Colazione da Tiffany con una ragazza moderna


Oggi la nostra lista ci ha riservato due attività: giochi vari (Yatzee, backgammon e mezza partita di Monopoli) e serata cinema. Per l’occasione abbiamo fatto i popcorn e ci siamo concesse Pringles e Coca Cola.

Avevamo convenuto di vedere un classico: Colazione da Tiffany. E così è stato. Premetto che anche io me lo ricordavo meglio. Peraltro davvero non ricordavo il lieto fine (forse perché nel romanzo non c’è e la mia lettura è più recente della visione). Ma certamente non mi aspettavo da mia figlia tanta indignazione.

“È il film peggiore che abbia mai visto. È offensivo!”. Perché? “Perché lei siccome è bella fa la stupida e lui si crede superiore a lei. Ecco, lo senti? Ha detto proprio ‘mi appartieni’!”. Io ho provato senza convinzione a perorare la causa del romanticismo, ma la mia millennial mi ha stroncato: “E che romanticismo sarebbe? Ti sembra che lui la consideri al suo stesso livello? Ma dài. Piuttosto che stare con uno così, meglio niente”.

Non saprei onestamente darle del tutto torto. Affascinante quanto si vuole, l’eterea Audrey, ma non si può esattamente considerare un esempio di empowement femminile.

Se penso a quanto ho sospirato da ragazza su questo film… “Ma nel senso che avresti voluto essere lei?”. Chiede mia figlia, sinceramente sbigottita. Beh, il tubino nero, l’innata eleganza, lo charme, le paturnie… Suvvia, certo. “Con tutto il rispetto, mamma, non mi meraviglia che tu oggi stia messa così”. Così come? No, non lo chiedo. Cerco piuttosto di chiudere con una nota di ottimismo: Figlia, sono ragionevolmente certa che nella vita sarai più felice di me. “Oddio, non è che ci voglia molto”. Non avevo chiesto, però, non è giusto.

Quarantena


Nel giro di poche ore, senza che ce ne rendessimo del tutto conto, ci siamo trovate chiuse in casa. Io e Meryem, che da quando è nata abbiamo vissuto il nostro rapporto madre figlia all’insegna dell’andare in giro, dal friendsurfing a tutti i viaggi estivi, più tutti i percorsi sui mezzi pubblici di Roma in lungo e in largo.

Quante volte sono stata accusata di sballottarla troppo, quando era piccola. Ma io quando la vedevo dormire ogni sera in un letto diverso, senza provare il minimo disagio, ero fierissima di lei. Per me la vacanza itinerante, diametralmente opposta rispetto al mese al mare dei miei genitori, era il massimo della felicità, che avevo pienamente vissuto solo a 18 anni, in una strampalata vacanza last minute in Gran Bretagna. Che Meryem potesse avere questo sempre mi faceva sentire come se le dessi le pastarelle dopo ogni pasto e non solo la domenica. Magari è troppo. Poi si stufa. Diventerà una che si spalma sulla spiaggia un mese per riposarsi. Ma ancora se la gode.

E ora? Ironico contrappasso. Noi, “zingare” di natura, chiuse tra quattro mura. Io vacillo, più di lei. Ogni tanto scoppiano litigi furibondi, brevi e violenti, che ci lasciano spossate e costernate. Poi niente, si ricomincia. Abbiamo ben chiaro che siamo una la forza dell’altra.

Lei ha fatto una lista di attività che deve fare, le ha numerate e ogni tanto ne estrae a sorte una. Mi è parso un modo ingegnoso di mantenere un pizzico di inaspettato in questo abisso grigio. Oggi abbiamo fatto un’altra lista, quelle di attività piacevoli da fare insieme. Abbiamo estratto la prima, la n. 13. Yoga. Ho messo il video di Claudia Porta su Youtube e abbiamo ripensato a quando siamo andate da lei in Provenza, tanti anni fa, e abbiamo passato giornate intere in piscina. I ricordi nessuno ce li toglie.

Questo isolamento è impietoso, ci lascia con quello che abbiamo davvero. Non si può barare. Davanti agli occhi si staglia tutto quello che non ho. Chi manca, soprattutto.

Poi però, come nel silenzio si sentono più chiaramente gli uccelli cantare, così riesco più chiaramente a cogliere i dolori degli altri. In una telefonata, in un whatsapp, in uno stato di Facebook. Non solo degli amici stretti, ma anche di tanti altri. Allora penso a quanti pesi tutti siamo abituati a portare in giro con disinvoltura, ben nascosti dietro tutto quello che c’è da fare e da pensare. Ora sembra emergere tutto, lentamente e inesorabilmente. È così per me, è così un po’ per tutti.

Per ora cerco di darmi disciplina, orari, obiettivi. Unità di misura per delimitare questo caos di indefinitezza, senza veri termini temporali. Ma forse ha ragione Barbara Damiano: il punto in realtà è imparare a cambiare passo. Imparare a cambiare anche noi. Ancora una volta, tutti insieme, ciascuno nella sua solitudine.

Mantenere la distanza di sicurezza


Improvvisamente mi trovo un intero Paese che si affanna a sperimentare modi creativi per fare quello che cerco di fare da almeno un anno, nell’educazione di mia figlia e nelle relazioni in genere: mantenere la giusta distanza.

Vivo insomma immersa in un’immensa metafora. Troppo vicino, troppo lontano. Troppo presente, troppo assente. Troppo espansiva, troppo distaccata. Sono mesi che oscillo, soprattutto da madre, tra questi poli. Salvo brevi ed episodici intervalli, mi pare di essere costantemente alla distanza sbagliata da questa meravigliosa dodicenne, che vuole fare da sé, ma vuole anche essere appoggiata al bisogno, che sente l’urgenza di essere coccolata giusto la sera che io vorrei chiudermi in camera al buio, che ha bisogno di parlare quando io sono in trasferta, tra una riunione e l’altra. Ma se poi in un sabato stranamente libero come oggi le propongo di fare qualcosa insieme, mi dice che in realtà pensava di fare una passeggiata con un’amica (una di quelle che in questi giorni di scuole chiuse pascola ore e ore a casa mia) e al limite di studiare un po’.

Adesso non sono solo io a sentirmi fuori posto e a esitare tra opzioni diverse. Lavorare da casa si può? Si deve? Sarà il caso di annullare una festa di compleanno? E una cena con due amiche?

Vado al museo, approfittando della subitanea sparizione dei turisti? Io alla tentazione di andare a S.Pietro a guardarmi la Pietà senza neanche un minuto di fila ai controlli non ho resistito. Ma la gita lampo a Firenze che avevo seriamente considerato per oggi, alla fine non me la sono sentita di farla. Un po’ per la spesa, un po’ per lo scarso entusiasmo di Meryem, ma un po’ anche perché mettersi proprio a viaggiare compulsivamente non mi pare coerente con quel minimo di buon senso che è richiesto a noi cittadini.

La verità però è che su come educare i figli sono stati scritti mille manuali – che non servono naturalmente né a evitare errori né tanto meno a sapere cosa fare nelle diverse circostanze, ma almeno a posteriori aiutano a capire perché hai sbagliato (perché tanto si sbaglia, l’ho già detto?). Invece su come vivere in un tempo di epidemia, c’è poca bibliografia e tutta piuttosto datata.

Punizioni e ricompense


Ieri facevo una considerazione un po’ avvilente: se nell’educazione dei figli le punizioni sembrano – giustamente – superate, mi pare però che siano all’ordine del giorno nelle mie relazioni adulte e in particolare, ahimè, in quelle che mi vedono interagire con gli uomini. Non mi riferisco, evidentemente, solo o soprattutto ai legami sentimentali (sono peraltro single), ma alle relazioni in genere, in cui non mi abbandona la spiacevole sensazione di essere premiata se “mi comporto bene” e messa in punizione se non obbedisco come una brava bambina di altri tempi.

Per giustizia mi sento di precisare che magari è un momento che mi vede particolarmente insofferente e che probabilmente anche io ci metto del mio: nonostante il preteso senso critico, sono stata educata a essere obbediente e anche a sentirmi dire brava. Questo imprinting evidentemente si ripercuote su come mi pongo al lavoro e nella vita.

Le ricompense però ci sono, indubbiamente, e non sono le gentili concessioni che lascia cadere il maschio di turno, ma le piccole inaspettate meraviglie che illuminano le giornate. Giusto pochi minuti fa, aspettando il tram, una giovane madre radiosa rideva con la sua bimba di pochi mesi, intenta a scalciare via con efficace energia la copertina dall’ovetto. La manina scura della piccola sulla lana gialla, gli occhi ridenti di una ragazza che la copre di nuovo senza stizza o stanchezza. Questa immagine mi ha illuminato la giornata.

Dare tutto


“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Fin da piccola questa frase biblica e evangelica mi è familiare e fino a stasera ho sotto sotto dato per scontato che fosse un effetto retorico, una ridondanza espressiva.

Stasera improvvisamente, dopo una lunga sessione di confronto con mia figlia, ho colto tutta la ricchezza semantica dell’espressione. Oggi davvero ho, in piena consapevolezza, amato con il cuore, come è facile che sia, ma facendo appello a tutte le capacità della mia mente e anche alla mia anima, per lasciarmi ispirare nella creatività della relazione con lei.

Che un figlio tocchi il cuore è una banalità e una legge di natura. Che fare il genitore richieda molto lavoro di mente e ogni forma disponibile di intelligenza pure non è una novità. Ma davvero questa ragazza terribile e straordinaria che è mia figlia è anche padrona della mia anima. Cosa sia l’anima esattamente non saprei spiegarlo stasera se non così: quella terza parte di me che ama Meryem con tutta l’intensità possibile.

A tentoni


È un periodo strano, in cui la pazienza mi viene meno continuamente. Ma non nei confronti della dodicenne, che pure a tratti mi mette alla prova (del resto è il suo lavoro). No, sono io che esaspero me stessa. Un amico ieri mi spiegava che devo darmi tempo, che forse inizio a metabolizzare solo ora i cambiamenti dell’ultimo anno. Ha ragione, o almeno dice cose assai ragionevoli.

Ma è così? Questa sensazione di terreno instabile sotto i piedi, la continua altalena di emozioni che non mi abbandona quasi mai, è davvero un’ondata temporanea, che si riassorbirà sotto i miei occhi? Io ho piuttosto la sensazione che il bello e il terribile dei cambiamenti è che non si torna più quelli di prima.

Esito. E più esito più ho motivo di essere esitante. Mi distraggo in vari modi, ma appena smetto di applicarmi il pensiero scivola di nuovo in quelle due piccole voragini ormai familiari, che hanno le pareti smussate per tutte le volte che ci casco dentro, tipo il piede della statua di S. Pietro consunto di devozione.

Anticlimax


“Ci vado o non ci vado?”. È la seconda volta in pochi mesi che mi trovo a farmi questa domanda, in merito a ben due giornate in memoria del mio maestro Giovanni Garbini. In entrambe le circostanze ho deciso di andare. Non per obbligo o per necessità, non per condividere (i percorsi che si interrompono portano solitudine), ma semplicemente per abitare con coerenza una decisione presa parecchi anni fa, ben prima dell’ultimo concorso che ha segnato la conclusione ufficiale e formale della mia mai iniziata carriera accademica. La decisione era stata quella di andare oltre. Di mettere da una parte un grosso non detto, che potenzialmente poteva esimermi per sempre dal considerarmi allieva di Garbini e di continuare ad essere fedele a me stessa e a quanto di importante ho vissuto con lui. Fatta quella scelta, a suo tempo, nulla di quanto è successo dopo, per quanto sgradevole, può modificare sostanzialmente le cose.

In autobus, sul 75 che prendevo allora, leggevo un libro vagamente psicoanalitico sulla figura del padre. E questa è, la storia: un intreccio di due padri, ancora aggrovigliato ben bene.

Nella sala gelida ho sentito i miei professori di un tempo evocare la stagione effervescente di quando loro erano discepoli. Un’epoca in cui succedeva di dirigere una missione archeologica a 23 anni, di avere una cattedra a 28 e di diventare rettore di università a meno di 40. Non potevo fare a meno di chiedermi se qualche volta queste persone a cui sono sinceramente affezionata si chiedano come mai oggi, su quelle sedie, mancassero varie generazioni successive. O, piuttosto, se abbiano fatto il possibile per andare avanti, verso il futuro. Perché il passato delle vecchie foto è bello non per il suo romanticismo in sé, ma per le energie che lo pervadevano.

La memoria è una cosa strana. Non è oggettiva, lo spiegavo anche ieri a Meryem. La mia memoria di Garbini è ormai soltanto mia e in qualche modo non ha un’esistenza. È per giunta una memoria femminile in un mondo di discepoli uomini (con qualche apparente eccezione).

Mi concedo solo un tocco. Tanti hanno parlato oggi dell’allegria di Garbini. Io ricordo piuttosto la sua malinconia struggente, l’angoscia che a tratti non conteneva, la rabbia per il tempo che fuggiva e per la vita che scivolava via. Giorno dopo giorno, di ipotesi in ipotesi, di lezione in lezione. E lo struggimento per un mondo che già allora era finito e lasciava strascichi di rimpianto per la giovinezza conclusa. La teneva viva nel lavorio della ricerca, nei giudizi esplosivi e temerari, mettendosi alla pari con gli allievi in scambi intensi e appaganti. Ma cronologicamente era già un altro secolo.

Didascalia della foto: https://yenibelqis.com/2017/01/02/garbini/

Gentilezza


“I hate people when the are not polite”, recita il verso di una canzone che canticchio spesso negli ultimi tempi. La canticchio anche per ridere un po’ sul fatto che una persona che conosco, abbastanza inaspettatamente, si comporta nei miei confronti in modo veramente sgarbato. Non saprei dire se la sua sia semplice noncuranza o un atteggiamento studiato.

Vedendo però alcuni personaggi che si mettono in mostra sui social, Instagram soprattutto, facendosi quasi un vanto della propria arroganza, il dubbio che il nostro sia cafone per precisa scelta stilistica mi sorge.

In Israele la chiamavano huzpa e ne facevano una virtù nazionale. Io non trovo assertivo qualcuno che deride il lavoro altrui, o che si scorda del compleanno di un’amica e non prova nemmeno a scusarsi.

Apprezzo i gesti gentili, anche un po’ fuori dal mondo. La gentilezza a casaccio, che a volte i meme ci esortano a praticare, è molto poetica. Ma pensandoci meglio, ancora più preziosa è l’attenzione fedele alle piccole cose, quella che dura negli anni e quasi non la noti, là per là. Ma poi, ripensandoci, brilla in tutto il suo valore. Specialmente in un mondo popolato di maleducati.

Non può piovere per sempre (vero?)


Facebook implacabile mi ricorda che manca abbastanza poco al mio compleanno. Quest’anno (devo rifare i conti tutte le volte) sono 47. Morto che parla, si diceva a tombola. Peccato che da un po’ di tempo mi senta avvolta in una specie di nube densa di scoraggiamento e malessere, che si dissipa a sprazzi, ma che si riaddensa ogni volta un po’ più grigia.

Mi piace fare piani, progetti. Ma quest’anno il compleanno non è contemplato. Non saprei neanche cosa desiderare.

Che poi è questo che mi mette in crisi, in fondo. Cosa voglio? Mi pare di aver perso l’abitudine di formulare desideri.

Quando aprivamo i blog


Ogni tanto qualcuno sospira, in rete o dal vivo: “Che tempo era, quello…”. Quando ci commentavamo su Splinder o Blogspot con la stessa intensità di una chat e quindi chi ci leggeva diventava un amico, qualcuno che si sedeva virtualmente sul tuo divano e magari prima o poi (a volte molto poi) ci si incontrava dal vivo. In questi giorni la serie ispirata al blog di Valentina (Volevo fare la rockstar, se non l’avete vista cercatela e accattatevi pure il libro, così capite meglio cosa erano quei blog) mi e ci ha fatto tornare in mente quel periodo.

Perché ho aperto questo blog, nel 2004? Sinceramente non ricordo precisamente. Certamente questo doveva essere la prova tecnica per il blog serio, che si chiamava “Rifugiati” e che è morto di lì a poco. Ci versavo sopra i pensieri sparsi che altrimenti avrei scritto su quaderni e agende. Poi però qualcuno ha iniziato a leggere. E con la mia gravidanza, nel 2007, quello che a me pareva un sacco di gente ha iniziato a leggere.

Yenibelqis è diventato un divano, incasinato come la mia casa e come la mia vita in generale. Ci si trovava e si chiacchierava. Raccontavo aneddoti, condividevo come mi sentivo, parlavo delle questioni che mi stanno a cuore. Non era un blog tematico, non era un prodotto letterario, non era un portale, non era utile o informativo. Era (ed è) una collezione di chiacchierate. A volte più interessanti, a volte divertenti, a volte stanche, a volte piene di rabbia e di amarezza.

Poi è arrivato Facebook. Se si commenta, lo si fa lì. Se si condividono foto, lo si fa lì. Le “amicizie” si accettano o si rifiutano lì. L’anonimato, a cui non ho mai tenuto, non aveva più senso, comunque. Il blog io non l’ho mai lasciato. È sempre il divano di casa mia. So che ci sono alcuni che mi conoscono da tempo che leggono in silenzio e non sono su Facebook o su altri social. Ma comunque rispetto a Facebook, che è utile, e a Instagram, che mi piace, il blog resta una cosa diversa.

Specialmente il mio blog, che non aveva una funzione precisa, se non chiacchierare di quello che mi va. In tutti questi anni, gli incontri che ho fatto su questo spazio sono stati preziosi. Sono legati a bellissimi ricordi dal vivo. Non voglio far torto a nessuno, ma qui ci starebbero bene tanti nomi di persone a cui sono grata per questo. Ne menziono solo tre, in qualità di facilitatrici di tante altre amicizie: Barbara (all’epoca poesianotturna, oggi Mamma Felice), Silvia (metà di Genitoricrescono, ma anche riemersa da un passato comune) e Iolanda (Filastrocche e poi Fattore Mamma), che mi ha fatto vedere Milano in una luce del tutto diversa.

E chiudo ricordando che questo spazio non esisterebbe più da tempo se Andrea Beggi, che peraltro non ho mai conosciuto, non me lo avesse fatto migrare da Splinder a qui con un gesto di pura generosità. Una disponibilità che mi era stata segnalata da un’altra amica sulla rete, che non ho mai ringraziato abbastanza.

Ho molto rallentato l’aggiornamento di questo spazio, ma non ho mai pensato di chiuderlo. Mi piace pensare che nel tempo si siano aggiunte persone nuove e che le vecchie tornino di tanto in tanto a riaffacciarsi. Fatevi vivi, ogni tanto.