Tre madri. 1) Quella testarda

P. è snella e elegante, ha gli occhi truccati con cura e i capelli raccolti. Entrando domina lo spazio intorno a sé, si siede con grazia e sorride. Non c’è rabbia né durezza nel suo racconto. Solo la tranquilla determinazione di chi ce l’ha fatta. Il vero viaggio P. l’ha iniziato da bambina. Rimasta orfana dei genitori, la nonna la promette in sposa, ma lei si rifiuta. “Sono testarda”, ripeterà spesso nel suo racconto. Quella prima testardaggine la porta a vivere da sola per le strade di una metropoli africana più o meno all’età di mia figlia, 12 o 13 anni. Si mantiene facendo lavoretti di sartoria e vendendo qua e là prodotti vari.

Anni dopo viene avvicinata da una maman. Le offre di andare in Europa a lavorare guadagnando meglio. Ingenuamente accetta. Si ritrova in Libia, nel ghetto degli africani. È un mercato anche quello. La maman la vende a un uomo che la deve introdurre al mestiere. Per sei mesi si rifiuta. Poi deve cedere, ma ha in mente di scappare alla prima occasione. Conosce J., un “cliente gentile” che le promette di aiutarla, le dice di avere pazienza ancora un poco. Intanto P. resta incinta di J., il suo amore romantico in un ghetto di squallore. La cosa è evidentemente incompatibile con il lavoro: chiamano un medico per farla abortire. Ma P. non è disposta ad accettarlo e, disperata, si dà alla fuga.

I libici la catturano e finisce in carcere. Una di quelle carceri su cui le Nazioni Unite scrivono i rapporti. Su quelle pagine che non si riesce a leggere fino in fondo è scritto meno della verità. P. viene violentata da uno o più soldati, notte dopo notte. Anche se è incinta. Una notte i soldati sono ubriachi, o forse drogati. Riesce a rubare il telefono e comporre il numero di J., che ricorda a memoria. Lui riesce a trovare i soldi necessari a pagare le guardie per la sua evasione. La nasconde di nuovo nel ghetto, in attesa dell’occasione di imbarcarsi. Perché J. i soldi li fa così: organizzando carichi di disperati. Questa volta però si imbarcherà anche lui.

Ora P. pensa che J. forse non fosse un principe azzurro. Forse voleva usarla per avere i documenti e, chissà, magari l’avrebbe sfruttata anche in seguito. “Ma non riesco a togliermelo dalla testa. È comunque il padre di mia figlia…”, sente il bisogno di giustificarsi. E comunque J. è annegato quando il loro barcone si è capovolto. P. non sa nuotare. Dio e gli italiani hanno salvato lei e la sua bimba dagli occhi grandi, che nascerà poco tempo dopo lo sbarco.

“È molto intelligente”, dice P. fiera. Domani comincia un altro capitolo. Un nuovo lavoro come cameriera, presto l’uscita dal centro d’accoglienza. Avanti, solo avanti. “Ce la faremo. Sono testarda, io”.

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