La paura è il banco di prova del coraggio


Ieri il mio amico Ralph mi ha mandato in versione digitale delle foto che avevo stampato io, ma di cui ho perso le mie copie molti anni fa. Mi ha fatto ripensare a un’estate intensissima, quella del 1995. Un po’ più di un anno fa, per un corso di scrittura autobiografica, avevo scritto questo racconto.

Il dormitorio era composto di fabbricati bassi e grigi, tutti uguali e praticamente indistinguibili, ammucchiati nell’angolo sud ovest della città. Le stanze piccole, due letti le cui reti si sovrapponevano in un angolo, sbarre alle finestre. In fondo al corridoio, una grande cucina senza porta. Le porte mancavano, del resto, anche ai due capi del corridoio che si aprivano verso l’esterno. Quando avevo vinto una borsa di studio a Gerusalemme avevo in mente uno scenario diverso. Quel posto non era solo pieno di sconosciuti, che ben poco avevano a che fare con me. Era anche fisicamente lontano. Dai luoghi che avevo sognato, ma anche dall’Università ebraica dove frequentavo le lezioni ogni giorno, che si trovava nello spigolo nord est della città, diametralmente opposta alla Residenza Aleph. Andare a piedi era impossibile. Per questo era stata istituita una linea di autobus apposita, la 18 aleph. Dopo dieci giorni, quando iniziavo a prendere un solitario ritmo tra lezioni, compiti e spesa al minimarket, un autobus saltò in aria. A Roma avevo sentito gli esperti pontificare per mesi sul fatto che gli attentati a Gerusalemme erano impossibili, in virtù della santità del luogo. Io stessa avevo ripetuto convinta quell’assunto, che mi era parso convincente. Ma c’è sempre una prima volta. La prima volta, per me e per Gerusalemme, fu il 21 agosto 1995.

Avevo preso la corsa immediatamente successiva e non vidi l’esplosione, ma il suo effetto. L’asfalto in fiamme. Il signore barbuto inginocchiato per terra che trafficava con delle bustine. Seppi poi che stava mettendo religiosamente insieme brandelli di cadaveri, con la meticolosità data dall’abitudine. Non ricordo molto della mattina e del pomeriggio che seguirono. Arrivati in classe, l’insegnante scrisse alla lavagna delle parole: attentato, esplosione, feriti. Forse anche “vittime”, visto che alcuni studenti e una professoressa del nostro corso estivo erano morti. Ma quella parola non la ricordo. Poi ci chiesero di spiegare alla classe come ci sentivamo. Nella memoria confusa di quei momenti, rivivo ancora con chiarezza la rabbia che provavo. Una rabbia esagerata, persino irrazionale, che non era indirizzata agli attentatori, ma a quel modo neutro e sorridente di gestire la situazione, a quella compostezza di normalità che faceva sentire me anomala, emotiva, fuori le righe. “Questo a casa mia non è normale!”, tentai di dire quando arrivò il mio turno. Chissà se scelsi l’espressione corretta, chissà se qualcuno capì. Comunque si andava avanti, perché altra via non era data. Non a me, straniera in borsa di studio. Non a loro, che vivevano lì non per due mesi, ma da una vita intera.

Un paio di anni dopo, la lettrice dell’università si fece sfuggire un particolare che mi diede la misura di quanto obbligata fosse quella reazione che tanto mi aveva urtato. Lei era una donna energica, sportiva, con un largo sorriso sfacciato sotto una cascata di ricci scuri. Appassionata di sport energici e di abbigliamento provocante, aveva conosciuto suo marito nell’esercito, dove lei rivestiva un grado superiore al suo. Le brillavano gli occhi quando raccontava di quel periodo, del riscatto di una ragazza immigrata dall’Iraq in un Paese nuovo di zecca, alla scalata di gerarchie che nella sua famiglia di origine erano riservate agli uomini. Le smancerie e i sospiri non le appartenevano. Non ricordo come venimmo a parlare dei suoi bambini e lei raccontò che ogni mattina, a Tel Aviv, li mandava a scuola su tre autobus diversi. Stavo per chiedere il perché di quella bizzarria logistica, quando mi è tornato in mente il 18 aleph e alla corsa partita due minuti dopo, che mi aveva permesso di essere viva. Era una soluzione pratica di riduzione del danno, una routine persino scaramantica. Un modo come un altro di sopravvivere, agli attentati e alla paura costante.

Alle 16:45 del 21 agosto 1995 finirono, come sempre, le lezioni. Su quell’autobus dovevo salirci di nuovo e continuare a trascorrerci, giorno dopo giorno, 35-40 minuti ogni volta. Quando agosto finì era opportuno acquistare un abbonamento mensile. Con le due italiane che avevo conosciuto al campus scherzammo: “Andiamo insieme a comprare il biglietto per il Paradiso?”. Scherzavamo, ma era dura per tutte. Ogni tanto, nel bel mezzo del tragitto, lo sguardo mi cadeva su qualcuno. Quello ha l’aria triste, troppo triste. Magari sta per compiere un gesto estremo, trascinandomi con sé. Quella donna ha lo sguardo sfuggente, sembra nervosa. Che strana forma, quello zaino. E allora il cuore iniziava a battere più forte, il respiro restava spezzato in gola. Scendevo di corsa, facendomi largo a spintoni. Respiravo. Mi guardavo intorno, sola. Aspettavo di riprendere il controllo. Poi, quando arrivava la corsa successiva, risalivo, mostrando all’autista il mio biglietto per il Paradiso.

Neppure per un momento presi in considerazione l’idea di tornare in Italia. Neanche i miei genitori, nelle brevissime conversazioni che riuscimmo ad avere, lo suggerirono. Non era epoca di cellulari e tutto avveniva per mezzo di telefoni pubblici a gettoni e i dialoghi erano scanditi da quella sorta di metronomo ansiogeno dato dal rumore delle monete inghiottite rumorosamente man mano che il credito si esauriva. Per giunta, in quei giorni convulsi, i genitori di molti studenti si appuntavano l’ultimo numero da cui i figli li avevano contattati e cercavano incessantemente di richiamarli. Mi successe, una sera, che quando finalmente era arrivato il mio turno per telefonare, sollevato il ricevitore sentii una voce maschile dall’altro capo del filo. Parlava russo. Non capivo una parola, ma potevo leggere in quelle sillabe ignote l’apprensione di un padre lontano. Non ebbi cuore di riagganciare. Provai a parlare inglese, niente. Ma neanche lui voleva arrendersi e alla fine tentò la strada più logica. Eravamo lì, sua figlia e io, per studiare ebraico. Lei, probabilmente, per ricominciare in Israele una nuova vita. Io no e ed ero poco più di una principiante. Lui forse lo era più di me: eppure, dando fondo alle parole lette sui libri di grammatica, trovammo un canale di comunicazione, per quanto incerto. Mi disse che cercava sua figlia, mi chiese se la conoscevo. No, il nome non mi diceva nulla. “Com’è?”, provai a chiedere, anche se nessuna descrizione mi avrebbe aiutato a individuare quella persona tra le centinaia di ragazze russe del campus. Lui esitò. E poi, con voce spezzata, rispose: “Bella. È bella”.

Quell’estate, più che in altre circostanze della mia vita, imparai il coraggio che non passa per i gesti forti, per gli impulsi a compiere qualcosa di risolutivo. Imparai il coraggio di rimanere, giorno dopo giorno, sera dopo sera. Resistendo alla solitudine, alla frustrazione di non trovare le parole. Fino alla fine di quel soggiorno di due mesi affrontai una violenza costante e quotidiana che mi era del tutto nuova. Il brivido freddo della canna di un mitragliatore che mi sfiorava accidentalmente su un autobus. Gli slogan terribili urlati dai manifestanti davanti al Parlamento, gli adesivi distribuiti da ragazzi vestiti di nero agli angoli del mercato: “Il popolo contro Rabin”. L’aggressività sorprendente della maggior parte delle persone con cui mi trovavo a interagire, alla posta, in banca, al supermercato. Affrontavo anche la violenza a distanza del mio fidanzato, che dopo un paio di telefonate si rifiutava di parlarmi ulteriormente, negandosi al telefono mentre i miei gettoni cadevano inesorabili. Era indignato e offeso perché non avevo deciso di rientrare, dopo l’attentato. Io non avevo preso in considerazione neppure l’idea di farlo, lui non aveva immaginato neanche per un secondo che non lo facessi. Un uomo talmente distrutto dalla preoccupazione per me da rifiutarsi di sapere, per il mese e mezzo che seguì, se fossi viva o morta. Io scrivevo lettere su lettere, fitte di espressioni enfatiche e immagini poetiche. Trovavo le buste di posta aerea in arrivo dall’Italia infilate sotto la porta della mia camera, rigorosamente aperte da una qualche forma di censura che non so se fosse ordinaria o riservata a noi studenti stranieri: erano tutte di mia madre. Lui sprofondò in un silenzio totale, che si interruppe soltanto quando volai di nuovo a Roma.

Recentemente, facendo per l’ennesima volta pulizia tra le cose rimaste ammucchiate in scatoloni in casa mia, è spuntato un mucchio di buste con il francobollo di Israele, indirizzate a quell’eccentrico egoista che ho finito per sposare e che poi, finito il matrimonio, ha lasciato cumuli di detriti dietro di sé. Erano più di trenta e nessuna era stata aperta. Le ho infilate in un sacco della spazzatura e mi sono liberata di quel vecchio peso senza rimpianti.

Da capo


Come al Monopoli, quando una carta ti rimandava al Via (o in prigione direttamente, senza passarci neanche, per quel via), mi ritrovo con la spiacevole sensazione di ritrovarmi nello stesso punto che pensavo di aver superato. Mi immagino anche i cartoni animati di Scooby-Doo, quando i detective cialtroni si trovavano a girare in loop in un labirinto. Insomma, a volte mi chiedo chi voglio prendere in giro. Tanto varrebbe sedersi e basta.

Sarà il caldo soffocante, saranno le cose che non girano per il verso giusto (ma ci sarà, poi, un verso giusto?). Sempre più spesso poi mi viene il dubbio che quello che pare funzionare per il resto del mondo, al mio caso non si applichi. Insomma, magari questa valigia della mia vita non vuol saperne di chiudersi perché la forma non si adatta al contenuto. Non è solo che non riesco a piegare ordinatamente la roba. Magari devo decidermi a cambiare contenitore.

Spero che voi siate usciti dal lockdown meno inclini alle metafore deprimenti…

Zoom


Si… può… fare! Passato il primo momento di disorientamento e scetticismo, mi trovo circondata di entusiasti della piattaforma. Specialmente per organizzare eventi, conferenze, corsi.

Ora, c’è indubbiamente una certa ebbrezza nel vedere che per partecipare a qualcosa che interessa basta cliccare dal proprio divano. I tempi si incastrano assai meglio nel virtuale. E poi certo, ci si sente, se l’organizzatore è democratico ci si vede anche. L’ho apprezzato, all’inizio, quel senso di vicinanza. Scattavamo foto ricordo, persino.

C’è un però. Forse più di uno, ma uno più grande degli altri. Chi parla non solo si ascolta, ma si guarda pure. Ed ecco che, come per magia, scatta l’effetto predica. Ho visto relatori normali trasformarsi in retori pomposi, innamorati del suono della propria voce.

Insomma, secondo me su può certo fare ma non necessariamente ci migliora. E ora vi lascio, ho un corso su Zoom.

Ah, per la cronaca: prevedo che queste videolezioni continueranno ad essere proposte anche in futuro, ma dell’adesione massiccia non mi sentirei di scommettere.

Gentilezza


“I hate people when the are not polite”, recita il verso di una canzone che canticchio spesso negli ultimi tempi. La canticchio anche per ridere un po’ sul fatto che una persona che conosco, abbastanza inaspettatamente, si comporta nei miei confronti in modo veramente sgarbato. Non saprei dire se la sua sia semplice noncuranza o un atteggiamento studiato.

Vedendo però alcuni personaggi che si mettono in mostra sui social, Instagram soprattutto, facendosi quasi un vanto della propria arroganza, il dubbio che il nostro sia cafone per precisa scelta stilistica mi sorge.

In Israele la chiamavano huzpa e ne facevano una virtù nazionale. Io non trovo assertivo qualcuno che deride il lavoro altrui, o che si scorda del compleanno di un’amica e non prova nemmeno a scusarsi.

Apprezzo i gesti gentili, anche un po’ fuori dal mondo. La gentilezza a casaccio, che a volte i meme ci esortano a praticare, è molto poetica. Ma pensandoci meglio, ancora più preziosa è l’attenzione fedele alle piccole cose, quella che dura negli anni e quasi non la noti, là per là. Ma poi, ripensandoci, brilla in tutto il suo valore. Specialmente in un mondo popolato di maleducati.

Non può piovere per sempre (vero?)


Facebook implacabile mi ricorda che manca abbastanza poco al mio compleanno. Quest’anno (devo rifare i conti tutte le volte) sono 47. Morto che parla, si diceva a tombola. Peccato che da un po’ di tempo mi senta avvolta in una specie di nube densa di scoraggiamento e malessere, che si dissipa a sprazzi, ma che si riaddensa ogni volta un po’ più grigia.

Mi piace fare piani, progetti. Ma quest’anno il compleanno non è contemplato. Non saprei neanche cosa desiderare.

Che poi è questo che mi mette in crisi, in fondo. Cosa voglio? Mi pare di aver perso l’abitudine di formulare desideri.

Quando aprivamo i blog


Ogni tanto qualcuno sospira, in rete o dal vivo: “Che tempo era, quello…”. Quando ci commentavamo su Splinder o Blogspot con la stessa intensità di una chat e quindi chi ci leggeva diventava un amico, qualcuno che si sedeva virtualmente sul tuo divano e magari prima o poi (a volte molto poi) ci si incontrava dal vivo. In questi giorni la serie ispirata al blog di Valentina (Volevo fare la rockstar, se non l’avete vista cercatela e accattatevi pure il libro, così capite meglio cosa erano quei blog) mi e ci ha fatto tornare in mente quel periodo.

Perché ho aperto questo blog, nel 2004? Sinceramente non ricordo precisamente. Certamente questo doveva essere la prova tecnica per il blog serio, che si chiamava “Rifugiati” e che è morto di lì a poco. Ci versavo sopra i pensieri sparsi che altrimenti avrei scritto su quaderni e agende. Poi però qualcuno ha iniziato a leggere. E con la mia gravidanza, nel 2007, quello che a me pareva un sacco di gente ha iniziato a leggere.

Yenibelqis è diventato un divano, incasinato come la mia casa e come la mia vita in generale. Ci si trovava e si chiacchierava. Raccontavo aneddoti, condividevo come mi sentivo, parlavo delle questioni che mi stanno a cuore. Non era un blog tematico, non era un prodotto letterario, non era un portale, non era utile o informativo. Era (ed è) una collezione di chiacchierate. A volte più interessanti, a volte divertenti, a volte stanche, a volte piene di rabbia e di amarezza.

Poi è arrivato Facebook. Se si commenta, lo si fa lì. Se si condividono foto, lo si fa lì. Le “amicizie” si accettano o si rifiutano lì. L’anonimato, a cui non ho mai tenuto, non aveva più senso, comunque. Il blog io non l’ho mai lasciato. È sempre il divano di casa mia. So che ci sono alcuni che mi conoscono da tempo che leggono in silenzio e non sono su Facebook o su altri social. Ma comunque rispetto a Facebook, che è utile, e a Instagram, che mi piace, il blog resta una cosa diversa.

Specialmente il mio blog, che non aveva una funzione precisa, se non chiacchierare di quello che mi va. In tutti questi anni, gli incontri che ho fatto su questo spazio sono stati preziosi. Sono legati a bellissimi ricordi dal vivo. Non voglio far torto a nessuno, ma qui ci starebbero bene tanti nomi di persone a cui sono grata per questo. Ne menziono solo tre, in qualità di facilitatrici di tante altre amicizie: Barbara (all’epoca poesianotturna, oggi Mamma Felice), Silvia (metà di Genitoricrescono, ma anche riemersa da un passato comune) e Iolanda (Filastrocche e poi Fattore Mamma), che mi ha fatto vedere Milano in una luce del tutto diversa.

E chiudo ricordando che questo spazio non esisterebbe più da tempo se Andrea Beggi, che peraltro non ho mai conosciuto, non me lo avesse fatto migrare da Splinder a qui con un gesto di pura generosità. Una disponibilità che mi era stata segnalata da un’altra amica sulla rete, che non ho mai ringraziato abbastanza.

Ho molto rallentato l’aggiornamento di questo spazio, ma non ho mai pensato di chiuderlo. Mi piace pensare che nel tempo si siano aggiunte persone nuove e che le vecchie tornino di tanto in tanto a riaffacciarsi. Fatevi vivi, ogni tanto.

Ho bisogno di parole


“Tu parli sempre da sola”. Una frase buttata là in una telefonata mi rimbomba dentro come la chiamata dell’ascensore nella chiostrina del palazzo dei miei genitori. Un botto subito, poi una lunga vibrazione metallica prolungata fino allo schianto finale della cabina ferma al piano. E poi via di nuovo, nella stessa successione ipnotica.

Sempre no, magari. Cerco di essere giusta. Però spesso. Azzarderei a dire sempre più spesso. Mi sopravvaluto? Penso che tutto ruoti intorno a me? Sono incapace di ascoltare?

Forse, più banalmente, ho fame di parole. Soffro il silenzio. Quando ero in maternità e restavo sola a casa per giorni, di tanto in tanto esplodevo. Nizam, registrata questa mia stranezza, ogni tanto telefonava: “Tutto bene? Hai parlato con qualcuno oggi?”.

Oggi tocca soprattutto ai miei nuovi colleghi di sorbirsi i miei sproloqui. Era tanto tempo che mi tenevo dentro riflessioni, pensieri, dubbi. Molto meno di prima si può conversare serenamente di rifugiati senza mangiarsi il fegato o sentirsi intorno un silenzio imbarazzato. Non mi ero resa conto di quanto mi mancasse ragionare a voce alta.

Quando me ne rendo conto spesso è troppo tardi. Il pippone è partito. Loro ancora giurano che no, per carità, è tutto molto interessante. Ma sono sicura che se trovassi più spesso il modo di farmi una salubre chiacchierata fuori dell’orario di lavoro non ne sarebbero dispiaciuti.

Afa


Il caldo è esploso tutto insieme. Improvvisamente e per la prima volta nella mia vita mi trovo a desiderare di essere una che fa il cambio di stagione. Ma anche una che tiene la casa in ordine e che ha una ordinata routine domestica comoda, gestibile, razionale. Certe volte essere me è faticoso. Non posso negare che sia a volte divertente, stimolante e di soddisfazione. Ma caspita, che fatica.

Stamattina mi sono regalata del tempo per conversare con un amico di cui ho grande stima. Avevo bisogno di delucidazioni, ma soprattutto di parlare con qualcuno che non dica quello che vorrei sentire. Certe volte nelle scorse settimane conversazioni rilevanti sono avvenute tutte nella mia testa e sono rimaste, appunto, immaginarie.

Erano belle conversazioni. O piuttosto, bei monologhi. Qualcuno l’ho anche scritto. Poi l’ho riletto e mi sono compiaciuta. Ben pensati, ben esposti. Inutili sproloqui senza interlocutore.

Al lavoro tra le mie mansioni c’è quella di ascoltare e riprodurre monologhi più o meno simili. Non è un compito difficile. Ma ogni tanto mi viene agli occhi la visione di tutti noi che limiamo beati le nostre parole chiusi in bolle acusticamente isolate. È un’immagine triste, che implica una solitudine estrema.

Ma magari fa solo caldo.

Una cena incompiuta


Oggi, festa della donna, il ricordo e la gratitudine per una delle donne più notevoli che ho incontrato mi accompagna fin da stamattina. Un esercizio del mio corso di scrittura mi chiedeva di scrivere un racconto in forma di menu. Con tutti i limiti di una costruzione un po’ artificiosa, lo condivido con voi.

Antipasto: aspic di autorità
Bello, ma non invitante. Un antipasto così suggerisce abilità tecnica, persino maestria. Ma non fa venire l’acquolina in bocca e certamente non mette a proprio agio i commensali. Quando Le Quyen entrava in una stanza, si faceva silenzio. Quando prendeva la parola, con il suo italiano impeccabile e privo di qualunque inflessione, gli interlocutori immediatamente scoprivano di vergognarsi del loro accento romano. Il che risultava in fondo assurdo in un ambiente come quello delle politiche sociali della Capitale, fatto da sempre di amici di amici, parroci volenterosi, personaggi avvezzi a galleggiare tra gli impicci senza sottigliezze, ostentando maschio cinismo con il contrappunto di battute volgarotte. Come ci era piovuta in quelle stanze un’algida vietnamita dal nome impronunciabile, che ostentatamente dava del lei anche ai suoi sottoposti? In un mondo opaco e fiero di esserlo, Le Quyen suggeriva fredda trasparenza, ma anche un che di misterioso. Su di lei nessuno osava nemmeno fare pettegolezzi. Gente abituata a afferrare il cibo con le mani, esitava ad accostare la forchetta a una come lei.

Primo: Maltagliati di progetto
Anche come coordinatrice di progetto Le Quyen si rivelava anomala rispetto ai capi a cui ero abituata. Non si limitava a firmare verbali e a lasciar cadere di tanto in tanto commenti e decisioni. Lei, senza mai uscire dal suo ruolo, governava ogni dettaglio. Sorse un problema. Lo analizzammo. Approfondimmo e, come spesso capita, individuammo la causa in un corto circuito tra regole europee e regole nazionali, tra teoria e realtà dei fatti. Non se ne usciva. Quei soldi non potevano essere spesi come avevamo pensato e come il buon senso richiedeva. Si può rimodulare, ci assicuravano i funzionari. Spostateli su altro. Vi conviene pure, perché invece di pagare contributi alle persone magari ci comprate materiale per i vostri enti, cancelleria, persino attrezzature, via. Chiuderemmo un occhio. Lei non prese in considerazione quella possibilità. “Se non si possono spendere secondo la logica del progetto, non li spenderemo. Ma spiegheremo perché non li abbiamo spesi”. Al convegno finale, alla presenza delle autorità, quella parte dell’intervento toccava a me. Nei dieci minuti che avevo, con parole asciutte ma inequivoche, spiegai l’assurdo burocratico che aveva reso impossibile quella parte di lavoro, evidenziandone le conseguenze. Mi sedetti di nuovo al mio posto e vidi Le Quyen che lasciava il suo per venirmi a sussurrare all’orecchio: “Lei sa parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”.

Secondi
Spezzatino di ricerca in salsa emiliana
Nel progetto successivo ci trovammo di colpo sullo stesso piano. Eravamo due degli esperti di un eterogeneo gruppo di ricerca che cuciva insieme l’Italia e le competenze: psichiatri, psicologi, giuristi, amministratori, operatori sociali. Anche lo stile di lavoro distava parecchio dalla formalità con cui Le Quyen lavorava di solito. Per dieci mesi ci trovammo tutti sulla stessa barca, in una sorta di riunione continua e itinerante che ci faceva spostare a gruppetti su e giù per l’Italia, tutti compagni di viaggio di tutti, a prescindere da gerarchie e retribuzioni. Ci trovavamo immersi in discussioni di metodo e di concetto sui banconi di legno di una pizzeria al taglio, o nella saletta sul retro di una trattoria di provincia. Solo in occasione della cena finale, davanti a solenni e succosi tortelli di zucca, sostituimmo le lattine di Peroni con del vino decente. Ammirai la flessibilità di Le Quyen, che non aveva mostrato alcun disagio nel deporre del tutto le forme e lo stile in cui credeva. Fiutava la sostanza del lavoro e nel giro di qualche giorno prese a dare del tu a tutti, me compresa. Ci trovammo a scrivere un capitolo a quattro mani, senza tempo né modo di fare editing e revisioni. La vidi esitare per un attimo, ma concordammo di provare. Scoprimmo di avere uno stile di scrittura pressoché identico: nessuno alla fine era in grado di individuare quale parte avesse scritto una e quale l’altra. Quando lessi l’approvazione nel suo sguardo, provai un senso di vertigine che mi mancava da tempo. Il gusto appagante del successo. Qualche settimana dopo, nel suo ufficio, mi disse una frase a cui ho ripensato spesso: “Noi non scippiamo risorse umane ai nostri partner, ma se decidessi di cambiare lavoro tu qui avrai sempre un posto”.

Grigliata di concorso
Ero su un treno per raggiungere il resto del gruppo di ricerca a Parma quando ho saputo l’esito del concorso universitario che avevo tentato mesi prima. L’ultimo, il più promettente e il più umiliante della mia carriera. Leggevo sullo schermo del cellulare il verbale in cui senza alcun pudore i commissari decretavano che, in barba a qualunque oggettivo merito, il vincitore era l’unico candidato che non aveva alcuna qualifica per la posizione. Me lo aspettavo, ma era un pugno nello stomaco lo stesso. Tra i messaggi che arrivavano tra una galleria e l’altra c’era quello di Le Quyen: “Ti aspettiamo. Non farti il sangue amaro”. La sera passeggiammo insieme sotto i portici. Per la prima volta mi raccontò qualcosa di personale. Era un frammento, che navigava su un passato di cui non sapevo quasi nulla. Ma lo presi così, in un solo boccone. “Ero assistente universitaria di diritto internazionale, quando misero a concorso il posto era come se ci fosse scritto sopra il mio nome. Però la cittadinanza italiana non arrivò. Forse fu solo un disguido, forse no. Ma quel giorno quella strada per me si è chiusa per sempre”. Le Quyen aveva ottenuto la cittadinanza italiana solo 4 anni prima, 45 anni dopo il suo arrivo a Roma. Non me lo disse quella sera e probabilmente io avrei pensato che scherzasse.
Pur diversissima dai migranti forzati di cui ci occupavamo per lavoro, anche Le Quyen era una rifugiata. La sua cultura, la sua estrazione chiaramente aristocratica che tradiva nel portamento e nel gusto impeccabile, non la metteva al riparo dagli incubi burocratici che riguardano tutti gli stranieri a cui tocca in sorte di vivere in Italia e neanche dalle meschinità di chi misura il proprio potere tramutando il più banale diritto in una concessione da negare a proprio piacimento. Un suo collaboratore un giorno mi raccontava esterrefatto che per un normale rinnovo della carta di identità Le Quyen non aveva esitato a intavolare una questione diplomatica. Aveva ritirato il documento allo sportello e, dopo una rapida occhiata, lo aveva restituito. “C’è un errore”, aveva affermato sicura. “Io non sono nata a Ho Chi Minh. Sono nata a Saigon”. “Ma la città non si chiama così dal 1975!”, aveva ribattuto l’addetto. “E io sono nata prima del 1975”, era stata la laconica risposta. Non so come si sia risolta la cosa, ma certamente si trascinò di ufficio in ufficio e di ricorso in ricorso per diverso tempo, fino alle stanze del Ministero dell’Interno. “Ma ti pare che uno monta un casino così per un nome?”, commentava il collega. Per Le Quyen in effetti era l’unica cosa possibile. Teneva ai nomi in generale, ma a quel nome in particolare. In un certo senso quel nome era la sua storia. Ma anche io lo capii più tardi, quando scoprii chi era e da cosa fuggiva.

Contorni: Frivolezze e sformatini di autoironia
Esaurito il penoso argomento del concorso universitario, quella sera, sotto i portici chiacchierammo di cose più leggere. Di vestiti, prima di tutto. Scherzavamo sulla difficoltà di scegliere un outfit adeguato al nostro ambiente di lavoro, centri di accoglienza e mense frequentate da decine di uomini soli, per lo più di religione musulmana. Ogni volta che arrivava una nuova tirocinante, magari americana, ci dovevamo lanciare in imbarazzanti istruzioni per l’uso. Io per far prima usavo i cartelli per i turisti in chiesa: no pantaloncini, no braccia nude, no minigonne. Lei aveva scritto un decalogo, che iniziava con un programmatico “coprente, ma non fasciante”, il requisito del capo di abbigliamento idoneo a un’operatrice sociale donna. “Per gli uomini ottenere un minimo di buon gusto è ancora più difficile”, osservava lei. “Alla fine te li trovi tutti vestiti come preti in borghese. Certo, non rischiano avances sgradite. Però che depressione!”.

Le Quyen era sempre straordinariamente elegante. Mi confessò che per trovare abiti adatti alla sua corporatura minutissima che non fossero decorati con unicorni e Topolino si riforniva a Parigi. “Ci vai spesso?” “Sì, per lavoro. E non solo”, si affrettò ad aggiungere, quasi che il pensiero di avermi detto una mezza bugia le risultasse quella sera insopportabile. Tempo dopo, capii che a Parigi viveva ancora sua madre e che Le Quyen la assisteva nelle ultime fasi di una penosa malattia. Una sera, in ufficio, con un sorriso stanco mi disse che riconciliarsi con il proprio passato è una grazia per pochi. Anche in quell’occasione, credetti di poter immaginare quello di cui parlava. In effetti non potevo. Aveva appena fatto trasferire a Roma sua madre, in un ospedale dove si sarebbe spenta di lì a poco. Nota come Madame Nhu, quella donna era stata responsabile di alcune delle pagine più sanguinose e terribili della storia recente La stampa le aveva dato molti soprannomi: “la Lucrezia Borgia d’Oriente”, “Dragon Lady”, “Mata Hari dell’Asia”. Non ho mai sentito Le Quyen chiamarla in nessun modo. In certi momenti vedevo che sulle sue spalle si posavano ombre pesanti. Lei comunque pareva in grado di sopportare tutto.

Un giorno dovetti annullare una riunione perché mi ero bucata un piede con un cancello di ferro. La dinamica dell’incidente era stata abbastanza surreale e, tornata dal pronto soccorso, ne avevo scritto un gustoso reportage sul mio blog. Quella sera allegai al messaggio con cui chiedevo di rimandare l’appuntamento il link del racconto. Le avevo già confessato il mio hobby di scrivere e ero certa che avrebbe apprezzato l’umorismo. Seppi poi che aveva girato il link anche alla sua collaboratrice con cui dovevamo vederci, accompagnandolo con un invito: “Anna Clara, lei che è così precisa e così seria, provi ogni tanto a prenderla a ridere come fa Chiara. Gli imprevisti ci saranno sempre!”. Quella frase diede inizio a una amicizia bella e profonda tra me e la collega troppo seria. Ogni anno ci imponiamo di renderci ridicole insieme in pubblico almeno una volta, andando a cena travestite a Carnevale.

Amaro
Potevano essere ben altri i frutti di un incontro con una donna come Le Quyen. A qualcuno stavamo lavorando. Eravamo immerse in un progetto impegnativo e importante, che ci assorbiva quasi del tutto e richiedeva spesso riunioni di confronto per aggiustare la strategia. Un giorno Le Quyen, vedendomi distratta, mi fulminò con lo sguardo: “Fai troppe cose”. Cercai di spiegarle che non potevo fare altrimenti, che da noi il lavoro richiedeva che tutti facessero tutto. “Tu devi pretendere di tenere la testa libera per pensare. Non tutti possono fare tutto”. Me ne andai triste da quell’incontro, perché sapevo che aveva ragione e anche che io non avevo né la sicurezza né l’autorità per cambiare le cose.

Una mattina ero a una riunione in Prefettura. Doveva esserci anche lei, ma stranamente tardava. Le ho scritto un messaggio: “Arrivi?”. Nessuna risposta. La riunione iniziò e finì senza Le Quyen. Tornata in ufficio ricevetti una telefonata di Anna Clara. “Un incidente, sulla Pontina. È morta, è morta sul colpo”. Corsi fuori dall’ufficio in cerca d’aria. Poi ci tornai, naturalmente, obbediente come al solito. Tutto continuava: il progetto che lei non avrebbe più coordinato, la routine caotica e a volte insensata del mio lavoro, il blu del cielo di Roma tra vie delle Zoccolette e piazza del Collegio Romano. Ai funerali non mi diedero il permesso di andare. Ci passarono i miei capi, a fare presenza. Io dovevo fare altro, una lunga lista di cose che avrebbe potuto fare chiunque altro.

Nei giorni immediatamente seguenti vidi sui giornali la foto di Le Quyen che a due anni scendeva dall’aereo che l’aveva portata a Roma dopo il colpo di Stato in cui erano stati assassinati suo zio, presidente del Vietnam del Sud, e suo padre. Su quell’aereo viaggiava sola con due fratelli, perché la madre e la sorella maggiore erano in viaggio diplomatico negli Stati Uniti. Quella sorella maggiore, bella e vistosa come una diva del cinema, sarebbe poi morta a soli 22 anni in un incidente automobilistico in Francia. Le Quyen prese un’altra strada, fatta di studi e rigore. Certo anche di molto altro, che il più delle volte preferiva tenere per sé. Quella mattina di aprile il suo motorino è scivolato sotto un pulmino che portava a scuola 23 bambini rom. Un destino di famiglia, con un tocco delle sue scelte.

Al suo funerale è stata letta una frase. Non c’ero, ma quando l’ho trovata citata l’ho riconosciuta subito. L’aveva scritta per una conferenza a Dakar e vi avevo colto una libertà e rilassatezza quasi poetica, che mancava in altri suoi scritti: “Cieli, mari e terre ignoti, ove perdersi, cercarsi per infine, dopo aver pagato un alto tributo al tempo, ritrovarsi. Scoprendosi nuovi, diversi. Forse migliori?”.

Pensarci prima


A volte è bene dire: “Ok, no. Io non me l’accollo”.

Oggi, casualmente, mi è tornato in mente un momento preciso di quasi 7 anni fa. Ho accarezzato l’idea di cambiare bruscamente vita professionale e candidarmi per fare la commessa in un negozio di giocattoli. Poi, come tante cose che mi hanno attraversato la mente e anche entusiasmato per un po’, è stata accantonata. Mi sono riletta i pareri e i consigli datimi all’epoca da alcuni amici con cui mi ero consultata. E’ un esercizio interessante.

Mi affascina sempre la mia capacità di rimuovere pezzi importanti di vita vissuta solo perché il mio interesse è catturato da qualcos’altro. Da quando ho iniziato a lavorare un po’ sulla scrittura autobiografica, però, mi colgono una specie di folgorazioni. Capisco che, anche nel caos ingovernabile della mia vita, alcuni meccanismi si ripetono. Io, la paladina dell’imprevedibile e dell’improbabile, devo ammettere che alcuni cataclismi in effetti sarebbero stati prevedibili, se non fossi stata sempre così distratta da altro. Magari non evitabili, ma almeno prevedibili sì.

E se fosse arrivata la stagione, a 46 anni suonati, di “pensarci prima”? Di imparare dall’esperienza. almeno un pochino?

Una volta ho letto un brano di Elif Shafak, una scrittrice che amo molto, in cui lei si descriveva intenta a interagire animatamente con il suo harem interiore, composto dalle molte diversissime versione di se stessa contenute in lei. Questa immagine mi ha molto colpita, l’ho sentita davvero mia. So bene che significa una animata discussione tra donne, magari intimamente legate tra loro.

Ecco, da qualche giorno a questa parte io sento che dentro di me è in corso un litigio senza esclusione di colpi. Però questa volta, invece che lasciare che la me stessa che si ritiene più competente in materia detti la linea con la consueta prepotenza, intendo provare a sentire le ragioni di tutte le altre. Poi magari l’ultima parola ce l’avrà la me stessa intransigente, che ha bisogno di sentirsi salda su due e tre questioncine di principio che la toccano pericolosamente da vicino e che già ha messo su il broncio. Ma almeno le altre, quelle che sono consapevoli della fragilità e relatività di quelle questioni, potranno dire la loro.

Si apra il dibattito.