Una cena incompiuta


Oggi, festa della donna, il ricordo e la gratitudine per una delle donne più notevoli che ho incontrato mi accompagna fin da stamattina. Un esercizio del mio corso di scrittura mi chiedeva di scrivere un racconto in forma di menu. Con tutti i limiti di una costruzione un po’ artificiosa, lo condivido con voi.

Antipasto: aspic di autorità
Bello, ma non invitante. Un antipasto così suggerisce abilità tecnica, persino maestria. Ma non fa venire l’acquolina in bocca e certamente non mette a proprio agio i commensali. Quando Le Quyen entrava in una stanza, si faceva silenzio. Quando prendeva la parola, con il suo italiano impeccabile e privo di qualunque inflessione, gli interlocutori immediatamente scoprivano di vergognarsi del loro accento romano. Il che risultava in fondo assurdo in un ambiente come quello delle politiche sociali della Capitale, fatto da sempre di amici di amici, parroci volenterosi, personaggi avvezzi a galleggiare tra gli impicci senza sottigliezze, ostentando maschio cinismo con il contrappunto di battute volgarotte. Come ci era piovuta in quelle stanze un’algida vietnamita dal nome impronunciabile, che ostentatamente dava del lei anche ai suoi sottoposti? In un mondo opaco e fiero di esserlo, Le Quyen suggeriva fredda trasparenza, ma anche un che di misterioso. Su di lei nessuno osava nemmeno fare pettegolezzi. Gente abituata a afferrare il cibo con le mani, esitava ad accostare la forchetta a una come lei.

Primo: Maltagliati di progetto
Anche come coordinatrice di progetto Le Quyen si rivelava anomala rispetto ai capi a cui ero abituata. Non si limitava a firmare verbali e a lasciar cadere di tanto in tanto commenti e decisioni. Lei, senza mai uscire dal suo ruolo, governava ogni dettaglio. Sorse un problema. Lo analizzammo. Approfondimmo e, come spesso capita, individuammo la causa in un corto circuito tra regole europee e regole nazionali, tra teoria e realtà dei fatti. Non se ne usciva. Quei soldi non potevano essere spesi come avevamo pensato e come il buon senso richiedeva. Si può rimodulare, ci assicuravano i funzionari. Spostateli su altro. Vi conviene pure, perché invece di pagare contributi alle persone magari ci comprate materiale per i vostri enti, cancelleria, persino attrezzature, via. Chiuderemmo un occhio. Lei non prese in considerazione quella possibilità. “Se non si possono spendere secondo la logica del progetto, non li spenderemo. Ma spiegheremo perché non li abbiamo spesi”. Al convegno finale, alla presenza delle autorità, quella parte dell’intervento toccava a me. Nei dieci minuti che avevo, con parole asciutte ma inequivoche, spiegai l’assurdo burocratico che aveva reso impossibile quella parte di lavoro, evidenziandone le conseguenze. Mi sedetti di nuovo al mio posto e vidi Le Quyen che lasciava il suo per venirmi a sussurrare all’orecchio: “Lei sa parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”.

Secondi
Spezzatino di ricerca in salsa emiliana
Nel progetto successivo ci trovammo di colpo sullo stesso piano. Eravamo due degli esperti di un eterogeneo gruppo di ricerca che cuciva insieme l’Italia e le competenze: psichiatri, psicologi, giuristi, amministratori, operatori sociali. Anche lo stile di lavoro distava parecchio dalla formalità con cui Le Quyen lavorava di solito. Per dieci mesi ci trovammo tutti sulla stessa barca, in una sorta di riunione continua e itinerante che ci faceva spostare a gruppetti su e giù per l’Italia, tutti compagni di viaggio di tutti, a prescindere da gerarchie e retribuzioni. Ci trovavamo immersi in discussioni di metodo e di concetto sui banconi di legno di una pizzeria al taglio, o nella saletta sul retro di una trattoria di provincia. Solo in occasione della cena finale, davanti a solenni e succosi tortelli di zucca, sostituimmo le lattine di Peroni con del vino decente. Ammirai la flessibilità di Le Quyen, che non aveva mostrato alcun disagio nel deporre del tutto le forme e lo stile in cui credeva. Fiutava la sostanza del lavoro e nel giro di qualche giorno prese a dare del tu a tutti, me compresa. Ci trovammo a scrivere un capitolo a quattro mani, senza tempo né modo di fare editing e revisioni. La vidi esitare per un attimo, ma concordammo di provare. Scoprimmo di avere uno stile di scrittura pressoché identico: nessuno alla fine era in grado di individuare quale parte avesse scritto una e quale l’altra. Quando lessi l’approvazione nel suo sguardo, provai un senso di vertigine che mi mancava da tempo. Il gusto appagante del successo. Qualche settimana dopo, nel suo ufficio, mi disse una frase a cui ho ripensato spesso: “Noi non scippiamo risorse umane ai nostri partner, ma se decidessi di cambiare lavoro tu qui avrai sempre un posto”.

Grigliata di concorso
Ero su un treno per raggiungere il resto del gruppo di ricerca a Parma quando ho saputo l’esito del concorso universitario che avevo tentato mesi prima. L’ultimo, il più promettente e il più umiliante della mia carriera. Leggevo sullo schermo del cellulare il verbale in cui senza alcun pudore i commissari decretavano che, in barba a qualunque oggettivo merito, il vincitore era l’unico candidato che non aveva alcuna qualifica per la posizione. Me lo aspettavo, ma era un pugno nello stomaco lo stesso. Tra i messaggi che arrivavano tra una galleria e l’altra c’era quello di Le Quyen: “Ti aspettiamo. Non farti il sangue amaro”. La sera passeggiammo insieme sotto i portici. Per la prima volta mi raccontò qualcosa di personale. Era un frammento, che navigava su un passato di cui non sapevo quasi nulla. Ma lo presi così, in un solo boccone. “Ero assistente universitaria di diritto internazionale, quando misero a concorso il posto era come se ci fosse scritto sopra il mio nome. Però la cittadinanza italiana non arrivò. Forse fu solo un disguido, forse no. Ma quel giorno quella strada per me si è chiusa per sempre”. Le Quyen aveva ottenuto la cittadinanza italiana solo 4 anni prima, 45 anni dopo il suo arrivo a Roma. Non me lo disse quella sera e probabilmente io avrei pensato che scherzasse.
Pur diversissima dai migranti forzati di cui ci occupavamo per lavoro, anche Le Quyen era una rifugiata. La sua cultura, la sua estrazione chiaramente aristocratica che tradiva nel portamento e nel gusto impeccabile, non la metteva al riparo dagli incubi burocratici che riguardano tutti gli stranieri a cui tocca in sorte di vivere in Italia e neanche dalle meschinità di chi misura il proprio potere tramutando il più banale diritto in una concessione da negare a proprio piacimento. Un suo collaboratore un giorno mi raccontava esterrefatto che per un normale rinnovo della carta di identità Le Quyen non aveva esitato a intavolare una questione diplomatica. Aveva ritirato il documento allo sportello e, dopo una rapida occhiata, lo aveva restituito. “C’è un errore”, aveva affermato sicura. “Io non sono nata a Ho Chi Minh. Sono nata a Saigon”. “Ma la città non si chiama così dal 1975!”, aveva ribattuto l’addetto. “E io sono nata prima del 1975”, era stata la laconica risposta. Non so come si sia risolta la cosa, ma certamente si trascinò di ufficio in ufficio e di ricorso in ricorso per diverso tempo, fino alle stanze del Ministero dell’Interno. “Ma ti pare che uno monta un casino così per un nome?”, commentava il collega. Per Le Quyen in effetti era l’unica cosa possibile. Teneva ai nomi in generale, ma a quel nome in particolare. In un certo senso quel nome era la sua storia. Ma anche io lo capii più tardi, quando scoprii chi era e da cosa fuggiva.

Contorni: Frivolezze e sformatini di autoironia
Esaurito il penoso argomento del concorso universitario, quella sera, sotto i portici chiacchierammo di cose più leggere. Di vestiti, prima di tutto. Scherzavamo sulla difficoltà di scegliere un outfit adeguato al nostro ambiente di lavoro, centri di accoglienza e mense frequentate da decine di uomini soli, per lo più di religione musulmana. Ogni volta che arrivava una nuova tirocinante, magari americana, ci dovevamo lanciare in imbarazzanti istruzioni per l’uso. Io per far prima usavo i cartelli per i turisti in chiesa: no pantaloncini, no braccia nude, no minigonne. Lei aveva scritto un decalogo, che iniziava con un programmatico “coprente, ma non fasciante”, il requisito del capo di abbigliamento idoneo a un’operatrice sociale donna. “Per gli uomini ottenere un minimo di buon gusto è ancora più difficile”, osservava lei. “Alla fine te li trovi tutti vestiti come preti in borghese. Certo, non rischiano avances sgradite. Però che depressione!”.

Le Quyen era sempre straordinariamente elegante. Mi confessò che per trovare abiti adatti alla sua corporatura minutissima che non fossero decorati con unicorni e Topolino si riforniva a Parigi. “Ci vai spesso?” “Sì, per lavoro. E non solo”, si affrettò ad aggiungere, quasi che il pensiero di avermi detto una mezza bugia le risultasse quella sera insopportabile. Tempo dopo, capii che a Parigi viveva ancora sua madre e che Le Quyen la assisteva nelle ultime fasi di una penosa malattia. Una sera, in ufficio, con un sorriso stanco mi disse che riconciliarsi con il proprio passato è una grazia per pochi. Anche in quell’occasione, credetti di poter immaginare quello di cui parlava. In effetti non potevo. Aveva appena fatto trasferire a Roma sua madre, in un ospedale dove si sarebbe spenta di lì a poco. Nota come Madame Nhu, quella donna era stata responsabile di alcune delle pagine più sanguinose e terribili della storia recente La stampa le aveva dato molti soprannomi: “la Lucrezia Borgia d’Oriente”, “Dragon Lady”, “Mata Hari dell’Asia”. Non ho mai sentito Le Quyen chiamarla in nessun modo. In certi momenti vedevo che sulle sue spalle si posavano ombre pesanti. Lei comunque pareva in grado di sopportare tutto.

Un giorno dovetti annullare una riunione perché mi ero bucata un piede con un cancello di ferro. La dinamica dell’incidente era stata abbastanza surreale e, tornata dal pronto soccorso, ne avevo scritto un gustoso reportage sul mio blog. Quella sera allegai al messaggio con cui chiedevo di rimandare l’appuntamento il link del racconto. Le avevo già confessato il mio hobby di scrivere e ero certa che avrebbe apprezzato l’umorismo. Seppi poi che aveva girato il link anche alla sua collaboratrice con cui dovevamo vederci, accompagnandolo con un invito: “Anna Clara, lei che è così precisa e così seria, provi ogni tanto a prenderla a ridere come fa Chiara. Gli imprevisti ci saranno sempre!”. Quella frase diede inizio a una amicizia bella e profonda tra me e la collega troppo seria. Ogni anno ci imponiamo di renderci ridicole insieme in pubblico almeno una volta, andando a cena travestite a Carnevale.

Amaro
Potevano essere ben altri i frutti di un incontro con una donna come Le Quyen. A qualcuno stavamo lavorando. Eravamo immerse in un progetto impegnativo e importante, che ci assorbiva quasi del tutto e richiedeva spesso riunioni di confronto per aggiustare la strategia. Un giorno Le Quyen, vedendomi distratta, mi fulminò con lo sguardo: “Fai troppe cose”. Cercai di spiegarle che non potevo fare altrimenti, che da noi il lavoro richiedeva che tutti facessero tutto. “Tu devi pretendere di tenere la testa libera per pensare. Non tutti possono fare tutto”. Me ne andai triste da quell’incontro, perché sapevo che aveva ragione e anche che io non avevo né la sicurezza né l’autorità per cambiare le cose.

Una mattina ero a una riunione in Prefettura. Doveva esserci anche lei, ma stranamente tardava. Le ho scritto un messaggio: “Arrivi?”. Nessuna risposta. La riunione iniziò e finì senza Le Quyen. Tornata in ufficio ricevetti una telefonata di Anna Clara. “Un incidente, sulla Pontina. È morta, è morta sul colpo”. Corsi fuori dall’ufficio in cerca d’aria. Poi ci tornai, naturalmente, obbediente come al solito. Tutto continuava: il progetto che lei non avrebbe più coordinato, la routine caotica e a volte insensata del mio lavoro, il blu del cielo di Roma tra vie delle Zoccolette e piazza del Collegio Romano. Ai funerali non mi diedero il permesso di andare. Ci passarono i miei capi, a fare presenza. Io dovevo fare altro, una lunga lista di cose che avrebbe potuto fare chiunque altro.

Nei giorni immediatamente seguenti vidi sui giornali la foto di Le Quyen che a due anni scendeva dall’aereo che l’aveva portata a Roma dopo il colpo di Stato in cui erano stati assassinati suo zio, presidente del Vietnam del Sud, e suo padre. Su quell’aereo viaggiava sola con due fratelli, perché la madre e la sorella maggiore erano in viaggio diplomatico negli Stati Uniti. Quella sorella maggiore, bella e vistosa come una diva del cinema, sarebbe poi morta a soli 22 anni in un incidente automobilistico in Francia. Le Quyen prese un’altra strada, fatta di studi e rigore. Certo anche di molto altro, che il più delle volte preferiva tenere per sé. Quella mattina di aprile il suo motorino è scivolato sotto un pulmino che portava a scuola 23 bambini rom. Un destino di famiglia, con un tocco delle sue scelte.

Al suo funerale è stata letta una frase. Non c’ero, ma quando l’ho trovata citata l’ho riconosciuta subito. L’aveva scritta per una conferenza a Dakar e vi avevo colto una libertà e rilassatezza quasi poetica, che mancava in altri suoi scritti: “Cieli, mari e terre ignoti, ove perdersi, cercarsi per infine, dopo aver pagato un alto tributo al tempo, ritrovarsi. Scoprendosi nuovi, diversi. Forse migliori?”.

Pensarci prima


A volte è bene dire: “Ok, no. Io non me l’accollo”.

Oggi, casualmente, mi è tornato in mente un momento preciso di quasi 7 anni fa. Ho accarezzato l’idea di cambiare bruscamente vita professionale e candidarmi per fare la commessa in un negozio di giocattoli. Poi, come tante cose che mi hanno attraversato la mente e anche entusiasmato per un po’, è stata accantonata. Mi sono riletta i pareri e i consigli datimi all’epoca da alcuni amici con cui mi ero consultata. E’ un esercizio interessante.

Mi affascina sempre la mia capacità di rimuovere pezzi importanti di vita vissuta solo perché il mio interesse è catturato da qualcos’altro. Da quando ho iniziato a lavorare un po’ sulla scrittura autobiografica, però, mi colgono una specie di folgorazioni. Capisco che, anche nel caos ingovernabile della mia vita, alcuni meccanismi si ripetono. Io, la paladina dell’imprevedibile e dell’improbabile, devo ammettere che alcuni cataclismi in effetti sarebbero stati prevedibili, se non fossi stata sempre così distratta da altro. Magari non evitabili, ma almeno prevedibili sì.

E se fosse arrivata la stagione, a 46 anni suonati, di “pensarci prima”? Di imparare dall’esperienza. almeno un pochino?

Una volta ho letto un brano di Elif Shafak, una scrittrice che amo molto, in cui lei si descriveva intenta a interagire animatamente con il suo harem interiore, composto dalle molte diversissime versione di se stessa contenute in lei. Questa immagine mi ha molto colpita, l’ho sentita davvero mia. So bene che significa una animata discussione tra donne, magari intimamente legate tra loro.

Ecco, da qualche giorno a questa parte io sento che dentro di me è in corso un litigio senza esclusione di colpi. Però questa volta, invece che lasciare che la me stessa che si ritiene più competente in materia detti la linea con la consueta prepotenza, intendo provare a sentire le ragioni di tutte le altre. Poi magari l’ultima parola ce l’avrà la me stessa intransigente, che ha bisogno di sentirsi salda su due e tre questioncine di principio che la toccano pericolosamente da vicino e che già ha messo su il broncio. Ma almeno le altre, quelle che sono consapevoli della fragilità e relatività di quelle questioni, potranno dire la loro.

Si apra il dibattito.

Sono un tempio


La prima e finora unica volta che sono entrata in un tempio induista ricordo di aver pensato che i templi fenici che studiavo da giovane dovevano essere così: luoghi lontanissimi dalla sacralità compìta delle nostre chiese, dove si mangia, si piange, si vende, si balla, Luoghi dove non sarebbe neppure sconveniente fare sesso. Se sono un tempio, sono un tempio così. Un luogo che ha il suo senso, il suo spirito, la sua sacralità, ma che sfugge alle definizioni troppo precise. Un luogo non escludente, dove gli opposti convivono, dove il principio di non contraddizione non si applica, perché quello può andare bene per l’aritmetica dei calcoli ordinari, non per la fisica dei massimi sistemi.

Un’altra caratteristica dei templi antichi che mi ha sempre affascinato è il loro essere comunicazione e passaggio tra passato, futuro e eterno presente. Se sono un tempio voglio essere una scala di Giacobbe che permette alle mie anime di passeggiare su e giù, voglio essere la pietra della fondazione che tiene a cuccia i mostri degli errori passati e degli incubi ricorrenti, ma che allo stesso tempo non li elimina del tutto perché non può esserci vita piena se non nell’equilibrio precario sul ciglio del caos. 

Da ragazza mi vedevo come una candela destinata a spegnersi sotto una campana di vetro. Nel mio tempo voglio una fiamma eterna che brucia di curiosità e passione. 

Quando sono entrata in quel tempio induista a Bangkok nessuno mi ha chiesto nulla, nessuno ha giudicato il mio abbigliamento. Però un uomo a torso nudo mi è venuto incontro, mi ha guardato negli occhi e mi ha segnato la fronte con una ditata di colore rosso. Così vorrei che fossero gli incontri nel mio tempio. Con le persone che lo attraversano per caso, così come con chi ha contribuito, volontariamente o meno, a costruirlo.

Di quando una ingenua insegnante di scrittura autobiografica usa come spunto per un esercizio una frase motivazionale trita e ritrita e incappa in una storica delle religioni.

Cose facili, cose difficili


Per anni la sola idea di mettermi a dieta mi è parsa superiore alle mie forze. Una fatica inutile e anche dannosa, visto che alla fine si vive una volta sola e a me mangiare, decisamente, piace. Era una delle molte cose che ritenevo senza dubbio utili, positive, vantaggiose, ma non sufficientemente necessarie da fare lo sforzo di farlo sul serio.

Poi, a un tratto, ho realizzato che era necessario farlo (con qualche spintarella, ma insomma, mi sono convinta). Non solo positivo, giusto per me… no, proprio necessario. Questo ha cambiato la mia prospettiva. Così ho fatto i passi necessari, quelli rimandati da anni, e ho iniziato il percorso.

A un mese di distanza mi sento di dire che non è ancora stato difficile come pensavo. Sto andando bene, mi impegno, ma non sono prostrata dal sacrificio. Sto imparando a gestire il lavoro in più e una gestione diversa della spesa e dei pasti. Mi porto il pranzo da casa in ufficio: non l’avevo mai fatto in tutti questi anni. 

Però ho capito una cosa: se voglio stare a dieta devo dirlo agli altri. Proprio dirlo, esplicitamente. Ho smesso di vergognarmene. Che poi non c’è motivo di vergognarsene, vero? Però, chissà perché, io me ne sono sempre vergognata.

Effetti collaterali: cucino di più. Non solo per me, scondito, ma anche per Meryem. La cosa mi dispiace meno di quanto credessi e lei mi fa un sacco di complimenti (povera figlia, a che standard l’avevo abituata). Altro effetto collaterale: dopo un anno dall’acquisto ho imparato ad usare la lavastoviglie. Per 12 mesi è stato un costoso soprammobile. Poi, a rischio di sembrare idiota, ho preso il toro per le corna e ho cercato di capire perché non funzionava. Esaurite le mie competenze personali, ho rotto le scatole a Nizam, che sbuffando alla fine si è applicato e ha risolto il mistero: il rubinetto dell’acqua era chiuso. Ora è aperto e io mi sento tutto sommato meno idiota di prima, visto che sono effettivamente in grado di far partire una lavastoviglie come il resto dell’umanità. 

Morale della favola: le cose che per me sono difficili, o addirittura insormontabili, lo sono perché non sono convinta che siano davvero necessarie. Se mi toccano davvero, in genere si rivelano abbastanza alla mia portata. 

Unire i puntini


Ho ancora in bozza un post su Firenze che merita di essere scritto, ma questi giorni mi hanno portato varie volte in un passato più lontano dello scorso weekend. Forse dovrei dire che, almeno in alcuni casi, mi ci hanno spinto a sganassoni in faccia. Ma, per un motivo o per l’altro, mi sono ritrovata a guardare indietro e, superato il primo sgomento, vorrei condividere con voi cosa ho tratto da questa esperienza.

Quando riesco a emergere dal mio stesso racconto delle cose accadute, emergono elementi nuovi. Mi trovo a scoprire, ad esempio, che di alcuni rapporti di amicizia è rimasto molto più di quanto avrei detto. Certo, questo mi porta anche a realizzare quanto sono trascurata, impaziente, incostante e distratta. E ad apprezzare, di riflesso, le persone capaci di coltivare pazientemente l’amicizia, tenendola al riparo dalle intemperie e dalla siccità. Del resto io non riesco a far sopravvivere neanche le piante grasse, è notorio. Capire che nonostante questo qualcosa dei rapporti sopravvive equivale alla sorpresa di veder risbocciare un bocciolo su un ramo che pensavo secco. Ne sono grata.

Un’altra cosa che mi viene da pensare è che la famiglia, le radici, le relazioni tra genitori e figli e tra fratelli, sono un universo di complessità che magari non vale neanche la pena di cercare di capire. Arrendiamoci al mistero. Non capisco come funzioni la lavatrice, ma il più delle volte premo un bottone e funziona (la lavastoviglie no, ma questa è un’altra storia).

Un’ultima pillola sul tradimento. Ai tradimenti non ho mai reagito con particolare sportività, da giovane. Ora incasso meglio. Non fanno meno male, ma un po’ li vedo come parte della complessità irriducibile della vita e delle relazioni. No, non parlo di corna. Parlo di questioni per certi versi più significative: onestà, principi, ideali. Quella ottimistica rigidità che mi faceva sentire nel giusto. Ora, a 45 anni, mi guardo e mi dico che le cose che ho scelto davvero sono assai meno di quelle che mi piacerebbe credere. Magari posso smettere di essere all’altezza delle mie aspettative e cominciare a conoscermi un po’.

Bluff europeo


Sono usciti i dati sulle richieste d’asilo in Europa nel 2016 e i comunicati stampa, diligentemente ripresi dai giornali, riportano che sono lievemente calate rispetto al 2015, ma che la situazione appare straordinaria soprattutto in Germania, dove si è registrato un vero record: +56% di domande presentate, che ammontano addirittura al 58% del totale europeo.

Qualcosa non mi torna. Gli arrivi dalla rotta orientale del Mediterraneo e attraverso i Balcani sono crollati per effetto dell’accordo con la Turchia. Le persone sbarcate in Europa perché soccorse in mare sono diminuite drasticamente e il flusso più consistente si concentra in Italia. Le frontiere interne sono pressoché blindate e infatti le domande di asilo registrate in Italia sono aumentate.

Da dove sono mai piovuti tutti questi richiedenti asilo in Germania nel 2016? Finalmente trovo la risposta in un’intervista rilasciata dal Ministro degli Interni tedesco a gennaio: in realtà i nuovi arrivi nel paese nel 2016 sono 280.000 e non oltre 700mila (numero delle domande). Di questi 80.000 sono rientrati volontariamente o sono stati forzatamente rimpatriati. E quindi il mezzo milione di richiedemi in più come si spiega? Si tratta di persone arrivate nel 2015, la cui domanda è stata registrata successivamente, spiega il Ministro. C’è stato un accumulo. Comprensibile, certo.

Ma l’informazione resta disonesta. Della cifra record degli arrivi ci siamo allarmati sufficientemente un anno fa. A distanza di un anno ci dobbiamo allarmare perché quelle persone finita l’attesa si sono riuscite a registrare come è previsto?

Sempre le stesse persone sono. Invece di dire che in Germania sono arrivate 800mila persone in meno rispetto all’anno precedente preferiamo comunicare che le domande di asilo sono aumentate del 56%

Non fa proprio lo stesso effetto, non vi pare?

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.