Mio padre e i tre porcellini


Un paio di settimane fa, cercando materiali utili a una giovane dottoranda tra le carte di mio padre, ho trovato un suo scritto che rende benissimo quello speciale tipo di scherzi letterari che a casa mia erano pane quotidiano e in cui lui in particolare eccelleva. Da piccola, pur non comprendendo pienamente tutti i riferimenti, questi standard mi parevano del tutto normali. Il che spiega molte cose, temo…

Il foglio, dattiloscritto, è titolato a penna blu in calligrafia falsamente infantile. (Sospetto che il titolo potesse essere un tema reale assegnato a qualcuna delle mie sorelle: è datato 16 giugno 1986).

Tema: Illustrate un’opera classica che vi ha colpito e spiegate perché

Componimento

Santola Màrica, quando avevo sei o sette anni, mi regalò un album illustrato che, allora, era pubblicazione da famiglie borghesi, intellettuali, cittadine e benestanti ed oggi ha un notevole valore di affezione in quanto deve essere una delle prime edizioni italiane a colori dei disegni di Walt Disney. Era la storia dei tre Porcellini. Se ancora ricordo contenuto e figure, fra le migliaia e migliaia di libri letti e visti, se i suoi personaggi e la loro Weltanschauung la vincono ancora nei miei ricordi come massime di comportamenti attuali e saggie, vuol dire che fui molto lusingato, fiero, colpito da quel dono. Oppure che nella storia, genialmente proposta alla società americana degli anni trenta da un socialista umanitario, come De Amicis o Charlie Chaplin, quale fu il geniale inventore dei cartoni animati animalesco-umani, v’era un significato ricco di secolare esperienza umana. Fatto sta che me lo ricordo ancora e che mi piace identificarmi, per le scelte difficili e paganti della mia vita, nel porcellino saggio: il più maturo e lungimirante dei tre.

L’identificazione psicologica nasce, mi sono detto tante volte, da un contrasto. Istintivamente mi era congeniale l’allegra ed immediata spontaneità scioperata del primo porcellino. Anteporre alla propensione al canto e alla socievolezza senza remore il dovere molesto di pensare a dove rincasare mi è sempre sembrato reazione di vecchi notai, come il Pepli Grusovin, avaro collezionista senza figli di francobolli, di professione notaio pieno di soldi, che centellinava persino i saluti per strada ed aveva una moglie di età indefinibile che sembrava imbalsamata con una carica meccanica che la facesse muovere in sorrisi stereotipi. Neppure il secondo porcellino mi stava antipatico, almeno fino a non avere letto la fine lieta e drammatica del racconto. La sua inclinazione a sbrigarsi nel fare, per convenzione più che per convinzione, le cose che si fanno, la sua moralità superficiale per non farsi passare per stravagante e insieme non impegnare troppo del proprio desiderio di allegria e socievolezza apprezzata, mi piaceva. Un po’ di impegno, per la casa di rami, solleticava una vena o geniaccio manuale ed ingegneristico, senza costringere ad una regola di lavoro senza respiro per gli accostamenti e le soluzioni della fantasia, con qualche precario risultato estetico e con la previsione di avere comunque un riparo medio, come tutti gli altri maiali del mondo. Entrambi i due primi porcelli col codino arricciato ed il berrettino alla marinara, come il mio e quello uguale di mio fratello Mundi, mi piacevano ed attiravano infine in una elementare solidarietà per la loro genuina allegria e la loro spavalda sicurezza. Chi ha paura del lupo cattivo? Lo vogliamo pigliare vivo! Non gli avrebbero naturalmente fatto alcun male. Ridevano ballando e cantando di lui e del suo spauracchio che aveva atterrito generazioni di porcelli, loro imbelli e grassi progenitori.

Il meno simpatico dei tre mi pareva proprio il terzo maialino: previdente, apparentemente asociale e calcolatore per il suo tornaconto, un po’ fifone come la stirpe dei maiali, destinati, dopo tutto il loro preoccuparsi del cibo e della quiete, a diventare prosciutti con fine sanguinolenta e ingloriosa. Barba Toni, che uomo mite e buono lasciò in eredità al figlio Ado, semplice, sentimentale, il mestiere truce di “purzitèr”, mi aveva quasi obbligato a constatare con angoscia questo destino dei suini. Ragione di più per solidarizzare con la malinconica e intensa allegria umanistica dei primi due.

Eppure come mio modello sociale scelsi il terzo. Solo lui, compresi a fatica, era un realista e non sacrificava a fallaci illusioni la gioia di vivere e di cantare, con adesione di razza e di sangue, insieme ai suoi fratellini spensierati. Solo lui non sottovalutava la tradizione del popolo maialesco, che nell’inconscio e nella memoria generazionale aveva giusta paura del più forte lupo. Solo lui, di fronte alla fatica e ai dileggi di incomprensione dei fratelli, metteva su, mattone su mattone, la sua casa. Rifugiati intorno al caminetto, in una gioia più raccolta ed intensa di quella esteriore, i due fratelli dovettero riconoscerlo quando furono messi in salvo dalla sua previdenza suina e dalla sua tenacia, apparentemente egoistica e solitaria. Aveva un bel soffiare il lupo, con la rabbia che il mattone e la muratura resistevano meglio delle frasche e ei rami dei “camping”! Ma quello che più mi divertiva era lo strategico paiolo messo freddamente a bollire, prevedendo le mosse del lupo, così da farlo uscire urlante dal nero camino in cui a ritroso s’era improvvidamente calato con smania incontenibile di cotolette. La figura del sedere rosso e spelacchiato del lupo nero dai peli ritti, ululante per la foresta in una lunga fuga delusa, mi confortava nella mia razionale ammirazione per il terzo porcello, che mi sembrava anche affettivamente il più ricco. Ho un solo rimpianto, ad oltre mezzo secolo d’età. Temo di non avere saputo costruire una casa di mattoni ed il soffitto rigato della stanza da pranzo mi angoscia in questo timore.

Reperti familiari – la ricetta dello strudel


Una disordinata e disorganizzata come me trova molto aiuto e conforto in due strumenti del web: i ricordi di Facebook, che mi fanno tornare alla mente e ricollocano nel tempo cose che altrimenti vagherebbero a caso nella memoria e l’archivio di Gmail, che conserva fedelmente parole, messaggi e documenti che non avrei alcuna speranza di non aver buttato, se fossero cartacei.

Oggi cercavo una cosa che ancora non ho trovato in questo secondo archivio smaterializzato, ma ne ho trovata un’altra che invece mi rammaricavo molto di aver perso. La ricetta dello strudel di mio padre, dettata quasi parola per parola dalla sua voce, non ricordo più in che occasione. Mi ricordo che ci eravamo messi sbracati sul lettone dei miei, con lui che declamava e io che prendevo appunti.

Ed eccola qui, ripescata dal baule virtuale in cui era sprofondata, tutta per voi (e per me), ben condita di lessico famigliare. L’analisi di alcune espressioni richiederebbe un apparato critico che vi risparmio. Vi basti sapere che l’anafora del “tramite…” è una citazione di Vanna Marchi e del suo proverbiale “tramite vasca da bagno”.

STRUDEL ( alias STRUCCOLO)
Miscia miscia finché viene tutto amalgamato e sshh…sshh (onomatopeico). Dopo di che riposa (la pasta) un po’. Spelansi pomi (da 5 a 7, secondo grandezza). Affettansi gli stessi tramite tavoletta lamata (ghigliottina per patate fritte). Tagliansi in due pezzi omogenei la pasta e spianasi mettendosi farina sul coso che non si ‘ttacchi. Nel frattempo in teglia cospicuamente burrevole si imbrunisce pane grattugiato (sul fuoco) in congrua quantità. Inizia l’opera.

Sulla prima spianata, tramite cucchiaio di legno, spargesi qua e là in modo omogeneo il pan grattugiato brunito, indi seminasi fette pomicine in spessore distribuito. Sul tutto pinoli a pioggia, zibibbi a pioggia, cannella squamosa sbriciolata ma non troppo, due cucchiai di zucchero. Arrotolare e chiudere mentre pezzi di ripieno sbottano qua e là dalla pasta. Non perdersi d’animo perché, se si comincia a stuccare, il rotolo si sbrega completamente e devesi passare senz’altro al secondo. Dicesi qui per smemoratezza che sotto la pasta era stato d’uopo mettere un canovaccio (vulgo: asciugamano) di lino pulito, onde contenere lo struccolo intiero con buone speranze. Contemporaneamente, o in immediata successione temporale strofinare fianchi e fondo della teglia culinaria tramite burro; inserirvi congruo pane grattugiato e remenare la teglia in su e in giù di modo che aderisca al burro. Mangiare rapidamente il pane grattugiato superfluo non aderente alla teglia. Con mossa destra, lasciando integro, se riesce, il corpo pitonesco dello struccolo, arroncigliarlo a cornetto nelle due estremità. Ripetere l’intera operazione con la sfoglia n.2, non disperando di riuscire almeno con questa. In caso propizio troveremosi di fronte a teglia burrata, pan grattugiata ed empia di due struccoli in senso contrapposto e speculare come due gemelli. Romperemo due uova onde ricavarne in apposita scodella il tuorlo giallo che, tramite polpastrello dell’indice destro (salvo il caso di cuoco mancino) si spalmerà opportunamente sul dorso esteriore dei due struccoli, allo scopo di farli dorati ( o neri del tutto per eccesso di cottura dell’insieme). Però in tal caso non ci sarà alcun danno per la doratura, dato che l’intero dolciume sarà carbonizzato.

Il cumulo delle memorie


“Le storie tramandate da una generazione all’altra influiscono sul nostro comportamento… L’idea è che i ricordi traumatici continuino a vivere nella generazione successiva… e che tali ricordi ereditari – frammenti traumatici di eventi – si sottraggano a una ricostruzione coerente”. Questo brano, citato per intero in una recensione, mi ha spinto a comprare e leggere in meno di 24 ore “Voglio sappiate che ci siamo ancora” di Esther Safran Foer.

Io non credo che ai miei antenati importi di sapere se io ci sono. Però oggi mi è molto chiaro che io ho bisogno di cercare all’indietro e di provare a colmare qualcuno dei silenzi in cui mi pare sparita la storia della mia famiglia. Io voglio sapere che loro c’erano. Che anche io ho dei nonni, persino dei bisnonni.

Ci giro intorno da qualche anno. Ma sempre più realizzo che è urgente per me dipanare qualcosa di questo cumulo di memorie che ignoro, ma di cui in qualche modo mi sento partecipe e responsabile. Procedo a tentoni.

Forse mi pare solo di procedere e in realtà sono ferma nello stesso punto. Non fa molta differenza. Voglio arrivare comunque a dare un senso, anche inventato. Non ambisco alla storia, ma almeno al minimo sindacale di memoria e di giustizia. Sì, giustizia. Perché non riesco a liberarmi da un confuso ma intenso senso di ingiustizia subìta, non direttamente da me, ma da chi è venuto prima.

Non so nulla di Trieste, Cormòns, Gorizia nella prima metà del ‘900. Non so nulla o quasi di una famiglia i cui cognomi e nomi sono scritti con una grafia diversa in ogni documento in cui mi imbatto. È complicato. Forse lo è sempre, forse lo è per tutti. Ma a volte un po’ più della media.

Scimmi-otto


Mio padre mi proponeva spesso un giochino che era una specie di tormentone, uno strazio e un divertimento allo stesso tempo. Lui iniziava dicendo: “Scimmi-uno” e io dovevo rispondere “scimmi-due”. Si andava avanti così finché io non dicevo “scimmi-otto” e lui a quel punto chiosava “…che sei tu!”. Suona abbastanza idiota a scriverlo e vi assicuro che lo è abbastanza anche a farlo. Eppure siamo andati avanti per anni.

Mi tornava in mente questo giochino perché davvero mi rendo conto che Meryem è una scimmietta, imita posture e espressioni con una rapidità disarmante. Sabato pomeriggio la vedevo a Villa Pamphili, mentre aspettava il suo turno per colpire la pignatta: mani dietro la schiena, una mano pogiata sul gomito e le spalle un po’ curve (orrore!), con la posa inconfondibile che aveva mio padre e di conseguenza ho anche io. Il papà di un amichetta di Meryem, amico di vecchia data dei miei cugini, mi ha confermato: “Sì, me lo ricordo tuo padre in quella posizione, insieme a tuo zio. Era proprio quella la postura di tutti e due”.

Sempre più spesso la sento utilizzare le mie frasi, le mie spiegazioni, le mie battute. Tremo sentendola far sue anche le mie ansie, la mio ossessione di fare tardi, i miei sfoghi che vorrei di un istante e che invece, attraverso di lei, hanno vita più lunga di quanto sarebbe auspicabile.

Gli occhi e i lineamenti si avvicinano a quelli del padre, ma la struttura logica delle argomentazioni mi è paurosamente familiare. Ora capisco perché molti genitori, compresi i miei, cercano di non perdere mai il controllo, di riflettere prima di ogni parola davanti ai figli. Mi fa terribilmente paura il pensiero di influenzarla così facilmente.

Ma allo stesso tempo, così come ho pensato ancor prima che nascesse, lei è proprio lei. Non è la copia di nessun altro. Lei che oggi, fierissima della sua camicia turca, inizia la seconda elementare, curiosa di scoprire cosa ci sarà di diverso rispetto alla prima. Buon anno, straordinaria scimmiotta!

Aiuto


Sono giorni convulsi, al lavoro, e se da un lato amo quella sensazione di cervello sovraccarico che mi fa sentire efficiente e viva, dall’altro finisco per essere distratta e nervosa nelle incombenze più quotidiane. Due giorni fa, a metà di una mattinata intensa, decido di prendermi la solita breve pausa caffè. Afferro il telefono e getto un’occhiata distratta al display. Visualizzo il nome di mia madre e l’oggetto del suo messaggio: “Aiuto”.

Mia madre ha compiuto 88 anni. E’ arzilla e relativamente in buona salute, ma la scorsa primavera ha avuto un ricovero d’urgenza. Vive sola. Tutto ciò per dire che mi sono presa un mezzo infarto. Ecco là. mi sono detta, me ne sto qui nel mio bunker assorta in questioni di lavoro e magari lei mi stava chiedendo aiuto un’ora fa, o magari di più. Che razza di persona sono. 

Ancora in preda all’ansia, si comincia però a far strada un barlume di consapevolezza nella mia mente confusa. Sì, ok, ma perché lo visualizzo così? Mica è una chiamata persa. E neppure un sms. Mia madre non usa what’s up. E allora che cos’è? Elementare, Watson. Una mail. Ora: se una persona si sente male all’improvviso, ti pare che si mette a scrivere una mail, tanto più che lei è solita farlo dal computer e non dal cellulare (sì, lei è solita mandarmi mail, molto più assiduamente di molte altre persone che frequento). 

Il livello d’ansia cala un po’, mentre apro il messaggio, che recitava, testualmente:

“Cara Chiara, siccome stiamo per riprendere la lettura della Bibbia, mi sono procurata il testo di Rashi sul Deuteronomio. Soltanto che mi imbatto in termini di cui ho dimenticato il significato esatto. Potresti suggerirmeli? peshat, midrash, aggadah. Grazie. A presto. Mamma”

Ora ditemi, onestamente: come pretendo di avere una vita normale, o addirittura di essere una persona normale? Vi rendete conto, sì, di quale storia familiare ho alle spalle e non solo? E vi prego di notare che mia madre, dei miei genitori, era decisamente la più equilibrata e “ordinaria”.

Friendsurfing, il ritorno


“Ma poi ci scrivi qualcosa su questa esperienza?”, mi ha chiesto uno dei miei molteplici ospiti loro malgrado, ovvero il marito di un’amica che ci ha accolto. Bisognerebbe, sì. Ma non saprei in che forma. Le foto un po’ hanno raccontato, in diretta, queste tre settimane su e giù per la Penisola, zaino in spalla. Col video ci ho provato, ma non è che sia tanto tagliata. 

Restano dunque le parole, ma sarebbe più corretto un racconto collettivo, visto che un’esperienza collettiva è stata. “E chi sei, Wu Ming?”, vi sento già sghignazzare in lontananza. Ma no, dico sul serio. Non sarebbe bello che tutti voi coinvolti a vario titolo aggiungeste a questo post un vostro ricordo, un aneddoto, una descrizione di quel poco o tanto che abbiamo trascorso insieme questa estate? Dài, non fate i timidi. Scrivete pure nei commenti, o per mail, o nei commenti di FB. Io ogni tanto provvederò ad aggiornare.

Comincio io? Ok, comincio.

Spiaggia di Noli, Liguria. Meryem abborda una famigliola i cui bambini giocano sulla sabbia, trascinandosi dietro anche il bambino che ci ospita. Entrambi collaborano fattivamente alla realizzazione di una monumentale piovra di sabbia. Alla fine, quando ce ne andiamo, Meryem ha un ripensamento. Fruga nello zainetto, estrae il borsellino (regalo della sua compagna di stanza in ospedale a Roma, che abbiamo incontrato in Sicilia per un aperitivo in spiaggia), afferra la più grossa delle monete svizzere conservata dalla tappa zurighese e corre a regalarla al pover uomo sconosciuto che aveva diretto i lavori mentre noi madri ce ne stavamo spalmate a prendere l’umido sotto il cielo plumbeo.

Questa è decisamente la prima immagine che mi viene in mente. Continuate voi, adesso!

“Quando ripenso ai giorni vissuti insieme mi rimbomba subito in testa la parola magia. Perché quasi da perfetti sconosciuti abbiamo creato insieme un’atmosfera gradevole, calda e serena per tutto il tempo insieme. Penso a tutte le costruzioni dei bimbi, per cui si sono dati tanto da fare ed hanno da subito lavorato con grande affiatamento insieme, ai pranzi improvvisati, ai luoghi riscoperti che ci hanno lasciati a bocca aperta, al festival del teatro ed ai raggi di sole che non riuscivano a tenerci caldi, ma che mi hanno insegnato che una felpa può tenere al caldo anche tre persone…
I pomeriggi passati al tavolo a mangiare biscotti burrosi, bere caffè e chiacchierare mentre i bimbi “riposavano”.
Mi si dipinge un sorriso sulle labbra per essere stata parte di questa vostra avventura!
E naturalmente… l’immagine più ilare… il segreto inenarrabile che legherà per sempre me, te e le macchinette per i biglietti del tram !!!”

Bruna, Zurigo

 

Ci siamo incrociati velocemente, quanto può andare una Vespa 125, in una calda pausa pranzo, l’ultimo giorno di un viaggio pazzesco che io penso non riuscirò mai a fare. Eppure mi hai regalato un pomeriggio di ferie, che per un veneto polentone è un regalo grande, sempre presi come siamo a pensare di avere tanto da fare. Mi hai regalato 150 km in motoretta, come non facevo da quando ero ragazzo, e mi hai regalato una spadellata di carne al posto dei soliti avanzi, in bella compagnia.
Grazie e a presto. E buon viaggio, qualsiasi significato abbia questo augurio.

Gaetano, Vicenza (incontrato a Verona)

“Ho una roba che devo farti vedere” penso sia stato il momento più sciocco dei due giorni a Torino…. [La mia visita a sorpresa è stata così annunciata a un amico comune che non mi vedeva da…uhm… 12 anni?] Mi spiace per le poche attrazioni [manco tanto poche, eh? Superga, il MAO, il Museo del Cinema…], spero almeno vi siate riposate il giusto, in vista del gran finale….

Felicissimo di aver conosciuto Meryem (non so lei), felicissimo di averti rivista con un po’ di calma. Spero di poter ricambiare a Roma quanto prima.

Bernardo, Torino

Cinque cose da fare a Palermo con i bambini


Siamo in pieno friendsurfing. Io e mia figlia siamo partite per Palermo il 2 agosto e questa sarà solo la prima tappa di una vacanza itinerante di tre settimane, che ci porterà qua e là per la penisola (e anche un pochino oltre). Non credo aggiornerò il blog con regolarità, ci trovate si Instagram e su Twitter (#fiendsurfing #inviaggioconmeryem). Ma dato che questa prima tappa si è rivelata particolarmente azzeccata, non resisto alla tentazione di darvi qualche dritta.

Il mare lo diamo per scontato, vero? Noi ci andiamo la mattina presto, evitando la ressa e il sole troppo forte. Siamo state alla riserva di Capo Gallo, sia dal lato di Barcarello che dall’altra parte del Capo, dopo Mondello. Mare di scogli, tantissimi pesci, accesso al mare a tratti un po’ avventuroso ma nulla che non possa essere affrontato grazie con un paio di scarpette da scoglio e la solidarietà degli altri bagnanti. Ne vale la pena, assolutamente. A Capo Gallo l’accesso al mare si paga (1 euro per i pedoni, 5 euro per la macchina) perché la strada è privata: in compenso si arriva vicino a delle calette che hanno anche della sabbia dentro l’acqua. Un compromesso perfetto. A Barcarello tutto è più selvatico e il bonus è che nei cespugli della riserva si raccolgono succose e abbondanti more. Alle 8 del mattino anche Mondello, spiaggia spiaggiosa per eccellenza, è praticabile. Però per i miei gusti dopo (dalle 10, 10:30) è troppo caotica.

Ma dicevamo delle altre idee. Eccole qui.

  • Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino. Geniale. Marionette e burattini da tutto il mondo, una meraviglia che si rinnova ad ogni ambiente. Incredibile la galleria dei pupi. Noi abbiamo avuto anche la fortuna di assistere a una rappresentazione classica di pupi, in italiano a beneficio dei turisti. Incantevole. Alla fine dello spettacolo il puparo è sceso in sala con i pupi, li ha fatti tenere a grandi e bambini, ha fatto vedere come funzionano. Meryem era molto eccitata per aver potuto manovrare la bella Angelica (un capolavoro in legno di cipresso vestito di seta). Il punto in più è che il Museo è vicinissimo a Piazza Marina, dove l’esplorazione delle radici aeree dei Ficus secolari è un’esperienza ineludibile, qualunque età abbiate.
  • Palazzo Reale e Cappella Palatina. Noi abbiamo fatto una visita seguendo il più breve dei molti itinerari di visita proposti. La Cappella Palatina è straordinaria, davvero a misura di bambino. Con Meryem abbiamo seguito passo passo le storie della Bibbia, dalla creazione fino all’arca di Noè, la Torre di Babele, l’ospitalità di Abramo, il sacrificio di Isacco, la scala di Giacobbe… Anche gli ambienti del Palazzo sono bellissimi e il personale è molto gentile. A differenza di quanto temevo, non abbiamo trovato folla.
  • S. Giovanni degli Eremiti. A due passi dal Palazzo Reale, questo posto magico vale davvero la visita e il prezzo del biglietto. A parte gli ambienti del monastero propriamente dette, il giardino e il chiostro sono pieni di piante di ogni genere. Una piantina, nel primo ambiente, le elenca una ad una con relativa ubicazione, ma noi abbiamo incontrato un signore che con grande gentilezza le ha indicate a Meryem una per una, compresa la pianta rarissima mezza albero e mezza fico d’India…
  • Cattedrale. L’interno è meno bello dell’esterno, ma la cosa più bella è stata senz’altro la passeggiata sui tetti “Una porta verso il cielo”. Gli ingressi sono ogni mezzora, a gruppi, dalle 10 alle 16:30. Costa 5 euro (bambini gratis) e richiede un minimo di sforzo (salita a piedi con scala a chiocciola abbastanza angusta). Ma il panorama è mozzafiato. Meryem ha ancora la bocca spalancata…
  • Infine mi sento di raccomandarvi una gita in giornata a Cefalù, una cittadina balneare piacevolissima, in posizione mozzafiato. Lo sperone roccioso che domina il paesaggio, la giustamente famosa cattedrale con il chiostro, il sorprendente lavatoio medievale, un angolo di inaspettata bellezza e refrigerio. Da non perdere anche il museo Mandralisca: oltre al famoso ed enigmatico Ritratto d’Uomo di Antonello da Messina e il cratere del Venditore di Tonno, Meryem ha apprezzato la bellissima collezione di conchiglie e anche la sala degli animali impagliati… (io meno, ma la vita è fatta di compromessi).

So che questo elenco non è assolutamente esaustivo: mi sono limitata a raccontare cosa abbiamo fatto noi. Aggiungo una notazione tecnica: qui in Sicilia viaggiare con i bambini sembra assicurare un trattamento di favore, invece delle alzate di sopracciglia che mi è capitato di incontrare altrove. In questi giorni ci sono state fatte da personale di musei, negozianti e passanti ogni genere di carinerie: dagli sconti all’uso dei servizi riservati al personale per “non fare fare troppa strada alla bambina”. Magari è stata una felice coincidenza, ma parto da Palermo con la sensazione di un luogo accogliente, dove l’ospitalità significa qualcosa.

Achievement


Non avrei mai usato una parola così nel marzo del 2000. Se l’avessi dovuta tradurre, avrei controllato sul vocabolario.  La mia vita, allora, era diversa. Se la guardo con gli occhi di oggi, potevo ancora evitare gli errori più grossi. Ma i miei orizzonti, che credevo tanto vasti nell’arroganza della mia relativa gioventù, erano ridicolmente ristretti.
Ho pianto, nel marzo del 2000, in una piccola filiale della Cariverona. Mi pareva di essermi messa da sola un cappio al collo, di aver ipotecato la mia libertà. Facevo bene, ad essere angosciata.  Iniziavo un cammino davvero duro. Challenging, se devo usare un’altra parola imparata molto più tardi.
Avevo le lacrime agli occhi anche oggi, allo sportello di un’altra filiale di una banca che in questi 14 anni ha cambiato nome e proprietà.  Terminavo un percorso più lungo di qualunque relazione sentimentale che io abbia mai avuto. La lista mentale dei ringraziamenti onestamente non è lunghissima, ma è sentita.
Oggi, festa di S. Ignazio 2014, ho finito di pagare il mutuo sulla mia casa.

La prima notte in tenda


Non ricordo esattamente quanti anni avessi. Direi 8 o 9. So solo che desideravo follemente una vacanza in campeggio. Ma non potevo averla, di fatto. Le vacanze con i miei genitori hanno sempre seguito dei binari piuttosto fissi, ai limiti dell’immutabilità. In quella fase della mia vita la vacanza era a Reggio Calabria, nella casa lasciata vuota dai miei cugini che andavano, appunto, in campeggio. E che campeggio. Il camping Helios, luogo ammantato di fascino irresistibile, dove solitamente ci spingevamo una o due volte, in giornata, durante tutta la nostra permanenza. Non Saline, non Lazzaro. Il camping Helios era più in là, non lontano da casa di Zia Maria, dove la costa ionica era ionica davvero. In quelle rare spedizioni si univa a volte anche lei e si portava dietro grandi pentole di pasta e ceci. Pasta di casa, fatta a mano.

Gli agosti a Reggio Calabria erano fatti di mare in mattinata e di interminabili pomeriggi nella penombra afosa delle stanze. Leggevo e rileggevo gli stessi libri. Ricordo vividamente Il gran sole di Hirosima. Quando si dice la noia creativa. Potenzialmente sarei potuta diventare un’artista. E invece no.

Pensavo ai miei cugini in campeggio e sospiravo. Pensavo a mio zio, che nel suo amore travolgente per la cultura grecanica e le radici bizantine, era promotore instancabile di attività a sfondo pseudoculturale, che avevano immancabili esiti comici. Lui non raccontava aneddoti, li produceva. A getto continuo.

Al camping Helios i villeggianti, gli stessi da anni, organizzavano le olimpiadi sulla spiaggia per tutti i bambini presenti: salto in lungo, salto in alto, 100 m, corsa a ostacoli… In più il campeggio una volta l’anno coinvolgeva tutti in una faraonica caccia al tesoro: ciascuna delle squadre iscritte doveva recapitare in segreteria, il più rapidamente possibile, una lista di oggetti stabilita dalla direzione. Ricordo, fra tutti, una bandiera dell’Italia (qualcuno arrivò a farsene prestare una da un noto bar sul lungomare, mentre noi barammo cercando invano di farci convalidare un triste gagliardetto di tela con scritto sopra “Subiaco”, spuntato da chissà quale bagagliaio) e una scarpa numero 45 (un ignaro tedesco in vacanza si vide sparire in pochi minuti tutte le sue calzature lasciate davanti alla tenda).

In una di quelle estati mio padre, chissà perché, decise inaspettatamente di realizzare, sia pur parzialmente, il mio sogno. Avremmo dormito, solo io e lui, una notte al camping Helios. E non una notte qualsiasi: la notte di san Lorenzo, il 10 di agosto, in modo da poter festeggiare al capeggio il mio onomastico, il giorno successivo. Di quell’esperienza ricordo solo alcuni flash. A differenza di molte altre occasioni della mia vita, mia sorella Marina non c’era e quindi non ha poi codificato in narrazioni gustose – poi ripetute all’infinito da tutti noi per decenni, con l’aggiunta o la modifica di particolari a piacere – quello che è accaduto in quelle 48 ore.

Ricordo la notte sulla spiaggia, l’immensa limpidezza del cielo scintillante di stelle. Mio zio che mi indicava il carro e la stella polare, spiegandomi che le stelle sono sempre là, ma le nostre luci eccessive in città le nascondono. Quelle parole mi sarebbero tornate in mente tantissimi anni dopo, in Sicilia, immersa in una campagna illuminata da altrettanto travolgente e inatteso splendore.

Ricordo i regali del giorno dopo, soprattutto un sommergibile complicatissimo da montare e che alla fine si è rivelato privo di un pezzo, piccolo ma essenziale. Mio zio, autore dell’acquisto, tornò al negozio e lo sostituì con un modellino di aereo, che per volare doveva essere caricato facendo compiere 300 giri all’elica.

Ma una scena è rimasta indissolubilmente legata a quel soggiorno specialissimo. Avevo imparato a immergermi (a “fare le calate”, come dicevano i miei cugini) e ho pensato allora, al tramonto, di fare uno scherzo a mio padre. Eravamo soli in spiaggia. Io ero rimasta in acqua, lui si era rivestito, con i suoi pantaloni lunghi, la canottiera e la camicia, un abbigliamento formale a cui non riusciva a rinunciare nemmeno in campeggio, se erano presenti “estranei”. A qual punto ho fatto finta di affogare, immergendomi e iniziando a fare bollicine di aria con la bocca. Lui si è lanciato in acqua vestito, senza neanche togliersi i sandali.

Non scorderò mai quanto fosse sconvolto. Restammo lì, nell’acqua tinta dal rosso del sole che tramontava, e lui non aveva nemmeno la forza di rimproverarmi. Ci dicemmo qualcosa, che ricordo confusamente. Lui per la prima e forse unica volta mi parlò esplicitamente della paura della morte. Aveva da poco perso suo fratello, più giovane di lui, da cui era stato per anni diviso da rancori che nessuno dei due era mai riuscito a superare e di cui io non so nulla di preciso neanche oggi. Io mi sentivo piccolissima, stupida, colpevole.

Non ricordo come uscimmo dall’acqua, se e come giustificammo i vestiti zuppi di mio padre. Non ricordo altro che quel fermo immagine lunghissimo, mentre il sole spariva veloce e l’acqua diventava nera di buio.

 

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Eroe per un mese


Giugno è il più infame dei mesi. Lo dico con cognizione di causa. Lavorativamente parlando, gli eventi della giornata del rifugiato moltiplicano l’impegno, rendendolo variegato e imprevedibile.  Le nostre flessibili job description ci trasformano, anche nella stessa mattinata, in autori di testi e facchini, social media manager e assistenti di sala, conferenzieri e fotografi.
La cosa implica di per sé una buona dose di energia (anche di adrenalina, spesso). Ma non finisce qui. È ormai tradizione, infatti, che il 30 giugno si concludano simultaneamente tutti i progetti finanziati con i Fondi Europei. Ciò implica conclusione delle attività, monitoraggi, pubblicazioni finali, altri eventi e rendicontazione. Per darvi un’idea, nel nostro caso i progetti erano tre.
Fatalmente, proprio quando cominci a vedere la luce in fondo al tunnel, ti approvano i progetti dell’anno successivo, da avviare all’inizio di luglio. Belle notizie, per carità.  Ma qui scattano gli adempimenti da compiere entro cinque giorni improrogabilmente (e la successione epica di sfighe e imprevisti che ogni scadenza porta con sé).
Fin qui il lavoro. La scuola intanto ha chiuso il 6 di giugno. Tranquilli, non riparto con la solita filippica. Resta il fatto che quest’anno mi era rimasto un buco di una settimana (questa) tra un campo e l’altro. Per il periodo fin qui coperto ho dovuto assicurare pranzo al sacco ogni giorno, partecipare a un saggio finale alle 15.30 e a due diverse riunioni per prenotare e pagare i campi di luglio.
Aggiungiamo en passant un saggio del coro, un concerto e un picnic di classe (gli ultimi due cancellati per pioggia. La c’è la Provvidenza).
Mia figlia è nata il 16 giugno. Per il compleanno la zia le ha regalato un corso di nuoto due volte a settimana tra le 18 e le 19. Poi c’è stata ovviamente l’organizzazione della festa di compleanno (altro picnic) comprensivo di acquisto di regali e allestimento (per fortuna condiviso con altre due famiglie) di giochi e buffet. La torta fatta con le mie manine non era un obbligo, ma ci tenevo e l’ho fatto.
Ho tentato di portare Meryem a due degli eventi di lavoro che mi parevano più potabili per lei. La visita guidata alla chiesa di S . Andrea al Quirinale la ha detestata. La definisce la cosa più noiosa di tutta la sua vita. Il concerto serale, con qualche espediente, lo ha retto meglio (ho modificato al volo le parole di Moliendo Cafe per intrattenerla) ma nell’ora scarsa dello spettacolo le è caduto un dente. Lascio alla vostra immaginazione. Domenica scorsa ne avevo ben due, di eventi. Saggiamente l’ho parcheggiata tra negozio di Nizam e tata.
Capitolo salute.  La visita ortopedica di Meryem mi è costata un giorno di ferie, ma almeno era una tantum. La mia fisioterapia alla caviglia, invece,  è tre volte a settimana. Non mi sono risparniata neanche tre giorni di febbre a 39. Per fortuna dal venerdì alla domenica, altrimenti non so come avrei fatto.
La sera del concerto siamo rientrate abbastanza tardi. Ebbene, pioveva copiosamente nel mio bagno. Oltre ai balletti notturni che hanno coinvolto l’intera palazzina, è stato necessario anche essere presenti alla venuta dell’idraulico (rigorosamente dalle 10 del mattino, domani si replica).
Chicca finale. Abbiamo finora collezionato tre trattamenti antipidocchi in un mese, due dei quali mi hanno visto co-protagonista. E non ne siamo ancora usciti.
Devo aggiungere altro? Vi giuro che potrei, ma non voglio essere più prolissa di così.  Mi capirete però se vi dico che, nell’ipotesi che sopravviva davvero fino alla fine del mese, ho deciso che mi merito un riconoscimento. Una medaglia, una coppa, una targa. Insomma, devo dirmelo forte da sola, dandomi una vigorosa pacca sulla spalla: “Brava! Ne sei uscita, un po’ ammaccata forse, ma riducendo il danno al minimo. Sono fiera di te”.