Una gita a Napoli

La prima volta di Meryem a Napoli non era stata una gran successo. La seconda, modestamente, è stata un trionfo. Alcuni fattori che hanno determinato questo splendido risultato non sono dipesi in alcun modo da me. Altri sì.

Il tempo questa volta era bellissimo. Fa molta differenza, lo ammetto. Meryem aveva tre anni di più. Per quanto l’altra volta fosse stata fantastica, ora è una compagna di viaggio a tutti gli effetti. Anche questo fa differenza. Eravamo sole io e lei. Non sempre essere una madre single mi rende felice, ma come ho detto in altre occasioni, viaggiare in due e più semplice che viaggiare in tre.

Ma veniamo alle migliorie che ho scelto di fare, a partire dalla prima: non optare per la gita in giornata. Napoli è vicina, è vero. Andare e tornare senza pernottare è fattibilissimo. Però se lo si fa ci si perde la cena e il dopocena. Se lo si fa è difficilissimo non sentirsi incalzati dal tempo. Se lo si fa non si ha un posto dove riposarsi un’oretta dopo un’immersione prolungata in una città che definirei, senza dubbio, molto densa. Se noi lo avessimo fatto, in particolare, avremmo rinunciato a un pernottamento nel cuore di Spaccanapoli, alla compagnia e alle indicazioni di due cari amici che si sono trasferiti lì da qualche mese, all’accesso alla terrazza che vedete qui sopra e alla possibilità, direi irrinunciabile, di passare la serata in abbondante e rumorosa compagnia, mangiando pizza e graffe decisamente fuori misura. Meryem non avrebbe avuto la possibilità di dormire per la prima volta in una camera tutta per lei, separata dalla mia. E poi, incidentalmente, due giorni a Napoli non bastano neanche ad assaggiare quello che meriterebbe di essere visto. Quindi sono decisamente in minimo sindacale.

La seconda lesson learned dalla scorsa volta riguardava appunto l’itinerario della visita e la sua preparazione. In sintesi, ci ho rinunciato in partenza. Ho deciso consapevolmente che mi sarei data l’obiettivo di due mete storico-artistiche, una per giorno. Avevo un desiderio preciso per una, la Cappella Sansevero, ma ho lasciato la scelta della seconda alle circostanze e ai consigli che avremmo ricevuto. Per il resto l’idea era passeggiare, godersi l’atmosfera, eventualmente comprare qualche statuina per il presepe. Niente stress da performance turistica, dunque. Alla fine abbiamo passato il primo giorno a Spaccanapoli, tra S. Gregorio Armeno e la Cappella di Sansevero, appunto, immerse in una calca difficilmente descrivibile (era l’8 dicembre!) che però, in qualche modo, siamo riuscite anche a goderci, fermandoci a sentire performance dal vivo a San Domenico Maggiore e svicolando qua e là quando ci andava di respirare. Dopo una splendida serata, terminata con rapido giro in macchina by night fino a Scampia, abbiamo dedicato il secondo giorno alla Certosa di san Martino, che abbiamo raggiunto in funicolare dopo una passeggiata attraverso il mercato di Pignasecca. Tutte e tre le scelte si sono rivelate godibili, interessanti e adattissime sia a me che a Meryem. La Certosa è in splendida posizione panoramica, ha una collezione ricca ma varia e non soffocante (dai quadri ai presepi, passando per carrozze e modellini di navi), offre anche la possibilità di passeggiare nei giardini e di godere una Napoli ariosa e tranquilla, diametralmente opposta a quella del giorno prima. Dopo di che, pranzo a base di fritti al Vomero e metropolitana per tornare in centro.

Meryem si è innamorata di un aspetto di Napoli che forse è difficile descrivere pienamente: la sua teatralità, la musica che non è performance individuale ma dimensione collettiva e travolgente. Alla stazione centrale, intorno a uno dei pianoforti che si vedono ormai abbastanza spesso nei luoghi pubblici in Italia e in Europa, si era formato un capannello di anziani, ragazzi, disabili (forse un gruppo di un pellegrinaggio? chissà) che suonavano, cantavano e ballavano canzoni napoletane della tradizione con una convinzione rara. Decine e decine di persone hanno passato quasi un’ora lì con loro. A un certo punto, dopo un’interpretazione di Torna a Surriento particolarmente intensa, uno degli spettatori si è avvicinato al capo coro e, con le lacrime agli occhi, gli ha dato 50 euro. “Mi avete commosso”, ha cercato di spiegare. Ma i soldi gli sono stati ridati con decisione e persino una certa indignazione. Era chiaro che, a differenza dei gruppi (bravissimi, alcuni) che si avvicendano sul palco naturale di S. Domenico, quel gruppo di persone fosse lì davvero solo per diletto, per passare il tempo, per il piacere di cantare e ballare insieme. Anche se il risultato era decisamente straordinario, da diversi punti di vista.

“E’ il mondo alla rovescia”, cercava di spiegarmi sinteticamente il mio amico gesuita. Per non affogarci dentro, da straniero, bisogna dimostrare enorme flessibilità fisica e mentale. Mi spiegavano, ad esempio, che a Scampia il fatto che un negoziante rilasci lo scontrino non è necessariamente indizio di maggiore onestà. Anzi. Che il metro con cui si giudica facilmente risulta inadeguato. Che per un non napoletano vivere a Napoli richiede un continuo esercizio di verifica e di verità, al di là delle apparenze. Ma questo discorso ci porterebbe ben oltre i limiti di una gitarella di due giorni. Per approfondire questi tarli e queste riflessioni bisognerà tornare, molte volte.

E quindi, alla fin fine, per Napoli consiglio lo stesso approccio che raccomando per visitare Roma (o Istanbul). Non pensate di imbrigliarla in una successione di tappe, di riassumerla, di fare una classifica dei must e di mettere bandierine su una mappa: inchinatevi con umiltà alla metropoli, tornateci spesso e lasciatevi stupire ogni singola volta.

 

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