Istanbul in sette giorni


Istanbul in sette giorni non si visita tutta. Non credete alle guide. Per farsi una prima idea di questa metropoli sorprendente di giorni bisognerebbe preventivarne almeno dieci, meglio dodici. Noi però questi giorni avevamo e ce li siamo fatti bastare. Aggiungiamo poi che eravamo in tre: io, mia figlia Meryem (8 anni) e Pietro (che a causa di un infortunio era fermamente intenzionato a camminare poco e mai su dislivello). C’erano inoltre alcune indicazioni del Ministero degli Esteri, rispetto alla necessità di evitare posto troppo affollati e turistici (inclusa la metropolitana) a causa del rischio attentati.

Rispetto ai dislivelli l’impresa si presentava disperata. I colli di Istanbul, sette come quelli di Roma, sono maledettamente ripidi. I dislivelli c’erano. Le camminate pure. Però i taxi – mi sono dovuta rassegnare all’evidenza – costano poco. Meno dei mezzi pubblici, che pure ho ostinatamente usato quasi tutti. E gli attentati, direte voi? Beh, ci è stato subito chiaro che posti poco affollati a Istanbul semplicemente non esistono. Ci siamo lasciati contagiare dall’atmosfera di svagata rilassatezza della città e abbiamo osato. Non ce ne siamo pentiti.

015Istanbul a mia figlia ha rivelato da subito due grandi attrattive: i gatti e i gabbiani. I primi, in particolare, hanno la stessa aria di sublime indifferenza dei gatti di Roma. Talora si concedono alle coccole, talora si spostano sdegnati. A volte assumono una sostenuta posa da sfingi e regnano sulle soglie e sui gradini, ostentando distacco. I gabbiani, reali e comuni, si esibiscono volentieri nella presa al volo di briciole e pezzi di pane duro che i passeggeri lanciano da battelli e vaporetti. E qui veniamo alla terza attrazione di Istanbul: la navigazione. Il Corno d’Oro e il Bosforo altro non sono che Mediterraneo addomesticato a fiume. Il Bosforo aggiunge l’indubbio fascino di collocarsi tra Europa e Asia. Il Corno d’Oro fa onore al suo nome scintillando con zelo di riflessi sempre diversi. Il mare fluviale si naviga in barca, ma a tratti si supera sui ponti. E persino, meraviglia, ci si può passare sotto, a bordo dell’avveniristico Marmaray, la metro subacquea che collega due continenti.

Vi è venuta voglia di fare un salto a Istanbul? Eh, lo so. Di più. Lo capisco perfettamente. Spero di parlarvi più diffusamente di alcune mete in altri post, ma inizierò a darvi alcuni consigli generali e poi vi racconterò sinteticamente il programma di marcia che abbiamo scelto noi per la nostra settimana.

Intanto scegliete il vostro albergo. Noi eravamo al Pera Hotel, nel quartiere di Beyoglu (vicino alla Torre di Galata). Le stanze sono piccoline, ma comode e lo staff gentilissimo. Nessuna vista panoramica, ma francamente, cosa vi importa? Quella la avete in qualunque altro posto della città e mica siete venuti fino a Istanbul per stare affacciati alla finestra, no?

Seconda dritta: munitevi al più presto delle giuste “card”. Il Museum Pass (85 lire turche) consente di accedere ai musei statali della città  (sono la maggior parte: l’eccezione più eclatante è la cosiddetta Basilica Cisterna) per 72 ore. Sebbene in passato fosse ancora più vantaggiosa, resta comunque conveniente e soprattutto consente di saltare la fila. Si compra nella biglietteria di tutti i musei, alla reception di alcuni alberghi e anche online. Dà diritto ad alcuni sconti anche nei musei non statali e per le crociere sul Bosforo organizzate dalla compagna municipale di trasporti. I bambini fino a 8 anni compiuti entrano gratis. La carta magnetica ricaricabile per i trasporti, se decidete di usarli, è altrettanto importante. Noi abbiamo faticato un po’ a farla perché la macchinetta alla stazione dove cercavamo di comprarla esigeva una singola banconota da 10 lire turche per ciascuna card (non dava resto e non accettava la somma se composta da tagli diversi…), ma una volta acquistata la ricarica è stata molto semplice. Piuttosto valeva la considerazione che per alcuni tragitti, essendo in tre (i bambini pagano), il taxi risultava più conveniente.

Per documentarvi sulla vostra visita vi consiglio un libro e un blog. Partiamo dal secondo: Istanbul, Europa di Giuseppe Mancini è una fonte preziosissima di consigli e informazioni dettagliate e aggiornate. Ci è stato molto utile per limare i particolari della nostra visita e per integrare le informazioni pratiche, spesso un po’ approssimative, delle guide tradizionali. Il libro invece è 111 luoghi di Istanbul che devi proprio scoprire. Ci ha regalato molte conferme e qualche spunto nuovo, diventando una specie di album di ricordi della nostra visita grazie alle belle foto che accompagnano il testo. Per la topografia abbiamo apprezzato la seconda edizione ampliata della Cartoville Istanbul del Touring editore: più dettagliata delle simboliche cartine delle guide, molto più maneggevole di una mappa tradizionale.

Ultimo consiglio: i pasti possono essere tutti veloci e assai convenienti, ma un tuffo serio nella cucina ottomana non potete davvero negarvelo. Senza bisogno di spendere una follia, potete gustarvi una cena da Haci Abdulla. Attenzione, le porzioni sono generosissime!

Ed ecco infine il programma sintetico della nostra visita.

Giorno 1: arrivo, trasferimento, passeggiata in zona Bazar delle Spezie e Bazar di piante, pesci e uccelli, vicino alla Yeni Camii (vendono le sanguisughe!).

Giorno 2: S. Salvatore in Chora (Kariye Muzesi), Fethiye Camii (Chiesa di Pammakaristos), Sultanahmet/Moschea Blu e Ayasofya/Santa Sofia, Yerebatan Sarnici/Basilica Cisterna.

Giorno 3 : Rustem Pasa Camii e crociera sul Bosforo, versione lunga (fino al Mar Nero!)

Giorno 4: Museo archeologico, Aya Irini, Uskudar (Mihrimah Camii, Sakirin Camii, Cinili hammam per un bagno turco)

Giorno 5: isole dei Principi (Burgazada), Suleymaniye Camii, Gran Bazar

Giorno 6: Eyup (moschea e teleferica), Museo Koc, acquisti sull’Istiklal.

Giorno 7: trasferimento all’aeroporto e visita dell’acquario di Florya.

Già da questo sintetico appunto vedrete che abbiamo fatto alcune scelte che si potrebbero definire discutibili, prima fra tutte quella di non visitare Topkapi. Non siamo andati una sera a Ortakoy, come avrei voluto fare. Abbiamo omesso molte chiese e moschee importanti e belle, nonché il parco Yildiz con i suoi bei chioschi, che avrei voluto vedere, e i palazzi imperiali (Dolmabahce, Ciragan, Beylerbeyi). Non siamo andati al Museo del mare a vedere la mappa di Piri Reis (1513), né al museo di Arti turche e islamiche dove c’era una mostra sui Selgiuchidi che mi faceva gola. Nonostante questo, ritengo che abbiamo scelto bene le nostre mete e spero, nei prossimi post, di raccontarvi anche perché ne sono convinta.


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Idrovore e piante pioniere


Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

Un lago a forma di Y


“…la y di Meryem!”. Così mi spiegava animatamente mia figlia, di ritorno dalla nostra gita sul lago di Como. Forse io, a questo giro (il secondo in pochi mesi), ho capito la storia del ramo del lago suddetto, dopo averlo nominato a sproposito diverse volte. Pensavo, rientrando da questa mini vacanza al nord, che io e Meryem ancora non abbiamo viaggiato molto all’estero, ma l’Italia iniziamo a averla percorsa in misura abbastanza soddisfacente. Mi piace l’idea che Meryem abbini dei nomi geografici che per me sono rimasti privi di reale significato per buona parte della vita a volti di amici, ricordi, aneddoti. Così il lago di Como ci ricorda le splendide camelie di Bellagio, ma anche il volo della poana Linda e il gatto Bri con i suoi padroni umani; il lago di Garda è legato al guado avventuroso di due estati fa e ai voli spettacolari dei kitesurfer; Verona alla Madama Butterfly, prima indimenticabile opera a cui abbiamo assistito insieme. E così via.

In programma, nei prossimi frenetici mesi abbiamo almeno il delta del Po e il Museo Egizio di Torino. E per l’estate, chissà. Sogno la Sardegna fenicio-punica, in una versione corretta alla palermitana. Ma chi può dirlo. Mi limito a dire, a rischio di sembrarvi monotona, che l’Italia è meravigliosa e ricca di sorprese. Non finisco di stupirmi di quanto poco io la conosca e di quanto sia varia e diversa, da ogni punto di vista.

Finisco questo rapido post con qualche notazione pratica per la gita ai giardini di Villa Melzi a Bellagio, che vi raccomando assolutamente. Sono aperti dal 29 marzo al 1 ottobre, l’ingresso costa 6,50 ed è gratuito per i bambini sotto i 12 anni (attenzione: solo contanti!). Noi abbiamo l’abbiamo raggiunta in battello da Varenna e la traversata, pure breve e relativamente cara, è assolutamente parte del divertimento. Ad averci un po’ più di tempo e fantasia, con il biglietto giornaliero familiare del battello si sarebbe potuto fare un giro un po’ più lungo.

Il giardino di per sé è un godimento dei sensi. Curatissimo, spazioso, vario, noi con due bambine al seguito ce lo siamo goduto semplicemente passeggiando qua e là. C’erano camelie spettacolari esposte, ma anche tanti angoli sorprendenti e spettacolari. Le piccole pesti a tratti hanno mostrato segni di irrequietezza per il fatto di non poter correre sui prati, ma gli ampi viali hanno ovviato egregiamente, consentendo corse ed esplorazioni individuali. Le briciole del picnic sono state condivise con le folaghe (i “paperotti neri”).

Chiudo con i doverosi ringraziamenti a chi ci ha accolto, anche questa volta (grazie, Linda e Ivano!) e anche a chi contribuisce quotidianamente a mantenere accesa la curiosità di mia figlia. E’ un dono prezioso, che spero riusciamo a coltivare tutti insieme nel migliore dei modi.

Due ville


Arriva la primavera. Roma fa l’occhiolino a locali e turisti e sfodera cieli azzurri e scintillii di sole malandrino. La voglia di passeggiare è ai massimi livelli. Amici, romani, concittadini: fatelo. Non lasciamo questo privilegio ai turisti.

Rapidamente, prima delle vacanze pasquali, ci tengo a lasciarvi due consigli spassionati per respirare a pieni polmoni la bellezza di Roma. Due posti dove fino a pochi mesi fa non ero mai stata. No, non vi stupite. Roma è piena di posti dove non sono ancora stata.

La prima meta che voglio consigliarvi è la Villa Farnesina a via della Lungara, a Trastevere. Nel sito trovate tutte le indicazioni di cui avete bisogno, ma se avete bambini con voi non perdetevi la visita guidata che organizza Alessandra Mezzasalma, comprensiva di caccia al tesoro con il naso all’insù alla scoperta dei segni zodiacali e racconto della favola di Amore e Psiche. Meryem ne è rimasta conquistata. Io sono rimasta colpita dai graffiti dei Lanzichenecchi sugli affreschi mozzafiato del primo piano: storia viva e pulsante, a portata di mano.
Volendo si può proseguire la passeggiata all’orto botanico, proprio a due passi.

La seconda meta che mi sento di raccomandarvi è Villa Medici. Io ero abituata a considerarla un po’ parte del panorama e non ricordo di aver notato quando ci ero andata, forse per una mostra moltissimi anni fa, quanto fosse splendido il giardino, la facciata, la terrazza e, in una parola, tutto quanto. Ci ho fatto un salto domenica 29 marzo, quando l’Accademia di Francia ha organizzao una giornata promozionale a ingresso gratuito in cui sono stati offerti dei rapidi assaggi delle ricche visite guidate in programma.  Sono fermamente intenzionata a raccogliere l’invito e a tornarci, magari con Meryem. Intanto sono grata per una mattinata meravigliosa, che ha dato ufficialmente inizio alla mia primavera 2015.

Ciaspole


Vi ho già raccontato qualche mese fa il nostro primo weekend con la Giovane Montagna. Fatti arditi da quell’esperienza e da due o tre escursioni ulteriori, qualche settimana fa ci siamo lanciate addirittura in un weekend sulla Majella, comprensivo di ciaspolata.

Dovete sapere che per me la neve è un’esperienza davvero esotica. Non ho mai fatto una settimana bianca, non so sciare e le mie episodiche sortite domenicali risalivano al tempo delle elementari. Ero del tutto priva di equipaggiamento, nonché della capacità di prevedere cosa potesse servirci. Lo stesso termine ciaspola mi era estraneo. Nelle settimane precedenti all’uscita e, in particolare, negli ultimi giorni, l’agitazione e l’ansia crescevano. Alla fine ho rimediato tutto. Non perfetto e non di meno con qualche spesa imprevista (le ciaspole viola per Meryem, di cui siamo orgogliosi proprietari), ma ce la siamo cavata.

Sono sempre più convinta che queste uscite in gruppo siano molto adatte a noi, in questa fase. Ci danno l’occasione di scoprire posti che non conosciamo, appoggiandoci allesperienza di persone del posto (in questo caso la cooperativa Majambiente, che vi raccomando caldamente per competenza, simpatia e cura del dettaglio) e facendoci contagiare dall’entusiasmo di chi li ama (sentire Eugenio parlare del “nostro Appennino” con un orgoglio schivo e privo di retorica mi ha commosso, lo confesso. Mi sono scoperta una certa qual invidia delle radici). Permettono a Meryem, figlia unica, di sperimentare i ritmi condivisi e allenare lo spirito di adattamento necessario a viaggiare e vivere con gli altri. Permettono a me di godermi il bello della natura e dell’arte in compagnia di altri adulti, che tra l’altro spesso e volentieri si improvvisano nonni di adozione per la Guerrigliera.

Di questo fine settimana in Majella mi è rimasto nel cuore il bivacco, con il fuoco acceso per aspettarci. Credo che un simbolo più efficace dell’accoglienza e dell’ospitalità non potrei immaginarlo. Non un punto di ristoro professionale, con tutti i confort dei rifugi alpini. Piuttosto un posto essenziale, che per essere pronto richiede sforzo, impegno, fatica da parte di chi deve affrettare il passo, con le vettovaglie in spalla, per essere lì in tempo. Mentre scendevamo scivolando per la via più breve, sotto la pioggia che alla fine è arrivata, con la sagoma di mia figlia in lontananza accanto agli altri bambini, pensavo che l’ospitalità la fanno le persone e non il posto fisico.

Ripensando alle radici, non credo che arriverò mai a rammaricarmi di appartenere a una metropoli che, proprio in quanto tale, è di nessuno e di ciascuno allo stesso tempo. Ma con tutto ciò credo l’amore per una montagna, un torrente, una valle, un bosco – condiviso con un manipolo e non con milioni di altri esseri umani – possa essere una ricchezza per lo spirito che è bello respirare nella vita degli altri. Grazie a chi ci ha permesso generosamente di farlo.

In monastero con la Guerrigliera


Ormai mia figlia Meryem è una compagna di viaggio rodata. Per questo mi sono decisa, per il ponte dell’Immacolata, a proporle una gita di tre giorni, stavolta in gruppo. In torpedone. Con ampie parti del programma dedicate a visite culturali. Con pernottamento in monastero. In condizioni meteo che non si prestavano particolarmente a passeggiare nei boschi. Tutti elementi che avrebbero scoraggiato più di un genitore sano di mente. Cominciamo subito dal lieto fine: è stato un successone. Un po’ si deve alla fortuna: ha piovuto un po’, ma non ha mai diluviato e quindi le due gite previste, all’anello basso e all’anello alto de La Verna, si sono svolte regolarmente. Un po’ si deve al carattere sostanzialmente socievole e adattabile della Guerrigliera, che ha mugugnato appena un pochino all’inizio, ma poi si è inserita perfettamente e si è persino esibita in un assolo di spiritual in pullman. Un (bel) po’ si deve agli organizzatori (DdG, in gergo Giovane Montagna) che, al netto di qualche piccolo imprevisto, hanno ideato un programma ricco, vario e con apporti di guide e amici locali che hanno fatto la differenza. Un ultimo contributo al successo si deve agli standard bassi a cui è abituata mia figlia, che ha trovato confortevolissima l’accoglienza in monastero (“La doccia migliore che abbia mai fatto!”) e il cibo favoloso. C’era del vero, intendiamoci, ma il confronto con la nostra quotidianità sgarrupata aiuta. Abbiamo iniziato con un pranzo luculliano ad Arezzo (qui) preceduto da una breve passeggiata libera durante la quale ho colto l’occasione di prendere un lussuoso aperitivo analcolico con un’amica di web e figliola. Nel pomeriggio abbiamo passeggiato tre ore guidati da Serena, una guida efficientissima e appassionata, che personalmente ho trovato particolarmente illuminante. Abbiamo gustato Piero della Francesca, cogliendone appieno l’innovatività (ai frati committenti deve essere preso un coccolone: avevano assoldato un posato pittore gotico e si sono trovati un murales con veri tramonti e sederi di cavalli in primo piano. Praticamente un murales) e ci siamo immersi nella storia medievale e contemporanea in una prospettiva tutta aretina. In serata, sotto una pioggia battente, abbiamo guadagnato il monastero. La mattina successiva, in uno scenario degno di Tolkien, abbiamo percorso i tre km e mezzo dell’anello basso. Si tratta dei cosiddetti sentieri Frassati, che hanno costituito sicuramente l’attrattiva principale della gita. Molto fango, ma anche molta magia. 18   La giornata, poi proseguita nel pomeriggio con la visita di Camaldoli, non sarebbe stata la stessa senza la guita entusiasta e appassionata di Andrea, segretario della Sottosezione P.G. Frassati della Giovane Montagna. La visita di Camaldoli è stata abbastanza veloce e in gran parte occupata dalla cioccolata calda al bar. Ma, come ha osservato giustamente la nostra guida, è servita a scaldarci e, visto il clima fuori, la cosa aveva la sua importanza. Sul ritorno, Meryem sostiene di aver intravisto una volpe dal finestrino. Io non posso testimoniare personalmente rispetto alla veridicità dell’avvistamento, ma altri membri della spedizione hanno visto invece cinghiali e anche un cervo (pare). Il terzo e ultimo giorno è stato dedicato a una visita veloce del santuario francescano e al completamento del sentiero, con l’anello alto e la vetta del Monte Penna. Ancora una volta il percorso, breve e non eccessivamente impegnativo, era assolutamente alla portata di Meryem (e mia!). Da un momento all’altro mi aspettavo di veder comparire la casetta di Hansel e Gretel. Il percorso, mi dicono, sarebbe molto panoramico con condizioni meteo diverse (il modo condizionale, si sa, è stato inventato in montagna…). Ma la nebbia aveva il suo indubbio fascino. 13 19 Finisco per raccomandarvi caldamente un soggiorno a La Verna e le due escursioni che abbiamo fatto noi. La natura è meravigliosa, l’alloggio economico e confortevole. Noi certamente ci torneremo.

Regina viarum: Appia Antica con i bambini


La destinazione della nostra gita domenicale era tutt’altra: la sagra dei marroni in qualche paesino in provincia di Roma. Composti gli equipaggi, studiato l’itinerario, la compagnia è partita dal punto convenuto con appena 20 minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Poi è successo che l’Ardeatina era interrotta. Inversione, rapida consultazione tra gli autisti… ma poi lo sguardo ci è caduto sulla Villa di Massenzio, il verde sfacciato della campagna che scintillava al sole, il cielo perfetto. Nei bagagliai avevamo provviste sufficienti a un picnic soddisfacente per cinque adulti e quattro bambini. Ma alla fine, chi ce lo fa fare di allontanarci più di così? Detto fatto, abbiamo aggiornato la meta della nostra gita: Appia Antica. Per giunta ieri, prima domenica del mese, tutti i siti archeologici erano a ingresso gratuito.

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Alla prima tappa, un volontario del Touring Club ci ha guidati all’interno del Mausoleo di Massenzio, dove i bambini sono rimasti molto colpiti soprattutto dall’impronta di cagnolino romano visibile sul pavimento. Poi ci siamo goduti l’erba del circo, in piena luce. I bambini hanno corso su e giù, raccolto margherite, posato per foto ricordo.

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Poi ci siamo fermati alla tomba di Cecilia Metella. Anche questa visita veloce ha soddisfatto grandi e piccini. Io sono rimasta soprattutto soddisfatta del piccolo opuscolo sull’Appia Antica che ci hanno distribuito in biglietteria. So cosa state pensando. Una romana dovrebbe essere consapevole della bellezza del museo a cielo aperto che abbiamo la fortuna di avere a due passi dal centro. Non era nemmeno la prima volta che ci andavo, con Meryem. Ma questa volta non eravamo lì per un evento o una manifestazione particolare: passeggiavamo e basta. Meryem e i suoi amichetti saltellavano da un basolo all’altro, noi genitori chiacchieravamo sbrirciando al di là dei cancelli delle ville e godendoci l’aria fresca e la (relativa) quiete – eravamo pur sempre accompagnati da una truppa di minorenni. E’ stata davvero un’esperienza nuova e sorprendente, nella sua semplicità.

La terza e ultima visita culturale è stato il sito di Capo di Bove, un’oasi deliziosa, dove archeologia e arte contemporanea si alternano sapientemente. La custode ci ha tenuto a precisare che qui l’ingresso è sempre gratuito e che è possibile utilizzare i tavolini del giardino per un picnic. In questa sede, adattissima a mostre e convegni, è conservato anche l’archivio di Antonio Cederna, di cui non sapevo nulla (male!) e al cui impegno i romani e tutti gli uomini, in generale, devono molto. Per la tutela del patrimonio dell’Appia certo resta ancora molto da fare, ma di quanta bellezza godiamo già oggi…

10578788_10152365591760047_1364601168_n In realtà i bambini  cominciavano a soffrire  un po’  per le regole dei musei (“Ma  non possiamo toccare  niente???”, sbuffava ormai la  Guerrigliera), quindi per la  pausa pranzo abbiamo optato  per un prato a margine della  consolare. Qui il contatto con  la natura era assicurato: i  nostri figli non hanno tardato a  rinvenire un bel cadavere di  riccio, che li ha entusiasmati  moltissimo (noi mamme  eravano meno entusiaste, a dir  la verità).

Sulla via del ritorno  siamo stati  poi sorpresi da un  gregge di  pecore, per la gioia  dei  bambini. Ancora una volta abbiamo avuto modo di renderci conto di quante cose qui a Roma sono lì, a portata di tutti. A volte serve solo la buona volontà di ricordarsene.