Grugnate


Prendere grugnate è un'arte e ormai io la possiedo. "Grugnate" potrebbe essere reso, in italiano, con "delusioni cocenti", o "fallimenti inaspettati". La madre di tutte le grugnate, evidentemente, per me si chiama Università. Provateci voi a sentirvi dire dalla più tenera infanzia che siete nati per fare ricerca (con reiterate conferme in età adulta, eh?) e poi non avere possibilità di farlo. Sono uscita da un vicolo cieco come quello soprattutto perché mi ero piazzata in un altro vicolo cieco, un rapporto sentimentale assolutamente vessatorio. Che forse ha avuto l'unico merito di trovarmi di fronte a qualcuno che un giorno mi ha detto: "Ci hai provato. Ora basta". Non che la frase in sé fosse dettata da nobili motivazioni. Ma si è rivelata salutare.
Certe volte però, vedendo che ormai incasso molto meglio di prima, mi chiedo perché. Guardando il bicchiere mezzo vuoto, mi dico che non mi aspetto più granché. Che ho abbassato e vado abbassando le mia aspettative. Considerando le cose da questo punto di vista, non direi che ho fatto dei progressi, anzi. Guardando il bicchiere mezzo pieno, potrei argomentare che ora colgo meglio la relatività del tutto. Che mi accontento di qualcosa per non perdere altro. Che anche giocare in difesa, qualche volta, è onorevole.
Ma come la penso, davvero? Certo, non tutte le grugnate sono uguali e non tutte hanno la stessa importanza. Sapienza sarebbe saper distinguere. Diciamo che è il mio prossimo obiettivo.

Girare a vuoto


"Non indovina mai…". Stamattina ho sorpreso mia figlia che, scuotendo la testa, mi commiserava tra sé e sé. Nella fattispecie, non avevo saputo rispondere correttamente alla domanda: "Che cosa c'è dentro il tramonto?". Ma abbiate pietà, erano le 6:55 e stentavo parecchio a carburare. Ripensandoci, seduta alla mia scrivania sotterranea, non posso che convenire con la Guerrigliera. Ci azzecco raramente. Mai come in questo in questo momento, mi pare di non capire granché di come va il mondo. Passo la maggior parte della mia giornata a lavorare per questioni ignote ai più (quasi quasi aveva più appeal l'ugaritico). Non so più neanche se riesco ad indignarmi. Anzi, no. Ci riesco benissimo. Però ho comunque la sensazione di girare a vuoto. 
Una delle cose che capisco di meno, poi, è come si concili la generale indifferenza e impertubabilità che pare accomunare la maggior parte dei miei concittadini, che davanti a stragi di giovani, donne e bambini avvenute per precisa responsabilità della nostra politica si limitano ad alzare le spalle e commentare: "Eh, i tempi sono difficili per tutti", con l'aperta faziosità da stadio, comprensiva di insulti e invettive, che si scatena qua e là, su alcune questioni. Facciamo un esempio, di perpetua attualità. Palestina, Israele. Se in ogni aspetto della nostra vita le ideologie sono morte (dicono gli esperti), su questo tema restano tutte validissime. Fin dai miei primi soggiorni in loco, negli anni Novanta, mi era stato chiaro che ben altro che l'ideologia ci voleva per farsi un'idea di una delle questioni più intricate della storia moderna. Certo, l'indignazione sacrosanta la conosco e la condivido. Già in altri casi ho detto e scritto che bisogna guardarsi dal mettere tutto sullo stesso piano, perché non lo è. Resta però il fatto che mi fa orrore vedere il mondo che assiste a una tragedia lunga più di sessant'anni con l'atteggiamento dell'ultrà di una curva di stadio. Vedere persone che pure, su ogni altro argomento, sono paladini della complessità e dell'approfondimento pronte su questo a rinunciare a qualunque ragionamento comporti più di due passaggi e applicare serenamente la logica del "bianco/nero", "buono/cattivo", manco fosse un cartone animato di serie B. 
Per rispetto di un impegno che non ho conosciuto direttamente non faccio il nome che in questi giorni rimbalza qua e là, a proposito e a sproposito. Di una cosa però sono sicura: mi sembra che se si è del tutto in buona fede non bisognerebbe accontentarsi delle spiegazioni circolate finora. Non mi basta sapere che sono stati questi o quei "cattivi". Vorrei sapere perché. "Perché lui era buono e loro cattivi, ovvio", mi risponderebbero in troppi. A prescindere da chi sono quei "loro". Fino a oggi l'unico articolo di taglio diverso che ho letto è questo. Ciò evidentemente non vuol dire affatto che le ipotesi avanzate siano necessariamente corrette. Ma questo sarebbe l'atteggiamento che io vorrei vedere di più in giro. Mi sono ricordata di una conversazione fatta in anni lontani con un tassista di Ramallah. Una frase un po' cinica, forse, ma temo attuale: "La pace si farà quando converrà economicamente a tutti". I soldi. Ne giravano e credo ne girino molti anche ora, alla faccia della miseria estrema sotto gli occhi di tutti. Non voglio mettermi a semplificare anche io, ma cercare la cassa forse aiuterebbe a capire aspetti nascosti, sommersi da slogan facili e da pacchi di ideologia propagandata, anche in buona fede, da molti.
E comunque, secondo voi "che cosa c'è dentro il tramonto?".

Meno, ma fa male


Non so quanto questo contatore sia attendibile, ma mi casca l'occhio e vedo che questo blog ha superato le 100.000 visite. Diluite, molto diluite nel tempo ovviamente. Ma mi fa comunque un po' impressione. Per un blog senza arte né parte, è comunque qualcosa. 
Non vorrei dilungarmi a raccontare di una trasferta di lavoro un po' diversa dal solito, con un'ombra di malinconia sempre in agguato. Non riuscivo a scrollarmi di dosso questa sensazione di congedo (alcuni componenti del gruppo in effetti sono in partenza per le più varie parti del mondo, anche se forse con alcuni ci sarà occasione di salutarsi ancora una volta) e, allo stesso tempo, di rimpianto per l'entusiasmo per un obiettivo, il coordinamento europeo, che negli anni è andato un po' sfumando. Una punta di tristezza, anche nelle melodie familiari dei momenti di preghiera. E anche un'insolita osticità, a tratti, in quelle meditazioni tratte dagli Esercizi Spirituali di S.Ignazio che in parte mi affascinano, ma non riesco a sentire mie.
Un'immagine ho in mente, più di altre. Un grande albero, davanti all'edificio dove lavoravamo, che sul groviglio severo dei rami spogli iniziava a far spuntare dei piccoli germogli rosa. Alcuni, che penso seguissero un seminario di yoga, andavano a meditare appoggiati al tronco, immersi in una serenità verde-azzurra. Anche il parco di Chant-d'Oiseaux stavolta, pur nello splendore primaverile, mi trasmetteva nostalgia. Ripensavo a una lunga passeggiata, in un marzo di 4 anni fa ugualmente primaverile, durante la quale si parlava di massimi sistemi, rivoluzioni e questioni di principio. E, tra le foglie, ho visto il musetto di uno scoiattolo. Chissà se era vero o l'ho solo immaginato.
Questa volta, forse per caso, sono andata via senza riuscire a salutare quasi nessuno. Solo una persona mi ha accompagnato al taxi – o forse si sarebbe trovata lì comunque – e non ho potuto fare a meno di pensare che passerà tempo prima che potremo incontrarci ancora. Peccato. 

 

Anti-SEO


Mi spiegano che il SEO è importante. Io seguo fino a un certo punto e, soprattutto, mi importa fino a un certo punto vista la natura del mio blog. Ma vi passo una dritta sul traffico web. Parlate di argomenti come quelli dei miei ultimi due post e sarete in grado di azzerare il traffico del più frequentato dei portali. Se poi ci aggiungete un po' di psicodrammi personali sufficientemente criptici, tipo quelli di tre post fa, completerete l'opera e, in più, allarmerete (impropriamente) qualcuno particolarmente sensibile. Se quindi il vostro blog/sito ha un rivale, infiltratevi e scrivete di rifugiati. Successo garantito.

Quando qualcosa si inceppa


Niente risparmio di risorse idriche stasera. Ho fatto una lunghissima doccia calda, tentando di lavar via la frustrazione, il nervosismo, l'ansia e anche, acquattata in un angolino del fegato, la paura. So di aver sbagliato anche io, certamente. Uno pensa di aver costruito una routine solida, che funziona. Stai lì che tieni insieme tutto, sorridi, cerchi anche di fare la spiritosa. Ma se qualcosa si inceppa, ti vedi per come sei: senza rete. Riuscire a lavorare, sia pur per simbolo, questa settimana è un'impresa che pare superiore alle mie forze. Meryem ha la febbre alta da 5 giorni, nessun accenno di miglioramento. Nizam fondamentalmente non c'è. Torna un paio d'ore il pomeriggio, un po' per dormicchiare mezzora, un po' per giocare con Meryem. Ma da domenica non torna neanche a dormire, al negozio fa apertura e chiusura. Lunedì dovrei partire per lavoro. Lo so bene che non è nulla di grave, che da stasera farà effetto l'antibiotico e in qualche modo rimetteremo insieme i pezzi. Razionalmente lo so. O almeno, razionalmente, lo spero. E invece irrazionalmente mi viene da dire che ho bisogno di urlare, di piangere (questo lo faccio pure troppo, ultimamente), di sentirmi dire che non è un bluff questa solida routine, non è un sipario per nascondere le solite magagne. Che probabilmente sono sempre lì, dove sono sempre state. Che resteranno lì e si vive lo stesso. Anche se sotto sotto lo so che sono, come sempre, un po' diversa, un po' anomala. Che le cose che per molti sono normali, scontate, a me non sono concesse. Forse, chissà, non le avrò volute abbastanza intensamente a suo tempo. Ma il tempo passa  alla fine si può andare solo avanti.

Scuotersi la polvere dai calzari


Venerdì scorso mi sono presa una giornata di vacanza da tutto: dal lavoro e, in buona parte, anche dalla maternità. Parrucchiere, pranzo da Nizam, ceretta, cena con le amiche. Avevo appena concluso un impegno di lavoro abbastanza stressante e un giorno di pausa ci stava tutto. Buffo, però, che per prenderlo abbia sentito il bisogno di fabbricarmi un alibi. No, non un alibi per i miei datori di lavoro. Un alibi per me stessa. Durante il tempo, relativamente ridotto, che ho dedicato all'alibi in questione, ho potuto effettuare una rapida osservazione antropologica. Quel che ho visto non mi ha molto sorpreso. Però non mi è piaciuto lo stesso. Ho ripensato a una circostanza simile a quella che avevo sotto gli occhi, situata cronologicamente in un passato piuttosto remoto. Sala del CNR, commemorazione di illustre studioso organizzata dallo studioso stesso. Anche allora, ovviamente, c'erano rivalità, non detti, allusioni, schermaglie. Ma, per intenderci, guardando quei protagonisti di allora si pensava non dico ai duelli medievali, ma quantomeno a Romanzo Criminale. La scena di venerdì mi è parsa più facilmente collocabile nel corridoio di una scuola media. Senza nemmeno l'attenuante della giovane età. Sono stata un po' criptica, in questo post. Me ne scuso. Alla fine venerdì ho guardato quello che meritava di essere visto, le sfolgoranti fotografie dell'isola di Mozia. Ho sentito quello che volevo sentire. Poi ho scosso bene la polvere dai miei calzari e me ne sono andata a prendere la metropolitana.

Se non ora…


Il titolo della giornata di oggi mi ha fatto ricordare una lettrice di ebraico moderno le cui lezioni frequentavo con una certa timidezza, a causa della mia imbranataggine con le lingue vive (preferisco di gran lunga quelle morte). “Im lo ani li, mi li?…. ” Vi risparmio la citazione completa, passo direttamente alla traduzione, un po’ approssimativa: “Se a me non penso io, che ci penserà? E quando sono sola davanti a me stessa, cosa sono io? E se non ora, quando?”.  Alla fine, esitante, sono andata alla manifestazione. Ho trovato esattamente quello che pensavo di trovare. Gratificazione di massa, bella gente, bei cartelli spiritosi. Ma sempre questa strisciante sensazione di coreografia. Mi ero aggregata al coro composito e autoconvocato che si proponeva di cantare il Dies Irae, con tanto di direttore e strumenti. Una bella idea. Che purtroppo non è stata valorizzata abbastanza, a mio parere. Quella musica a palla dal palco, un “People have the power” che a me è parso un po’ stonato dopo il minuto e mezzo di silenzio. Prima, addirittura, un improbabile Que sera sera. Dal format televisivo non si esce, nonostante la marea umana vera, sincera, profondamente dignitosa. In questa dimensione collettiva la mia solitudine mi sta proprio stretta. “Im lo ani li” e quel che segue.

Procedura comparativa


Il concorso pubblico per il reclutamento di un ricercatore si chiama “procedura comparativa”. Io sono una filologa, quindi i testi scritti esercitano su di me un richiamo irresistibile. Non parlo di manoscritti inaccessibili o di documenti segreti. In questo caso, sto parlando dei verbali della procedura comparativa di cui sopra. Mi seguite in una piccola analisi testuale?

La procedura comparativa si base sui seguenti elementi: valutazione del curriculum, dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche dei candidati (chiamiamolo punto A); prove scritte (punto B), prova orale (punto C).

E ora compariamo.

Candidato 1
punto A: curriculum “La candidata è laureata in Lettere (Università di Roma “La Sapienza”) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Ebraistica (Università di Torino); ha maturato occasionale esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 (Semitistica) come professore a contratto presso l’ Università di Roma “La Sapienza”) (a.a. 2003-04); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi italiani sui temi della religione dell’antico Israele e dei Fenici; ha svolto e tuttora svolge copiosa attività editoriale nell’ambito delle scienze bibliche.” Pubblicazioni: La candidata presenta 1 monografia, 1 raccolta di poesia ugaritica in traduzione annotata, 17 articoli su riviste scientifiche o atti di congressi e 4 recensioni“.

punto B: “Il risultato delle prove scritte è stato complessivamente buono

punto C: “L’esposizione della candidata è particolarmente brillante ed esemplica in modo appropriato il contributo che la filologia semitica nord-occidentale può recare agli studi storico-religiosi.”…. “veramente eccellente il colloquio conclusivo “.”””
 “”2”

Candidato 2
punto A: curriculum Il candidato è laureato in Lettere (Università di Firenze) e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Linguistica (Università di Firenze); ha esperienza archeologica sul campo in Italia e in Yemen; ha maturato esperienza didattica a livello universitario nel SSD L-OR/07 come professore a contratto presso l’Università di Firenze (2004-06); ha presentato relazioni scientifiche ad alcuni congressi internazionali, soprattutto sui temi dell’epigrafia sudarabica e della storia culturale e religiosa dello Yemen antico, risultando ben inserito nell’ambito internazionale della sabeologia”. P“2      “”””””””””””””””””””””22ubblicazioni: “Il candidato presenta un breve ma denso articolo su rivista di rilevanza internazionale … e la propria tesi di dottorato”. O, nelle parole di un altro commissario, “Il candidato presenta un convincente articolo di lessicografia sudarabica, che lascia presagire le sue buone capacità scientifiche”.

punto B: “Molto buoni i suoi due elaborati scritti

punto C: “Il candidato ha esposto con competenza le proprie ricerche e illustrato la propria attività scientifica e didattica in ambito nazionale e internazionale”

Per giustizia vi aggiungo degli elementi. Per il Candidato 2 ha pesato molto anche la considerazione in merito ai risultato raggiunti “in considerazione della giovane età”: 35 anni, rispetto ai 38 del candidato 1. Mi rendo anche conto che la presentazione è leggermente fuorviante: le prove B e C del Candidato 2 nella valutazione complessiva sono diventate “eccellenti”. Una delle due prove scritte del candidato 1 non è stata brillante: il candidato medesimo l’avrebbe valutrata appena sufficiente.

Chi ha vinto? Evidentemente in Candidato 2. Il candidato 1 non ne è sorpreso. Ciò nonostante, si pone qualche domanda.

Sono (ancora) analogica


Social Media Week Rome. Ebbene, c’ero anch’io. Cioè, più precisamente: ci sono passata, ho origliato, mi sono regalata un’oretta da spettatrice. Non ho resistito alla curiosità, diciamocelo. Mi ha aiutato molto la location dell’evento di oggi, a due passi dall’ufficio e nelle immediate adiacenze del bar detto “degli energumeni”, dove da anni consumo la mia pausa pranzo. Il tutto per dire che non me ne sono pentita affatto. E appunto qui un po’ di considerazioni in ordine sparso, tra il serio e il faceto. L’evento a cui mi riferisco, per la cronaca, è questo.
Prima considerazione, meramente formale. Oddio, che lingua è? Una selva di prestiti, più o meno motivati (a volte meno) dall’inglese o, più semplicemente,da gerghi vari. “Sharare non si può sentire”, ho avuto la soddisfazione di sussurrare all’unisono con un mio vicino di sedia, vistosamente più a mio agio di me, preso com’era nell’armeggiare disinvolto tra cinque o sei finestre di browser del suo I-pad (forse stava praticando il viral lift?). Nuovi orizzonti dell’ortografia si spalancano davanti ai nostri occhi: matchare o mecciare? sharare o scerare? e via così.
Affascinante, decisamente. Ma c’è di più di questo. Per me anche i concetti espressi sono materia nuova, sconosciuta, in cui mi orizzonto a naso e a intuizione. Confermo. Mi interessa il social. Non solo nel senso delle politiche sociali. Mi autodichiaro ufficialmente principiante autodidatta.
Poco dopo il mio arrivo, la mia attenzione è attirata da una frase del relatore di turno (si parlava dell’attività di un’agenzia immobiliare): “Noi ormai non prendiamo in considerazione candidature di persone che non abbiano almeno 150 amici su Facebook”. Prima deduzione logica: potrei fare l’agente immobiliare (ma chi ci pensava a mettere Facebook sul CV?). Seconda osservazione: ah, ecco perché tanti sconosciuti ti chiedono l’amicizia su Facebook. Magari aspirano a fare gli agenti immobiliari. Terza considerazione, più seria: fuor dalla celia e dal campo immobiliare, ora mi spiego meglio una riflessione come questa. Lavorare in qualità di blogger, oppure lavorare in quanto blogger? Non è affatto la stessa cosa e il confine tra lavorativo e privato è molto, molto labile. In fondo un discorso analogo vale per il “personal branding” e per la “digital reputation” di cui si è parlato in altri appuntamenti del programma (linko, per mia e vostra conoscenza, gli ottimi resoconti di Wonder su Vanity Fair). Interessante. Certo dà da pensare. Io talora mi sono googlata, confesso. I risultati ancora mi divertono più che impensierirmi.
Annoto qui, tanto per non dimenticarmelo, anche un interessante scambio di battute che ho avuto con una signora del pubblico in merito alla “radio del futuro”, evocata dal relatore di Radio Dimensione Suono. Concordo con la mia interlocurice. La radio non è solo musica. Il futuro della radio passa anche per una diversa valorizzazione dei contenuti e, magari, per la partecipazione dei fruitori alla produzione degli stessi. Non solo ai concerti dal vivo, ma anche in una sorta di recupero di quella dimensione rivoluzionaria, trasgressiva, del “fare la radio” negli anni ’70.
Ed è stata proprio la relazione sulla radio a illuminarmi sulla mia natura più profonda. Si parlava dei vari modi di fruizione e il relatore accennava alla coesistenza, in questa fase, di due categorie di fruitori: quelli digitali, che utilizzano le nuove tecnologie a colpi di i-phone, i-pad e compagnia bella; e quelli “analogici/nostalgici”, che ancora ascoltano la radio in macchina o addirittura con il tuner classico. E mentre mi vedevo fischiettare “Amore impossibile” nella nostra Ford Focus SW di seconda mano, improvvisamente ho realizzato: oddio, ma sto prendendo appunti a penna su un blocchetto! Intorno, i-pad, i-phon e i laptop di qualche dinosauro. Sono analogica, eccome. Nostalgica forse no, non sempre (anche se passando davanti a quel che resta dei telefoni a scheda dell’Università da cui telefonovo a casa i risultati degli esami, dopo 35 minuti abbondanti di fila, ho sospirato). Ma analogica decisamente sì.

Feste, ci provo


Era un po’ di tempo che non andavo a una festa di una delle compagne di scuole di Meryem e, francamente, non ne sentivo la mancanza. Ci vado davvero solo per dovere e perché credo sia importante provarci. Io ci provo. Oggi è andata meglio dell’ultima volta (quella era stata un vero incubo). Festa in maschera. Un tripudio di Winx. I maschietti erano vestiti da Spiderman o da Batman. Uno aveva entrambi i costumi e li alternava. Un altro era vestito da Ben 10 e non saprei dirve se era fedele all’originale, perché grazie a Dio quello non l’ho mai visto. Mi chiedo solo se ‘sti supereroi è necessario imbottirli di muscoli: a me fanno un po’ impressione. Meryem, vestita da gatto con costume artigianale, per fortuna non sfigurava. Cioè, più precisamente, non si è sentita a disagio. Era bellissima, ma non era detto che lei ne fosse consapevole. L’animazione non l’ha entusiasmata, ma ha persino partecipato parzialmente (è la prima volta). Si è divertita. Tornando a casa ha ripetuto più volte “è stata una festa fantastica” e ha voluto telefonare al padre per raccontargliela. Ma perché io invece sono perplessa? Perché continuo a sentirmi un pesce fuor d’acqua con queste madri. Non ho praticamente scambiato una parola con nessuno, tranne che con la madre della festeggiata e con una delle maestre che era venuta con le sue bambine. Al momento del fatidico “scarta la carta” mi sono sentita ancor più a disagio. I regali erano tutti più importanti e più brandizzati del nostro. Io avevo optato per questo. A me pareva carino e il budget adeguato. Ma davanti a Barbie megagalattiche abbigliate alla Ruby, capi di vestiario da Lolita e persino un vestito da principessa comprensivo di scettro e corona, mi sono sentita un po’ a disagio. La festeggiata ha ovviamente ignorato il regalo. Meryem non credo che lo abbia notato, perché era presa dalla torta. Però…