Le migrazioni in vacanza

Con il lavoro che faccio e con la gente che frequento (incluso suo padre!), mia figlia sente parlare di migranti e di rifugiati da quando ha memoria (e anche prima, in effetti). Non la ha dunque sorpresa affatto la mia scelta di andare a Bremerhaven, città portuale nella Germania del Nord, con il preciso scopo di visitare il museo delle Migrazioni, la Deutsches Auswanderer Haus. L’ha invece molto stupita quello che ha trovato. “Non sembra affatto un museo!”, ha continuato ad esclamare entusiasta, anche in seguito. In effetti tutta la visita è un’esperienza, intensa, coinvolgente e sorprendente.

In biglietteria ciascun visitatore riceve una carta magnetica abbinata alla storia di due persone: un cittadino europeo emigrato dal molo di Bremerhaven verso l’America e una persona immigrata in Germania a partire dal dopoguerra. Il percorso infatti è diviso in due parti: una racconta vividamente la storia delle migrazione europea e una seconda invece è dedicata alla storia delle migrazioni verso la Germania. In molti punti del percorso, avvicinando la propria carta alle apposite postazioni, è possibile ascoltare particolari della storia della persona che stiamo imparando a conoscere, oltre a diverse integrazioni audio del percorso espositivo. Il tutto è in tedesco o in inglese e ho notato che in biglietteria hanno avuto l’attenzione di assegnare a me e a Meryem personaggi in cui potessimo meglio identificarci, per età.

La prima parte è certamente la più scenografica. La ricostruzione del molo, con gli audio degli addii in tutte le lingue parlate dai migranti e poi la salita sulla passerella della nave sono un inizio di forte impatto. Un altro aspetto interessantissimo è la ricostruzione degli interni delle varie navi, inclusi rumori e odori. A tratto geniali le soluzioni ideate per i pannelli espositivi: particolarmente notevoli quelli consultabili solo sedendosi sulla latrina del piroscafo o girando i rubinetti dei lavabi dei bagni. Notevole anche la ricostruzione dell’arrivo a Ellis Island, con le panchine per l’attesa e il questionario a cui sottoporsi. Nonostante l’ostacolo della lingua, Meryem è rimasta incantata da tutta l’esperienza, potenzialmente ricchissima per quantità di biografie, informazioni, storie di vita (noi ci siamo limitate ai “nostri” personaggi, per non appesantire troppo i tempi della visita).

La seconda parte è concepita come una piccola caccia al tesoro, in cui si devono rintracciare negli stand appositi gli oggetti attraverso i quali si raccontano le storie di migrazioni in Germania: album di foto di famiglia, oggetti personali, documenti. Meryem qui ha avuto da ridire sul fatto che i finti Levis’ cuciti dalla “sua” immigrata vietnamita fossero in mostra altrove, rimpiazzati da una borsa jeans, ma per il resto il tempo è volato e siamo uscite dalle sale appagate e affamate.

E qui il museo ci ha sorpreso ancora, con una caffetteria in assoluta continuità con il percorso espositivo. Su ogni tavolo veniva infatti illustrato un piatto portato dai migranti in Europa e oggi entrato nelle nostre abitudini: la pizza, la paella, il gulasch e, ovviamente, il kebab (che poi era abbinato al tavolo dove ci eravamo sedute prima di notare il tutto!). Abbiamo quindi concluso la visita con cibo buono, prezzi ragionevoli e servizio molto cortese.  La fama di questo museo è, per quanto abbiamo potuto sperimentare noi, assolutamente meritata!

 

7 thoughts on “Le migrazioni in vacanza”

  1. Molto interessante, in Germania in pratica c’è un museo per qualsiasi cosa … ma come leggo, anche in questo caso molto ben fatto e significativo … lo aggiungo tra le molte cose che vorrò visitare! Complimenti e molte grazie di questo spunto!

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