Mamma che ridere! Confesso, ho ceduto di schianto a un'altra sfiziosissima iniziativa in rete: uno spettacolo teatrale scritto a molte mani da mamme blogger, alcune delle quali conosco da tempo. Partecipo, quindi. Eccomi qui a ricordare (a a farvi ricordare) gli aneddoti più esilaranti della vostra esperienza di mamma sgarrupata (e già, perché se mi leggete e siete mamme, sospetto che un po' sgarrupate siate anche voi).

Il tema che scelgo, per iniziare, è: "Una giornata come tante altre"
Il giorno del parto (per le meno fortunate, i giorni) assume, nella memoria e nei ricordi, una vasta gamma di connotazioni: dall'eroico allo splatter, dall'idilliaco al melenso, dall'efficientista allo spirituale-mistico. Prima che arrivasse il mio turno, ho avuto il privilegio di incontrare raccontatrice zelanti di tutti questi generi letterari. Statisticamente credo si possa dire che i primi due vanno per la maggiore: mi è giunta voce di coppie di neogenitori che non solo si premuniscono di filmare l'evento con l'accuratezza di un episodio del Dottor House, ma addirittura organizzano amene cene per condividere l'esperienza anche con gli amici e le amiche (meglio se prossime al parto). In questi casi, la proiezione a tutto schermo dei dettagli più scabrosi non necessiterebbe neanche di essere enfatizzata dal racconto dei dolori indicibili e delle immancabili complicazioni cliniche (che comunque in genere non mancano). Il mio racconto, fin da subito, virava decisamente verso il comico.
Il mio caso partiva un po' anomalo, anche per l'atteggiamento del futuro padre. Curdo. Che quando ha visto la scena del film "L'ultimo bacio" in cui qualcuno dice che avere un figlio è "un'esperienza pazzesca", ha adottato questa frase – pronunciata in tono enfatico e leggermente ansimante – come manifesto per sfottere quello che hai suoi occhi appare come una delle principali assurdità degli italiani (uomini e donne): credere che una gravidanza e un parto siano un evento eccezionale, straordinario e avvolto di una sorta di mistica per iniziati. In Kurdistan, solitamente, la media di figli per donna – anche se vertiginosamente calato rispetto alla generazione precedente – sta sui tre/quattro. Non ci sarebbe neanche materialmente il tempo per sdilinquirsi e ansimare appresso a ogni gravidanza in famiglia.
Nizam aveva pertanto deciso di non assistere neanche al parto, sentendosi in diritto di ricevere un prodotto finito. Si sentiva tronfio e sicuro: non aveva neanche fatto le analisi previste per entrare in sala parto. Trascurava, povero ingenuo, un fattore decisivo: le mie sorelle. Ma ci arriveremo.
Un momento topico dei racconti del parto è l'inizio del travaglio e le frasi pregnanti che la quasi mamma si sente rivolgere dal compagno, per sostenerla e incoraggiarla. Soprassedendo sul fatto che il mio travaglio ha assunto la forma, un po' anomala, di un vomito pressoché ininterrotto, quando ho chiamato Nizam per comunicargli che (probabilmente) era arrivato il fatidico momento di andare in ospedale, mi sono sentita rispondere la frase storica: "Ma non puoi aspettare un attimo? Deve arrivare l'escavatore". Ecco, questo non è proprio il tipo di reazione che una donna cresciuta a telefilm americani si aspetta da un futuro padre, anche se impiegato in un cantiere. Ho provato a obiettare, sottolineando appunto la particolarità della circostanza. Quello che ho ottenuto è stata una reazione inorridita: "Ma lo sai quanto costa un giorno di lavoro dell'escavatrice? Non vorrai mica che venga a vuoto…". Comunque, come Dio ha voluto, alla fine è arrivato.
Non è necessario soffermarmi sui dettagli di un sabato che resterà nella storia: l'ho già descritto a grandi linee in un altro post. Vorrei però rendere giustizia fino in fondo all'eroico comportamento del futuro (poi neo) padre. Una volta accertatosi che ero stata collocata correttamente in una stanza della clinica (fortunatamente fornita di bagno), Nizam si apprestava a farsi un giretto, bersi un cappuccino e riprendere fiato. Viene tuttavia intercettato da una delle mie sorelle, che gli fa presente quello che tutti i lettori (e soprattutto le lettrici) di manuali sanno: la presenza del padre durante il travaglio è fondamentale. Insostituibile. Come poteva solo pensare di allontanarsi, sia pur di qualche metro? Senza poter avanzare obiezioni, viene quindi spinto di forza al mio capezzale. Va detto che io non ero molto di compagnia. Concentrata sul tragitto letto-water e viceversa, a ogni suo tentativo di interluoquire sibilavo: "Zitto!". Sono passate così diverse ore, che non ricordo come le più pregnanti della nostra relazione.
Si sa che un processo, una volta avviato, è difficilmente arrestabile. Nizam mi ha confessato settimane dopo che, pur avendoci pensato molto, non è riuscito ad immaginare un modo per dire a mia sorella (e alle altre due/tre sopraggiunte nel frattempo) che non voleva assistere al parto. Ha sperato fino all'ultimo che qualcuno del personale medico gli chiedesse le analisi non fatte e gli impedisse con la forza di entrare nel box parto. Ma siamo a Roma, era un afoso sabato di giugno e alla fin fine chi se la sentirebbe di negare a un premuroso papà di assistere alla nascita della sua primogenita? Nessuna speranza per il curdo, che si è trovato infagottato in un improbabile camice verde, con riservato un posto in prima fila per la tragicomica serie di eventi che sarebbe seguita.
La riluttanza non era data dal timore di soccombere all'emozione o all'impressione. Come si è premunito di esplicitare all'allibita giovane ostetrica (quella stessa che sarebbe sì svenuta verso la fine del parto medesimo, ma questa è un'altra storia), Nizam ha assistito a svariati parti di mucche fin dalla più tenera età. "Sarà una cosa più o meno simile, no?".
L'epilogo è stato felice e surreale. Una bella e lunghissima bambina nata, un'ostetrica svenuta per il caldo e la fatica, un'altra contusa durante il ricucimento della sottoscritta (ha sbattuto la fronte contro una lampada). La vita di Meryem è stata davvero a rischio solo nel momento in cui, interrompendo il magico momento in cui in sala parto la bambina giaceva tra le mia braccia, un dottore mi ha chiesto di allungare un braccio (forse per misurarmi la pressione, o per togliermi una flebo, non ricordo). "Senza lasciare la bambina!", ha fatto appena in tempo a urlarmi. Un po' per il rincoglionimento, un po' per la scarsa pratica, la neonata ha corso seriamente il rischio di spiaccicarsi sul pavimento.

Questo post partecipa al blogstorming

7 pensieri riguardo “”

  1. clap clap clap !!!P.P.S. Non c'è bisogno di chiedere quale delle sorelle ha gentilmente invitato Nizam ad adempiere ai suoi doveri di padre, giusto?

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