Rispetto


Ieri sera è stata una di quelle occasioni in cui ho saputo artisticamente rivoltare la frittata e trasformare un mio poco edificante sbrocco di mamma in un’occasione educativa. Lo registro quindi, a futura memoria. Avevo perso le staffe, come sempre avviene, per un’infausta combinazione di motivi: un certo malessere generale, l’ennesimo spidocchiamento (stavolta, per fortuna, meramente preventivo) e la tendenza della Guerrigliera a urlarmi in faccia quando le chiedo di fare qualcosa di diverso da ciò che di suo gradirebbe fare. Uniamoci un episodio sgradevole alla fine del picnic con gli amichetti: quando l’ho rimproverata perché si rifiutava di collaborare, mi ha ridacchiato in faccia. Poi mi ha detto che era “per non fare brutta figura con l’amichetta”, il che non ha fatto che aggravare la situazione ai miei occhi. E quindi il fastidio covava lì, non sufficientemente sfogato. Di lì a poco, quindi, la rispostaccia di Meryem mi ha trasformato in un orso Grizzly.

Ho esagerato e sono passata dalla parte del torto. Non ne sono affatto fiera. Sia come sia, una volta tornata in me, me la sono presa sulle ginocchia (era ancora in lacrime) e le ho fatto un discorsetto breve ma convinto. Cara Meryem, le ho detto in pratica, lo sai cosa è il rispetto? Lei, tirando su col naso, mi ha parlato del rispetto per il materiale scolastico e per le cose degli altri. Bene. Ma anche le persone vanno rispettate, perché sono importanti. Tu mi dirai che a me, a papà, ai tuoi amichetti vuoi bene. E’ una bella cosa. Ma ricordati sempre che non è possibile voler bene a una persona se non la si rispetta. Cercheranno, forse, di farti credere il contrario. Ma ti assicuro che è così. Senza il rispetto non può esistere nessun amore.

Ha pensato, ha registrato, magari a un certo punto il discorso ci capiterà di nuovo (sperabilmente omettendo gli urlacci di introduzione). Credo però di aver detto ieri a mia figlia una delle poche cose di cui sono assolutamente certa, per averlo imparato a mie spese. Io, che quando mi chiede “Ma la guerra da noi non può succedere, vero?”, non riesco mai a rispondere “Sì” e basta. Io che ho sempre il “Dipende” in tasca, anche quando la risposta potrebbe essere facilissima. Io, proprio io, sono pronta a dire: di questo sono sicura sicura e vorrei tanto che lo fossi anche tu.

Cirillo, Metodio e altri miti familiari


“Mamma, ma perché non possiamo essere una famiglia normale?”. Chissà che voleva intendere esattamente, Meryem, quando mi ha trafitto il cuore con questa innocente domanda. Magari non tutto quello che ci ho letto io, che per giunta ero anche sul punto di stramazzare, vinta dalla febbre. Fatto sta che, vigliaccamente, non ho approfondito.

Però oggi, mentre il mondo festeggia San Valentino, a me viene da pensare a San Cirillo e Metodio e alla mia famiglia anormale. Vedo da Google che mio padre pubblicò una traduzione delle biografie paleoslave dei due santi già nel 1981. Non ritrovo i riferimenti esatti, ma leggo che Giovanni Paolo II li ha proclamati patroni d’Europa nel 1980, il che significa che i due giravano in spirito a casa mia almeno da quando avevo 6-7 anni, ovvero circa l’età attuale di Meryem.

Mio padre era uno che, decisamente, si portava il lavoro a casa. E certo non era un lavoro come quello dei padri dei miei compagni di classe. Era un lavoro che comportava produzione di mucchi immensi di scartoffie, che franavano qua e là, e talora faceva spuntare a casa personaggi bizzarri, a cui le mie sorelle davano soprannomi irriverenti. C’era Orsone (esimio accademico dell’Università di Vienna), Timiducci (giovane prete polacco, esperto di glagolitico) e svariati altri personaggi e interpreti.  Io fin da bambina assistevo e partecipavo a questa sorta di bizzarro circo e sono cresciuta a leggende familiari, in gran parte non prodotte da narrazioni mie, tra cui quella che raccontava che una lite seria tra i miei genitori vertesse intorno a quale fosse l’età media degli antichi romani.

Oltre a darmi infinito materiale per gustosi aneddoti, che però oggi non ho tanta voglia di sciorinare, tutto questo clima mi ha portato a vivere con una certa fierezza il fatto che noi non fossimo una famiglia “normale”. Non lo eravamo quasi in nulla, a dire il vero. Non lo eravamo nelle tradizioni delle festività, non nel rapporto con i parenti (almeno che io possa ricordare), non lo eravamo per il fatto che mia madre era considerevolmente più grande di mio padre e quando sono nata io aveva già 47 anni. Non facevamo pranzi speciali la domenica (avevamo, quello sì, il rito delle pastarelle dopo la messa), non andavamo in bicicletta (o almeno, io non ci andavo) né a sciare.

Con il senno del poi, oggi non credo che necessariamente quella mia famiglia potesse dirsi un modello. Lo è stato, fin troppo, per me. Troppo perché il modello che mi ponevo davanti era già mitizzato, enfatizzava le cose piacevoli e ometteva artisticamente gli aspetti oscuri che pure c’erano. Alla fine non mi meraviglia che nei miei inconsulti tentativi di ricreare il mito mi sia ritrovata con un pugno di mosche.

E Meryem, cosa si troverà? Spero di riuscire ad insegnarle che si può essere famiglia in molti modi diversi. Che ai sentimenti, come alle cose più alte dell’universo, non si possono applicare i lacci della logica aristotelica. Che alla fine, la parte che davvero si sceglie non è così rilevante. Più importante è come, giorno dopo giorno, se ne vivono le conseguenze.

Ricordi difficili


Ricevo abbastanza raramente mail da parte di lettori di questo blog (non sono poi così tanti), ma il messaggio di Antonella conteneva un invito e una amichevole “sfida”, che raccolgo volentieri. Non avevo consapevolezza che oggi è la Giornata del Ricordo dell’esodo istriano e dalmata. Antonella lo sa, perché quella storia è la storia della sua mamma e, per riflesso, della sua famiglia. Lo sarebbe un pochino anche della mia, almeno trasversalmente. Il cognome sloveno di mio nonno è uno di quelli modificati per legge durante la politica fascista di italianizzazione. Mio padre non ha mai potuto imparare la lingua madre di suo nonno: parlarla a Gorizia sarebbe stato, a quel tempo, pericoloso. Non ho mai parlato con mio padre di tutte queste storie complesse, che hanno i loro strascichi ancora oggi, con un’unica eccezione: un viaggio in treno tra Roma e Gorizia che facemmo insieme e durante il quale lui, inaspettatamente, tirò fuori un racconto ininterrotto, di cui purtroppo non mi sono appuntata nulla e che istantaneamente mi si è confuso in testa in un guazzabuglio di particolari inestricabili l’uno dall’altro. Peccato.

Ma torniamo a Antonella. Sua madre ha passato la sua infanzia in un campo profughi, in Italia. Spesso dico che in Italia non esistono campi profughi. Ho sempre omesso di dire, perché non ci ho mai davvero pensato a fondo, che però sono esistiti. Ed erano come tutti i campi profughi del mondo: inadeguati, sprovvisti dell’essenziale, durissimi, in luoghi inospitali e inadatti alla vita umana. Lì, nel Carso, ad esempio, è successo che dei bambini morissero di freddo.

Questa pagina di storia è una di quelle che non siamo stati in grado né di scrivere né di raccontare. Forse perché, come emerge chiaramente dalle polemiche in un senso o nell’altro, che puntualmente si scatenano sui numeri, sulle responsabilità delle eventuali vittime, sul significato da attribuire a un episodio o all’altro, quella guerra è in un certo senso ancora in corso, sotto traccia. E’ esattamente così che, anche dopo decenni, si riaccendono le guerre civili. Ancora una volta dal mio lavoro imparo che i processi di pace da soli non bastano: serve un lungo, paziente e certosino lavoro di riconciliazione, che va ben oltre il livello politico e affonda nella cura dello spirito delle persone coinvolte.

Lasciatemi parlare da ignorante (nel senso che davvero ignoro molto di quel periodo storico). Io credo che le persone debbano essere messe al centro, sempre. Se delle persone hanno subito trattamenti degradanti e delle violenze gravi (come è il caso, ovviamente, in tutte le guerre), io non accetto di fare classifiche o di dare giustificazioni. Il che significa, ovviamente, che ci provo. Non è una cosa facile. Mi viene in mente un esempio che non farò, perché aumenterebbe di molto il tasso di potenziale polemica di questo post, che davvero vorrei evitare. Ma penso adesso al mio lavoro. Le storie dei rifugiati sono considerate, sempre,  su base individuale, caso per caso (o almeno, così dovrebbe essere). Questo aiuta a prendere le distanze dalla tentazione di far scontare al singolo,  i cui diritti umani sono stati violati, la responsabilità vera o presunta della collettività a cui appartiene.

Se penso ai conflitti attualmente in corso, la Siria in primis, nei report ONU è frequente leggere la frase: “gravi violazioni dei diritti umani sono state perpetrate da tutte le parti in conflitto”. Questo vuol dire, in pratica, che in tutti e due gli “schieramenti” ci sono vittime da difendere e tutelare, ma che soprattutto (come è il caso in Siria) certamente ci sarà una maggioranza silenziosa e politicamente ininfluente che subisce due volte: per quello che soffre e per il fatto che la narrazione contemporanea ignora le persone che non può etichettare come “buoni” o “cattivi”. Credo davvero che l’esperienza della Siria contemporanea possa aiutarci a guardare con maggiore giustizia anche all’esodo istriano e alle foibe.

Certo è che ci sono persone che dopo un’esperienza dolorosa e grave non ha avuto nessun riconoscimento e anzi hanno vissuto con vergogna la propria condizione di esule, perseguitato e vittima. Antonella mi scrive che il campo profughi sorto a Trieste, sul Carso, è ora un museo. Quando ha raccontato alla sorella di sua nonna, che ora vive in Canada, di averlo visitato, Antonella intendeva esprimere la sua emozione, la sua solidarietà e la sua vicinanza per qualcosa che lei aveva vissuto e di cui lei invece non aveva mai ben capito la portata. Invece si è sentita raccomandare che “non era necessario che raccontassi in giro che anche noi eravamo stati là”.

“È molto difficile parlare di ricordi che in realtà non ci appartengono perché nessuno ce li ha fatti vivere”, racconta la signora Luciana, madre di Antonella; “la mia famiglia come la maggior parte degli Istriani ha tenuta nascosta la propria vicenda perché l’esodo è stata vissuto dai più come una sconfitta, un’umiliazione, l’istriano come asociale e reietto; l’esilio nell’accezione più dura del termine, quello dell’anima. Per cinquant’anni ho sentito sussurrare la parola ‘foibe’, ‘portato via di notte’, ‘sshh, a Pisino… mai più tornato’, ‘i fioi no devi saver se li cariga e poi lassa star più tardi la sa meio è’. Il capofamiglia, mio bisnonno ha lasciato assieme alle sue terre ed alla sua casa di contadino anche due figlie e ben sette nipoti; a nessun battesimo né cresima né matrimonio c’è stata la sua presenza; e come lui tutta la famiglia ha tagliato il cordone che ci legava a quelle terre ed ai nuovi padroni. Quello che mi ricordo della mia famiglia è la dignità con la quale hanno accettato la povertà, i sussidi, la promiscuità. Non ho mai sentito dal bisnonno o dalla nonna una lamentela o una parola di rimpianto, corrispondente all’educazione che mi è stata data: pensa e pondera bene ma quando prendi una decisione quella è la strada giusta, prosegui senza ripensamenti. Di noi profughi posso dire che ho scoperto molto da sola, da adulta, proprio come loro desideravano: gli occhi della maturità vedono con maggior calma e saggezza non lasciando spazio ad estremismi. Il discorso potrà continuare ma quello che vorrei raffigurare è la dignità del popolo istriano e lo illustrerò meglio con un episodio di vita vissuta (da me); quando nel ’69 al maresciallo Tito fu insignita la croce di cavaliere della Repubblica Italiana, io lo dissi a mio bisnonno non per sfida ma soltanto per curiosità: lui mi fissò con gli occhi slavati di vecchio miope cercando il mio sguardo e mentre il mento cominciava a tremargli disse: ‘Vol dir che anca Dio ne gà ‘bandonà’. L’Associazione che frequento ha presentato una richiesta di revoca di tale onorificenza (ed è per questo che quell’episodio si è rifatto vivo nella mia mente) ma da parte mia non c’è e non ci potrà mai essere quella veemenza e rabbia che vedo in altre realtà; noi Istriani siamo stati vilipesi dalla madre patria, costretti a rinunce ed umiliazioni e troppo stanchi nello spirito per gridare il nostro inutile dolore. Ogni nome che sento, vedi Vergarolla, mi fa sentire in mente la mia famiglia, quando parlavano sottovoce ed io li sentivo ma non capivo: stare in questa Associazione è come continuare a vivere con loro ma non da protagonista, bensì da spettatrice”.

Vi lascio con un contributo scritto dalla signora Luciana. E’ apparso in forma rimaneggiata, su “Umago Viva”, periodico dell’associazione di esuli con sede a Trieste con cui collabora. Parla di un film, “La città dolente”, che trovate anche su Youtube.

La città dolente.
Te parti? No, mi resto. Mi no so.
Tempo fa, è stato trasmesso su una rete privata un film in bianco e nero che attirava l’attenzione per le riprese essenziali e buie degli interni, molti i primi piani ed espressivi i volti dei protagonisti, tipico del neo-realismo italiano di quegli anni. Un film che annunciava la sua drammaticità già dall’incipit con la prua di una nave che solca un mare scuro, minaccioso e la scena finale sullo stesso mare ma quieto, statico come gli animi dei protagonisti placatisi soltanto alla fine di quei drammatici eventi storici che noi Istriani conosciamo bene: tesi ed indecisi all’inizio della vicenda fino al tragico finale con quattro scelte diverse ma tutte travagliate ed infelici. Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare, restaurato dall’Istituto Luce e proiettato in varie sale in occasione della giornata del Ricordo.

Due sono le particolarità di questa pellicola: non presenta alcuna retorica, il realismo è accentuato se possibile da documentari che riguardano proprio l’esodo dalla città istriana (Pola) e che vengono inframmezzati a supporto della scenografia del film. Troviamo così le immagini dei documentari di Vitrotti e Moretti alternate alle scene del film, didascalie efficaci di spiegazione dei fatti (non da ultimo il coprifuoco della città in seguito all’attentato di cui fu protagonista la Pasquinelli). Questo è in assoluto l’unico film sugli esuli istriani che sia mai stato fatto, iniziato quasi in tempo reale su canovaccio di una storia vera. ‘La città dolente’ venne girato tra il 1947 ed il 1948 mentre la città di Pola si stava svuotando via via dei suoi cittadini, che vediamo appunto nei documentari mostrare il loro sguardo vuoto ed angosciato e la disperazione dei profughi che partono. Si intrecciano ai documentari ormai famosi sull’esodo della città, le vite dei protagonisti a stigmatizzare i diversi comportamenti dei nostri connazionali in quel momento: Berto indeciso se partire o meno, diviso tra la moglie impaurita e condizionata dall’esodo di quasi tutta la popolazione e l’amico che lo lusinga a rimanere paventando un futuro di libertà e di prosperità; Silvana la moglie preoccupata per il loro bambino ed intimorita dalla spavalderia degli slavi arrivati in città; Sergio che grazie al comunismo spera di riscattarsi e di diventare il padrone ed infine Lubiza, funzionaria comunista, che sarà l’unica tutto sommato a perseverare convinta sulla propria strada ideologica fino alla fine del film.

Tutti subiranno la tragedia della storia ma ciò che conta è che il regista, Mario Bonnard volle ammonire il popolo italiano a vigilare sulla nuova dittatura incombente ai confini orientali, sull’utopia comunista, sui lager conosciuti anche da connazionali non istriani, sulla differenza tra il popolo slavo che balla e si diverte, e gli Italiani costretti ad andarsene; ma….. inutilmente. Anche se ultimato in breve tempo, la distribuzione del film rimase bloccata per un anno e la pellicola uscì nel circuito parrocchiale soltanto il 4 marzo 1949; fu subito ritirato, e ne intuiamo a pieno il motivo, e poi cadde nell’oblio come lo siamo stati d’altra parte anche noi Istriani. Non meritano alcun commento, né tanto meno citazioni, le critiche fatte nel 1949 al film in se stesso soprattutto dai giornali di certa parte: i nostri vecchi dicevano che ‘Il tempo è galantuomo’ ed i fatti hanno dimostrato da soli la validità ad esempio degli sceneggiatori, uno dei quali fu Federico Fellini per il quale non occorrono commenti o delucidazioni; un altro fu Anton Giulio Majano di cui ricordiamo tra gli innumerevoli sceneggiati di mamma Rai, ‘La freccia nera’ con una giovanissima Loretta Goggi ed Aldo Reggiani oppure ‘David Copperfield’ con Ubaldo Lay e Giancarlo Giannini e tanti altri tutti firmati da lui; infine la protagonista femminile Constance Dowling (attrice statunitense) che fu amata da Cesare Pavese che le dedicò alcune sue poesie (Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi) e che godette di una certa fama nel suo paese.

Oggi basta molto meno per ottenere maggior successo di questi validi professionisti che fecero l’errore di girare un film non consono ai diktat politici del tempo, un film inopportuno che non fece epoca (oggi verrebbe osannato e catalogato nel cosiddetto cinema contro); spiace constatare che oggi come allora la politica continua ad influenzare la cultura e soprattutto la verità, quella che viene ricordata dai fatti e non dalle parole (o bugie) espresse al momento o sessant’anni dopo. Abbiamo anche noi occhi, cervello e ….memoria. Potrà sembrare un paradosso, ma il popolo italiano (notoriamente indisciplinato per quanto riguarda l’osservanza alle leggi) ha avuto bisogno di una legge per riconoscerci; soltanto con l’istituzione del Giorno del Ricordo, (legge n. 92, 30 marzo 2004), è stato tolto il paravento dietro al quale ci avevano relegati per oltre sessant’anni ed il film ‘La città dolente’ da opera scomoda è diventato un’opera addirittura da salvare. Ben venga questo riconoscimento ma a noi non serviva una legge né per ricordare né per conoscere la verità.

 

Molti di più


Questo più che un post è un messaggio alla me stessa che oggi vede tutto nero. Ogni tanto anche qui nel blog si affaccia un dolore che se ne sta lì, in un angolo, e ogni tanto subdolo riemerge. Lo scrupolo, il rimpianto, la tristezza per il fatto che le mie scelte poco avvedute, sia in campo lavorativo che sentimentale, non potrà che scontarle anche Meryem. Come ogni genitore, vorrei poterle dare tutte le possibilità e le opportunità del mondo. Invece ogni tanto mi scontro contro la realtà dei fatti: ne avrà certamente meno di altri, anche a lei vicini. La matematica non è un’opinione. Avere disponibilità economica, certo, non è sufficiente a fare le scelte giuste. Però non averla rende matematico non poterne fare alcune. Cerco di non pensarci, di fare di necessità virtù, di darmi giustificazioni e spiegazioni più o meno oneste. Però periodicamente ci penso e oggi ci sto pensando maledettamente tanto.

Stamattina ero precipitata in questo ormai familiare buco nero quando sono arrivata con il fiato in gola all’ufficio internazionale del JRS. Dovevo scegliere delle immagini per una pubblicazione e sono letteralmente sprofondata nei file di fotografie. Il primo pensiero è stato di immensa meraviglia e rispetto per l’infinita ricchezza del mondo, davanti a cui qualunque colonialismo appare in tutta la sua meschina piccineria. Dalle verdi colline di Masisi alle sabbiose pianure di Dollo Ado, dalle acque cristalline dell’Afghanistan alle onde grigiastre dell’Oceano indiano, ogni angolo del pianeta pullula di bellezza, naturale e umana.

Poi sono arrivate le immagini dei bambini. Straordinariamente belli, ridenti o struggenti, speranza nel futuro che si fa largo comunque, sotto le tende dei terremotati di Haiti o in un’aula a cielo aperto in Ciad. Il vero potenziale del mondo. Quanti di loro non ne avranno nessuna, di quelle preziose opportunità che mi figuro nella mia testa?

Una volta ho letto che crisi è sentirsi poveri, a prescindere da quello che realmente si possiede. Non dubito che ci sia del vero e che ci si possa sentire molto poveri e molto infelici anche conducendo una vita relativamente agiata. Ma continuo a credere che ogni tanto riportare le sensazioni a valori assoluti faccia bene. Quindi continuerò a pensare che i rimorsi, i rimpianti e soprattutto l’invidia che provo e proverò in futuro non tolgono comunque nulla all’oggettiva fortuna, mia e di Meryem. Per questo stasera guardo mia figlia che sorride e voglio credere che, insieme, cercheremo la felicità senza farci spaventare dall’incertezza.

Capodanno


Una cosa me la devo riconoscere: negli ultimi anni della mia vita mi sono scelta meglio la compagnia per Capodanno. Da almeno un paio d’anni non concorro più all’ambito premio “Capodanno sfigato”. Insuperabile, nella mia carriera, l’anno trascorso a guardare Drive In sul divano con i miei genitori. Ma anche quello passato a russare davanti a Shrek a casa di mia sorella, in compagnia di una caritatevole amica venuta appositamente dal nord per finire l’anno in mia compagnia. La notte di San Silvestro in cui mio padre è morto non concorre nemmeno. Ne ricordo comunque svariati in cui le lancette dell’orologio parevano andare al rallentatore e la mezzanotte non arrivare mai.

L’anno nuovo è iniziato con una clamorosa innovazione nella mia routine: sono andata a correre, per ben cinque volte. Onestamente non so quanto questa riuscirà a diventare una sana abitudine, quando le vacanze finiranno. Però registro, con una certa meraviglia, che la cosa non mi annoia come pensavo. Anzi, oserei persino dire che la sensazione che mi lascia addosso per tutto il giorno è molto gradevole.

Insomma, mai dire mai. Che mi sia di insegnamento per l’anno nuovo. Vale sempre la pena di fare un tentativo. Ero convinta di essere una persona a cui il Capodanno non piace e che mai nella vita sarebbe andata a correre la mattina. E invece… Chissà quali altre scoperte mi porterà il 2014.

Quel momento indimenticabile


Kura, mi dice Wikipedia, è il nome di una divinità eblaita. E questo, visto il mio passato accademico, dovevo saperlo da me. Kura è anche il nome di un fiume caucasico, un gioco di squadra nordafricano, un gruppo etnico del Brasile e una sella giapponese. Ma Kura è, soprattutto, un letto Ikea. Il letto Ikea che, incautamente, ho fatto desiderare alla Guerrigliera, visto che un’amica me lo cedeva graziosamente di seconda mano.

In quella funesta domenica pomeriggio in cui ci siamo caricati i componenti del mostro, ignoravo ancora la polisemia che vi ho appena descritto. Kura mi pareva un nome come un altro. E invece no. E’ il nome di una divinità (ostile e certamente da noi offesa con qualche gesto inconsapevole quanto irreparabile), è un fiume in cui affogare lentamente il progettista di questo arredo, che probabilmente richiederebbe un’intera squadra del gioco nordafricano per sopravvivere al suo montaggio. Insomma, se nomina sunt consequentia rerum, avrei dovuto affrontare la cosa meno a cuor leggero.

Vi risparmio la descrizione drammatica del nostro primo fallimento. I pezzi scomposti e sogghignanti di Kura giacevano disseminati per il nostro pavimento fino a ieri. Il kebabbaro però si è preso la sua rivincita. Alla fine ha domato il mostro (e senza usare nessuna sella giapponese). Tuttavia il processo non è stato indolore. Ikea è un sistema profondamente moralistico. Si suppone che si seguano le istruzioni pedissequamente. Se si cercano vie alternative, il malcapitato montatore atipico si merita una piccola o grande punizione per la sua hybris.

Avete mai provato a sfidare il libretto di istruzioni Ikea? Se ci avete provato almeno una volta, sono certa che conosciate bene quel tragico, subitaneo istante. Quello che segue immediatamente la certezza che ce l’avete fatta. Ed ecco che, non appena avete stretto con la vostra brugola (regolamentare o meno) fino all’ultima vite, vi apprestate all’ultima operazione accessoria, nel nostro caso il montaggio del piolo della scaletta. E’ esattamente in quel momento che lo sguardo vi cade sul buchino, piccolo ma indispensabile, che non si trova lì dove tu te lo aspetti. Che non si trova proprio. La superficie è implacabilmente e inesorabilmente liscia. Allora il tuo sguardo interrogativo si solleva e, di colpo, lo sai con certezza. Hai invertito i primi due pezzi.

Il mio cuore è a Oriente


Questa domenica è iniziata in salita. Ho dovuto fare pesantemente i conti con una violenta collisione della “me semplice” con la “me genitore”. La me semplice infatti si era fatta, come al solito, un film in testa. Oggi si celebravano i tre anni dalla scomparsa di Padre Fortino e io avevo deciso che era giunto il momento di iniziare la Guerrigliera a quel bell’inestricabile groviglio, che solo in minima parte ha a che fare con la religione, e che cercavo di raccontarvi qui. “Ora è abbastanza grande”, mi sono detta. E dunque ho iniziato a raccontarle di come mio padre mi portava nel posto dove saremmo andate, del fatto che la zia avrebbe cantato e che alla fine ci sarebbe stato anche un piccolo dolce. “Quando eri piccola ti lasciavo dalla nonna, ma oggi mi piacerebbe fare questa cosa insieme a te”. Già mi compiacevo della bellezza e della poeticità del mio discorsetto.

“E non potrei andare dalla nonna anche oggi? Mi pare un po’ noioso”, ha subito ribattuto la Guerrigliera, spezzando il cuore della me semplice. “Sai, potresti fare qualche foto con il telefono. Così poi me lo fai vedere”, ha aggiunto conciliante, vedendo la mia faccia. Lo ammetto, per me è stato un brutto colpo. Ci sono rimasta proprio male. Poi, per fortuna, è intervenuta la me genitore e ha fatto notare alla me semplice che l’obiezione era ragionevole (un’ora e mezza di liturgia bizantina, così dal nulla? e perché mai?), sensata (anche la nonna sarebbe stata felicissima di passare un po’ di tempo con la nipotina) e assolutamente legittima. Soprattutto legittima: i ricordi legati alla Chiesa di S.Atanasio e alle melodie della liturgia bizantina sono, appunto, i miei ricordi, la mia storia. Ci sono dentro il rapporto con mio padre, le vacanze della mia infanzia, alcune parti costitutive della mia mappa emotiva. Meryem non eredita questo con il sangue e non sono io che posso rendere credibile, di seconda mano, la pregnanza di queste cose.  Lei avrà le sue e chissà se e quanto io le conoscerò. Dopo essermi arrabbiata, quindi, le ho dato ragione e sono andata senza di lei.

Me lo sono goduto, con consapevolezza, il tuffo nel passato fondante di tante mie fissazioni. Oggi, guardando i tappeti, mi sono detta che – chissà quanto consapevolmente – con quelle liturgie cantate mio padre mi ha davvero iniziato all’Oriente, un Oriente anche più orientale di quello che conosceva lui. I tappeti delle moschee, le melodie che sanno di spezie e di Mediterraneo, più vicine ai canti sefarditi di Evelina che al Gregoriano. Davvero mi sono resa conta che la bislacca scelta di studi universitari, che la mia aneddotica personale attribuisce a una sorta di folgorazione avvenuta a Londra l’estate successiva alla maturità, aveva invece radici assai più profonde.

L’immagine potente della Morte sconfitta, con gran fragore di porte e chiavistelli rotti, la solenne rappresentazione della notte di Pasqua (come dimenticare quel bussare del celebrante alle porte del Collegio Greco, che per l’occasione incarnavano le porte degli Inferi?) l’ho poi inseguita nei testi antichi, indietro fino a Ugarit e ritorno. Giona, anche lui legato a un ricordo liturgico preciso (le foglie bagnate d’acqua santa che Padre Fortino lanciava per la chiesa il sabato santo, al mattino), ancora oggi è il genio ispiratore di quel che resta dei miei studi biblici. Stamattina, poi, l’ultimo tocco: il dolce che avevo ventilato a Meryem per attirarla era in realtà contenuto in un bicchierino. Grano, chicchi di melograno e cannella. In quella dolcezza ctonia ho rigustato tutto il Mediterraneo antico, da Osiride a Demetra, passando per i fenici, che ho sempre immaginato mentre ridono delle teorie di noi studiosi con uno scintillio negli occhi, del tutto simile a quello di Padre Fortino.

Fiori


Chi mi conosce un po’, sobbalzerà per questo titolo. Io e i fiori abbiamo decisamente poco in comune. La mia ignoranza botanica è completa e totale. Al primo pranzo dalla mia futura (ex) suocera – che poi sarebbe la madre di quello che sarebbe diventato prima mio marito e poi il mio ex marito, tanto perché possiate raccapezzarvi – mi presentai, in perfetta buona fede, con un mazzo di crisantemi. Li trovavo belli e lo erano. Tra l’altro con il senno del poi si sarebbero rivelati anche adeguati all’occasione. Ma non divaghiamo.

Oggi se penso fiori penso a Paola (e non vedo l’ora di leggere il suo libro). E la cosa mi evoca un complesso di sensazioni a cui non sono solita dare spazio: grazia, colore, eleganza, in un certo senso femminilità. Non a caso mia figlia Meryem è assai più sensibile a tutte queste cose, fiori compresi, forse perché non l’ho ancora soffocata con troppo altro, o forse perché lei è diversa da me e basta. Però oggi, seguendo il filo dei ricordi e dei pensieri, ho provato a ripescare un po’ di fiori e di persone fiorite dalla mia memoria.

Vado più o meno in ordine cronologico. I fiorellini del giardino della villa di zia Maria ad Ardore Marina. Ricordo che li schiacciavamo per farci pozioni di streghe. Chissà che fiori erano. Pallocchere di piccoli petali gialli e arancioni, dal colore carico.  Sono stati i fiori della mia infanzia, delle estati lunghe e nel complesso solitarie, della penombra delle camere da letto del piano di sopra.

I gigli di S.Antonio sul terrazzo della cucina di casa dei miei. Quelli ci sono ancora, puntuali (anche se ora le stagioni anomale li fanno fiorire più inaspettatamente). E il ricordo va di pari passo con i rami di fiori di pesco che mia sorella Vittoria regala a mia madre appena cominciano a trovarsi. Questi sono i fiori della mia mamma, i fiori dei caffè presi insieme in cucina, del rapporto da adulte per cui non finirò mai di essere riconoscente.

Poi penso alla mamma del mio amico Pietro e al suo giardino bellissimo. A Marielou e al suo modo di guardare con occhio clinico i fiori di ogni bancarella (e alla giacaranda in fiore sulla piscina del suo condominio): la immagino da hostess nascondere piccole piantine clandestine sotto il sedile dell’aereo e riesco quasi a visualizzare che giardino avrebbe se non fosse per i cani, la tartaruga e l’amore per le persone che finiscono per avere la meglio sulla sua passione. Ma anche a Nizam, che un bel fiore non trascura mai di fotografarlo con il cellulare.

Come ultimo ricordo aggiungo i fiorellini quasi invisibili che ho visto, tanti anni fa, nel deserto del Negev. Allora ho trovato incredibile il fatto che piante che faticano anche ad esistere si permettano il lusso di avere dei fiori. In qualche modo ho ritrovato questo pensiero negli anni, nel mio lavoro. Un’azione sociale dovrebbe consistere anche nel condividere la bellezza. Ciò che si fa e si manda avanti con poche risorse non deve essere per forza brutto. Per quanto possa sembrare assurdo, ho visto impiattare con cura un piatto servito a mensa. Non sempre si riesce, io poi per queste cose sono in genere negata. Ma sono particolari importanti, che non si dovrebbero trascurare.

Di tanto in tanto mi trovo a ricordare a me stessa questo concetto anche nella mia vita quotidiana, quando le frustrazioni e l’ansia mi fanno soffrire. Il pensiero di non poter dare abbastanza a mia figlia è un dolore ricorrente. E allora mi aiuta pensare che molta bellezza è gratis: basta spalancare gli occhi per goderne.

Falsa partenza


Forse saprete già che il kebabbaro è curdo e musulmano. “Ma è praticante?”, mi viene spesso chiesto con una punta di preoccupazione. La risposta corretta è sni.

Non mangia maiale e quindi io evito che esso, in tutti i suoi molteplici e appetitosi derivati, compaia nel nostro frigo. Questo implica che le poche volte che si mangia fuori (kebab escluso) si proceda a una minuziosa disamina del menù, a volte integrata da interrogatorio al cameriere. Con tutto ciò una volta si è trovato a mangiare per errore una ciotola di fagioli con le cotiche, ma è stato davvero un incidente di percorso (e non ricordo se alla fine ho deciso di rivelargli o meno la verità).

Sull’alcol si concede qualche strappo, come la maggior parte dei suoi connazionali. Giusto un bicchiere di vino occasionalmente (la birra non gli piace). Il resto della pratica fa assai più acqua. I 13 anni di assenza dalla Turchia si fanno sentire pesantemente. Ora che può tornarci si è trovato più volte a impicciarsi sulla sequenza della preghiera (suo padre è osservantissimo) e ha sempre evitato accuratamente di essere a casa dei suoi durante il Ramadan, perché “non è più abituato”. Ciò non toglie che, ogni anno, si risveglia in lui almeno il buon proposito. Ricordo che una volta, anni fa, il primo giorno di digiuno lo vedeva impegnato a scarrozzare, sul far del tramonto, buona parte della famiglia Peri nell’entroterra laziale, il che ha comportato che non potesse mettersi a tavola che a tarda notte, prolungando la penitenza di svariate ore (per giunta con l’aggravante delle chiacchiere ininterrotte di cinque donne). Questa la premessa.

Due sere fa, intorno a mezzanotte, il kebabbaro annuncia la sua intenzione di riprovare anche quest’anno. Niente cibo, né acqua, né sigarette dall’alba al tramonto, per un mese. In questi casi, si consuma un pasto prima dell’alba. In un impeto di zelo interreligioso, mi offro di preparare il necessario (uova strapazzate, pane tostato, Philadelphia). E faccio una domanda apparentemente banale: “A che ora devi mangiare?”.

Il kebabbaro inforca lo smartphone e compulsa gli appositi lunari in turco. Lo vedo perplesso.

“Qui ci sono due orari diversi”
“Vabbè, ma lo saprai che significa, no?”
“Ehm, mmm, suhur… Dicesi suhur….ma il sole quando sorge?”
“Google dice che sorge alle 5:42”
“Ah, ok, quello è il secondo orario. Il primo è alle 3.20. Ok, tutto chiaro. Si deve mangiare tra il primo e il secondo orario, cioè tra le 3.20 e le 5.40. Metti la sveglia alle 5”.

Così abbiamo fatto. Toppando clamorosamente. Il digiuno infatti inizia al primo orario, che poi è quello della preghiera dell’alba. Stendiamo un velo pietoso. Il kebabbaro si difende sostenendo che l’ultima volta che il Ramadan cadeva d’estate era molto piccolo e quindi la sua memoria degli orari è assai sfalsata. Sarà. 

Lui si è accorto della cantonata nel pomeriggio. A quel punto ha mangiato un felafel per sottolineare il suo disappunto. Però poi gli hanno detto che è nata una disputa nel mondo islamico sulla data di inizio del Ramadan e che gli “arabi” cominciavano solo oggi. “Vorrà dire che per una volta mi considererò arabo”, mi ha comunicato per telefono un po’ rianimato. E dunque oggi è ripartito, animato da uno zelo leggermente calante. Resisterà? Si accettano scommesse.

Scatole


Stamattina mi sono svegliata animata da una rara ondata di zelo ordinatore. Ieri pomeriggio un amichetto di Meryem è venuto a giocare e la visione della sua mamma sofisticata seduta un po’ in pizzo sul divano del mio salone che fissava sconcertata il caos primordiale che pareva brulicare tutto intorno a lei deve aver avuto una parte nel mio improvviso impulso a migliorare le cose, sia pur quel minimo.

Alle nove avevo già preparato un bustone di roba da buttare. Alle nove e mezza, dopo aver provato invano a convincere Nizam ad andare da Ikea, gli avevo comunque intimato di smontare il lettino di Meryem. Lui, senza battere ciglio, ha rimandato l’impresa a lunedì o martedì, ottenendo il duplice vantaggio di placarmi sul momento (se si fosse rifiutato avrei insistito fino allo sfinimento) e anche di consentire a sua figlia di non dormire sulla nuda terra per un altro paio di giorni.

Dopo pranzo mi sono dedicata ai vestiti di Meryem. Ho comprato dal cinese sotto casa due bauletti “Angelo”, al vantaggioso presso di 2,90 euro cadauno. Andavano montati ciascuno con 28 affaretti di plastica tipo chiodini. Quaranta minuti dopo avevo il pollice viola e due contenitori troppo piccoli con puttini stucchevoli su ogni lato. Torno dunque dal cinese e acquisto altre quattro scatole, da montare chiudendo grossi automatici già attaccati alla superficie (prezzo 3,20 euro: a questo punto mi viene solennemente consegnata una tessera fedeltà del negozio Yin con il primo timbrino – chissà che si vince). Smadonnando altri dieci minuti ottengo altri quattro contenitori di più agevole montaggio, ma ugualmente brutti e assai più sbilenchi.

A quel punto sono pronta a domare il caos. Rinuncio all’impresa di provare i vestiti a Meryem, che è di umore assassino già dopo il secondo. Vado a occhio. Butto tutto fuori e divido in quattro categorie: estate sì (da riporre nel cassettone), estate no (vestiti da scartare), inverno sì (da tenere per l’anno prossimo), inverno no (da scartare). Non posso permettermi mezze stagioni, ma lo sanno tutti che non esistono.

Due ore dopo sono fierissima di me. Una volta riempite, chiuse (a volte tamponando di nastro adesivo) e inguattate le scatole, la stanza ha esattamente lo stesso aspetto di prima. Però in un certo senso ho realizzato, sia pur parzialmente, un cambio di stagione. Queste sì che sono soddisfazioni.