E ora?


“E quindi ora che succede? What’s next?”, chiedeva ieri sera una delle mie studentesse americane mentre io, approfittando di dieci minuti di pausa da me stessa concessi, cercavo di sbirciare i siti online per capire se il presidente del Consiglio del mio Paese fosse fosse anche formalmente dimissionario, dopo esserlo diventato mediaticamente una manciata di ore prima, in diretta tv.

Cosa succederà non saprei, ma certamente so cosa è successo ieri: per la prima volta dopo molto tempo sui social si è veramente litigato per motivi politici, diciamo così, e non solo tra schieramenti da sempre opposti su canali già battuti e percorsi, ma anche tra gruppi di amici, in famiglia, tra persone abituate a sentirsi, più o meno genericamente dalla stessa parte. Era prevedibile e, in qualche modo, potenzialmente positivo. Intendiamoci, il conflitto resta al 90% dietro una tastiera (Nizam, che votava la prima volta, era piuttosto deluso che ai nostri seggi nessuno urli, nessuno venga alle mani, nessuno minacci di prendere l’avversario a bastonate nel bel mezzo di una votazione: ma lui è abituato a tutt’altri standard) e certe volte è puerile, preconcetto e francamente fastidioso. Un numero preoccupante di sostenitori del sì non ha esitato un attimo a scagliarsi contro la larga maggioranza di italiani che ha fatto la scelta opposta, lanciando accuse di diverso genere ma che si potrebbero riassumere con il solito “siete idioti/non avete capito” a cui i nostri stessi politici ci hanno abituato in questi decenni di slogan da stadio di infimo livello.

Io tendo a pensare che al momento lo scenario sia molto più complesso di così. Non credo che l’Italia si divida in una pur cospicua minoranza di intelligenti interpreti della res publica e una maggioranza di stupidi caduti nella rete dei populisti cattivi. Mi pare che raccontare l’Italia così sia contribuire a costruire una profezia destinata poi, fatalmente, ad avverarsi. Certo, la complessità in politica non è necessariamente una bella notizia, anzi. Però, come sempre nella vita, è in sé interessante e potenzialmente sorprendente.

“Che alternative ci sono?”, mi dicono gli amici che hanno votato sì e non hanno perso, neanche temporaneamente, la capacità di scambiarsi civilmente delle opinioni. Ecco, il punto è esattamente questo. Al momento probabilmente nessuna. La scelta, se si andasse a votare oggi, sarebbe francamente tra il peggio e il molto molto peggio. Però sono anche convinto che una parte non irrilevante della popolazione ambirebbe seriamente se non al meglio (un meglio condiviso da molti è difficile da trovare e concordo che oggi fissarsi su un meglio duro e puro probabilmente è una velleità che non aiuterebbe il nostro Paese) almeno al molto meno peggio. Credo che la chiave di questa valutazione qualitativa dovrebbe essere la questione ad oggi più urgente (almeno secondo l’Istat), che proporrei di definire giustizia sociale.

La società assicura la giustizia sociale allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La giustizia sociale è connessa con il bene comune e con l’esercizio dell’autorità […]. Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona in ragione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato. L’eguale dignità delle persone richiede che si giunga ad una condizione più umana e giusta della vita. Infatti le troppe disuguaglianze economiche e sociali, tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale ed internazionale.

Qualcuno  ha anche declinato alcune delle condizioni necessarie alla realizzazione della giustizia sociale: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti”. No, lo so che state pensando. Questi non possono e non potranno essere i “4 punti per l’Italia di domani” che qualunque partito e movimento si sta già preparando a stampare su brochure con grafica accattivante e colori vivaci. La giustizia sociale è una visione, quella visione che nella politica sembra ormai sostituita tristemente dalle liste di cose da fare (che incidentalmente nulla dicono su perché e come quelle cose verrebbero fatte).

Ricordate che qualche anni fa vi ho parlato di questo libro? Concordo molto con quello che allora diceva il suo autore: quello che davvero ci manca e che è assolutamente urgente costruire è la capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte condiviso.

Si riuscirà in questo momento confuso a trovare chi, con spirito di servizio, si metta a costruire una alternativa credibile, non frettolosa e non limitata a un maldestro tentativo di cambiare l’etichetta a qualcos’altro? Il che non vuol dire, badate bene, che bisogna rottamare necessariamente quello che c’è. Ma senza una trasparenza su dove (davvero) si sta puntando lo sguardo dubito che si riesca a ricostruire la fiducia necessaria a sostenere un progetto politico.

Cose che ora so di Brescia


Una rapida trasferta, con la testa un po’ affollata di pensieri, preoccupazioni, cose sospese. Confesso che alla fine io Brescia, nel vuoto grigio dello studio scolastico della geografia, non la collocavo neanche tanto. Tre anni fa il primo friendsurfing  mi aveva almeno consentito di ancorarla in qualche modo a Salò e questo mi ha risparmiato ieri alcune pessime figure, che avrebbero dimostrato inequivocabilmente la mia ignoranza storica oltre a quella geografica.

Riassumendo prima di stramazzare, mi annoto le cose apprese:

  1. Brescia ha un centro storico bellissimo, ma proprio bello bello, di quelli che ti riconcilia con l’Italia monumentale. Ideale per passeggiarci con un’amica incontrata finalmente vis-à-vis.
  2. A Brescia e dintorni l’inquinamento è una cosa seria: http://www.ambientebrescia.it/CaffaroRepubblica.pdf
  3. Le valli vicino a Brescia sono posti assai particolari, per vita sociale e folklore, dove si lavora molto, si guadagna (ancora) tanto, si producono alcuni prodotti che si vendono bene un po’ ovunque e sempre (anche posate, ma soprattutto armi).
  4. Tutto questo però si concilia in qualche modo anche con l’indefessa attività di alcuni altrettanto alacri sognatori: c’è chi sogna un  museo bellissimo (e raccontandotelo anche solo per cenni riesce a farti venir voglia di visitarlo, quando ci sarà), c’è chi sogna la pace e un mondo più giusto.
  5. A Brescia c’è almeno un posto dove si mangia da Dio, curati e coccolati da un vero cuoco (che spesso e volentieri cucina per una vecchia gloria del calcio che, contrariamente a ciò che credevo ingenuamente io, non solo non è vegetariano ma si diletta a procacciarsi da sé la non-verdura di cui è ghiotto).

Una trasferta che valeva la pena di fare, pur nei tempi risicati. Grazie a chi l’ha provocata!

Idrovore e piante pioniere


Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

Ciaspole


Vi ho già raccontato qualche mese fa il nostro primo weekend con la Giovane Montagna. Fatti arditi da quell’esperienza e da due o tre escursioni ulteriori, qualche settimana fa ci siamo lanciate addirittura in un weekend sulla Majella, comprensivo di ciaspolata.

Dovete sapere che per me la neve è un’esperienza davvero esotica. Non ho mai fatto una settimana bianca, non so sciare e le mie episodiche sortite domenicali risalivano al tempo delle elementari. Ero del tutto priva di equipaggiamento, nonché della capacità di prevedere cosa potesse servirci. Lo stesso termine ciaspola mi era estraneo. Nelle settimane precedenti all’uscita e, in particolare, negli ultimi giorni, l’agitazione e l’ansia crescevano. Alla fine ho rimediato tutto. Non perfetto e non di meno con qualche spesa imprevista (le ciaspole viola per Meryem, di cui siamo orgogliosi proprietari), ma ce la siamo cavata.

Sono sempre più convinta che queste uscite in gruppo siano molto adatte a noi, in questa fase. Ci danno l’occasione di scoprire posti che non conosciamo, appoggiandoci allesperienza di persone del posto (in questo caso la cooperativa Majambiente, che vi raccomando caldamente per competenza, simpatia e cura del dettaglio) e facendoci contagiare dall’entusiasmo di chi li ama (sentire Eugenio parlare del “nostro Appennino” con un orgoglio schivo e privo di retorica mi ha commosso, lo confesso. Mi sono scoperta una certa qual invidia delle radici). Permettono a Meryem, figlia unica, di sperimentare i ritmi condivisi e allenare lo spirito di adattamento necessario a viaggiare e vivere con gli altri. Permettono a me di godermi il bello della natura e dell’arte in compagnia di altri adulti, che tra l’altro spesso e volentieri si improvvisano nonni di adozione per la Guerrigliera.

Di questo fine settimana in Majella mi è rimasto nel cuore il bivacco, con il fuoco acceso per aspettarci. Credo che un simbolo più efficace dell’accoglienza e dell’ospitalità non potrei immaginarlo. Non un punto di ristoro professionale, con tutti i confort dei rifugi alpini. Piuttosto un posto essenziale, che per essere pronto richiede sforzo, impegno, fatica da parte di chi deve affrettare il passo, con le vettovaglie in spalla, per essere lì in tempo. Mentre scendevamo scivolando per la via più breve, sotto la pioggia che alla fine è arrivata, con la sagoma di mia figlia in lontananza accanto agli altri bambini, pensavo che l’ospitalità la fanno le persone e non il posto fisico.

Ripensando alle radici, non credo che arriverò mai a rammaricarmi di appartenere a una metropoli che, proprio in quanto tale, è di nessuno e di ciascuno allo stesso tempo. Ma con tutto ciò credo l’amore per una montagna, un torrente, una valle, un bosco – condiviso con un manipolo e non con milioni di altri esseri umani – possa essere una ricchezza per lo spirito che è bello respirare nella vita degli altri. Grazie a chi ci ha permesso generosamente di farlo.

Documento


Lo so che non dovrei. Che queste cose vanno ignorate, dimenticate al più presto, mai citate. Ma oggi un quotidiano del mio Paese pubblica un articolo intitolato “Male Nostrum” in cui si afferma, tra l’altro:

All`opposto, secondo un principio di legittimo interesse nazionale e di salvaguardia legalitaria, esiste la possibilità di una chiusura ermetica che riduca i costi materiali diretti e abbandoni ad altri – a cominciare dai responsabili delle ondate migratorie africane, e cioè i terroristi islamici, per poi toccare i loro distratti metronomi occidentali – la responsabilità indiretta dei costi umani. In poche parole – ripetersi è sempre meglio che dissimulare – l`alternativa non è cambiata, se vogliamo difenderci dalle vittime e dai sensi di colpa dobbiamo scegliere tra un`apertura indiscriminata delle frontiere euro-mediterranee (fornendo documenti a chiunque) e una forma spietata di autodifesa, meglio se aggressiva fino ai limiti dello sconfinamento in acque straniere. La linea mediana, si chiami Mare nostrum o no, ha dimostrato di non funzionare.

Soprassediamo (ma perché, poi?) sul fatto che dare accesso al diritto d’asilo non significa fornire documenti a chiunque. Pensiamo solo a come stiamo definendo la strage quotidiana di famiglie innocenti: “costi umani”, di cui noi abbandoneremmo anche la “responsabilità indiretta”, ricorrendo a un’ipotetica “chiusura ermetica” (del Mediterraneo? Ammesso che si possa anche solo provarci, costerebbe uno sproposito quasi incalcolabile, altro che riduzione dei “costi materiali diretti”).

Possibile che pubblicare idiozie infondate e immorali come questa sia legale? Io credo che questo abbia tutti i requisiti per diventare un documento sui libri di storia. La nostra storia. Una storia di barbarie sconfinata.

P.S. L’autore di queste parole (forse in un barlume di autoconsapevolezza o di pudore?) non si firma. L’articolo è attribuito all’intera Redazione.

Noi chi?


“A Roma non abbiamo più niente, hanno tutto loro”. Un commento di una sconosciuta, nulla a cui dare particolare rilievo. “Loro” nel contesto erano i rom. Potevano essere gli immigrati, i musulmani o, perché no, gli ebrei. Non riesco a fare a meno di notare che uscite del genere sembrano moltiplicarsi. Noi, loro. Mi torna alla mente la voce pacata di Antoine Courban, due sere fa. Il professore di Beirut parlava dei cristiani in Medio Oriente, ponendo un problema di identità: identità individuale o collettiva, magari eco di una realtà esterna? La tentazione storica di consuderarsi (per timore) non cittadini, ma minoranza, millet. Un “loro”, per quanto privilegiato, che infatti prima o poi vedrà comparire un difensore esterno, non disinteressato, come ha efficacemente raccontato Lorenzo Trombetta. Quanti finti drammi epistemologici ci ponevamo, da giovani orientalisti. Credevamo sinceramente che quella intellettuale fosse la violenza più grande che noi, eredi del colonialismo, facevamo a quelle terre. Non conoscevamo se non confusamente le vittime odierne.
Noi, loro. Si è parlato della disgregazione degli imperi, degli stati nazionali, persino delle singole vallate e dei villaggi, l’altra sera. Quando le differenze appaiono improvvisamente come ostacoli insormontabili alla reciproca fiducia. Lo raccontava bene un leader indù della comunità bengalese che abbiamo intervistato a Tor Pignattara: da ragazzi, con i connazionali musulmani, ci si frequentava. Ora no, sarebbe inconcepibile. “C’è stato l’11 settembre e loro sono diventati fondamentalisti”, semplifica lui. Insomma, sono successe altrove cose fatte da altri. E due ragazzi non sono andati più in discoteca insieme e oggi due uomini e due comunità si evitano “perché io li conosco, queli là”. Ancora una volta: siamo noi o siamo eco di realtà esterne alla nostra vita e alla nostra esperienza?
L’ho scritto nel post precedente: questo meccanismo per cui un vicino, un collega, un amico diventa un “loro” da evitare o persino da denunciare dovrebbe esserci familiare, grazie a tanti celebrati film e romanzi. Così come quello per cui una persona può diventare illegale con la sua sola esistenza in un luogo. “Se ne tornino a casa loro”. O ci restino. O se proprio non possono, se ne vadano a casa di qualcun altro, “loro”.
Apro una parentesi. Si dibatte del presunto riscatto pagato per la liberazione delle cooperanti italiane in Siria. Persino le menti più aperte si dolgono perché quei soldi, i nostri soldi, potrebbero essere utilizzati (ammesso che esistano) per uccidere altri uomini. Mi viene spontaneo precisare che nei budget dei nostri Stati, annualmente, sono stanziati molti più soldi per uccidere alle frontiere d’Europa e oltre, direttamente e indirettamente. Immagino che chi fa i conti sull’eventuale uso poco etico delle risorse ne tenga conto e si indigni in proporzione venti volte di più. O forse quelle vittime, per lo più ignote, non hanno lo stesso valore delle potenziali vittime nostre del terrorismo? Forse i morti alla frontiera hanno il torto di essere “loro”.
Sempre per restare all’attualità, arrivo a Papa Francesco. No, oggi non è il pugno a interessarmi. Penso invece alla sua vivida descrizione della convivenza e convivialità delle religioni in Sri Lanka. L’ho già scritto una volta qui nel blog: certe volte ci scopriamo vicini di casa e cambia tutto. Diventiamo io e te, non noi e loro. “Noi cristiani, noi musulmani”, spiegava ieri Felix Koerner alla Gregoriana “siamo in pellergrinaggio”. Non c’è noi e loro perché tutti siamo ugualmente stranieri in una terra non nostra. Nessuna terra è nostra, ce lo ricordano di continuo tutte le scienze umane e non solo la Bibbia.
Quando un uomo si specchia nel suo vicino sono sempre successe cose meravigliose: rivoluzioni, gesti eroici, epoche nuove. Non sarà per questo che tutto pare concorrere a riportare alla ribalta un noi contro un loro, o forse tanti noi, sempre più impauriti e arrabbiati, contro tanti loro oscuri, vagamente caratterizzati, che si fondono l’ uno nell’altro? Non sarà puro e semplice timore della trasformazione stupefacente che potrebbero fare milioni di vicini di casa se si guardassero direttamente negli occhi? Isolare, sigillare, creare muri, mettere distanza. Per sicurezza. Questo pare la priorità dei potenti del mondo, che non badano a spese. E quando la barriera non è, o non è ancora, fisica si coltiva la paura di “loro”. Cercandolo con tenacia un nemico prima o poi si decide a essere tale.

Rifugiati: quando ci sfugge l’essenziale


È incredibile che all’arrivo di queste persone, donne e bambini, ragazzi, non sia prevista la distribuzione di acqua, cui hanno provveduto dei volontari. 

Padre Giovanni è da molti anni il presidente del Centro Astalli, l’associazione per cui lavoro. Chi lo segue su twitter sa che non è un burocrate. Incontra e ascolta rifugiati ogni giorno, è costantemente presente nei servizi di prima accoglienza e spesso e volentieri anche negli edifici occupati e in tutti quei luoghi poco comodi e talora indegni in cui si svolge la quotidianità di queste persone.

Ieri sera era a Lampedusa, per l’anniversario della visita di papa Francesco che ricorre oggi. Nella giornata di ieri sull’isola sono sbarcate oltre 300 persone. Lui è andato sul molo e ha notato una banalità: nella macchina della prima assistenza alcune cose non sono previste. Ad esempio, dare un bicchier d’acqua a chi arriva e deve attendere sul molo. Dare la possibilità di fare una telefonata a dei ragazzi che vorrebbero informare le loro famiglie che sono sopravvissuti al deserto e al mare.

Il lavoro delle forze dell’ordine e di tutti gli enti coinvolti in Sicilia è certamente ingente. Mi resta però il dubbio che certe volte ci sfugga l’essenziale.

Se io fossi una di quelle persone sbarcate a Lampedusa, se venissi – nella migliore delle ipotesi – da 24 ore di traversata in condizioni disumane per tacere di tutto il resto, cosa desidererei per prima cosa? Forse un bicchiere d’acqua e un sorriso.

Magari può suonare semplicistico. Anche tutto il resto è necessario e doveroso e andrebbe fatto con responsabilità e solerzia anche maggiore. Ma se non si parte da questi primi ineludibili gesti (non semplici, evidentemente, sia per le quantità che per le condizioni oggettive) si finisce per tentare di gestire le persone come se fossero colli da immagazzinare. Se pure fosse una gestione efficiente (e purtroppo spesso non lo è), sarebbe una gestione disumana.