Rifugiati: quando ci sfugge l’essenziale

È incredibile che all’arrivo di queste persone, donne e bambini, ragazzi, non sia prevista la distribuzione di acqua, cui hanno provveduto dei volontari. 

Padre Giovanni è da molti anni il presidente del Centro Astalli, l’associazione per cui lavoro. Chi lo segue su twitter sa che non è un burocrate. Incontra e ascolta rifugiati ogni giorno, è costantemente presente nei servizi di prima accoglienza e spesso e volentieri anche negli edifici occupati e in tutti quei luoghi poco comodi e talora indegni in cui si svolge la quotidianità di queste persone.

Ieri sera era a Lampedusa, per l’anniversario della visita di papa Francesco che ricorre oggi. Nella giornata di ieri sull’isola sono sbarcate oltre 300 persone. Lui è andato sul molo e ha notato una banalità: nella macchina della prima assistenza alcune cose non sono previste. Ad esempio, dare un bicchier d’acqua a chi arriva e deve attendere sul molo. Dare la possibilità di fare una telefonata a dei ragazzi che vorrebbero informare le loro famiglie che sono sopravvissuti al deserto e al mare.

Il lavoro delle forze dell’ordine e di tutti gli enti coinvolti in Sicilia è certamente ingente. Mi resta però il dubbio che certe volte ci sfugga l’essenziale.

Se io fossi una di quelle persone sbarcate a Lampedusa, se venissi – nella migliore delle ipotesi – da 24 ore di traversata in condizioni disumane per tacere di tutto il resto, cosa desidererei per prima cosa? Forse un bicchiere d’acqua e un sorriso.

Magari può suonare semplicistico. Anche tutto il resto è necessario e doveroso e andrebbe fatto con responsabilità e solerzia anche maggiore. Ma se non si parte da questi primi ineludibili gesti (non semplici, evidentemente, sia per le quantità che per le condizioni oggettive) si finisce per tentare di gestire le persone come se fossero colli da immagazzinare. Se pure fosse una gestione efficiente (e purtroppo spesso non lo è), sarebbe una gestione disumana.

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