Istantanee di Romania

Come spesso accade, la mia  ultima trasferta di lavoro non mi ha dato molte occasioni per realizzare dove mi trovavo. Piuttosto mi ha messo sotto gli occhi persone, gesuiti e non, di vari Paesi europei e dai più diversi background. E’ un viaggio anche quello, in un certo senso.

La prima impressione del luogo, complice un viaggio singolarmente stressante, è stata di assoluto straniamento. Nel mio immaginario la Romania significava montagne. E invece mi sono ritrovata in una campagna piatta come una tavola, comprensiva di nebbione mattutino. La Bassa di Don Camillo e Peppone, praticamente, con tutte le zanzare del caso. Sapevo che saremmo stati ospitati in un monastero e anche qui la mia immaginazione aveva lavorato: pensavo a iconostasi dorate, pareti spesse, tetti spioventi, cripte di pietra. Al contrario, mi sono ritrovata in un complesso modernissimo, la cui costruzione è iniziata nel 2008. Bello, con il legno scuro e le pareti bianche che richiamano in qualche modo la tradizione locale (immagino), con una chiesa non priva di afflato artistico. Ma assolutamente modernissimo.

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In qualche modo, con il senno del poi, questa location era più adeguata allo spirito del team del JRS Romania che ci accoglieva: sono un bel gruppo di giovani, molto agguerriti, efficienti, entusiasti e tecnologicamente avanzati. Questo meeting sarà ricordato per l’organizzazione perfetta, il wifi funzionante, la serata karaoke e una cena stratosferica, in cui abbiamo consumato in poche ore il 30% del fabbisogno mensile di carne di una piccola nazione.

Superato un vago senso di claustrofobia da mancanza di città e di mezzi di trasporto per raggiungerla, mi sono goduta la campagna. Albe spettacolari, in particolare. La cosa che mi divertiva di più era certamente camminare lungo il bordo del piccolo canale, godendomi la rapida successione di tuffi di ranocchie che si lanciavano nell’acqua al mio passaggio.

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Quanto alla compagnia, in parte diversa dagli anni precedenti, aveva certamente degli aspetti piacevoli e bizzarri il giusto (qui vi fate un’idea dell’andamento dei lavori). Menzione speciale per i tedeschi, che hanno in più occasioni rivelato una solida formazione musicale che spaziava dalle fughe di Bach alle citazioni del rock anni ’70, fino a toccare i musical e culminare nel valzer. “Per forza lo sappiamo ballare, è il primo ballo a ogni matrimonio!”, si è giustificato un insospettabile gesuita di stanza a Stoccolma, che ha realizzato un sogno che credevo irrealizzabile: farmi volteggiare per la sala, dandomi persino l’illusione di essere leggera. Che classe.

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