La prima notte in tenda

Non ricordo esattamente quanti anni avessi. Direi 8 o 9. So solo che desideravo follemente una vacanza in campeggio. Ma non potevo averla, di fatto. Le vacanze con i miei genitori hanno sempre seguito dei binari piuttosto fissi, ai limiti dell’immutabilità. In quella fase della mia vita la vacanza era a Reggio Calabria, nella casa lasciata vuota dai miei cugini che andavano, appunto, in campeggio. E che campeggio. Il camping Helios, luogo ammantato di fascino irresistibile, dove solitamente ci spingevamo una o due volte, in giornata, durante tutta la nostra permanenza. Non Saline, non Lazzaro. Il camping Helios era più in là, non lontano da casa di Zia Maria, dove la costa ionica era ionica davvero. In quelle rare spedizioni si univa a volte anche lei e si portava dietro grandi pentole di pasta e ceci. Pasta di casa, fatta a mano.

Gli agosti a Reggio Calabria erano fatti di mare in mattinata e di interminabili pomeriggi nella penombra afosa delle stanze. Leggevo e rileggevo gli stessi libri. Ricordo vividamente Il gran sole di Hirosima. Quando si dice la noia creativa. Potenzialmente sarei potuta diventare un’artista. E invece no.

Pensavo ai miei cugini in campeggio e sospiravo. Pensavo a mio zio, che nel suo amore travolgente per la cultura grecanica e le radici bizantine, era promotore instancabile di attività a sfondo pseudoculturale, che avevano immancabili esiti comici. Lui non raccontava aneddoti, li produceva. A getto continuo.

Al camping Helios i villeggianti, gli stessi da anni, organizzavano le olimpiadi sulla spiaggia per tutti i bambini presenti: salto in lungo, salto in alto, 100 m, corsa a ostacoli… In più il campeggio una volta l’anno coinvolgeva tutti in una faraonica caccia al tesoro: ciascuna delle squadre iscritte doveva recapitare in segreteria, il più rapidamente possibile, una lista di oggetti stabilita dalla direzione. Ricordo, fra tutti, una bandiera dell’Italia (qualcuno arrivò a farsene prestare una da un noto bar sul lungomare, mentre noi barammo cercando invano di farci convalidare un triste gagliardetto di tela con scritto sopra “Subiaco”, spuntato da chissà quale bagagliaio) e una scarpa numero 45 (un ignaro tedesco in vacanza si vide sparire in pochi minuti tutte le sue calzature lasciate davanti alla tenda).

In una di quelle estati mio padre, chissà perché, decise inaspettatamente di realizzare, sia pur parzialmente, il mio sogno. Avremmo dormito, solo io e lui, una notte al camping Helios. E non una notte qualsiasi: la notte di san Lorenzo, il 10 di agosto, in modo da poter festeggiare al capeggio il mio onomastico, il giorno successivo. Di quell’esperienza ricordo solo alcuni flash. A differenza di molte altre occasioni della mia vita, mia sorella Marina non c’era e quindi non ha poi codificato in narrazioni gustose – poi ripetute all’infinito da tutti noi per decenni, con l’aggiunta o la modifica di particolari a piacere – quello che è accaduto in quelle 48 ore.

Ricordo la notte sulla spiaggia, l’immensa limpidezza del cielo scintillante di stelle. Mio zio che mi indicava il carro e la stella polare, spiegandomi che le stelle sono sempre là, ma le nostre luci eccessive in città le nascondono. Quelle parole mi sarebbero tornate in mente tantissimi anni dopo, in Sicilia, immersa in una campagna illuminata da altrettanto travolgente e inatteso splendore.

Ricordo i regali del giorno dopo, soprattutto un sommergibile complicatissimo da montare e che alla fine si è rivelato privo di un pezzo, piccolo ma essenziale. Mio zio, autore dell’acquisto, tornò al negozio e lo sostituì con un modellino di aereo, che per volare doveva essere caricato facendo compiere 300 giri all’elica.

Ma una scena è rimasta indissolubilmente legata a quel soggiorno specialissimo. Avevo imparato a immergermi (a “fare le calate”, come dicevano i miei cugini) e ho pensato allora, al tramonto, di fare uno scherzo a mio padre. Eravamo soli in spiaggia. Io ero rimasta in acqua, lui si era rivestito, con i suoi pantaloni lunghi, la canottiera e la camicia, un abbigliamento formale a cui non riusciva a rinunciare nemmeno in campeggio, se erano presenti “estranei”. A qual punto ho fatto finta di affogare, immergendomi e iniziando a fare bollicine di aria con la bocca. Lui si è lanciato in acqua vestito, senza neanche togliersi i sandali.

Non scorderò mai quanto fosse sconvolto. Restammo lì, nell’acqua tinta dal rosso del sole che tramontava, e lui non aveva nemmeno la forza di rimproverarmi. Ci dicemmo qualcosa, che ricordo confusamente. Lui per la prima e forse unica volta mi parlò esplicitamente della paura della morte. Aveva da poco perso suo fratello, più giovane di lui, da cui era stato per anni diviso da rancori che nessuno dei due era mai riuscito a superare e di cui io non so nulla di preciso neanche oggi. Io mi sentivo piccolissima, stupida, colpevole.

Non ricordo come uscimmo dall’acqua, se e come giustificammo i vestiti zuppi di mio padre. Non ricordo altro che quel fermo immagine lunghissimo, mentre il sole spariva veloce e l’acqua diventava nera di buio.

 

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