Immagino


Una serata tranquilla sul divano a immaginare altrui felicità. Quella di Meryem, che sta facendo il primo weekend fuori con gli amici della nuova classe e oggi, alle cinque, ha fatto il primo bagno al mare dell’anno e sembrava estate. E io penso che probabilmente è la prima volta che succede, che io non sia a fare quel primo bagno con lei, e sarà certamente l’inizio di una nuova normalità.

Staccarsi da lei. Mi ci preparo da anni, con la testa, ma continua ad essere durissima. Eppure mi è stato così facile sentire chiaramente che lei non era me, fin da quando non era ancora nata e dormiva nella mia pancia a orari diversi dai miei. Poi però ci sono stati 14 anni di giorni che si susseguivano, prima con lei in braccio, poi con lei per mano, infine con lei che allungava il passo davanti a me.

Oggi è ancora un po’ più difficile. Perché oggi oltre al bagno in mare senza di me ormai ci sono ampi spazi nel suo cuore a cui io non posso avere accesso. La guardo, e immagino. Immagino anche troppo, dietro una porta a volte chiusa e a volte no. Immagino cosa può aver suscitato una risposta brusca o un sorriso. Ma poi se immagino troppo finisce che faccio invasione di campo, che mi distraggo dall’unica cosa che davvero conta per me: lei.

E allora stasera mi concedo, da lontano, solo un’ultima immaginazione: quella di una felicità che non conosco e non conoscerò e che spero accompagni i prossimi mesi se, come temo, saranno in salita.

Festa della mamma


Più del mazzo di garofanini inaspettatamente ricevuto ieri, il regalo più importate per la festa della mamma Meryem me lo ha fatto sabato sera, in una chiacchierata mentre tornavamo a casa. “Se penso a quando ero piccola, io ricordo che tu c’eri. Ora so che ovviamente tu lavoravi molte ore fuori casa, che ogni tanto anche partivi, ma comunque non ho mai avuto la sensazione che fossi distante o non ti importasse”.

E quindi quel tratto di strada sono riuscita a farlo. Mi pareva difficilissimo, a tratti impossibile. Ricordo le corse, l’ansia, il senso perenne di inadeguatezza, il tetris dei saggi di fine d’anno, il compleanno che coincideva sempre con la giornata del rifugiato. Per non parlare delle decisioni più gravi, delle vacanze da sole, dell’infinita lista di cose che non potevo darle (e che ancora oggi, in parte, mi tormenta). Guardo indietro e mi dico che è andata e forse è andata meglio di quanto avrei valutato io.

Ora si naviga in acque nuove ed è ancora più difficile di prima. Trovare la giusta distanza, da madre di adolescente, è un impresa fatta di equilibri millimetrici, sbandate, schiarite, consapevolezza di una serie infinita di errori di valutazione. Non capisco, maledizione, non capisco. E non sono più questioni meramente logistiche.

La guardavo ieri correre per il vialetto condominiale, con le gambe lunghe e i capelli al vento, scintillante di fragile felicità. La devo proteggere? La posso proteggere? O devo solo aspettare con fede che si faccia largo, come tutti noi, nel groviglio che la vita le metterà davanti, senza l’illusione di scostare io i rovi che la graffieranno? In cuor mio so la risposta, ma non è facile lo stesso.

Luoghi comuni


Non me la sono mai cavata troppo bene con le vicende sentimentali. Non con le mie e neppure con quelle altrui. Non ricordo, infatti, grandi confidenze in merito da parte delle mie amiche. Pescando proprio nella memoria, ricordo una notte di capodanno passata a girare un po’ a casaccio con una compagna di studi che aveva preso la decisione di mollare il suo fidanzato storico per concedersi di più e di meglio. Oggi sono sposati con un figlio quasi adolescente e di quella notte di ribellione ricordo poco (ma temo che non sia per la lieve sbronza, quanto per il fatto che ci fosse ben poco di memorabile).

Ho coltivato con fedeltà commovente fino al masochismo storici amori non corrisposti. Uno, in particolare, mi ha accompagnato per una parte significativa della mia giovinezza e si è distinto perché, almeno per un po’, qualcuno ha creduto che potesse anche avere una qualche forma di concretizzazione. “Vedrai, non dura”, mi disse un’amica quando lui si fidanzò con una bionda apparentemente distante mille miglia dalle profondità intellettuali che ero convinta che condividessimo. Decine di anni dopo sono ancora sposati e hanno due figli.

Forse capirete che i tormenti sentimentali degli adolescenti mi fanno agitare sulla sedia e che vorrei tanto non vederli e non sentirli. Ma questo al moderno genitore empatico pare non riesca proprio. E quindi mi barcameno a tentativi, come riesco, difendendomi come posso e selezionando i messaggi. Perché tirare fuori i luoghi comuni sui maschi per una zitella come me è fin troppo facile. A piccole dosi serve persino.

Ma una cosa mi preme riuscire a ripeterla comunque: di innamorarsi vale sempre la pena, che poi è un po’ come dire che di vivere vale sempre la pena. È facile dirlo quando gli uccellini cinguettano e tutto va per il meglio. In quel caso, anzi, a nessuno verrebbe in mente nemmeno di pensarlo, per quanto è autoevidente. È quando ti viene il dubbio di aver sempre frainteso, quando anche nei ricordi più dolci si insinua il dubbio, che è importante ricordarlo a se stessi.

Non rimpiango neanche un giorno speso ad amare, chi se lo meritava, ma anche chi ha abbondantemente dimostrato di non meritarselo. E, per giunta, sono fiera di non essermi fatta furba nel frattempo. Oddio, magari un pochino non guasterebbe. Diciamo che sono fiera di essere ancora capace di entusiasmarmi e di affezionarmi, a costo di sembrare ingenua, perché in fondo quello che mi fa sorridere da sola per strada, il più delle volte, val bene qualche doccia fredda di tanto in tanto.

Il tempo perduto per la tua rosa


C’è stata una fase della mia giovinezza in cui amavo – forse come tutti – Il Piccolo Principe. Ricordo di averne regalate copie in lingue diverse, di averlo posseduto anche in quelle esotiche del mio cuore, il turco e l’ebraico. Per questo, ad esempio, sapevo anche una piccola curiosità rispetto alla traduzione turca, ma non è rilevante per i pensieri di oggi.

Poi l’ho odiato. Mi è apparso improvvisamente banale, dozzinale. Mi irritava che venisse tanto utilizzato come libro per i bambini, quando mi pareva evidente che non fosse poi tanto efficace né adeguato.

Oggi improvvisamente ripenso a una frase della volpe al Piccolo Principe, che lui ripete per non dimenticarla: “È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”. Il Piccolo Principe era rimasto deluso e amareggiato vedendo sulla terra che le rose sono comunissime e la sua non era unica come diceva di essere.

Capita, certamente, che di colpo di cada il velo dagli occhi e che capiamo che in fondo la persona che era così unica ai nostri occhi, in realtà non lo è affatto. Che quei momenti che credevamo così speciali e non etichettabili, forse visti con il senno del poi non erano poi così fuori dall’ordinario. E, come le cose ordinarie, hanno una loro parabola di vita. Si trasformano, crescono o si ridimensionano, fioriscono o appassiscono. A seconda dei casi, ma senza quell’alone di entusiasmante mistero che le avvolgeva all’inizio.

È davvero il tempo che abbiamo buttato appresso a una rosa che la rende importate? Ancora oggi non lo so. Mi viene da pensare che un po’ dipende anche dalla rosa, perché, nonostante le apparenze, le rose non sono tutte uguali. Certe volte credo si debba accettare che il tempo buttato non ha reso nessuno più importante. Forse ha reso noi un po’ più poveri e amareggiati. Capita, e si può solo farci pace, prima o poi.

Altre volte forse accudire quella rosa è stata comunque un’esperienza bella, che non ci dispiacerà di aver fatto. Non che il tempo dia valore di per sé a qualcosa che magari ne ha poco, ma piuttosto quel tempo ha avuto un valore. E allora, guardandosi indietro, qualcosa resta. Difficilmente è sufficiente per non avere rimpianti, ma qualcosa resta.

Tempesta


Quest’anno la primavera pareva arrivata e poi, improvvisamente, le temperature sono calate. Ha nevicato, persino. Non ha solo piovuto: ha grandinato, con chicchi enormi e violenti. Ottime metafore atmosferiche, mi sono sorpresa a pensare, del mio ultimo weekend con la mia adolescente preferita.

Va così, dunque. Di colpo mi sono trovata per l’ennesima volta spiazzata. Perché il punto è che non capisco proprio mia figlia, non capisco le sue comunicazioni, le sue reazioni e dunque mi pare di essere sempre fuori tempo e fuori luogo.

Ricordo quando era piccola che avevo registrato che in alcune circostanze i bambini bisogna contenerli. Ma come si contiene la tempesta emotiva di una quattordicenne? Mi sono sentita come se stessi tentando di arginare con un dito una diga che crolla. E quindi l’ondata della piena ha investito e travolto anche me.

Però io in questa circostanza non devo essere Chiara, o almeno non prioritariamente. Serve che sia sua madre, prima di tutto. E allora mentre aspettavo che quella specie di tromba d’aria passasse da sola (e non certo per merito mio), ho fatto una fatica bestiale per non lasciare spazio ai sentimenti che comunque sentivo. Il senso di perdita, in primo luogo. L’impotenza. I dubbi, che non mi lasciano mai.

Ma onestamente capisco che la cosa più dura non è stato tanto vederla soffrire, o immaginare che potrebbe soffrire di nuovo: piuttosto è stato il dover rinunciare a un’immagine che mi piaceva, a un racconto che mi ero costruita e in cui in cuor mio avevo persino un piccolo ruolo. E invece no, trovandomi sbattuta fuori all’improvviso, ho realizzato che quel ruolo era solo nella mia testa.

Adesso sono di nuovo qui sul solito divano dilaniato dal gatto, dove quando riesco trattengo il fiato e cerco di non sbagliare troppo. Ma un po’ di fantasticherie, anche adesso, non me le nego. Dico a me stessa quello che provo a dire anche a lei: cerca di non farti troppo male.

Erba gatta


Ieri sera, tornando a casa, ho visto che l’erba gatta che avevo comprato settimane fa per Zoe detta Zozo, il nostro felino di casa, si era afflosciata sul pavimento. Evidentemente il sistema di irrigazione dal basso che credevo di aver messo in atto non è risultato efficace. Allora ho provveduto a mettere il vasetto a mollo nel lavello e con questa manovra di emergenza l’erba si è rianimata.

L’operazione mi ha fatto venire in mente che come da qualche parte e in qualche modo devo aver imparato che quello che ho fatto è la cosa giusta da fare in caso di erba afflosciata, così in questo ultimo anno mi pare di aver imparato a fare con la mia anima. Ogni tanto stramazzo. Spesso. Stanchezza, scoraggiamento, solitudine. Non ultimi, i colpi ben assestati della mia adolescente domestica, che non lo fa per cattiveria, ma farmi a pezzi è un po’ il suo lavoro e lo fa con un certo zelo.

Sono però fiera di riconoscermi un ormai consolidato repertorio di manovre di emergenza per reidratare l’anima rinsecchita. Lo scorso weekend ad esempio un paio di film inglesi ben assestati hanno fatto miracoli (Assassinio sul Nilo e, soprattutto, Il ritratto del duca). Il Baingan bharta, la versione indiana del mutabbal (crema di melanzane affumicate al forno con aromi vari), ben accompagnato da pane morbido, sbracata sul divano, è un altro rimedio che funziona.

Ma più di ogni altra cosa giova ricevere una telefonata inaspettata. L’ho già detto in un’altra occasione: io non ho gli amici con cui vado a mangiare la pizza tutti i sabati, inseriti in cornici regolari di frequentazioni e consuetudini. Ma questo non vuol dire che non ne ho. Anzi, ho amici che mi vogliono molto bene e che spesso mi stupiscono per l’intensità del loro affetto e della stima che mi dimostrano. Sono anche loro un po’ resistenti agli schemi, sparsi in luoghi diversi, “non conformi” e a volte silenti, come me, per mesi o per anni.

Poi mi arriva una telefonata, un messaggio. O, come l’altro ieri, uno di loro va in classe di mia figlia e lei da quel breve scambio coglie un lampo di qualcosa che non conosce se non in teoria, la mia vita prima di lei e oltre lei.

A volte mi arrivano velate critiche perché condivido molto della mia quotidianità sui social. Ma più o meno consapevolmente lo faccio anche perché so che c’è un drappello di amici lontani che guarda, registra, segue con affetto. E io ogni mattina, attraverso il vituperato Facebook, menziono a un amico gesuita le persone che voglio che ricordi quando celebra la Messa. Molti di loro riderebbero se lo sapessero. Ma anche questa che ormai è un’abitudine quotidiana per me è un filo, un legame, tra le varie parti di me e tra il mio passato e il mio presente, che considero prezioso.

Vacanze con adolescenti


Dopo anni di vacanze sola con Meryem, quest’anno mi è parso saggio osare la vacanza in gruppo, che consentisse la compagnia di suoi coetanei. Sono ancora in mezzo a un’esperienza certamente travolgente e intensa, quindi non ho ancora fatto sedimentare a sufficienza le sensazioni.

Ma oggi una similitudine mi ha colpito con la forza di una rivelazione. Viaggiare in compagnia di un gruppetto di adolescenti è un po’ come andare in barca a vela. Tutti i genitori credo abbiano esperienza di quanto frustrante e faticoso sia avere contro il mugugno di un figlio immusonito, di quale resistenza passiva (o attiva) possa fare al programma in apparenza più ragionevole, quanta violenza sferzante ci sia in alcune frasi buttate lì (“io non ci volevo neanche venire”; “l’anno prossimo piuttosto resto a casa”; “se te ne vai sono più contenta”).

Eppure ci sono momenti, rari e perfetti, in cui si viaggia con gli adolescenti a favore. E allora nulla supera la poesia di vederli ridere di cuore, collaborare, prenderti una valigia dalle mani con premura, rendersi ridicoli insieme a te, con un cameratismo che profuma di giovinezza. La giornata scorre via perfetta e tu, genitore, ti illudi persino che sia un po’ merito tuo. Magari è la volta buona che hai capito quando orzare e quando poggiare, magari sentono la tua mano un po’ più ferma sul timone.

Poi cambia il vento e capisci che, come tutte le grandi fonti di energia, l’adolescenza, quando qualcosa va storto, se ne frega delle tue teorie e della tua esperienza. Qui sull’Etna ci hanno raccontato di quando i marines sono arrivati da Sigonella per fermare una colata lavica, con gran copia di mezzi e di coreografia. La colata alla fine si è fermata a pochi passi dalle case, quando ci hanno portato in processione la Madonnina locale.

Ecco, con gli adolescenti è così. Ci vuole fede, oppure culo. O meglio, un po’ di tutte e due le cose. Ma anche nelle buriane più dolorose è bello conservare l’immagine di quelle ore di navigazione serena e gioiosa, in cui i loro occhi ti hanno illuminato il cammino.

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