Napoli, punti di vista

“Ma a Napoli bisogna andarci con il bel tempo…”. La gentile obiezione del giovane carabiniere, stamattina, non era solo un luogo comune. Dava voce a una profonda, antica saggezza. Ma la risposta di Nizam era pure molto vera: “Questa giornata abbiamo..”. Le previsioni recitavano “coperto”. Le più pessimiste “pioggia leggera”. Sul Freccia Rossa erano diventate addirittura “poco nuvoloso”. E io ero immersa con decisione nella mia immagine della nostra gita di famiglia, a cui non volevo rinunciare. Questa.

Lungomare Caracciolo. Noi saltelliamo come tre vispe Terese davanti al panorama mozzafiato del Golfo. Ci inseguiamo nei vicoletti del Borgo Marinaro fino a Castel dell’Ovo e poi pranziamo in una pizzeria tipica vista mare, per goderci la brezza e lo scintillio del sole sulle onde. Poi caffè al Gambrinus, passeggiata a piazza del Plebiscito, eccetera eccetera.

Meryem intanto socializzava con un paio di bimbe e Nizam, semplicemente, russava.

Ecco, il primo impatto con la città è stato molto diverso da come me lo figuravo io. Ma anche, e soprattutto, da come se lo figurava il kebabbaro. Contrariamente a quanto si crede, i mediorientali veri, specie se da tredici anni soggiornanti in Europa, colgono meno degli altri il fascino decadente (e il casino) del Mediterraneo. All’assalto della “metropolitana” direzione Pozzuoli, il curdo aveva lo sguardo agghiacciato che avrebbe potuto avere la moglie di un attivista leghista nella stessa circostanza. Quando poi siamo scesi, semplicemente, pioveva che Dio la mandava. Sul lungomare, in gran parte peraltro chiuso, le raffiche di vento hanno rapidamente avuto la meglio sui nostri malandati ombrelli. Del Vesuvio non si vedeva la minima traccia, al di là della coltre di nuvole grigio antracite.

A questo punto la mia visione della gita è bruscamente diventata quest’altra:

Ecco, la nostra gita è un disastro. Non ne faremo mai più un’altra. Ora prendiamo un taxi e torniamo in stazione. Anzi, non capirò mai come si arriva alla stazione. Sono sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato, eccetera eccetera.

Non vi nascondo che abbiamo attraversato un momento un po’ critico. Nizam virava pericolosamente sul sarcastico, Meryem ha cominciato a lamentarsi per le scarpe zuppe. Ma a un certo punto, all’imbocco di via Carlo Poerio, siamo riusciti in qualche modo a ritrovare il bandolo della nostra gita. Presa consapevolezza che il mio programma non era fattibile, abbiamo cercato di fare l’unica cosa possibile: cambiarlo. Nizam si è messo a contrattare con un bengalese per tre ombrelli nuovi (uno, il più grande, ho poi provveduto a dimenticarlo sul treno). Abbiamo puntato a piazza del Plebiscito (sbagliando strada e percorrendo un lunghissimo tunnel per macchine, ma insomma, in qualche modo…). Abbiamo dato un’occhiata al Gambrinus e alla piazza e poi, saggiamente, salutato la costa per ripiegare su per via Toledo. Ci siamo infilati in una pizzeria a caso, abbiamo mangiato una pizza. Non abbiamo avuto visioni angeliche, ma insomma, era una pizza, napoletana. Meryem ha mangiato con entusiasmo.

E poi non pioveva più. Tutto ci è parso più facile, e anche più vicino. Ce ne siamo andati a Spaccanapoli. Santa Chiara, Scaturchio, San Gregorio Armeno. San Lorenzo, purtroppo senza Napoli sotterranea. Io qui mi sono rianimata sul serio. La Canon è rimasta nella borsa umidiccia, ma la mia visione della gita è cambiata di nuovo.

Una chiesa gotica alta, pulita, leggermente bicolore, con un camminamento intorno all’abside maggiore che mi porta verso il Nord Europa. Scorci, mura dai colori pastello accentuati dall’acqua, un ragazzo che guida la Vespa con una sola mano e con l’altra regge un vassoio con tre caffè. La statua del Fiume Nilo, che mi ricorda un’antica gita. Meryem che cerca di collaborare in tutti i modi, mostrando entusiasmo e vincendo la tentazione di lagnare. Le rose, immense, sui resti delle terme a Santa Chiara. Ci sono di nuovo. 

Ad essere onesta, non credo che il curdo abbia apprezzato particolarmente. Ma lui, come vi dicevo, non è il tipo che va matto per il fascino decadente dei centri storici mediterranei. Mettiamola così: oggi si sente un po’ più felice di vivere a Roma. E Meryem? Credo che abbia gradito. Certo, non quello che è piaciuto a me. Ma ha gradito certamente di essere con noi.

Ne è valsa la pena? Direi di sì. Potevamo scegliere meglio la giornata. Potevamo avere maggior prontezza nel cambiare programma. Insomma, potevamo fare di meglio. Ma ne valeva la pena, fosse solo per realizzare che Meryem ha camminato, praticamente senza pause, dalle 10.30 alle 16.30. Ha fatto la turista in un contesto non esattamente amichevole per i bambini. Non solo non ha reso le cose più difficili, ma ha capito benissimo la situazione e ha contribuito a migliorarla. Mi ha visto scoraggiata, in pizzeria, e mi ha assicurato che si stava divertendo e mi ha incoraggiato. Davvero. Come un’amica saggia. Ecco, se ripenso a oggi, la prima cosa che mi torna in mente siamo io e lei nel bagno di una pizzeria niente di che, dalle parti di via Toledo. Forse il nostro primo momento di complicità femminile.

 

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