Cambiamenti


Mi piace pensare che questa estate ho fatto provare a mia figlia la bellezza di fare programmi e la bellezza di disfarli, per farne di nuovi. Che ci avrebbe aspettato un settembre di grandi cambiamenti un po’ lo sospettavo e in questa casa la flessibilità e la resilienza, proprio nel senso fisico del termine, sono indispensabili.

Affezionarsi a un’idea, a un sogno, a un proposito è un piacere profondo. Separarsene può fare male, ma a volte è necessario per affezionarsi ad altro, o semplicemente per restare noi stessi (o per restare vivi, il che alla fin fine è quasi la stessa cosa).

Una volta ho pensato che mi auguravo che la relativa facilità all’entusiasmo di Meryem la accompagnasse nei molti anni a venire. Entusiasmarsi e coltivare l’entusiasmo, senza limitarsi alla prima scintilla. Ma anche cambiare strada con lo sguardo ben fisso avanti, lasciando che la prontezza di cogliere cose nuove di cui entusiasmarsi porti via titubanze e sospiri.

Non mi piace ripercorrere nostalgicamente strade del passato. Ho indugiato un po’, a Torino, nella nostalgia. Me lo sarei preso volentieri un cappuccino in quel bar, sulla strada di Palazzo Nuovo. Ma volete mettere la soddisfazione di entrare per la prima volta con Meryem all’Arena di Verona e essere accompagnati ai nostri #tweetseats? 

Avanti dunque. Avremo una nuova maestra, dei nuovi vicini e tante altre cose, grandi e piccole, che non saranno più come prima. Ma se guardo Meryem, anche lei non è più come prima: gambe lunghe, risata pronta, lingua irrefrenabile. E anche io non sono come prima. Un po’ ammaccata, forse, ma comunque ancora capace di mettermi in spalla uno zaino e mettere un freno ai miei piagnistei. 

Rivelazione


Venerdì scorso, prima di un weekend di Carnevale che più festaiolo non si poteva (per Meryem, si intende), ho finalmente capito una cosa piuttosto banale. Sono brava a fare lezioni all’università. Ah, direte voi, ecco che rispunta la solita vecchia nostalgia dell’orientalistica, mai sopita. Vi dirò: in realtà sono molto più brava a fare lezione sui rifugiati di quanto non lo fossi a parlare di astruse lingue e religioni semitiche. Questo passaggio non l’avevo ancora mai fatto con questa consapevolezza.

La mia preparazione, in questo mio relativamente nuovo settore di competenza (13 anni mica sono acqua fresca, mi avvio decisamente verso il pareggio, rispetto alla porzione di vita dedicata), è più completa e solida. Me la sono dovuta costruire con l’umiltà che nell’accademia non mi è stata mai richiesta. E’ passata attraverso una varietà di esperienze e molti confronti importanti, anche teorici (laddove, alla fine, negli studi il confronto e il riferimento tendeva ad essere una persona soltanto, nel bene e nel male).

Ma ciò che più conta, credo, è il fatto che quando mi capita di far lezione a giovani studenti di master o di università io sono profondamente convinta che quello che racconto sia davvero rilevante per la loro vita futura, se non di specialisti dell’immigrazione, certamente di cittadini. Questo, quando ho insegnato filologia semitica, mi è sempre mancato. Le scienze inutili sono importanti, a loro modo, e possono contribuire ad affinare il senso critico. Ma richiedono una certa vocazione e condizioni precise, che all’università finivano per mancare, vanificando un po’ il tutto. Ricordo distintamente di aver pensato, svolgendo alle mie allieve il modulo di linguistica semitica, che nelle loro vite quelle informazioni non erano utili. Allora stravolgevo il programma, per quanto mi era possibile. Soprassedevo sul ginepraio delle sibilanti e mi concentravo piuttosto sul rapporto tra lingua, scrittura e identità.

Adesso, invece, da ogni lezione esco convinta e appagata. E mi sorprendo a pensare: sarebbe bello che questo fosse davvero, pienamente, il mio mestiere.

Cambiamento (teorico)


Arrivo in corner al blogstorming di Genitori Crescono sul cambiamento per condividere con voi, manipolo di lettori, una scoperta che ho fatto su di me. Mi vanto di essere una volatile anima sagittaria, accesa dal fuoco del movimento e della trasformazione. Sbavo, letteralmente, pensando a viaggi improvvisati in mete inconsuete. Mi appago (e mi frego da sola, continuamente) con un torneo di improbabili progetti, imprese, interessi. Salvo poi abbandonarli alla loro ineluttabile irrealizzabilità, o amarli un po’ meno perché quando si realizzano hanno confini, dimensioni definite, vita limitata.

I cambiamenti, io, li adoro. Li cerco, li voglio, li amo.

Però. Non cambio lavoro da 14 anni. Mesi fa, dopo doloroso travaglio interiore, ho mandato un application per un altro impiego. Superata la tragedia e inviata la mail fatidica, ho del tutto rimosso la cosa. Quando alla fine mi è arrivata una risposta, negativa, ho avuto la certezza che mai e poi mai avrei abbracciato entusiasta quell’eventuale cambiamento. Affatto. Avevo avuto il sospetto di essere un coniglio, professionalmente parlando. Dico dico, ma alla fine non so se avrò mai l’ardire di uscire dal mio buco, se qualcuno non mi caccia a pedate. Qualcosa di simile l’ho sempre sperimentato nella mia vita privata. Se proprio non sono costretta con il fucile puntato, lascerei le cose come stanno. Sempre. Oltre ogni legittima immaginazione.

Se ci penso bene, anche fisicamente sono più o meno sempre la stessa, dalla terza media. Qualche chilo in meno o in più (più facilmente in più), ma il colpo d’occhio è quello. Potrei mettermi gli stessi vestiti per decenni e in alcune circostanze l’ho persino fatto. Patisco un po’, questa continuità, ma ormai ci ho fatto pace.

Come si concilia questo tratto con la parte di me che più mi piace, quella avventurosa e mobile? Semplice, non si concilia. Se ne frega di conciliarsi. Sta lì e basta, mi piaccia o meno (direi meno).

We’ve given each other some hard lessons lately
But we ain’t learnin’
We’re the same sad story that’s a fact
One step up and two steps back

Questo post partecipa al blogstorming

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