Mantenere


Pensavo oggi, camminando in silenzio in un parco di una città non mia, che arriva un momento della vita in cui la maggior parte delle energie va necessariamente per mandare avanti la vita che ci troviamo a vivere. A me piacerebbe pensare che i progetti, il desiderio di cambiamento e i colpi di scena abbiano una rilevanza straordinaria, ma (per fortuna?) non è così. Mi guardo intorno e vedo tanti che, come me, tengono. Certe volte con grazia e disinvoltura, altre volte a denti stretti, senza riuscire a alzare la testa pure se vorrebbero.

E poi, naturalmente, ci sono quelli che, più o meno spettacolarmente, non tengono. Per un momento, per venti minuti, per qualche giorno. O anche irreversibilmente.

A me cosa serve per tenere? Forse in questo periodo l’universo cerca di suggerirmi che quasi tutto quello che credevo essenziale non è indispensabile. Certo, quando lo ho sono felice. Lo sono stata molto in questi quasi 50 anni, per le motivazioni più diverse. Alcune esperienze, me lo diceva un giovane sorridente giusto l’altra sera, hanno ancora il potere di farmi brillare gli occhi, anche se sono finite.

La felicità certamente aiuta, ma non è indispensabile per tenere. Cosa lo è? È una domanda che mi tormenta in questi giorni. Forse il rispetto, di se stessi e degli altri, e il senso della misura.

Mi piacerebbe che le motivazioni siano più nobili e profonde, che possano suonare più convincenti. E ovviamente alcuni impegni presi segnano binari più profondi di altri, da cui deragliare è più difficile (seppure non impossibile). Ma oggi queste trovo e comunque non è poco.

Perfectoful


Oggi sono passata in tintoria. Avevo dimenticato il mio vestito colore tabacco lasciato lì quando, pur avendolo scelto per una serata molto speciale, lo avevo dovuto scartare perché macchiato. La macchia ora non c’è più, ma sono sparite anche tante altre cose in queste settimane.

Mi è sparito soprattutto il sorriso dalla faccia, quel sorriso che non mi sentivo sulle labbra da tanti anni. La sorpresa, l’aspettativa e anche quella inspiegabile sicurezza che provavo in quei momenti di un passato che mi pare remotissimo.

Ho riposto il vestito nell’armadio. Cercando la ricevuta nel portafoglio, senza trovarla, ho visto che invece un foglietto scritto in stampatello c’è ancora. Non l’ho aperto, fa troppo male.

Mi faccio forza o piuttosto mi forzo a essere assennata. Però non posso fare a meno di pensare che no, non è giusto. Non me lo meritavo nemmeno io. Certo utima nella fila di sconosciuti che hanno più diritto di me di piangere, ma lo stesso avrei voglia di urlare, di ribattere, di cambiare le cose.

Penso a una situazione diversissima, in quegli stessi giorni bui, in cui sono riuscita a dire a una persona: “No, non te ne andare così”. Vorrei tanto essere stata capace di dirlo anche una settimana prima. Magari non cambiava nulla. Oppure magari avrei saputo allora quello che ho realizzato troppo tardi: era l’ultima volta che ci vedevamo.

Sipario


E poi succede che si rimane senza parole e basta. Ieri ho ritrovato sensazioni che non ricordavo di aver provato, e invece sì, le ho riconosciute tutte. Giusto la sera prima, con un’amica, si parlava del fatto che la memoria del trauma è nel corpo. Quanto è vero.

Io da ieri ad esempio ho i crampi alle gambe. Mi era successo anche venti anni fa, quando per la prima e unica volta della mia vita sono scappata dal lavoro e barcollavo davanti a una fontanella in una traversa della via Flaminia.

Il rumore nella testa è assordante. Il dubbio logora, ma la certezza che non verrà mai più sciolto toglie la luce e il respiro in un modo del tutto diverso. Restano davvero solo i miei pensieri, le mie fantasie, i miei ricordi della cui affidabilità non sono più sicura. Le domande che è inutile farsi e che so già che mi farò per i prossimi 20 anni, perché da quando ho cominciato per la prima volta non ho più smesso. E mi è familiare anche l’orrore delle cose lette qua e là, dette a mezza bocca o anche solo insinuate. “Non fate troppi pettegolezzi”, diceva bene Pavese.

Ancora una volta, si ricomincia da capo. I miei sogni di stanotte, didascalici e ingenui, mi fanno tenerezza. So cosa mi devo raccontare per andare avanti e prima o poi me ne convincerò anche io.

2002-2012-2022. A cadenza decennale mi ritrovo ad affrontare l’impensabile e l’indicibile. Mi ricordo che l’ho già fatto, quindi. La cosa non mi conforta, ma in un certo senso prova che si possono mettere anche questi traumi nuovi da qualche parte e portarseli dietro. Dove me lo porterò, poi. La voglia di rimettersi in cammino in questo momento vacilla.

Mi sforzo di ricordare che non sono io la protagonista di questo dolore. A rigore sono solo una che passava vicino ed è stata investita dall’onda d’urto. Mi fanno tristezza quelli che sgomitano per accaparrarsi un posto in prima fila nelle tragedie. Non inizierò adesso.

Martedì mattina, a Palermo, ho scritto due nomi sul registro davanti alla statua della Madonna del Rosario. Accanto al primo ho precisato che non sapevo perché avesse bisogno di protezione (ma confidavo che la Madonna al contrario di me lo sapesse). Questo mio pensiero ingenuo e goffo non ha prodotto un miracolo. Non ho abbastanza fede, per questo. Ma voglio pensare che qualche effetto misterioso, che né io né altri sapremo mai, l’abbia comunque avuto.

Di meno ma fa male


Probabilmente lo avrò già raccontato: c’è una canzone di Yehuda Poliker che mi accompagna almeno da un ventennio e il cui ritornello mi sorprendo a fischiettare per strada, specialmente in giornate come quella di oggi: “Fa male, ma di meno / Di meno, ma ancora fa male”.

Come a volte capita, in un momento in cui mi pareva di aver imboccato un percorso positivo e promettente, mi sono trovata sul muso una serie di porte che si chiudevano inaspettatamente. Una, forse più inspiegabile delle altre, mi ha fatto male sul serio.

Sono passate quasi due settimane da quel cambio di vento. Se avessi saputo, in quel momento, che il percorso al buio sarebbe stato così lungo, mi sarei scoraggiata anche di più di quanto non fossi allora. E invece, come dice la canzone, forse oggi fa un po’ meno male. Ci si abitua, forse ci si rassegna un po’. Le cose che non si possono cambiare si ingoiano. Quelle che martellano nella testa continuano a martellare, ma ogni tanto anche quello lo riesco a registrare come rumore di fondo.

Di meno, ma certamente fa male ancora. Tanto.

Kippur


Stamattina ascoltavo un po’ distrattamente il messaggio augurale del Rabbino capo Di Segni alla fine dello Yom Kippur e mi hanno colpito due frasi, persino un po’ banali e didascaliche, sul significato della festa. “Kippur è il giorno nel quale ciascuno deve completare un esame di coscienza che mette in discussione le scelte sbagliate fatte fino a quel momento. Nessun danno è irreparabile, nessuna colpa lascia una macchia perenne”.

Ho realizzato di colpo che questo concetto per me è sempre stato problematico e so anche perché, anche se ormai si supporrebbe che dovrei non esserne condizionata. Mio padre da piccola mi diceva sempre (o almeno così pare a me, magari me lo ha detto solo una volta in un momento di stizza o di sconforto, vai a sapere) che chiedere scusa è inutile, tanto ormai il danno è fatto.

Io ho sempre sinceramente creduto di essere pronta a perdonare e a dimenticare qualunque cosa, ma sotto sotto so che non è così. Ci sono episodi che ho percepito come torti nei miei confronti che non ho mai dimenticato e che in qualche misura hanno cambiato la storia di alcune mie relazioni (me ne viene in mente almeno una). Ma soprattutto ci sono cose fatte da me che ritengo irreparabili e da questa sensazione non riesco a liberarmi. Me ne sento addosso proprio la “macchia perenne”, per usare le parole di Di Segni.

È un po’ triste soprattutto pensare che, nonostante le dichiarazioni di intenti, non sono poi così capace di rimettermi in carreggiata, anche quando ho il sospetto di aver sbagliato. Più precisamente, se sono convinta di aver sbagliato mi lancio in scuse epocali, persino esagerate. Ma se non sono pienamente convinta, la strada non riesco a trovarla. Prevale quella sensazione di irrimediabile, di mancanza di speranza, che finisce per troncare ogni dialogo sul nascere.

Non ne vado fiera. Vorrei credere che nessun danno è irreparabile. A tratti vorrei anche essere quella che lo ripara, quel danno. Forse non ho abbastanza fede. Anzi, togliamo pure il forse.

Equilibrio


Rispetto all’apatia incolore di luglio, la ripresa di settembre si è caratterizzata per i forti scossoni. È proprio vero, bisogna stare attenti a quello che si desidera, perché potrebbe realizzarsi.

Quelle trascorse sono state decisamente settimane intense, piene, che mi hanno fatto sentire viva. Ho riso, ho vissuto momenti di sincero entusiasmo, ho acceso in cuor mio speranze che in fondo so essere irragionevoli – ma quanto mi piace essere ancora capace di sperare l’insperabile e di confidare nell’improbabile.

E come era logico che fosse, agli alti sono puntualmente seguiti i bassi, alle consolazioni le desolazioni (per dirla gesuiticamente). E adesso comincia il bello, mi viene da dire. È ora di verificare quanto sono in grado di conservare del moto di quell’entusiasmo adesso che il vento non pare più a favore. Se cederò alla tentazione di buttare il bambino insieme all’acqua sporca, come tante volte ho fatto in passato, o se mi sono fatta un minimo più saggia.

Non è facile guardare alla felicità recente quando si ha il sospetto che fosse, in parte, un miraggio. Ma mi ricordo come mi sentivo poco più di due mesi fa, quando non mi veniva in mente neppure una cosa che mi facesse battere il cuore. Ora onestamente non mi sento così. “Chi sospira spera, chi no disperato muore”. Ecco, oggi io sospiro. È già qualcosa.

Meno onore, grazie


“Questa cosa ti fa onore”. Una frase gentile, che voleva essere un complimento, o almeno un generico apprezzamento. Mi si è depositata in testa durante una telefonata, accompagnata da una crescente sensazione di scomodità. Ci sono voluti un paio di giorni per mettere a fuoco: io frasi così riferite a me non voglio più sentirle.

Queste cose che mi fanno onore sono anche quelle che più mi feriscono, mi affaticano, mi erodono quel naturale entusiasmo che è il vero nucleo vitale che mi tiene in piedi davanti agli urti della vita. Non voglio onore, voglio un po’ di felicità in più.

Avvicinandomi ai fatidici 50 anni il mio proposito chiaro è riuscire a fare a meno delle cose che mi fanno onore, così come del senso di dover mantenere a tutti i costi impegni presi, a prescindere dalle condizioni date. Voglio imparare a dire con più semplicità cosa desidero e a cercare di ottenerlo.

E così sia.

Intelligenza


Fin da piccola mi hanno detto che ero intelligente. Per tutta la giovinezza ho pensato di essere almeno intelligente, visto che non ero bella. Salvo poi capire che non ero più tanto sicura di esserlo.

Chi è intelligente è anche furbo? Perché evidentemente non lo sono. Cos’è poi questa famigerata intelligenza?

È intelligente passare una giornata immersa nei pensieri che avevo fin da ieri sera? Se la testa bastasse a non infilarsi nei vicoli ciechi, almeno sulla carta non dovrei stare qui a girare a vuoto. Eppure.

Una persona intelligente prende decisioni lungimiranti? Io cerco di prendere decisioni oneste, di essere fedele a me stessa, di prendere sul serio le responsabilità, ma anche di rispettare la diversità e di considerare quante cose necessariamente non so e non capisco. È intelligenza questa?

Quando mi sentivo intelligente giudicavo con sicurezza e dubitavo molto di meno. Ora che le mie mancanze mi sono più chiare dei miei punti di forza e il cumulo degli errori fatti mi avvolge inevitabilmente come una zavorra, mi sento meno intelligente. Però forse un po’ più umana.

Il nostro viaggio in Turchia


Quando ho preso la decisione di andare quest’estate a fare un giro in Turchia erano soprattutto due le considerazioni che mi hanno spinto: il desiderio di conoscere le parti più “turistiche” che in tanti anni ho sempre snobbato, approfittando anche della congiuntura economica particolarmente favorevole, e il desiderio di riprendere a viaggiare all’estero in un posto dove mi sento comunque di giocare un po’ in casa. La Turchia è decisamente per me un po’ una confort zone, che ha però il pregio di offrire tantissimo in termini di novità, diversità, bellezza.

Riservando le considerazioni più personali a un altro post, riassumo intanto qui l’itinerario e qualche dritta, perché la nostra esperienza possa eventualmente essere di ispirazione per altri. Era un itinerario ben concepito (modestamente), fattibile con i mezzi pubblici, non troppo stancante e di grande soddisfazione. Con il senno del poi, cambierei giusto due particolari: uno degli alloggi scelti e un giorno in meno in una delle tappe, a favore di un giorno in più a Istanbul (premettendo però che la sosta a Istanbul era quasi solo tecnica, con meno di 6 giorni secondo me si vede davvero poco rispetto a quello che la città offre).

Abbiamo volato Turkish Airlines e qui una prima recensione positiva è d’obbligo: ottimo servizio, buon pasto (caldo, con scelta tra due opzioni), molti film, giochi, musica, programmi TV. Il volo è breve, ma tra andata e ritorno ho visto King Richard (la biografia delle Williams).

– Roma-Istanbul-Antalya

A Antalya ci siamo fermate due notti, il tempo di passeggiare un po’ e fare un paio di bagni. Stavamo in un ostello che, sebbene abbastanza spartano, ha incantato Meryem.

Antalya-Çirali

La seconda tappa, leggermente macchinosa ma comunque facile da raggiungere con i mezzi pubblici, era stata scelta per la bellezza del paesaggio e per la Chimera, le fiamme spontanee che si possono vedere con una agevole passeggiata nell’entroterra. La sistemazione scelta poteva essere più soddisfacente, ma il luogo era splendido (la foto che illustra il post è scattata lì, sulla spiaggia di Olympos).

Çirali-Kas

Kas è molto turistica, ma offre ottime escursioni in barca a prezzi ragionevoli (noi siamo andati a fare un classico boat tour comprensivo della città sommersa e di altre calette e anche un’escursione a Meis/Kastellorizo (l’isola dove è stato girato il film Mediterraneo). La cittadina è comunque piacevole, con un bel teatro ellenistico e un paio di scenografici sarcofagi lici. La sistemazione scelta, una pensioncina a gestione familiare, era decisamente soddisfacente.

Kas-Pamukkale

Trasferimento lungo (8 ore) e fatto su mezzo inadeguato: mi sono fatta fregare dalla tentazione di non cambiare minibus e di arrivare “direttamente”. Avrei certamente dovuto scegliere una compagnia più grande, cambiando verosimilmente a Kalkan: mi sarei risparmiata due ore abbondanti di tragitto e un mezzo colpo di calore 🙂 Dormire a Pamukkale è stata una buona scelta per visitare con calma le piscine e Ierapoli. L’albergo scelto offriva molte opzioni di attività (noi abbiamo fatto una passeggiata a cavallo la mattina prima di colazione e anche un massaggio…) e aveva una piscina comoda per rilassarsi e rinfrescarsi. Il villaggio è piccolo e molto tranquillo, a dispetto dell’affollamento del sito.

Pamukkale-Selcuk

Lo spostamento lo abbiamo fatto in treno ed è stato molto confortevole. Il biglietto online ci ha dato qualche problema (serviva un numero di cellulare turco e la mia carta non pareva accettata dal sistema), ma il personale dell’albergo è stato di grande aiuto, organizzandoci anche il trasferimento a Denizli per andare in stazione. Tre notti a Selcuk forse erano troppe. Un giorno abbiamo visitato Efeso (sito straordinario e giustamente famoso), la grotta dei Sette Dormienti e la casa di Maria. Il giorno successivo siamo andate in spiaggia, ma dopo la costa turchese l’esperienza si è rivelata piuttosto deludente. Valeva invece sicuramente la pena di visitare il bel museo archeologico di Selcuk e la basilica di S.Giovanni. L’albergo scelto era, anche in questo caso, estremamente soddisfacente.

Selcuk-Ayvalik

Ayvalik è una località balneare frequentata soprattutto da turchi, con una particolarità: per metà, il centro storico, ha un’atmosfera molto particolare, romantico-decadente e estremamente pittoresca (era abitata soprattutto da greci, prima dello scambio di popolazioni tra Turchia e Grecia, e le belle case nobiliari sono in parte state ristrutturate per diventare boutique hotel, ma resta per le strade una certa autenticità fatta di gatti, vecchie porte e vecchietti che chiacchierano al caffè) e l’altra metà, il lungomare e il quartiere del bazar, fa un po’ il verso a Antalya, con molti negozi e locali. Abbiamo fatto una gita in barca molto economica, tra calette e isolette di fronte all’isola di Lesbo. Il mare era molto bello anche se bello freddo (non era più la temperatura idromassaggio della costa turchese), abbiamo visto i delfini. Unica notazione: in tutta la nave nessuno parlava nulla di diverso dal turco. Cercavano di farsi capire, ma inglese zero. In compenso era possibile comprare birra a fiumi. La pensione scelta era graziosa e comoda, peccato che a me non funzionasse il wifi (ma a tutti gli altri, compresa Meryem, sì, e pure piuttosto bene).

Digressione: gli alcolici in Turchia sono piuttosto costosi. Tuttavia non mi pare siano meno facili di acquistare di un tempo, almeno in queste zone.

Ayvalik-Canakkale

L’ultima tappa l’abbiamo aggiunta soprattutto per visitare Troia, dove ero stata molti anni fa, ma di cui non avevo nessuna memoria. Canakkale è una cittadina tranquilla e piacevole, con un bel lungomare e strade gradevoli con negozi di vario tipo. Segnale le pasticcerie, notevoli, e il dolce tipico, l’halva al formaggio (un forno che lo fa è proprio davanti alla torre dell’orologio). È località da cui si accede ai campi di battaglia della prima guerra mondiale e relativi cimiteri di guerra, ma non sono mai stata appassionata del genere. Troia è raggiungibile, ma non con la facilità che ricordavo. Ci sono dei minibus (circa uno all’ora) e quindi conoscere in anticipo gli orari è quanto mai opportuno. Il sito, anche se meno spettacolare di Efeso, è comunque molto bello, ben tenuto e fruibile. Anche dal punto di vista del paesaggio è gradevole. A un quarto d’ora a piedi dal sito c’è il nuovo museo archeologico, decisamente bello e molto didattico. Il minibus del ritorno ci ferma davanti. La pensione era molto carina e comoda.

Canakkale-Istanbul.

Ultima tappa quasi tecnica per riprendere il volo, giusto due notti e quindi un giorno pieno. Di visitare Istanbul evidentemente non se ne parlava neanche. Ho giusto utilizzato il tempo per infilare alcune attività essenziali: visita alla Basilica Cisterna da poco ristrutturata e alla Suleynaniye, che l’ultima volta era chiusa per restauri; hammam (stavolta opzione storica, turistica e centralissima, ma comunque un classico, quello di Cemberlitas), giro al bazar e sull’Istiklal (ah, lo shopping dell’adolescente!), merenda su terrazza panoramica davanti al Galatasaray e cena da Haci Abdullah, sempre una garanzia anche se ormai molto noto ai turisti visto che è su tutte le guide.

La stazione degli autobus di Istanbul è qualcosa a cui bisogna essere preparati. Lontana dalla città, molto caotica, sarete certamente abbordati da facchini e tassisti non appena il vostro pullman si fermerà. I tassisti di Istanbul tentano notoriamente di farvi fare lunghi giri per carpire soldi ai turisti. Prendete qualche contromisura (controllate che ci sia il tassametro, che in Turchia scatta con la distanza e non con il tempo, se dovete fare tragitti lunghi fatevi chiamare un taxi dall’albergo, non lo fermate per strada davanti a siti turistici, eccetera), ma fate pace con l’idea che magari una o due fregature le prenderete. Io stessa dalla stazione dell’autobus stavolta non sarei riuscita a districarmi se non avessi avuto quattro indigeni a liberarmi dalle premure non richieste dei facchini/sedicenti tassisti.

Ma se Istanbul la vedete per la prima volta, meno di 6 giorni credo che non ci dovreste restare… ma di questo e di come organizzare un itinerario in Turchia che risponda a quelli che più vi piace e utilizzi il tempo al meglio semmai parliamo un’altra volta!

Informazioni pratiche

Gli alberghi li ho prenotati quasi tutti con Booking, tranne quello di Ayvalik per cui ho usato Airbnb. Nella maggior parte dei casi il pagamento non è avvenuto tramite la app, ma in struttura all’arrivo. Visto che c’è un tetto all’importo dei pagamenti tramite POS, vi verranno fatte più transazioni successive… un po’ strano, ma nulla di losco. Ecco dove abbiamo dormito.

Antalya: Hostel Vague

Çirali la salto, perché onestamente non era il massimo.

Kas: Meltem Pansiyon

Pamukkale: Alida hotel

Selcuk: Amazon Petite Palace

Canakkale: Daffne Otel

Istanbul: The Pera Hotel (da non confondere con il Pera Palace). Stanze piccolissime (ai limiti dell’eccessivo) e non panoramiche, ma posizione perfetta e personale simpatico.

Ripartire


“Ma ti rendi conto che luglio è quasi finito?” Sarà per il trauma della pandemia, come leggevo ieri in un articolo, sarà per il cambiamento climatico che ci prostra, ma quest’anno il tempo pare avere una densità tutta diversa. Corre, ma lascia solchi di stanchezza. In ufficio ci guardiamo con occhi assenti, tutto con il desiderio forte di mollare tutto, almeno per un po’. Per un bel po’.

Eppure, onestamente, credo che non sia questo il momento di lasciarsi andare. Piuttosto devo capire in cosa vale la pena di investire energia. Qualche settimana fa un’amica mi ha chiesto cosa accende ora il mio cuore, cosa mi fa sentire eccitata e entusiasta. Come direbbe Lucifer, che cosa desideri veramente? Io l’ho guardata sopra il mio pollo indiano superpiccante e ho risposto: “Nulla, temo”.

Non è da te, ha commentato lei preoccupata. Già, non è da me. E allora ci sto provando a rimettermi in movimento. Il mio metodo è sempre lo stesso: mi lancio in qualcosa di improbabile, smuovo le acque, rompo il meccanismo della prevedibilità e aspetto. Magari qualcosa succede. E magari anche stavolta ha funzionato.

Quindi ora bisogna essere conseguenti e provare a esplorare qualche strada nuova. Anche se fa caldo e il disincanto aleggia su di me insieme all’umido e alle zanzare di queste serate romane insolitamente silenziose.

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