Il mio cuore è a Oriente


Questa domenica è iniziata in salita. Ho dovuto fare pesantemente i conti con una violenta collisione della “me semplice” con la “me genitore”. La me semplice infatti si era fatta, come al solito, un film in testa. Oggi si celebravano i tre anni dalla scomparsa di Padre Fortino e io avevo deciso che era giunto il momento di iniziare la Guerrigliera a quel bell’inestricabile groviglio, che solo in minima parte ha a che fare con la religione, e che cercavo di raccontarvi qui. “Ora è abbastanza grande”, mi sono detta. E dunque ho iniziato a raccontarle di come mio padre mi portava nel posto dove saremmo andate, del fatto che la zia avrebbe cantato e che alla fine ci sarebbe stato anche un piccolo dolce. “Quando eri piccola ti lasciavo dalla nonna, ma oggi mi piacerebbe fare questa cosa insieme a te”. Già mi compiacevo della bellezza e della poeticità del mio discorsetto.

“E non potrei andare dalla nonna anche oggi? Mi pare un po’ noioso”, ha subito ribattuto la Guerrigliera, spezzando il cuore della me semplice. “Sai, potresti fare qualche foto con il telefono. Così poi me lo fai vedere”, ha aggiunto conciliante, vedendo la mia faccia. Lo ammetto, per me è stato un brutto colpo. Ci sono rimasta proprio male. Poi, per fortuna, è intervenuta la me genitore e ha fatto notare alla me semplice che l’obiezione era ragionevole (un’ora e mezza di liturgia bizantina, così dal nulla? e perché mai?), sensata (anche la nonna sarebbe stata felicissima di passare un po’ di tempo con la nipotina) e assolutamente legittima. Soprattutto legittima: i ricordi legati alla Chiesa di S.Atanasio e alle melodie della liturgia bizantina sono, appunto, i miei ricordi, la mia storia. Ci sono dentro il rapporto con mio padre, le vacanze della mia infanzia, alcune parti costitutive della mia mappa emotiva. Meryem non eredita questo con il sangue e non sono io che posso rendere credibile, di seconda mano, la pregnanza di queste cose.  Lei avrà le sue e chissà se e quanto io le conoscerò. Dopo essermi arrabbiata, quindi, le ho dato ragione e sono andata senza di lei.

Me lo sono goduto, con consapevolezza, il tuffo nel passato fondante di tante mie fissazioni. Oggi, guardando i tappeti, mi sono detta che – chissà quanto consapevolmente – con quelle liturgie cantate mio padre mi ha davvero iniziato all’Oriente, un Oriente anche più orientale di quello che conosceva lui. I tappeti delle moschee, le melodie che sanno di spezie e di Mediterraneo, più vicine ai canti sefarditi di Evelina che al Gregoriano. Davvero mi sono resa conta che la bislacca scelta di studi universitari, che la mia aneddotica personale attribuisce a una sorta di folgorazione avvenuta a Londra l’estate successiva alla maturità, aveva invece radici assai più profonde.

L’immagine potente della Morte sconfitta, con gran fragore di porte e chiavistelli rotti, la solenne rappresentazione della notte di Pasqua (come dimenticare quel bussare del celebrante alle porte del Collegio Greco, che per l’occasione incarnavano le porte degli Inferi?) l’ho poi inseguita nei testi antichi, indietro fino a Ugarit e ritorno. Giona, anche lui legato a un ricordo liturgico preciso (le foglie bagnate d’acqua santa che Padre Fortino lanciava per la chiesa il sabato santo, al mattino), ancora oggi è il genio ispiratore di quel che resta dei miei studi biblici. Stamattina, poi, l’ultimo tocco: il dolce che avevo ventilato a Meryem per attirarla era in realtà contenuto in un bicchierino. Grano, chicchi di melograno e cannella. In quella dolcezza ctonia ho rigustato tutto il Mediterraneo antico, da Osiride a Demetra, passando per i fenici, che ho sempre immaginato mentre ridono delle teorie di noi studiosi con uno scintillio negli occhi, del tutto simile a quello di Padre Fortino.

Qualche domanda del cavolo


Cito la mitica Barbara Summa per fare il punto delle recenti conversazioni con la Guerrigliera, la cui attenzione, in questi giorni di festa, si è fissata su alcuni argomenti in particolare.

In pole position, decisamente, la morte. Forse tutto è cominciato con un piccione sanguinosamente spiaccicato nel nostro vialetto condominiale. O forse no, chi può dirlo. Comunque le domande sono arrivate, precise e martellanti come non mai. Alla nonna, la mattina che è stata sola con lei, ha chiesto dettagliate spiegazioni su come si capisce, esattamente, quando uno è morto. Il cuore cessa di battere, il respiro viene meno… la nonna si è difesa come poteva. A me ha chiesto come è morto Gesù (dal momento che è nato, suppongo che la domanda venisse consequenziale). Io, con la tipica tattica del genitore definibile come “a risposte successive e concatenate” (tipiche di quando credi di cavartela con poco e invece lei insiste, in una successione implacabile di approfondimenti), ho imbastito una versione così riassumibile: Gesù lo hanno ammazzato le persone che comandavano nel posto dove abitava che no, non erano del suo stesso popolo, ma erano romani. Perché? Beh, perché credevano che volesse cacciare l’imperatore e fare lui il re, però non era vero, non era quello che lui intendeva quando andava in giro a insegnare alla gente come secondo lui era giusto vivere. A questo punto la Guerrigliera obietta: “E non poteva restarsene a casa buono con Maria, così non lo ammazzava nessuno?”. Ecco, io suppongo che questo pensiero sarà venuto in mente alla Madonna, almeno qualche volta.

Esaurito il vangelo, siamo passati ai santi paleocristiani. Complice il nome dell’oratorio frequentato per il pattinaggio, voleva sapere come fosse morto San Pancrazio. Io già ero fiera del fatto di sapere che era un martire, ma questo a Meryem pareva una risposta troppo generica. Stasera, dopo due giorni di tergiversamenti, siamo finite su wikipedia. Abbiamo così appreso che era nato in Turchia (wow!), che era venuto a Roma con lo zio e che a 14 gli hanno tagliato la testa perché non voleva cambiare religione. Ecco, io non so quanto questi elementi siano consoni all’educazione di una bambina di cinque anni, ma non sono riuscita proprio a scansarli.

Alla morte è abbinato il pensiero del nonno che non ha mai conosciuto, che per lei si salda in qualche modo al concetto di Dio. Cantando Tu scendi dalle stelle mi spiegava che le piace quando si canta “O mio Signore”, perché potrebbe riferirsi anche a nonno Vittorio. Non ho indagato oltre. Mi ha spiegato poi che il cuginetto le ha detto che quando si è morti pare che si dorma (“ma con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?”), “ma tanto poi a un certo punto ci si risveglia tutti insieme, lo ha detto la maestra Marina”. Ah, ok. Benvenuti al giudizio universale. Ma anche su questo punto per ora ho glissato.

Sul concepimento ce la caviamo benino. L’idea che papà ha messo un semino nella pancia della mamma, dove ha trovato un ovetto, per ora funziona senza ulteriori domande sul processo. Aspettavo trepidante una qualche imbarazzante domanda successiva, quando la Guerrigliera mi ha chiesto: “E quindi, siccome ero femmina, nella tua pancia ero rosa. Altrimenti, se ero un maschietto, sarei stata blu”. Cosa? “Ma no, tesoro. Tu eri rosa, perché tutti i bambini sono rosa”. Lei mi ha guardato con evidente condiscendenza: “Ma certo che quando nascono sono tutti rosa. Ma quando sono nella pancia sono rosa oppure blu. Altrimenti il dottore come farebbe dalle fotografie a dirti se nascerà un maschio o una femmina?”. Ehm, gasp. Mi sono difesa dicendo che io le ecografie le ho sempre viste in bianco e nero e che il dottore non mi ha mai spiegato questa cosa dei colori, che quindi non potevo confermare. “Beh, ora lo sai. Si vede che il dottore aveva fretta e forse pensava che lo sapessi”. Punto. Per ora finiamola qui, che è meglio.

Che fine hanno fatto i morti?


Piove. La pista di pattinaggio è bagnata. Così decade l’ultimo baluardo che avevo eretto per declinare inviti a merende in stile “dolcetto o scherzetto” (“Sai, preferisco che non salti lo sport, ora che si va verso l’inverno…”). Non ho simpatia per Halloween. Tuttavia ci siamo dentro, la scuola di Meryem pullula di zucche di cartapesta e improbabili pipisterelli cosparsi di porporina. Stamattina, con l’arte dell’improvvisazione che caratterizza le madri sgarrupate, ho estratto dall’armadio una specie di mantello nero spiegazzato, ricavato l’anno scorso da una mia gonna a ruota. Il cappello non c’era, ma ho convinto Meryem che sarebbe stata una favolosa strega anche così. Ho rincarato la dose con un pipistrello disegnato sulla guancia e una passata di colore blu sulle labbra.

Per carità, non è che le rivisitazioni della festa in chiave cristiana fondamentalista (“travestitevi da santi”) mi stiano più simpatiche di streghe, vampiri e zombie. Se possibile mi fanno ancora più orrore. Sapete cosa mi manca, in questa festa? I morti. Quelli veri. Le memorie, il legame misterioso e anche un po’ pagano. Oggi, quando ho letto questo bel post di Veronica sono riuscita a mettere meglio a fuoco il fastidio che provo.

Secondo me non sarebbe affatto male rispolverare le molte tradizioni italiane della festa dei morti. Ricordo un bellissimo libretto comprato a Napoli, che illustrava le usanze locali, centrate sul concetto di nutrire i defunti. Ma anche e soprattutto questo bel volume, da cui si può scoprire e imparare moltissimo. Credo che sarebbe molto istruttivo, per i nostri bambini, ritornare al contenuto originario, ormai talmente trasfigurato da risultare irriconoscibile. Questa festa di passaggio in cui i morti tornano a visitare i vivi, o almeno i vivi vanno a visitare i morti, racconta di un senso di continuità tra passato e futuro. Accostare i più piccoli al mistero della morte, anche attraverso colori e sapori, era un’usanza piena di saggezza. La paura, inevitabile, si imparava a gestirla, a esorcizzarla di persona e collettivamente. Magari anche il dolore e la malinconia. Tutti questi valori educativi vengono meno, se ricorriamo direttamente al vampiro di gomma e al sangue finto. E poi ci troviamo in grandissima difficoltà davanti al primo funerale. Mi pare che per molti genitori la morte provochi più imbarazzo del sesso. Non è un argomento facile, evidentemente. Ma una festa istituzionalizzata dava una bella cornice, poetica, consolatoria e persino gioiosa, in cui affrontare, implicitamente o esplicitamente l’argomento.

Ho paura che cercare di riportare i morti veri nella festa sia una battaglia persa, purtroppo. Di questi tempi temo non siano molte le persone convinte del valore di una tradizione “paganeggiante” (più facile infatti è vedere parrocchie e oratori tentare di contrastare la tendenza con anatemi vari o con gli artifici di dubbio gusto a cui si faceva riferimento prima). Peccato. Però non posso che condividere la speranza di Veronica: “Ma sì, arriverà poi il giorno in cui ce ne andremo tutti insieme nella nebbia della Bassa, a mangiarci un piatto di cappelletti fumanti”. O il torrone dei morti a Napoli. O qualunque altra squisita ricetta si adatti ai luoghi stupendi di cui è ancora pieno questo nostro Paese bistrattato.

P.S. Se a qualcuno va di raccontare tradizioni a riguardo che ha vissuto o che conosce, mi fa molto piacere.