domanda. Trovare citato questo episodio evangelico nell’introduzione del primo (e probabilmente unico!) romanzo in cui sono citata per nome mi è parso un curioso segno del destino.

Facciamo un passo indietro. Melania Mazzucco è certamente una delle mie scrittrici preferite. Mi incanta il fatto che ogni suo libro che ho letto era profondamente diverso dall’altro. Ne ho menzionati due su questo blog, qui e qui. Il fatto che si sia lasciata coinvolgere nelle attività del Centro Astalli è stata una grande emozione, già alcuni anni fa. da allora ci si vedeva almeno due volte l’anno, alla riunione della giuria del concorso La scrittura non va in esilio e poi, un mesetto più tardi, alla cerimonia di premiazione. Per niente star, attenta e pienamente partecipe, in sala riunioni ci dimenticavamo tutti del fatto che fosse una scrittrice di fama internazionale. Era Melania.

“Che cos’è la verità?”. Ero tentata di usare questa citazione anche all’inizio del mio ultimo post sui rifugiati.  Davanti a tante bugie la verità va cercata e raccontata: Melania ha accettato di farlo e ci ha chiesto di incontrare una persona. Io sono con te è la storia di Brigitte. Non è solo una storia vera. E’ una storia di verità.

La verità dolorosa di una donna ferita innumerevoli volte, in un Congo brulicante di lutti e di violenza, ma anche qui in Europa. La verità della difficoltà e della fatica di accompagnare il suo percorso, che non ha nulla a che fare con il passo trionfante di un operatore umanitario che sorride a favore di telecamera in uno spot di raccolta fondi. Si inciampa eccome, quando le persone le si accompagna davvero. Si inciampa con loro, si inciampa contro di loro, si inciampa dietro di loro o addirittura sopra di loro, travolgendole con le nostre limitatezze. La verità più importante di tutte: ogni storia è preziosa, ogni generalizzazione o etichetta è una sopraffazione che si aggiunge a tante altre. Non si può provare empatia con una folla di persone. Ma questo non è una scusa per non guardarne negli occhi nemmeno una.

La storia in questo romanzo è anche la mia storia, anche se la “Chiara” nominata qua e là è una comparsa irrilevante, che scrive un articolo e smista ospiti sui taxi dopo un evento. E’ come una fotografia scattata in quel luogo immaginario, composto da tanti luoghi, azioni, persone e sentimenti, che sono gli ultimi sedici anni della mia vita. C’è la Termini in cui anche io vagavo, mi fermavo, mi sedevo ai tavolini a bere cappuccini e soprattutto tè, da sola o in compagnia (e dove ho imparato ad arrotolare la bustina sul cucchiaino). Ci sono i brividi di febbre, qualche volta mia e molto più spesso di altri, che abbiamo portato in giro per autobus e metropolitane; i vestiti bagnati, la fame, l’imbarazzo. C’è l’inspiegabile accadere di eventi inattesi che tante volte hanno raddrizzato ciò che pareva perso per sempre (“sulla Provvidenza possiamo sempre contare”, mi diceva serio e addirittura pragmatico il mio primo capo gesuita).

Ci sono soprattutto i miei colleghi, a cui troppo spesso non sono capace di dire quanto li apprezzi e quanto li ammiri. Sono grata a loro perché compongono quel Centro Astalli che è, ad oggi, prima di un lavoro, il mio rapporto affettivo più duraturo. Sono grata a Melania Mazzucco perché li ha osservati, li ha ascoltati e di ciascuno ha colto qualcosa di unico.

E con questo vi invito a leggere questo romanzo e poi, se vi va, a scrivermi cosa ve ne è parso.