A tentoni


È un periodo strano, in cui la pazienza mi viene meno continuamente. Ma non nei confronti della dodicenne, che pure a tratti mi mette alla prova (del resto è il suo lavoro). No, sono io che esaspero me stessa. Un amico ieri mi spiegava che devo darmi tempo, che forse inizio a metabolizzare solo ora i cambiamenti dell’ultimo anno. Ha ragione, o almeno dice cose assai ragionevoli.

Ma è così? Questa sensazione di terreno instabile sotto i piedi, la continua altalena di emozioni che non mi abbandona quasi mai, è davvero un’ondata temporanea, che si riassorbirà sotto i miei occhi? Io ho piuttosto la sensazione che il bello e il terribile dei cambiamenti è che non si torna più quelli di prima.

Esito. E più esito più ho motivo di essere esitante. Mi distraggo in vari modi, ma appena smetto di applicarmi il pensiero scivola di nuovo in quelle due piccole voragini ormai familiari, che hanno le pareti smussate per tutte le volte che ci casco dentro, tipo il piede della statua di S. Pietro consunto di devozione.

Anticlimax


“Ci vado o non ci vado?”. È la seconda volta in pochi mesi che mi trovo a farmi questa domanda, in merito a ben due giornate in memoria del mio maestro Giovanni Garbini. In entrambe le circostanze ho deciso di andare. Non per obbligo o per necessità, non per condividere (i percorsi che si interrompono portano solitudine), ma semplicemente per abitare con coerenza una decisione presa parecchi anni fa, ben prima dell’ultimo concorso che ha segnato la conclusione ufficiale e formale della mia mai iniziata carriera accademica. La decisione era stata quella di andare oltre. Di mettere da una parte un grosso non detto, che potenzialmente poteva esimermi per sempre dal considerarmi allieva di Garbini e di continuare ad essere fedele a me stessa e a quanto di importante ho vissuto con lui. Fatta quella scelta, a suo tempo, nulla di quanto è successo dopo, per quanto sgradevole, può modificare sostanzialmente le cose.

In autobus, sul 75 che prendevo allora, leggevo un libro vagamente psicoanalitico sulla figura del padre. E questa è, la storia: un intreccio di due padri, ancora aggrovigliato ben bene.

Nella sala gelida ho sentito i miei professori di un tempo evocare la stagione effervescente di quando loro erano discepoli. Un’epoca in cui succedeva di dirigere una missione archeologica a 23 anni, di avere una cattedra a 28 e di diventare rettore di università a meno di 40. Non potevo fare a meno di chiedermi se qualche volta queste persone a cui sono sinceramente affezionata si chiedano come mai oggi, su quelle sedie, mancassero varie generazioni successive. O, piuttosto, se abbiano fatto il possibile per andare avanti, verso il futuro. Perché il passato delle vecchie foto è bello non per il suo romanticismo in sé, ma per le energie che lo pervadevano.

La memoria è una cosa strana. Non è oggettiva, lo spiegavo anche ieri a Meryem. La mia memoria di Garbini è ormai soltanto mia e in qualche modo non ha un’esistenza. È per giunta una memoria femminile in un mondo di discepoli uomini (con qualche apparente eccezione).

Mi concedo solo un tocco. Tanti hanno parlato oggi dell’allegria di Garbini. Io ricordo piuttosto la sua malinconia struggente, l’angoscia che a tratti non conteneva, la rabbia per il tempo che fuggiva e per la vita che scivolava via. Giorno dopo giorno, di ipotesi in ipotesi, di lezione in lezione. E lo struggimento per un mondo che già allora era finito e lasciava strascichi di rimpianto per la giovinezza conclusa. La teneva viva nel lavorio della ricerca, nei giudizi esplosivi e temerari, mettendosi alla pari con gli allievi in scambi intensi e appaganti. Ma cronologicamente era già un altro secolo.

Didascalia della foto: https://yenibelqis.com/2017/01/02/garbini/

Gentilezza


“I hate people when the are not polite”, recita il verso di una canzone che canticchio spesso negli ultimi tempi. La canticchio anche per ridere un po’ sul fatto che una persona che conosco, abbastanza inaspettatamente, si comporta nei miei confronti in modo veramente sgarbato. Non saprei dire se la sua sia semplice noncuranza o un atteggiamento studiato.

Vedendo però alcuni personaggi che si mettono in mostra sui social, Instagram soprattutto, facendosi quasi un vanto della propria arroganza, il dubbio che il nostro sia cafone per precisa scelta stilistica mi sorge.

In Israele la chiamavano huzpa e ne facevano una virtù nazionale. Io non trovo assertivo qualcuno che deride il lavoro altrui, o che si scorda del compleanno di un’amica e non prova nemmeno a scusarsi.

Apprezzo i gesti gentili, anche un po’ fuori dal mondo. La gentilezza a casaccio, che a volte i meme ci esortano a praticare, è molto poetica. Ma pensandoci meglio, ancora più preziosa è l’attenzione fedele alle piccole cose, quella che dura negli anni e quasi non la noti, là per là. Ma poi, ripensandoci, brilla in tutto il suo valore. Specialmente in un mondo popolato di maleducati.

Non può piovere per sempre (vero?)


Facebook implacabile mi ricorda che manca abbastanza poco al mio compleanno. Quest’anno (devo rifare i conti tutte le volte) sono 47. Morto che parla, si diceva a tombola. Peccato che da un po’ di tempo mi senta avvolta in una specie di nube densa di scoraggiamento e malessere, che si dissipa a sprazzi, ma che si riaddensa ogni volta un po’ più grigia.

Mi piace fare piani, progetti. Ma quest’anno il compleanno non è contemplato. Non saprei neanche cosa desiderare.

Che poi è questo che mi mette in crisi, in fondo. Cosa voglio? Mi pare di aver perso l’abitudine di formulare desideri.

Quando aprivamo i blog


Ogni tanto qualcuno sospira, in rete o dal vivo: “Che tempo era, quello…”. Quando ci commentavamo su Splinder o Blogspot con la stessa intensità di una chat e quindi chi ci leggeva diventava un amico, qualcuno che si sedeva virtualmente sul tuo divano e magari prima o poi (a volte molto poi) ci si incontrava dal vivo. In questi giorni la serie ispirata al blog di Valentina (Volevo fare la rockstar, se non l’avete vista cercatela e accattatevi pure il libro, così capite meglio cosa erano quei blog) mi e ci ha fatto tornare in mente quel periodo.

Perché ho aperto questo blog, nel 2004? Sinceramente non ricordo precisamente. Certamente questo doveva essere la prova tecnica per il blog serio, che si chiamava “Rifugiati” e che è morto di lì a poco. Ci versavo sopra i pensieri sparsi che altrimenti avrei scritto su quaderni e agende. Poi però qualcuno ha iniziato a leggere. E con la mia gravidanza, nel 2007, quello che a me pareva un sacco di gente ha iniziato a leggere.

Yenibelqis è diventato un divano, incasinato come la mia casa e come la mia vita in generale. Ci si trovava e si chiacchierava. Raccontavo aneddoti, condividevo come mi sentivo, parlavo delle questioni che mi stanno a cuore. Non era un blog tematico, non era un prodotto letterario, non era un portale, non era utile o informativo. Era (ed è) una collezione di chiacchierate. A volte più interessanti, a volte divertenti, a volte stanche, a volte piene di rabbia e di amarezza.

Poi è arrivato Facebook. Se si commenta, lo si fa lì. Se si condividono foto, lo si fa lì. Le “amicizie” si accettano o si rifiutano lì. L’anonimato, a cui non ho mai tenuto, non aveva più senso, comunque. Il blog io non l’ho mai lasciato. È sempre il divano di casa mia. So che ci sono alcuni che mi conoscono da tempo che leggono in silenzio e non sono su Facebook o su altri social. Ma comunque rispetto a Facebook, che è utile, e a Instagram, che mi piace, il blog resta una cosa diversa.

Specialmente il mio blog, che non aveva una funzione precisa, se non chiacchierare di quello che mi va. In tutti questi anni, gli incontri che ho fatto su questo spazio sono stati preziosi. Sono legati a bellissimi ricordi dal vivo. Non voglio far torto a nessuno, ma qui ci starebbero bene tanti nomi di persone a cui sono grata per questo. Ne menziono solo tre, in qualità di facilitatrici di tante altre amicizie: Barbara (all’epoca poesianotturna, oggi Mamma Felice), Silvia (metà di Genitoricrescono, ma anche riemersa da un passato comune) e Iolanda (Filastrocche e poi Fattore Mamma), che mi ha fatto vedere Milano in una luce del tutto diversa.

E chiudo ricordando che questo spazio non esisterebbe più da tempo se Andrea Beggi, che peraltro non ho mai conosciuto, non me lo avesse fatto migrare da Splinder a qui con un gesto di pura generosità. Una disponibilità che mi era stata segnalata da un’altra amica sulla rete, che non ho mai ringraziato abbastanza.

Ho molto rallentato l’aggiornamento di questo spazio, ma non ho mai pensato di chiuderlo. Mi piace pensare che nel tempo si siano aggiunte persone nuove e che le vecchie tornino di tanto in tanto a riaffacciarsi. Fatevi vivi, ogni tanto.

E se fossi un budino?


L’altro giorno mi è tornata in mente una barzelletta un po’ stupida, che non starò a raccontarvi, ma che una volta mi divertiva molto. Il motivo per cui la cito è che esprime bene un’intuizione che ho avuto nei giorni scorsi, dopo momenti di rabbia contro me stessa: e se non fossi poi così forte e inscalfibile come mi piacerebbe essere? Beh, non ci sarebbe niente di male. Forse con l’età mi sono rammollita. Forse sono gli ormoni della premenopausa. Forse sono solo un po’ provata dopo un anno faticoso. Magari è l’effetto accumulo, vai a sapere. Sia quel che sia, questa è la realtà. Molte cose mi feriscono. Mi trovo a espormi nelle discussioni come quando ero giovane e arrogante (almeno su alcuni selezionati argomenti) e poi mi trovo in un angolo a leccarmi le ferite. In un paio di occasioni nemmeno l’imbarazzo mi aiutava a trattenere le lacrime.

Aggiungo un’altra considerazione. Ma chi l’ha detto che bisogna spingersi fuori dalla confort zone? Ma se invece ogni tanto mi avvolgessi in una coperta reale o metaforica e me ne rimanessi dove sono? Sarebbe tanto riprovevole?

3 ottobre


Ieri cercavo con una certa difficoltà di esprimere un concetto che in realtà non è completamente chiaro neanche a me stessa: anche se ho cambiato lavoro, non senza qualche scossone, alcuni passaggi della mia “vita precedente” sono parte di me. Uno è il 3 ottobre.

Quel 3 ottobre, di 9 anni fa. Tanti fatti che riguardano i rifugiati hanno scosso l’opinione pubblica, negli anni a seguire. Ma io penso che per chiunque fosse in qualche misura direttamente coinvolto nell’accoglienza di rifugiati in quel periodo il 3 ottobre abbia lo stesso impatto emotivo dell’11 settembre. Esagero? No, direi che è quasi poco.

Anche il 3 ottobre ha segnato un prima e un dopo. Ha negli anni, quel 3 ottobre, provocato uno strascico infinito di altre morti, una vera guerra che si combatte anche oggi nel Mediterraneo. Ma soprattutto di quel giorno ricordo l’attonito dolore con cui in tanti abbiamo pensato: “Non è possibile”. Lo strazio degli amici e dei familiari delle vittime, che erano nei nostri centri di accoglienza (donne, soprattutto). Lo spettacolo osceno di quelle bare, troppe. Troppe per un cimitero, troppe per un’isola, troppe per la nostra coscienza.

La mattina del 4 ottobre, senza quasi dovercelo dire, ci siamo trovati nella cappellina di via degli Astalli. Davanti a certe enormità mi tornava in mente la frase di Pedro Arrupe: pregate, perché per certe cose non c’è soluzione umana che basti. Eppure questo non ci esime dal cercarle, le soluzioni. Anche se non sono sufficienti, sono comunque indispensabili. L’operazione Mare Nostrum fu una risposta. Chi ha poi parlato di pull factor non ha mai conosciuto quel rifugiato che anni dopo, a un incontro pubblico all’università Gregoriana, ha voluto stringere la mano a Enrico Letta e dirgli, semplicemente: “Se non fosse stato per quella sua decisione, io ora sarei morto”.

Non riesco a dissertare di rifugiati in teoria. La prendi troppo sul personale, mi è stato detto. È personale. Non può essere altrimenti. È una questione tra persone, appunto. Quei morti sono nostri, dovremmo almeno piangerli, dissero con parole diverse Giusi Niccolini e Papa Francesco. Oggi direi che dovremmo esigere di smettere di uccidere, nel deserto, in Libia e in mare, con i nostri soldi pubblici e la nostra ipocrisia.

Domani è 3 ottobre. Si dovrebbe fare memoria, in tutte le scuole, di quel naufragio e di quello che ne è seguito. Fuori dalle scuole, vi chiedo di ricordarvi almeno un momento di che giorno è. Magari guardatevi L’ordine delle cose di Andrea Segre. Se lo avete già guardato, riguardatelo con qualcuno che non lo ha visto. Parlatene. La memoria si tiene viva se ci ricordiamo di ritirarla dentro nella quotidianità, almeno ogni tanto.